“Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale”: presenze e relazioni fra culture e popoli diversi del Mediterraneo nella Calabria nel I millennio a.C. Il volume presentato al museo Archeologico di Capo Colonna (Crotone) nell’ambito di Discover Museums
L’obiettivo del progetto di ricerca e di valorizzazione del patrimonio storico-archeologico regionale promosso dall’università della Calabria era quello di far emergere con adeguata evidenza il quadro variegato di presenze e di relazioni fra culture e popoli diversi del Mediterraneo fiorite all’interno della Calabria nel primo millennio a.C. L’esito di questo progetto è stato raccolto nel volume “Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale”, a cura di Giovanna De Sensi Sestito e Stefania Mancuso (Rubbettino Editore 2017) che, per iniziativa del Polo museale della Calabria, è stato presentato il 2 settembre 2018 al museo Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone) in occasione dell’evento Discover Museums promosso da UniCal, un percorso che invita alla scoperta del patrimonio culturale regionale e si realizza proprio nell’anno che l’Europa dedica alle sue risorse culturali. Discover Museums è stato pensato proprio perché questo è l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e la Calabria possiede così tante risorse culturali da poter rispondere straordinariamente all’appello dell’Europa. All’insegna della scoperta e della valorizzazione dei tesori museali della Calabria, Discover Museums ha fatto da prologo alla tanto attesa Notte dei Ricercatori 2018 – “SuperScienceMe – REseArCH in your REACH”, quest’anno annoverata tra i progetti ufficialmente riconosciuti dall’Unione Europea. Il grande evento scientifico che quest’anno coinvolge tutti gli atenei calabresi, la Regione Calabria, il CNR è per venerdì 28 settembre 2018, cioè l’ultimo venerdì del mese. E quest’anno oltre all’università della Calabria, che è l’ideatrice del format calabrese dell’evento scientifico, la Notte dei Ricercatori si svolgerà anche negli atenei di Catanzaro e Reggio Calabria, in collaborazione con molti istituti del CNR e in sinergia con il Dipartimento Programmazione Nazionale e Comunitaria della Regione Calabria e FinCalabra.
Il libro “Enotri e Brettii in Magna Grecia”. La denominazione, geografica e culturale insieme, di Magna Grecia utilizzata in senso lato per designare la regione, esprime in forma emblematica il profondo grado di permeabilità dimostrato dalle culture italiche, di epoca protostorica e storica, nel recepire apporti culturali esterni, e greci in particolare, pur senza perdere la loro specifica identità. I saggi raccolti nel volume ne offrono ampia documentazione. La ricchezza del patrimonio storico e archeologico calabrese, dalla protostoria all’età ellenistica non si esaurisce infatti nello splendore della cultura delle città magno-greche fiorite lungo le coste ionica e tirrenica, ma include la serie di insediamenti degli Enotri che con esse avevano in varie forme interagito fino all’epoca classica e di quelli dei Brettii strutturatisi dalla metà del IV secolo a.C. in poi, disseminati nelle aree collinari a controllo dei punti di accesso dalla costa e della viabilità interna.
Ercolano. Un team internazionale del Cnr è riuscito a leggere (senza aprirli) due rotoli papiracei della famosa Villa dei Papiri dove fu rinvenuta l’unica biblioteca conservata del mondo antico: “Un risultato eccezionale”
Era il 19 ottobre 1752 quando a Ercolano, in fondo a un pozzo profondo molti metri scavato nella lava, le ricerche dirette da Roque de Alcubierrre, affiancato da Karl Weber, portarono a scoprire 1800 rotoli papiracei, l’unica biblioteca completa giuntaci dal mondo antico. Fu proprio quell’eccezionale rinvenimento che diede il nome alla villa, la Villa dei Papiri, realizzata dalla famiglia dei Pisoni, rimasta sommersa nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da una colata di fango. E sedici secoli dopo, nel 1631, un’ennesima eruzione coprì la zona sotto uno spesso strato di lava. E la villa di Papiri fu sepolta da venticinque ai trenta metri di materiale piroclastico. La prima fase di scavi si concluse nel 1761; un’ulteriore, breve, campagna di indagini si ebbe tra il 1764 ed il 1765 con la partecipazione di Francisco la Vega e Camillo Paderni: in seguito, a causa delle esalazioni tossiche di mofete, vennero chiusi tutti i pozzi di aerazione ed i cunicoli. Le indagini della Villa dei Papiri ripresero nel 1980 quando venne nuovamente localizzata, seguendo anche le antiche piante borboniche, mentre le operazioni di scavo a cielo aperto iniziarono nel 1985; un’altra fase di scavo si ebbe tra il 1996 ed il 1998, mentre dal 2002 fu messa in opera un’azione di bonifica tramite l’utilizzo di pompe idrovore, per tenere costantemente all’asciutto la parta esplorata: gli ambienti visibili si limitano all’atrio, alla basis villae ed alcune stanze di un livello inferiore.
