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Archeologia in lutto. È morto Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Stava preparando una grande mostra su Pompei e Roma

Il prof. Mario Torelli, etruscologo, archeologo, docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana, è morto all’età di 83 anni

Archeologia in lutto. All’età di 83 anni il 15 settembre 2020 è morto a Roma, dove era nato nel 1937, Mario Torelli, grande etruscologo, archeologo e docente di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana all’Università di Cagliari e di Perugia, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli e di Massimo Pallottino. A dare l’annuncio, Massimo Osanna, da poco passato dalla direzione del parco archeologico di Pompei alla direzione generale dei musei del Mibact: “È con profondo dolore e con sentita gratitudine per il grande contributo apportato alla Cultura, che la Direzione Generale dei Musei, a nome di tutto il comparto museale e archeologico, saluta un grande uomo e un grande Maestro, Mario Torelli, oggi venuto a mancare. Da tempo e nell’ultimo periodo stava lavorando, in qualità di curatore, al progetto di una grande mostra su Pompei e Roma, che a breve avrebbe inaugurato nelle sedi di Pompei e del Colosseo, le cui Istituzioni sono oggi dirette da due suoi allievi e dove vi lavorano diversi suoi ex studenti.  Un archeologo dalle importanti scoperte (come Gravisca, porto di Tarquinia) e fondamentali ricerche, grande maestro di intere generazioni di studenti che affascinava e motivava per il suo modo di fare lezione intrecciando arte, artigianato, storia politica, sociale ed economica, e di tanti allievi accompagnati lungo il percorso di prestigiose carriere. Accademico dei Lincei, Premio Balzan, studioso di vastissime conoscenze e di grande capacità critica che gli consentiva di mettere in relazione dati archeologici con fonti letterarie ed epigrafiche secondo un approccio moderno e originale, sempre estremamente rigoroso. Quale professore di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana ha insegnato in diverse Università italiane e straniere -da ultimo, quest’anno presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli – affrontando i principali ambiti della cultura antica, dal mondo greco a quello etrusco e a quello romano, tracciando un percorso unico nella ricerca archeologica, diventando così un punto di riferimento imprescindibile per generazioni di studiosi delle culture antiche”.

Il prof. Mario Torelli agli scavi di Gradisca (foto da Tusciaweb)

Il catalogo della mostra “Gli Etruschi” a Palazzo Grassi curata da Mario Torelli

Ha diretto gli scavi del santuario etrusco di Minerva e Santa Marinella (1964 – 1966), del santuario etrusco di Porta Cerere di Veio (1966 – 1969), del santuario greco di Gravisca, l’antico porto di Tarquinia (1969 – 1979), del santuario extra-urbano di Afrodite a Paestum (1982 – 1985), del santuario di Demetra e dell’agorà di Heraclea (1985 – 1991) presso Policoro. È stato Visiting Professor presso diverse istituzioni all’estero, tra cui: università del Colorado (1974); università del Michigan (1978); università della California (1979); Scuola Normale Superiore di Parigi (1984); università di Parigi La Sorbona (1985); Collegio di Francia (1986), università di Alberta, Canada (1986); docente a Oxford (1988), università di Bristol (1993). Nel 1982 Torelli diviene membro dell’Insitute for Advanced Study di Princeton (New Jersey) e del Getty Center per la Storia dell’arte e scienze umane a Los Angeles (1990 – 1991). Curatore scientifico del museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona, è membro ordinario dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici a Firenze, è stato socio corrispondente del Mitglieder del Deutsches Archäologisches Institut, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Europea, dell’Accademia nazionale dei Lincei. Ha ricevuto la Laurea honoris causa dalle Università di Tübingen (Germania) e di Jaén (Spagna). Ha curato l’allestimento di numerose mostre archeologiche in Italia e all’estero, tra cui Gli Etruschi a Palazzo Grassi a Venezia (26 novembre 2000 – 1º luglio 2001) e L’Iliade tenutasi a Roma, al Colosseo, nel 2006.

