L’Antico Egitto a Conegliano. Prime anticipazioni della grande mostra di Paolo Renier alla scoperta dell’Osireion di Abido da settembre a Palazzo Sarcinelli

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier in allestimento a Conegliano
Un mese. Ancora un mese di attesa. Poi potremo inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti. Ancora un mese, dunque, e poi il 12 settembre si schiuderanno le porte del nobile Palazzo Sarcinelli di Conegliano per la mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città santa per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione: qui i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, qui i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, qui per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Paolo Renier non mancherà ancora una volta di stupirci con effetti scenografici e soluzioni espositive rese uniche dalle sue straordinarie fotografie. E anche per chi ha avuto la fortuna di visitare la mostra di qualche mese fa a Dolo (vedi post del su archeologiavocidalpassato: Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido del 31 dicembre 2014; In riva al Brenta l’Osireion di Abido e i misteri dell’Antico Egitto del 30 novembre 2014) Conegliano rappresenterà un’autentica sorpresa, assicura Renier che anche in questa avventura sarà affiancato da Federica Pancin, egittologa dell’università Ca’ Foscari di Venezia, per la consulenza scientifica; Maurizio Sfiotti, geometra, per i rilievi tecnici e i plastici; Romeo e Arianna Tonello della Rexpol per le ricostruzioni al naturale. “Con l’ultima missione a maggio 2013 in Egitto – ricorda Renier -, si è potuto raccogliere una documentazione aggiornata e realizzare i rilievi necessari per le ricostruzioni in scala 1:20 e in scala 1:1. È stato un bellissimo lavoro di squadra che è servito indubbiamente a definire al meglio i risultati delle varie spedizioni rendendoli interessanti anche per un pubblico di non esperti”.

Cantiere aperto nell’atrio di Palazzo Sarcinelli: si sta ricostruendo l’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido

Impalcature a Palazzo Sarcinelli: ricostruzione in scala 1:1 della facciata e di due dei pilastri settentrionali della camera sepolcrale dell’Osireion
Ma cosa vedremo nella mostra di Conegliano? Palazzo Sarcinelli in queste settimane è un grande cantiere. Gli organizzatori non vogliono scoprire tutte le carte per non togliere il gusto della sorpresa e della scoperta della città santa di Abido e dei suoi tesori monumentali. Ma qualcosa trapela. Non si può ancora salire al piano nobile, dove ci sarà il grosso della mostra, ma già sbirciando nell’androne al piano terra di Palazzo Sarcinelli si può avere un assaggio della spettacolarità della mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”. È qui che sta sorgendo, blocco dopo blocco, grazie agli esperti della Rexpol, la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido con la facciata e due dei pilastri settentrionali: oggi i geroglifici incisi sulla grande parete (gli unici presenti nell’Osireion, che è un monumento sostanzialmente anepigrafo, e perciò ancora più complicato da “decifrare”) sono difficilmente leggibili. Ma a Conegliano si potranno ammirare in tutta la loro monumentalità, come se fossimo ancora nel periodo d’oro dei faraoni, “recuperati” proprio grazie alle immagini di Paolo Renier. E se già a quel punto i visitatori vorranno saperne qualcosa di più prima di affrontare i percorsi degli antichi faraoni e dei gran sacerdoti nel tempio di Osiride potranno raggiungere la sala multimediale, un ambiente riservato appunto ad approfondimenti multimediali: un monitor mostrerà a rotazione brevi filmati documentari sul sito e sul lavoro dell’ultima missione, proponendo anche la realtà odierna del villaggio di Abido e le sue genti.
Nel prossimo post cercheremo di scoprire con Paolo Renier qualcosa di più sul “cuore” della mostra: l’Osireion e il tempio del faraone Sethi I, il padre di Ramses II.
I tesori del museo Egizio di Torino esposti per la prima volta in Germania nella mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” mentre procede il progetto del “grande museo Egizio” pronto per la primavera 2015
I faraoni del museo Egizio di Torino “padroni” delle fonderie tedesche. Sono 250 i capolavori del museo Egizio di Torino esposti all’interno della mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” aperta fino al 22 febbraio 2015 alle ex fonderie Völklingen Ironworks, della città di Völklingen nello stato federale del Saarland in Germania, sito dichiarato dall’Unesco Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1994. L’importante polo museale tedesco accompagnerà i suoi visitatori per 6 mesi nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, un viaggio di circa 4mila anni alla scoperta di una delle civiltà più straordinarie e importanti dell’intera umanità, attraverso l’esposizione di alcuni tra i più celebri reperti della collezione del museo Egizio di Torino, che vanta la seconda collezione di antichità egizie del mondo nonché la più importante e ricca al di fuori dell’Egitto.
