Archivio tag | Cangrande della Scala

Verona. Cangrande della Scala, Signore di Verona, non fu assassinato, ma morì per una rara malattia genetica: la Glicogenosi tipo II. Lo svela un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. La notizia nell’anno dantesco: fu proprio Cangrande a ospitare per primo il Sommo Poeta in esilio

La statua di Cangrande nell’allestimento al museo di Castelvecchio di Verona voluto da Carlo Scarpa (foto musei civici verona)
verona_Dante-e-Cangrande_foto-da-larchetipo

Un’immagine di dante e di Cangrande Signore di Verona (foto da http://www.larchetipo.com)

Non è stato assassinato. Cangrande della Scala, Signore di Verona, il 22 luglio 1329, proprio nei giorni della raggiunta conquista di Treviso, morì, appena trentottenne, per una rara malattia genetica, precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, che lo portò alla morte in soli tre giorni. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Una indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. E la notizia viene data proprio nell’anno dantesco. Fu proprio Cangrande (“il gran lombardo”) a ospitare a Verona il Sommo Poeta in esilio, e per questo Dante ne fu sempre riconoscente (in una lettera, Epistola XIII, gli dedicò l’ultima cantica della Divina Commedia), e così lo ricorda nel Canto XVII del Paradiso: “Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo”. I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’università di Verona Massimo Delledonne, Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie; per l’università di Firenze David Caramelli, Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del museo di Storia Naturale.

Presentazione dei risultati del DNA di Cangrande: da sinistra, l’assessore Francesca Briani, il sindaco Gabriele Sboarina, la direttrice dei musei Francesca Rossi (foto comune di verona)

“Una giornata storica per la città di Verona”, sottolinea il sindaco Sboarina. “Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.  “Si mette così la parola fine”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “a uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cangrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, sulla morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”. “La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al museo di Storia Naturale”, sottolinea la direttrice dei Musei civici di Verona, Francesca Rossi, “venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Lo staff scientifico coinvolto nelle ricerche sul DNA di Cangrande insieme agli amministratori di Verona (foto comune di verona)

Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Questo sforzo congiunto fra gli esperti del museo di Storia Naturale e università di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

Verona, Luigi Cavadini, La salma di Cangrande nel sepolcro, 1921, stampa moderna da lastra negativa su vetro alla gelatina al bromuro d’argento (foto museo di Castelvecchio)

Il progetto DNA Cangrande. Il progetto DNA Cangrande affonda le sue radici nella ricerca avviata nel 2004 dall’allora direzione dei civici Musei, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali competenti, l’università di Verona, l’università di Pisa, l’Azienda Ospedaliera di Verona. La direzione Musei promosse e coordinò l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala. La ricognizione portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (per i seicento anni della morte di Dante Alighieri). Le ricerche scientifiche avviate nel 2004 furono parte integrante della mostra “Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo”, allestita al museo di Castelvecchio (per cura di Paola Marini, Ettore Napione, Gianmaria Varanini) e diedero vita nel 2006 alla pubblicazione scientifica “Il corpo del principe: ricerche su Cangrande della Scala” (curato da Ettore Napione).

La mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Nel 2004 fu effettuata dal prof. Gino Fornaciari dell’università di Pisa un’autopsia sulla salma dello scaligero, estraendo per scopo di studio dei campioni biologici (fegato, tessuti, parti ossee), che furono poi depositati al Museo di Storia Naturale. Questi studi fornirono nuove prospettive rispetto agli interrogativi sino ad allora irrisolti riguardanti lo stato di salute, le fattezze e le circostanze della morte del signore scaligero. Diedero, inoltre, impulso per approfondimenti e revisioni che furono la premessa indispensabile di significative conoscenze in campo storico, artistico e scientifico. Nel 2004 non fu possibile avviare la ricerca sul DNA (aveva costi esorbitanti), ma oggi i progressi tecnici consentono di recuperare informazioni dai campioni biologici estratti nel 2004, ottenendo molecole sufficientemente integre per affrontare l’analisi dell’intero genoma, riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e allo scorrere del tempo.

