Archivio tag | Attilio Scienza

Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).

“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)

La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantina con dolia (foto graziano tavan)

Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.

Villa romana di San Marco sull’isola d’Elba: cantiere aperto al pubblico (foto graziano tavan)

“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.

La fabbrica di orci in terracotta a Impruneta (foto graziano tavan)

“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)

“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.

“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.

 

 

Pompei. “Coltivare la storia”: nel parco nasce la nuova azienda vitivinicola – interamente a conduzione biologica – con oltre 6 ettari di vigneti (una vera e propria vigna “archeologica”) grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio del Gruppo Tenute Capaldo

In uno dei siti più iconici del nostro patrimonio archeologico, la cantina Feudi di San Gregorio e il parco archeologico di Pompei stanno dando vita a una azienda vitivinicola unica nel suo genere, con oltre 6 ettari di vigneti coltivati secondo pratiche biologiche e sostenibili, e una cantina situata all’interno dell’area archeologica. Un progetto con finalità culturali prima che commerciali, volto a far rivivere la storia del vino laddove, duemila anni fa, questo prodotto si faceva ambasciatore della civiltà romana nel mondo. Il progetto nasce dalla convinzione che agricoltura e cultura siano due espressioni della medesima tensione dell’uomo verso la cura: della terra, dello spirito, della comunità. Entrambe, non a caso, derivano dal verbo latino colere, “coltivare”. Il sito di Pompei offre un’opportunità unica: coltivare su terreni di origine vulcanica, intatti da oltre due millenni, e riscoprire tecniche agronomiche antiche, supportati da una solida collaborazione scientifica con importanti Università. Ma ancora più unica è la forma con cui tutto ciò prende vita: un partenariato sperimentale, in cui pubblico e privato uniscono le forze in nome del bene comune, per portare nel mondo un modello virtuoso del Made in Italy che racconta bellezza, sostenibilità e responsabilità.

Il progetto “Coltivare la storia” è stato presentato il 3 febbraio 2026 al ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida. Forte dell’esperienza acquisita negli ultimi anni su alcuni vigneti già esistenti si costruirà una vera e propria vigna “archeologica” con un’estensione vitata che nel tempo supererà i 6 ettari e con strutture di vinificazione e affinamento da realizzarsi nell’ambito del perimetro del Parco, finalizzate alla produzione di vino. L’esecuzione di questo progetto di lungo termine non è affidata ai classici strumenti di collaborazione pubblico-privato (la concessione o l’appalto), ma sarà garantita da un partenariato in cui il Parco e il Gruppo Tenute Capaldo collabora mettendo a fattor comune le rispettive esperienze e competenze.

Foro Boario a Pompei: vigneti con vista Vesuvio (foto parco archeologico pompei)

“Il Parco archeologico fin dagli anni Novanta si è occupato, attraverso gli studi di botanica condotti dal Laboratorio di ricerche applicate interno, di analizzare i vigneti dell’antica Pompei, per indagarne le caratteristiche storico scientifiche, le tecniche di viticoltura e dunque le abitudini alimentari. Da allora sono state attuate azioni di valorizzazione dei vigneti, quale modo per raccontare e far conoscere la città antica sotto aspetti diversi”, commenta il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Oggi il Parco sta investendo in una più ampia forma di valorizzazione nonché di tutela del patrimonio naturale, del paesaggio e dell’ambiente che sono elementi integranti dell’area archeologica. L’azienda vitivinicola fa parte di un più ampio progetto di azienda archeo agricola che sta interessando anche altre attività, quali ad esempio la valorizzazione e coltivazione degli ulivi, i progetti di agricoltura sociale nell’ambito della fattoria sociale e culturale. E la strada vincente per raggiungere importanti risultati per tutto il territorio circostante è a nostro parere il coinvolgimento di privati con competenze specifiche, quali partner attivi dei progetti”.

Vigneti a pochi passi dall’anfiteatro di Pompei (foto parco archeologico pompei)

La nuova azienda vitivinicola – interamente a conduzione biologica – fa leva su un’importante ricerca in merito alle tecniche tradizionali di allevamento della vite e di trasformazione delle uve, in collaborazione con il prof. Attilio Scienza dell’università di Milano, oltre a beneficiare delle consolidate competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale. L’obiettivo è duplice: da una parte, produrre vini autentici di elevata qualità, dall’altra integrare la viticoltura con la storia e il percorso di visita del parco archeologico. Sarà un’azienda fortemente inserita nel suo territorio, non soltanto dal punto di vista culturale e produttivo, ma anche dal punto di vista del tessuto sociale, con il coinvolgimento di realtà del c.d. Terzo Settore nelle fasi di lavorazione. Per Feudi di San Gregorio, da 40 anni impegnata nello studio e nella valorizzazione dei vitigni autoctoni campani (tra cui le viti centenarie di Taurasi), il progetto si iscrive nell’impegno volto alla valorizzazione del territorio e delle comunità locali, inserito anche nello statuto societario all’atto della trasformazione in Società Benefit (2021).