Ma se la villa è ancora in gran parte sepolta sotto la lava, i rotoli papiracei, oggi conservati alla Biblioteca nazionale di Napoli, sono disponibili, anche se il loro stato di conservazione li rende fragilissimi. Ma la scienza ci è venuta i soccorso. E con risultati eccezionali. Ora possiamo aprire e leggere virtualmente i famosi papiri di Ercolano. È quanto è riuscito a compiere un team internazionale di ricercatori del Cnr, guidato dagli Istituto di nanotecnologia (Nanotec-Cnr) e Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi-Cnr), unendo varie competenze provenienti dall’ambito della fisica, della matematica, dell’ingegneria, della papirologia fino ad arrivare alla paleografia e alla filologia classica. Lo annuncia la rivista Scientific Reports, che pubblica la ricerca curata da diverse strutture, tra cui l’European Synchrotron Radiation Facility (Esrf) di Grenoble (Francia), il laboratorio di tomografia del Nanotec-Cnr di Roma, i laboratori di fisica dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Università della Calabria. È stata infatti creata una tecnologia all’avanguardia che permette di accedere ai testi contenuti negli antichi rotoli senza svolgerli, così da preservare la loro integrità.
“Abbiamo analizzato due rotoli ercolanesi della collezione con una tecnica avanzata di tomografia a raggi X, solitamente utilizzata in ambito medico, e applicato una serie di algoritmi di analisi dei dati, sviluppati ad-hoc per lo svolgimento virtuale. Questa tecnica che utilizza luce di sincrotrone ha la caratteristica di amplificare il contrasto tra la scrittura e il papiro, così da ndividuare e distinguere al meglio il testo al suo interno”, spiega Alessia Cedola, ricercatrice di Nanotec-Cnr. “Ciò ha permesso un’accurata indagine della struttura interna e della scrittura. Già un altro gruppo del Cnr guidato da Vito Mocella dell’Istituto per la microelettronica e microsistemi ha recentemente applicato la stessa tecnica per lo studio di papiri di Ercolano, ma i risultati ottenuti ora imprimono un impulso significativo allo stato dell’arte attuale, poiché finalmente si è riusciti a svolgere virtualmente i papiri rivelando così una parte significativa del testo, scritto esclusivamente in lingua greca, e nascosto all’interno”. E Graziano Ranocchia di Iliesi-Cnr: “La lettura del testo greco, decifrato grazie alle competenze presenti nel nostro istituto ha dato voce a illustri filosofi greci della scuola di Epicuro e alle loro opere inedite, finora solo in parte riportate alla luce. Tali scoperte potrebbero essere in grado di rivoluzionare le nostre conoscenze nel campo della storia della filosofia antica e della letteratura classica”.
Oltre al contenuto dei testi, l’analisi ha permesso di acquisire altre informazioni preziose. Lo svolgimento dei due rotoli ne ha svelato la storia, portando alla luce elementi interessanti a noi prima ignoti, come tipologie scrittorie diverse, un’erronea associazione di un papiro ad una porzione già scoperta in passato e la presenza di sabbia e piccoli sassi all’interno, probabilmente provenienti dagli eventi catastrofici che precedettero l’eruzione pliniana. “Le molteplici competenze accumulate in questo campo dal Cnr lasciano sperare in una svolta sostanziale nella nostra conoscenza della biblioteca della Villa dei Papiri”, concludono i direttori degli Istituti Iliesi e Nanotec-Cnr, rispettivamente Antonio Lamarra e Giuseppe Gigli.