La tomba di Cangrande alle Arche scaligere di Verona (foto comune di verona)

Cangrande è stato signore di Verona tra il 1308 e il 1329. La sua fama è dovuta anche all’elogio che gli tributa Dante Alighieri nel XVII canto del Paradiso. Le fonti che ne descrivono l’aspetto fisico, il carattere e la propensione al comando sono quasi tutte di carattere encomiastico, a partire da quel De Scaligerorum origine dello scrittore Ferreto de’ Ferreti che, secondo un topos letterario ricorrente, immagina che già nell’amplesso del concepimento fosse avvertito come creatura straordinaria, latore attraverso i sogni alla madre della sua grande personalità, quale Cane che con i latrati avrebbe atterrito il mondo: At tua, post dulces Veneris sopita labores, / Mater, in amplexu cari difusa mariti, / Membra fovebat ovans, blandaque in imagine somni / Visa sibi est peperise canem, qui fortibus armis / Terrebatque suis totum latratibus orbem. La distruzione degli archivi della Signoria ha costretto gli storici a leggere in filigrana molte fonti di questo tipo (o all’opposto altre di carattere denigratorio), tutte viziate da scopi di propaganda, con riferimenti, per esempio, alla personalità forte e all’altezza fuori della media. La ricostruzione del genoma di Cangrande può consentire di disporre di elementi oggettivi circa la persona fisica e le predisposizioni del condottiero, così da sviluppare con il gruppo di lavoro del progetto una comparazione inedita tra fonti diverse, fornendo anche informazioni curiose sul carattere e sui gusti dello scaligero.

Il calco del monumento funebre di Cangrande (foto saccomani)

L’obiettivo finale è duplice: a) fornire nuove chiavi di lettura o integrare quelle esistenti sulla figura di Cangrande, comparando tutti i dati a disposizione; b) costituire attraverso questa esperienza un modello operativo di approccio alla Storia in presenza di analisi del DNA, con gruppo di lavoro misto tra genetisti e storici, che possa essere un riferimento di metodo per altre ricerche future. La scoperta della rara anomalia genetica, chiamata glicogenosi, tipo II, ha necessitato di un controllo speciale delle fonti per verificare le tracce delle sue possibili conseguenze nella vita di Cangrande (affaticamento, dolori muscolari e delle ossa). Il setaccio operato da Ettore Napione, anche su testi letterari meno frequentati (quali il De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem di Albertino Mussato), ha messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco in luogo della spada (che comportava un impegno muscolare meno vigoroso e più controllabile).

Arca di Cangrande: particolare della statua giacente del Signore di Verona (foto Roberto Mizzon e Valentino Cordioli)

Conferme storiche. In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Particolare della mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Analisi del DNA di Cangrande della Scala. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, ha rivelato un’altissima concentrazione di DNA derivante da microrganismi contaminanti di origine più moderna. La presenza così esigua di DNA umano che ne rimaneva (meno dell’1%) non ha reso possibile proseguire con il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto è stata ricca di DNA contaminante ma la percentuale di DNA umano si è rivelata decisamente più alta: 23%. Il Laboratorio di Genomica funzionale dell’università di Verona guidato dal prof. Massimo Delledonne ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante. Cangrande è stato quindi sequenziato come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Immagini tratte dal video sulla ricostruzione del volto di Cangrande effettuata dal professor Peter Vanezis (Department of Forensic Medical Science,The Forensic Science Service, London, Department of Forensic Medicine and Science, University of Glasgow – Museo di Castelvecchio, 2004)

La malattia. Le analisi bioinformatiche effettuate hanno portato all’identificazione di circa 25mila “varianti genetiche” (un numero atteso, nella norma) che sono state classificate utilizzando associate alle informazioni disponibili nelle apposite banche dati fra cui quella del National Institute of Health americano, per effettuare una vera e propria analisi diagnostica del condottiero scaligero alla ricerca di dettagli che potessero ricostruirne la “cartella clinica”. Questa classificazione ha permesso di identificare 249 varianti associate a malattie che sono state analizzate manualmente dal dott. Alessandro Salviati, genetista medico del Laboratorio di Genomica Funzionale, che ha riconosciuto due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida, un enzima deputato alla degradazione del glicogeno per la produzione di energia. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II (malattia di Pompe, deficienza di α-glucosidasi acida, deficienza di maltasi acida).

