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Rivivere il Colosseo com’era: pubblicato il bando per la progettazione della nuova arena. Il ministro Franceschini: “Sarà un grande intervento tecnologico che permetterà ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”. Stanziati 18,5 milioni di euro

Pubblicato il bando per la pubblicazione della nuova arena del Colosseo

Un’idea per ricontemplare la bellezza del Colosseo come lo era all’epoca flavia. Dopo la prima proposta di ricostruzione dell’arena del Colosseo, arrivata nel 2014 dal ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, che rilanciava l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda, il 22 dicembre 2020 è stata pubblicata on line la gara di Invitalia per la progettazione della nuova arena. Il finanziamento per l’intervento è di 18,5 milioni di euro: coprirà l’affidamento dei servizi di progettazione definitiva, esecutiva e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione dell’intervento di completamento, conservazione e consolidamento delle strutture ipogee e di realizzazione del nuovo piano dell’arena del Colosseo. C’è tempo fino al 1° febbraio 2021 per presentare le proposte progettuali. “La ricostruzione dell’arena del Colosseo è una grande idea, che ha fatto il giro del mondo”, interviene il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. “Sarà un grande intervento tecnologico che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”. L’intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l’uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello. La nuova arena sarà fruibile grazie a soluzioni tecnologiche e integrate che guideranno il visitatore alla scoperta dei meccanismi che regolavano la complessa macchina organizzativa degli spettacoli e dei giochi che vi si svolgevano. Un intervento fortemente voluto dal Mibact – Parco Archeologico del Colosseo – oggetto della procedura di gara per l’affidamento dei servizi di progettazione, pubblicato appunto il 22 dicembre 2020 da Invitalia, in qualità di Centrale di Committenza, con scadenza entro il 1° febbraio 2021 e l’obiettivo condiviso di avviare i lavori entro il 2021.

L’obiettivo è rendere nuovamente fruibile la superficie del piano dell’arena del Colosseo e individuare una soluzione tecnologica, compatibile e reversibile, per la copertura degli ambienti ipogei. Gli interventi dovranno essere progettati in modo da offrire contemporaneamente la percezione del piano dell’arena su cui avvenivano i giochi e la visione del complesso sistema di strutture e meccanismi sottostanti. La nuova arena dovrà essere pensata come un piano unitario, ad alto contenuto tecnologico, costituito da dispositivi meccanizzati di apertura e chiusura, consentendo ai visitatori di comprendere la sinergia e la stretta relazione con i sotterranei, anche utilizzando sistemi che rimandino ai meccanismi degli ascensori e delle scene mobili antiche. Il sistema mobile dovrà essere realizzato in modo da poter essere attivato in tempi rapidi e più volte nella stessa giornata, per proteggere le strutture archeologiche sia dalle precipitazioni atmosferiche, sia da una eccessiva insolazione, e allo stesso tempo consentire di svelare i segreti della complessa macchina organizzativa degli spettacoli. La progettazione definitiva sarà sviluppata in continuo confronto con la Stazione appaltante a partire dall’idea progettuale vincitrice del bando. Approvato il progetto definitivo e ottenute tutte le necessarie autorizzazioni di legge, ancora più serrati i tempi per lo sviluppo del livello esecutivo.

Vieste ArcheoFilm, al castello di Vieste sul Gargano tre serate con il cinema di Archeologia Arte Ambiente e incontri con i protagonisti