La città tedesca di Völklingen, poco distante dal confine con Francia e Lussemburgo, è nota per le sue storiche fonderie. Oggi questi spazi sono adibiti a eventi e mostre. Dopo le due importanti esposizioni, che hanno messo in dialogo questi spazi industriali con le grandi civiltà degli Inca e dei Celti, ecco la mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” che presenta divinità, uomini e faraoni dell’Antico Egitto, attraverso le collezioni del Museo Egizio di Torino. Dall’istituzione sabauda arriverà infatti la parte più ampia dei reperti esposti, ben 250, che approderanno per la prima volta nei territori della Grande Regione tedesca. “Assicurare i tesori egizi ha comportato cifre da capogiro”, confessano gli organizzatori comunque fermamente convinti che l’opportunità di vederli esposti in un uno spazio simile sia impagabile. La mostra è stata realizzata con il contributo della soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Potranno essere ammirati tra gli altri gli splendidi sarcofagi lignei risalenti al Terzo Periodo Intermedio e una statua monumentale della dea Sekhmet del Nuovo Regno. “Così alle ex fonderie di Völklingen”, spiega Meinrad Maria Grewenig, direttore generale del sito Unesco di Völklingen: “due capitoli della storia umana, come l’industrializzazione e la civiltà dell’antico Egitto, si incontrano in un luogo unico, semplicemente incomparabile!”. E aggiunge: “Per celebrare il ventennale dell’iscrizione di Völklingen nella lista dei siti Unesco, è stato aperto un nuovo e più confortevole Visitor Center che offre un mix di informazioni audio e tecnologia spettacolare in un’atmosfera particolare che ne fa un’esperienza straordinaria. Inoltre – conclude-, proponiamo anche la mostra “25 anni dalla riunificazione tedesca” con le 40 fotografie chiave del celebre fotografo Helmut R. Schulze sulla riunificazione delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino”.
Verso il nuovo museo Egizio 2015. Mentre un consistente nucleo di tesori dell’istituzione sabauda sono in Germania, il museo Egizio di Torino è al centro di un grande progetto di trasformazione il cui termine dei lavori è fissato per i primi mesi del 2015 (si parla di aprile 2015, cioè un mese prima dell’inaugurazione di Expo Milano). Nonostante il cantiere, il museo è comunque sempre aperto al pubblico. Da quasi un anno, con l’apertura al pubblico dei nuovi ambienti ipogei e l’inaugurazione di un allestimento temporaneo di grande suggestione, pensato per valorizzare un migliaio di reperti tra i più rappresentativi della collezione museale, è attivo un nuovo percorso museale dal titolo “Immortali. L’Arte e i Saperi degli antichi Egizi”: è in questo nuovo spazio ipogeo che si descrive la varietà e la ricchezza tecnica ed artistica raggiunta dagli Egizi per soddisfare i vari aspetti della loro vita quotidiana e religiosa.
Il British Museum apre la nuova galleria sull’Antico Egitto con una mostra permanente degli scheletri di Jebel Sahaba, vittime (13mila anni fa) del primo conflitto razziale armato

Gli scheletri da Jebel Sahaba sono la prova del primo conflitto razziale documentato dagli archeologi
In mostra a Londra le vittime di quello che 13mila anni fa potrebbe essere il primo conflitto razziale armato documentato dall’archeologia, dove le vittime sarebbero venute dall’Africa centrale mentre i “carnefici” dal Mediterraneo. Si trattava di cacciatori-raccoglitori che molti millenni prima della civiltà egizia si erano sfidati e massacrati vicino al Nilo in un ambiente che durante l’ultima glaciazione era diventato molto inospitale. Il British Museum ha aggiornato e rinnovato la sezione dedicata all’Antico Egitto aprendo pochi giorni fa una nuova galleria dove hanno trovato posto – come mostra permanente – parte degli scheletri di un gruppo di 26, tra cui uomini, donne e bambini, che vennero uccisi fra Egitto e Sudan intorno a 13mila anni fa e sono stati recuperati dal sito di Jebel Sahaba, sulla riva orientale del Nilo, nel Sudan settentrionale, noto agli studiosi come “cimitero 117”. Già negli anni Sessanta del secolo scorso questo sepolcreto aveva restituito molte punte di freccia e ossa con i segni inequivocabili di un impatto violento. I resti erano stati trovati nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf durante gli scavi finanziati dall’Unesco per analizzare i siti archeologici che stavano per essere sommersi dalla diga di Assuan. Ma, fino alle attuali indagini in corso, non erano mai stati esaminati con la moderna tecnologia che oggi ha permesso agli scienziati appunto di identificare quella che potrebbe essere la più antica guerra razziale, combattuta 13mila anni fa ai margini del Sahara. Infatti tutto il materiale di Jebel Sahaba era stato portato da Fred Wendorf nel suo laboratorio in Texas, e solo 30 anni dopo è stato trasferito alla cura del British Museum, che ora sta lavorando con altri scienziati per effettuare una nuova importante analisi su questi resti. “Il materiale scheletrico è di grande importanza – non solo a causa delle prove di conflitto, ma anche perché il cimitero di Jebel Sahaba è il più antico scoperto nella Valle del Nilo finora”, spiega Daniel Antoine, tra i curatori del British Museum.

Archeologi al lavoro nel sito di Jebel Sahaba sulla riva orientale del Nilo nel Sudan settentrionale
Intanto scienziati francesi in collaborazione con il British Museum hanno esaminato decine di scheletri, la maggioranza dei quali sembrano essere stati uccisi da arcieri con frecce con punta di selce. Negli ultimi due anni poi gli antropologi della Bordeaux University hanno scoperto dozzine di segni di impatto di freccia non rilevati in precedenza e frammenti di punte di freccia in selce sia sulle ossa delle vittime che intorno ai loro resti. Questa scoperta suggerisce che la maggior parte degli individui scoperti a Jebel Sahaba – uomini, donne e bambini -, siano stati uccisi da arcieri nemici, e poi sepolti dalla loro stessa gente. Le nuove ricerche dimostrano che gli attacchi (ma sarebbe meglio parlare di una guerra prolungata di basso livello) hanno avuto luogo nel corso di molti mesi se non di anni.