La statua equestre originale di Cangrande spostata dall’Arca al museo di Castelvecchio (foto Umberto Tomba)

Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia. Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo. Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardio tonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

Dall’oppio usato già nel Neolitico alle ricette di Paracelso alla moderna cosmesi: al museo Atestino di Este apre la mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità

La locandina della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” al museo Atestino di Este dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020

Veleni, pozioni, medicamenti – indagati lungo il loro più volte millenario stratificarsi – sono i protagonisti della mostra “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti”, proposta dal Polo museale del Veneto, dall’università di Ferrara e dalla Città di Este, al museo nazionale Atestino di Este (Pd) dal 19 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020. La mostra, curata da Federica Gonzato, direttore del museo nazionale Atestino, e da Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’università di Ferrara, nasce con l’intento di proporre al pubblico un percorso multidisciplinare, articolato fra archeologia, scienza e curiosità, alla scoperta del mondo delle pozioni, che dall’antichità ad oggi hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso: rimedi che possono guarire o, talvolta nelle mani sbagliate, portare ad un esito letale.

Il museo nazionale Atestino di Este

Il percorso espositivo, allestito nel suggestivo spazio di Sala Colonne di Palazzo Mocenigo, sede prestigiosa dell’Atestino, racconta la storia di veleni e medicamenti dall’antichità ad oggi, attraverso prospettive diverse: dalle testimonianze archeologiche, all’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze iconografiche lungo i secoli e nelle varie arti fino alla moderna ricerca medica. “Veleni e magiche pozioni. Grandi storie di cure e delitti” con il Patrocinio della Regione Veneto, si avvale della collaborazione di: Fondazione Cariparo, Accademia dei Concordi, Accademia italiana di Storia della Farmacia, biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, Centro studi etnografici “Vittorino Vicentini”, collezione Cerato, Comune di Este, Fondazione CariVerona, galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro – Venezia, dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie – master in Scienza e Tecnologia cosmetiche università di Ferrara, museo Archeologico di Venezia, museo Archeologico nazionale di Adria, museo nazionale della Collezione Salce Treviso, museo Orientale di Venezia, musei civici di Verona – museo di Storia naturale e Castelvecchio, musei civici di Trieste – museo della Antichità Winckelman, sistema bibliotecario di Ateneo dell’università di Ferrara, sistema museale di Ateneo dell’università di Ferrara, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo Vicenza, soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e le Province di Belluno Padova e Treviso.

Federica Gonzato

Chiara Beatrice Vicentini

Una archeologa dunque e una esperta di storia della Farmacia insieme per andare alla radice di leggende, storie, tradizioni. Per dare un preciso senso a ciò che sembra favola, riconducendo alla scienza ciò che si ritiene puro frutto della fantasia popolare. Per scoprire che se veramente la Principessa avesse baciato il rospo, il bufonide le sarebbe effettivamente apparso come un aitante, giovane cavaliere. I visitatori che ad Este raggiungeranno il museo nazionale Atestino, scopriranno così che già nel Paleolitico, migliaia di anni fa, gli uomini sapevano cercare sostanze utili alla migliore sopravvivenza. Vengono sperimentate e tramandate sostanze che fanno bene e altre che fanno male. Dobbiamo giungere a Paracelso, quindi al primo ‘500, per definire il concetto del dosaggio, elemento che può fare di un farmaco un veleno o viceversa. E non è un caso se ancora oggi il simbolo dei farmacisti sia il caduceo, bastone alato con due serpenti che rappresentano l’uno la dose terapeutica, il secondo quella tossica, il veleno.

Brocchette porta oppio (bil bil) da Cipro, Tardo bronzo, XV-XI sec. a.C.

“Medea ringiovanisce Esone”, olio su tela di Pietro Bellotti consevato alla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo

