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Napoli. Al museo Archeologico nazionale al via la 28ma edizione della rassegna “Incontri di Archeologia”, da ottobre a maggio: il giovedì in Auditorium e on line

napoli_mann_incontri-di-archeologia_2022-2023_locandinaLa rassegna “Incontri di Archeologia” riprende la programmazione con la stessa ricchezza scientifica e comunicativa di ogni anno.  Questo vero e proprio classico del museo Archeologico nazionale di Napoli festeggia la ventottesima edizione: come da tradizione, gli eventi sono calendarizzati sempre di giovedì alle 16, in Auditorium con la possibilità di assistere alle conferenze in presenza o da remoto grazie alla diretta Facebook. La rassegna “incontri di Archeologia”, curata da Lucia Emilio e Miriam Capobianco, è promossa dai Servizi Educativi del MANN (Responsabile: Giovanni Vastano; staff: Annamaria Di Noia, Elisa Napolitano, Antonio Sacco, Angela Vocciante). In parallelo agli eventi per adulti, anche nella stagione 2022/2023 ogni terza domenica del mese è dedicata ai laboratori “MANNfor kids” destinati ai più piccoli.

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Il direttore del Mann, Paolo Giulierini, apre gli “Incontri di Archeologia” 2022-2023 (foto valentina cosentino)

Si riparte il 27 ottobre 2022 con la lectio introduttiva di Paolo Giulierini: il direttore dell’istituto traccia il profilo de “Il MANN oltre il MANN: viaggi di incontri e conoscenze per i tesori del museo Archeologico nazionale di Napoli”, individuando le caratteristiche dei progetti scientifici che fanno conoscere in tutto il mondo il nostro patrimonio culturale.

napoli_mann_archeocinemann_1_logoDall’archeologia alla letteratura: il 3 novembre 2022, la scrittrice Valeria Parrella, in dialogo con Antonella Carlo (Responsabile Ufficio Comunicazione MANN), ricostruisce le fonti pompeiane che hanno sostenuto la scrittura e la rielaborazione fantastica del suo ultimo romanzo “La Fortuna” (Feltrinelli, 2022). Commistione di linguaggi anche per il giovedì successivo: il 10 novembre 2022, dalla mattina sino alle 19, full immersion cinematografica con la rassegna “ArcheocineMANN”, che racconta sul grande schermo gli antichi reperti e i siti archeologici di tutto il mondo.

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Mario Grimaldi curatore della mostra “I pittori di Pompei” al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)

Artisti o artigiani: chi erano i pittori a lavoro nelle città vesuviane? Ne parla il 1° dicembre 2022 Mario Grimaldi, curatore della mostra “I pittori di Pompei” che, realizzata con cento affreschi del Mann, sta riscuotendo grande successo di pubblico e critica presso il museo civico Archeologico di Bologna. Non manca, come da rito che si rispetti, il consolidato appuntamento realizzato a cura di ICRA Project in collaborazione con l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico: il 15 dicembre 2022, per il pubblico del Museo e per gli internauti connessi in rete, Giovanni Greco rappresenta l’Orestea di Eschilo.

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Jean François Champollion ritratto da Leon Cogniet nel 1831

Il 2023 riparte all’insegna di una nuova esposizione in programma al MANN: il 12 gennaio 2023, con Rosanna Pirelli, focus sull’allestimento che valorizza il lavoro dell’archeologo francese Champollion e la nascita dell’egittologia scientifica. A seguire, il 26 gennaio 2023, appuntamento con Antonio De Simone per il racconto dei nuovi scavi nella Villa Augustea di Somma Vesuviana. Gli incontri di febbraio approfondiscono le attività espositive del MANN: giovedì 2 febbraio 2023, Giovanni Di Pasquale descrive il progetto di allestimento della Sezione Tecnologica Romana, mentre la settimana successiva (9 febbraio) Federico Marazzi invita alla scoperta della grande mostra sui Bizantini. In ossequio alle celebrazioni dell’amore di San Valentino, il 16 febbraio 2023 da non perdere la conferenza di Mario Cesarano, che analizza come la sessualità sia declinata su vasi e pitture parietali delle città vesuviane.

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Bronzi e sculture “inediti” nella mostra “L’altro Mann. Depositi in mostra” (foto valentina cosentino)

Serrata anche la programmazione di marzo 2023; il mese si apre con l’incontro tenuto da Laura Forte e Marialucia Giacco: le due funzionarie archeologhe del MANN analizzano i nuovi allestimenti del museo Archeologico nazionale di Napoli; giovedì 9 marzo 2023, la professoressa Rossana Valenti effettua un excursus sul significato dell’acqua nell’immaginario degli antichi; il 16 marzo 2023, infine, l’archeologa Rosaria Ciardiello segue il viaggio del MANN in Giappone con la mostra itinerante “Pompeii”.

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Alessandro Magno: dettaglio del grande mosaico della battaglia di Isso, proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Aprile 2023 si inaugura con un incontro a cura di Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo (giovedì 13), che si soffermano sull’esposizione dedicata ad Alessandro Magno e programmata al Museo dal 23 marzo 2023. La dialettica tra noi e gli altri, spesso considerati “diversi” anche nell’antica Roma, è il filo conduttore della conferenza di Francesca Galgano (20 aprile 2023). Quattro gli appuntamenti di maggio: ancora Alessandro Magno protagonista della lezione di Giancarlo Abbamonte (4 maggio 2023); si va alla scoperta delle storie di carta della Biblioteca del MANN con Andrea Milanese, Ruggiero Ferrajoli, Angela Luppino  e Serena Venditto (11 maggio 2023); Maria Morisco descrive la memoria custodita da antichi reperti pompeiani (18 maggio 2023); si chiude sempre con il classico appuntamento dedicato al restauro, grazie alla conferenza di Mariateresa Operetto (responsabile Laboratorio di restauro del Museo), che presenta alcuni casi di studio e lavoro sulle ceramiche figurate.

Pakistan. La missione italiana nello Swat dell’Ismeo/università Ca’ Foscari Venezia ha scoperto uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, risalente al II sec. a.C. Ecco i risultati delle ricerche e le prospettive future

Veduta aerea del tempio buddista scoperto a Barikot, nello Swat, dalla missione archeologica italiana dell’Ismeo e dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto ismeo/unive)

L’ultima campagna di scavo 2021 della missione italiana in Pakistan ha riportato alla luce uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, nella regione dello Swat. Ne dà notizia il magazine di Ca’ Foscari. La datazione si attesta intorno alla seconda metà del II secolo a.C., ma probabilmente risale ad età più antica, al periodo Maurya, dunque III secolo a.C., ma lo potranno confermare solo le datazioni al radiocarbonio (C14). La scoperta getta una nuova luce sulle forme del buddhismo antico e la sua espansione nell’antico Gandhara e aggiunge un nuovo tassello a ciò che si conosce sull’antica città. Da diversi anni direttore di quella che è la più antica missione archeologica italiana attiva in Asia è il professor Luca Maria Olivieri dell’università Ca’ Foscari Venezia (dipartimento di studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea). Allo scavo del 2021 hanno partecipato la dr. Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt) vice-direttrice della Missione, e il dr. Michele Minardi (università ‘L’Orientale’ di Napoli). “La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca”, spiega Olivieri, “rimanda senz’altro ad un grande ed antico centro di culto e di pellegrinaggio. Lo Swat è terra sacra del Buddhismo già in età indogreca”. La missione fondata nel 1955 da Giuseppe Tucci è gestita dal 2021 anche dall’ Ateneo veneziano in collaborazione con l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), con il co-finanziamento del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, in collaborazione con il dipartimento provinciale pakistano di archeologia (DOAM KP) e con il locale Swat Museum. 

Il colle di Barikot nella valle dello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

La città di Barikot è nota nelle fonti greche e latine come una delle città assediate da Alessandro Magno, l’antica Bazira o Vajrasthana. Le stratigrafie scavate dalla Missione, datate col radiocarbonio, dimostrano l’esistenza della città ai tempi della spedizione di Alessandro Magno intorno al 327 a.C. (https://doi.org/10.1016/j.nimb.2019.05.065). Si tratta di una città importante che gestiva tutto il surplus agricolo produttivo della valle dello Swat. La valle è speciale tra quelle del Karakorum-Hindukush perché gode di un microclima che permette di avere due raccolti dallo stesso terreno durante l’anno, grano o riso, uno in primavera e uno alla fine dell’estate. Barikot era dunque una sorta di “città-granaio” di cui anche Alessandro Magno si servì prima di proseguire il suo percorso verso l’India. Curzio Rufo la descrive come urbs opulenta nelle sue Historiae Alexandri Magni per definirne la ricchezza agricola. Il sito è impressionante, una valle verdissima in una sorta di pianoro di montagna a circa 800 mt. di altezza con sullo sfondo le montagne dell’Hindukush e con una storia che va dall’età del Bronzo fino alla fine del Medioevo.