Ma chi erano queste popolazioni in lotta tra loro? A questa domanda sta cercando di dare una risposta una ricerca parallela curata dalla Liverpool John Moores University, dalla University of Alaska e dalla New Orleans Tulane University. Dai primi risultati si può dire che gli aggrediti facevano parte della popolazione sub-sahariana originaria – gli antenati dei moderni africani neri. L’identità dei loro assassini è comunque meno facile da determinare. “Ma è plausibile – spiegano gli antropologi – fossero persone di un gruppo razziale ed etnico totalmente diverso – parte di una popolazione nordafricano / levantina / europea che viveva in gran parte del bacino del Mediterraneo. I due gruppi – anche se entrambi parte della nostra specie, Homo sapiens – sarebbero sembrati molto diversi tra di loro ed erano anche quasi certamente diversi culturalmente e linguisticamente”. Il gruppo di origine sub-sahariana presenta arti lunghi, torsi relativamente corti e mascelle superiore e inferiore prominenti con fronti arrotondate e ampi nasi, mentre il gruppo nord africano/levantino/europeo originari del Nord Africa aveva gli arti corti, torsi lunghi e facce piatte. Entrambi i gruppi erano molto muscolosi e strutturalmente forti. “Certamente la zona settentrionale del Sudan in questo periodo vedeva la presenza dei due gruppi etnici, dal momento che tracce del gruppo nord africano/levantino/europeo originario del Nord Africa sono state trovate anche 200 miglia a sud di Jebel Sahaba, suggerendo così che le vittime furono uccise in una zona dove operavano entrambe le popolazioni”.

I primi scheletri a Jebel Sahaba sono stati scoperti nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf
Non è un caso che le due tribù o i due clan rivali siano venuti in conflitto proprio 13mila anni fa, periodo di enorme concorrenza per le risorse a causa di una grave crisi climatica che, soprattutto nel periodo estivo, prosciugava molte sorgenti d’acqua. La crisi climatica – conosciuto come il periodo Younger Dryas – era stato preceduto da uno molto più lussureggiante, con condizioni più umide e più calde che avevano consentito alle popolazioni di espandersi. Ma quando le condizioni climatiche peggiorarono durante il Younger Dryas, le pozze d’acqua si prosciugarono, la vegetazione appassì e gli animali morirono o si spostarono verso l’unica fonte di acqua ancora disponibile per tutto l’anno: il Nilo. Gli esseri umani di tutti i gruppi etnici della zona sono stati costretti a seguire l’esempio – e migrarono verso le sponde del grande fiume (in particolare la sponda orientale). A causa della competizione per le limitate risorse, i gruppi umani si sarebbero inevitabilmente scontrati – e la ricerca in corso sta dimostrando la scala di questo primo notevole conflitto umano.
“Distruzione e recupero”. Il Cairo mette in mostra 200 tesori rubati dai musei dell’Egitto e recuperati nel mondo: tra questi una statua d’oro di Tutankhamon sottratta nel saccheggio del museo Egizio il 28 gennaio 2011

I soldati presidiano il museo del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione
Vergogna, sbigottimento, smarrimento, disperazione, incredulità, angoscia: furono molti i sentimenti che provò il mondo intero vedendo le immagini del saccheggio del museo Egizio del Cairo trasmesse dai notiziari di ogni continente. Dappertutto vetrine sventrate, frammenti di vetri, segni del passaggio dei vandali, statue abbattute e finite in mille pezzi. Uno spettacolo che nessuno avrebbe mai voluto vedere. “Quel giorno, il 28 gennaio 2011”, raccontano le cronache, “la folla di piazza Tahrir era furibonda, incontrollabile. Da 18 giorni si succedevano dimostrazioni oceaniche e sanguinose; ma il regime di Hosni Mubarak sembrava deciso a resistere. Durante uno degli scontri, una colonna di manifestanti riuscì a scacciare i reparti di polizia che proteggevano la sede del partito di governo, e a darle fuoco. Ebbra di vittoria, la gente si riversò verso l’edificio adiacente: il museo Egizio, lo scrigno che custodisce il patrimonio più prezioso del Paese. Prima di rendersi conto di quel che faceva, di recuperare lucidità, la moltitudine aveva sfasciato 13 vetrine, distruggendo non meno di settanta reperti insostituibili”. A inventario completato, il direttore del museo, Tareq al-Awadi, avrebbe contato 54 opere scomparse. Tra queste due splendide statue di legno dorato di Tutankhamen: Tut mentre pesca con un arpione da una barca, e Tut da bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret. E poi uno scriba, la regina Nefertiti, una principessa, tutti provenienti da tell el-Amarna, il grande sito archeologico nell’Egitto centrale dove Akhenaton fondò la sua nuova capitale. Dal corredo funebre di Yuya, un potente cortigiano di tremila anni fa, erano spariti uno scarabeo funerario, l’amuleto che veniva posto sul petto delle mummie per scongiurare l’asportazione del cuore, e undici “ushabti”, le statuine incaricate di sostituire il defunto nei lavori manuali richiesti nell’aldilà.
