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Ravenna. A sette anni dalla scoperta del Genio delle Acque e a quattro dalla musealizzazione dei pavimenti musivi, presentazione degli studi con il volume “Il Genio delle Acque. Scavi nelle Piazze di Ravenna”

Lo scavo in piazza Anita Garibaldi a Ravenna dove è stata trovata la domus del Genio delle Acque

Il Genio delle Acque sul pavimento musivo della domus in piazza Anita Garibaldi

Nel 2011 il ritrovamento casuale. Il gruppo Hera, la multiutility di Ravenna, doveva realizzare un’isola ecologica interrata in piazza Anita Garibaldi a Ravenna. Il piccone intercettò dei pavimenti musivi particolarmente ricchi di una domus edificata nel I sec. d.C. (e frequentata fino al III secolo d.C.) in un’area periferica rispetto al centro della città romana, a poche centinaia di metri dalla linea di costiera antica. Agli archeologi intervenuti sul posti colpì una figura barbuta che impreziosiva un angolo del pavimento musivo: per tutti, da quel momento, quel volto umano barbuto rappresentava il “genio delle acque”. E la domus scoperta è oggi nota come la domus del Genio delle Acque. Nel 2014, a soli tre anni dal ritrovamento, le pavimentazioni musive sono già state restaurate, studiate e possono essere esposte permanentemente nel museo Tamo Tutta l’Avventura del Mosaico), il museo di Ravenna dedicato al museo antico e contemporaneo. “Questo scavo”, ricordava l’allora soprintendente ai Beni archeologici dell’Emilia-Romagna, Marco Edoardo Minoja, “ha consentito di aprire un nuovo capitolo sulla storia dell’espansione urbana di Ravenna, rappresentando nel contempo un complesso spaccato della storia urbana di questa zona della città dalla prima età imperiale all’alto medioevo. L’importanza della scoperta ha imposto delle scelte volte in prima istanza alla tutela di quanto rinvenuto e in seguito attuando quello che si può definire un vero e proprio percorso virtuoso che ha visto dopo la scoperta della domus e il conseguente intervento archeologico, il restauro delle strutture, il loro studio e la loro valorizzazione con la restituzione delle stesse alla città all’interno del museo Tamo”.

Gli scavi archeologici alla domus del Genio delle Acque a Ravenna

E siamo al 2018. Con la pubblicazione del volume “Il Genio delle Acque. Scavi nelle Piazze di Ravenna” (Longo Editore Ravenna) si chiude un percorso sinergico che ha permesso a soprintendenza, Fondazione RavennAntica, Comune di Ravenna e Gruppo Hera di riconsegnare alla città importanti reperti archeologici. L’appuntamento è giovedì 10 maggio 2018, alle 17, in sala Muratori della Biblioteca Classense, in via Baccarini a Ravenna. Il volume “Il Genio delle acque, scavi nelle piazze di Ravenna”, a cura di Chiara Guarnieri e Giovanna Montevecchi, illustra i rinvenimenti provenienti da due scavi realizzati in piazza Anita Garibaldi e in piazza Andrea Costa, accomunati da un tema: la presenza delle acque all’interno della città. Nella prima piazza è stata individuata un’abitazione utilizzata per un tempo lunghissimo (mezzo millennio, dal II al VII secolo) mentre nella seconda sono stati trovati edifici con ambiti diversi e testimonianze del passaggio dei fiumi Padenna e del Flumisellum. Il libro, che fa parte della collana DEA – Documenti ed Evidenze di Archeologia della già soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna (oggi soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) dell’Emilia Romagna, viene presentato alla Biblioteca Classense alla presenza delle curatrici, degli autori e di molte autorità; seguirà una visita alla sala de Il Genio delle Acque, presso il museo Tamo che ospita i mosaici. Giovedì 10 maggio presenta l’opera Isabella Baldini dell’università di Bologna. Intervengono Filippo Brandolini, presidente Herambiente; Elsa Signorino, assessore alla Cultura del Comune di Ravenna; Giorgio Cozzolino,  soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; Giuseppe Sassatelli, presidente RavennAntica; Chiara Guarnieri e Giovanna Montevecchi, curatrici del volume. Segue la visita alla sala de “Il Genio delle acque” al museo Tamo a cura di Paola Perpignani, responsabile Laboratorio di Restauro di RavennAntica.