Per “I giovedì del PArCo” alla Curia Iulia, Paolo Sommella porta il pubblico nel salotto culturale dell’archeologa Ersilia Caetani Lovatelli quando Roma papale divenne la Capitale d’Italia

La Curio Iulia nel foro romano sede degli incontri de “I Giovedì del PArCo”

“Il salotto culturale della contessa Ersilia Caetani Lovatelli”: giovedì 18 aprile 2019 settimo incontro a Roma della rassegna “I giovedì del PArCo”, nella splendida sede della Curia Iulia, l’antica sede del Senato romano su un lato del Foro, iniziativa promossa dal Parco archeologico del Colosseo che conferma la vocazione della monumentale Curia Iulia a spazio culturale vivo e per questo designato al dibattito, dedicato non solo a presentazioni di volumi, dialoghi tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura, ma anche ad approfondimenti sulle mostre in corso e anticipazioni di progetti futuri, fornendo, al contempo, una pluralità di occasioni per rafforzare il legame della città con l’archeologia e confermare la strategia che il Parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, persegue con costanza. Ospite per l’occasione è Paolo Sommella, linceo e professore emerito di topografia antica alla Sapienza Università di Roma, che alle 16.30 illustrerà al pubblico il cruciale momento di transizione dalla Roma papale alla Capitale d’Italia, visto attraverso le presenze dei politici, degli artisti e degli studiosi al salotto letterario di Ersilia Caetani Lovatelli, archeologa e studiosa di storia e antichità romane, prima donna eletta membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (1879).

Ersilia Caetani Lovatelli

Ersilia Caetani nacque a Roma nel 1840 da una famiglia di nobili origini e di idee moderatamente progressiste. La memoria della madre, morta quando aveva solo due anni, infuse a Ersilia la passione per la cultura cosmopolita, mentre il padre, appassionato di pittura, di scultura e di oreficeria, e autore di saggi danteschi, le trasmise l’amore per il bello e per l’antichità. Ersilia venne educata in casa ed ebbe come istitutore un amico paterno, Ignazio Guidi, che alimentò il suo interesse per la storia antica, imparando il latino, il greco antico e il sanscrito. A diciannove anni, Ersilia sposò Giacomo Lovatelli, discendente di una famiglie patrizia del Ravennate. In quegli stessi anni iniziò attivamente a interessarsi a studi di carattere archeologico, entrando in contatto con le figure più eminenti della ricerca archeologica romana, come Giovanni Battista de Rossi, Rodolfo Lanciani e Carlo Ludovico Visconti. A 24 anni, per iniziativa tra l’altro di Theodor Mommsen fu nominata membro onorario dell’istituto di corrispondenza archeologica di Roma. Dopo la presa di Roma, nel salotto di palazzo Lovatelli convennero anche esponenti del nuovo mondo politico e fu Quintino Sella a decidere che il 15 maggio 1879 la Caetani divenisse, malgrado il suo relativo dilettantismo, membro dell’Accademia dei Lincei, prima donna a varcare la soglia di quella storica istituzione. E fu l’inizio di numerosi altri titoli accademici.

È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica.  È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente.  Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.

"Storia e ideologia nell'Israele antico" di Giovanni Garbini (1986)

“Storia e ideologia nell’Israele antico” di Giovanni Garbini (1986)

Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.

Ai Lincei Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per mezzo secolo in Siria, interviene sulla situazione in Vicino Oriente: “Italia in prima linea per salvare il patrimonio dall’odio dell’Isis”

L'archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla, per quasi 50 anni ha operato in Siria

Dolore e rabbia per quanto sta accadendo nel Vicino Oriente, ma anche una certezza: “L’Italia è e sarà in prima linea per contrastare la distruzione del patrimonio storico e artistico della Siria e dell’Iraq che il sedicente Stato Islamico sta compiendo, mostrando un odio inconcepibile, oltre ogni più orribile previsione”. Paolo Matthiae, accademico dei Lincei, uno dei più grandi archeologi orientalisti non solo tra gli italiani, direttore per 47 anni (1964-2010) della missione archeologica a Tell Mardikh, in Siria, dove ha scoperto l’antica città di Ebla e i suoi straordinari archivi reali, proprio all’Accademia dei Lincei a Roma ha coordinato la conferenza su “Le distruzioni del patrimonio culturale tra passato e futuro. Il dramma della Siria e dell’Iraq, e le iniziative dell’Italia” alla presenza del senatore Francesco Rutelli e dello storico Andrea Giardina.