“Nostro obiettivo”, sottolinea Federica Gonzato, “è proporre al pubblico prospettive ed approcci diversi all’affascinante mondo dei veleni e della storia della farmacopea, in riferimento alle varie epoche storiche, dall’antichità, lungo il medioevo e il rinascimento fino all’età odierna, ricostruendo il percorso di questo fondamentale aspetto della vita sociale attraverso le fonti scritte, la arti visive, fonti classiche e letteratura moderna, proponendo in mostra oggetti e riferimenti demo-etnoantropologici che si legano strettamente alla storia del nostro quotidiano”. E ancora: “Abbiamo ritenuto di evidenziare, fra le molteplici sfaccettature del tema, come nel corso dei secoli siano mutate le nostre conoscenze delle sostanze tossiche e di quelle sanificanti: ciò che un tempo era considerato un farmaco si è poi rivelato un veleno per l’uomo e viceversa. È una mostra molto coinvolgente perché va a toccare, da una parte, la sfera emotiva del nostro quotidiano, trattando temi legati alla salute e alla ricerca del benessere fisico, dall’altra, indaga aspetti più intriganti legati al mistero e alla magia”. All’archeologa fa eco l’esperta in farmacia Chiara Beatrice Vicentini: “Questa mostra nasce da una sinergia tra valenze culturali interregionali che si affacciano a un fiume, il Po, che divide e al tempo stesso unisce. Dosis sola facit ut venenum non fit, tema conduttore della mostra, è la celebre frase di Paracelso che si addottorò nella prima metà del ‘500 presso lo Studio ferrarese. Contro la medicina antica, fu tra i tre “ribelli di Ferrara” insieme a Copernico contro la cosmologia aristotelica e Ariosto contro l’uso letterario del latino. Dal mondo naturale emerge un limite sottile tra veleno e medicamento: il veleno che uccide, che salva. E il veleno per la bellezza, esaltato in Ferrara per la presenza dal 1980 di una Scuola di Cosmesi, ora Master in Scienza e Tecnologia Cosmetiche, un’eccellenza a livello Europeo con un gruppo che conduce ricerche all’avanguardia”.

Testa di Medusa, produzione di epoca romana, conservata al museo nazionale Atestino di Este (Pd)

“Giulietta nel prendere il sonnifero”, olio su tela di Domenico Scattola, della Fondazione Cariverona di Verona

Scatola in lacca per il betel, della Dinastia cinese Qing (1644-1912), conservata al museo di Arte Orientale di Venezia

La mostra è una miniera di scoperte e curiosità. Si scopre ad esempio che il vasto uso di ocra nel Paleolitico dipendeva anche dalle proprietà antisettiche di quel materiale. Veniamo a conoscere come già dal Paleolitico ci si curasse il mal di denti con la propoli. Risalgono al Neolitico le prime evidenze dell’uso dell’oppio nell’Europa continentale. Nell’ambito dei prodotti salutistici l’interesse scientifico, alla ricerca di nuovi rimedi sia in campo farmacologico che cosmetico, si è lentamente spostato dal regno vegetale verso quello animale con una crescente attenzione verso veleni e tossine, in particolar modo di insetti, rettili e anfibi. Lo studio di veleni di fonte animale, vegetale e minerale può parallelamente spiegare scientificamente la nascita di miti e leggende. Dai metallurghi dell’antichità, sottoposti ai fumi velenosi emessi dalla fusione e forse per questo deformi o ipovedenti, al mito di Medusa, alle streghe di età medievale-moderna, che si alimentavano di farine di graminacee infestate da Segale cornuta, Claviceps purpurea, un fungo ricco di alcaloidi con effetti allucinogeni (l’acido lisergico è precursore dell’LSD). Intossicazioni scambiate con possessioni demoniache.

La Physalia, il cui veleno è a volte fatale per l’uomo

Confezione di Tubocurarina. Il farmaco moderno, formulato dal curaro, coadiuvante nell’anestesia

Grandi storie di cure, ma anche di delitti: fu la digitale, che ha dato vita in tempi moderni a farmaci del cuore, ad essere fatale nel 1329 a Cangrande della Scala (delitto volontario o errore nell’assunzione di una sostanza tossica?). Nelle vetrine, accanto a rarissimi reperti archeologici, trovano spazio confezioni storiche di veleni e farmaci; importanti dipinti con immagini di magie si affiancano ad affiches storiche che pubblicizzano portentosi unguenti e medicamenti. Altresì rare edizioni e manoscritti che trattano di una varietà di argomenti strettamente connessi: dalla magia, vista da diversi profili, alla dottrina esoterica, ermetica e alchemica occidentale, alle streghe “lamiae” temute artefici di pozioni magiche e, al contempo, vittime della superstizione e delle persecuzioni dell’inquisizione che si avvaleva di compendi e manuali repressivi anch’essi esposti in mostra.