Il tempio e gli scavi 2021. Barikot fu occupata ininterrottamente dalla protostoria (1700 a.C.) al periodo medievale (XVI secolo), con oltre 10metri di stratigrafia archeologica. Proprio verso la fine della campagna di scavo del 2021, nel mese di ottobre, dopo aver completato lo scavo dell’acropoli della città, gli archeologi della Missione decidono di spostarsi ed esplorare un’area al centro della città antica che era già stata oggetto di razzie clandestine evidenziate da ampie buche, in un terreno recentemente acquisito dalle autorità pakistane. E qui la sorpresa. A poco a poco si rivela un interessante monumento buddhista, preservato, nonostante i ripetuti vandalismi, di oltre tre metri di altezza. Un edificio dalla forma particolare: un podio absidato sul quale si erge una cella cilindrica, con all’interno uno stupa. Si tratta chiaramente di un’architettura legata ad un contesto buddhista. Ai lati del monumento ci sono uno stupa minore, una cella e il podio di un pilastro monumentale. La scala che conduce alla cella è stata ricostruita in tre fasi, la più recente risalente al III secolo d.C., coeva ad una serie di stanze in forma di pronao che conducevano ad un ingresso che si apriva su un cortile pubblico affacciato su un’antica strada. La scala più antica recava ancora in situ un’iscrizione dedicatoria in Kharoshti, paleograficamente del I sec. d.C., metà della quale è stata trovata rovesciata e riutilizzata nel piano tardo di cui sopra. Sono state inoltre ritrovate delle monete negli strati inferiori e insieme a molte iscrizioni su ceramica in kharoshti. Il monumento fu abbandonato quando, ai primi del IV secolo, la città bassa fu distrutta da un disastroso terremoto. Sotto il monumento gli archeologi hanno trovato un monumento più antico fiancheggiato da un piccolo stupa di tipo arcaico, la cui datazione va indietro al periodo indo-greco, 150 a.C., periodo in cui regnava il re indogreco, Menandro I o i suoi immediati successori. Menandro secondo la tradizione buddhista indiana si sarebbe convertito al buddhismo. Ma le sorprese non erano terminate. A pochi giorni dalla fine dello scavo, nel mese di dicembre, si è visto che parti del monumento indo-greco erano infatti costruite su strutture ancora più antiche i cui livelli hanno rivelato materiali ceramici che a Barikot sono caratteristici delle fasi datate al III secolo a.C. La cronologia sarà confermata dalle analisi radiocarboniche (C14) che saranno molto precise visto che durante gli scavi sono stati fatti flottare più di 10.000 lt di terreno e sono stati ottenuti 58 contenitori di campioni di semi carbonizzati. Alla fine dello scavo nel dicembre del 2021 sono stati documentati e inventariati 2109 oggetti. Vasellame, monete, iscrizioni, sculture in pietra e stucco, oggetti in terracotta, sigilli e monili sono stati consegnati al nuovo Swat Museum, con sede nella capitale Saidu Sharif, interamente ricostruito dalla Missione archeologica italiana dopo l’attentato del 2008.

Veduta aerea dell’acropoli sul colle di Barikot nello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

Altre scoperte. Lo scavo della Missione di quest’anno ha portato interamente alla luce un tempio Shahi dedicato a Vishnu che misura nella sua interezza 21 metri x 14. Datato al radiocarbonio al 700 d.C. e demolito sotto i Ghaznavidi dopo il 1000 d.C., il tempio conserva solo il podio (conservato per circa 2 metri di altezza), i relativi pavimenti, parte cospicua della decorazione a lesene con capitelli pseudo-ionici, notevoli esempi della decorazione in stucco e frammenti dei gruppi scultorei in marmo del periodo Turki Shahi. È stata inoltre messa in luce l’acropoli tardoantica, mentre alla base di questa è stata anche scoperta una piccola necropoli di età storica scavata in collaborazione con Massimo Vidale dell’università di Padova (anche qui si attendono i dati radiocarbonici). Un ulteriore ritrovamento sempre a Barikot è legato anche alla scoperta di una delle antiche vie cittadine che dalla porta urbica scoperta quest’anno lungo la cinta muraria indo-greca, risaliva verso il centro della città. Il tempio absidato trovato quest’anno ed altri due santuari buddhisti rinvenuti negli anni scorsi si affacciavano sui due lati di questa via. Questa ultima scoperta potrebbe essere la prova dell’esistenza di una vera e propria via dei templi lungo l’asse viario che dal settore periferico delle mura risaliva verso l’acropoli.

Panoramica dello scavo 2021 a Barikot nello Swat della missione archeologica italiana in Pakistan dell’Ismeo/università Ca’ Foscari (foto ismeo/unive)

Le prospettive future di Barikot. Lo scavo ricomincia a febbraio 2022, le concessioni sono state già ottenute, nella zona a nord del monumento absidato per cercare la strada che costeggiava l’abitato ed una serie di strutture templari di importanza probabilmente maggiore a quelle già messe in luce. Da nominare anche un importante progetto collaterale allo scavo, anche questo diretto da Luca Maria Olivieri. Il progetto si occupa del paleoclima dello Swat in età tardo-antica (sul problema della cosiddetta LALIA o Late Ancient Little Ice Age) “Late Antique Swat Ecology and Resilience: Climate and Habitat in Interfacial periods” ed è svolto insieme a Dario Battistel (dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica). Il progetto biennale finanziato nel quadro dei progetti SPIN 2021 di Ca’ Foscari, vede anche la collaborazione di Nicola Di Cosmo (Princeton University), Ulf Büntgen (Cambridge University), Federico Squarcini (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea) e Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt). Tra i progetti della Missione già in corso con Ca’ Foscari, vanno ricordati il progetto “Ellenismo e India. Tecnologie della pietra e dei cantieri nel Gandhara: Saidu Sharif I” diretto da Luca M. Olivieri, che ha prodotto una monografia che è in corso di stampa con Edizioni Ca’ Foscari nella nuova serie Marco Polo diretta da Sabrina Rastelli e Elisabetta Ragagnin (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea). Va menzionato inoltre il gruppo di studio “Lo Swat di Alessandro: toponomastica, archeologia e testi” con Claudia Antonetti (dipartimento di Studi Umanistici) e studiosi di vari atenei in Italia e all’estero, nonché il progetto SPIN diretto da Claudia Antonetti “Social, ritual and ceremonial use of wine in the Gandharan area, from the Achaemenids to the Kushans”, che si svolge in stretta collaborazione con la Missione archeologica in Swat.

Napoli. Il Mosaico di Alessandro narrato con le nuove tecnologie al museo Archeologico nazionale: un sistema multicanale in 3D con contenuti aumentati e uso del videomapping che migliorano ulteriormente l’accessibilità nei confronti dei diversi pubblici ai quali il Mann si rivolge

Restauratori al lavoro sul grande mosaico di Alessandro al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Marco Pedicini)

Il Mosaico di Alessandro narrato con le nuove tecnologie: conclusa la prima fase di restauro sul capolavoro che rappresenta la celebre battaglia di Isso, la sezione dei Mosaici del museo Archeologico nazionale di Napoli si arricchisce grazie a un sistema  multicanale in 3D con contenuti aumentati e uso del videomapping.  L’iniziativa “Il Gran Mosaico”, che rientra fra le azioni previste dal progetto “Il Museo accessibile” (PON CULTURA E SVILUPPO FESR 2014-20 Decreto ADG 11/2016), prevede, in allestimento, quattro contenuti multimediali (tre video ed un ologramma).  Ideazione, testi e coordinamento scientifico del progetto sono a cura dei Servizi Educativi del MANN- Lucia Emilio (responsabile) con  Elisa Napolitano,  Angela Rita Vocciante e Annamaria Di Noia,  mentre  la realizzazione è stata affidata a Protom Group SpA: finalità del programma di interventi “Museo Accessibile”, coordinato dal prof. Ludovico Solima (università della Campania “Luigi Vanvitelli”), è l’inclusione di diversi tipi di visitatori, con particolare riguardo alle persone sorde. 

Il gruppo di lavoro con personale Mann e Protom Group per il progetto “Gran Mosaico” (foto mann)

“Il Mann è sempre più digitale e accessibile grazie a questo progetto prezioso che affianca lo storico restauro del mosaico di Alessandro, accompagnandoci in una nuova fruizione della sezione dei mosaici”, commenta il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Grande cura scientifica,  nuovi linguaggi e tecnologie, attenzione per l’inclusione, sono le linee guida di questi progetti, circa venti, che, partendo dalla copertura Wi-Fi del Museo nel 2017,  portano oggi al Museo la realtà aumentata, con il macedone che racconta in ologramma le sue imprese. E altre sorprese ci attendono”. E il professor Ludovico Solima afferma: “Il Mann si avvia al completamento del programma “Il Museo accessibile”, del quale ho svolto il coordinamento scientifico, con la presentazione di questo progetto, che adotta un’innovativa modalità di narrazione del Mosaico di Alessandro: insieme ai tre filmati, che descrivono i luoghi, le tecniche e il viaggio dell’opera da Pompei al Mann, è stata infatti messa a punto da Protom un ologramma che mostra Alessandro descrivere i momenti salienti della Battaglia di Isso, con animazioni facciali e movimenti labiali che conferiscono a tale raffigurazione tridimensionale una significativa espressività. Con questo progetto, il Mann conferma la sua propensione all’innovazione, sperimentando linguaggi e tecnologie innovative, in grado di migliorare ulteriormente la propria accessibilità nei confronti dei diversi pubblici ai quali il Museo si rivolge”.

