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Per le Giornate europee dell’archeologia a Bologna giornata di studio “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”, viaggio trasversale tra i molteplici aspetti dell’attività di tutela archeologica: scavi, valorizzazione, conservazione, produzione pubblicistica ed espositiva, nuove metodologie d’indagine, problematiche del restauro

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Il manifesto delle Giornate europee dell’Archeologia 2019

Che cos’hanno in comune un abitato d’età protostorica a grande profondità e una necropoli ebraica in pieno centro storico? La storia delle più recenti scoperte archeologiche in Emilia-Romagna offre lo spunto per discutere delle strategie e soluzioni più innovative da adottare. In occasione delle Giornate dell’archeologia in Europa 2019 la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna propone un dibattito aperto tra professionisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni per parlare della sfida principale del lavoro dell’archeologo: ricostruire la storia di un territorio e restituirla ai suoi abitanti… senza perdersi d’animo! L’appuntamento con “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”, un incontro con archeologi, restauratori e rappresentanti di enti locali moderato dalla soprintendente Cristina Ambrosini, è per venerdì 14 giugno 2019, alle 15.30, a Bologna nel salone d’onore di Palazzo dall’Armi Marescalchi, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, in via IV novembre n. 5. Ingresso libero fino a esaurimento posti (capienza massima 90 persone). Non saranno Indiana Jones ma anche il loro lavoro è all’insegna dell’imprevisto e dei colpi di scena. Dimenticate i topi da biblioteca o i maniaci di reperti impolverati, se mai lo sono stati: gli archeologi del terzo millennio sono figure interdisciplinari e multitasking, in precario equilibrio tra tutela e progresso, applicazione di normative e strategie di intervento, pianificazione pubblica ed esigenze del mondo privato. Per raccontarlo e raccontarsi, archeologi e restauratori della Soprintendenza propongono un dialogo aperto con il pubblico per illustrare le mille sfaccettature della quotidiana attività di tutela e non solo. L’incontro promosso dalla soprintendenza bolognese vuole essere un viaggio trasversale tra i molteplici aspetti dell’attività di tutela archeologica, dagli scavi alla valorizzazione, dalla conservazione alla ricca produzione pubblicistica ed espositiva, dalle nuove metodologie d’indagine alle problematiche del restauro.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum) (foto Sabap-Bo)

La soprintendente Cristina Ambrosini

Partendo dall’illustrazione di alcuni scavi, gli archeologi spiegheranno le principali tematiche che devono quotidianamente affrontare. Lo scavo di una stazione di posta romana (una mansio) a Castelfranco Emilia sarà l’occasione per parlare di archeologia preventiva e di ciò che comporta mentre l’indagine di una terramara a Malalbergo mostrerà le sfide, i problemi e le soluzioni di uno scavo condotto a grandi profondità. Un importante intervento di archeologia privata (lo scavo di un cimitero ebraico medievale in via Orfeo a Bologna) consentirà di illustrare quanto l’integrazione di diverse discipline sia fondamentale per una migliore comprensione dei dati di scavo ma anche come relazionarsi con un’importante comunità religiosa; infine, la pubblicazione dello scavo di via Fondazza a Bologna aiuterà a capire come possono essere riletti e diffusi i risultati di un’indagine condotta trent’anni fa. Si cercherà anche di spiegare come e quanto sia cambiata negli ultimi decenni la professione dell’archeologo, come si sia evoluta in funzione delle “nuove” metodologie d’indagine e del rapporto con esperti di altre discipline, e quanto sia importante la collaborazione con i restauratori, a loro volta impegnati in continui aggiornamenti sulle più innovative soluzioni tecnologiche. Grazie alla presenza del direttore dell’IBC Laura Moro sarà aperta un’ulteriore finestra sul rapporto tra musei, comunità e territorio, con particolare attenzione al delicato tema della restituzione alla collettività del patrimonio archeologico rinvenuto o restaurato tramite mostre, incontri ed eventi ma anche grazie alle pubblicazioni di cui la soprintendenza è particolarmente feconda. Archeologia a tutto tondo, insomma, che non è solo scoprire, conoscere e proteggere ma continuo confronto con l’applicazione di norme, l’adozione delle pratiche più virtuose e l’ascolto dei propri interlocutori, siano enti pubblici, privati cittadini, terzo settore o sponsor.

I contrasti dell’archeologia: in questa foto dello scavo degli anni Ottanta in Via Fondazza, la grandezza del passato che emerge dal sottosuolo si confronta e dialoga con il degrado degli edifici in superficie (foto Sabap-Bo)

Lo scavo in profondità della terramara di Malalbergo (foto Sabap-Bo)

Intenso il programma dell’incontro “Sotto-Sopra: ricerca archeologica e narrazione del passato”. Apre, alle 15.30, la soprintendente Cristina Ambrosini introducendo la giornata: obiettivi, ruolo e lavoro della soprintendenza archeologica; quindi iniziano gli interventi. Alle 15.45, Laura Moro, direttore IBC, su “Il ruolo dell’IBC nel rapporto tra Musei-comunità-territorio”; 16, Chiara Guarnieri, archeologa SABAP-BO, su “La professione dell’archeologo”; 16.15, Monica Miari, archeologa SABAP-BO, su “Caso per caso. Ogni scavo è diverso: norma, contesto, strategia d’intervento”; 16.30, Sara Campagnari, Valentina Manzelli, archeologhe SABAP-BO, su “Archeologia preventiva: la mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”; 16.45, Monica Miari, Tiziano Trocchi, Rossana Gabusi, archeologi SABAP-BO, su “Archeologia in profondità: un abitato del II Millennio a Ponticelli di Malalbergo”; 17.15, Renata Curina, Valentina Di Stefano, archeologhe SABAP-BO, su “Archeologia privata: il cimitero ebraico medievale di via Orfeo a Bologna”; 17.30, Diana Neri, direttore del museo Archeologico di Castelfranco Emilia, su “Archeologia recuperata: lo studio dello scavo di Via Fondazza a Bologna, un’indagine degli anni ’80”; 17.45, Mauro Ricci, Virna Scarnecchia, restauratori SABAP-BO, su “Il lavoro dei restauratori su oggetti e aree archeologiche”; 18.05, Annalisa Capurso, archeologa SABAP-BO, su “Le pubblicazioni archeologiche della Soprintendenza”. Alle 18.10, chiude la giornata il dibattito “Condividere la cultura con la collettività: incontri, eventi, mostre in corso o appena concluse”.

