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Cavriana (Mn). Alla rassegna internazionale del cinema archeologico il regista Massimo d’Alessandro presenta in anteprima il trailer del suo ultimo film “IULIAE. Il silenzio, la pietra, la memoria” e ne anticipa i contenuti ad “archeologiavocidalpassato.com”

Frame del film “IULIAE. Il silenzio, la pietra, la memoria” di Massimo D’Alessandro

L’uscita del film “IULIAE. Il silenzio, la pietra, la memoria”, ultima fatica del regista Massimo d’Alessandro, che fonde archeologia e narrazione intima, è prevista per dicembre 2026. Ma alla seconda rassegna internazionale del cinema archeologico di Cavriana (Mn) si è potuto apprezzare in anteprima il trailer. Per l’occasione il regista Massimo D’Alessandro presenta ad archeologiavocidalpassato.com come è nato il suo nuovo film.

“Nel maggio 2025 l’università di Foggia, l’università del Salento e il gruppo ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione di Roma”, spiega Massimo D’Alessandro ad archeologiavocidalpassato.com, “hanno compiuto una campagna di ricerche archeologiche sull’isola di San Nicola nell’arcipelago delle isole Tremiti. La campagna aveva come obiettivo di indagare le strutture romane del I sec. preesistenti sull’isola, strutture che qualcuno ritiene associate alla relegatio, cioè all’esilio di Giulia Minore, la nipote di Augusto (vedi Isole Tremiti (Fg). Iniziata sull’isola di San Nicola la campagna di scavi archeologici “Sulle tracce di Giulia Minore” nell’ambito del progetto M.A.R.E.A. (Mediterraneo Archeologia Etnografia Ambiente) condotta dall’università di Foggia con il Comune di Isole Tremiti, università di Bari, soprintendenza ABAP FG-BAT e con il supporto di ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione – archeologiavocidalpassato). Anche se non ci sono riscontri diretti del fatto che Giulia possa avere abitato in queste strutture, la storia però conferma che lei fu esiliata sull’isola per più di 20 anni. Questa era una conseguenza delle lotte dinastiche di successione: lotte dinastiche che poi, come sappiamo bene, portarono alla vittoria finale di Tiberio, all’interno della quale però abbiamo avuto l’idea di raccontare la storia dell’esilio di questa donna che segue lo stesso destino della madre Giulia Maggiore, relegata anche lei a Ventotene. Quindi è una storia di donne esiliate e la cui memoria è stata – come si dice, damnatio memoriae – dimenticata per secoli. Quindi da quello scavo nasce questo documentario che qui oggi al Festival di Cavriana presentiamo in anteprima come trailer del film che uscirà nel dicembre 2026 e cercherà di raccontare la storia di esilio e di emarginazione di queste donne che, benché potenti, subirono questa sorte”.

“IULIAE, il silenzio, la pietra, la memoria” è un documentario che intreccia lo scavo scientifico sul campo con una storia drammatica e intima. Il film segue la campagna investigativa condotta nell’ambito del Progetto M.A.R.E.A. (finanziato dall’Unione Europea) che vede archeologi delle Università di Foggia e Salento, insieme a speleologi dell’ASSO ETS, scendere nelle spettacolari cisterne romane profonde fino a 15 metri ed esplorare i resti monumentali di un criptoportico e di una sontuosa villa romana sull’isola di San Nicola. Da quelle antiche pietre riemerge la voce spezzata di Giulia, portata in vita in un monologo poetico e incisivo radicato nella rigorosa base delle fonti storiche (vedi Prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola (arcipelago delle Tremiti, Fg) condotta da UniFg con Asso, UniBa e Sabap-Fg: video di Massimo D’Alessandro sintetizza i risultati raggiunti – archeologiavocidalpassato).

Isola di san Nicola (arcipelago delle Tremiti): resti della villa romana emersi dagli scavi archeologici (foto asso)

Nell’8 d.C., la condanna di Giulia la Giovane scosse la corte romana [10, 17]. Accusata di adulterio e condotta scandalosa, la nipote del Pater Patriae fu strappata dai suoi figli e esiliata sull’isola remota di Trimerus. Le sue ceneri non avrebbero mai riposato nel mausoleo dinastico, e persino il figlio nato dopo la sua condanna fu privato del diritto alla vita [10, 17]. Ma cosa nascondeva davvero una punizione così severa? Il documentario “IULIAE” rivela che l’accusa morale era il perfetto espediente orchestrato dal regime per mascherare un conflitto dinastico e politico spietato. Julia era il cuore della stessa fazione di sangue di Augustus; era sposata con Lucio Emilio Paolo, che fu giustiziato per aver cospirato contro l’ascesa della fazione claudia guidata da Tiberio e Livia. L’esilio di Giulia equivaleva alla sistematica purga dell’ultimo ostacolo alla successione.

Fase dello scavo della villa romana sull’isola di San Nicola nell’arcipelago delle Tremiti (foto asso)

Il film, col coordinamento scientifico di Danilo Leone, Mariuccia Turchiano (università di Foggia), si sviluppa lungo due percorsi narrativi: Scienza e mistero: Si seguono in tempo reale le scoperte archeologiche contemporanee sull’isola di San Nicola. Si accompagnano i ricercatori mentre conducono rilievi 3D con droni, scansioni laser di monumentali rovine romane e discese mozzafiato in cisterne d’acqua sotterranee, tutto alla ricerca di tracce fisiche di un’occupazione durata vent’anni. La voce dell’Esilio: Il silenzio delle pietre viene rotto dal recitativo intimo e moderno di Giulia—una donna istruita ed emancipata che analizza lucidamente i meccanismi di potere che l’hanno schiacciata e condannata alla “morte civile”.