Antico Egitto. Il pugnale di ferro di Tutankhamon è di origine extraterrestre. Le analisi prodotte da un team italo-egiziano: il “ferro del cielo” (come ricordano i papiri) contiene nichel e cobalto in concentrazioni tipiche dei meteoriti

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

Il prof. Francesco Porcelli
Il pugnale di ferro di Tutankhamon ha origini extraterrestri. A metter fine alla discussione tra gli studiosi che va avanti fin dal suo rinvenimento, avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino, nel 1925, è stata la scoperta, pubblicata dalla rivista “Meteoritics and Planetary Science”, portata a termine da un team di ricercatori internazionali – il Politecnico di Milano, l’università di Pisa, il Cnr, il Politecnico di Torino, il museo Egizio del Cairo e l’università di Fayoum, oltre che la ditta XGLab- che ha documentato l’origine meteoritica del ferro della lama del pugnale appartenuto a Tutankhamon. E pensare che la risposta ce l’avevano data proprio gli stessi antichi egizi. Su un papiro dell’antico Egitto vi era scritto che il pugnale era fatto con “ferro del cielo”. L’ipotesi ha appassionato generazioni di studiosi di storia egizia. C e n’erano alcuni che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi»., spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro. Per questo il ritrovamento del pugnale di ferro insieme a un altro d’oro nella mummia di Tutankhamon aprì un dibattito”. Stupiva la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora: il pugnale, lungo circa 15 centimetri, e un manico in oro lavorato, con incastonate piccole pietre multicolori, dai lapislazzuli alle corniole, non era per nulla arrugginito. “Dopo oltre 3mila anni”, scrive lo studioso Fabio Garuti, “nessun segno di ossidazione sul pugnale, e neppure oggi, dopo quasi 100 anni dal ritrovamento”.
La svolta avviene nel 2010 con la scoperta, annunciata dalla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese. “Quando fu scoperto il cratere”, ricorda Porcelli, “parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia di Tut, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti”. Porcelli, per otto anni, fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo, mise insieme il progetto di studio, finanziato dal ministero degli esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano, e portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il museo del Cairo e l’università di Fayyum.

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole
Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio. L’analisi chimica non invasiva ha rivelato che la lama di ferro del pugnale, esposto al Museo Egizio del Cairo, contiene nichel (10%) e cobalto (0.6%) in concentrazioni osservate tipicamente nelle meteoriti metalliche. “L’elevata qualità della manifattura della lama del pugnale, in confronto con altri semplici artefatti realizzati con ferro meteoritico, suggerisce una notevole padronanza nella lavorazione del ferro già all’ epoca di Tutankhamon”. La ricerca conferma, ancora una volta, come nell’Antico Egitto fosse largamente usato il ferro di origine meteorica usato soprattutto per la realizzazione di oggetti di particolare pregio. Alla ricerca hanno partecipato i professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco, del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: i due coordinano il gruppo di ricerca pisano per lo studio delle rocce extraterrestri che vengono catturate dal campo gravitazionale. Quel «ferro del cielo» può essere raccolto ancor oggi da chi abbia voglia di fare spedizioni nei deserti egiziani, dal Sinai al cosiddetto «orientale», compreso tra il corso del Nilo ed il mar Rosso, da sempre particolarmente ricco di minerali.
Il Cnr scopre il falsario che ha seminato finti vasi antichi in molti musei e ingannò pure Mussolini
Li presentava come preziosi reperti del mondo antico, ma era soltanto dei falsi, degli ottimi falsi: così ben fatti da superare l’esame autoptico di fior d esperti, ma non le sofisticate tecnologie degli scienziati del Cnr che sono riusciti a dare un nome al falsario che seminò finti vasi in molti musei anche prestigiosi, e ingannò pure Benito Mussolini: si tratta di Antonino Biondi. Uno studio infatti dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr) ha svelato l’identità del falsario di alcuni vasi e terrecotte del museo di Archeologia dell’Università di Catania, avanzando sospetti sull’autenticità di altre opere ospitate in vari musei nazionali ed esteri e in collezioni private. Secondo i ricercatori si tratta di Antonino Biondi, lo stesso autore che riprodusse sette ritratti policromi di stile ellenistico, donati a Benito Mussolini nel 1939.