A più di 140 anni dalle prime ricerche del Cai sulla rocca di Canossa (Re), nel bicentenario della nascita di Gaetano Clerici, riprese le campagne di scavo. Primo bilancio con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Sulla rocca di Canossa (Re) sono riprese le ricerche archeologiche

Cartolina del Castello di Canossa, realizzata intorno al 1915, conservata nella fototeca Panizzi

La locandina che promuove le iniziative per il bicentenario della nascita di Gaetano Chierici

Andare a Canossa. Era il gennaio 1077 quando l’imperatore Enrico IV si umiliò davanti a papa Gregorio VII perché venisse ritirata la scomunica, dopo aver atteso tre giorni davanti al castello di Matilde di Canossa. Al castello, nel bicentenario della nascita di Gaetano Chierici, il padre della paletnologia italiana, sono tornati gli archeologi. E pochi mesi dall’inizio della campagna di scavo si presentano i primi risultati, il 15 febbraio 2019, al teatro Comunale di Canossa, con la giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”. “Si torna quindi a parlare del castello di Canossa – spiegano i promotori – grazie a un articolato programma incentrato sulla tutela del sito nel senso più ampio del termine. Da un lato, i lavori di messa in sicurezza della rupe, preceduti da verifiche archeologiche, che hanno avuto come base di partenza uno studio geomorfologico della rupe stessa, porteranno non solo a una maggiore stabilità dei versanti, ma anche a una migliore conoscenza delle fasi strutturali precedenti l’odierna. Dall’altro, la ricerca archeologica realizzata negli ultimi due anni dalle università, su concessione del Mibac, sta portando a interessanti scoperte sulla sistemazione della parte basale e intermedia della rupe che frutteranno una maggiore definizione della cronologia e della topografia dei luoghi e delle strutture. All’interno di questi eventi principali si inscrivono i numerosi rapporti di collaborazione con le realtà locali e il mondo dell’associazionismo, in un clima di vivace e proficuo scambio, che trovano giusta cornice in questa giornata di studi promossa da Alma Mater Studiorum di Bologna, università di Verona, Comune di Canossa, Club alpino italiano, Club Albinea Ludovico Ariosto, soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e Polo museale dell’Emilia-Romagna”. La giornata rientra fra le iniziative promosse per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Gaetano Chierici. Gaetano Chierici nacque infatti a Reggio Emilia da Nicola e Laura Gallinari il 24 settembre 1819. E sempre a Reggio Emilia morì il 9 gennaio 1886.

Don Gaetano Chierici, scienziato, sacerdote, patriota, insegnante, ma soprattutto il fondatore e il padre della paletnologia italiana

Il Bullettino di Paletnologia italiana di Chierici, Pigorini e Strobel

Ma chi è Gaetano Chierici? Se n’è parlato l’anno scorso in un convegno a Reggio Emilia. Fu sacerdote per scelta e vocazione e, pur subendo negli anni ostracismi e punizioni, non abbandonò mai la Chiesa né la fede. Fu patriota, monarchico, liberale e anti-temporalista. Fu insegnante di vasta cultura, sia nelle discipline umanistiche sia in quelle matematiche. Fu impegnato nel sorgere delle prime istituzioni cattoliche a carattere sociale. Fu animatore dell’associazionismo culturale, come testimoniano gli incarichi ricoperti nella Deputazione di Storia Patria e nel Cai. Fu soprattutto un archeologo, in rapporto con gli ambienti più avanzati di questa disciplina, che partendo da studi classici approdò alla Paletnologia e contribuì a gettare le basi in Italia di questa “novissima scienza”. Don Gaetano Chierici fu tutto questo. Ma soprattutto con Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel è stato il fondatore e il padre della paletnologia italiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/24/a-reggio-emilia-convegno-internazionale-nel-200-della-nascita-del-concittadino-don-gaetano-chierici-scienziato-sacerdote-patriota-insegnante-ma-soprattutto-il-fondatore-e-il-padre-della-pal/).

Veduta panoramica della rocca di Canossa (foto archivio Arteas)

