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“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: terzo incontro del ciclo Archeo 40, sui tesori scoperti a Spilamberto (Mo) in 40 anni di scavi archeologici: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni

Il torrione di Spilamberto (Mo), sede del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

La locandina del ciclo di incontri Archeo 40 a Spilamberto

Simonetta Munari, assessore alla Cultura di Spilamberto (foto Daniele Pietropinto)

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: mercoledì 16 gennaio 2019, alle 20.30, allo Spazio Eventi “L. Famigli” di Spilamberto (Mo), incontro con gli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna) e Donato Labate, terzo del ciclo di sei conferenze “ARCHEO 40, i Tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” promosse dal Comune di Spilamberto in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passano in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che sono illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019. “Quarant’anni non sono nemmeno un battito di ciglia rappresentabile nell’arco della storia dell’uomo”, interviene Simonetta Munari, assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, “ma per il nostro territorio questi anni rappresentano il tempo della scoperta dell’archaios / antico e il lungo discorso d’amore e passione che ne è scaturito. Per celebrare, ma soprattutto per proiettare nel futuro delle nuove generazioni questo tema, abbiamo ideato il progetto “Archeo 40” che accanto alle iniziative di studio pone esperienze, laboratori e rievocazioni per far sentire questi tesori sempre più vivi e nostri”.

Una sala del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto (Mo)

Celestino Cavedoni (foto Rivista Italiana di Numismatica)

Arsenio Crespellani, archeologo e numismatico

Anche se a Spilamberto gli esordi della moderna ricerca archeologica risalgono alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rinvenimenti e recuperi nel territorio comunale sono segnalati sin dalla prima metà dell’Ottocento, ad opera principalmente di Celestino Cavedoni e di Arsenio Crespellani. Tuttavia è con le scoperte nel 1977 e gli scavi (a partire dal 1978) nell’alveo del fiume Panaro che ha avuto origine una puntuale, ininterrotta stagione di indagini sul campo con lo sviluppo di numerosi studi. In quest’ambito, con l’inaugurazione nel 1979 della mostra “Archeologia nel fiume Panaro” e prima con il reperimento di locali comunali adibiti a deposito, si sono poste le basi per la nascita dell’Antiquarium di Spilamberto (1997), frutto della collaborazione tra l’allora soprintendenza Archeologica, il Comune di Spilamberto, volontari del Gruppo Naturalisti, enti di ricerca e cittadinanza, con lo scopo di conservare e rendere fruibili a un più vasto pubblico i risultati delle ricerche in corso. Nel 2018 sono ricorsi quindi i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche sul territorio. In questi decenni sono emersi reperti dalla preistoria alle terramare, dal periodo romano alla presenza di Celti e Longobardi, fino al periodo alto medievale con l’ospitale per i pellegrini. Il Comune di Spilamberto per festeggiare questo importante traguardo ha deciso di organizzare una serie di attività e conferenze: quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Pugnale in osso dalla necropoli eneolitica sul Panaro (foto Sistemonet)

Monica Miari, archeologa della soprintendenza

Punte di freccia in selce conservate al museo Archeologico di Spilamberto

Mercoledì 14 novembre 2018, dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, l’archeologa della soprintendenza Monica Miari ha parlato de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nell’alveo del fiume Panaro, nei territori di Spilamberto e di S. Cesario”, spiega Munari, “sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici. È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della Cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C.). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo Gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Le asce in bronzo (1650 – 1150 a.C.) trovate nel ripostiglio di Lovara a Savignano sul Panaro