L'archeologo Paolo Matthiae

L’archeologo Paolo Matthiae

Quanto è a rischio il patrimonio archeologico del Vicino Oriente? Che cosa sta facendo e cosa può fare il mondo civile per fermare questa barbarie? Temi cari allo scopritore di Ebla che sarà uno dei protagonisti alla seconda edizione di Tourisma, il salone internazionale dell’archeologia in programma a Firenze dal 19 al 21 febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/18/dal-19-al-21-febbraio-2016-appuntamento-a-firenze-per-tourisma-il-salone-internazionale-dellarcheologia-decine-di-incontri-con-piu-di-duecento-relatori/). Per Matthiae “una sofferenza non facilmente dicibile”. Lui che in Siria ci ha vissuto quasi mezzo secolo, e che la Siria ha visto crescere e aprirsi al mondo. “Negli ultimi decenni era un luogo di concentrazione di attività archeologiche straordinarie. Pensate: nel 1964, quando sono andato in Siria per la prima volta, c’erano 7-8 missioni archeologiche straniere. Quando gli archeologici di tutto il mondo hanno dovuto abbandonare la Siria nel 2010 c’erano un’ottantina di missioni straniere che arrivavano a 120 missioni se si calcolavano quelle congiunte siro-francesi, siro-tedesche, siro-italiane”.

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell'Unesco, da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal-Bel a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

“Dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale”, spiega Matthiae, “nessuno di noi avrebbe mai pensato che si potessero ripetere intenzionali distruzioni del patrimonio per odio dell’altro. Un odio assolutamente inconcepibile, perché quando si distrugge un tempio spettacolare di Palmira si distrugge un patrimonio storico siriano, ma anche un patrimonio straordinario dell’umanità non in maniera diversa da quello che è avvenuto a Dresda alla fine della Seconda guerra mondiale”. Per il sedicente Stato Islamico “la cui radice culturale è nel fanatismo wahhabita e salafita, ciò che appartiene al mondo pagano e preislamico è esecrabile e va distrutto”, continua, “ma la furia dell’Is-Daesh non si abbatte solo contro le testimonianze del mondo pagano anteriore all’Islam, ma anche contro opere islamiche e non solo del mondo sciita, ma anche sunnita”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Accanto all’aspetto teologico, però, la distruzione dei siti storico-archeologici nelle terre conquistate dai miliziani dell’Isis ha anche un aspetto economico. “C’è questo paradosso”, denuncia Matthiae: “l’Is-Daesh distrugge, annienta, polverizza monumenti, opere e centri interi di interesse storico, ma una parte la salva per chi ha un interesse nell’antiquariato. Qui ci sono deplorevoli connivenze nel mondo del Vicino Oriente e Occidentale. Perché ovviamente se si vendono delle cose c’è qualcuno che le acquista”. Su come intervenire per fermare questa barbarie, l’accademico sostiene che “sarebbe un rischio assurdo, impensabile e inattuabile intervenire sullo scenario di guerra”. Tuttavia “l’Italia è in prima linea con una serie di proposte e l’Unione Europea lo riconosce”, conclude Matthiae, che approva la proposta del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini sostenuta dal premier Matteo Renzi dell’istituzione di caschi blu dell’Unesco a protezione del patrimonio culturale: “Il fatto che l’Unesco abbia approvato all’unanimità questa proposta italiana è importante per il futuro sotto un duplice aspetto. Da un lato perché appena si creeranno condizioni di sicurezza si potrà intervenire con dei caschi blu. In secondo luogo perché le forze militari di pace possono essere affiancate da forze specializzate per la protezione culturale”.