La prof. Paola Galetti dell’università di Bologna

Venerdì 15 febbraio 2019 alle 10 al Teatro Comunale di Ciano d’Enza – Canossa (Re) saranno dunque presentati i risultati della campagna di scavo archeologica condotta a settembre e ottobre 2018 alla Rocca di Canossa (RE) dalle università di Bologna e Verona con il supporto del Club alpino italiano (Comitato Scientifico Centrale, Gruppo regionale Emilia-Romagna e Sezione di Reggio Emilia). A distanza di oltre 140 anni dalla prima campagna di ricerca archeologica avviata a Canossa, il Cai si è dunque nuovamente impegnato per sviluppare una nuova attività di indagine, mettendo a disposizione dei due atenei, con il contributo del Lions Club Albinea e Canossa, le risorse necessarie per aprire un nuovo cantiere di ricerca. Fu infatti grazie all’iniziativa degli alpinisti del Cai che nel lontano 1877 furono avviati gli scavi archeologici che portarono alla riscoperta dell’antico castello di Canossa e, poco dopo, condussero alla fondazione del museo nazionale tuttora esistente. Gli scavi furono diretti da uno dei più eminenti archeologi italiani, che era anche dirigente del Cai: Gaetano Chierici, fondatore delle moderne scienze paleontologiche. La campagna di scavo, supportata logisticamente dal Comune di Canossa, è stata condotta da un’equipe di venti studenti di archeologia (guidati dal prof. Fabio Saggioro, dalla prof.ssa Paola Galetti, dal dott. Nicola Mancassola e dai giovani ricercatori Elisa Lerco, Federico Zoni e Mattia Cantatore), la cui impegnativa attività ha aperto una nuova e inaspettata pagina nella storia millenaria del monumento canossiano. Dopo la ricognizione sistematica del 2017, una serie di sondaggi di scavo ad ampliamento nel settore orientale del sito, che risultava pressoché sconosciuto e mai veramente oggetto di indagini archeologiche sistematiche, ha individuato un tratto di una muratura di cinta e tracce di attività e crolli, inquadrabili tra la fine del XII e il XVI secolo. In altre due aree di indagine, sono stati messi in luce i resti di strutture residenziali conservate in alzato, in alcuni punti, per oltre due metri e totalmente interrate dall’abbandono del sito. Ne sono state individuate quattro al momento, ma è probabile che, sulla base di una serie di elementi riscontrati durante le ricerche, si possa ipotizzare l’esistenza di oltre una decina di edifici, ancora in buono stato di conservazione.

Ricerche archeologiche sostenute dal Cai

Il Comitato scientifico del Club alpino italiano

Il Gruppo Regionale Cai, dopo aver concorso all’ottenimento delle autorizzazioni di legge per il nuovo scavo archeologico, ha sottoscritto un apposito protocollo con gli atenei bolognese e veronese. Obiettivo ambizioso del progetto è quello non soltanto di studiare e portare alla luce un settore sino ad oggi sconosciuto del monumento canossiano, ma di riuscire anche a realizzarvi un importante parco archeologico all’aria aperta nel quale, anche grazie all’ausilio di interventi di archeologia sperimentale, i visitatori potranno avere la rara opportunità di calarsi direttamente nella dimensione di vita del medioevo, all’epoca in cui Canossa divenne il fulcro delle più importanti vicende della storia europea. È un progetto talmente complesso che avrà la durata di 8 anni e che è stato reso possibile avviare anche grazie al contributo finanziario dei Lions Clubs territorialmente competenti. “L’insieme di tutte queste circostanze fa quindi di Canossa un luogo fortemente testimoniale ed altamente identitario dell’impegno scientifico del Cai dai suoi primordi sino ai nostri giorni, da comparare e affiancare per la sua grande valenza agli altri grandi siti identitari nazionali del Cai: dal Monte dei Cappuccini a Torino, al Monviso”.

Le rovine della rocca di Canossa nel 1950 (fototeca Panizzi)

La locandina della giornata di studi “Ancora a Canossa. La ricerca archeologica 2018/2019”

Articolato il programma della giornata di studi del 15 febbraio 2019. Alle 10 si inizia con i saluti degli enti promotori: Comune di Canossa, Cai, Lions club Albinea “Ludovico Ariosto”, Provincia di Reggio Emilia, parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, ufficio Beni culturali e nuova edilizia Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, associazione di volontariato culturale “Matilde di Canossa”, segretariato regionale del Mibac per l’Emilia Romagna. Alle 10:45, i saluti di Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; e alle 11, quelli del direttore Andrea Quintino Sardo per il Polo museale Emilia-Romagna. Quindi gli interventi. Alle 11:15, Gianluca Bandiera e Claudia Romano (Provveditorato OO.PP. Lombardia ed Emilia Romagna) su “Consolidamento della Rupe del castello di Canossa e delle relative infrastrutture”; 11:30, Annalisa Capurso (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) su “Canossa e la sua tutela tra passato, presente e futuro”; 11:45, Paola Galetti e Fabio Saggioro su “Introduzione ai lavori: la ricerca 2018-2019”; 12, Paola Galetti su “La ricerca storica dopo le celebrazioni matildiche”; 12:15, Elisa Lerco, Nicola Mancassola e Fabio Saggioro su “La Ricerca archeologica del 2018: risultati”. Dopo la pausa pranzo, i lavori riprendono alle 14, con Giuliano Cervi su “Il Cai a Canossa”; 14:15, Federico Zoni su “Nuovi dati sull’edilizia rurale dell’area canossana”; 14:30, Mattia F.A. Cantatore su “Gaetano Chierici a Canossa”; 14:45, Danilo Morini su “Canossa e Quattro Castella: un sistema?”; 15, Cristina Ferretti su “L’impegno di Franca Ferretti nella valorizzazione di Canossa”. Infine dalle 15:15 alle 16, Discussione e conclusioni “Prospettive future di ricerca”.

2200 anni e non li dimostra: torna alla luce a Reggio Emilia un tratto dell’antica via Aemilia durante gli scavi in piazza Gioberti

Il tratto dell’antica via Emilia trovato negli scavi di piazza Gioberti di Reggio Emilia (foto Roberto Macrì)

Giusto un anno fa ha festeggiato i suoi 2200 anni. Modena e Reggio Emilia l’anno festeggiata con mostre ed eventi. Ma l’antica via Aemilia riserva ancora piacevoli sorprese. A Reggio Emilia, nel corso dei lavori di riqualificazione in piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali , è emerso nei giorni scorsi un segmento del limite meridionale della via Emilia di epoca romana, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica. Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell’Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche. Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali. I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica di Annalisa Capurso, archeologa della soprintendenza, e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, Mauro Cremaschi.