Andrea Cardarelli dell’università La Sapienza di Roma

Si è proseguito lunedì 3 dicembre 2018 con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, docente di Preistoria e Protostoria all’università Sapienza di Roma. “Il territorio di Spilamberto”, ricorda Cardarelli, “è noto per una straordinaria ricchezza di rinvenimenti archeologici attribuibili all’età neolitica e del Rame ma è ben rappresentata anche la successiva fase dell’età del Bronzo. Già nelle fasi dell’antica età del Bronzo (circa 2200 – 1650 a.C.) vi sono numerose attestazioni attribuibili a villaggi che si collocavano lungo l’asse del fiume Panaro, i quali presentano caratteristiche precipue rispetto agli aspetti maggiormente noti della Lombardia e dell’area del Garda. Si tratta di un popolamento ancora piuttosto sparso e poco indagato, che tuttavia doveva avere una certa importanza a giudicare da alcuni rinvenimenti eccezionali, come ad esempio il vicino ripostiglio di asce in bronzo di Savignano sul Panaro, uno dei più grandi contesti archeologici di questo tipo trovati in Italia. Successivamente, durante l’età del bronzo medio e recente (1650 -1150 a.C.) – continua -, il territorio di Spilamberto è partecipe dello sviluppo delle Terramare, uno dei più rilevanti fenomeni storici e culturali dell’età del Bronzo Italiana ed Europea. Diverse sono le attestazioni di terramare presenti nell’area spilambertese e nelle zone limitrofe. Di particolare importanza è la recente scoperta di una grande terramara, in gran parte sepolta e pertanto molto ben conservata, venuta in luce durante i lavori di escavazione delle cave di Ponte del Rio – via Macchioni. Gli scavi condotti a più riprese in questo sito negli ultimi dieci anni hanno evidenziato importantissimi resti di case, recinti e reperti di grande rilevanza, come oggetti in bronzo e in ambra. Integrando i dati noti per il territorio di Spilamberto con quelli della regione si cercherà di fornire un quadro aggiornato della grande epopea delle terramare dalle origini alla crisi”.

Pozzo romano parzialmente ricostruito nel museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

L’archeologo Donato Labate

Scavo della villa rustica romana a Ponte del Rio a Spilambergo (foto Massimo Trentin)

Armilla in bronzo del III sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Quindi mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. In questo millennio sono state condotte nel territorio di Spilamberto regolari campagne di scavo che hanno restituito strutture insediative, infrastrutture e necropoli ascrivibili sia all’età del Ferro che all’età romana, in un’area già ricca di numerose altre testimonianze archeologiche. “Per la prima età del Ferro”, intervengono Campagnari e Labate, “le testimonianze sono esigue ma piuttosto significative in relazione alla frequentazione di epoca villanoviana gravitante sull’asse del Panaro. Per la fase di VI e V sec. a.C. i rinvenimenti delineano un assetto territoriale costituito da piccoli nuclei insediativi, collegati alla frequentazione della valle del torrente Guerro tramite una rete di vie di percorrenza traversali, marcate dalla presenza di piccole aree di culto, come testimoniano due bronzetti votivi rinvenuti da Arsenio Crespellani nel 1881. In particolare nell’area della cave di via Macchioni sono stati indagati due pozzi dell’età del ferro – da mettere in relazione con la presenza di un insediamento etrusco- e alcune sepolture celtiche di cui una appartenuta a un guerriero tumulato con una spada e una lancia da parata traforata. Risale all’ultima fase del periodo celtico l’impianto di una fattoria abitata senza soluzione di continuità dalla fine del III sec. a.C. fino al periodo tardo antico. A questa fattoria sono riferibili cinque pozzi, un silos, una fornace, una necropoli con 32 tombe collocata in prossimità di un cardine e un piccolo cimitero tardo antico con altre 31 tombe collocate vicino al rustico. Nella stessa cava è venuta in luce la porzione di una villa urbano-rustica di età romana con una fornace e un’altra necropoli con 46 sepolture. In un’altra cava di via Macchioni è stato integralmente indagato un complesso produttivo, con una grande fornace di età repubblicana, collocato in un’area destinata alla lavorazione e deposito dei prodotti fittili. In località Ergastolo è stata infine indagata una grande buca per la decantazione dell’argilla, utilizzata per la produzione di ceramica e laterizi, di pertinenza di un vicus i cui resti sono stati smaltiti all’interno della grande depressione; a questo insediamento sono riferibili anche alcune antefisse ed ex voto da mettere in relazione con la presenza di un’area sacra. Nella stessa località sono stati trovati negli anni ’80 del secolo scorso i resti di una villa urbano-rustica di età romana i cui materiali sono esposti nell’Antiquarium di Spilamberto”.