Notti speciali al castello di Vieste con l’Archeofilm festival

La locandina del Vieste Archeofilm festival 2019

Il cinema archeologico del Festival diffuso del Firenze Archeofilm fa tappa sul Gargano al castello di Vieste dove da venerdì 12 a domenica 14 luglio 2019, alle 21, con ingresso libero, arriva l’atteso Festival internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente organizzato dalla Città di Vieste – assessorato alla Cultura – in collaborazione con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm; direttore artistico Dario Di Blasi, che ha selezionato i filmati dall’archivio di Firenze Archeofilm; direttore editoriale Giuditta Pruneti; coordinatore per il Comune di Vieste Feliciano Stoico; con il contributo di Giuliano Volpe dell’università di Foggia. Cinque film che concorrono al premio “Venere Sosandra – Vieste 2019″ assegnato dal pubblico. Nelle tre serate, condotte dalla giornalista Giulia Pruneti, si spazia dalla nascita dei giochi olimpici in Grecia ai misteri della terra dei faraoni fino ai grandi scontri navali come quello risorgimentale di Lissa. Senza dimenticare i temi ambientali e scoprire l’origine degli sconvolgimenti dell’ecosistema globale ma anche le narrazioni (riviste e corrette) dei grandi eventi che hanno fatto la storia tra cui la celebre battaglia di Canne. Ogni sera, tra una proiezione e l’altra, incontri condotti da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, con i grandi esperti della comunicazione del passato tra cui Valerio Massimo Manfredi archeologo e scrittore, Daniele Manacorda archeologo medievista dell’Università di Roma3, Giuliano Volpe archeologo dell’università di Foggia e Nicolò Bongiorno regista e produttore cinematografico. In caso di maltempo la manifestazione si svolge nella Sala Normanna del Castello.

Una scena del film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone

L’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi

Il festival apre venerdì 12 luglio 2019, alle 21, con il film “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 50’). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… Segue il film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone (Italia, 16’). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. Ospite della serata: Valerio Massimo Manfredi archeologo e scrittore.

Una scena del film “Olimpia. Le origini dei Giochi” di Olivier Lemaitre

L’archeologo Daniele Manacorda

Seconda serata sabato 13 luglio 2019. Alle 21 si inizia con il film “Olimpia, alle origini dei Giochi / Olympie, aux origines des Jeux” di Olivier Lemaitre (Francia, 52’). Sia santuario religioso che sito sportivo, Olimpia fu, per quasi mille anni, sede dei giochi più prestigiosi dell’antica Grecia. Gli archeologi hanno indagato gran parte del sito e hanno rinvenuto grandi quantità di ceramiche dipinte che rappresentano gli atleti. Ma queste scene sono una rappresentazione accurata della realtà? Utilizzando ricostruzioni e immagini tridimensionali, il documentario riporta in vita le meraviglie passate di Olimpia e immerge lo spettatore nel cuore dei celebri Giochi. Segue il film “Il misterioso vulcano del Medioevo / Le mystérieux volcan du Moyen-Âge” (vincitore Premio “Firenze ArcheoFilm 2018”) di Pascal Guérin (Francia, 52’). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… Ospite della serata: Daniele Manacorda, archeologo dell’università di Roma3.

“I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno

Il prof. Giuliano Volpe dell’università di Foggia

Serata finale domenica 14 luglio 2019, alle 21: sullo schermo il film “I leoni di Lissa” (vincitore Premio “Firenze ArcheoFilm 2019”) di Nicolò Bongiorno (Italia/Croazia, 76’). Il documentario evoca la storia della battaglia navale di Lissa (1866, Terza Guerra d’Indipendenza), scontro simbolo e icona della marineria moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’Unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba. Ospiti della serata: Giuliano Volpe, archeologo dell’università di Foggia, e Nicolò Bongiorno, regista e produttore cinematografico. Quindi si passa alla cerimonia di premiazione con l’attribuzione del “Premio Venere Sosandra – Vieste 2019″ per il film più votato dal pubblico. Chiude la serata e il festival il docufilm fuori concorso dedicato al Gargano: “Il tesoro di Monte Pucci” di Giorgio Salvatori (Italia, 20’). I lavori di scavo nella necropoli di Monte Pucci continuano a riservare sorprese. L’ultima, sorprendente scoperta è un anello che reca nel castone un’immagine che richiama la figura dell’eroe greco Diomede. Primo e unico indizio della presenza nell’area garganica del leggendario padre fondatore delle Isole Tremiti e di altri antichi insediamenti nel Gargano.