È morto il professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, decano degli egittologi italiani, protagonista del salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel. Il ricordo di chi l’ha conosciuto e della sua allieva più famosa, l’egittologa Edda Bresciani

L'egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’Egittologia è in lutto. Uno dei suoi più autorevoli protagonisti del Novecento è venuto a mancare: l’archeologo Sergio Donadoni, decano degli egittologi italiani, rispettato e conosciuto in tutto il mondo scientifico non solo per le sue grandi capacità di studioso-ricercatore e di insegnante-accademico ma anche per la sua umanità, protagonista del salvataggio internazionale dei templi egizi di Abu Simbel dopo la creazione della diga di Assuan, è morto a Roma il 31 ottobre 2015 all’età di 101 anni. Era professore emerito di egittologia all’Università “La Sapienza” di Roma e accademico dei Lincei, nonché insegnante all’Université Libre di Bruxelles. I funerali si sono svolti lunedì 2 novembre, alle 11, nella chiesa romana dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Nato a Palermo il 13 ottobre 1914, figlio del critico letterario Eugenio, Sergio Donadoni aveva studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato nel 1935 con Annibale Evaristo Breccia. La sua formazione di egittologo la maturò alla scuola francese, studiando per due anni a Parigi dove appunto si specializzò in Egittologia, e nel 1948 nella capitale danese di Copenaghen. Donadoni ha insegnato nelle università di Milano, Pisa e infine Roma.

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e frequentare il prof. Donadoni in una occasione speciale: le celebrazioni per il centenario del Museo Egizio del Cairo. Lui era il più grande tra i grandi egittologi convenuti sulle rive del Nilo, ma non lo ha mai fatto pesare. Tanto meno con i suoi interlocutori, anche i più modesti. Il prof. Donadoni aveva una risposta per ogni domanda gli venisse rivolta, anche quando la richiesta rivelava l’assoluta mancanza delle più elementari conoscenze sull’Antico Egitto. E quando si passeggiava per le strade del Cairo era tutto un saluto reverente e riconoscente “al professore” da persone, le più disparate, che erano state al suo servizio o comunque lo avevano conosciuto nei lunghi decenni di missione archeologica in Egitto. Sergio Donadoni era uomo colto e semplice, nonostante la sua statura scientifica. Come più volte ha avuto modo di testimoniare Paolo Renier, fotografo trevigiano ammaliato dall’Egitto in generale e della città di Abido sacra a Osiride in particolare, che a Donadoni si era rivolto per un consiglio sul progetto di valorizzazione e conoscenza del sito di Abido e si ritrovò come risposta la più bella presentazione mai avuta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/ sul suo impegno e il suo lavoro fotografico nell’Osireion.

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Sergio Donadoni ha diretto scavi in Egitto (Antinoe, Qurna), in Nubia (Ikhmindi, Sabagura, Tamit) e in Sudan (Sonki Tino, Gebel Barkal). Nell’ambito della collaborazione internazionale per il salvataggio dei templi egizi dovuto alla creazione della diga di Assuan, l’Italia partecipò con nove spedizioni condotte da Sergio Donadoni tra gli anni ’50 e ’60. Nel 1964 diresse la missione archeologica in Egitto e in Sudan dell’Università di Roma con scavi e ricerche in diverse antiche località, tra cui Tebe. A queste sono da aggiungerne altre quattro organizzate dal museo Egizio di Torino. Partecipò inoltre al salvataggio del tempio rupestre di Ellesija e a quello di Abu Simbel. Dal 1958 al 1969 esplorò sistematicamente con fini archeologi e architettonici, sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia. Sergio Donadoni è autore di una vasta bibliografia, che comprende, tra gli altri titoli “La civiltà egiziana” (1940), “L’arte egizia” (1955), “Storia della letteratura egiziana antica” (1957), “Le pitture murali della chiesa di Sonki Tino nel Sudan” (1968), “L’Egitto dal mito all’egittologia”. Era dottore honoris causa della Université Libre di Bruxelles. Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi e dell’Institut d’Egypte. È stato insignito del Premio Feltrinelli per l’Archeologia nel 1975 ed era Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica (2000).