Negli orti delle domus pompeiane spuntano nuovi vigneti (foto parco archeologico pompei)

“Il parco archeologico di Pompei è uno dei siti culturali più rilevanti al mondo e rappresenta un pilastro fondamentale dell’identità della nostra regione. Abbiamo quindi aderito a questo progetto con entusiasmo, mettendo le nostre competenze al servizio del Parco per sviluppare insieme un innovativo progetto agricolo e agronomico”, ha dichiarato Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio. “Vogliamo far rivivere Pompei non solo come luogo di ricerca e conoscenza, ma anche come centro di produzione e scambio, ritornando alle sue radici storiche. Per questo, occorreranno tempo e investimenti importanti ma la cosa non ci spaventa, anzi: avere il coraggio di percorrere nuove strade, guardando questo progetto millenario con occhi nuovi, accumuna la nostra visione a quella del Parco. L’approccio scelto è fortemente culturale e non speculativo, con una visione lungimirante che guarda oltre il ritorno immediato e pensa al futuro delle generazioni a venire, assicurando un avvenire sostenibile a questo luogo straordinario. Inoltre, ci offre la possibilità di continuare a condividere con il mondo la cultura millenaria del vino”.

 

Pompei. Al Quadriportico dei Teatri due serate con l’evento “Pompei, dell’antichità della Vitae e del Vino”: convegno, degustazioni, incontri

pompei_quadriportico_dell-antichità-della.vitae-e-del-vino_locandina“Pompei: dell’antichità della Vitae e del Vino”: evento organizzato al Quadriportico dei Teatri di Pompei nelle ore serali dalle 18.00 alle 23.30 di sabato 2 e domenica 3 settembre 2023. “Il vino nei millenni, dalla Georgia alla Campania 8000 mila anni di storia della vite e del vino, tra cultura arte e scienza. Pompei la prima grande città che ha globalizzato il mercato del vino dal Medio Oriente al mediterraneo e in Europa”. Un viaggio degustando vini della Georgia, Cipro, Libano, Grecia, Italia, condiviso con le Ambasciate di Georgia, Grecia e Cipro, con il contributo dell’Ambasciata italiana a Tbilisi, per arrivare in Campania con una significativa selezione di aziende della Campania Felix. Oltre alla presenza di circa 40 aziende di vino, ci saranno anche 5 Consorzi di Tutela del Vino della Campania: Vitica Caserta, Sannio Dop, Vesuvio Dop, Vini d’Irpinia e Salernum Vitae, un’area Culinaria e un’area dedicata alle masterclass. Un momento significativo sarà la riproduzione dell’antica focaccia di Pompei a cura del cuoco storico della cucina napoletana Antonio Tubelli in collaborazione con l’Istituto Alberghiero di Vairano Scalo “G. Marconi”. Per celebrare l’unicità dell’evento sono state coinvolte nel “Convivium”, sempre all’interno del Quadriportico dei Teatri, personalità e studiosi per ripercorre le antiche rotte del vino e comprendere l’evoluzione della coltivazione della vite.

PROGRAMMA SABATO 2 SETTEMBRE 2023. Alle 18, apertura; 18.15, presentazione; 18.30, convegno “Le antiche rotte del vino dalle origini della Georgia a Pompei”, con Attilio Scienza, ordinario della facoltà di Agraria dell’università di Milano, che illustrerà le similitudini antiche tra la prime vinificazioni in Georgia con quella casertana e campana, con Eugenio Sartori, direttore di Vivai Cooperativi Rauscedo; per il progetto di ricerca sulla vite in Georgia: David Lordkipanidze, archeologo e antropologo, direttore del Georgian National Museum, autore dello studio scientifico che ci riporta nella terra culla del vino e il responsabile della National Agency Wine di Georgia, del ministero dell’Agricoltura, David Maghradze, per approfondire le nuove frontiere dei vitigni in Georgia; 20.30, partner dell’evento Ais Campania, con Tommaso Luongo, il progetto Esperienze di Vitae che celebra la premiazione delle quattro Viti campane della Guida Vitae 2023 e il “Concorso Miglior Sommelier della Campania”.

PROGRAMMA DOMENICA 3 SETTEMBRE 2023. Alle 18, apertura evento; 18.30, saluti del direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel: “Una azienda agricola a Pompei e le nuove vigne”; 19.30, “Per una evoluzione antropologica dell’alimentazione: saperi sapori scienze e tecnologia”, con lo chef Alfonso Iaccarino, il docente di Marketing e Trasformazione digitale all’università “Federico II” di Napoli Alex Giordano e con Franco Pepe, miglior pizzaiolo al Mondo di The Best Chef Awards 2021. Un dialogo a partire dal libro FOODSYSTEM 5.0 Agritech | Dieta Mediterranea | Comunità di Alex Giordano per Edizioni Ambiente e Dante Stefano Del Vecchio curatore dell’evento; 21, Lectio Magistralis “Un viaggio nel passato per capire il vino”, tenuta dal presidente dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) ordinario di Enologia università “Federico II” di Napoli, prof. Luigi Moio. Segue dibattito. Alle 22.30, narrazione dedicata a “Dioniso all’ombra del Vesuvio”, a cura dell’archeologo Mario Cesarano, soprintendenza Archeologica di Napoli, video operatore Giulio Testa, organizzazione e direzione artistica MisteryApple Communication Dante Stefano Del Vecchio.