Bottiglia in ceramica del VII sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Fibula a S da Spilamberto (foto Sabap-Bo)

Maria Grazia Maioli (foto da http://www.caffeletterario.it)

Il 12 febbraio 2019 Maria Grazia Maioli, archeologa emerita della soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nei momenti difficili”, sottolinea Maioli, “si è sempre cercato di salvare il salvabile. E se questo è vero in tutte le epoche, in epoca tardo imperiale, in periodo di incursioni, si cercava di nascondere non solo gli oggetti di maggior valore ma tutto quanto sarebbe stato necessario in vista di un auspicato ritorno dopo la fuga. La paura degli invasori ha portato alla nascita dei “tesori”, a volte non recuperati e ritrovati solo dopo secoli. Nelle nostre zone si tendeva ad usare come nascondigli soprattutto i pozzi ma non solo”. La conversazione di Maria Grazia Maioli intende illustrare come e perché sono stati nascosti questi oggetti e soprattutto come mai, in determinate condizioni, poteva essere considerato prezioso anche un oggetto di uso comune come un semplice vaso da cucina.

Scavi nel 2003 della necropoli longobarda a Ponte del Rio di Spilambergo

Fibula cameo, tra i tesori scoperti a Spilambergo (foto Sabap-Bo)

Paolo Devingo dell’università di Torino

Invece mercoledì 13 marzo 2019 il docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. L’incontro con De Vingo vuole mettere in luce la possibilità che i rapporti tra Romani e popolazioni gote si siano svolti in una prospettiva fortemente continuista tra il prima e il dopo, utilizzando come spartiacque la data del 476. Lo studio dei materiali della villa rustica individuata nella cava di via Macchioni a Spilamberto, posteriori al V secolo, sembrerebbero confermare questa possibilità lasciando intravvedere come le popolazioni gote si siano inserite nella penisola italiana in contesti produttivi dei quali conoscevano in modo abbastanza preciso i meccanismi di funzionamento. Questa ipotesi, se confermata dal completamento del lavoro di studio attualmente in corso, potrebbe rendere possibile uno slittamento al 554 come data finale del mondo romano come noi lo abbiamo sempre concepito, seguito dalla breve occupazione bizantina fino alla conquista longobarda nel 568 che aprirebbe di fatto la fase altomedievale della penisola italiana.

Veduta zenitale dello scavo dell’Ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto (foto Donato Labate)

Il ciclo di incontri si chiude mercoledì 17 aprile 2019 con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. Fino alla fine del Novecento non c’era traccia dell’antica chiesa di San Bartolomeo, con annesso Ospitale, già citata in un atto del 1162. Si sapeva solo che era a sud di Spilamberto. “Gli scavi condotti tra il 2007 e il 2008”, ricorda Labate, “in località San Pellegrino hanno individuato una chiesa con annesso cimitero e altre strutture e infrastrutture rurali di età basso medievale riferibili ai resti dell’antico Ospitale che, a giudicare dai reperti rinvenuti, fu frequentato dall’XI al XIV secolo. Di grande interesse sono le tombe di due pellegrini giacobiti, riconoscibili dalla conchiglia con cui adornavano il proprio abbigliamento, di cui una esposta nell’Antiquarium di Spilamberto. L’Ospitale, fondato dall’Abbazia di Nonantola, era collegato alla viabilità con la Toscana (strada frequentata dai pellegrini) e legato alle prime fasi di vita di Spilamberto, dal tempo del Marchese Bonifacio alla fondazione del Castello ad opera dei Modenesi nel 1210. Resterà operativo fino al XIV secolo quando l’insediamento religioso sarà abbandonato con la fondazione del un nuovo Ospitale di Santa Maria degli Angioli all’interno dell’abitato di Spilamberto”.

