Archivio tag | colle Palatino

Passeggiata dantesca nel Parco archeologico del Colosseo: il pubblico è accompagnato on line per dodici puntate a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta. Si inizia col Dantedì

In occasione del secondo Dantedì – giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri – il parco archeologico del Colosseo accoglie l’invito del ministero della Cultura e, nel 700.mo anniversario della morte del Sommo Poeta, propone una passeggiata che ripercorre la storia del PArCo attraverso le terzine dantesche che hanno narrato alcune delle vicende della storia di Roma, dalle origini alla fine dell’impero. Foro Romano, Palatino e Fori imperiali conservano oggi le testimonianze tangibili e monumentali dell’esistenza di personaggi storici a cui Dante ha dato voce nelle cantiche della Divina Commedia, assieme alle divinità pagane venerate nei templi dell’area archeologica centrale. Il pubblico verrà guidato a riscoprire, leggendo le terzine dantesche, le vicende di Enea e del Palladio, il pastore Caco, l’evoluzione del potere attraverso Cesare, il princeps Augusto e Giustiniano, l’umiltà di Traiano davanti a una vedova, fino ad arrivare all’essenza della fede e alla figura di San Pietro, e alle tante divinità tutelari che da sempre hanno popolato il Pantheon romano. Ad accompagnare il pubblico ci saranno le voci narranti di attori che hanno generosamente dato la loro disponibilità a prendere parte all’iniziativa, ideata e curata dalle funzionarie archeologhe Elisa Cella e Federica Rinaldi. Ad aprire il percorso sarà Massimo Ghini, seguito da Giandomenico Cupaiuolo, Giuseppe Cederna e Rosa Diletta Rossi. Le loro voci accompagneranno per dodici puntate il pubblico, portandolo a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta di Firenze. Primo appuntamento (doppio) con le passeggiate dantesche giovedì 25 marzo 2021, alle 21.04, online sugli account social del PArCo: “Introduzione | Paradiso, Canto II, 1-9” con Massimo Ghini, e “Caco, il pastore | Inferno, Canto XXV, 16-33” e con Giuseppe Cederna; 1° aprile 2021, “Enea | Inferno, Canto II, 10-36” con Giandomenico Cupaiuolo; 8 aprile 2021, “Catone l’Uticense | Purgatorio, Canto I, 28-93” con Giuseppe Cederna; 15 aprile 2021, “Cesare | Paradiso, Canto VI, 34-72” con Giandomenico Cupaiuolo; 22 aprile 2021, “Virgilio | Inferno, Canto I, 61-75” con Giandomenico Cupaiuolo; 29 aprile 2021, “Orazio, Ovidio e Lucano | Inferno, Canto IV, 73-102” con Rosa Diletta Rossi; 6 maggio 2021, “Traiano | Purgatorio, Canto X, 70-93” con Giuseppe Cederna; 13 maggio 2021, “Giustiniano | Paradiso, Canto VI, 1-27” con Massimo Ghini; 20 maggio 2021, “Apollo | Paradiso, Canto I, 13-36” con Rosa Diletta Rossi; 27 maggio 2021, “Venere | Paradiso, Canto VIII, 1-39” con Rosa Diletta Rossi; 3 giugno 2021, “San Pietro | Paradiso, Canto XXIV, 52-75” con Massimo Ghini.

Giornata nazionale del Paesaggio. Il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani. Sul Palatino piantata l’uva pantastica, un antico vitigno confermato dalle fonti

Esplosione di fiori nel parco archeologico del Colosseo, una grande area verde nel cuore di Roma (foto PArCo)

Nella Giornata nazionale del Paesaggio il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per valorizzare al massimo l’eccezionale ambiente naturale che ci è stato affidato e per dare un contributo allo sviluppo dell’economia sostenibile nei suoi diversi aspetti. Il parco archeologico del Colosseo non è solo un sito archeologico, ma anche una grande area verde che si estende per più di 40 ettari (considerando solo il territorio del Foro Romano e del Palatino) nel cuore della città di Roma. Un “parco naturale” in cui la vegetazione spontanea, tipica dell’area mediterranea, convive con i grandi alberi piantati negli ultimi secoli, allo scopo di far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani che, in fasi successive, hanno abbellito la sommità dell’antico colle. Quest’area verde è stata scelta come habitat da una nutrita fauna di piccoli mammiferi, rettili, insetti e uccelli.