Sono passati tre anni da quel tragico giorno, per fortuna non invano. E mentre i laboratori del museo facevano il possibile per riparare i danni del saccheggio del 28 gennaio 2011, le autorità egiziane hanno avviato una rete di contatti per fermare l’emorragia di preziosi reperti dall’Egitto, sempre più richiesti dal mercato antiquario illegale. E oggi il Cairo può mostrare con orgoglio i suoi tesori rubati e recuperati nella mostra “Distruzione e recupero” aperta per tre mesi al museo Egizio del Cairo, poi ogni tesoro tornerà nel proprio museo di appartenenza: 200 reperti archeologici rubati negli ultimi tre anni in Egitto e recuperati negli ultimi mesi, tra i quali una statuetta d’oro di Tutankhamon. Il ministro egiziano delle Antichità Mohamed Ibrahim, nel presentare la mostra, ha elogiato il lavoro delle forze dell’ordine e gli ambasciatori di Germania, Regno Unito, Spagna, Australia, Cina e Nuova Zelanda per il loro aiuto nel riuscire a far tornare in Egitto i tesori rubati. “Non tutto il bottino, per fortuna, è andato perduto per sempre”, ha ricordato il ministro. “Qualche ora dopo il saccheggio, in una stazione della metropolitana fu trovata una borsa contenente la statua di Tutankhamon a pesca e altri due pezzi sottratti al museo. Menkaret era in un bidone dei rifiuti, ma senza il faraone bambino. Altre opere furono rinvenute o confiscate nei mesi successivi: 140 oggetti dei 200 in esposizione alla mostra sono stati recuperati da diversi Paesi, mentre gli altri 60 sono stati sequestrati dalla polizia del Turismo e delle Antichità, prima che fossero venduti ai ricettatori”. Notevole il lavoro dei restauratori per ricomporre i tesori rubati. Pochi sono infatti i pezzi recuperati integralmente. Fra questi, il Tutankhamon con l’arpione e altre due statue del grande faraone, e la mummia di un bambino, Amenhotep: i saccheggiatori le avevano tagliato la testa, che è stata riattaccata usando le tecniche originarie. Ma una statua d’avorio del faraone Tuthmosi III è ancora parzialmente mutilata.

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all’appello ancora undici “ushabti”
Il lotto più recente è arrivato poche settimane fa, ha aggiunto il ministro Ibrahim, e comprende dieci oggetti che sono stati rubati dal museo Egizio il 28 gennaio del 2011. Ali Ahmed, capo del dipartimento che si occupa del recupero di oggetti rubati del ministero delle Antichità, ha riferito che i dieci elementi sono gli oggetti più significativi della mostra e tra questi c’è proprio la statuetta d’oro di Tutankhamon. Tra gli altri tesori, anche una statua raffigurante la figlia di Akhenaton e 40 gioielli d’oro trafugati dal museo del Malawi a Minya. Fra gli altri oggetti salvati ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani, un vaso di vetro policromo, una piccola statua raffigurante uno scriba, una della dea-gatta Bastet, una del faraone Akhenaton, una del dio-toro Apis. Molti pezzi importanti, tuttavia, sono ancora dispersi: come gli “ushabti”, una cintura di lapislazzuli appartenuta alla principessa Miretteamun, un Apis di bronzo. Con ogni probabiilità queste opera sono già all’estero. Le autorità del Cairo hanno fatto bloccare a Gerusalemme un’asta di 126 antichità egiziane, e al governo britannico è stato chiesto di sospendere la vendita di 800 oggetti presenti su Ebay, per consentire esami e ricerche sulla provenienza. Infine una legge che sta per essere approvata in Germania dovrebbe consentire la confisca e il rimpatrio di diversi pezzi presenti nelle case d’asta tedesche.
Nella Valle dei Re in Egitto scoperta una tomba con almeno 50 mummie della famiglia reale di faraoni della XVIII dinastia

L’ammasso di mummie appartenenti a membri della famiglia reale ritrovate in una tomba della Valle dei re dalla missione dell’università di Basilea
La XVIII dinastia, quella dei faraoni famosi come i Thutmosi, Hatshepsut, gli Amenofi, Akhenaton, Tutankhamon, ha ancora qualche segreto da svelare. Anzi, addirittura la super studiata Valle dei Re è ancora in grado di sorprenderci! Non molto distante dalla tomba di Tutankhamon, nella zona nord-ovest della Valle dei Re, nella provincia di Luxor, nel sud dell’Egitto, una missione dell’università svizzera di Basilea diretta da Susanne Bickel insieme a archeologi egiziani ha scoperto una grande tomba rupestre che si è rivelata un’immensa necropoli con almeno 50 mummie o resti di mummie, alcune delle quali bene conservate. E non mummie qualsiasi, ma appartenenti a membri della famiglia reale della XVIII dinastia (1590-1292 a.C.). Ad annunciare la straordinaria scoperta è stato il ministero delle Antichità egiziane: “La cachette (nascondiglio) contiene i resti di mummie che con tutta probabilità potrebbero appartenere ai membri della famiglia regnante della XVIII dinastia”, precisa il ministro Mohamed Ibrahim. Quindi il ritrovamento potrebbe fornire informazioni preziose sulla XVIII dinastia del Nuovo Regno e in particolare sui figli dei re Thutmosi IV (1402 – 1394 a.C.) e Amenofi III (1394 – 1356 a.C.).