Festa-incontro al museo Pigorini di Roma per l’uscita del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0” a cura di Cinzia Dal Maso: “Nei musei, le storie danno vita agli oggetti, e ci fanno sentire il contatto diretto con la vita vera di altri mondi”

Il museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma

La locandina dell’incontro “L’arte di raccontare l’arte” al museo Pigorini di Roma

Sarà una festa-incontro. L’appuntamento “L’arte di raccontare” è giovedì 17 maggio 2018 alle 17 al museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” all’Eur di Roma. L’occasione è di quelle ghiotte: l’uscita del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0”, a cura di Cinzia Dal Maso, pubblicato da Edipuglia, che raccoglie riflessioni di professionisti che hanno voluto mettere la loro arte di narratori al servizio dei musei, e in generale della comunicazione dei beni culturali. Gente che ha restituito la vita del passato con la penna, i pennelli, la cinepresa, la grafica, la realtà virtuale, i social media. Che svela i segreti del proprio mestiere e ragiona sul senso profondo di quel che fa. Ognuno a modo suo ma con fili che s’intrecciano e si rincorrono, e un punto fermo per tutti noi: il racconto è il modo migliore per creare attorno al museo una vera comunità. Ne parleranno: Filippo Maria Gambari, Antonio Lampis, Daniele Manacorda con la partecipazione di: Vincenza Ferrara, Marianna Marcucci, Rita Petruccioli, Luca Peyronel, Andrea Pugliese, Alessandro Rubinetti e degli autori Chiara Boracchi, Cinzia Dal Maso, Giuliano De Felice, Aldo Di Russo, Adele Magnelli.

La copertina del libro “Racconti da museo. Storytelling d’autore per il museo 4.0”, a cura di Cinzia Dal Maso, pubblicato da Edipuglia

L’home page di Archeostorie.it

La giornalista e scrittrice Cinzia Dal Maso

“Bisogna raccontare, sempre di più e meglio. Il passato ha continuo bisogno delle nostre storie per conservarsi nel presente”, interviene la curatrice Cinzia Dal Maso, giornalista e scrittrice, che si occupa di archeologia da una vita. Ha curato con Francesco Ripanti “Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta” (Cisalpino 2015) e ora dirige “Archeostorie. Journal of Public Archaeology” (www.archeostoriejpa.eu) che, assieme all’omonimo “Magazine” (www.archeostorie. it), promuove lo storytelling come strumento privilegiato di dialogo tra passato e presente. Questo libro delinea le caratteristiche del “narratore da museo” e le tecniche che deve mettere in campo. Realizzato dal team del Centro studi per l’archeologia pubblica Archeostorie®, si propone come prima guida per chiunque voglia cimentarsi nell’arte del racconto da museo. Chiunque voglia, grazie al racconto, creare attorno al museo una vera comunità. “Racconti da museo”, che delinea le caratteristiche del “narratore da museo” e le tecniche che deve mettere in campo, è stato realizzato proprio dal team del Centro studi per l’archeologia pubblica Archeostorie®, e si propone come prima guida per chiunque voglia cimentarsi nell’arte del racconto da museo. Chiunque voglia, grazie al racconto, creare attorno al museo una vera comunità. “Perché – assicura Cinzia Dal Maso – sono le storie a tenere in vita il mondo, a creare le comunità: si dice che una civiltà che non racconta più storie, è destinata a frantumarsi e morire. Nei musei, le storie danno vita agli oggetti, e ci fanno sentire il contatto diretto con la vita vera di altri mondi. Ma raccontare è un’arte: in realtà un misto di conoscenze, tecnica e arte. E quando il racconto entra in museo, le ultime due devono piegarsi alla conoscenza, essere al servizio del messaggio del museo. La fantasia deve seguire binari precisi. Per fare questo, servono persone capaci di narrare e al contempo dialogare con la ricerca scientifica. Professionisti che sappiano restituire la vita con la penna, i pennelli, la macchina fotografica, la cinepresa, la grafica, la realtà virtuale, i social media. Ogni strumento possibile, anche quello che ancora non c’è: perché l’importante non è lo strumento ma la storia”.