Frame del video che racconta il trasferimento del Mosaico di Alessandro da Pompei al Real Museo Borbonico (foto mann)

Nell’allestimento multimediale sono presenti tre video: parte 1) Il “Mosaico di Alessandro” racconta non solo il contesto in cui nasce l’opera, nella  casa del Fauno di Pompei, ma anche la funzione che il capolavoro rivestiva all’interno della lussuosa domus e la specificità del soggetto rappresentato. Dal punto di vista tecnico, di particolare interesse è stata l’attività di modellazione e colorazione della Casa del Fauno, cui è seguita l’animazione del mosaico stesso; parte 2)  “Le tecniche del Mosaico” descrive, attraverso la produzione di modelli virtuali rappresentativi della sezione di un mosaico di epoca romana, la prassi di realizzazione del capolavoro in dettaglio, secondo quanto definito dalle fonti ed evidenziato dalla ricerca archeologica; parte 3) “Il viaggio del Gran Mosaico” ripercorre le principali tappe storiche che portarono al distacco del capolavoro da Pompei ed al suo successivo arrivo al Museo. Di particolare suggestione è stata l’indagine sui documenti  di archivio (prima metà del XIX secolo) e sulle fotografie (decenni iniziali del XX secolo). La tecnologia del digital composing (VFX) permette di evidenziare parti di testo sulle scannerizzazioni dei documenti storici e di animare le foto, proprio come se scorresse una macchina da presa nel seguire il racconto. Tutti i video prevedono dei sottotitoli, elaborati ad hoc per un pubblico di non udenti; Luigi Spina e Giorgio Albano hanno fornito alcune immagini dei cortometraggi. 

Mosaico di Alessandro: video con avatar Protom (foto mann)

In aggiunta a questi prodotti multimediali è stato realizzato un quarto contenuto, che rappresenta la battaglia di Isso tra storia e leggenda: ricalcando le tessere, è stato così realizzato un modello virtuale degli schieramenti, costituiti da centinaia di guerrieri delle due fazioni in uno scenario surreale, arido e polveroso. Con un movimento circolare a volo d’uccello, si raggiunge, così, il centro della scena: qui il fulcro emotivo della rappresentazione è costituito dallo scontro fra gli occhi di Alessandro e quelli del suo acerrimo nemico; sullo sfondo, tutti i personaggi, uomini ed animali, sono raffigurati come semplici silhoutte. Questa narrazione per immagini è il risultato di diversi passaggi tecnologici: 1. modellazione e sovrapposizione prospettica delle figure per la replica della battaglia (diorama); 2. disegno del paesaggio con effetti particellari; 3. rigging del busto di Alessandro (FACS); 4. animazione del 3D di Alessandro (lipsync) del racconto della battaglia di Isso; 5. produzione software (busto di Alessandro real-time); 6. sincronizzazione ologramma con video della battaglia.

L’ologramma di Alessandro (foto mann)

L’animazione prevede un sonoro, con un avvincente racconto della battaglia scritto proprio dal direttore del Museo, Paolo Giulierini: a questa suggestiva narrazione, Protom ha abbinato un avatar, inserito in una cornice olografica digitale con sistema light-field in grado di offrire un ampio raggio di percezione della stereoscopia senza bisogno di occhiali o speciali visori. L’ologramma di Alessandro è stato realizzato da una scansione grezza, successivamente rielaborata in modo da consentire la corretta deformazione durante la produzione delle animazioni. Per i movimenti facciali dell’Avatar, sono state predisposte decine di copie dei modelli che ripropongono i fonemi corretti, come previsto dallo standard FACS (facial animation coding system). La precisione del lipsync (animazione del labiale), una delle più complesse pratiche dell’animazione al computer, enfatizza l’espressività dell’ologramma, che segue un semplice meccanismo di funzionamento, collegato ad un pc: terminato il set-up dell’hardware e avviato il dispositivo, il software parte automaticamente, in modo che la cornice riceva il segnale di avvio ed, illuminandosi, riproduca l’ologramma. L’ascolto è possibile attraverso un impianto di speaker collocato in prossimità della bacheca.​ Le installazioni multimediali, da oggi fruibili in sezione, si combinano con il riallestimento delle sale dei Mosaici: pannelli ed apparati didascalici sono stati aggiornati, seguendo l’immagine coordinata scelta dal Museo. 

Lo spostamento del Mosaico di Alessandro nel museo di Napoli nel 1917 (foto archivio mann)

“È sempre una grande emozione restituire vita alla storia grazie al supporto delle tecnologie”, conclude Fabio De Felice, fondatore di Protom. “Il mosaico di Alessandro e la battaglia di Isso rappresentano un gioiello che da sempre il mondo ci invidia. Siamo entusiasti di partecipare a questa iniziativa, su proposta del MANN, di dare corpo e voce a un personaggio del calibro di Alessandro Magno e lavorare, con cura, alla ricostruzione di ambienti ed eventi storici. Portabilità e mobilità sono le caratteristiche che rappresentano il nostro lavoro, nato con l’obiettivo di avvicinare a una nuova fase della vita di questi capolavori, caratterizzata dall’incontro con le tecnologie, anche persone con diverse abilità, in particolare i non udenti, attraverso il ricorso ai sottotitoli”. 

Egitto. Grande affluenza di pubblico al tempio di Karnak per l’allineamento solare sull’asse principale del tempio di Karnak il giorno del solstizio d’inverno

Il pubblico lungo il viale delle sfingi segue il sorgere del sole tra i piloni del tempio di Karnak (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Per seguire un fenomeno che si ripete da migliaia di anni a Karnak sono affluiti a decine, egiziani e stranieri, nel rispetto delle norme di sicurezza per l’emergenza sanitaria (allontanamento sociale, mascherine e disinfettanti): la celebrazione dell’allineamento solare sull’asse principale del tempio di Karnak, fenomeno che si verifica il 21 dicembre di ogni anno, che coincide con l’inizio della stagione invernale. L’evento è stato accompagnato dall’esibizione di ballerini folcloristici, boy scout e musica della Misr Company for Sound and Light.

21 dicembre, solstizio d’inverno: il sole è allineato al centro dei piloni del tempio di Karnak (foto ministry of Tourism and Antiquities)

“Questo fenomeno”, ha spiegato Mostafa Al-Sagheer, direttore del Tempio di Karnak, “rivela quanto fosse avanzata l’abilità degli antichi egizi nel combinare l’astronomia con l’architettura e la loro precisione nel continuare con essa durante i 2000 anni necessari per costruire il Tempio di Karnak. Ha aggiunto che il sole sorge sopra la sacra barca di Amon Ra che fu costruita dal re Filippo Arrideo, fratello di Alessandro Magno, è perpendicolare all’asse principale di Karnak che si estende da Est a Ovest, penetrando gli ingressi dal sesto al primo piloni, così come la grande sala ipostila in modo che il visitatore possa vederla al porto di Karnak di fronte alla facciata principale del tempio”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 25.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nel nuovo Egitto, quello successivo alla conquista di Alessandro Magno: con l’epoca greco-romana è l’Egitto di Cleopatra e dei Tolomei

Nel 332 a.C., con l’esercito di Alessandro Magno che conquista la terra dei faraoni, l’Egitto entra in una nuova fase che affronta il 25.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Christian Greco ci spiega “Cleopatra e l’Egitto dei Tolomei”. Al museo Egizio di Torino c’è un reperto molto interessante che introduce questa nuova fase: è un elmo macedone, probabilmente appartenuto a uno dei soldati che erano al seguito di Alessandro Magno nella conquista del Paese. “Questo elmo a pilos”, spiega Greco, “ha un’iscrizione sulla parte frontale in cui leggiamo “Alexandrou tou Nikanoros”, ovvero “di Alessandro, il figlio di Nikanore” dove il nome con il patronimico indica appunto il soldato a cui questo elmo apparteneva”. Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno entra in Egitto, conquista il Paese, va all’Oasi di Siwa e si fa dichiarare figlio del dio Amon. “E lui stesso si farà raffigurare poi come vero faraone, nella cappella della barca al tempio di Luxor dove, come un vero faraone, fa l’offerta al dio Amon. Sappiamo che nella conquista di Alessandro Magno di quello che allora era il mondo conosciuto, la conquista procede a tappe forzate, ma Alessandro morirà nel 323 a.C. Coloro che poi avranno il potere in Egitto saranno i diadokoi, i suoi successori, e nella fattispecie la famiglia dei Tolomei”.

Tolomeo II Filadelfo nelle fattezze di faraone e in quelle ellenistiche: teste conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo Egitto è ben rappresentato da due teste di Tolomeo II Filadelfo, quello che rimane di due statue. “È interessante perché vediamo le modalità in cui esse potevano essere rappresentate”, fa notare Greco: “Da una parte la testa del faraone con la corona nemes con l’ureo al centro, quindi qui Tolomeo II si mostra come il vero faraone d’Egitto. Il faraone – ricordiamolo – dalla IV dinastia è “sa Ra”, figlio del dio Sole, è l’intermediario tra gli dei e gli uomini, è colui che è responsabile del mantenimento del maat, dell’ordine sulla terra. Nell’altra testa invece sempre Tolomeo Filadelfo è rappresentato con fattezze ellenistiche: sono le due culture che diventano ibride e che si influenzano l’una con l’altra”.