Il mosaico pavimentale con la figura umana barbuta “Il Genio delle Acque”

La pubblicazione è l’importante traguardo di un percorso iniziato tra il 2009 e il 2011 quando i lavori eseguiti dal Gruppo Hera nel centro storico di Ravenna per realizzare alcune isole ecologiche interrate hanno portato in luce numerosi reperti archeologici. In seguito, soprattutto per gli scavi in piazza Anita Garibaldi, si è proceduto al recupero dei reperti e dei mosaici, al loro restauro e alla definitiva musealizzazione al museo Tamo. Nella parte del volume dedicata al Genio delle Acque, le autrici narrano la storia della domus, il cui rinvenimento rappresenta una fonte importante per comprendere lo sviluppo di Ravenna e l’espansione della città oltre le mura urbane. Ai reperti rinvenuti è affidato il racconto della vita quotidiana e delle abitudini nelle varie epoche attraversate dalla domus. Grazie al ricco corredo fotografico del volume, si possono ammirare suppellettili da cucina e da dispensa; lucerne che offrono indicazioni sulle scelte di gusto dei proprietari orientati verso prodotti locali di buona qualità; anfore da trasporto che consentono di delineare consumi e importazioni come quelle che contenevano vino provenienti da Kos o da Rodi, per rispondere agli esigenti e raffinati gusti degli strati più elevati della popolazione; oggetti in vetro che, seppur frammentati, riconducono a calici, bottiglie e lampade in colore naturale; oggetti per la persona, come gemme in agata, spilloni in osso per acconciature, specchi e spatole per unguenti; oggetti da lavoro come l’ipposandalo, un rampone che si metteva ai cavalli per affrontare terreni ghiacciati; monete di età romana e bizantina destinate agli scambi quotidiani.

La musealizzazione al Tamo della domus del Genio delle Acque

La pubblicazione, che rappresenta un punto di riferimento rilevante per i futuri studi su Ravenna, contiene anche approfondimenti di archeobotanica (lo studio dei resti vegetali) che hanno permesso di ricostruire il paesaggio vegetale e l’ambiente delle epoche passate, oltre ad approfondimenti sulla fauna, utilizzata ad esempio per la forza lavoro o il trasporto del cibo. Fino ad oggi non erano mai stati fatti, su Ravenna, approfondimenti di questo tipo. Le indagini archeologiche illustrate nel volume evidenziano la forte vocazione portuale e commerciale della città ma soprattutto confermano la natura “acquatica” di Ravenna che, tra i tanti reperti, emerge in particolare attraverso un graffito che fa riferimento al trasporto di anfore su acqua e un mosaico che raffigura il Genio delle acque (rinvenuti in piazza Garibaldi) e un’epigrafe che cita una fonte d’acqua, rinvenuta in piazza Costa.

“…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia”: a Brisighella raccolti in un volume gli atti del convegno di ottobre

Archeologi e speleologi fianco a fianco nelle grotte dell’Emilia-Romagna

“…nel sotterraneo Mondo”: atti del convegno di Brisighella del 2017

Geologi, archeologi, antropologi, speleologi, archeozoologi e archeobotanici si sono confrontati a tutto campo a Brisighella sulla frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna: il fascino emanato dal mondo incontaminato e in apparente equilibrio delle grotte trova nuovi spunti di interesse dalla frequentazione speleologica e dalla conoscenza delle testimonianze archeologiche che nelle varie epoche le società umane hanno lasciato all’interno di tali luoghi. Due giorni di convegno, nell’ottobre 2017,  che hanno fornito nuovi percorsi e opportunità alla valorizzazione del territorio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/10/01/archeologia-storia-e-archeologia-nelle-grotte-dellemilia-romagna-convegno-e-mostre-a-brisighella-ra/). Sono passati pochi mesi e quei lavori sono stati raccolti nel volume “…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia” a cura di Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri e Monica Miari, che sarà presentato venerdì 6 aprile 2018, alle 17.30, nel municipio di Brisighella (Ra). Ingresso libero. Intervengono: Davide Missiroli, sindaco di Brisighella; Massimiliano Costa, direttore Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola; Massimo Ercolani, presidente Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna; Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri, Monica Miari, soprintendenza Archeologia, belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Maurizio Cattani, docente di Preistoria e protostoria all’università di Bologna. Conclude: Manuela Rontini, consigliere regionale, presidente Commissione Territorio, Ambiente, Mobilità. L’iniziativa è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna; parco regionale della Vena del Gesso Romagnola e Comune di Brisighella, con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