La modernità di Giacomo Boni, grande archeologo (anche se poco noto) a cavallo tra Otto e Novecento. Due giornate di studi all’Istituto veneto di Scienze lettere e arti di Venezia

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d'adozione: l'Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Giacomo Boni, archeologo veneziano, romano d’adozione: l’Istituto Veneto di Scienze lettere e arti gli dedica due giornate di studio

Due giornate di studio per recuperare la valenza e la modernità di un archeologo veneziano dii nascita e romano di adozione: Giacomo Boni. Ci ha pensato l’Istituto veneto di Scienze lettere ed arti che il 18 e 19 settembre 2015 a Palazzo Franchetti a Venezia organizza il convegno “Tra Roma e Venezia, la cultura dell’antico nell’Italia dell’Unità. Giacomo Boni e i contesti”. Giacomo Boni, (Venezia, 1859 – Roma, 1925) è stato infatti uno dei più celebri archeologi italiani, noto soprattutto per una straordinaria stagione di scavi archeologici a Roma. In precedenza era stato anche ispettore per i monumenti per l’Italia meridionale per conto del Ministero della Pubblica istruzione, e ancora prima, a Venezia, assistente disegnatore nel cantiere di Palazzo Ducale. Si era infatti formato come architetto presso l’Accademia di Belle Arti per trasferirsi poi a Roma e rientrare a Venezia solo brevemente in seguito al crollo del campanile di San Marco nel 1902. Fu anche socio precoce della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, e attraverso quest’organo rappresentativo dello Stato centrale trovò la strada per il ministero. “Non è esagerazione affermare che Giacomo Boni è stato uno dei più grandi archeologi di sempre”, assicura Myriam Pilutti Namer dell’università Ca’ Foscari di Venezia e relatrice al convegno. “Cresciuto nella seconda metà dell’Ottocento a Venezia, crocevia di civiltà e fervente cantiere sperimentale dove si incontravano e scontravano diverse concezioni della modernità, raggiunse l’apice della sua carriera a Roma. Da funzionario ministeriale di nemmeno trent’anni divenne direttore degli scavi ai Fori imperiali, portando alla luce aree e reperti di straordinaria importanza per la civiltà romana. Tra questi vi fu anche il Lapis niger, la celebre “pietra nera” iscritta che data al VI secolo a.C., una delle più antiche testimonianze scritte in lingua latina. Il convegno si propone, per la prima volta nella storia degli studi archeologici, di indagare il contesto in cui Boni operò – tra tradizione e innovazione -, e di ricostruirne la figura, il pensiero e le attività per intero. Un convegno di storia dell’archeologia, quindi, cui partecipano studiosi affermati del settore, organizzato all’insegna di quel legame che era per Boni imprescindibile tra impegno civile, divulgazione scientifica e attività sul campo, con annesse sperimentazioni tecniche. Ed è in questo intreccio peculiare, frutto di un percorso tutt’altro che “anomalo” e invece felicemente compiuto in un contesto complesso ma fertile e ricco di opportunità, che si spiegano l’uomo e il professionista, il Maestro e il modello. Furono, queste, tutte declinazioni che contribuirono alla creazione di un vero e proprio, intramontabile, mito”.

L'archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

L’archeologo Giacomo Boni dal Palatino mostra il Foro romano alle autorità

La parabola della sua carriera, le vicende personali, le importanti conseguenze scientifiche del suo operato, la tradizione storiografica di oblio e restaurazione della sua memoria rendono Boni figura meritoria di un’analisi che per la prima volta nelle giornate di studio di Venezia si propone di comprenderne l’attività e il pensiero per intero, collocandoli nello spaccato culturale e politico più ampio dell’Italia unita, dove si discuteva con vis polemica sulle caratteristiche e sulle modalità della conservazione di antichità e monumenti, oggi “beni culturali”; tema sul quale il pensiero e l’opera di Boni sono tuttora degni di attenzione e considerazione.