Particolare del busto della principessa tolemaica (Cleopatra?) al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La principessa tolomaica: è la famosa Cleopatra? Vicino alle due teste di Tolomeo Filadelfo, vi è un busto di una principessa del quale si è molto parlato negli ultimi anni. “Nella didascalia”, sottolinea Greco, “scriviamo semplicemente “regina tolemaica” senza sbilanciarci. Perché? Perché alcuni ritengono che essa possa essere identificata come Cleopatra VII, la famosa Cleopatra, l’ultima regina tolemaica, colei che ebbe una relazione con Cesare e, dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., con Marco Antonio. Colei che con Marco Antonio aveva un disegno importante di egemonia del Mediterraneo, disegno che venne a finire con la battaglia di Azio del 31 a.C. e la vittoria di Ottaviano. Momento che segna definitivamente la fine di qualsiasi forma di indipendenza dell’Egitto. Perché l’attribuzione è controversa? Si gioca tutto sul copricapo dove vediamo sembrano essere raffigurati tre urei. In realtà non siamo sicuri che si tratti di tre urei o di tre cobra perché forse quello centrale potrebbe essere stato la parte iniziale del volto di un avvoltoio. Infatti vediamo che ai lati della parrucca ci sono le piume di un avvoltoio. Ebbene, se fossero tre urei probabilmente questa statua potrebbe essere identificata con Cleopatra VII, o Cleopatra I o Arsinoe II. Quelle principesse e regine tolemaiche che avevano portato territori aggiuntivi all’Egitto stesso. Però su questo non siamo certi e vi è anche un altro elemento che pone alcuni dubbi: la resa del busto, con una veste molto attillata che invece sembrerebbe dare come indicazione cronologica l’inizio del regno dei Tolomei e non la fine. Però anche su questo elemento non c’è unanimità: una statua identificata come Cleopatra, conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo, presenta una veste molto aderente, molto simile a quella che vediamo a Torino. Allora studi aggiuntivi sono necessari per capire se qui davanti a noi abbiamo Cleopatra VII o un’altra regina tolemaica. In ogni caso di sicuro abbiamo una rappresentante di questi diadokoi, di questi successori di Alessandro Magno che dominano nel Paese”.

Il direttore Christian Greco indica la figura di Cleopatra sulla stele cosiddetta di Callimaco (foto museo Egizio)

Un altro elemento interessante che ci attesta questo periodo è la cosiddetta stele di Callimaco, in cui da una parte è rappresentata Cleopatra VII, e dall’altra parte una rappresentazione di Cesarione, il figlio che lei ebbe con Cesare: Cleopatra fa un’offerta a Ra-Horakhti, mentre Cesarione fa un’offerta ad Amon. “Ebbene anche questo è un pezzo molto interessante. La superficie della stele non è omogenea: una parte è levigata invece una parte arretra. Che cosa è successo? Semplicemente questa era una stele più antica che è stata poi riutilizzata. È stata ridecorata dove sono state aggiunte le raffigurazioni di Cesarione e di Cleopatra, e dove è stata abbassata la superficie è stato aggiunto un testo in greco e in demotico. C’è dunque un’iscrizione bilingue e al contempo però c’è anche un’iscrizione geroglifica che si riferisce alle offerte votive che vengono fatte agli dei e che sono di un’età precedente. Ecco un tipo di esempio di come un oggetto possa raccontarci diverse storie, di come racchiude in sé la sua biografia che ci parla anche di un’evoluzione cronologica. Ci parla di un Egitto faraonico che entra in una nuova fase, in quella fase che noi chiamiamo greco-romana, interessantissima perché ci sono vari elementi di ibridazione con quella che è la cultura dominante, che è la cultura greca, e di cui l’Egitto diventerà uno dei centri propulsori, perché sarà proprio Alessandria, la nuova capitale, a diffondere la cultura greca in tutto il mondo”.

Roma. Alla fiera “Più libri più liberi” Forum Editrice presenta le ricerche del progetto Terre di Ninive dell’università di Udine nel Kurdistan iracheno nell’incontro “Tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree a rischio del Vicino Oriente. Il parco archeologico della regione di Duhok nel Kurdistan iracheno” con Matthiae, Morandi Bonacossi e Orazi, e con il libro “The Archaeological Environmental Park of Sennacherib’s Irrigation Network”

La locandina di “Più libri, più liberi”, la fiera nazionale della piccola e media editoria alla Nuvola di Roma-Eur

Dal 4 all’8 dicembre 2019 torna a Roma, nell’avveniristica cornice della Nuvola dell’Eur, Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria. “E torniamo anche noi!”, ricordano a Forum, editrice universitaria udinese. “Ci trovate sempre agli stand B66-B68 con il coordinamento delle University Press Italiane, e venerdì 6 dicembre parleremo delle importanti ricerche del progetto della nostra Università Terre di Ninive”. E sarà presentato il libro di Roberto Orazi “The Archaeological Environmental Park of Sennacherib’s Irrigation Network” (Forum Editrice). La fiera Più libri più liberi si conferma come l’evento culturale più importante della Capitale – ormai sempre più riconosciuto sia a livello nazionale che internazionale – dedicato esclusivamente agli editori indipendenti italiani. Quest’anno oltre 520 espositori, provenienti da tutto il Paese, presentano al pubblico le novità e il proprio catalogo. Cinque giorni e più di 670 appuntamenti in cui ascoltare autori, assistere a letture, dibattiti, performance musicali e incontrare gli operatori professionali.

Tell Gomel, nel Kurdistan iracheno, il sito dell’antica Gaugamela, dove Alessandro Magno sconfisse Dario III nel 331 a.C. e completò la conquista dell’impero persiano (foto LoNAP)

La distribuzione dei siti archeologici rilevati dal progetto “Terra di Ninive” dell’università di Udine (foto LoNAP)

Il “Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive” è un’ampia ricerca interdisciplinare condotta dalla “Missione Archeologica Italiana in Assiria” (MAIA) dell’Università degli Studi di Udine. Il progetto mira a studiare il paesaggio archeologico della regione di Dohuk (Kurdistan Iracheno) e a documentare, tutelare e valorizzare lo straordinario patrimonio archeologico di questa regione posta nell’entroterra dell’antica capitale dell’impero assiro, Ninive (odierna Mosul). Attraverso la ricognizione archeologica di superficie di una regione di 3.000 kmq di estensione e lo scavo del sito di Tell Gomel (il sito dell’antica Gaugamela, dove Alessandro Magno sconfisse Dario III nel 331 a.C. e completò la conquista dell’impero persiano: vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/04/17/svelato-giallo-archeologico-in-kurdistan-iracheno-la-missione-delluniversita-di-udine-ha-scoperto-il-luogo-della-battaglia-di-gaugamela-330-a-c-dove-alessandro-magno-sconfisse-il-re-persi/), il progetto mira a ricostruire la formazione ed evoluzione del paesaggio culturale e naturale di una regione cruciale dell’antica Mesopotamia fra preistoria ed età islamica. Questa regione, mai esplorata da alcuna missione archeologica moderna, fu uno dei principali teatri della “rivoluzione agricola”, che diede origine alla moderna economia produttiva e fu il centro politico e geografico dell’Assiria, il primo impero globale della storia. Il suo studio ha ricadute non solo in ambito strettamente vicino orientale, ma è anche di assoluto rilievo per l’indagine dei grandi processi culturali che hanno caratterizzato il progresso delle società umane a partire dalle piccole comunità di cacciatori e raccoglitori preistorici fino alla formazione dei grandi centri urbani, degli stati territoriali e degli imperi nelle età del Bronzo e del Ferro.

Un tratto dell’acquedotto di Sennacherib a Jerwan nel Kurdistan iracheno (foto LoNAP)

Il secondo obbiettivo di MAIA consiste nella documentazione, conservazione e gestione degli straordinari monumenti archeologici presenti nella regione di Dohuk. Attraverso la stretta cooperazione con le autorità locali (Direzione Generale delle Antichità del Kurdistan, Direzione delle Antichità di Dohuk, Governatorato di Dohuk), la Task Force Iraq del Ministero degli Affari Esteri, l’UNESCO e il World Monuments Fund di New York, il progetto contribuisce in maniera determinante alla tutela e promozione dello straordinario patrimonio culturale della regione. L’imponente sistema irriguo costruito fra VIII e VII sec. a.C. dal re assiro Sennacherib, con i suoi monumentali rilievi rupestri, canali e i primi acquedotti in pietra della storia è stato documentato in maniera digitale e tridimensionale ed è in corso di valorizzazione. Con la Direzione delle Antichità di Dohuk sarà progettato l’inserimento del vasto complesso archeologico nella “World Heritage Tentative List” dell’UNESCO.