Il tracciato della via Emilia che ancora oggi attraversa il centro di Reggio Emilia

A poco più di un anno dalla mostra “On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017” (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018), è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna. Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori. “Questo rinvenimento”, spiega la soprintendente Cristina Ambrosini, “aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all’annosa questione della posizione del torrente Crostolo all’interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell’ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell’alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano”.

Prende forma l’antica città romana di Claterna, nel Bolognese: con la campagna 2018 individuati nuovi ambienti ed edifici e quasi certamente anche l’impianto termale. Presentazione ufficiale dei risultati di scavo

L’ipotesi di ricostruzione del teatro di Claterna su foto aerea del sito (grafuca 3D di Paolo Nanni)

Nel luglio 2018 sono ripresi gli scavi archeologici nell’area di Claterna, la città romana che giace sotto i campi del territorio di Ozzano dell’Emilia. E i risultati sono stati sorprendenti. La campagna di scavo 2018 ha portato grandi novità per la conoscenza dell’antica città che si estende per 600 metri lungo la Via Emilia per 600 metri e per 300 metri a nord e sud della stessa strada consolare. Gli scavi nella domus del Fabbro e nel teatro hanno individuato nuovi ambienti che aiutano a definire meglio forma e dimensione dei due edifici mentre la realizzazione della pista ciclabile lungo la via Emilia ha portato in luce un grande mosaico forse pertinente all’impianto termale. E, novità assoluta di quest’anno, è stata effettuata una ricerca geomagnetica su tutta la pianta del sito. “Alcune città hanno molte vite – sottolineano in soprintendenza -, una per ogni strato che viene in luce. Per sua fortuna Claterna ne ha solo una, più una seconda che si prefiggono di darle gli scavi e le ricerche sistematiche intraprese dal 2005 da soprintendenza, associazioni culturali, amministrazioni comunali e università, grazie al sostegno finanziario di alcuni mecenati. Da 1500 anni la città romana che dorme pressoché intatta sotto i campi della frazione Maggio di Ozzano dell’Emilia, a mezzo metro di profondità, è la protagonista di un grande progetto di studio e valorizzazione archeologica”. Grazie al finanziamento di CRIF SpA e al contributo di Gruppo IMA SpA e RENNER Italia SpA, la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna e l’associazione culturale “Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi” hanno avviato un nuovo progetto di esplorazione e valorizzazione di Claterna a cui hanno partecipato anche l’università Ca’ Foscari di Venezia e l’università di Siena (che ha effettuato ricerche geomagnetiche) e gli studenti delle scuole superiori che hanno aderito al progetto di “alternanza scuola lavoro”, grazie all’apporto dei dieci Rotary Club di Bologna.

La presentazione della campagna 2018 a Claterna: da sinistra, Maurizio Liuti, Marco Mobili, Anna Rita Muzzarelli, Luca Lelli, Saura Sermenghi, Cristina Ambrosini, Renata Curina, Alessandro Golova Nevsky e Claudio Negrelli

Queste straordinarie novità e rinvenimenti sono stati presentati ufficialmente sul sito della città romana di Claterna, stradello Maggio in località Maggio di Ozzano dell’Emilia (Bo) da Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara (“Un grazie a quanti a Claterna rendono concreta l’archeologia del territorio, dagli amministratori pubblici alle associazioni culturali, dagli studenti ai volontari. Quello di Claterna non è solamente un progetto di ampio respiro che garantisce uno sviluppo di qualità ma un’esperienza che, oltre a ricadute sul piano turistico, aiuta il recupero del senso di comunità”); Saura Sermenghi, presidente dell’associazione culturale “Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi” (“La ricerca scientifica ha un’importanza strategica per la salvaguardia del patrimonio culturale”); Luca Lelli, sindaco di Ozzano dell’Emilia (“I lavori del museo Città di Claterna sono in dirittura d’arrivo”); Anna Rita Muzzarelli, assessore a Castel San Pietro Terme (“Fondamentali passione e dedizione condivise da tutti coloro che operano per la valorizzazione dell’antica città romana. Noi in corrispondenza della zona archeologica realizzeremo una piazzetta di sosta lungo la pista ciclabile”); Maurizio Liuti, direttore comunicazione CRIF; Daniele Vacchi, direttore corporate communications gruppo IMA; Marco Mobili, responsabile R&D RENNER Italia; Alessandro Golova Nevsky, delegato dei Rotary Club Bologna, per il coordinamento del progetto di alternanza scuola-lavoro (“Significativi l’impegno e la disponibilità dei tanti studenti dei licei i istituti tecnici di Bologna che hanno aderito al progetto prodigandosi ben oltre i tempi stabiliti nelle operazioni di ricerca, scavo e prima pulitura dei reperti, anticipando fin d’ora la disponibilità a proseguire questa esperienza anche nel 2019”); Claudio Negrelli, responsabile scientifico dell’associazione culturale “Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi”.