roma_Logo-PArCo-GREEN-con-albero

Il logo del progetto PArCo Green

Il progetto prende spunto dal concetto molto ampio di “Green Economy” o “Economia Verde” e comprende molte iniziative differenti, accomunate dallo scopo di ridurre l’impatto ambientale, quindi di diminuire l’inquinamento, di conservare l’ecosistema e la biodiversità, promuovendo un modo di vivere maggiormente “in accordo” con il nostro ambiente naturale, utilizzandone le risorse in maniera corretta e senza danneggiarlo. Le nostre attività spaziano dal riciclo dei rifiuti e dei materiali alla realizzazione di progetti pilota di restauro ecosostenibile; dalla raccolta delle piante e dei frutti spontanei del Parco alla messa a dimora di essenze antiche e rinascimentali legate alla storia del nostro sito, e ancora molto altro. In collaborazione con il Servizio Educazione Didattica e Formazione abbiamo inoltre realizzato progetti di educazione alla green economy, rivolti ai nostri visitatori di tutte le età… e oggi più che mai anche ai nostri visitatori virtuali.

La Vigna Barberini sul colle Palatino a Roma (foto PArCo)

Un vitigno antico: l’uva pantastica a Vigna Barberini. La ricerca storica e archeologica sui vini di eccellenza nell’antica Roma ha portato alla conoscenza di un antichissimo vitigno autoctono che Plinio chiama “uva pantastica”, da cui deriva il vino Bellone, coltivato nella provincia di Roma e in quella di Latina. La coltivazione della vite è sempre stata di rilevante importanza per tutte le civiltà che si sono susseguite nel corso della storia ed ebbe un ruolo molto importante anche nel corso della civiltà romana. I Romani furono eccellenti viticoltori: sono state infatti ritrovate tracce archeologiche di trincee della coltivazione della vite, per lo più a filari, spesso anche ad alberello per la vite così detta “maritata”.

Vigneti sul colle Palatino in un’antica mappa (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo conserva ancora nella sua toponomastica delle aree chiamate “vigna”, nel senso più esteso del termine, ovvero orti, e nelle indagini archeologiche e nelle carte storiche la presenza dei vigneti è ben documentata. Da qui l’idea di impiantare una piccola vigna, in un ambito del Colle Palatino denominato appunto “Vigna Barberini”, dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà. Attualmente una piccola area della terrazza accoglie già delle piante da frutto, il fico sacro delle origini e altre tra le più antiche specie. I lavori sono in procinto di aver inizio dato il periodo favorevole nella nostra zona climatica, per l’impianto del vigneto.

Roma. Presentato in Curia Iulia da Emanuele Papi e Paola Quaranta il nuovo libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma”, un racconto mitico, sacrale, rituale e storico che svela il significato più profondo del luogo dove Roma è stata fondata

Il plastico delle capanne del Germalus realizzato nel 1950 dall’architetto Alberto Davico, e conservato al museo Palatino (foto PArCo)

Un racconto mitico, sacrale, rituale e storico che svela il significato più profondo del luogo dove Roma è stata fondata. Ecco il nuovissimo libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” (Laterza, 2021) presentato giovedì 11 marzo 2021 in Curia Iulia nel Foro Romano nell’ambito dei “Dialoghi in Curia” promossi dal Parco archeologico del Colosseo. Il volume indaga l’essenza mitica e storico-archeologica del monte Germalus sul Palatino, con una ricerca nuova e sistematica: dal ritrovamento dell’altare e del penetrale di Pales ai nuovi studi sui templi di altri culti femminili e sulle capanne prima dei capi locali, poi del primo re; dal riesame del palazzo di Augusto alla riconsiderazione delle diverse fondazioni dell’abitato sul Tevere. Sono intervenuti Emanuele Papi direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, e Paola Quaranta funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo, responsabile dell’area del Palatino. Sulle pagine social del PArCo il resoconto dell’interessante incontro.

dal-mostro-al-principe_carandini-carafa_laterza_copertina

La copertina del libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” (Laterza, 2021)

I misteri delle origini di Roma si annidano nei 31 ettari del Palatino che si affacciano sul Tevere, lì dove un tempo si ergeva il monte Germalus: prima villaggio dei Velienses, poi centro ‘proto-urbano’ del Septimontium e infine urbs Roma. Tre abitati forse tutti fondati tra il 1050 e il 750 a.C., nel giorno di un capodanno pastorale anteriore alla città fissato al 21 aprile. Metà di questo monte è rimasta un luogo di culti e di memorie, l’unico risparmiato dai palazzi dei principi; l’altra metà è stata occupata dal primo palazzo di Augusto, che ha rifondato la città nella casa-santuario da cui governava l’impero come principe e pontefice massimo. “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” indaga l’essenza mitica e storico-archeologica del monte Germalus, con una ricerca nuova e sistematica: dal ritrovamento dell’altare e del penetrale di Pales ai nuovi studi sui templi di altri culti femminili e sulle capanne prima dei capi locali, poi del primo re; dal riesame del palazzo di Augusto, che ne propone una ricostruzione nuova sotto numerosi aspetti, alla riconsiderazione delle diverse fondazioni dell’abitato sul Tevere.