Modena dedica due giornate a Fernando Malavolti, grande archeologo e speleologo modenese: sabato, presentazione del volume con i “Diari”; domenica escursione nella Val Secchia

La locandina della due giorni dedicata all’archeologo e speleologo modenese Fernando Malavolti

Due giornate – sabato 20 e domenica 21 ottobre 2018 – dedicate alla figura di Fernando Malavolti, il grande archeologo e speleologo modenese (1913 – 1954) cui si devono tante scoperte nei territori di Modena e Reggio Emilia. A promuoverle i musei civici di Modena, in collaborazione con soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Poliedrica figura di archeologo, geologo e speleologo, Fernando Malavolti (Modena, 1913–1954) condusse a partire dagli anni Trenta del secolo scorso un’instancabile attività di ricerca, con indagini sistematiche nel territorio modenese, bolognese e reggiano, che hanno fornito un fondamentale contributo allo studio della preistoria e in particolare del Neolitico dell’Italia settentrionale. Leggendarie rimangono le spedizioni organizzate nel 1938 e nel 1945 per studiare gli aspetti geologici, idrologici, botanici, faunistici, meteorologici, paletnologici e toponomastici dell’area carsica dei Gessi Triassici della Val Secchia (Reggio Emilia).

Il gruppo degli esploratori dei Gessi Triassici dell’alta val Secchia in posa di fronte alla risorgente del Cunicolo del Fontanino presso Pradale (Villa Minozzo), 12/8/1945. In alto da sinistra: Rodolfo de Salis, Fernando Malavolti, Mario Bertolani. Gli altri componenti del gruppo sono Celso Guareschi, Carlo Moscardini, Mario Levrini e Enrico Bombardi

Gita del Centro Emiliano di Studi Preistorici alla Grotta della Spipola, 19 marzo 1949

Sabato 20 ottobre 2018, al Palazzo dei Musei di Modena, viene presentato il volume “Fernando Malavolti. I diari delle ricerche 1935-1948” (editore All’Insegna del Giglio, Firenze 2018 (30 euro edizione a stampa – 21 euro edizione digitale). Fra il 1935 e il 1948, infatti, Malavolti affida la narrazione meticolosa di 13 anni di ricerche pionieristiche a una serie di Diari, con la caratteristica copertina nera dei quaderni di una volta, che oggi il museo Archeologico, grazie alla disponibilità dei figli Marco e Mara, pubblica integralmente, arricchiti dai contributi di specialisti dei diversi campi di ricerca che Malavolti attraversò. Appuntamento, dunque, sabato 20 alle 17, in sala Crespellani dei Musei Civici di Modena, per la presentazione del volume a cura di Silvia Pellegrini e Cristiana Zanasi (All’Insegna del Giglio Editore). Intervengono: Gianpietro Cavazza, assessore alla Cultura; Francesca Piccinini, direttrice Musei Civici; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna; Monica Miari, presidente Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Saranno presenti Mara e Marco Malavolti. La presentazione è a cura di Maria Bernabò Brea (Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) e Andrea Cardarelli (università La Sapienza di Roma). A seguire, reading dell’attore Santo Marino (Compagnia Peso Specifico Teatro) che riporterà idealmente fra il pubblico la figura dello studioso, grazie alla lettura di alcuni brani tratti dai Diari. In occasione della presentazione del volume, la Sala dell’Archeologia ospiterà una piccola esposizione di oggetti che accompagnarono Malavolti nelle sue escursioni come la bussola, il coltello usato per prelevare campioni di rocce da analizzare, la cordella, la livella e il compasso per i rilievi, gentilmente concessi dalla famiglia, oltre agli originali contenitori con cui raccoglieva e conservava i reperti. Brani dei Diari, con osservazioni, disegni e descrizioni installati sulle vetrine permetteranno ai visitatori di percorrere il Museo Archeologico seguendo il filo rosso delle ricerche dello studioso. Della sua attività di speleologo resta anche un frammento di lastra di gesso prelevato da una grotta esplorata nei gessi bolognesi (Spipola-Acquafredda) e firmata da Malavolti e dall’amico e compagno di avventure Salvatore Mascarà (esplorazione del 1932).