Frame del film “IULIAE. Il silenzio, la pietra, la memoria” di Massimo D’Alessandro

Sullo sfondo, l’isola di San Nicola si rivela come un duraturo “confine di pietra” attraverso i secoli [10]: dal romano Trimerus e dal rifugio monastico benedettino medievale fino alla sua trasformazione nuovamente in prigione nel ventesimo secolo—ospitando prigionieri libici nel 1911, antifascisti come Sandro Pertini e omosessuali deportati dal regime. Un’opera visionaria in cui il mare—lo stesso mare che ha isolato Giulia per vent’anni—diventa un attore dinamico, restituendoci la memoria di una verità che era rimasta sepolta troppo a lungo.

Civitavecchia. Al Porto la conferenza “Il potenziale della ricerca archeologica nelle grotte sommerse” di Mario Mazzoli, direttore di ASSO, nell’ambito della mostra “La costruzione del porto di Cemtumcellae e le sue navi”

Ricerca archeologica nelle grotte sommerse (foto asso)

Martedì 3 marzo 2026, alle 17, nella sala conferenze dell’Autorità di sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, al Molo Vespucci del Porto di Civitavecchia, la conferenza di Mario Mazzoli “Il potenziale della ricerca archeologica nelle grotte sommerse”, quinto incontro del ciclo di conferenze scientifico divulgative dedicate all’Archeologia Subacquea, Navale e Portuale organizzato nell’ambito della mostra “La costruzione del porto di Cemtumcellae e le sue navi” dal CASN-LANS (Centro Archeologico di Studi Navali) con il patrocinio dell’Autorità di sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale. Ingresso libero. La conferenza presenta un focus sulla speleologia subacquea, attività che presenta molteplici risvolti di tipo scientifico e tecnico. Nell’incontro si accennerà alle tecniche speleosubacquee e alla diversità con le immersioni in acque libere, per intraprendere un viaggio in cavità naturali, relitti e cavità artificiali sommerse. Un percorso dal quale “emergerà” come la speleosubacquea costituisca una specializzazione sempre più importante a supporto dei team multispecialistici che si occupano di archeologia e ricerca storica.

Mario Mazzoli (foto asso)

Mario Mazzoli è direttore generale A.S.S.O. ETS, istruttore alla Scuola nazionale di Speleologia Subacquea, coordinatore della Commissione nazionale Speleosubacquea della Società speleologica italiana, ispettore onorario per le aree sommerse e sotterranee della soprintendenza ABAP per la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.

 

Civitavecchia. Con la conferenza di Luca Mocchegiani Carpano al via al Porto il ciclo di incontri di archeologia subacquea “Oltre il Tevere: la navigazione e le strutture portuali di epoca romana lungo il fiume” nell’ambito della mostra “La Costruzione del porto di Centumcellae e le sue navi”. Il programma

Con la conferenza “Oltre il Tevere, la navigazione e le strutture portuali di epoca romana lungo il fiume” di Luca Mocchegiani Carpano, direttore del Centro Ricerche Claudio Mocchegiani Carpano, martedì 3 febbraio 2026, alle 17, nella Sala Conferenze dell’Autorità di Sistema Portuale di Civitavecchia, apre il un ciclo di conferenze scientifico-divulgative dedicate all’Archeologia subacquea, navale e portuale, a ingresso libero, nell’ambito della mostra “La Costruzione del porto di Centumcellae e le sue navi” organizzata dal CASN-LANS (Centro Archeologico Studi Navali) con il patrocinio dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale.

PROGRAMMA. Martedì 10 febbraio 2026, alle 17, “Le costruzioni marittime in cassaforma: l’esempio del porto romano di Aenari, l’antica Ischia” con Alessandra Benini, archeologa subacquea; martedì 17 febbraio 2026, alle 17, “Uomini e Dei, il Mare e il Sacro” documentario e dibattito con Massimo D’Alessandro, regista e media manager A.S.S.O ETS e Mario Mazzoli direttore generale A.S.S.O ETS.; martedì 24 febbraio 2026, alle 17, “Le navi imperiali di Nemi ed il palombaro civitavecchiese Pietro Pardi” con Sergio Anelli, storico locale, esperto subacqueo e scrittore; martedì 3 marzo 2026, alle 17, “Il potenziale della ricerca archeologica nelle grotte sommerse” con Mario Mazzoli, direttore generale A.S.S.O ETS e istruttore Scuola nazionale di Speleologia subacquea della Società Speleologica italiana; martedì 10 marzo 2026, alle 17, “Da Centumcellae a Civitavecchia. Lo scavo archeologico nel Forte Michelangelo” con Ida Caruso, responsabile dello scavo nella Fortezza Giulia di Civitavecchia, già funzionaria della soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale; martedì 17 marzo 2026, alle 17, “L’organizzazione logistica imperiale di Portus e di Centumcellae nuovi elementi, rinvenimenti ed ipotesi” con il Com.te Mario Palmieri, responsabile del Centro Archeologico Studi Navali e Laboratorio Sperimentale di Archeologia Navale; martedì 24 marzo 2026, alle 17, “L’archeologia subacquea in alto fondale” con Barbara Davidde, docente di Archeologia subacquea dell’università Roma Tre; martedì 31 marzo 2026, alle 17, “Tecnologia a bordo delle navi antiche” con Massimo Sonno, sommozzatore e autore di pubblicazioni dedicate all’ archeologia subacquea; martedì 7 aprile 2026, alle 17, “La Nave Arcaica di Gela” con Alessandra Benini, archeologa subacquea e responsabile dello scavo e recupero sottomarino della Nave arcaica di Gela; martedì 14 aprile 2026, alle 17, “Castrum Novum tra Pyrgi e Centumcellae: storia e archeologia di una colonia romana alla luce delle ultime scoperte” con Flavio Enei, direttore del Polo Museale Civico di Santa Marinella; martedì 5 maggio 2026, alle 17, “Le Flotte militari di Roma dalla Repubblica all’Impero” con l’ammiraglio Domenico Carro, autore di approfonditi studi e pubblicazioni sulla storia navale e marittima di Roma antica e sulla grande strategia delle flotte dell’alto Impero; martedì 12 maggio 2026, alle 17, “Seguire le tracce dei relitti: la ricostruzione della rotta commerciale della nave romana della Secca dei mattoni di Ponza” con Giuliana Galli, direttrice del museo della Navigazione delle acque interne di Capodimonte; martedì 19 maggio 2026, alle 17, “Tra Pisae e Centumcellae: navi ed approdi nel Tirreno settentrionale” con Andrea Camilli, già direttore del museo delle Navi antiche di Pisa, ora direttore del museo nazionale delle Residenze Napoleoniche dell’Isola d’Elba.