Roma. Il Parco archeologico del Colosseo riapre al pubblico lunedì 1° febbraio 2021 con un concerto della speranza in diretta streaming. Al Colosseo percorso unico, Foro e Palatino accessibili. Ingressi contingentati in sicurezza

Ci siamo. Il 1° febbraio il parco archeologico del Colosseo riapre i cancelli, nel segno della speranza. Il Colosseo, il Foro Romano e il Palatino saranno aperti al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 16.30 (con ultimo ingresso alle 15.30) e, come da disposizioni governative, chiusi nel fine settimana. Durante la visita saranno applicate le medesime misure di sicurezza già sperimentate con successo in occasione della prima riapertura del 1° giugno 2020: i visitatori, preventivamente dotati di mascherina, dovranno obbligatoriamente sottoporsi alla misurazione della temperatura mediante termoscanner. Il percorso, al Colosseo, seguirà un tracciato a senso unico. L’accessibilità è sempre assicurata con l’assistenza ai pubblici fragili e l’utilizzo degli ascensori, con interventi sistematici di igienizzazione. Il biglietto ordinario d’ingresso è di 16 euro, ridotto 2 euro, e acquistabile online sul sito ufficiale www.parcocolosseo.it e sul sito del concessionario www.coopculture.it. Il biglietto, con orario d’ingresso predeterminato per la visita al Colosseo, così da garantire il necessario distanziamento dei visitatori, è collegato all’APP gratuita ParcoColosseo che contiene le mappe dei percorsi, i contenuti storici e tutte le informazioni utili alla visita. Per il momento non potranno essere accessibili, a causa delle misure contenitive legate all’emergenza sanitaria, gli spazi chiusi del PArCo: Domus Aurea, Santa Maria Antiqua, Rampa Domizianea, Museo Palatino, Casa di Augusto e Casa di Livia, Criptoportico Neroniano e Aula Isiaca.

La locandina del concerto della speranza dall’arena del Colosseo nel giorno della riapertura al pubblico (foto PArCo)

Concerto della speranza per la riapertura. “Con la consapevolezza che l’arte aiuta a superare momenti difficili come quelli che stiamo vivendo”, spiega la direzione, “il Parco archeologico del Colosseo offre ai visitatori che saranno presenti lunedì 1° febbraio, giornata di riapertura, e in diretta streaming sulla pagina Facebook per l’ampio pubblico che continua a seguire le numerose attività promosse sui canali social del PArCo, un concerto degli allievi del Conservatorio di S. Cecilia che si terrà sul piano dell’arena del Colosseo alle 12.30”. Sull’arena del Colosseo, dunque, gli Allievi del Conservatorio di S. Cecilia: Olimpia Pagni, soprano; Sara Tiburzi, mezzosoprano; Marco Ciardo, tenore; al pianoforte: Maestro Giuseppe Massimo Sabatini; direttore artistico: Maestro Stella Parenti. Il programma. Da “Così fan tutte” W. A. Mozart: Un aura amorosa; dalla “Bohème” G. Puccini: Quando meno vo’; dalla “Carmen” di Bizet: Habanera; da “Lakmé” di Léo Delibes: “Duetto dei fiori”; da “La Rondine” G. Puccini: “Chi il bel sogno di Doretta”; da “Sansone e Dalila” di Saint Saens: “Mon coeur s’ouvre à ta voix”; “La vie en rose” di Édith Piaf, eseguita a tre voci; dalla “Traviata” di G. Verdi: “Brindisi”. Diretta Facebook, in streaming sul canale Youtube #ParcoColosseo.