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il ricordo più intenso del professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, è stato scritto dalla sua allieva più famosa, la professoressa Edda Bresciani, professore Emerito dell’Università di Pisa, una degli altri grandi egittologi italiani del Novecento. La biografia di questi due studiosi è strettamente incrociata e descrive molta parte della storia dell’Egittologia a Pisa e in Italia. Questa disciplina nacque infatti proprio all’Università di Pisa nel 1826, quando Leopoldo II di Lorena decise di istituire una cattedra di egittologia affidandola al ventiseienne pisano Ippolito Rosellini. Alla sua morte, nel 1843, l’insegnamento fu chiuso e per oltre un secolo tacque sia a Pisa che in Italia. Tornò quindi ad essere attivato nell’Ateneo pisano dall’anno accademico 1950-’51, con un incarico affidato proprio al professor Donadoni, allievo della Scuola Normale e laureato nel 1934 con il grande egittologo Annibale Evaristo Breccia, docente dell’Università di Pisa, di cui fu anche Rettore dal 1939 al 1941. Con il trasferimento del professor Donadoni all’Università di Milano nel 1959, la cattedra passò alla sua allieva Edda Bresciani – la prima laureata italiana in Egittologia – che nel 1968 sarebbe diventata ordinario della disciplina all’Università di Pisa. Scrive Edda Bresciani: “Ho parlato al telefono con Sergio Donadoni il 13 ottobre scorso per augurargli, come ogni anno in questo giorno, un gioioso anniversario. Mi rispose con la consueta urbanità, la voce forse un po’ fievole è vero, ma intatto l’eloquio elegante ironico ma insieme affettuoso. Perché il mio maestro ed io ci volevamo bene; anche se aveva l’abitudine di riferirsi a me come “quel diavolo di ragazza”… Adesso nessuno più mi chiamerà così. È morto nei suoi 101 anni, dopo una vita splendida dedicata alla ricerca, ricca di soddisfazioni private, scientifiche, pubbliche. Universalmente conosciuto e ammirato, la sua assenza avrà per anni avvenire il suono del dolore. Non credo che sia il caso qui che elenchi i libri, gli articoli, i contributi i Sergio Donadoni che hanno dato le linee fondamentali dell’egittologia non solo italiana ma mondiale. Io adesso non riesco a comporre altre frasi oltre all’espressione di un vuoto che non saprà essere colmato; adesso piango la grande persona che ci ha lasciati, piango il maestro, piango lo studioso. Alla famiglia, alla moglie Annamaria, antica amica, ai suoi figli ai nipoti che tanto amava, l’espressione della partecipazione sincera al loro dolore”.

È morto Vincenzo La Rosa “archeologo e gentiluomo”: importanti le sue ricerche nella Sicilia protostorica e soprattutto nella Creta minoica

L'archeologo Vincenzo La Rosa:  importanti le sue ricerche nella Sicilia protostorica e soprattutto nella Creta minoica

L’archeologo Vincenzo La Rosa: importanti le sue ricerche nella Sicilia protostorica e soprattutto nella Creta minoica

L’Università di Catania e l’archeologia italiana hanno perso un’importante figura, il professore e archeologo Vincenzo La Rosa. Il suo nome è legato alle ricerche archeologiche a Cipro, nella sua Sicilia, e soprattutto a Creta, lasciando un segno indelebile come studioso e come docente. L’archeologo Vincenzo La Rosa, autore di importanti scavi nella Creta minoica e nella Sicilia protostorica, è morto nei giorni scorsi a Catania all’età di 73 anni. L’annuncio della scomparsa è stato dato dall’Accademia dei Lincei di cui era socio. Nato a Noto, in provincia di Siracusa il 21 ottobre del 1941, La Rosa, uno tra i più importanti archeologi italiani, dopo la laurea all’Università di Catania nel 1964 si perfezionò alla Scuola Archeologica italiana di Atene nel 1965-1966. Ha collaborato e diretto numerosi scavi archeologici effettuati in territorio siciliano, in particolare a Milena che hanno permesso di scoprire tesori unici. Vincenzo La Rosa non era solo un studioso, ma era un docente in grado di stimolare i suoi alunni attraverso la passione per la sua materia e la pluralità di interessi verso i quali era spinto dalla sua mente curiosa. A ricordarlo tra gli studenti e i suoi colleghi c’è il professore Antonio Di Grado che si è rivolto a Vincenzo La Rosa con commozione chiamandolo «archeologo e gentiluomo», due appellativi rispecchianti le due anime che Vincenzo La Rosa ha sempre offerto a chi incontrava.