Thutmosi IV non era il figlio maggiore di Amenofi II; non sappiamo come giunse al potere e se la successione fu traumatica. Come il suo predecessore ebbe un regno tranquillo e fece due sole campagne militari, una in Sudan e l’altra in Asia; quest’ultima fu più che altro un’ispezione, anche perché la situazione era molto cambiata e il pericolo ittita aveva spinto gli antichi nemici dell’Egitto, come Mitanni, a cercarne l’appoggio. Tra questi due paesi fu stretta un’alleanza e, per suggellarla, Thutmosi sposò una principessa mitanna a cui suo figlio, Amenofi III, deve il suo sangue indoeuropeo. Una stele del primo anno di regno di Thutmosi IV riferisce che, mentre ancor giovanetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge di Giza, gli apparve in sogno Harmakhe (Harmachis) il dio solare impersonante la sovranità, che gli promise il regno; in cambio egli avrebbe dovuto liberare il dio dalle sabbie che lo ricoprivano, e certo il resto dell’iscrizione, andato perduto, narrava come egli portò a termine il compito. Tranne questo immaginoso racconto, c’è poco da dire sul regno di Thutmosi IV; non si deve, comunque, dimenticare che fu lui a far erigere il maggiore degli obelischi egizi, alto circa trentadue metri, che ora si trova a Roma davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano; questo obelisco era rimasto per anni trascurato e steso al suolo a Karnak, finché Thutmosi IV non ne decise l’erezione.
Amenofis III, che successe naturalmente a suo padre, è noto come il “re Sole” dell’Egitto, appellativo che gli deriva da motivi diversi. Tra i suoi soprannomi ci fu quello di “disco splendente del Sole”, ma furono soprattutto lo splendore della corte di cui si circondò e la grandezza dei suoi monumenti a suggerirne l’assimilazione con Luigi XIV il più noto “re Sole” della storia. In particolare la città di Tebe, dove il sovrano trasferì la sua residenza nel ventinovesimo anno del regno, si abbellì di splendide costruzioni che ne fecero il centro più prestigioso del Paese. Qui i numerosi palazzi reali si affiancarono alle dimore sontuose dei funzionari, ricche di nuovi e raffinati oggetti d’arredo, impreziosite dai fregi architettonici e ornate di verdi giardini che, con gusto importato dall’Oriente, divennero parte essenziale delle architetture. Il periodo del regno di Amenofi III fu improntato a grande tranquillità sia interna sia esterna. Qualche tentativo di ribellione fu domato, ma l’Egitto visse in pace con i potenti vicini che il sovrano, forse sottovalutandone le potenzialità offensive, era solito definire “fratelli”. Quasi tutte le energie furono piuttosto impiegate nella realizzazione di opere civili, tra cui spicca il celeberrimo tempio di Amon a Luxor, frutto dell’iniziativa congiunta del re e del suo omonimo architetto. Sovrano di un Paese al suo apogeo politico ed economico, Amenofi III forse confidò eccessivamente nella diplomazia (per rafforzare il legame con il popolo dei Mitanni prese come moglie secondaria una principessa asiatica), ma non si rese conto che l’assenza di campagne militari indeboliva i legami di obbedienza verso l’Egitto dei potenti vicini e non avvertì che, a causa dell’indebolimento del controllo, l’influenza ittita si andava imponendo sull’Asia Minore. Del suo tempio funerario non sono rimaste che le due imponenti statue originariamente poste a guardia dell’ingresso, i celebri colossi di Memnone.
E ora la scoperta delle mummie. I corpi, alcuni dei quali ben conservati, ritrovati dagli archeologi di Basilea, comprendono anche mummie di bambini, sarcofagi lignei, maschere funerarie in cartonnage, numerosi oggetti di corredo, e vasi canopi, che dovevano contenere le viscere dei defunti. I canopi avevano come coperchio la testa delle divinità protettrici e proprio nella XVIII dinastia, durante il Nuovo Regno, questa forma di iconografia aveva avuto un forte sviluppo. Tutti i canopi recano l‘iscrizione di circa 30 nomi di principi e principesse a noi ancora sconosciuti. Da uno studio preliminare di queste iscrizioni in ieratico sulle ceramiche, i nomi e i titoli emersi di circa 30 defunti erano probabilmente quelli delle principesse della corte di Thutmosi IV e Amenofi III.
Secondo la direttrice della missione svizzera Susanne Bickel la tomba potrebbe far parte della KV40, di cui non si sapeva niente finora. La sepoltura, usata per decenni, dovrebbe appartenere a oltre 50 membri delle famiglie reali di Thutmosi IV e Amenofi III. “Si tratta di un pozzo funerario profondo 6 metri – spiega Bickel – che porta a 5 camere sotterranee, tra le quali quella centrale e tre laterali conservano le mummie. Le pareti presentano chiari segni d’incendio, forse provocato dalle torce dei tombaroli che, molto spesso, preferivano bruciare i corpi imbalsamati per arrivare prima agli amuleti”. Dalla lettura dei testi sulle ceramiche, emergono titoli quali «principe» e «principessa»: 8 almeno sono i nomi di principesse reali sconosciute (come Taemwadjes e Neferunebu), 4 principi e numerose spose straniere e bambini. La tomba è stata poi riutilizzata in un secondo momento nel IX sec. a.C.