Sala Floriana nel sistema Spipola-Acquafredda (Foto Gsb-Usb)

I Diari sono editi in formato digitale accessibile a tutti, scaricabile e stampabile. Si tratta complessivamente di 2.647 pagine interamente trascritte e corredate da un indice dei nomi di persona e dei toponimi. I Diari sono accompagnati da un volume a stampa (acquistabile anche in formato digitale) che accoglie saggi critici sulla biografia di Malavolti (A. Saltini), sull’importanza dello studioso nel panorama della ricerca archeologica del suo tempo (M. Tarantini), sul fondamentale contributo nello studio della preistoria e del neolitico in Italia Settentrionale (A. Pessina), sulla ricerca archeologica delle terramare emiliane (A. Cardarelli, G. Pellacani) e di siti dell’età del Ferro (S. Campagnari), sul rapporto con il Museo Civico e la città, negli anni del secondo conflitto mondiale (S. Pellegrini, F. Piccinini) e sulla sua importanza come geologo, naturalista e speleologo (S. Lugli e S. Piastra).

Escursione di Unimore ai Gessi Triassici nel Reggiano

L’archeologo preistorico Andrea Cardarelli

Domenica 21 ottobre 2018, seconda giornata dedicata a Fernando Malavolti. In programma l’escursione “Itinerario sulle orme di Fernando Malavolti. La Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia: rupe di Pescale, Pietra di Bismantova, Fonti di Paiano, grotte nei Gessi Triassici”, promossa da Musei Civici e UNIMORE. L’iniziativa, su prenotazione, prevede un percorso lungo la Val Secchia fra archeologia, geologia e speleologia guidato e illustrato da Andrea Cardarelli, dell’università La Sapienza di Roma – Dipartimento di Scienze dell’Antichità; Stefano Lugli, università di Modena e Reggio Emilia – Dipartimento di Scienze della Terra; Marco Malavolti; il Gruppo Speleologico Emiliano e il Gruppo Speleologico e Paletnologico G. Chierici di Reggio Emilia. L’escursione è realizzata in collaborazione con Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia Romagna e Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Info e modalità di partecipazione: http://www.museicivici.modena.it In caso di maltempo l’escursione sarà rimandata a domenica 28 ottobre.

A mezzo secolo dalla scoperta del grande abitato protostorico dell’età del Bronzo il museo dei Grandi Fiumi di Rovigo ospita la tre giorni di convegno internazionale “Frattesina cinquant’anni dopo. Il Delta del Po tra Europa e Mediterraneo nei secoli attorno al 1000 a.C.”

Era il 1967 quando i soci del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici di Rovigo (Cpssae) scoprirono nelle campagne a sud-est dell’attuale centro di Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, l’abitato di Frattesina, villaggio protostorico sorto nel XIII secolo a.C. (Bronzo recente) che si estendeva per oltre 20 ettari (come mostra il video qui sopra del 2017 di Michele Baldo) lungo la riva destra del Po di Adria, il maggiore ramo del fiume durante l’età del Bronzo.  Frattesina conobbe la sua massima fioritura nel XII-XI sec. a.C. (Bronzo finale) seguita da una fase di decadenza fino all’inizio dell’età del Ferro (X sec. a.C.). Nel 50° anniversario della scoperta di Frattesina, al museo dei Grandi Fiumi di Rovigo dal 13 al 15 aprile 2018 il Cpssae promuove il convegno internazionale “Frattesina cinquant’anni dopo. Il Delta del Po tra Europa e Mediterraneo nei secoli attorno al 1000 a.C.”. Un convegno che è già un successo a due settimane dalla sua apertura: gli organizzatori avvisano che per le giornate del 14 e 15 aprile non si accettano ulteriori iscrizioni, per superamento degli iscritti rispetto alla capienza della sala.