La rivista "Creta antica" diretta da Vincenzo La Rosa

La rivista “Creta antica” diretta da Vincenzo La Rosa

Dal 1975 è stato professore ordinario di Civiltà Indigene della Sicilia all’ateneo di Catania e quindi (dal 1981) di Archeologia e Antichità Egee (primo insegnamento specifico di questa materia in Italia). Direttore del Centro di studi sull’Archeologia greca del Cnr a Catania (1984-87), è stato dal 1993 al 1999 assistente- direttore della Scuola Archeologica italiana di Atene. Rientrato nell’Università di Catania, dal 1999 al 2010 è stato direttore del Centro di Archeologia cretese, fondando la collana di Studi di Archeologia Cretese e accogliendo la proposta dell’editore Aldo Ausilio di dirigere la rivista Creta Antica che questi desiderava creare. Nel 1996 è stato insignito della cittadinanza onoraria del comune di Kamilari, Creta; nel 2011 della Croce di San Paolo e San Tito dalla Chiesa ortodossa di Creta; nel maggio di quest’anno (2014) della cittadinanza onoraria del comune di Milena, a ricordo della sua attività sul sito.

Da destra, Vincenzo La Rosa, Arturo Petix e Giuseppe Palumbo sullo scavo di Milena, in Sicilia

Da destra, Vincenzo La Rosa, Arturo Petix e Giuseppe Palumbo sullo scavo di Milena, in Sicilia

La sua attività sul campo, oltre che a Cipro (Haghia Irini, 1973), si è manifestata soprattutto in Sicilia e a Creta. Nell’isola dove era nato, dopo aver condotto scavi a Centuripe e a Noto antica (tra il 1968 ed il 1974), ha profuso il suo maggiore impegno nel sito di Milena (1978-1992), nella valle del fiume Platani, poco noto archeologicamente fino alle sue ricerche. È però a Creta che Vincenzo La Rosa trova la sua terra di elezione scientifica, dapprima come collaboratore di Doro Levi negli scavi di Festòs, quindi come direttore degli scavi di Selì di Kamilari (1973-76) e soprattutto di Haghia Triada (dal 1977) e Festòs (1994, 2000-2004), appositamente chiamato dall’allora direttore della Scuola Archeologica italiana di Atene, Antonino Di Vita. L’ampiezza di vedute che caratterizza i suoi interessi scientifici, volti sia alla preistoria che alle fasi più recenti dei siti indagati, riguarda anche gli studi sulla storiografia archeologica. In particolare i contributi relativi all’inizio delle esplorazioni italiane a Creta hanno aperto campi di indagine originali ed innovativi sul rapporto fra archeologia e politica estera, discussi in una lunga serie di articoli a partire da uno specifico convegno tenuto a Catania nel 1985 in margine alla mostra Creta Antica. Cento anni di archeologia italiana a Creta.

Una panoramica di Festos a Creta: Vincenzo La Rosa diresse lo scavo dal 2000 al 2004

Una panoramica di Festos a Creta: Vincenzo La Rosa diresse lo scavo dal 2000 al 2004

Organizzatore di mostre e convegni che sono diventati punto di riferimento per la ricerca (a quelli citati si può aggiungere il simposio italiano di studi egei Epì ponton plazòmenoi con D. Palermo e L. Vagnetti, del 1998, I Cento Anni dello scavo di Festòs, del 2000, e la mostra In Ima Tartara. Miti e leggende delle grotte dell’Etna assieme a F. Privitera, del 2007, il convegno Tra lava a mare, con M.G. Branciforti, dello stesso anno), Vincenzo La Rosa è stato socio di istituzioni culturali internazionali (Accademia Roveretana degli Agiati; Istituto Archeologico Germanico; Archaiologiki Etairia di Atene fino all’Accademia Nazionale dei Lincei).