Il tumore non è un male del nostro tempo: trovato in Egitto uno scheletro completo di 3200 anni fa affetto da cancro. È il più antico mai ritrovato
Il tumore non è un male del nostro tempo e del nostro stile di vita. La conferma ci viene proprio dalla ricerca archeologica. Nel sito di Amara West, città dell’Antico Egitto oggi nel nord del Sudan, la dottoranda Michaela Binder – come riporta lo studio pubblicato su Plos One – con un team di ricercatori della Durham University ha scoperto uno scheletro con tracce di malattia che risale al 1200 a.C.: questo giovane uomo vissuto in Egitto più di 3mila anni fa è il più antico caso documentato finora di tumore. La nuova scoperta suggerisce che il cancro abbia le sue radici nel lontano passato: per molto tempo, poiché alcune delle cause principali – fumo, inquinamento, obesità e longevità – sembrano essere assenti nelle antiche popolazioni, il cancro è stato considerato una malattia moderna. Gli scienziati ora sperano che i nuovi ritrovamenti li aiuteranno a comprendere le origini e l’evoluzione di questa malattia fin troppo comune, spesso mortale.
Michaela Binder ha scavato lo scheletro nel 2013 nel sito archeologico di Amara West, nel nord del Sudan. Seppellito in una bara di legno, apparteneva a un uomo tra i 25 e i 35 anni, e faceva parte di una dozzina di scheletri rinvenuti grazie alla spedizione archeologica condotta da Neal Spencer, del dipartimento dell’Antico Egitto e del Sudan del British Museum. Dopo aver esaminato lo scheletro del giovane usando la radiografia e un microscopio elettronico a scansione, una squadra di ricercatori dell’Università di Durham e del British Museum sono stati in grado di ottenere chiare immagini delle lesioni sulle ossa. Secondo i loro ritrovamenti, pubblicati sempre su Plos One, le lesioni suggeriscono che un qualche tipo di cancro si fosse diffuso in tutto il corpo, tra cui bacino, spina dorsale, scapole, sterno, clavicole e costole. “La nostra analisi – spiega Binder – mostra che la forma delle piccole lesioni sulle ossa può essere stata causata solo da un tumore dei tessuti molli… sebbene l’origine esatta sia impossibile da determinare attraverso le sole ossa”.
Oltre al cancro, lo scheletro del giovane ha anche evidenziato tracce di forti carie e sinusite cronica. In generale, i resti recuperati dal sito di Amara West mostrano che questa gente aveva una salute generale cagionevole, tanto che sembra aver vissuto durante un cambio climatico e ambientale. Un quarto dei 180 scheletri esaminati dal team britannico ha mostrano segni di malattie polmonari croniche, mentre tutti avevano segni di serie malattie dentali.
Secondo la studiosa il ritrovamento di Amara West è di “importanza cruciale per conoscere le cause del cancro nelle popolazioni antiche, prima della comparsa dei moderni stili di vita”. Il tumore, infatti, ricorda l’archeologa, spesso è pensato come una malattia moderna, legata a doppio filo a stress, dieta errata, fumo e inquinamento. Ma la scoperta mostra che il male esisteva anche migliaia di anni fa. «Sono rimasta sorpresa nel vedere un tumore simile in un individuo dell’Antico Egitto», ha detto Binder in un’intervista rilasciata alla Bbc News. «Noi ancora non sappiamo molto sul cancro. Ne sono stati trovati solo pochissimi esempi nel lontano passato». Quando il team ha portato alla luce lo scheletro, ha scoperto che le ossa erano crivellate di buchi. «La nostra analisi – spiegano i ricercatori – ha mostrato prove che il giovane soffriva di un tipo di cancro».
Lo scheletro di Amara West non contiene la prima prova di cancro nel mondo archeologico. L’anno scorso, per esempio, un team americano aveva pubblicato una ricerca su una costola di Neanderthal di 120mila anni fa ritrovata in una caverna in Croazia, che mostrava segni di tumore alle ossa. Ci sono stati anche diversi ritrovamenti datati a circa 4mila anni con segni di possibile cancro. Ma senza uno scheletro completo in grado di mostrare la diffusione della malattia, era difficile finora confermare la diagnosi di tumore. Ecco dunque l’importanza della scoperta di mara West: qui abbiamo uno scheletro completo: per questo gli scienziati sperano possa dare valide informazioni riguardo la diffusione del cancro e la sua evoluzione in epoca moderna. Analizzando il DNA dello scheletro, per esempio, potrebbero imparare quali furono le mutazioni genetiche che resero il giovane predisposto al cancro. Oltre ai difetti genetici, i ricercatori hanno identificato gli agenti cancerogeni ambientali, come il fumo dei fuochi, o un’infezione come la schistosomiasi (causata da parassiti) o altre possibili cause della malattia.