La mappa del percorso a senso unico da 45′ con “Il Colosseo si racconta” (foto PArCo)

Colosseo: il Colosseo si racconta (durata stimata 45 minuti). Il percorso a senso unico permetterà di visitare il I ordine dell’anfiteatro – senza passaggio sull’arena – con affaccio ai sotterranei, salire al II ordine attraversando gli spazi dell’esposizione permanente “Il Colosseo si racconta”, in cui è narrata in 11 tappe la storia del monumento, e arrivare fino alla terrazza Valadier con vista sulla piazza del Colosseo. Lungo il percorso, e precisamente all’interno della Porta Triumphalis sul lato occidentale del monumento, sarà possibile tornare ad ammirare il dipinto murale con la raffigurazione della veduta di Gerusalemme, così come restituito dal recente intervento di restauro. In un primo momento sarà attivo il solo ingresso Valadier. Presso l’ingresso sarà garantita la connettività free WI-FI necessaria sia all’eventuale acquisto del biglietto che a scaricare l’APP gratuita. In questa fase si prevede la possibilità di accogliere un numero massimo di 1.200 visitatori al giorno (ca. 240 l’ora). Visite contingentate con prenotazione oraria obbligata con gruppi di max. 20 unità, che partiranno scaglionati ogni 5 minuti. Ingresso Valadier (attuale ingresso singoli). Al momento non sarà attivo il servizio di visita guidata.

Panorama del Foro Romano (foto PArCo)

Per l’area archeologica del Foro Romano-Palatino, che si configura come spazio aperto e quindi assimilabile a parchi e giardini, sarà aperta un unico ingresso dalla via Sacra/arco di Tito, con orario libero ma mantenendo il costante controllo dei flussi. L’uscita sarà consentita da arco di Tito, dalla Salara Vecchia e da via del Foro Romano. L’intera area sarà percorribile: dall’arco di Settimio Severo all’arco di Tito fino ai rinnovati Horti Farnesiani, dalle cosiddette terme di Elagabalo alla Vigna Barberini, attraversando la Domus Augustana e la Domus Flavia con il sempre suggestivo affaccio sullo Stadio palatino. Anche in questo caso il WI-FI attivo nei pressi dell’accesso permetterà sia l’acquisto del titolo di ingresso che di scaricare la APP gratuita.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Nona puntata: il Palatino neogotico con Villa Mills

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa nona puntata scopriamo il Palatino neogotico con Villa Mills.

Villa Mills sul Palatino prima della demolizione (foto PArCo)
roma_palatino_villa-mills_operai-per-la-demolizione_foto-PArCo

Operai impegnati nel lavori di demolizione di Villa Mills sul Palatino (foto PArCo)

Nel corso dei secoli il Palatino si era trasformato in un luogo signorile dove le importanti famiglie romane stabilirono le loro dimore. Già a partire dal XIV secolo, tra la Domus Flavia e lo Stadio, era sorta la villa fatta costruire dalla famiglia Stati e poi acquistata nel Cinquecento dai Mattei. Su questa, secoli dopo, si impostò Villa Mills così chiamata dallo scozzese Charles Mills, che la acquistò e la modificò eliminando le precedenti strutture rinascimentali e donandole il caratteristico aspetto neogotico, che oggi conosciamo solamente grazie alla documentazione fotografica: la villa infatti fu quasi interamente demolita tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900 da Alfonso Bartoli, quando iniziarono gli scavi sistematici volti a riportare alla luce le rovine imperiali.

Villa Mills, all’estrema destra è visibile l’edificio che oggi ospita il museo Palatino (foto PArCo)
roma_palatino_villa-mills_interno_foto-PArCo

L’interno di Villa Mills durante i lavori di demolizione (foto PArCo)

L’unica sezione che rimane della Villa rinascimentale è la piccola loggia conosciuta come Loggia Mattei, ancora visitabile, che fu decorata da Baldassarre Peruzzi o dalla sua bottega. L’edificio che oggi ospita il Museo Palatino è parte della più recente struttura fatta costruire dalle monache della Visitazione nel 1868 come convento e poi trasformato in Museo da Bartoli per conservare i materiali che gli scavi man mano stavano riportando alla luce. Probabilmente uno degli ultimi che ebbe il piacere di vedere la Villa fu Stendhal che la visitò nel primo quarto del XIX secolo e la citò nella sua celebre opera “Passeggiate romane”, definendola una delle cose notevoli da vedere a Roma.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Ottava puntata: gli Horti Farnesiani, dai Farnese a Pietro Rosa e Giacomo Boni

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa ottava puntata scopriamo gli Horti Farnesiani: dai Farnese a Pietro Rosa e Giacomo Boni.