A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano

L'egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell'oasi del Fayyum

L’egittologa Edda Bresciani dell’università di Pisa in missione nel sito di Medinet Madi in Egitto

Dal Cairo a Luxor, da Alessandria d’Egitto ad Assuan, da Siwa a El-Fayyum, e dici Edda ti rispondono “la professoressa Bresciani”. Edda Bresciani è un’istituzione dell’Egittologia, non solo italiana: una vita dedicata allo studio e alla conoscenza dell’Antico Egitto, partendo dall’ateneo di Pisa e approdando sulle rive del Nilo, tanto che lei “lucchese doc” si è trovata nella vita a diventare – ha sottolineato – “anche un po’ pisana e un po’ egiziana”. Nei giorni scorsi l’università di Pisa ha conferito a Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’Università di Pisa, il “Campano d’Oro” 2014, il prestigioso riconoscimento che l’Associazione laureati dell’Ateneo pisano (ALAP) assegna ogni anno a illustri personalità che si sono laureate a Pisa. La cerimonia di conferimento, che si è tenuta nei saloni del Bastione Sangallo, è stata aperta dai saluti del rettore Massimo Augello. Dopo aver ricordato che la professoressa Bresciani è la seconda donna a ricevere il Premio in 43 edizioni, il professor Augello ha ripercorso le tappe più significative della biografia scientifica della premiata, dai primi anni di insegnamento nell’Ateneo pisano alla fondazione della rivista “Egitto e Vicino Oriente”, dalle missioni archeologiche in territorio egiziano alla costituzione delle collezioni egittologiche dell’Ateneo. “Erede della grande tradizione pisana nell’Egittologia – ha concluso il rettore – la professoressa Bresciani è riuscita, con progettualità e lungimiranza, ad aggiornare e sviluppare quel glorioso passato, contribuendo a fare della Scuola egittologica un vanto per l’Università di Pisa e un punto di riferimento per gli studi del settore, sia a livello italiano che internazionale”.

La consegna del "Campano d'Oro" a Edda Bresciani

La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Il premio “Campano d’Oro” è stato istituito nel 1971 come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano che si sono distinti nel campo della cultura, della scienza, dell’industria e delle professioni. Fra gli illustri premiati delle scorse edizioni, vi sono l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, cui il “Campano” fu attribuito quando era governatore della Banca d’Italia, Carlo Rubbia, Giuliano Amato, Marcello Pera, Tiziano Terzani, Remo Bodei, Antonio Cassese, Andrea Bocelli e, lo scorso anno, Vando D’Angiolo, tra i più importanti imprenditori italiani del settore lapideo.

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d'Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d’Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

Nella Laudatio, la professoressa Lucia Tomasi Tongiorgi, collega di Facoltà e amica della premiata, ha descritto il profilo di Edda Bresciani anche attraverso vicende personali, ricordando “le mail che Edda sovente mi invia di prima mattina e alle quali affida pensieri, citazioni e immagini spesso riferiti al mondo egiziano cui ha brillantemente dedicato la sua vita, la sua profonda e diramata cultura e la sua viva intelligenza”. Poco prima, la professoressa Tomasi aveva sottolineato che Edda Bresciani è stata sempre «apprezzata per la statura scientifica, ma anche amata per le doti umane e morali e per la carica di simpatia, che hanno fatto sì che divenisse maestra di svariate generazioni di studenti e amica generosa di molti colleghi. In Egitto ha costantemente rappresentato un punto di riferimento, ottenendo sempre, se pure in complicati contesti politici e culturali, l’appoggio delle autorità e la stima degli archeologi che si sono spesso aggregati alle sue missioni”. La consegna del “Campano” è stata preceduta dalla relazione del vicesindaco e presidente dell’Alap, Paolo Ghezzi, che ha segnalato nella forte determinazione un aspetto peculiare del percorso compiuto da Edda Bresciani; una caratteristica che è emersa anche in occasione della cerimonia, a cui la professoressa ha partecipato pur avendo subito un recente infortunio. Subito dopo, Paolo Ghezzi ha letto le Motivazioni del conferimento e consegnato alla premiata la medaglia d’oro che raffigura la Torre del Campano, la cui campana ha scandito l’inizio e la fine delle lezioni universitarie dal Medioevo fino ad alcuni anni fa.