L’ingresso della mostra “La costruzione del porto di Centumcellae e le sue navi” al porto di Civitavecchia (foto casn)

Fino al 31 luglio 2026 al porto di Civitavecchia (calata Principe Tommaso 20) la mostra su “La costruzione del porto di Centumcellae e le sue navi” organizzata dal Centro Archeologico Studi Navali (CASN) diretto da Mario Palmieri. Da gennaio a marzo 2026 l’esposizione è visitabile solo su prenotazione contattando il numero 3401604401 o scrivendo a casnlans@gmail.com. L’esposizione fa compiere un vero e proprio viaggio nel passato all’interno di antichi relitti navali e tra particolari reperti attraverso i quali vengono prospettate ipotesi filologiche ricostruttive di apparati e macchine funzionanti. Un percorso storico per comprendere le grandi capacità e le tecnologie di navigazione grazie alle quali i Romani hanno potuto solcare e “conquistare” mari e oceani. La mostra è incentrata sulla ricostruzione ed il racconto delle tecniche ingegneristiche e degli aspetti monumentali dell’antico porto romano di Centumcellae, da cui parte storicamente la vocazione portuale di Civitavecchia.

Allestimento della mostra “La costruzione del porto di Centumcellae e le sue navi” al porto di Civitavecchia (foto casn)

L’esposizione, infine, non è solo un approfondimento della tecnologia del passato in ambito di navigazione ma affronta anche il tema della costruzione artificiale dei porti mettendo in evidenza l’influenza dei grandi architetti dell’antichità sul porto di Civitavecchia. Tra questi, senza dubbio, Apollodoro di Damasco per la progettazione del porto di Centumcellae di Portus a Fiumicino ma anche Vitruvio e Leonardo Da Vinci per la conoscenza dei sistemi costruttivi nel passato. Sono previsti anche incontri e workshop di approfondimento archeologico navale-monumentale e di elementi di tecnologia imbarcata della flotta Romana Repubblicana ed Imperiale.

 

Prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola (arcipelago delle Tremiti, Fg) condotta da UniFg con Asso, UniBa e Sabap-Fg: video di Massimo D’Alessandro sintetizza i risultati raggiunti

Progetto M.A.R.E.A.: équipe di progetto per la campagna sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Tra il 18 e il 31 maggio 2025 si è svolta la prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola (arcipelago delle Tremiti, Fg), condotta dall’università di Foggia (Danilo Leone e Maria Turchiano) in collaborazione con ASSO Ets, l’università di Bari (Giuliano Volpe) e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Foggia e BAT (Anita Guarnieri, Donatella Pian). Alla missione hanno partecipato allievi della Scuola di specializzazione in Beni archeologici UniBa-UniFg, studenti, dottorandi e assegnisti delle due Università. A chiusura dell’anno 2025, il regista Massimo D’Alessandro ha prodotto un breve video che sintetizza la prima campagna di indagine e scavo sull’isola di San Nicola, nell’arcipelago delle Tremiti, svolta nel maggio 2025.

La campagna di scavo fa parte del progetto M.A.R.E.A. (Mediterraneo Archeologia Etnografia Ambiente), finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi NextGenerationEU, nell’ambito del progetto CHANGES (Spoke 1 – università di Bari). Il progetto intende promuovere lo studio interdisciplinare e la valorizzazione del patrimonio archeologico costiero e subacqueo della Puglia, attraverso la collaborazione tra università di Foggia, università del Salento e la Società di Topografia s.r.l. I siti oggetto di indagine includono contesti di rilevanza storica e ambientale lungo l’intero sviluppo costiero pugliese: dalle Isole Tremiti a Vieste, dal Gargano a Siponto, da Salapia a Taranto, fino a Porto Cesareo, le Cesine (Vernole) e Santa Maria di Leuca–Canale d’Otranto.

Progetto M.A.R.E.A.: prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Le attività si sono concentrate sull’indagine di edifici riconducibili alla frequentazione dell’isola di San Nicola in età romana e medievale. Équipe di progetto: Vittoriano Ameruoso, Massimo D’Alessandro, Martina Delle Noci, Giacomo Disantarosa, Gianna Ferrara, Giovanni Lillo, Mario Mazzoli, Luisa Pedico, Maria Teresa Pilloni, Maria Potenza, Bernardino Rocchi, Vincenzo Valenzano, Marco Vitelli.

Progetto M.A.R.E.A.: indagine di una cisterna durante la campagna di scavo sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Grazie al supporto dei tecnici speleosubacquei dell’associazione ASSO, particolare attenzione è stata riservata all’analisi di un articolato sistema di pozzi e cisterne che costituisce una testimonianza significativa delle strategie di captazione, conservazione e gestione delle risorse idriche in ambiente insulare. La distribuzione topografica, le tecniche costruttive e le fasi di riutilizzo di queste strutture evidenziano una continuità d’uso pluristratificata, attestata tra l’età romana e moderna, e documentano processi di adattamento tecnologico e funzionale dell’insediamento alle condizioni ambientali e climatiche. Tali evidenze confermano l’importanza dell’acqua come elemento infrastrutturale e simbolico all’interno di un paesaggio marittimo complesso e dinamico. 