La ricostruzione delle strutture della domus del Fabbro a Claterna, riutilizzando materiali e tecniche antiche (foto di Paolo Nanni)

I potenti blocchi della cavea del teatro portati alla luce dagli scavi 2018 (foto di Maurizio Molinari)

Claterna nasce nel II secolo a.C. con una duplice funzione – riassumono gli archeologi della soprintendenza -: da un lato è un importante snodo viario all’incrocio fra via Emilia, torrente Quaderna e una via transappenninica, forse la Flaminia minor, dall’altra come centro di mercato e servizi. Nel I secolo a.C. Claterna, come tante altre città italiche, diventa un municipium con competenza sul vasto territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Dopo il periodo di massimo splendore collocabile nella prima età imperiale, la città sopravvive fino alla tarda antichità (V-VI secolo d.C.), seppure notevolmente ridimensionata, per poi venire totalmente abbandonata fino al completo oblio. Fin dall’Ottocento, l’antica città romana di Claterna è stata un campo d’indagine privilegiato per l’archeologia emiliano-romagnola. L’unicità di Claterna è dovuta al fatto di non aver avuto una continuità storica analoga a quella degli altri centri sorti lungo la via Emilia (da Rimini a Piacenza) e questa assenza di stratificazione ha offerto la possibilità di indagare la città nella sua estensione e configurazione originale, senza le modifiche intervenute nel tempo. A partire dagli anni ’80, la soprintendenza ha intrapreso la progressiva acquisizione dell’ampia superficie su cui si estende l’antica città romana e dal 2005 si è dato vita a un grande progetto di studio e valorizzazione con enti locali e associazioni culturali. L’obiettivo delle ricerche e dei sondaggi sistematici intrapresi nell’ultimo decennio è di chiarire alcuni aspetti topografici (i suoi limiti, l’articolazione interna, gli spazi pubblici e sacri quali foro, basilica, edifici templari e teatro) e cronologici (dalla fondazione e dall’eventuale origine preromana al declino) dell’antica città e di valorizzare alcuni spazi per consentire al pubblico di visitare le evidenze archeologiche più suggestive, come la Casa del fabbro e la Domus dei mosaici. E allora vediamo meglio i risultati della campagna 2018, accompagnati virtualmente da Renata Curina, archeologa della soprintendenza, e Claudio Negrelli e Maurizio Molinari del centro studi Claterna.

Il settore Nord della domus del Fabbro a Claterna con i nuovi ambienti scavati in profondità (foto da drone di Paolo Nanni)

Molte e interessanti le novità emerse dalle ricerche 2018. Nella domus del Fabbro, sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso Nord, operando più in profondità per raggiungere le fasi imperiali di I – III secolo d.C. “La scoperta più importante”, annunciano Curina, Negrelli e Molinari, “è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, confermandosi come un grande e complesso organismo architettonico”. Dal punto di vista della ricostruzione delle strutture, anche quest’anno si è proseguito nel progetto, aggiungendo nuovi ambienti, oltre alla ricostruzione di uno dei pozzi ritrovati negli anni precedenti. La sperimentazione continua con materiali e tecniche differenti, sempre però ispirate al sapere costruttivo degli antichi romani.

La strutture della cavea del teatro di Claterna si vedono bene nella foto da drone di Paolo Nanni

“Abbiamo proseguito le ricerche anche nel settore del Teatro, aprendo un’area molto vasta di fianco a quella dell’anno scorso. Le indagini sono ancora in corso ma va segnalato il ritrovamento di strutture di fondazione della cavea, in grandi blocchi di arenaria, che si stanno rivelando molto più profonde e ben conservate di quanto non fosse emerso l’anno scorso. L’esplorazione della parte bassa della cavea ha restituito anche materiali lapidei lavorati, come un grosso frammento di cornice, mentre sono iniziate quest’anno le indagini nella zona dell’orchestra e degli ingressi laterali che si trovano a profondità elevate in quanto parte della struttura è stata parzialmente costruita sotto il livello di calpestio antico. Queste scoperte stanno definendo la forma architettonica di un grande teatro, consentendoci in futuro di proporne una ricostruzione sempre più dettagliata”.

Prospezioni magnetometriche nel settore sud di Claterna

Ricerche geomagnetiche ed edifici pubblici. La campagna di scavo 2018 ha consentito di avviare un progetto sognato da tempo: l’esplorazione estensiva della città attraverso le più moderne tecnologie geofisiche. “Abbiamo trovato un ottimo interlocutore nell’università di Siena, in particolare nel prof. Stefano Campana, stimato e famoso ricercatore che vanta un’esperienza pluriennale nello specifico campo delle prospezioni su città e territori antichi e medievali”. I risultati non si sono fatti attendere: l’integrazione tra le nuove prospezioni geomagnetiche condotte dall’università di Siena (ben 16 ettari sui 18 del totale urbano) e la mappatura delle tracce aerofotografiche portata avanti in lunghi anni di ricerche ha prodotto un quadro quasi completo dell’area urbana e di parte del suburbio. “Questi nuovi dati ci permettono ora di individuare meglio, tra le tante altre particolarità, tutto il comparto pubblico, compresi alcuni edifici mai individuati prima, e la scansione interna del tessuto urbano. Un materiale di assoluto interesse che stiamo studiando nei particolari e che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi”.

Mosaico a motivi geometrici bianco-neri del complesso termale di Claterna (foto di Cristina Falla)

Ultima ma non meno importante novità di quest’anno è la scoperta legata alla realizzazione della pista ciclabile che collegherà San Lazzaro di Savena e Castel San Pietro Terme: le ricerche dirette dalla soprintendenza hanno intercettato un grande mosaico e potenti strutture proprio nel luogo dove le prospezioni e le foto aeree inducevano a ritenere che esistesse un grande edificio pubblico, probabilmente termale. Un nuovo tassello nella costruzione dalla seconda vita di Claterna. Scavi e indagini future confermeranno o chiariranno la natura di questa costruzione.