Scoperta nel tempio funerario di Amenofi III a Luxor la statua della figlia Iset per la prima volta rappresentata da sola senza i fratelli
Il recupero (e restauro) del grande tempio funerario di Amenofi III a Luxor non finisce di stupire tanto da convincere il ministro egiziano alle Antichità Mohamed Ibrahim ad annunciare: “Eccezionale scoperta archeologica nel sud dell’Egitto: per la prima volta trovata una statua di Iset da sola, senza i suoi fratelli”. Un gruppo di esperti archeologi egiziano-europei diretto dall’archeologa armena Hourig Sourouzian (che si sta occupando anche del restauro dei Colossi di Memnone) ha infatti rinvenuto nelle scorse settimane una statua raffigurante Iset, una figlia del faraone Amenofi III (1387-1348 a.C.), sulla riva occidentale del Nilo dii fronte a Luxor (cioè nell’antica Tebe ovest dove c’erano le necropoli: famosissime quelle della valle dei Re e delle Regine), durante i lavori di restauro del tempio funerario di Amenofi III a Kom al Hitan.
Amenofi III, noto anche con il nome greco, Amenhotep III è stato uno dei faraoni più importanti della diciottesima dinastia, e padre del re Akhenaton e il nonno di Tutankhamon. Al tempo della sua costruzione, il tempio funerario di Amenofi III era il più grande dei templi funerari della zona di Tebe, più grande del complesso di Karnak e copriva un’area di 350mila metri quadri. Ma l’edificio fu costruito più vicino al fiume di qualsiasi altro tempio funerario, e per questo si rovinò più velocemente. Il resto lo ha fatto l’uomo: le struttture del tempio furono utilizzate in tempi antichi come fonte di materiale edilizio. Oggi del monumento resta molto poco, solo i famosi Colossi di Memnone, due massicce statue in pietra alte 18 metri raffiguranti Amenofi che si trovano sull’entrata, tuttora visibili. Il sito è stato incluso nella lista World Monuments Watch dei siti in pericolo, gestita dalla World Monuments Fund (Wmf)).
È in questo contesto che opera Hourig Sourouzian come direttore del progetto di conservazione dei Colossi di Memnone e del tempio funerario di Amenofi III col compito di rimontaggio e conservazione dei resti monumentali del tempio funerario: dal torso di 400 tonnellate del Colosso nord di Amenhotep III al II pilone ai blocchi di alabastro appartenenti ad altre due statue colossali di Amenhotep III al terzo pilone. La pulizia e la conservazione delle opere sono in corso.
La statua ritrovata di Iset, alta 170 centimetri e larga 52, faceva parte di un gruppo scultoreo in alabastro alto 14 metri addossato al terzo pilone del tempio, che rappresentava il colosso del faraone Amenofi III assiso sul trono, con la figlia che si regge alle sue gambe: la statua è danneggiata ma porta il nome della principessa – vissuta nel XIV secolo avanti Cristo – e i suoi titoli nobiliari. “L’importanza della scoperta – sottolinea il ministro Ibrahim – è legata al fatto che è la prima volta che viene trovata una statua di “Iset” da sola con il padre. In precedenza Iset era sempre stata ritratta con i genitori e i fratelli”. E il responsabile del Dipartimento delle Antichità presso il ministero delle Antichità (Msa), Ali Al Asfar, conclude: “La statua porta una parrucca nubiana, una lunga tunica e una collana menat nella mano destra. Il volto della principessa è eroso, ma vicino alla base della statua compaiono il suo nome e alcuni titoli come: Amata da suo padre e “Grande Sposa Reale” (Amenofi, infatti, sposò sua figlia intorno al 34° anno di regno, in corrispondenza della sua seconda festa sed).”.
Egitto. Doppia scoperta degli americani ad Abido: tomba reale di Sobekhotep (XIII din.) e sepoltura di Senekbay, faraone sconosciuto della dimenticata dinastia di Abido
Doppia eccezionale scoperta ad Abido, la città santa dell’Antico Egitto dedicata a Osiride il dio dell’Oltretomba, a 150 chilometri da Luxor ai margini del deserto occidentale: prima è stata scoperta una tomba reale della XIII dinastia (1781 – 650 a.C.), fatto già di per sé straordinario visto che di questa dinastia ne sono state scoperte solo dieci e tutte a Dahshur, a sud del Cairo: la tomba reale scoperta ad Abido appartiene al faraone Sobekhotep I, ritenuto il fondatore della XIII dinastia, che ha regnato solo per pochi anni, in un momento in cui l’Egitto stava entrando in un periodo di declino. Non a caso i dati cronologici per questo periodo sono così complessi che gli studiosi stanno ancora discutendo sull’ordine dei re della XIII dinastia. Ma collegata e conseguente a questa scoperta ne è risultata un’altra che – forse – è ancora più importante: è stata rinvenuta la sepoltura di un faraone, Senebkay, fino ad oggi poco conosciuto per non dire sconosciuto. Il ritrovamento di Senebkay a sua volta conferma l’esistenza della mitica dinastia di Abido (1650-1600 anni a.C.), finora poco più che un’ipotesi, una dinastia presto dimenticata, parallela a quelle ufficiali, e pertanto priva di numerazione.