Primo premio internazionale per il film “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” di Massimo d’Alessandro: il Best Documentary Award al Roshani International Film Festival Aurangabad INDIA

La cerimonia di premiazione del Roshani International Film Festival Aurangabad INDIA (foto asso)

Il premio ottenuto in India dal film “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” (foto asso)

Di premio in premio. Il film “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” di Massimo d’Alessandro dopo il Firenze Archeofilm (del pubblico e della giuria) e della Rassegna internazionale del cinema archeologico di Cavriana (del pubblico) stavolta il riconoscimento viene dall’estero: dall’India. Prino riconoscimento internazionale. Il film “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” ha infatti ottenuto il Best Documentary Award al Roshani International Film Festival Aurangabad INDIA, uno dei più importanti festival di cinema indiano che quest’anno ha presentato un programma di ben 1470 produzioni, assegnando numerosi premi. “Grazie a tutti coloro che hanno collaborato a questo importante lavoro”, commenta il regista Massimo D’Alessandro. “E soprattutto alla ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione, principale produttore del documentario insieme all’associazione Campo della Fiera e alla consulenza scientifica, tra gli altri, del prof. Danilo Leone dell’università di Foggia”.

Tarquinia (Vt). Al parco Palombini “Il pozzo delle meraviglie a Campo della Fiera. Dieci secoli di storia: Etruschi Romani Francescani e Templari” con Mario Mazzoli e Massimo D’Alessandro, ultimo incontro della rassegna “Tra Terra e Mare” promossa dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia (STAS)

Il sito archeologico di Campo della Fiera a Orvieto, sede del Fanum Voltumnae (foto asso)

Giovedì 7 agosto 2025, alle 21.30, al Parco Palombini in via della Ripa 25 a Tarquinia (Vt), per la rassegna “Tra Terra e Mare” promossa dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia (STAS), l’incontro “Il pozzo delle meraviglie a Campo della Fiera. Dieci secoli di storia: Etruschi, Romani, Francescani e Templari”, l’ultimo appuntamento per quest’anno, dedicato ad un altro santuario con culti legati alle acque, anzi il più importante santuario d’Etruria: il Fanum Voltumnae. Saranno ospiti due tecnici della Asso (Archeologia Subacquea, Speleologia, Speleologia), Mario Mazzoli, direttore generale, e Massimo D’Alessandro, regista e filmmaker. Parleranno del contesto e presenteranno il film pluripremiato “Campo della Fiera e il pozzo del tempo”. A fine serata si chiuderà in bellezza quest’ultimo ciclo di conferenze con l’Azienda vitivinicola Terre Giorgini Santa Maria, l’Oleificio Olitar dei fratelli Scibilia, la chef e foodblogger Vittoria Tassoni.

I capienti depositi di Campo della Fiera, sito riconosciuto come sede del Fanum Voltumnae, santuario della confederazione etrusca dove periodicamente di riunivano i rappresentanti della dodecapoli, studiato da più di vent’anni dalla professoressa Simonetta Stopponi, sono stati ulteriormente affollati di reperti provenienti da questo pozzo che si datano dal VI sec. a.C. fino a centinaia di maioliche databili tra il XIII e il XV secolo, con i loro smalti ancora risplendenti, indagate con rigoroso metodo stratigrafico. Un vero e proprio “tesoro” di oggetti e di conoscenze, rinvenuto grazie a un gran lavoro di squadra che, proprio alla fine, ha voluto riservare un’altra grande sorpresa…

Archeologia subacquea. Scoperti nei fondali al largo di Acciaroli, nel comune di Pollica (Sa), due ceppi di ancora, probabilmente di epoca romana. e un’anfora romana, nell’ambito del progetto della Sabap di Salerno della mappatura e recupero di reperti di epoca greco-romana sommersi, col contributo di ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione e il supporto operativo dei Carabinieri del Nucleo Subacqueo di Napoli

Il ceppo di ancora romana recuperata dai fondali al largo della costa di Acciaroli, nel comune di Pollica (Sa) (foto sabap-sa)

Carabinieri del Nucleo Subacqueo di Napoli e ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione coinvolti nelle ricerche subacquee e monitoraggio dei fondali del Cilento (foto asso)

Il 19 giugno 2025, nei fondali al largo di Acciaroli, nel territorio comunale di Pollica (SA), sono stati recuperati due ceppi di ancora, probabilmente di epoca romana. e un’anfora romana. L’individuazione e il successivo recupero dei reperti sono il frutto di uno scrupoloso lavoro di monitoraggio che la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Salerno e Avellino svolge, da anni, lungo il litorale cilentano con il prezioso supporto operativo dei Carabinieri del Nucleo Subacqueo di Napoli. Le ricognizioni di questi giorni, coordinate dalla Soprintendenza, hanno visto anche l’importante contributo di ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione, associazione specializzata nell’individuazione, studio e valorizzazione dei beni culturali e naturalistici sotterranei e sommersi. Proprio il Comune di Pollica ha firmato un protocollo d’intesa con l’associazione A.S.S.O., finalizzato alla promozione di attività di ricerca, formazione e divulgazione nel campo dell’archeologia subacquea. Il passo successivo sarà la valorizzazione di questi reperti per la quale la soprintendenza sta lavorando in accordo e in collaborazione con l’amministrazione comunale di Pollica.

Mappatura dei fondali della costa del Cilento e recupero di reperti archeologici sommersi risalenti all’epoca greco-romana (foto sabap-sa)

L’obiettivo dell’iniziativa è la mappatura e il recupero di reperti archeologici sommersi risalenti all’epoca greco-romana, in un’area notoriamente ricca di tracce della civiltà ellenica, che trova il suo epicentro nell’antica Elea-Velia. Le ricerche, coordinate dalla Soprintendenza, si concentrano in tratti di fondale già oggetto in passato di segnalazioni e studi preliminari. Il merito delle prime segnalazioni, che hanno dato impulso alle attuali ricerche, va ai subacquei Guglielmo Mazziotti, Gabriele Baratta e Stefano Antolini.