“Ferrara al tempo di Ercole I d’Este. Scavi archeologici, restauri e riqualificazione urbana nel centro storico della città”: raccolti nel volume, curato da Chiara Guarnieri, gli interventi realizzati tra il 2000 e il 2013 dove si concentravano i palazzi del potere della signoria Estense

Il complesso di Palazzo Vecchio a Ferrara: il disegno è pubblicato nel volume “Ferrara al tempo di Ercole I d’Este. Scavi archeologici, restauri e riqualificazione urbana nel centro storico della città” curato da Chiara Guarnieri

La locandina della presentazione del libro “Ferrara al tempo di Ercole I d’Este”

Qui, nel quartiere che gravita nella vasta area di piazza Municipale a Ferrara, si concentravano i palazzi del potere della signoria Estense: qui, tra il 2000 e il 2013, in occasione di lavori di riqualificazione nel centro storico di Ferrara, sono stati realizzati articolati interventi archeologici. Le indagini hanno interessato in modo particolare – come si diceva – la vasta area di piazza Municipale, dell’edificio ex Bazzi e del Giardino delle Duchesse, sulla quale insisteva il Palazzo di Corte Vecchia e il Palazzo Ducale con gli annessi giardini; corso Martiri della Libertà, dove si trovavano la Loggia Grande e il Castello Estense, al cui interno è stato possibile rinvenire il Giardino Pensile, del quale si possedevano solo sparute notizie, voluto da Eleonora d’Aragona moglie di Ercole I; via Coperta di cui sono venute in luce le diverse fasi costruttive, oltre al Camerino d’Alabastro di Alfonso I; infine, la parte terminale di corso Martiri della Libertà che ha consentito di scoprire le strutture relative alla Porta dei Leoni, situata lungo il circuito settentrionale delle mura medievali e strettamente collegata al Castello Estense. Proprio grazie al ritrovamento di dati inediti o noti solo dalle fonti è stato possibile restituire l’aspetto dei palazzi del potere estense nel periodo di Ercole I (1471-1505). I risultati di questi interventi sono stati raccolti nel volume “Ferrara al tempo di Ercole I d’Este. Scavi archeologici, restauri e riqualificazione urbana nel centro storico della città” curato da Chiara Guarnieri per le edizioni Insegna del Giglio di Firenze. Martedì 23 ottobre 2018, alle 17, al Palazzo municipale di Ferrara, sarà presentato il volume che fa parte della collana dei Quaderni di Archeologia dell’Emilia-Romagna curata dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Introdurranno l’incontro l’assessore ai Lavori pubblici, Aldo Modonesi, e la soprintendente Cristina Ambrosini. Il libro sarà invece presentato dall’architetto Marco Borella, dalla direttrice della Scuola dei Beni culturali e del Turismo Carla Di Francesco, e da Simonetta Minguzzi dell’università di Udine, con gli autori e la curatrice Chiara Guarnieri, archeologa della soprintendenza.

Un prezioso esempio di ceramica siriana rinvenuta durante gli scavi in centro storico a Ferrara (2000-2013)

“Il volume – spiega la curatrice Chiara Guarnieri – prende in esame una serie di interventi archeologici, finora inediti, realizzati nell’arco di più di un decennio (2000-2013) nel corso dei lavori finalizzati alla riqualificazione del centro storico di Ferrara. Due contributi introduttivi aprono l’intero percorso del libro: il primo delinea brevemente il clima storico del ducato di Ercole I (1471-1505), con particolare attenzione ai continui e talvolta radicali interventi subiti in quel periodo dai palazzi Estensi, come la ristrutturazione del 1479 definita dalle stesse fonti coeve come la Trasmutazione; il secondo contributo mira ad offrire un collegamento inedito e una lettura critica dei diversi scavi eseguiti nel centro storico di Ferrara, ritenendo – sulla base ragionata dell’insieme degli elementi presi in considerazione – che questi scavi avessero finito con il frammentare, privandoli di ogni coesione, i lavori voluti da Ercole I i quali, al contrario, erano stati progettati unitariamente e, in taluni casi, avevano riguardato il medesimo complesso di edifici. Il volume affronta quindi l’analisi sistematica di ogni singolo scavo e dei materiali ad esso relativi, accompagnata dalla contestualizzazione di quanto rinvenuto anche alla luce delle fonti, sia cronachistiche che documentali”.

Una preziosa coppa in vetro testimonia la raffinatezza della corte estense

“La mole dei dati raccolti, ordinati e sviluppati nel presente studio – sottolinea Guarnieri – ha richiesto molti anni di elaborazione e ciò non solo perché si è atteso il completamento delle indagini connesse ai restauri dei monumenti – alcuni ancora in corso d’opera – ma anche perché si è voluto prendere in esame i risultati di piccoli saggi di scavo realizzati negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso che, al momento della loro realizzazione, non apparivano particolarmente significativi ma che ora, contestualizzati all’interno di una più ampia indagine, hanno acquistato un diverso valore”.

Modena dedica due giornate a Fernando Malavolti, grande archeologo e speleologo modenese: sabato, presentazione del volume con i “Diari”; domenica escursione nella Val Secchia

La locandina della due giorni dedicata all’archeologo e speleologo modenese Fernando Malavolti

Due giornate – sabato 20 e domenica 21 ottobre 2018 – dedicate alla figura di Fernando Malavolti, il grande archeologo e speleologo modenese (1913 – 1954) cui si devono tante scoperte nei territori di Modena e Reggio Emilia. A promuoverle i musei civici di Modena, in collaborazione con soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Poliedrica figura di archeologo, geologo e speleologo, Fernando Malavolti (Modena, 1913–1954) condusse a partire dagli anni Trenta del secolo scorso un’instancabile attività di ricerca, con indagini sistematiche nel territorio modenese, bolognese e reggiano, che hanno fornito un fondamentale contributo allo studio della preistoria e in particolare del Neolitico dell’Italia settentrionale. Leggendarie rimangono le spedizioni organizzate nel 1938 e nel 1945 per studiare gli aspetti geologici, idrologici, botanici, faunistici, meteorologici, paletnologici e toponomastici dell’area carsica dei Gessi Triassici della Val Secchia (Reggio Emilia).