Il ritratto di Sennacherib in un rilievo rupestre assiro di Khinis nel Kurdistan iracheno (foto LoNAP)

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Appuntamento venerdì 6 dicembre 2019, alle 16.30, in sala Marte, con l’incontro promosso da Forum Editrice “Tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nelle aree a rischio del Vicino Oriente. Il parco archeologico della regione di Duhok nel Kurdistan iracheno” al quale intervengono Paolo Matthiae, decano degli archeologi assiriologi; Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine, direttore del progetto Terre di Ninive; e Roberto Orazi del Cnr, coordinatore del gruppo dell’Ispc-Unid. Luogo cruciale per la storia nel nord dell’antica Mesopotamia, per molto tempo inesplorato a causa della complessa situazione politica, il Kurdistan Iracheno è al centro delle ricerche del Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive. In particolare gli studi sulla documentazione, tutela e valorizzazione dello straordinario patrimonio archeologico della regione di Dohuk costituito da enormi canali d’irrigazione, rilievi rupestri e dai primi acquedotti in pietra della storia sono raccolti in un dossier che propone l’inserimento di questo sofisticato sistema nella World Heritage Tentative List dell’UNESCO. Il progetto di valorizzazione del sito è nato dalla collaborazione tra l’università di Udine e l’istituto di scienze del patrimonio culturale-Ispc (Itabc) nell’ambito del progetto “Land of Nineveh Training Project for the Enhancement of the Cultural Heritage of the Kurdistan Region of Iraq” diretto dal prof. Daniele Morandi Bonacossi e affidato all’università di Udine dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics).

Il libro di Roberto Orazi The Archaeological Park of Sennacherib’s Irrigation Network. Recording, Conservation and Management of the Cultural Heritage of the Northern Region of Iraqi Kurdistan” (Forum Editrice)

Un tratto dell’acquedotto di Sennacherib a Jerwan scoperto dalla missione archeologica dell’università di Udine nel progetto “Terre di Ninive” (foto LoNAP)

L’architetto Roberto Orazi

I risultati raggiunti dal gruppo di lavoro dell’Ispc-Unid, sotto il coordinamento dell’arch. Roberto Orazi, sono confluiti nel volume “The Archaeological Park of Sennacherib’s Irrigation Network. Recording, Conservation and Management of the Cultural Heritage of the Northern Region of Iraqi Kurdistan” di Roberto Orazi (Forum Editrice, Udine 2019, pp. 268, 80 euro), primo volume della collana Italian Archaeological Mission to the Kurdistan Region of Iraq (IAMKRI). Roberto Orazi si è occupato dello studio e del riuso del patrimonio architettonico con attività nel campo della ricerca, dell’insegnamento e del restauro sia in Italia che all’estero (Iran, Oman, Perù, Siria, Iraq). È autore di oltre sessanta pubblicazioni e monografie, tra cui Project to Restore the Monumental Complex of Khor-Rori (1997) e The Pavilion of the Forty Columns. Studies and Conservation at Isfahan (in stampa). Il sistema di canalizzazioni costruito dal sovrano assiro Sennacherib per portare acqua a Ninive e alla campagna circostante intorno al 700 a.C. costituisce forse il più rappresentativo esempio di patrimonio culturale monumentale del Kurdistan Iracheno. Canali, imponenti acquedotti in pietra, bassorilievi rupestri e iscrizioni commemorative sono sparsi su un territorio di tremila chilometri quadrati nella regione di Duhok, ma appartengono tutti alla stessa imponente impresa. Il volume, in inglese, è interamente dedicato alla documentazione, conservazione e valorizzazione del sistema irriguo di Sennacherib e alla redazione della proposta per l’inserimento del complesso nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Vicenza, alla mostra “Mito. Dei ed eroi”: in questa 2^ parte scopriamo Alessandro Magno, Atena ed Ercole, altro nume tutelare della famiglia Leoni Montanari: ancora una volta gli affreschi allegorici del nobile palazzo dialogano con statue e affreschi antichi, e dipinti moderni

La locandina della mostra “Mito, dei ed eroi” a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza

Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, curatori della mostra “Mito, dei ed eroi” (foto Graziano Tavan)

Mostra “Mito, dei ed eroi”: l’Antico dialoga con il Moderno nella Galleria di Ercole a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza (foto Graziano Tavan)

Una mostra – “Mito. Dei ed eroi”, alle Gallerie d’Italia di Vicenza fino al 14 luglio 2019 – per ricordare i vent’anni dall’apertura al pubblico di Palazzo Leoni Montanari e delle sue raccolte d’arte, ma anche occasione per invitare i visitatori alla riscoperta dell’identità di questo contenitore, splendida testimonianza della civiltà dell’abitare e della cultura figurativa italiane tra Sei e Ottocento. “La configurazione dell’edificio”, spiegano i curatori Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, “e il notevole percorso iconografico delle sue magnifiche decorazioni pittoriche e a stucco, ma anche l’eccezionale collezione di vasi greci e magnogreci che vi è conservata, hanno costituito le basi di un originale progetto espositivo che indaghi la fortuna della mitologia classica, partendo dalla sua rappresentazione nell’antichità, per poi ripercorrere il suo reimpiego nei secoli sino all’esito esemplare tra il Classicismo seicentesco e le diverse stagioni, tra Sette e Ottocento, del Neoclassicismo. Le sezioni della mostra, che segue un criterio tematico legato ai miti e ai personaggi privilegiati nelle decorazioni del palazzo, si articolano, creando ogni volta straordinarie suggestioni, nelle sale affrescate e decorate a stucco di Palazzo Leoni Montanari. Si ha dunque la possibilità – continuano i curatori – di proporre continui confronti tra gli dei, gli eroi e i miti lì rappresentati e quelli raffigurati nelle opere, antiche e moderne, selezionate tra quelle delle raccolte di Intesa Sanpaolo e in prestigiosi musei e collezioni private italiane e straniere. Non si tratta di paragoni solo sul piano figurativo, per mostrare come lo stesso personaggio o episodio siano stati resi diversamente in pittura e in scultura, ma anche e soprattutto sul versante iconologico, per spiegare al pubblico i diversi significati – religiosi, morali, culturali, allegorici – assunti dal mito in tempi e contesti tanto diversi. L’antichità greca e romana rivive nell’esposizione acquistando propria identità attraverso le narrazioni delle raffigurazioni vascolari attiche e magnogreche e delle pitture parietali dall’area vesuviana; le sculture in terracotta, marmo e in materiale prezioso ci restituiranno aspetti cultuali e rituali della religione greca, oggetti preziosi dell’arte suntuaria e un raro marmo dipinto documentano come il mito con le sue molteplici declinazioni sia strettamente compenetrato nella società antica, costituendone il fondamento. Non si tratta quindi solo di raffinate creazioni ma di testimonianze delle comunità che si svilupparono in Grecia e in Italia tra il VI a.C. e il II secolo d.C.”.

La sala di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza dedicata al mito di Alessandro Magno (foto Graziano Tavan)

Medaglioni in marmo di Filippo Collino con i ritratti di Alessandro e Olimpia dai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Le divinità che emergono nel percorso iconografico di Palazzo Leoni Montanari sono Apollo e Ercole (come abbiamo visto nel precedente post: ), assumendo un ruolo che li fa apparire come i numi tutelari del luogo e della famiglia che lo ha abitato. Ma non sono gli unici a far parte del pantheon “privato” dei Leoni Montanari. C’è – ad esempio – anche Alessandro Magno. Il condottiero macedone è una delle figure più frequenti nell’antica “casa Montanara”, presente in origine anche come soggetto di alcuni quadri della perduta raccolta d’arte di Giovanni I. Nel ciclo di affreschi della sala si raccontano tre episodi relativi al re macedone (Lezione di Aristotele, Alessandro taglia il nodo di Gordio, Alessandro davanti al cadavere di Dario). Straordinaria personalità storica che segnò la fine dell’età classica e diede inizio al periodo ellenistico, entrò a far parte della tradizione mitica antica alla stregua degli dei e degli eroi e, come essi, fu raffigurato e celebrato in opere d’arte già dai suoi contemporanei. Personaggio di grande carisma, Alessandro è rappresentato in una veste del tutto idealizzata, tanto da incarnare, assieme al troiano Enea presente nella sala dell’Eneide, il più alto modello di virtù, al contempo eroica e umana, esprimibile con un concetto assai complesso: la pietas, ossia la responsabilità civica e personale dell’individuo verso il mondo terreno e divino. La gloria e la leggenda di Alessandro hanno resistito nei secoli. In età neoclassica il suo fascino è particolarmente sentito e, come dimostrano i due magnifici medaglioni in marmo di Filippo Collino ispirati a due celebri busti dei musei Capitolini ammirati anche da Winckelmann, è legato alla sua leggendaria bellezza abbinata a quella della madre Olimpiade.