Il ceppo di ancora romana recuperata dai fondali al largo della costa di Acciaroli, nel comune di Pollica (Sa) (foto sabap-sa)

Il ceppo di ancora romana recuperata dai fondali al largo della costa di Acciaroli, nel comune di Pollica (Sa) (foto sabap-sa)

I subacquei – come si diceva – hanno riportato alla luce un ceppo d’ancora in piombo del peso stimato di circa 500 chilogrammi. Il reperto, probabilmente di epoca romana, è stato individuato e recuperato nelle acque antistanti “Torre La Punta”, area che il Comune di Pollica intende trasformare in zona marina protetta. Il ceppo è stato trasportato al porto di Acciaroli e sollevato con una gru messa a disposizione dalla Nautica La Greca. Attualmente si trova custodito in un locale comunale per i successivi accertamenti. Alle operazioni ha assistito il sindaco di Pollica, Stefano Pisani, che ha commentato: “Questo recupero dimostra come anche l’archeologia subacquea possa diventare una grande risorsa per il territorio. Il Cilento si conferma custode di un patrimonio storico e culturale straordinario”. Nel pomeriggio, le attività di immersione sono proseguite con il ritrovamento di un secondo ceppo d’ancora, di dimensioni minori ma dotato di contromarra, elemento strutturale funzionale all’ancoraggio. Insieme al ceppo, è stata recuperata anche un’anfora romana, probabilmente utilizzata per il trasporto di vino. L’anfora, in ottimo stato di conservazione, rappresenta un ulteriore indizio della vitalità commerciale e marittima di questa fascia costiera in epoca antica.

Isole Tremiti (Fg). Iniziata sull’isola di San Nicola la campagna di scavi archeologici “Sulle tracce di Giulia Minore” nell’ambito del progetto M.A.R.E.A. (Mediterraneo Archeologia Etnografia Ambiente) condotta dall’università di Foggia con il Comune di Isole Tremiti, università di Bari, soprintendenza ABAP FG-BAT e con il supporto di ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione

È iniziata il 18 maggio e si protrarrà fino al 31 maggio 2025 la campagna di scavi archeologici sull’Isola di San Nicola (Isole Tremiti, Fg) finanziata dall’Unione Europea e condotta dall’università di Foggia in collaborazione con il Comune di Isole Tremiti, università di Bari, soprintendenza ABAP FG-BAT e con il supporto di ASSO – Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione. Il principale obiettivo è la domus romana, probabile residenza di esilio di Giulia Minore, nipote dell’imperatore Augusto. Ma verranno condotte anche indagini sulle numerose cisterne medioevali presenti nell’isola.

Il team del Progetto MAREA impegnato nelle indagini archeologiche sull’isola di San Nicola nelle tremiti (foto asso)

L’ingresso dell’università di Foggia (foto unifg)

Le indagini archeologiche sull’Isola di San Nicola “Sulle tracce di Giulia Minore” rientrano nel progetto M.A.R.E.A. (Mediterraneo, Archeologia, Etnografia, Ambiente), finanziato dall’Unione Europea (NEXTGENERATIONEU”, progetto “CHANGES“, Spoke 1 Università di Bari), che si occupa dello studio e della valorizzazione dei siti costieri e subacquei. Isole Tremiti, Vieste, Gargano, Siponto, Salapia, Taranto, Porto Cesareo, le Cesine (Vernole), Santa Maria di Leuca-Canale d’Otranto, sono solo alcuni dei siti campione oggetto di ricerche con l’università di Foggia, università del Salento, la Società di Topografia s.r.l.

Testa di Giulia Minore da Velia, conservata a Paestum (foto pa-paeve)

“È la prima volta che un Ateneo conduce ricerche in via ufficiale a San Nicola”, scrive Antonio D’Amico sulla rivista Riserva Marina Isole Tremiti, “e si scaverà nella zona in cui insiste la 𝑑𝑜𝑚𝑢𝑠 𝑟𝑜𝑚𝑎𝑛𝑎 che la tradizione vuole sia stata la dimora di Giulia Minore (Roma 19 a.C. – Isole Tremiti 28 o 29 d.C.), nobildonna romana e nipote dell’imperatore Augusto che ne decise l’esilio e dove pare sia stata anche sepolta. Prima di lasciare Roma, Giulia ebbe una relazione adulterina con Decimo Giunio Silano. Pare che, da quel rapporto, a Tremiti sia poi nato anche un bambino dichiarato “illegittimo” e per volere dell’imperatore, condannato all’𝑒𝑥𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑖𝑜, cioè all’abbandono del neonato in un luogo pubblico. Solo l’università di Bologna ha condotto attività di ricerche sull’isola ma in superficie individuando anche i resti della domus“.

Santa Severa (Roma). Al castello conferenza e proiezione del film “Campo della fiera e il pozzo del tempo” di Massimo D’Alessandro

Venerdì 9 maggio 2025, alle 18, al museo del Mare e della Navigazione antica nel Castello di Santa Severa a Santa Marinella (Roma) proiezione del film “Campo della fiera e il pozzo del tempo” di Massimo D’Alessandro, Premio del pubblico e Menzione speciale della giuria all’edizione 2025 del Firenze Archeofilm. La proiezione sarà preceduta da una introduzione storica a cura di Mario Mazzoli, general manager A.S.S.O. e Massimo D’Alessandro, autore e regista del documentario. Un viaggio nella storia millenaria di Campo della Fiera e un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di archeologia, storia e avventura. La proiezione è organizzata dal GATC – Gruppo Archeologico del Territorio Cerite e dal Polo Museale Civico del Comune di Santa Marinella e fa parte del programma delle manifestazioni culturali estive organizzate al castello. Ingresso libero senza prenotazione.