Il gruppo degli esploratori dei Gessi Triassici dell’alta val Secchia in posa di fronte alla risorgente del Cunicolo del Fontanino presso Pradale (Villa Minozzo), 12/8/1945. In alto da sinistra: Rodolfo de Salis, Fernando Malavolti, Mario Bertolani. Gli altri componenti del gruppo sono Celso Guareschi, Carlo Moscardini, Mario Levrini e Enrico Bombardi

Gita del Centro Emiliano di Studi Preistorici alla Grotta della Spipola, 19 marzo 1949

Sabato 20 ottobre 2018, al Palazzo dei Musei di Modena, viene presentato il volume “Fernando Malavolti. I diari delle ricerche 1935-1948” (editore All’Insegna del Giglio, Firenze 2018 (30 euro edizione a stampa – 21 euro edizione digitale). Fra il 1935 e il 1948, infatti, Malavolti affida la narrazione meticolosa di 13 anni di ricerche pionieristiche a una serie di Diari, con la caratteristica copertina nera dei quaderni di una volta, che oggi il museo Archeologico, grazie alla disponibilità dei figli Marco e Mara, pubblica integralmente, arricchiti dai contributi di specialisti dei diversi campi di ricerca che Malavolti attraversò. Appuntamento, dunque, sabato 20 alle 17, in sala Crespellani dei Musei Civici di Modena, per la presentazione del volume a cura di Silvia Pellegrini e Cristiana Zanasi (All’Insegna del Giglio Editore). Intervengono: Gianpietro Cavazza, assessore alla Cultura; Francesca Piccinini, direttrice Musei Civici; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna; Monica Miari, presidente Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Saranno presenti Mara e Marco Malavolti. La presentazione è a cura di Maria Bernabò Brea (Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) e Andrea Cardarelli (università La Sapienza di Roma). A seguire, reading dell’attore Santo Marino (Compagnia Peso Specifico Teatro) che riporterà idealmente fra il pubblico la figura dello studioso, grazie alla lettura di alcuni brani tratti dai Diari. In occasione della presentazione del volume, la Sala dell’Archeologia ospiterà una piccola esposizione di oggetti che accompagnarono Malavolti nelle sue escursioni come la bussola, il coltello usato per prelevare campioni di rocce da analizzare, la cordella, la livella e il compasso per i rilievi, gentilmente concessi dalla famiglia, oltre agli originali contenitori con cui raccoglieva e conservava i reperti. Brani dei Diari, con osservazioni, disegni e descrizioni installati sulle vetrine permetteranno ai visitatori di percorrere il Museo Archeologico seguendo il filo rosso delle ricerche dello studioso. Della sua attività di speleologo resta anche un frammento di lastra di gesso prelevato da una grotta esplorata nei gessi bolognesi (Spipola-Acquafredda) e firmata da Malavolti e dall’amico e compagno di avventure Salvatore Mascarà (esplorazione del 1932).

Sala Floriana nel sistema Spipola-Acquafredda (Foto Gsb-Usb)

I Diari sono editi in formato digitale accessibile a tutti, scaricabile e stampabile. Si tratta complessivamente di 2.647 pagine interamente trascritte e corredate da un indice dei nomi di persona e dei toponimi. I Diari sono accompagnati da un volume a stampa (acquistabile anche in formato digitale) che accoglie saggi critici sulla biografia di Malavolti (A. Saltini), sull’importanza dello studioso nel panorama della ricerca archeologica del suo tempo (M. Tarantini), sul fondamentale contributo nello studio della preistoria e del neolitico in Italia Settentrionale (A. Pessina), sulla ricerca archeologica delle terramare emiliane (A. Cardarelli, G. Pellacani) e di siti dell’età del Ferro (S. Campagnari), sul rapporto con il Museo Civico e la città, negli anni del secondo conflitto mondiale (S. Pellegrini, F. Piccinini) e sulla sua importanza come geologo, naturalista e speleologo (S. Lugli e S. Piastra).

Escursione di Unimore ai Gessi Triassici nel Reggiano

L’archeologo preistorico Andrea Cardarelli

Domenica 21 ottobre 2018, seconda giornata dedicata a Fernando Malavolti. In programma l’escursione “Itinerario sulle orme di Fernando Malavolti. La Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia: rupe di Pescale, Pietra di Bismantova, Fonti di Paiano, grotte nei Gessi Triassici”, promossa da Musei Civici e UNIMORE. L’iniziativa, su prenotazione, prevede un percorso lungo la Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia guidato e illustrato da Andrea Cardarelli, dell’università La Sapienza di Roma – Dipartimento di Scienze dell’Antichità; Stefano Lugli, università di Modena e Reggio Emilia – Dipartimento di Scienze della Terra; Marco Malavolti; il Gruppo Speleologico Emiliano e il Gruppo Speleologico e Paletnologico G. Chierici di Reggio Emilia. L’escursione è realizzata in collaborazione con Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia Romagna e Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Info e modalità di partecipazione: http://www.museicivici.modena.it In caso di maltempo l’escursione sarà rimandata a domenica 28 ottobre.