Veduta della Casina Farnese del Belvedere sul Palatino, al di sopra dei resti del Palazzo imperiale (foto PArCo)

Nel Rinascimento il colle Palatino fu scelto dalla potente famiglia dei Farnese per realizzare un grande giardino privato con viali, alberi, aiuole, fontane, nuovi edifici e una collezione di opere d’arte. Il contenuto mitico e ideologico del luogo, legato alla fondazione di Roma e sede del potere imperiale, rendeva infatti il Palatino con il suo nuovo giardino uno strumento di affermazione della famiglia, che con Paolo III Farnese aveva raggiunto il soglio pontificio (1534-1549). L’Antico era elemento fondante della concezione del giardino: sul colle si potevano ammirare non solo i resti dei Palazzi imperiali ma anche le sculture della collezione privata. Umanisti e antichisti come Fulvio Orsini e Pirro Ligorio furono solo alcuni degli ispiratori del progetto. Gli Horti Farnesiani erano in realtà un luogo per la meditazione e per l’intrattenimento, destinato al tempo libero e non una vera e propria residenza. Soltanto un edificio infatti, oggi non più conservato, era attrezzato con camere, soggiorno e una cucina. Il giardino divenne così cornice di cacce, feste e banchetti, ma anche di visite all’orto botanico e alle collezioni di antichità.

Pianta del giardino del Ser.mo duca di Parma su l’Monte Palatino, di Giovanni Battista Falda, in Li giardini di Roma, 1683, da G. Morganti (a cura di), Nel fascino degli Orti Farnesiani, 2018 (foto PArCo)

Un’incisione di Giovanni Battista Falda del 1667 mostra in maniera idealizzata l’assetto degli Orti. La storia della loro realizzazione si svolge attraverso il tempo in quasi cento anni. Dall’acquisto dei terreni con il cardinale Alessandro Farnese nel 1537, al primo intervento edilizio sistematico a partire dal 1569 che sfrutta i resti della Domus Tiberiana, con il grande portale rivolto verso il Foro Romano (oggi collocato in via di San Gregorio), la Casina del Belvedere con i celebri affreschi, il Ninfeo degli Specchi, fino agli ultimi interventi di Odoardo duca di Parma, che nel 1628 sposò Margherita de’ Medici, con la realizzazione delle due Uccelliere. Dopo un lungo declino, a partire dal XIX secolo gli Orti ricominciarono ad essere ‘abitati’: con Pietro Rosa, direttore degli scavi incaricato da Napoleone III, le Uccelliere furono trasformate in residenza privata e anche Giacomo Boni le scelse come luogo eletto.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Settima puntata: il Palatino nel Medioevo con i monasteri

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa settima puntata si parla del Palatino nel Medioevo quando vengono edificati i monasteri.

Veduta generale dell’area di Vigna Barberini sul Palatino con le chiese di San Sebastiano (in alto a sinistra) e di San Bonaventura (in basso al centro) (foto PArCo)

Il Palatino viene spesso ricordato come sede dei palazzi imperiali; a partire dal Medioevo, tuttavia, sulla collina furono costruiti anche numerosi conventi, che contribuirono a mantenere il prestigio del colle e a conservarne la funzione abitativa dopo l’abbandono delle residenze imperiali. Oggi, sull’area di Vigna Barberini possiamo vedere la chiesa e il monastero di San Sebastiano, collegati internamente, e la chiesa di San Bonaventura con un giardino e un orto panoramici-

La chiesa di San Sebastiano, costruita sull’antico Tempio di Elagabalo sul Palatino; sulla facciata lo stemma papale (foto PArCo)

Tra i complessi più importanti c’è la chiesa di San Sebastiano, costruita probabilmente nel X secolo nel luogo del martirio del santo, che la tradizione collocava “ad gradus Elagabali”, ossia “sulle gradinate del tempio di Elagabalo” realizzato nel III sec d.C. nell’area dell’attuale Vigna Barberini. Già dal secolo XI è segnalato un monastero abitato dai Benedettini che ebbe poi un periodo di decadenza nel XIII e fu abbandonato. Solo nel 1630 San Sebastiano fu oggetto di un importante restauro da parte della famiglia Barberini, quando Urbano VIII acquistò la proprietà su cui sorgevano chiesa e monastero e affidò il restauro all’architetto Luigi Arrigucci. In questo momento furono distrutti gli affreschi medievali, risparmiando solo quelli dell’abside. L’effettiva intitolazione a San Sebastiano ci fu nel 1650 come testimonia la lapide al centro del portale. Un’epigrafe all’interno della chiesa testimonia che nel 1675 fu concessa temporaneamente ai Francescani della vicina San Bonaventura.