IL FILM. Nel cuore dell’Italia centrale, ai piedi della rupe di Orvieto, si trova Campo della Fiera, un luogo straordinario in cui sacralità e storia si intrecciano da oltre duemila anni. Identificato come la sede del leggendario Fanum Voltumnae, santuario federale degli Etruschi. Il sito ha poi visto passare le diverse epoche diventando un centro spirituale e amministrativo dei Romani e successivamente un insediamento francescano. Le indagini archeologiche condotte negli ultimi vent’anni hanno portato alla luce manufatti di inestimabile valore: antichi templi, mosaici, ceramiche pregiate e un profondo pozzo mai esplorato, custode di tesori dimenticati. Attraverso ricostruzioni storiche, interviste esclusive e riprese spettacolari, “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” accompagna il pubblico in un affascinante viaggio alla scoperta della vita, del declino e della rinascita di questo sito unico. Uno dei reperti rinvenuti nel pozzo, inoltre, apre uno squarcio nel velo di mistero che avvolge i Templari e un possibile intrigo storico. Consulenza scientifica: Marco Cruciani, Danilo Leone, Mario Mazzoli, Silvia Simonetti, Simonetta Stopponi, Vincenzo Valenzano. Una produzione A.S.S.O. ETS in collaborazione con l’associazione Campo della Fiera e il dipartimento di Studi umanistici dell’università di Foggia, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio dell’Umbria, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio della Provincia di Viterbo e dell’Etruria Meridionale.

 

Ostia antica (Roma). Scoperto uno straordinario bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) del IV-VI sec., il primo così antico venuto alla luce fuori dai confini di Israele, che testimonia il carattere multiculturale dell’antica città portuale. Gli interventi di Giuli, Russo, Osanna, Di Segni, Fadlun. Obiettivo: renderlo fruibile al pubblico

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Il bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) di epoca romana scoperto nel parco archeologico di Ostia antica (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

Dagli scavi condotti nel parco archeologico di Ostia antica nei mesi di giugno e agosto 2024 è emerso uno straordinario bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh). La campagna di scavo, realizzata nell’ambito del progetto OPS – Ostia Post Scriptum, è stata finanziata dal ministero della Cultura, tramite la direzione generale Musei, con uno stanziamento di fondi dedicato all’esecuzione di ricerche archeologiche nell’anno 2024, dal capitolo 7515 cdr19, per un importo pari a euro 124.190,41.

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Il progetto OPS – Ostia post scriptum: plan 2023

Il progetto OPS – Ostia Post Scriptum nasce nel 2022 da un rapporto di collaborazione fra il parco archeologico di Ostia antica (responsabili il direttore, Alessandro D’Alessio, e Claudia Tempesta), l’università di Catania (prof. Luigi Caliò) e il Politecnico di Bari (prof. Antonello Fino) ed è volto a eseguire indagini in due aree strategiche della città di Ostia, prima colonia romana e importantissimo centro urbano dell’antichità, per comprenderne meglio lo sviluppo nel corso del tempo. Era peraltro da diversi decenni che il Parco, già Soprintendenza Archeologica di Ostia, non eseguiva scavi archeologici propri (da cui appunto la denominazione OPS del progetto), con gli obiettivi primari di promuovere le attività di ricerca, con particolare riferimento a quelle direttamente curate dal Parco, al fine di incrementare le conoscenze su Ostia; implementare la fruizione del sito restituendo continuità al percorso di visita; promuovere la condivisione delle conoscenze attraverso azioni di public archaeology; rinsaldare la collaborazione scientifica con altri enti di ricerca.

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Parco archeologico di Ostia antica: il bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) in corso di scavo (foto parco ostia antica)

Destinati alle immersioni delle persone (ma anche degli oggetti) a fini di purificazione, i mikva’otsi presentano generalmente come vasche rettangolari, nella maggior parte dei casi coperte, scavate nel terreno e rivestite di intonaco idraulico, con una fila di gradini che ne occupano l’intera larghezza, connesse direttamente o indirettamente a una sorgente, a un pozzo o a una cisterna di raccolta dell’acqua piovana. Come prescritto dalle fonti rabbiniche (in particolare la Mishnah e la Tosefta, entrambe redatte nel corso del III secolo d.C.), requisiti essenziali di un mikveh sono l’alimentazione mediante acqua piovana o sorgiva, in quantità non inferiore a 40 se’ah (circa 500 l), e la profondità, tale da permettere la completa immersione del corpo di un uomo di media statura.

La scoperta è stata presentata ufficialmente il 10 marzo 2025 al parco archeologico di Ostia antica alla presenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. «La scoperta di un antico bagno rituale ebraico, o mikveh, venuto alla luce nel parco archeologico di Ostia Antica”, dichiara il ministro Giuli, “rafforza la consapevolezza storica di questo luogo quale vero crocevia di convivenza e di scambio di culture, culla di tolleranza tra popoli diversi che nella civiltà romana trovavano la loro unione. Esso rappresenta un unico nell’area mediterranea di età romana al di fuori della Terra di Israele e attesta quanto fosse radicata la presenza ebraica nel cuore della romanità. È proprio a Ostia che Roma accoglie e ospita i culti originari delle altre civiltà mediterranee, nel momento in cui, consolidato il suo potere in Italia, comincia a proiettarsi nel Mare Nostrum. Una miscellanea di etnie e influenze, insieme alle due religioni monoteiste del tempo, che testimonia quanto Roma fosse ecumenica e universale. Siamo orgogliosi che questa scoperta sia il frutto della ripresa delle attività di scavo promosse direttamente dal Parco archeologico di Ostia Antica – grazie a un finanziamento del MiC che continuerà a investire risorse su questa scoperta – che da un lato ha permesso di tornare a promuovere le attività di ricerca e dall’altro di ampliare e rendere più accessibili le aree visitabili dal pubblico”.