Carpi, la storia di Palazzo Castelvecchio raccontato con i risultati degli scavi archeologici della soprintendenza

Scavi all’interno di Palazzo Castelvecchio a Carpi (Mo)

Una vecchia immagine di Palazzo Castelvecchio a Carpi

“Storia ed evoluzione di Palazzo Castelvecchio, dai Pio ai giorni nostri” è il tema dell’incontro pubblico promosso giovedì 11 ottobre 2018, dalle 17 alle 20, al Castello dei Pio di Carpi, da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Carpi per presentare a cittadini e turisti gli esiti delle indagini archeologiche effettuate nel Palazzo Castelvecchio. L’iniziativa fa parte di EnERgie Diffuse, settimana di promozione della cultura organizzata dalla Regione Emilia-Romagna. Dopo i saluti istituzionali (alle 17) del vicesindaco di Carpi Simone Morelli, e della soprintendente Cristina Ambrosini, la direttrice dei Musei di Palazzo dei Pio, Manuela Rossi, illustrerà la temperie storico artistica nella quale si inseriscono le vicende del Palazzo in relazione alla famiglia dei Pio. Seguono gli interventi dell’archeologa della soprintendenza Sara Campagnari, che ha diretto lo scavo, che illustrerà gli importanti rinvenimenti che consentiranno di precisare le conoscenze sul tessuto insediativo carpigiano in epoca medievale e rinascimentale. L’incontro fornirà anche l’occasione per parlare dell’evoluzione del palazzo sotto il profilo storico-architettonico grazie al contributo dell’architetto della soprintendenza Emanuela Storchi. Infine, alle 19, visita guidata al Palazzo dei Pio, per conoscere la fase più antica dell’edificio, e alla Chiesa della Sagra, a cura dei Musei di Palazzo dei Pio, e concomitante attività didattica per i bambini.

Al museo Archeologico nazionale di Ferrara la presentazione degli Atti del convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica” (Zurigo, 2012): un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina

La copertina del volume sugli Atti del convegno di Zurigo “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”

A sei anni dal convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”, tenutosi a Zurigo il 4 e 5 maggio 2012, il museo Archeologico nazionale di Ferrara presenta gli Atti del Convegno di Zurigo, solo recentemente pubblicato (2017) dopo la lunga gestazione richiesta dall’importanza dei temi trattati, “un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina”, sottolinea il direttore del Polo Museale dell’Emilia-Romagna Mario Scalini.

Le ricche necropoli della città di Spina furono scoperte nel 1922

La città etrusca di Spina sul bordo meridionale dell’attuale delta del fiume Po è stata a lungo oggetto di ricerca per le necropoli scoperte nel 1922 e scavate successivamente. Le loro parecchie migliaia di tombe contenevano uno dei più grandi complessi di reperti di ceramica attica in tutto il Mediterraneo. Dal 2007, nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale, il centro storico della città è stato esplorato in termini di urbanistica, architettura residenziale, spazio naturale, stratigrafia e cronologia assoluta, i cui ricchi risultati sono contenuti per la prima volta in 15 articoli negli Atti del convegno di Zurigo. Questi studi riguardano la fase ellenistica e la produzione di sale evaporativo a Spina, le strutture del IV secolo a.C., le prospettive future della ricerca, il contesto geo-archeologico e la stratigrafia dell’insediamento etrusco, l’evidenza paleobotanica, la tecnica costruttiva e la vita di tutti i giorni. nelle case in legno e in rovere del VI-IV secolo e nei tipi di ceramica grezza e fine.

Le sale dedicate alle necropoli di Spina nel museo Archeologico nazionale di Ferrara

L’appuntamento al museo Archeologico nazionale di Ferrara giovedì 13 settembre 2018, alle 16, per la presentazione degli Atti del Convegno. Dopo i saluti di Mario Scalini, direttore del Polo Museale, e del direttore del museo Archeologico Paola Desantis, intervengono Luigi Malnati, soprintendente emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Bologna e per le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Giuseppe Sassatelli, professore ordinario di Etruscologia e Archeologia Italica; Christoph Reusser, professore ordinario di Archeologia Classica all’università di Zurigo. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione del Gruppo Archeologico Ferrarese.

“Archeologia professionale: istruzioni per l’uso”: incontro promosso a Bologna da Confederazione italiana archeologi e Alma Mater Studiorum

La locandina dell’incontro a Bologna “Archeologia professionale”

Quali sono le competenze professionali di un archeologo? Quali le attività lavorative oltre allo scavo? Che differenza c’è tra lavoratore dipendente, socio di cooperativa, lavoratore autonomo a partita IVA, ATP e STP? Quali sono le prospettive contrattuali degli archeologi e alle situazioni lavorative in regione? Sono alcuni degli interrogativi cui cercherà di dare una risposta l’incontro “Archeologia Professionale: Istruzioni per l’Uso”, promosso da CIA (Confederazione Italiana Archeologi – Sede Regionale Emilia Romagna) in collaborazione con Alma Mater Studiorum Università di Bologna – Dipartimento di Storia Culture Civiltà, lunedì 26 febbraio 2018, alle 15, in aula Prodi (DiSCi), piazza San Giovanni in Monte 2, a Bologna. Proprio la Confederazione Italiana Archeologi punta con questo incontro a porre le basi per una sede Cia anche in Emilia Romagna che rappresenti e tuteli tutti gli archeologi fornendo assistenza di fronte ai problemi che la professione incontra quotidianamente. Modera l’archeologa Valentina Di Stefano. Aprono i lavori Federica Mazzoni, presidente commissione Cultura nel Comune di Bologna; e Tommaso Magliaro, segretario nazionale Cia. Intervengono su “La legislazione vigente” Luigi Malnati, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio della città metropolitana di Bologna e delle province di Modena Reggio Emilia e Ferrara; Angela Abbadessa, Cia-archeocontratti; Raffaella Boni, Cia-consulente fiscale. Su “La formazione possibile” Elisabetta Govi, etruscologa dell’università di Bologna; Enrico Giorgi, metodologie della ricerca archeologica all’università di Bologna. Su “L’esperienza attuale” Cristina Ambrosini, direttore museo Archeologico di Forlì; Diana Neri, direttore museo Archeologico di Castelfranco Emilia; Cecilia Milantoni, archeologa; Laura Belemmi, Tecne (Rimini); Gloria Capelli, Gea (Parma); Claudio Calastri, Archeoimprese; Fabio Fagella, Legacoop. Chiude i lavori una tavola rotonda.