La chiesa di San Bonaventura sul Palatino, veduta dall’area di Vigna Barberini. In primo piano l’opera d’arte contemporanea Anello di Francesco Arena (2020) (foto PArCo)

Infatti, più tardo è il convento di San Bonaventura al Palatino, fondato dal beato Bonaventura da Barcellona, che nel 1675 ottenne il permesso dal cardinale Francesco Barberini di costruire un “ritiro” sulla sommità del Palatino, sulle rovine di una cisterna dell’acquedotto Claudio. Nonostante il terreno difficile, nel 1676 furono avviati i lavori per la costruzione di una chiesa e un convento. Nel 1689, a cinque anni dalla morte di fra Bonaventura, la chiesa fu consacrata.

Alla fine della via di San Bonaventura, la semplice facciata della chiesa. Nell’ultimo tratto della strada inizia la Via Crucis; le nicchie sono visibili a sinistra e sulla facciata della chiesa dove il percorso si conclude (foto PArCo)

Il convento di San Bonaventura è raggiungibile grazie alla stretta stradina in salita che termina proprio sul sagrato. Essa è ornata nell’ultimo tratto dalle nicchie della Via Crucis erette nel 1731 per opera di Leonardo da Porto Maurizio che risiedé nel convento dal 1730 al 1751. Inizialmente le scene nelle nicchie erano dipinte ma, a causa dei danni dovuti all’umidità, nel 1772 ne furono inaugurate di nuove, in terracotta dipinta, realizzate dallo scultore Giuseppe Franchi e da padre Corrado da Rimini.

roma_palatino_area-vigna-barberini_chiesa-san-bonaventura_lapide-lavori-ottocenteschi_foto-PArCo

Lapide all’interno della chiesa di San Bonaventura sui lavori ottocenteschi (foto PArCo)

L’attuale aspetto ottocentesco della chiesa è riconducibile, come testimonia la lapide sulla parete sinistra accanto all’ingresso, ai lavori voluti dal cardinale Antonio Tosti, che sostituirono la copertura, originariamente a capriata, con volta a botte dipinta a cassettoni e rinnovarono gli altari e i pavimenti.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Sesta puntata: la fase dopo i palazzi, la domus tardo antica

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa sesta puntata si parla della fase dopo i palazzi: la domus tardo antica.

Un uccellino dipinto sulle pareti della domus tardo antica sul Palatino (foto PArCo)
roma_palatino_domus-tardo-antica_decorazioni_1_foto-PArCo

Dettaglio della decorazione parietale della domus tardo antica sul Palatino (foto PArCo)

roma_palatino_domus-tardo-antica_pavimento-musivo_foto-PArCo

Il pavimento musivo della domus tardo antica sul Palatino (foto PArCo)

roma_palatino_domus-tardo-antica_planimetria_da-hostetter_foto-PArCo

La planimetria della domus tardo antica sul Palatino, da E. Hostetter et al, A late Roman Domus with apsidal hall on the Palatine, in Journal of Roman Archaeology, 11, 1994 (foto PArCo)

Con la costruzione della Domus Flavia, che si aggiunse alla Tiberiana, il Palatino era quasi completamente occupato dai palazzi del potere, con cui ormai era identificato nell’immaginario collettivo, al punto che il nome Palatium ha assunto poi in molte lingue del mondo il significato di “edificio residenziale di carattere monumentale”. Le abitazioni private non scomparvero però del tutto dalla collina: sulle pendici orientali, in corrispondenza dell’arco di Costantino, alcuni scavi condotti dalla soprintendenza Archeologica e dall’American Academy in Rome, misero in luce, tra il 1989 ed il 1991, i resti di una grande domus. Organizzata su più livelli digradanti verso la moderna via di San Gregorio, l’abitazione, che comprende strutture di età neroniana e antonina, fu ampliata e ristrutturata all’inizio del III secolo. A questo periodo risalgono le decorazioni conservate in uno degli ambienti scavati: un mosaico bianco e nero con fiori a quattro petali, rigoroso nella sua partizione geometrica, a cui fanno da contrappunto pitture a fondo bianco. Eseguita con uno stile semplice, ma aggraziato, la decorazione pittorica presenta il tipico schema tripartito, senza traccia di prospettiva, con edicole disegnate in colore rosso bruno; gli animali, gli uccellini e le ghirlande che le riempiono conferiscono luminosità e un tocco di leggerezza a questa piccola stanza, l’unica della grande domus ad aver superato quasi intatta il passare dei secoli. La ricca casa, i cui antichi proprietari restano sconosciuti, sembra avere avuto una vita breve: già nella prima metà del IV secolo infatti alcuni ambienti vennero abbandonati ed interrati; altri, tra cui la piccola stanza decorata e un’aula absidata aggiunta nel corso del III secolo, rimasero invece in uso, anche se non sappiamo con quale funzione, fino a poco prima del 600 d.C.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Quinta puntata: la Domus Flavia, il palazzo per eccellenza

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa quinta puntata si parla della Domus Flavia, il palazzo per eccellenza.