Ingresso grotta dei gessi (foto Francesco Grazioli)

Nella storia dell’uomo le grotte hanno sempre costituito un ambiente del tutto particolare: dall’assidua frequentazione nel periodo preistorico (con svariati utilizzi, abitazione, ricovero temporaneo o luogo di sepoltura), a una connotazione più prettamente religiosa dalla protostoria all’età romana, fino al rispetto sacrale (e talora magico) di cui erano ammantate in età medievale. Dal punto di vista archeologico, lo studio delle grotte si è intrecciato fin dall’Ottocento con le ricerche geologiche e ancor più speleologiche, contribuendo a perfezionare il metodo stratigrafico ormai imprescindibile anche in campo archeologico. Compito delle Soprintendenze è identificare i siti che conservano depositi archeologici e provvedere alla loro tutela; altrettanto importante sarebbe realizzare un sistema di controllo che le protegga dalle manomissioni di clandestini o persone non attrezzate per la ricerca archeologica e magari, dove possibile, valorizzarle.

A Brisighella il convegno “Frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia”

Curato dagli archeologi di SABAP-BO Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri e Monica Miari, il volume  “…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia” pubblica gli atti dell’omonimo convegno di Brisighella del 6 e 7 ottobre 2017. Raccogliendo le testimonianze, gli studi e i dati più recenti di geologi, archeologi, antropologi, speleologi, archeozoologi e archeobotanici sulla frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna, l’opera riflette sul rapporto intercorso nei secoli tra l’uomo e le grotte dando conto del lavoro svolto dagli speleologi nelle grotte dei Gessi reggiani, bolognesi e nella Vena del Gesso romagnola e diventando quindi valido strumento di lavoro per chiunque intendesse avvicinarsi a questo argomento. Il volume fa parte della collana DEA, Documenti ed Evidenze di Archeologia, curata dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara.

Lapis specularis, il “vetro dei poveri”, molto diffuso nel mondo romano: nel Bolognese le più importanti cave del mondo antico. E proprio Brisighella ospiterà in settembre il III convegno internazionale sul prezioso gesso, dal titolo “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”

Archeologia sperimentale: una porta-finestra con “vetri” in lapis specularis

Duro come il marmo, candido e trasparente come il vetro: così nel I sec. d.C. lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio nella sua opera più famosa, la Naturalis Historia definiva il lapis specularis: in realtà si tratta di un gesso secondario, facilmente lavorabile a lastre piane. I romani ne facevano ampio uso come valida e più economica alternativa al vetro; un importante distretto minerario si trovava anche “in Bononiensis Italiae parte breves”, poco lontano da Bologna. Nell’ultimo decennio sono state individuate vicino a Brisighella diverse cave in cui si è praticata in età romana l’estrazione del gesso speculare: quelle nella Vena del Gesso Romagnola sono le prime mai scoperte in Italia. Non è un caso, quindi, che proprio a Brisighella (Bologna) dal 27 al 29 settembre 2017 ospiti al convento dell’Osservanza il convegno internazionale, a ingresso libero e gratuito, “Il lapis specularis nei rinvenimenti archeologici”, il terzo dedicato all’argomento, che riunisce archeologi, speleologi, storici e geologi, avvalendosi della partecipazione degli archeologi  dell’Asociation Cultural Lapis Specularis de Madrid che illustreranno l’esperienza maturata nelle diverse cave di lapis presenti in Spagna. Il lapis specularis deve il suo nome al fatto che, a partire dall’età romana, sia stato utilizzato come elemento trasparente per le finestre. Per queste sue caratteristiche il gesso speculare è stato oggetto di intensa attività estrattiva e di una commercializzazione ad amplissimo raggio, in modo particolare nei primi secoli dell’Impero.