L'archeologo Giacomo Boni

L’archeologo Giacomo Boni

Intenso il programma della due giorni. Venerdì 18 settembre 2015, alle 9.30, saluti e introduzione ai lavori di Albert Ammerman (Colgate University). Apre gli interventi, moderati da Gherardo Ortalli (Ca’ Foscari di Venezia), Roberto Balzani (Università di Bologna) su “Vis polemica. Le tradizioni preunitarie nella rappresentazione del patrimonio fra ‘800 e ‘900”; seguono: Bruno Zanardi (Università di Urbino) su “La cultura della conservazione nell’Italia post-unitaria”; Myriam Pilutti Namer (Ca’ Foscari) su “Giacomo Boni: costruzione del mito e storia”; Carlo Franco (Ca’ Foscari) su “La Venezia di Giacomo Boni: temi locali e prospettive nazionali”. I lavori riprendono alle 15 con Albert Ammerman moderatore. Apre Sandro G. Franchini (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “Giacomo Boni e l’impegno per la salvaguardia di Venezia”; seguono: Irene Favaretto (Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) su “L’impresa di Ferdinando Ongania per San Marco e il contributo di Giacomo Boni”; Ettore Vio (Procuratoria di San Marco) su “Il contributo di Giacomo Boni sui resti del Campanile crollato”.

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

Giacomo Boni in sopralluogo alle macerie del campanile di san Marco

“La grande passione per l’antico”, anticipa Vio, “spinse Giacomo Boni veneziano, già avviato ad una strepitosa carriera di archeologo di valore internazionale, nel 1903, a studiare i resti della fondazione dell’antica torre della sua città. Le cronache tramandano che alla morte del doge Pietro Tribuno nel 912 d.C., le fondazione del futuro campanile di san Marco erano ultimate. La prima chiesa di san Marco voluta dal doge Giustiniano Particiaco che fece utilizzare per la sua erezione le pietre non usate per sant’Ilario, aveva poco più di ottant’anni. Per tutte le opere edili importanti si recuperavano i resti di Altino distrutta e le spolia di edifici tardo antichi, crollati nel susseguirsi delle invasioni barbariche che sconvolsero il nord est nei secoli dal V al VII. Boni, sicuro della eredità romana dell’area lagunare, ricerca nelle fondazioni del campanile testimonianze che ne attestino la presenza. Oggi nel lapidario della basilica di san Marco esistono pochi significativi documenti lapidei e laterizi di allora. Nel riordino della loggetta del Sansovino è augurabile che si possano esporre Questi reperti assieme ad altri documenti, come modelli della ricostruzione del Campanile e copie (del 1903) delle statue del Sansovino che ornano la Loggetta. Un coinvolgente apparato fotografico del crollo della torre meglio illustrerà le vicende di quell’evento”.

 

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Veduta della basilica Emilia durante gli scavi di Giacomo Boni