Letteratura e poesia nell'Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

Letteratura e poesia dell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

La professoressa Edda Bresciani, nata a Lucca nel 1930, si è laureata in Egittologia all’Università di Pisa nel 1955, sede in cui ha insegnato come ordinario di Egittologia dal 1968. Nel corso della carriera ha ricevuto l’Ordine del “Cherubino” ed è stata nominata professore emerito dell’Ateneo pisano. Socia dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, nel 1996 è stata insignita della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Dal 1966 la professoressa Edda Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto in siti prestigiosi per la storia e la cultura antica, ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayyum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana. La produzione scientifica di Edda Bresciani, tra articoli e libri, comprende varie centinaia di titoli, che riguardano i settori principali delle sue ricerche: la storia dell’antico Egitto, l’archeologia e la filologia. Per Einaudi ha pubblicato “Letteratura e poesia dell’antico Egitto” (1999 e 2007) e “La porta dei sogni” (2005). La professoressa Bresciani ha fondato nel 1978 e dirige la rivista scientifica “Egitto e Vicino Oriente”, oltre ad alcune collane editoriali egittologiche.

Edda Bresciani nel deserto egiziano

Edda Bresciani nel deserto egiziano

“Il racconto di una carriera non usuale, per una donna che negli anni Cinquanta si è laureata in Lettere”, ha chiosato la professoressa Edda Bresciani nell’introdurre il ricordo del suo percorso scientifico, preludio all’Omaggio musicale preparato dal Coro dell’Università di Pisa, diretto dal maestro Stefano Barandoni, che nell’occasione ha eseguito musiche di Verdi, Rossini e Orff. Al piano Chiara Mariani e come mezzosoprano solista Sarà Bacchelli.

 

Gender archeology: al Pigorini di Roma si presenta il primo manuale in italiano su “Archeologia delle identità e delle differenze”

"Archeologia delle identità e delle differenze" di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

“Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

Cosa si intende quando si parla di identità e differenze nell’indagine archeologica sulle genti del passato? A questa domanda cerca di dare una risposta il libro “Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi, che sarà presentato sabato 12 aprile, alle 16, al museo preistorico-etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Ai saluti del soprintendente del Pigorini, Francesco di Gennaro, seguiranno la presentazione curata da Annamaria Bietti Sestieri (Accademia Nazionale dei Lincei), Laura Guidi (Università Federico II, Napoli), Daniele Manacorda (Università Roma Tre). All’incontro saranno presenti gli autori. Mariassunta Cuozzo, professore associato di Etruscologia e Archeologia italica all’Università del Molise e all’Università di Napoli “Orientale” e direttore di scavo nel sito etrusco-campano di Pontecagnano, si interessa principalmente della presenza degli Etruschi in Campania, dell’incontro tra genti italiche e popoli del Mediterraneo, dell’archeologia teorica e di genere. Tra i suoi lavori: “Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano” (Paestum 2003); “Gli Etruschi in Campania” in Introduzione all’Etruscologia (Milano 2012). Alessandro Guidi, professore ordinario di Paletnologia all’Università di Roma Tre, tra le sue attività scavi e ricognizioni di superficie in vari siti protostorici dell’Italia centromeridionale. I suoi temi di ricerca preferiti sono la nascita della città e dello stato in Italia, la storia dell’archeologia e l’archeologia teorica. Tra i suoi lavori Storia della Paletnologia (Roma-Bari 1988), I metodi della ricerca archeologica (Roma-Bari 1994, 20052),Preistoria della complessità sociale (Roma-Bari 2000).

Il testo di Cuozzo e Guidi descrive il contributo dell’Archeologia a tematiche di scottante attualità connesse alla definizione delle identità di genere, di età, alle differenze culturali ed etniche raccontando la storia della “gender archaeology”, una corrente di pensiero scaturita nei paesi anglofoni dall’incontro tra l’archeologia teorica, movimenti femministi e alcune agguerrite minoranze etniche. Si tratta di un modo nuovo di studiare i dati del passato partendo dall’analisi di quelle differenze che costituiscono il nucleo stesso dell’identità di ogni comunità umana, del passato e del presente. Un manuale che finora mancava nella nostra lingua e, allo stesso tempo, una guida per orientarsi in una letteratura sempre più vasta e complessa.