Scavi sul monte Tondo nel parco regionale della Vena del gesso romagnola

“La ricerca sistematica di cave di lapis specularis in Italia è iniziata solamente da pochi anni”, spiega Chiara Guarnieri della soprintendenza Archeologia dell’Emilia Romagna, “limitata, al momento, alle regioni Sicilia ed Emilia-Romagna. Attualmente la Vena del Gesso romagnola è la sola area dell’Italia peninsulare che ospita cave di lapis specularis”. La Vena del Gesso è caratterizzata dalla presenza di gesso macrocristallino, da ambienti spesso dirupati e da vene di lapis specularis di dimensioni relativamente ridotte. “È chiaro che, a suo tempo”, continua Guarnieri, “queste vene non sono state individuate a causa delle notevoli difficoltà di accesso. Al momento, la sola cavità di chiara origine carsica che presenta importanti tracce di escavazione del lapis specularis resta la Grotta della Lucerna”. La scoperta e l’esplorazione di cave di lapis specularis nella Vena del Gesso si sono dimostrate piuttosto impegnative. La presenza di rupi, spesso verticali ed instabili, rende infatti problematica l’individuazione e l’accesso alle cave. Un altro motivo che rende difficoltoso l’accesso è dovuto alla presenza di riempimenti naturali, costituiti per lo più da terriccio e da blocchi di gesso, che spesso ostruiscono l’entrata. “La frane sono poi frequenti nella Vena del Gesso e si può quindi presumere che, nel corso dei secoli, anche la morfologia degli ambienti circostanti le cave di lapis specularis sia notevolmente mutata. Gli ambienti interni presentano poi difficoltà di esplorazione in quanto tamponati da materiale di riporto di origine antropica. Da ciò consegue che è assai probabile che gran parte delle cave di lapis specularis, un tempo presenti nella Vena del Gesso romagnola, sia oggi ostruita oppure sia andata completamente distrutta. Nonostante le condizioni ambientali non siano dunque ottimali, la scoperta di una quindicina di cave di lapis specularis, avvenuta nel corso di pochi anni, fa ritenere che questa attività fosse, a suo tempo, piuttosto diffusa nel territorio”.

La Grotta della Lucerna, nel parco della Vena del Gesso, dove è stata trovata una lucerna romana

Ricco il programma del convegno promosso da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; asociation cultural Lapis Specularis – Madrid; parco della Vena dei Gessi Romagnoli; speleo GAM Mezzano; Comune di Brisighella; federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna. Si apre alle 15 di mercoledì 27 settembre 2017 con i saluti istituzionali di Giorgio Cozzolino (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini), Luigi Malnati (soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara), Davide Missiroli (sindaco di Brisighella), Massimo Ercolani (federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna), Massimiliano Costa (parco regionale della Vena del Gesso Romagnola). Alle 15.30, inaugurazione della mostra “Le grotte emiliano romagnole frequentate dall’uomo: le immagini” con foto di Francesco Grazioli. Quindi iniziano i lavori.

Il gesso secondario dal quale si ricava il lapis specularis

Sezione I. “Il lapis specularis come occasione di conoscenza del territorio”: ore 15.50, Massimiliano Costa, “I progetti per la conservazione e la divulgazione delle testimonianze dell’attività estrattiva del lapis specularis nella Vena del Gesso romagnola”; 16.10, Massimo Ercolani, Piero Lucci, Baldo Sansavini, “Il ruolo degli speleologi per la scoperta e tutela delle cave di lapis specularis nel Parco della Vena del Gesso Romagnola”; 16.30, Paolo Forti, “La candidatura a World Heritage dell’UNESCO delle principali aree carsiche nelle Evaporiti dell’Emilia-Romagna”; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “El lapis specularis como recurso cultural: actuaciones en las minas romanas de lapis specularis de difusión social y de dinamización turística”; 17.10, Emanuela Rontini (consigliere regionale, presidente commissione Ambiente), conclusione dei lavori. Alle 18, in sala espositiva, in via Baldi, inaugurazione della mostra “Usi impropri? La fruizione delle cavità nell’inconografia antica e moderna”, a cura di Maria Luisa Garberi e della biblioteca Franco Anelli (centro italiano di documentazione speleologica – Bologna).