Il convegno si articolerà in tre giornate e su tre diverse tematiche: venerdì 13, i musei archeologici in Polesine a quattro anni dalla riforma Franceschini; sabato 14, il territorio tra Adige e Po nella tarda età del Bronzo; domenica 15, il “fenomeno Frattesina” tra Europa e Mediterraneo. Sono previste inoltre: una tavola rotonda dedicata alle tematiche della valorizzazione, della ricerca e della tutela nell’ambito archeologico museale; la presentazione del numero LI della rivista Padusa (Nuova Serie); la presentazione del volume “Frattesina: un centro internazionale di produzione e di scambio nella Tarda Età del Bronzo del Veneto” (Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei – Memorie di Scienze Morali); visite guidate del Museo Civico dei Grandi Fiumi di Rovigo e di quello Archeologico Nazionale di Fratta Polesine. Gli atti del convegno saranno pubblicati nel prossimo numero di Padusa, rivista archeologica del Cpssae.

Sono passati cinquant’anni dalla scoperta e dai primi scavi dell’abitato protostorico di Frattesina

Ricco il programma. Prima giornata venerdì 13 aprile 2018 “Cinquant’anni dopo… Giornata di studi sulla valorizzazione del patrimonio culturale del territorio”, coordinata da Simonetta Bonomi. Dopo i saluti, apre i lavori alle 10.30, Raffaele Peretto, presidente del Cpssae di Rovigo, “La scoperta di Frattesina, il Cpssae e la nascita del museo Archeologico di Rovigo”; 10.50, Massimo Bergamin, sindaco di Rovigo, “Rovigo capitale europea della cultura 2021: la grande sfida”; 11.10, Cristiano Corazzari, assessore al Territorio, Cultura e Sicurezza della Regione del Veneto, “Musei e valorizzazione del territorio Veneto”; 11.30, Giuliano Volpe, “I musei e la riforma Franceschini”; 12, visita guidata al museo dei Grandi Fiumi di Rovigo a cura di Raffaele Peretto, già direttore del museo. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana inizia alle 14.30, con la tavola rotonda “Musei e territorio: l’archeologia tra tutela, valorizzazione e ricerca a quattro anni dalla riforma Franceschini” presieduta da Piero Pruneti. Intervengono: Pierluigi Cellarosi, Maria Teresa De Gregorio, Alberta Facchi, Daniele Ferrara, Federica Gonzato, Fabrizio Magani, Franco Nicolis, Carlo Peretto, Cristina Regazzo, Chiara Vallini.

Ambre ritrovate a Campestrin di Grignano Polesine oggi al museo dei Grandi Fiumi (foto RovigoOggi.it)