Tutto è iniziato l’estate del 2013 durante la missione archeologica ad Abido dell’università americana della Pennsylvania diretta da Josef Wegner, curatore della sezione egizia del Penn Museum. Gli archeologi scoprono una grande tomba reale attribuita alla XIII dinastia e, poco distante, un massiccio sarcofago di 60 tonnellate di cui si ignorava l’appartenenza. Ma la posizione e la “location” all’interno di una camera sepolcrale convincono gli archeologi americani ad approfondire le ricerche. E poche settimane fa l’annuncio trionfale da parte del ministro delle Antichità, Mohamed Ibrahim: “Un gruppo di archeologi dell’Università della Pennsylvania ha scoperto ad Abido, nel governatorato di Sohag, la tomba del faraone Sobekhotep I, ritenuto il fondatore – 3800 anni fa – della XIII dinastia, e lì vicino, più modesta e di epoca posteriore, quella di un faraone dimenticato, Senebkay”, ha spiegato. “Il team dell’Università della Pennsylvania è riuscito a identificare chi fosse sepolto nel sarcofago in quarzite rossa, del peso di circa 60 tonnellate, ritrovato l’anno scorso”.
Il riconoscimento è stato possibile grazie al ritrovamento nella tomba di frammenti di piatti su cui era inciso il nome del faraone, e di un fregio in cui Sobekhotep I siede sul trono. Oltre al sarcofago in quarzite gli archeologi hanno trovato i frammenti di vasi canopi che contenevano gli organi interni del faraone e gli oggetti d’oro che gli appartenevano. La tomba di Sobekhotep è stata costruita in calcare portato dalle cave di Tura vicino alla moderna città del Cairo, mentre la camera sepolcrale è stata realizzata in quarzite rossa, trasportata ad Abido da Gebel Ahmar, sempre vicino al Cairo. La sepoltura originariamente era sormontata da una piramide simile a quella di Ameny Qemau, faraone appartenente alla stessa dinastia.
E veniamo alla seconda scoperta. “La tomba di Senebkay”, hanno spiegato alla presentazione al Cairo, “è situata vicino alla tomba reale più grande, attribuita al re Sobekhotep I (1780 a.C.), della XIII dinastia. La camera del sarcofago, in quarzite rossa, era stata assegnata al tardo Medio Regno, ma il defunto era sconosciuto. Il riutilizzo del sarcofago in un’altra tomba è rimasto un mistero per tutta l’estate”. Ora, gli archeologi sanno che il colossale sarcofago proviene dalla tomba costruita per il faraone della XIII dinastia. “Elementi della tomba di Sobekhopet I sono stati riutilizzati dalla particolare dinastia di Abido, durante il Secondo Periodo Intermedio, per costruire e ornare le proprie tombe. La tomba scoperta l’anno scorso, risalente al 1650 a.C., è di uno di questi re, finora sconosciuto, identificato come Woseribre Senebkay, della Dinastia di Abido” spiegano Wegner e Kevin Cahail, del dipartimento di Lingue e Civiltà del Vicino Oriente all’Università della Pennsylvania, che hanno identificato il faraone. La tomba si compone di quattro camere, una delle quali decorata con immagini delle dee Nut, Nefti, Selket e Iside sul canopo del re e dediche che recitano “al re dell’Alto e Basso Egitto, Wosebire, figlio di re, Senebkay”.
La tomba, saccheggiata in antico da tombaroli che spogliarono la mummia del suo oro, appare modesta. La cassa, in legno di cedro, porta ancora, ricoperto da dorature, il nome del re Sobekhotep, cioè del primo proprietario del sarcofago. “Il riutilizzo di questi oggetti e della camera del sarcofago sono la prova di risorse limitate nella situazione economica del Regno di Abydos nella parte meridionale del Medio Egitto, in confronto ai regni più grandi di Tebe (dinastie XVI-XVII) e Hyksos (dinastia XV), a nord”. La tomba, si è detto, fu saccheggiata già in epoca antica: tuttavia, tra i detriti del sarcofago ligneo frantumato, sono stati recuperati i resti della mummia, la maschera funeraria in cartonnage (probabilmente in origine dorata) e il canopo. “Grazie agli esami preliminari sulla base delle ossa”, spiegano i due professori, “si può stabilire che Senebkay era un uomo di altezza media (circa un metro e settanta), che morì prima dei cinquant’anni d’età”.
La scoperta fornisce nuove prove sulla storia politica e sociale del Secondo Periodo Intermedio d’Egitto (1781 a.C. – 1549 a.C.). L’esistenza di una “Dinastia Abydos” indipendente, “contemporanea della XV (Hyksos) e XVI (Tebana), ipotizzata dall’egittologo K.Ryholt nel 1997 – spiegano gli archeologi -, viene ora dimostrata da questa scoperta, che ne individua la necropoli a sud di Abydos, in una zona anticamente chiamata Montagna di Anubis”. Il nome di Senebkay compare in un frammento della famosa “Lista dei Re di Torino”, un papiro risalente al regno di Ramses II (1200 a.C.), in cui due nomi “Woser…re” sono iscritti tra una dozzina di re, la maggior parte dei cui nomi è andata perduta. A differenza delle dinastie “numerate”, i faraoni della dinastia Abydos rimasero dimenticati dalla storia e la loro necropoli sconosciuta fino alla scoperta della tomba di Senebkay che avrebbe governato come un re regionale a Abydos durante il Secondo Periodo Intermedio dell’Egitto, un momento in cui il potere del governo centrale era rotto e l’unità del regno si era frammentato.






































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