Segobriga, l’importante sito spagnolo famoso durante l’impero romano per la produzione di lapis specularis

Giovedì 28 settembre 2017. Sezione II. “Nuovi rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo”. Alle 9.30, Chiara Guarnieri, “I rinvenimenti di manufatti in lapis specularis nel bacino del Mediterraneo: status quaestionis”; 9.50, Thomas Staub, “Lapis specularis from Pompeii, V 1,30”; 10.10, Maria Stella Pisapia, Vega Ingravallo, “Lanterne con lapis specularis da Pompei: una proposta di ricostruzione”; 10.30, Maria Concetta Parello, “Il butto tardo antico nell’area dell’ agorà di Agrigentum, ritrovamenti in deposizione secondaria: il lapis specularis”; 10.50, Claudia Tempesta, “Inafferrabili trasparenze: i rinvenimenti di lapis specularis a Roma e nel Lazio”; 11.10-11.30, pausa caffè; 11.30, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, “Hallazgos de lapis specularis y su contexto arqueológico en Hispania. Estado de la cuestión”; 11.50, Guido Rosada, Maria Teresa Lachin, Stefania Mazzocchin, “Frammenti di lapis specularis dalle Terme Romane di Tyana (Kemerhisar, Cappadocia-Turchia)”; 12.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Rubén Montoya, “Lapis Specularis en Chipre y su interpretación”; 12.30, Alfredo Buonopane, “Specularii e speculariarii nella documentazione epigrafica: un problema interpretativo”; 12.50, Simona Pannuzi, “L’utilizzo del lapis specularis nelle transenne di finestra delle basiliche romane: il caso della basilica di S. Sabina sull’Aventino”; 13.10-13.30, discussione.

Una lastra di lapis specularis di epoca romana

Sezione III. “Le cave. Aggiornamenti e nuove scoperte”: 15.30, Giovanni Belvederi, Massimo Ercolani, Chiara Guarnieri, Marina Lo Conte, Piero Lucci, Katia Poletti, Baldo Sansavini, “Non solo lapis specularis: la cava a blocchi di selenite presso Ca’ Castellina a Monte Mauro”; 15.50, Domenica Gullì, Stefano Lugli, Rosario Ruggieri, “Nicchie per lucerne e tunnel di scavo: nuove scoperte in Sicilia”; 16.10, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “El complejo minero romano de lapis specularis de Huete-Palomares del Campo (H.PC) en Cuenca (Castilla-La Mancha)”; 16.30-16.50, pausa caffè; 16.50, Maria Josè Bernárdez, Juan Carlos Guisado, Alejandro Navares, Fernando Villaverde, “Las minas romanas de lapis specularis de Arboleas (Almería – Andalucía). Adecuación turística y puesta en valor”. Sezione IV. “Analisi”: 17.10, Stefano Lugli, “Analisi isotopiche per identificare la provenienza dei cristalli di lapis specularis”; 17.30, discussione; 17.45, proiezione del filmato “Lapis specularis, la luminosa trasparenza del gesso”, realizzato dal gruppo speleologico bolognese-unione speleologica bolognese e speleo Gam Mezzano, da un’idea di Danilo De Maria, Elisa Pinti e Francesco Grazioli con il supporto della federazione speleologica regionale dell’Emilia-Romagna. Venerdì 29 settembre 2017, ultimo giorno del convegno, sarà dedicato alle visite guidate alle cave di lapis specularis di Ca’ Toresina e Ca’ Castellina.