Domus Flavia: veduta generale con al centro la grande fontana ottagonale del peristilio, l’Aula Regia sullo sfondo e alla sua sinistra la Basilica. Gli spazi chiusi avevano porte di accesso che comunicavano direttamente con l’esterno del palazzo (foto PArCo)

Con l’evolversi della figura del princeps e con il ruolo politico che andava man mano assumendo cambia anche la configurazione funzionale del palazzo dell’imperatore. Il processo inizia con l’introduzione del nuovo sistema politico proposto da Augusto che prevedeva la gestione di nuovi servizi dello Stato da parte del princeps. Questo comportò man mano l’espansione del palazzo imperiale che richiedeva più spazio per uffici e archivi ma anche ambienti per svolgere le cerimonie della salutatio e del convivium, le due funzioni pubbliche per eccellenza. Con Domiziano, l’ultimo dei Flavi, si arriva alla costruzione di un palazzo imperiale che occupa l’intero colle e che doveva, fisicamente e materialmente, sovrastare i comuni mortali, quasi una dimora celeste. Nasce così una nuova tipologia architettonica: il palazzo dinastico.

Pianta del Palazzo imperiale. Evidenziati i diversi settori del Palazzo: Domus Flavia e Domus Augustana (foto PArCo da F. Coarelli, Roma. Guide archeologiche Mondadori)

Il complesso residenziale si articola principalmente in due settori: uno pubblico, la Domus Flavia, ed uno privato, la Domus Augustana, costruiti e progettati, secondo le fonti, da Rabirio, uno dei pochi architetti romani di cui conosciamo il nome. La denominazione di Domus Augustana, utilizzata oggi per indicare solo il settore privato della residenza, doveva in realtà indicare tutto il complesso, che occupava la zona meridionale del colle, per distinguerlo dal settore a Nord conosciuto come Domus Tiberiana.

Domus Augustana: piano inferiore, cortile con fontana monumentale con motivo di quattro pelte contrapposte (scudi di Amazzoni) (foto PArCo)

Non tradendo la funzione abitativa del colle, la residenza degli imperatori andò a sovrapporsi, e ovviamente obliterò, il quartiere abitativo tardo-repubblicano e parte delle residenze neroniane. Osservando oggi l’imponenza dei resti in laterizio, possiamo solo immaginare come si presentasse l’antica e ricca residenza un tempo rivestita di marmi policromi, con ampi cortili colonnati e numerose stanze affrescate: tutti questi elementi giocheranno un ruolo fondamentale nella formazione di un nuovo linguaggio architettonico. Questo grande intervento delineò una nuova fisionomia del colle: per la sua costruzione furono innalzati cumuli di terra e realizzati terrazzamenti che modificarono l’assetto originario del terreno, creando così “una dimora alta come il cielo”, come ci racconta Marziale (Epigr. VIII, 26. 12).

Peristilio della Domus Flavia con fontana-labirinto ottagonale un tempo circondata da un portico di colonne di marmo numidico. Oggi, quest’ultimo, possiamo solo immaginarlo grazie a basi e frammenti di fusti e capitelli visibili in primo piano e a destra. In secondo piano, a sinistra, il Museo Palatino e, a destra, la Casina Farnese (foto PArCo)

Le strutture della Domus Flavia, ai nostri occhi così imponenti e maestose, non dovevano comunque essere “abbastanza” come residenza privata dell’imperatore. Grazie a quanto riportato da Svetonio, capiamo infatti che gli imperatori, a partire dal primo della dinastia Flavia, non risiedevano in modo stabile sul Palatino, ma commissionavano anche costruzioni di residenze lussuose fuori dall’Urbs dove soggiornavano per lunghi periodi.