Il tesoretto al museo archeologico di Fratta Polesine

Seconda giornata sabato 14 aprile 2018 “La bassa pianura tra Adige e Po dalla tarda età del Bronzo all’inizio dell’età del Ferro”  coordinata da Maria Bernabò Brea e Anna Maria Bietti Sestieri. Alle 9.30, Paolo Bellintani presenta il numero 51 di Padusa, rivista del Cpssae. La Nuova Serie; 9.45, Giovanna Gambacurta, Claudio Balista, Marco Bertolini, Fiorenza Bortolami, Fiorenzo Fuolega, Marco Marchesini, Silvia Marvelli, Elisabetta Rizzoli, Ursula Thun Hohenstein, Erika Valli su “L’insediamento dell’età del Bronzo medio-recente di Adria (località Amolara) avamposto orientale della polity delle Valli Grandi Veronesi?”; 10.10, Claudio Balista, Maurizio Cattani, Lisa Guerra, Elena Maini, Paolo Marcassa, Marco Marchesini, Silvia Marvelli, Luca Rinaldi, Stefania Zuffi su “L’abitato di Ca’ Spadolino di Coccanile (Copparo – FE) e il popolamento lungo i rami meridionali del delta del Po nell’età del Bronzo”; 10.35, Michele Baldo, Claudio Balista, Paolo Bellintani su “Frattesina di Fratta Polesine: estensione, infrastrutture, definizione di aree funzionali ed evoluzione paleo-idrografia del territorio. Metodologie “a basso impatto” e risultati delle indagini sul campo – anni 2014-2016”. Alle 11.20, Luciano Salzani, Paolo Bellintani, Michele Baldo, Mirka Disarò, Ursula Thun Hohenstein su “Campestrin di Grignano Polesine: le ricerche sul campo”; 11.45, Elodia Bianchin Citton su “L’abitato protostorico di Montagnana-Borgo S. Zeno: aspetti topografici e infrastrutturali”; 12.10, Armando De Guio, Claudio Balista, Andrea Betto, Laura Burigana, Luigi Magnini su “Le Valli Grandi Veronesi e il Progetto AMPBV: linee di una rotta interpretativa bottom-up “contro-corrente” in un’area nodale di formazione della complessità sociale europea”. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana coordinata Andrea Cardarelli e Mark Pearce apre alle 14.30: Thun Hohenstein, Ivana Angelini, Paolo Bellintani su “Aspetti tecnologici e archeometrici delle ambre di Campestrin di Grignano Polesine”; 14.55, Paolo Bellintani su “Le perle d’ambra tipo Tirinto. Per una revisione della problematica”; 15.20, Mateusz Cwaliński, Janusz Czebreszuk su “Circulation of amber in the Western Balkans during the Bronze Age and its significance for tracing trans-Adriatic contacts”. Segue la sessione dei poster col coordinamento scientifico di Massimo Saracino. E alle 18.15, partenza con autobus per Fratta Polesine con visita guidata alle 19  del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine a cura di Federica Gonzato.

Scavi archeologici recenti al sito protostorico di Frattesina Polesine

Ricostruzione del villaggio protostorico di Frattesina

Terza e ultima giornata domenica 15 aprile 2018 “Frattesina: una pagina di Storia europea” coordinata da Giovanni Leonardi e Federica Gonzato. Alle 9 si inizia con la presentazione del volume “Frattesina: un centro internazionale di produzione e di scambio nella Tarda Età del Bronzo del Veneto” a cura di Anna Maria Bietti Sestieri, Paolo Bellintani e Claudio Giardino. Interverranno: Anna Maria Bietti Sestieri, Paolo Bellintani, Claudio Giardino, Jacopo De Grossi Mazzorin; 9.45, Andrea Cardarelli, Claudio Cavazzuti, Francesco Quondam, Luciano Salzani su “Oltre il fiume, oltre la vita. Recenti sviluppi delle ricerche sulla necropoli delle Narde a Fratta Polesine”; 10.15, Paolo Bellintani, Ivana Angelini su “Frattesina e le origini del vetro europeo”. Alle 11, Michele Cupitò, Giovanni Leonardi, Elisa Dalla Longa, Claudio Balista, Laura Pau, Claudio Bovolato su “Pianura veronese e Polesine tra Bronzo recente e Primo Ferro iniziale. Dinamiche di popolamento, organizzazione del territorio e modelli di scambio”; 11.25, Marco Bettelli, Sara T. Levi su “Cinquanta sfumature di ceramica italo-micenea: Frattesina e altre nuances dal Mediterraneo centrale”; 11.50, Franco Marzatico su “Le Alpi centro-orientali. Barriera e ponte”. Dopo la pausa pranzo, la sessione pomeridiana coordinata da Armando De Guio e Claudio Giardino apre alle 14.45 con Elisabetta Borgna su “Il Caput Adriae tra Alpi e Adriatico durante la tarda età del Bronzo: apporti transalpini, relazioni pensinsulari, dinamiche di trasformazione”; 15.10, Andrea Cardarelli su “Frattesina e la tarda età del Bronzo fra Po e Tevere”; 15.55, Mark Pearce su “Frattesina: il significato storico”; 16.20, Anthony F. Harding su “The role of Frattesina in European prehistory”; 16.45, Reinhard Jung su “Frattesina fra Europa e Mediterraneo orientale”. Dopo le discussioni, chiusura dei lavori alle 18.20.