Faenza: nell’androne monumentale di palazzo Mazzolani, sede dell’Isia, selezione di reperti archeologici faentini. Capitelli, fusti di colonne, trabeazioni di edilizia pubblica romana; monumenti funerari e un mosaico cristiano

L’androne monumentale di Palazzo Mazzolari a Faenza (foto Raffaele Tassinari)

Palazzo Mazzolani è una dimora storica del primo Settecento nel cuore di Faenza oggi sede dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Faenza (Ravenna). Ma l’androne monumentale non è solo l’accesso all’Isia: dopo la riqualificazione, presentata il 13 maggio 2017, ospita una selezione di reperti archeologici faentini. È dunque una specie di antiquarium con materiali riferibili per lo più all’edilizia pubblica di età romana, e alcuni elementi provenienti da monumenti funerari e dalla Faenza cristiana. E ora questo spazio archeologico è aperto al pubblico, liberamente visitabile negli orari di apertura dell’istituto (info +39 0546 22293). La direzione scientifica dell’allestimento è stata curata dall’archeologa Chiara Guarnieri della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile della tutela del territorio di Faenza su incarico della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; mentre una prima pulitura dei materiali è stata eseguita da Mauro Ricci ed Enrico Bertazzoli, restauratori dell’ex soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, oggi soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara.

Capitelli, fusti di colonne e frammenti di trabeazione di epoca romana scoperti nel Faentino (foto Raffaele Tassinari)

“Un cospicuo gruppo di resti architettonici”, spiega Guarnieri, “proviene dagli scavi effettuati nel 1966 in piazza della Penna. Tra i materiali esposti, databili attorno al I sec. d.C., capitelli, basi e frammenti di fusti di colonne, un frammento di trabeazione, un rocchio di colonna e una base con iscrizione [–] D(?) •MIUNIAE•SECUNDINAE. Oltre a questi, lo scavo aveva restituito anche porzioni di intonaco colorato, resti di decorazioni architettoniche, sia in pietra che fittili, e pavimentazioni in mosaico di qualità tale da ipotizzarne l’appartenenza a un edificio pubblico”.  Altri reperti di edilizia pubblica sono esposti nell’atrio: si può ammirare un frammento di cornice di età imperiale rinvenuto a Faenza, in via Borsieri e appartenente a una trabeazione;  e un frammento di iscrizione del I secolo d.C. pertinente al ponte sul fiume Lamone e rinvenuto nel suo letto. “I ponti romani, di cui l’esempio più famoso in regione è quello di Tiberio a Rimini”, ricorda Guarnieri, “presentavano una lunga iscrizione che identificava l’autorità che ne aveva voluto la costruzione. Nel caso del frammento di Faenza la brevità dell’iscrizione conservata – la scritta [-] • CO[S ] da leggersi come CO(n)S(ul), cioè console – non permette l’attribuzione a un personaggio certo; possiamo però datarlo con buona approssimazione all’età augustea perché è in questo periodo che Faenza viene dotata di edifici pubblici tra cui con ogni evidenza anche un ponte monumentale sul Lamone”. Di bell’impatto visivo anche una vasca in marmo con coppia di anelle che simulano due finte maniglie: l’impiego del marmo al posto del basalto, del porfido o del granito, come avveniva in età romana, pone alcuni dubbi sulla sua datazione all’età romana.

Leone funerario utilizzato come elemento decorativo (I d.C.) proveniente dalla frazione di Errano (foto Raffaele Tassinari)

Tra i monumenti funerari sono esposti  tre reperti. Un bel frammento di fregio (seconda metà I sec. a.C. – prima metà I sec. d.C.)  decorato con triglifi e teste bovine, un cinerario cilindrico (I-II sec. d.C.) privo di copertura che conserva ancora all’interno il rivestimento in piombo e un leone funerario utilizzato come elemento decorativo, risalente agli inizi del I d.C. e proveniente dalla frazione di  Errano. Risale infine alla Faenza cristiana l’interessante porzione di mosaico con iscrizione del V secolo d.C. rinvenuta a Faenza in via Barilotti: l’iscrizione ricorda l’offerta di due fedeli per realizzare 120 piedi di pavimento in un edificio in culto.