Domus Flavia: sul lato meridionale del peristilio la cd. Cenatio Iovis, sala dei banchetti, si contrappone all’Aula Regia sul lato settentrionale e si apriva su aree scoperte con giochi d’acqua. In primo piano il pavimento in opus sectile restaurato da Giacomo Boni (foto PArCo)

Così il fulcro della Domus Flavia era costituito di fatto dagli spazi destinati ai momenti pubblici. Su un maestoso peristilio, con al centro una grande fontana ottagonale, si affacciavano vari ambienti: a settentrione l’Aula Regia dove dovevano tenersi le udienze e gli incontri ufficiali della corte imperiale e, a Ovest dell’Aula Regia, la Basilica; sul lato meridionale la sala da pranzo dell’imperatore: la celebre Cenatio Iovis. Qui gli invitati mangiavano sdraiati sui triclini mentre erano allietati da giochi d’acqua e, quando necessario, godevano della sala riscaldata: questo era possibile grazie a un sistema con doppio piano pavimentale (suspensurae) che permetteva la circolazione di aria calda.

Parco archeologico del Colosseo. Terza delle tre “Lezioni di archeologia” tenute dal prof. Andrea Carandini. In questa lezione il grande archeologo dimostra perché il 21 aprile è proprio il Natale di Roma

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Nel terzo e ultimo appuntamento delle “Lezioni di archeologia” con il prof. Andrea Carandini promosse dal Parco archeologico del Colosseo, di cui l’eminente professore e famoso archeologo è membro del comitato scientifico, il PArCo ripropone intervento del professor Andrea Carandini realizzato durante il lockdown di primavera per il 21 aprile: così dopo aver magistralmente spiegato, con parole semplici e immagini esemplificative, cos’è e come si fa uno scavo stratigrafico, e aver illustrato il “suo” scavo sul Palatino, che si snoda come un viaggio a ritroso nel tempo, dove ha definito le origini di Roma, dal Septimontium alla città romulea dell’VIII sec. a.C. all’ampliamento dell’urbe con la Roma murata del re Servio Tullio nel 530 a.C., in questa lezione il prof. Carandini ci dimostra che “il 21 aprile è proprio il Natale di Roma”.

“Oggi è il 21 aprile, noto come Natale di Roma. Chiedo: è una falsità, un’invenzione tarda – per dire del III sec. d.C. riguardo ad avvenimenti dell’VIII sec. a.C.? o è una verità per cui ha un senso celebrare i Natali di Roma? Io credo che abbia una verità perché, anche se la leggenda dice che Roma è nata dal nulla, i grandi antiquari di Roma come Varrone dicevano che “dove ora è Roma c’era un tempo il Septimontium”. Quindi prima di Roma esisteva un abitato che si chiamava Septimontium, e questo dato è confermato pure dallo stesso 21 aprile che noi sappiamo essere il più antico Capodanno dei latini legato alla vita pastorale, anteriore al 1° di marzo che è il Capodanno della città fondata da Romolo. Quindi è un più antico Capodanno ed è su quel Capodanno antico che Romolo ha voluto fondare la città intorno alla metà dell’VIII secolo, quindi intorno al 750 a.C. Il 21 aprile era la festa di Pales, una divinità che non si capiva bene se era maschio o femmina, che non si capiva se era uno o due, ma era legata alla pastorizia, agli armenti, ed era la divinità soprattutto del Cermalus, che era un angoletto del Palatino dove Roma era stata effettivamente fondata. Quindi era la dea locale del luogo dove è stata fondata Roma. Tutto questo era ragionevole. Poi io ho scavato per 35 anni sul Palatino, tra il Palatino e il Foro, e ho scoperto la grande Roma dei Tarquini, alla quale molti storici non credevano, e addirittura la Roma romulea, alla quale gli storici in gran parte non credono per niente, e addirittura la Roma prima di Roma, cioè il Septimontium. Quindi con l’archeologia ho riguadagnato secoli e secoli di storia, almeno tre e mezzo, che erano stati negati dagli storici nel più grande fallimento della cultura umanistica occidentale. È molto molto probabile che un abitato, che si chiamava Settemonti e che quindi era un aggregato di monti ma non era ancora una città, sia stato trasformato da un primo capo o re, come Romolo, intorno alla metà dell’VIII sec. in una città che aveva un colle benedetto, il Palatino, quindi superiore agli altri colli, e poi aveva un centro politico-sacrale nel Foro e nel Campidoglio dove il re governava davanti ai rappresentanti dei vari rioni. Tutto questo è stato trovato negli strati, scavandoli uno a uno, e scendendo nel VII, nell’VIII e nel IX, e a volte addirittura nel X sec. a.C. Non dimentichiamo che nell’antichità le città non si fondavano, erano degli atti religiosi e sacrali che segnavano un nuovo inizio che ovviamente aveva bisogno di una grande personalità come Romolo, ritenuto addirittura figlio di Marte, quindi una specie di eroe, che potesse dare effettivamente un nuovo inizio a Roma come città, quindi come urbs”.