La sala di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza dedicata al mito di Ercole (foto Graziano Tavan)

“Ercole al bivio tra la Virtù e il Vizio” di Pompeo Batoni dai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Ercole e Nesso su un affresco dalla Casa di Giasone di Pompei, oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

Ercole e le sue imprese allegoria di un’ascesa. Ercole è la figura mitologica di principale riferimento identitario, sia familiare che di appartenenza culturale e spirituale. La sua caratteristica leontide si associa al leone presente nello stemma familiare, mentre lo spirito combattente dell’eroe evoca allegoricamente il faticoso impegno sostenuto dai Leoni Montanari durante il lungo percorso dell’affermazione sociale. Alla dimensione autocelebrativa della casata, si accosta invece una lettura più profonda del mito, da mettere in relazione alla Philosophia Christi di Erasmo da Rotterdam. Soggetti affrescati nella sala: Il bambino Ercole lotta contro il serpente inviato da Giunone, Ercole sul bivio tra la Virtù e il Vizio, Ercole libera Prometeo, Ercole combatte contro il toro di Maratona, Ercole e Deianira con il centauro Nesso, Ercole e Atlante. Il ciclo pittorico trova corrispondenza nelle opere archeologiche che mostrano la raffigurazione greca e romana dell’eroe e delle sue imprese riportate all’originale contesto. Eracle è infatti eroe panellenico (il suo culto è diffuso in tutta la Grecia) e civilizzatore, distruttore di mostri, espressione del mondo selvaggio e delle barbarie a cui si contrapponeva la cultura greca. Le molte prove e tentazioni (come ricorda la sua storia d’amore e di schiavitù con la regina dei Lidi Onfale) a cui fu sottoposto furono già in antico interpretate come espressione della fatica della vita umana. Eracle condivideva con l’uomo infatti la mortalità e la sofferenza, e con atroci sofferenze morirà gettandosi su una pira a causa della veste avvelenata con il sangue del centauro Nesso, donatagli dalla gelosa moglie Deianira. Ma la sua morte segnò la sua vittoria finale, l’apoteosi dell’eroe che fu accolto nel pantheon olimpico.

La sala dei Fauni di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza dedicata al mito di Atena (foto Graziano Tavan)

La grandiosa statua in marmo dell’Atena Albani conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Atena la dea combattente e delle arti. La sezione è dedicata ad Atena una delle principali divinità del pantheon greco, vergine guerriera, divinità tutelare della città di Atene, nume delle arti prerogativa che condivide con Apollo. La Sala dei Fauni accoglie quest’ultimo tema introdotto dalla grandiosa statua in marmo dell’Atena Albani dal museo Archeologico di Napoli e suggellato dalla celeberrima tela del Tiepolo che vede la statua della dea e quella di Apollo poste ai lati di Ottaviano Augusto. Esemplari statuari e vascolari antichi mostreranno le caratteristiche iconografiche della divinità. Nella stessa sala trovano spazio tre eccezionali esemplari ceramici magnogreci provenienti da Ruvo di Puglia con la raffigurazione del culto di Apollo a Delfi, il più importante centro oracolare del dio dove sono ambientati celebri episodi del mito e della tragedia greca.

Apoteosi di Eracle: dettaglio di un famoso vaso del IV sec. a.C. del Pittore di Licurgo, proveniente da Ruvo di Puglia, oggi nelle collezioni di Banca Intesa San Paolo (foto Graziano Tavan)

Apoteosi di Eracle, glorificazione della famiglia Leoni Montanari. Il percorso si conclude nella suggestiva e barocca Loggia di Ercole, visibile anche entrando dal palazzo in uno scenografico ingresso. Qui si celebra, specularmente ad Apollo, l’altro protagonista del palazzo, Eracle. Il trionfo dell’eroe è espresso dalla sua immagine statuaria che lo vede immortalato mentre uccide l’idra di Lerna, uno delle sue celebri fatiche. La decorazione della loggia ne costituisce scenario ideale, un nuovo Olimpo. In prossimità dell’ingresso alla loggia sarà possibile ammirare il cratere magnogreco, capolavoro della collezione archeologica Intesa Sanpaolo, con la raffigurazione della apoteosi di Eracle e della sua ascesa tra gli dei.

Novità a “Classe al chiaro di luna 2019”: al mercoledì, al museo Classis, le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero dell’università di Bologna. Si inizia con l’Uzbekistan: Samarcanda e la via della Seta

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Simone Mantellini

È la novità 2019 della rassegna “Classe al chiaro di luna”: sono le conferenze a tema a cura dei professori dell’università di Bologna che, nelle sere del mercoledì, dal 3 al 31 luglio 2019, alle 21, nella sala conferenze del museo Classis, illustreranno le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero. Si inizia appunto mercoledì 3 luglio con Simone Mantellini che illustra “Samarcanda e la via della Seta nelle ricerche dell’Università degli studi di Bologna”. Si proseguirà con Albania, Egitto, Turchia e Iraq. L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’Ordine della Casa Matha, è ad ingresso libero. Tutte le conferenze, alle 20.15, sono precedute da una visita guidata al museo Classis Ravenna. Tariffa: 5 euro per l’ingresso e la visita guidata (info 0544473717).

Una suggestiva immagine di Samarcanda con i suoi famosi monumenti di età Timuride

Il nome Samarcanda – si legge sul sito dell’università di Bologna – è forse uno dei più evocativi di tutto l’Oriente, tanto grande è stata in Occidente la fama di questa città nei secoli scorsi. Alla base di questo glorioso passato sono senza dubbio gli splendidi monumenti dell’età Timuride, che ancora oggi, pur se pesantemente restaurati, stupiscono per lo splendore dell’architettura e delle sue decorazioni, e rappresentano la principale attrazione dei turisti provenienti da tutto il mondo. Poco, o nulla, si sa invece della Maracanda di Alessandro Magno, una delle città più importanti e più affascinanti dell’intera Asia Centrale, meglio conosciuta come Afrasiab dal nome del famoso eroe dell’epos iranico, e che oggi si presenta come un’enorme distesa di argilla cruda di oltre 200 ha a Nord-Est dell’attuale centro urbano. Questo luogo è stato per secoli il cuore pulsante degli scambi commerciali tra Oriente ed Occidente, sopravvivendo alla conquista araba dell’VIII secolo ma non a quella, ben più devastante, delle truppe mongole di Gengis Khan nel 1220.

Lo scavo archeologico della missione italo-uzbeka a Samarcanda (foto Unibo)

Uzbekista, missione a Samarcanda: elaborazioni digitali della necropoli a tumuli di Boyssartepa (I sec. a.C. – I sec. d.C.) con il muro perimetrale del villaggio ellenistico (foto Unibo)

La possibilità di conoscere più a fondo il passato di Samarcanda è aumentata notevolmente nell’ultimo decennio grazie alle ricerche avviate dall’università di Bologna e dall’IsIAO di Roma in collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan. Partendo dal concetto che non esiste una città senza il proprio territorio, l’obiettivo principale del progetto è quello di studiare la storia di Samarcanda attraverso le molteplici relazioni che legano il grande centro economico, politico e militare con il suo entroterra. Famosa fin dall’antichità come crocevia dei commerci tra l’Asia e il Mediterraneo, la reale ricchezza di Samarcanda era, ed è tuttora, l’agricoltura: le condizioni climatiche continentali, l’abbondanza di acqua e il suolo fertile rendono infatti quest’area una delle più produttive dell’Asia Centrale e di tutto il mondo antico. Lo sviluppo dell’agricoltura nelle pianure alluvionali lungo il medio corso dello Zeravshan e l’allevamento nella steppa circostante creano una base economica e sociale che ha nei bazar della città e dei villaggi sparsi nel territorio il comune denominatore e punto d’incontro tra il mondo degli agricoltori sedentari della pianura e quello dei nomadi allevatori della steppa. Grazie all’impiego delle moderne tecnologie e all’approccio multidisciplinare che agli archeologi affianca altri specialisti quali geologi, agronomi, ingegneri e storici, è ora possibile comprendere meglio le dinamiche insediamentali e le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli nell’oasi di Samarcanda. Le ricerche sono state condotte su due distinti livelli. Da una parte, le ricognizioni territoriali finalizzate allo studio dell’interazione storica tra uomo e ambiente; dall’altra, lo studio dettagliato di alcuni siti-chiave, peculiari per posizione geografica e/o pertinenza storico-culturale.

Uzbekistan, missione a Samarcanda: i resti dell’archivio amministrativo altomedievale (V-VIII sec. d.C.) di Kafir Kala (foto Unibo)

Nel corso delle indagini sono stati censiti oltre mille siti archeologi, la maggior parte dei quali databili ai periodi Kushana (II secolo a.C. – II secolo d.C.) e Sogdiano-Altomedievale (V-VIII secolo d.C.). L’incredibile sviluppo che caratterizza l’oasi di Samarcanda in questo periodo è spiegabile non solo con i fruttuosi commerci lungo la Via della Seta ma, soprattutto, con l’intenso sfruttamento agricolo di questo territorio, reso possibile da una fitta rete di canali per l’irrigazione e da una serie di opere idrauliche che hanno permesso di convertire la steppa in un’area dall’elevato potenziale agricolo. Nella parte meridionale dell’oasi, il sistema era basato sul Dargom, un canale di oltre 100 km che le recenti indagini geologiche, combinate allo studio dei principali insediamenti distribuiti lungo il canale stesso, attribuiscono proprio al periodo Kushana, facendo supporre che, già intorno al I secolo a.C., gran parte dell’entroterra di Samarcanda fosse coltivato in maniera estensiva e con diverse colture, da quelle cerealicole (pianura) a quelle frutticole (pedemontana) e orticole (in prossimità delle abitazioni e dei villaggi). La maggior parte delle scoperte si riferiscono alla storia del popolamento agricolo del territorio, che ha lasciato tracce sia negli insediamenti in argilla cruda (altresì noti come tepa) sopraelevati rispetto al naturale piano di campagna, sia nella rete di canali che, ancora oggi dopo oltre 2000 anni, garantiscono l’approvvigionamento idrico della città e del suo territorio. Lo stesso non si può dire per le testimonianze degli allevatori delle steppe. Caratterizzati da uno stile di vita semi-nomadico e dall’impiego di materiale altamente deperibile (come il legno e i tessuti per la costruzione delle yurte), archeologicamente le tracce degli allevatori sono riscontrabili solo nelle sepolture a tumulo (kurgan) che occupano l’intera fascia pedemontana del massiccio del Karatyube, in posizioni strategiche per controllare e marcare le zone di pascolo nella steppa sottostante.