Tutto è iniziato con la necessità di “ristudiare” gli oggetti antichi dell’istituto catanese diretto da Daniele Malfitana in vista della pubblicazione della collezione del museo Archeologico dell’università di Catania. È in questa occasione che viene affidata a Giacomo Biondi, archeologo classico dell’Ibam-Cnr, coordinatore dello studio, una campagna di analisi con metodologie non distruttive (Xrd e Pixe-alpha) su alcune opere. Contemporaneamente, Edoardo Tortorici dell’Università, in collaborazione con Graziella Buscemi, ha studiato il carteggio tra gli archeologi dell’epoca in contatto con Centuripe, cittadina siciliana sede in quegli anni di un’agguerrita “scuola” di falsari: provvidenziale si è rivelato il taccuino di Biondi, noto falsario-ricettatore sul quale sin dall’inizio delle ricerche ricadevano i maggiori sospetti. In alcuni schizzi, infatti, si riconosce la mano che ingannò il responsabile della collezione catanese e addirittura Mussolini.
La truffa ai danni di Mussolini è tutta da raccontare. I ritratti dipinti su tondi in terracotta furono infatti personalmente consegnati al Duce da un non disinteressato mecenate che li aveva acquistati per una somma considerevole sul mercato antiquario, dietro intermediazione e consulenza del senatore Pietro Fedele, presidente del Poligrafico dello Stato e della Consulta Araldica e accademico dei Lincei. Nel 1939 furono poi donati, con un’apposita cerimonia, dal ministro all’Educazione nazionale Giuseppe Bottai al Museo di Napoli, ritenuta degna sede delle nuove acquisizioni. Ma dopo la pubblicazione delle opere nella serie dei “Monumenti della pittura antica scoperti in Italia”, nel 1940, uno studioso ne mise però in dubbio l’autenticità causando una vivace disputa accademica, chiusa dalle successive analisi chimico-fisiche che appurarono la modernità dei ritratti, verosimilmente dipinti su supporti antichi e provenienti dall’ambiente centuripino.
Ma – come si diceva – i “colpi” di Antonino Biondi sono stati sicuramente più di uno. Il Cnr ne ha scoperto un altro dell’abile contraffattore. “Le analisi chimiche e fisiche hanno inoltre permesso di distinguere pigmenti antichi e moderni, difficili da individuare in ritocchi e integrazioni di pitture originali con un semplice esame autoptico”, spiega Malfitana. “L’esame dell’epistolario dei collezionisti Paolo Orsi e Guido Libertini ha consentito di ricostruire alcuni retroscena del periodo, in cui nuove leggi (tra cui la famosa legge del 1939, che segna l’introduzione del reperto antico come bene dello Stato) vietarono scavi e compravendita di materiali da parte di privati, leciti fino ad allora”.

Statuine in terracotta ricavate da matrici appartenute allo stesso Biondi e usate dai discendenti per produrre falsi
Grazie a indagini in loco, infine, sono state rintracciate statuine in terracotta ricavate da matrici appartenute allo stesso Biondi e usate dai discendenti per produrre lecitamente copie destinate ad appassionati e turisti. “L’esame delle repliche moderne di statuette fittili ellenistiche, conosciute anche grazie a foto d’epoca, ha permesso di risalire al falsario-ricettatore, il quale, una volta venduta l’opera originale, smerciava vari falsi ricavati con la tecnica del surmoulage (tecnica dello stampaggio)”, precisa Malfitana. “Il caso più emblematico è una maschera di sileno, autentica, venduta negli anni ’30 al museo Archeologico di Siracusa. Una replica è esposta nel museo di Centuripe, che la acquistò negli stessi anni e altre prodotte lecitamente circolano ancora”.





















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