 

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La presentazione della scoperta del bagno rituale ebraico, o mikveh, nel parco archeologico di Ostia Antica: da sinistra, Riccardo Di Segni, Alessandro Giuli, Alessandro D’Alessio, Alfonsina Russo, Massimo Osanna (foto parco ostia antica)

“Questa eccezionale scoperta”, dichiara Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, “conferma da un lato l’importanza e la specificità dell’antica città di Ostia, porto e porta di Roma sul Mediterraneo e per tale ragione melting pot etnico, linguistico, religioso e culturale in senso lato e, d’altro canto, le inusitate potenzialità del patrimonio storico-archeologico italiano. In ossequio alla “filiera” ricerca/conoscenza-tutela/conservazione-valorizzazione di questo straordinario patrimonio, il rinvenimento del mikveh ostiense, il primo così antico venuto alla luce fuori dai confini di Israele, non può che renderci orgogliosi e al tempo stesso determinati a che il monumento sia quanto prima fruibile dal pubblico di visitatori che sempre più numeroso frequenta e apprezza i nostri luoghi della cultura”.

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Parco archeologico di Ostia antica: il bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) in corso di scavo (foto parco ostia antica)

“Grazie ai finanziamenti stanziati dal ministero della Cultura negli ultimi anni”, dichiara il direttore generale Musei Massimo Osanna, “è stato possibile attuare un piano di interventi su scala nazionale, promosso in particolare dalla Direzione generale Musei, volto alla manutenzione programmata, alla promozione della ricerca archeologica e alla valorizzazione degli istituti e luoghi della cultura. In questo contesto, il Parco archeologico di Ostia antica ha svolto un ruolo di primo piano, distinguendosi per l’innovatività degli interventi progettati e l’eccellenza dei suoi progetti di ricerca, come quello che ha portato alla scoperta del mikveh. Un ritrovamento che testimonia il carattere multiculturale dell’antica città portuale e apre nuovi e affascinanti scenari per l’ampliamento delle nostre conoscenze e lo sviluppo di nuove narrazioni”.

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Parco archeologico di Ostia antica: l’area di scavo del bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

“Si tratta di una scoperta assolutamente straordinaria”, dichiara Alessandro D’Alessio, direttore del parco archeologico di Ostia antica, “in quanto non erano precedentemente noti mikva’ot di epoca romana fuori dalla Giudea, Galilea e Idumea antiche, e che non può che confermare l’entità della presenza continuativa, il ruolo e l’importanza della comunità ebraica a Ostia nel corso di tutta l’età imperiale (se non prima): dagli inizi del I secolo (epoca cui risale la più antica iscrizione nota in Italia che menzioni Iudaei, rinvenuta nella vicina necropoli di Pianabella) al V-VI secolo, quando la sinagoga ostiense – la più vetusta del Mediterraneo occidentale (fu costruita infatti a fine II-inizi III secolo) e la sola conservata a Roma – cessò di vivere a seguito del definitivo abbandono della città”.

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Il rabbino Di Segni e il ministro Giuli in visita al bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) nel parco archeologico di Ostia antica (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

“La scoperta di questo sito, che ha le caratteristiche di un miqwè”, afferma Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, “è di estremo interesse sotto tanti aspetti, archeologici, storici, rituali. La storia degli ebrei di Roma si arricchisce oggi di un ulteriore, prezioso monumento che testimonia il loro millenario insediamento e la cura nell’osservanza delle tradizioni: l’ambiente scoperto è tra l’altro funzionale ed elegante. Una struttura come quella scoperta non poteva essere isolata dal complesso edilizio in cui si trova ed è probabile che in buona parte, se non tutto, questo fosse un centro di aggregazione ebraica. Mi auguro che gli scavi possano proseguire in attesa di altre sorprese e che presto sia possibile l’accesso ai visitatori che non mancheranno per l’importanza del reperto”. “È fonte di grande emozione la scoperta del probabile miqwè a Ostia, di fatto il più antico rinvenimento del genere nel mondo della Diaspora, successivo soltanto a quelli di Giudea, Galilea e Idumea”, commenta Victor Fadlun, presidente della Comunità Ebraica di Roma. “Emozione e orgoglio, per la conferma del radicamento millenario degli ebrei a Roma, e del cordone ombelicale che ci lega alla Terra d’Israele. Il miqwè è il segno di una presenza viva, che si è perpetuata nei secoli e porta a noi, oggi. La dimostrazione di una identità che molte generazioni di ebrei sono riuscite a preservare, difendere e valorizzare. Ringrazio quanti hanno dato contributi scientifici e finanziari determinanti per questo importante risultato. E auspico che ne torni lustro e beneficio all’intero territorio”.

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Veduta aerea del bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) al parco archeologico di Ostia antica (foto parco ostia antica)

Le ricerche hanno potuto concentrarsi in particolar modo nel settore, denominato “Area A”, posto in una zona assolutamente centrale della città, sotto il profilo sia topografico/urbanistico che architettonico, in quanto situato in prossimità dell’antico corso del Tevere e compreso tra l’edificio dei Grandi Horrea a Ovest, il santuario repubblicano dei Quattro Tempietti, il Mitreo delle Sette Sfere e la Domus di Apuleio a Sud, e il Piazzale delle Corporazioni a Est. Sorprendentemente, a dispetto di tale sua centralità, quest’area non era stata mai indagata in precedenza e si presentava pertanto come ideale per le nuove attività di scavo, qualificandosi quale bacino stratigrafico intatto. È così che all’interno di un grande e sontuoso edificio qui scoperto e già ampiamente riportato alla luce è emerso, fra i notevoli resti degli ambienti che lo compongono e di alcuni meravigliosi mosaici pavimentali a tessere bianche e nere, un piccolo vano semi-ipogeo con sottostante pozzo per la risalita o comunque il prelievo dell’acqua di falda, nel quale può con ogni probabilità riconoscersi un mikveh (מִקְוֶה / מקווה‎?, Mikve, “Miqwā”), ovvero un bagno rituale purificatorio ebraico.