Ipotesi di tracciato della Via della Seta (fonte Esploranda)

In base alla localizzazione dei siti e alla divisione cronologica degli stessi, è possibile ipotizzare che vi fossero due principali rotte locali della Via della Seta che collegavano il medio Zeravshan con la valle del Kashkadarya a sud. La prima, probabilmente già attiva in epoca Achemenide (VI-IV secolo a.C.), era più lunga perché aggirava il massiccio del Karatyube e percorreva quella che ora è la steppa a sud di Samarcanda, passando da centri come Jam, Sazagan e Koytepa. La seconda, di epoca Altomedievale, era più diretta ma anche più difficoltosa perché attraversava il Karatyube dal passo di Amankutan (1800 m slm) e giungeva a Samarcanda dopo aver attraversato il Dargom all’altezza di Kafir Kala.

Svelato giallo archeologico. In Kurdistan iracheno la missione dell’università di Udine ha scoperto il luogo della battaglia di Gaugamela (330 a.C.) dove Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III. Evento cruciale che fece nascere l’Ellenismo. Col progetto “Terre di Ninive” in sette anni mappati 1100 siti archeologici

Il prof. Daniele Morandi Bonacossi sul campo presso il sito neo-assiro di Chamarash, sulla sponda orientale del lago artificiale di Eski Mosul

È una delle battaglie che hanno segnato la storia: Gaugamela, 331 a.C. In una piana della Mesopotamia settentrionale, le truppe guidate da Alessandro Magno sconfiggono l’esercito persiano del re dei re Dario III, aprendo le porte dell’Oriente ai macedoni dalla Mezzaluna fertile all’altopiano iranico fino alla valle dell’Indo. Fu un evento cruciale: un mondo finiva e iniziava una nuova era, l’Ellenismo, fecondissimo momento di incontro culturale tra Oriente e Occidente. Ma a quasi 23 secoli dall’evento il luogo della battaglia è ancora in discussione, con gli storici e gli archeologi dubbiosi sull’interpretazione dei dati disponibili. Un giallo archeologico che ora è stato svelato dalle ricerche multidisciplinari della missione archeologica nel Kurdistan iracheno dell’università di Udine, guidata dal professore Daniele Morandi Bonacossi, dove è presente dal 2012 con il progetto “Land of Nineveh / Terre di Ninive”. La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca; Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Fondazione Friuli, ha portato gli archeologi a una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Tell Gomel, nei pressi dell’odierna Mosul – l’antica Ninive – nel Kurdistan iracheno. L’annuncio a Roma in un’affollatissima conferenza stampa, cui sono intervenuti Andrea Zannini, direttore del dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine; Ettore Janulardo , ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Ahmad A.H. Bamarni, ambasciatore della Repubblica dell’Iraq in Italia; Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Daniele Morandi Bonacossi , direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Progetto “Terre di Ninive” in Kurdistan iracheno: mappatura dei 1100 siti individuati dalla missione dell’università di Udine

La spedizione archeologica dell’università di Udine, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti (archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti GIS,…) e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico (da un milione di anni fa ad oggi) grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3mila kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1100 siti archeologici. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, è stata ricostruita la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). E il team del prof. Morandi ha ricevuto l’apprezzamento dell’ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmed Bamarni che ha commentato: “La squadra del prof. Daniele Morandi Bonacossi sta svolgendo un considerevole lavoro nella Regione del Kurdistan, e apprezziamo il loro impegno nel recupero del patrimonio culturale iracheno, come la recente identificazione del sito originale della Battaglia di Gaugamela, che vide la vittoria di Alessandro Magno sull’esercito persiano di Dario, evento che rappresenta uno dei momenti storici più significativi della storia regionale e mondiale”. E allora vediamo meglio questa eccezionale scoperta archeologica.

Il grande mosaico pavimentale con Alessandro Magno dalla casa del Fauno di Pompei oggi al Mann

Cosa successe nella piana di Gaugamela nel 331 a.C.? Il re achemenide Dario III era già stato sconfitto da Alessandro Magno due anni prima, nel 333 a.C., a Isso, città costiera nell’Anatolia meridionale, al confine tra la Cilicia e la Siria, con la cattura della moglie, della madre e delle due figlie del re persiano che si era ritirato a Babilonia, per riorganizzare l’esercito. Di quella battaglia ci è rimasta una rappresentazione memorabile nel mosaico scoperto a Pompei nella Casa del Fauno, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli. La vittoria di Isso aveva dato ad Alessandro il controllo dell’Asia Minore meridionale, e da lì aveva occupato la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si era fatto consacrare faraone. E arriviamo all’autunno del 331 a.C. Le fonti disponibili sulla battaglia di Gaugamela non sono molte (Arriano con l’Anabasi di Alessandro; Quinto Curzio Rufo con Storie di Alessandro Magno; Diodoro Siculo con Biblioteca storica; Plutarco con Vita di Alessandro), e tutte di storici vissuti molti secoli dopo la spedizione di Alessandro in Asia. Non è quindi facile fare una ricostruzione fedele degli eventi, del numero di soldati e delle perdite della battaglia, ma almeno sul nome del luogo della battaglia sembrano concordare tutti: Gaugamela, nella Mesopotamia settentrionale.

Il percorso delle truppe di Alessandro Magno dalla Siria a Gaugamela, in Mesopotamia

Alessandro guada l’Eufrate senza trovare resistenza ed entra in Mesopotamia. Ma non punta direttamente su Babilonia. Sceglie la strada verso Nord che, una volta superate le colline, portava comunque alla città dove si era acquartierato Dario III. Ciò gli avrebbe reso più facile procurarsi foraggio e provviste, e non avrebbe fatto soffrire alle truppe il caldo estremo del percorso diretto. Alessandro passa anche il Tigri e si verifica un’eclisse lunare, ritenuto un presagio favorevole. E così decide di attaccare i persiani con la sua cavalleria. Alla vista del re macedone la cavalleria persiana fugge. I prigionieri riferiscono che Dario III non è lontano: è accampato a Gaugamela. Lo scontro è epocale. Alessandro riesce ad annullare il divario di forze in campo e a imporsi. Dario III riesce a fuggire ad Arbela (l’odierna Arbil), a un centinaio di chilometri a Est, convinto di poter ancora organizzare una resistenza che ormai appariva disperata anche agli occhi dei suoi più fedeli generali.

Progetto “Terre di Ninive”: la piana di Gaugamela (Kurdistan iracheno) ripresa con il drone

Lo scavo archeologico a Tell Gomel diretto da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine

La scoperta del sito di Gaugamela. Le fonti – come si diceva – non concordano sul luogo della battaglia. Ma, grazie a un mix di storia antica e nuove tecnologie, filologia e GIS, remote sensing e lavoro sul campo, il team diretto dal prof. Morandi Bonacossi ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per individuare il luogo in cui il condottiero macedone trionfa sull’armata persiana. “La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito di Tell Gomel, che stiamo scavando”, spiega Morandi Bonacossi. È un percorso a ritroso che ci porta dai giorni nostri all’impero assiro. “Proprio sull’acquedotto di Jeruan, monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante”, continua il direttore della missione friulana, “troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) che ricorda il sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara. Da questo toponimo assiro deriva la dizione greca: da Gamgamara in greco la m diventa u e la r una l che ci dà Gaugamela. Il toponimo si mantiene nei secoli. Così lo troviamo trascritto in epoca medievale (IX sec. d.C.) con una storpiatura dal greco che dà Gogemal, toponimo che a sua volta subisce una corruzione in Gomel che è il nome del sito che stiamo scavando”.