Sabato 19 settembre 2015, si iniziano i lavori alle 9.30. Modera Irene Favaretto. Inizia Daniele Manacorda (Università di Roma Tre) su “Boni e il metodo della ricerca archeologica un secolo dopo”. “La figura di Giacomo Boni”, sintetizza Manacorda, “resta nella storia dell’archeologia italiana in una posizione di primi piano e di primato per le sue descrizioni del metodo di scavo, le sue splendide documentazioni grafiche, la sua attenzione a diversi periodi storici, non escluso il Medioevo. Queste caratteristiche del suo lavoro aiutano a comprendere come mai l’archeologia italiana abbia trovato in lui un punto di riferimento fondamentale nel momento in cui avviava quella rivoluzione stratigrafica che oggi possiamo considerare acquisita, almeno mentalmente, nella immagine professionale dell’archeologo. Nel frattempo, la grande quantità di studi che ha investito la storia dell’archeologia italiana e la figura di Boni in particolare, ne hanno ridimensionato alcuni aspetti e messo meglio a fuoco la sua partecipazione al clima culturale complessivo dell’inizio del XX secolo, con le sue ombre e le sue luci. Una generazione dopo la riscoperta di Boni, la sua figura liberata di alcuni stereotipi non perde nulla della sua centralità e la sua lezione a tutto campo resta valida, nel momento in cui si prende maggiore coscienza della importanza di un approccio multidisciplinare ai contesti storico-archeologici, che Boni nella sua dimensione di architetto prestato all’archeologia, di lettore dei testi classici aperto alle scienze naturali, di tecnico d’avanguardia attratto dal fascino della valorizzazione dei ruderi coltivò con risultati che ancora oggi invitano alla riflessione ed alla ammirazione”. A Manacorda seguono Patrizia Fortini (Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma) su “Gli scavi al Comitium-Lapis Niger. Documentazione storica a confronto con i dati delle nuove indagini”; Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore) su “Il Comitium e  il lapis niger : modalità dello scavo e discussioni dell’epoca”; Albert Ammerman (Colgate University) su “Boni’s Work and Ideas on the Origins of the Forum in Rome”. Dopo la pausa pranzo, si riprende alle 14.30 con Carmine Ampolo moderatore. Primi a intervenire sono Federico Guidobaldi (Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana) e Andrea Paribeni (Università di Urbino) su “L’archivio Boni-Tea dell’Istituto Lombardo: dalla scoperta all’edizione”; seguono Christopher Smith (British School at Rome) su “Boni and British scholarship”. Quindi la tavola rotonda conclusiva coordinata da Carmine Ampolo.

Gender archeology: al Pigorini di Roma si presenta il primo manuale in italiano su “Archeologia delle identità e delle differenze”

"Archeologia delle identità e delle differenze" di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

“Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

Cosa si intende quando si parla di identità e differenze nell’indagine archeologica sulle genti del passato? A questa domanda cerca di dare una risposta il libro “Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi, che sarà presentato sabato 12 aprile, alle 16, al museo preistorico-etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Ai saluti del soprintendente del Pigorini, Francesco di Gennaro, seguiranno la presentazione curata da Annamaria Bietti Sestieri (Accademia Nazionale dei Lincei), Laura Guidi (Università Federico II, Napoli), Daniele Manacorda (Università Roma Tre). All’incontro saranno presenti gli autori. Mariassunta Cuozzo, professore associato di Etruscologia e Archeologia italica all’Università del Molise e all’Università di Napoli “Orientale” e direttore di scavo nel sito etrusco-campano di Pontecagnano, si interessa principalmente della presenza degli Etruschi in Campania, dell’incontro tra genti italiche e popoli del Mediterraneo, dell’archeologia teorica e di genere. Tra i suoi lavori: “Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano” (Paestum 2003); “Gli Etruschi in Campania” in Introduzione all’Etruscologia (Milano 2012). Alessandro Guidi, professore ordinario di Paletnologia all’Università di Roma Tre, tra le sue attività scavi e ricognizioni di superficie in vari siti protostorici dell’Italia centromeridionale. I suoi temi di ricerca preferiti sono la nascita della città e dello stato in Italia, la storia dell’archeologia e l’archeologia teorica. Tra i suoi lavori Storia della Paletnologia (Roma-Bari 1988), I metodi della ricerca archeologica (Roma-Bari 1994, 20052),Preistoria della complessità sociale (Roma-Bari 2000).

Il testo di Cuozzo e Guidi descrive il contributo dell’Archeologia a tematiche di scottante attualità connesse alla definizione delle identità di genere, di età, alle differenze culturali ed etniche raccontando la storia della “gender archaeology”, una corrente di pensiero scaturita nei paesi anglofoni dall’incontro tra l’archeologia teorica, movimenti femministi e alcune agguerrite minoranze etniche. Si tratta di un modo nuovo di studiare i dati del passato partendo dall’analisi di quelle differenze che costituiscono il nucleo stesso dell’identità di ogni comunità umana, del passato e del presente. Un manuale che finora mancava nella nostra lingua e, allo stesso tempo, una guida per orientarsi in una letteratura sempre più vasta e complessa.