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Il bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) di epoca romana scoperto nel parco archeologico di Ostia antica (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

L’ambiente semi-ipogeo è un piccolo vano di forma rettangolare, chiuso sul lato Est da un’abside semicircolare, che presenta diverse fasi edilizie. Nell’ultima, esso risulta accessibile dal lato occidentale attraverso una larga soglia in marmo con bordo esterno rialzato ed è occupato quasi per l’intera larghezza da una scala, costituita da tre gradini con notevoli tracce di usura e fiancheggiata da due spallette in muratura rivestite all’interno di intonaco idraulico; il piano pavimentale al termine della scala, realizzato in mattoni bipedali (laterizi quadrati di 60 cm di lato), era posto a una quota inferiore di circa 1 metro rispetto a quella della soglia di ingresso e presentava un incasso della larghezza di circa 3 cm che proseguiva anche sulle pareti laterali, con tutta probabilità funzionale all’alloggiamento di una transenna, forse lignea. Nell’angolo nord-orientale, immediatamente al di sopra della spalletta settentrionale, è presente nella muratura un foro passante, destinato verosimilmente ad alloggiare una conduttura per l’adduzione di acqua.

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Il pozzo all’estremità orientale del bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) di epoca romana scoperto nel parco archeologico di Ostia antica (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

All’estremità orientale del pavimento si apre un pozzo circolare del diametro di 1,08 m, realizzato in cementizio e coronato da una ghiera in mattoni probabilmente aggiunta in un secondo momento, certamente destinato alla captazione dell’acqua di falda; in corrispondenza del raccordo con il pavimento, il perimetro del pozzo si allarga a formare una sorta di invito. A una profondità di 1,10 m dall’imboccatura, il pozzo si restringe a un diametro di 1,00 m, formando una risega con tutta probabilità funzionale al posizionamento di una grata o di una pavimentazione lignea rimovibile.

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Lucerna decorata sul disco dall’immagine di una menorah scoperta in fondo al pozzo del bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) nel parco archeologico di Ostia antica (foto parco ostia antica)

L’ambiente era chiuso su tutti i lati da pareti costruite in opera listata (con blocchetti di tufo alternati a ricorsi di laterizi) prive di aperture; sull’abside di fondo, in posizione elevata, è stata rinvenuta una nicchia, alta 0,60 m e larga 0,45 m, rivestita di intonaco azzurro e conchiglie, inquadrata da una coppia di colonnine rivestite in stucco poggiate su un piano sostenuto da mensole in laterizio. Lo scavo degli strati di abbandono e obliterazione dell’ambiente ha restituito materiali di grande interesse: oltre a numerosi lacerti di intonaco, sono stati rinvenuti lucerne, frammenti marmorei appartenenti a un’epigrafe e a statue di piccole dimensioni. Dallo scavo del pozzo, condotto con il supporto di Davide I. Pellandra e di Mario Mazzoli e Marco Vitelli dell’Associazione Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione (A.S.S.O.) fino alla profondità di 1,5 m, proviene una lucerna decorata sul disco dall’immagine di una menorah (candelabro a sette bracci) e da un lulav (ramo di palma) sul fondo, oltre a un bicchiere in vetro pressoché integro, entrambi databili tra V e VI secolo d.C.

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Reperti recuperati nello scavo del bagno rituale purificatorio ebraico (mikveh) nel parci archeologico di Ostia antica (foto MIC / emanuele antonio minerva / agnese sbaffi)

Le peculiari caratteristiche dell’ambiente – quali i gradini estesi per la sua intera ampiezza, le pareti rivestite di intonaco idraulico, la presenza di un pozzo di captazione dell’acqua di falda, il condotto di comunicazione con l’ambiente adiacente (possibilmente destinato ad alloggiare una tubatura per l’aggiunta di acqua a quella di falda), e ancora il rinvenimento della lucerna con simboli ebraici sul fondo del pozzo – inducono a ipotizzarne una interpretazione come bagno rituale ebraico (mikveh). I mikva’ot erano destinati alle immersioni delle persone (ma anche degli oggetti) a fini di purificazione.

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Veduta dall’alto della sinagoga a Ostia (foto parco archeologico ostia antica)

I più antichi esempi di mikva’ot archeologicamente documentati in Israele risalgono all’età asmonea (fine I secolo a.C. – inizio I secolo d.C.). Capillarmente diffusi in Giudea, Galilea e Idumea in età erodiana, in particolare all’interno di edifici a carattere residenziale, diminuiscono progressivamente nel I secolo fino a scomparire quasi del tutto all’inizio del II, in connessione con la piena romanizzazione della regione a seguito della distruzione del Tempio nell’anno 70 d.C. e della successiva repressione di Bar Kokhba nel 135 d.C. Estremamente scarse sono le attestazioni successive, tra cui emergono i numerosi mikva’ot rinvenuti nella città galilea di Sepphoris. Non sono finora noti mikva’ot di epoca romana o tardo-antica nei luoghi della Diaspora, con l’unica eccezione del mikveh di Palazzo Bianca a Siracusa, probabilmente realizzato nei pressi della locale sinagoga tra VI e VII secolo d.C. A una cronologia di poco anteriore riportano i materiali rinvenuti negli strati di abbandono e di obliterazione del vano individuato a Ostia: tra questi spiccano due lucerne della forma Atlante VIII, decorate sul disco da una menorah eptalicne (cioè appunto a sette bracci) su supporto trifido, una delle quali con lulav sul fondo, databili tra IV e VI secolo d.C.