L’Antico Egitto a Conegliano. Non solo mostra: al via gli incontri sui misteri, l’arte, le scoperte, la cosmogonia di Abido, a tu per tu con egittologi e esperti

L'immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell'Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano

Paolo Renier l’aveva promesso e annunciato. Ed è stato di parola: Conegliano fino a dicembre si conferma fucina di studi e interessi sull’Antico Egitto. Così alla mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città sacra per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione; così oltre alla mostra, dicevamo, ora a Conegliano ci sono anche gli incontri di approfondimento con famosi egittologi e studiosi sulla città sacra di Abido, il culto di Osiride, le implicazioni teogoniche e cosmogoniche dell’Antico Egitto, e molti altri temi suggeriti dalla mostra. Non dimentichiamo infatti che proprio ad Abido i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, che ad Abido i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, che ad Abido per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Così dopo esserci inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto, quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti, e che oggi possiamo conoscere seguendo il percorso della mostra di Palazzo Sarcinelli, ci si può fermare a Conegliano anche per conoscere da vicino chi questo mondo affascinante – che si è sviluppato lungo le sponde del Nilo – lo studia da vicino.

L'egittologo Emanuele Ciampini di Ca' Foscari apre gli incontri culturali sull'Antico Egitto a Conegliano

L’egittologo Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari apre gli incontri culturali sull’Antico Egitto a Conegliano

Si inizia venerdì 10 ottobre. Alle 18, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano: il professor Emanuele Ciampini, egittologo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, affronterà gli “Aspetti del culto di Osiride”, un tema più che propedeutico alla mostra. Il sabato della settimana successiva, 18 ottobre, alle 17, ma stavolta in sala consiliare del Comune di Conegliano, toccherà al professor Attilio Scienza, docente di Viticultura all’università di Milano, con un incontro destinato a suscitare l’interesse del pubblico: l’esperto collegherà – come già succede con una sezione della mostra – le conoscenze dell’Antico Egitto con la vocazione vitivinicola del territorio di Conegliano: “Nella vigna del faraone: vite e vino nell’Antico Egitto”.

Una ricostruzione dell'Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell'architettura dell'Antico Egitto

Una ricostruzione dell’Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell’architettura dell’Antico Egitto

Si passa quindi all’ultimo venerdì del mese, il 31 ottobre, alle 18.30, ancora in sala consiliare del Comune di Conegliano, con un incontro che ci porterà direttamente nelle segrete cose dei faraoni e dei gran sacerdoti proponendo relazioni intriganti col monumento più carico di simboli del Cristianesimo. Alfonso Rubino, ingegnere, esperto in Geometria sacra, parlerà infatti de “L’Osireion: il codice geometrico armonico universale di tutti i tempi. Relazione armonica con il Santo Sepolcro di Gerusalemme”

Il cartiglio del faraone Senekbay della dimenticata dinastia di Abido

Il cartiglio del faraone Senekbay della dimenticata dinastia di Abido

Particolarmente atteso l’incontro di sabato 8 novembre (salvo impegni dell’ultima ora in Egitto), alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano. Mahmoud Amer Ahmed Mohamed, archeologo dell’università di Sohag, la grande città molto vicina ad Abido, farà il punto sulle nuove scoperte fatte proprio ad Abido all’inizio di quest’anno (di cui archeologiavocidalpassato ha dato le anticipazioni nei post del 21 e del 29 gennaio 2014): “I faraoni di Abido: la dinastia perduta nelle più recenti scoperte”. Il sabato successivo, 15 novembre, alle 18.30, sempre in sala consiliare del Comune di Conegliano, Elisabetta Gesmundo, professoressa di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione in Psicosomatica di Milano, con “Morte e rinascita nel mito egizio e greco” accompagnerà il pubblico nel cuore dei misteri di Osiride. Una settimana dopo, sabato 22 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, che da anni segue le iniziative di Paolo Renier su Abido, focalizzerà il suo intervento sui reperti di Abido conservati nel museo fiorentino: “Da Abido al museo Egizio di Firenze”.

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

L’ultimo sabato del mese, il 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, ci sarà un gemellaggio ideale tra Conegliano e Oderzo nel nome dell’Antico Egitto. L’egittologa Donatella Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”, e con l’occasione presenterà in anteprima la mostra, di cui è curatrice, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea”, che appunto apre ad Oderzo il 19 dicembre, due giorni prima della chiusura della mostra di Conegliano su Abido: quasi un passaggio di consegne. Gli incontri culturali di Conegliano sull’Antico Egitto chiudono sabato 6 dicembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, con Franco Naldoni, esperto di Antico Egitto dell’Associazione Archeosofica, il quale sta valutando quale portare tra i dei due temi ipotizzati, “Iside svelata” oppure “Il Libro cristiano dei Morti”: in entrambi i casi, temi impegnativi quanto intriganti per degno gran finale.