Il rilievo del cavaliere rifacimento di età ellenistica di un precedente monumento assiro del complesso di Khinnis (Kurdistan iracheno) per celebrare la vittoria nella vicina Gaugamela

Veduta aerea di Tell Gomel e della piana di Gaugamela nel Kurdistan iracheno

E poi ci sono i riscontri archeologici. “A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel, dove si stanno concentrando le nostre ricerche, era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo a.C., quindi contemporaneamente alla battaglia, e da quel momento si sviluppò come un sito esteso e importante”. Ma non è tutto. Nelle vallate montuose circostanti, sono stati trovati alcuni monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, nel complesso rupestre di Gali Zerdak, rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche: si riesce a vedere una Nike alata che porge una corona a un cavaliere – che potrebbe essere Alessandro – proprio per la vicinanza all’iconografia che troviamo in pitture ellenistiche e tombe macedoni come a Kasta-Anfipoli. La rappresentazione di Gali Zerdak suggerisce agli archeologi friulani che questa potrebbe essere la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata monte Nikatorion, “il monte della vittoria”. L’altro rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana individuata come il campo della battaglia di Gaugamela: è il sito di Khinnis, noto dalla metà dell’Ottocento e leggibile ancora all’inizio del ‘900, danneggiato ancor prima dell’arrivo dell’Isis nella regione, più di recente studiato da Julian Reade, dove i re assiri avevano scolpito i loro volti. “Ma in periodo ellenistico”, riprende Morandi Bonacossi, “si interviene su questo rilievo celebrativo, un modo per dare continuità alla simbologia del monumento onorando il generale macedone: si cancella l’antica iscrizione in cuneiforme per aggiungere un cavaliere con la sarissa, la tipica picca macedone, molto simile a quella che vediamo impugnare ad Alessandro nel mosaico di Pompei”. C’è poi un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel: il rilievo di Nirok. “L’abbiamo scoperto nell’ambito del progetto Terre di Ninive, e riteniamo sia importantissimo per l’iconografia che rappresenta tre stelle o tre soli. È molto mal conservato, in gran parte distrutto in anni recenti, ma si riconosce il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone”.

Ginnasio ellenistico (Al Fayoum, Egitto), piccola Pompei (Vienne, Francia), il più antico porto di una città sumerica (Abu Tbeirah, Iraq), Domus del Centurione (Roma, Italia), città romana sommersa (Hammamet, Tunisia): sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Aperto il voto popolare. La premiazione alla XXI Bmta

Alla Bmta di Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum (Egitto), la piccola Pompei di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), e la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia), sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, che sarà consegnato a Paestum il 16 novembre in occasione della XXI BMTA, dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Fayrouz, figlia di Khaled al-Asaad. Lo hanno annunciato i promotori, Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quarta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla prima scoperta archeologica classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata, che indicherà cinque scoperte in ordine di preferenza, tutte avvenute nell’anno precedente. La somma delle indicazioni di ogni testata determinerà l’assegnazione del riconoscimento. Sarà attribuito, inoltre, uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 18 luglio – 18 ottobre. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste scoperte archeologiche.

Il ginnasio ellenistico scoperto nei pressi dell’oasi di al-Fayyum in Egitto

Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum. Presso Al Fayoum, l’oasi più grande dell’Egitto, nota come “il giardino dell’Egitto”, a 130 km a sud-ovest del Cairo, nell’antico villaggio di Philoteris, l’odierna oasi di Madinat Watfa vicino al Qarun Lake, archeologi tedesco-egiziani del Fayum Survey Project hanno rinvenuto il primo ginnasio ellenistico conosciuto in Egitto. La presenza di gymnasia in Egitto era già attestata da fonti scritte, soprattutto nei papiri tolemaici, ma non se n’era mai trovata traccia. Gli scavi hanno portato in luce elementi architettonici riconducibili a una pista da corsa, una palestra, ma anche giardini e altri luoghi di ritrovo. “Il ginnasio”, spiega Aymen Ashmawi, capo del dipartimento delle Antichità dell’Antico Egitto al ministero delle Antichità, “comprendeva una grande sala riunioni, allora con tante statue, una sala da pranzo e un cortile. La pista da corsa era quasi di 200 mt, per le tipiche gare di 180 metri negli stadi. Intorno all’edificio sontuosi giardini”. E Cornelia Römer, responsabile degli scavi per conto dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) aggiunge: “Questi ginnasi erano finanziati privatamente da persone ricche, desiderosi che i loro villaggi diventassero ancora più greci. In questi luoghi i giovani greci dell’alta società si allenavano negli sport, imparavano a leggere e scrivere, e godevano di discussioni filosofiche”. Questa sensazionale scoperta, prima nel suo genere, mostra chiaramente l’impatto che la vita greca ebbe in Egitto; Alessandro Magno fu il primo a introdurla in Egitto e in seguito migliaia di coloni greci vi giunsero attratti dal nuovo regno tolemaico, che prometteva pace e prosperità.

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei

Francia: una piccola Pompei a Vienne. Il ritrovamento di una città romana, di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici e statue monumentali e uffici pubblici, frequentata per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi, è avvenuto nelle vicinanze di Vienne, sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, capitale dei Galli. Per Benjamin Clement, l’archeologo ricercatore associato al Laboratorio ArAr, Archéologie et Archéométrie, che guida i lavori, “è senza dubbio lo scavo di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di razionalità nel disordine, di ambiente pietrificato da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. Ecco perché, insieme alla tipologia degli ambienti ritrovati, è stata fatta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra i ritrovamenti un’imponente casa dei Baccanali, all’interno della quale c’è una pavimentazione a mosaico che mostra una processione di menadi e satiri; e in un’altra area un bellissimo mosaico dipinge Talia, musa protettrice della commedia, rapita dal dio-satiro Pan; c’è poi un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia, che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica

Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah. La scoperta di un porto risalente al III millennio a.C. nella parte Nord-Ovest del tell di Abu Tbeirah (di 130×40 mt circa, vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, una posizione importante all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare) da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università La Sapienza di Roma, scrive un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia, superando l’immaginario comune che identifica le antiche città attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali. Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Il porto è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d’argilla, con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali provengono da Ur, di duemila anni più tarde. La connessione del sito con le paludi sumeriche non esclude che il porto non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma anche riserva d’acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché fulcro di varie attività dell’insediamento connesse all’utilizzo della risorsa idrica. La scoperta apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell’insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP event, cioè un evento di 4200 anni fa.

I lavori per la Metro C a Roma hanno portato alla luce la Domus del Centurione

Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma. Mosaici in bianco e nero suggestivi, pavimenti di ardesia e marmo bianco, pitture sulle pareti, i resti di una fontana. Tutto questo è stato rinvenuto a dodici metri di profondità, nel corso degli scavi del cantiere della Metro C. Si tratta di una scoperta straordinaria in un’area, nei pressi della stazione della metropolitana di Amba Aradam, che dalla primavera del 2016 restituisce strutture legate al mondo militare. Il rinvenimento più recente, è stato definito la Casa del Comandante. Dagli scavi sono riemersi mosaici bianchi e a figure nere, geometrie, alberi, un satiro e un amorino, che lottano o danzano sotto un tralcio d’uva, un uccello su un ramo e perfino un’antica fontana, e due edifici della caserma con i dormitori dei soldati imperiali. La struttura potrebbe aver ospitato le milizie speciali, ovvero, i servizi segreti dell’imperatore. Per gli archeologi, Simona Morretta e Rossella Rea, della soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, il rinvenimento sarebbe parte integrante del complesso militare, risalente agli inizi del II secolo d.C., nel pieno dell’età adrianea. Protagonista della scoperta è la Domus del Comandante della caserma, un edificio rettangolare di circa 300 mq, in cui sono riconoscibili i gradini di accesso al corridoio, il pavimento di opus spicatum (i mattoncini a spina di pesce tipici dell’epoca), le 14 stanze intorno a una sorta di cortile centrale, i resti di una fontana con vasche, arricchita, probabilmente, da sculture decorative. Incredibili i pavimenti a quadrati di marmo bianco e ardesia, in opus sectile, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi. Una delle stanze doveva essere riscaldata alla luce del rinvenimento delle suspensurae, pile di mattoni che formavano un’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. Lo scavo ha riportato alla luce anche i resti di una scala realizzata successivamente per salire al piano superiore che ospitava, probabilmente, uffici o altri dormitori di soldati. Inoltre, è stata individuata un’area di servizio con pavimenti in mattoncini, vasche, canalizzazioni dell’acqua e una soglia in travertino, destinata ad accogliere le merci da conservare, e ancora, oggetti di uso comune come anelli d’oro, un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno consentito di datare i resti. I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, furono abbandonati e poi rasati a un metro e mezzo di altezza dopo la metà del III secolo, quando nel 271 si cominciarono a costruire le fortificazioni delle Mura Aureliane. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei CASTRA, nonché alla loro posizione, che integra tutta la cintura di edifici militari rinvenuta tra il Laterano e il Celio, un vero e proprio quartiere militare. I resti sono stati smontati e saranno rimontati all’interno della stazione museo, definita “la stazione archeologica della metropolitana più bella del mondo”.

Nel golfo di Hammamet in Tunisia sotto il mare è stata scoperta una città romana

Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet. Una città romana sommersa, Neapolis, con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per circa 20 ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia è stata scoperta da archeologi sardi, tunisini e algerini, nell’ambito della nona di una serie di missioni archeologiche iniziate nel 2010 da parte del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar dell’INP Institut National du Patrimoine di Tunisi. L’area è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche, dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni), che venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi per vari paesi del Mediterraneo. L’avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis. Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare, tra le rovine della città di terraferma, quella che potrebbe essere la 27a piazza forense romana (la 4a in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Un rovinoso terremoto avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C. avrebbe sommerso proprio quella parte della città, aspetti attualmente da svelare anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.