Adria (Ro). Al museo Archeologico nazionale visita accompagnata “Alla scoperta di Adria Antica”

Sabato 17 gennaio 2026, alle 15 e alle 17, al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro) visita accompagnata “Alla scoperta di Adria Antica”: appuntamento per il terzo sabato di ogni mese con il personale del museo che accompagna i partecipanti nella visita delle sale. Attività compresa nel costo dell’ingresso, gratuito per gli abbonati. Info e prenotazioni: 0426 21612 o drm-ven.museoadria@cultura.gov.it

Appia antica (Roma). Il parco archeologico per “Arte fuori dal Museo” promuove “Love Appia”, il progetto partecipato del fregio marino scoperto a Villa di Sette Bassi: visite guidate specialistiche al cantiere di restauro. Ecco le date

Il parco archeologico dell’Appia Antica di Roma presenta “Art Out of the Museum / Arte fuori dal Museo”, il progetto realizzato in collaborazione con LoveItaly e Federalberghi Lazio, che apre al pubblico un’importante esperienza di valorizzazione e conoscenza del patrimonio archeologico. Protagonista dell’operazione è il timpano marmoreo con creature marine, un reperto di eccezionale valore stilistico rinvenuto nel corso delle recenti indagini archeologiche nella Villa di Sette Bassi, importante complesso archeologico all’interno del parco archeologico dell’Appia Antica. Il progetto ha inizio con un importante intervento di restauro del manufatto aperto ai visitatori, un’occasione unica per osservare il dialogo tra ricerca archeologica e pratica conservativa prima che il timpano inizi il suo iter espositivo programmato al Sina Bernini Bristol Hotel.

Un Cantiere Aperto ai Visitatori. In linea con le più moderne strategie di public archaeology, l’attività di restauro non sarà confinata ai soli addetti ai lavori, ma diventerà il fulcro di un programma di visite guidate specialistiche. L’obiettivo è offrire al pubblico una prospettiva privilegiata sulle fasi operative del restauro, sulle tecniche di intervento e sul contesto storico-archeologico di rinvenimento. Le visite guidate permetteranno di approfondire: Il Contesto Archeologico, le indagini del “Corpo B” della Villa di Sette Bassi, finanziate dal Piano Nazionale Complementare al PNRR; L’Iconografia del Reperto, lo studio del bassorilievo raffigurante il Tritone e l’analisi stilistica riconducibile all’età Antonina (fine II sec. d.C.); Le Fasi del Restauro: l’illustrazione delle tecniche di pulitura e consolidamento del marmo direttamente sul manufatto.

Appuntamenti: sabato 17 gennaio 2026, ore 10, 12 e 15; sabato 24 gennaio 2026, ore 10, 12 e 15; domenica 1° febbraio 2026, ore 9, 10.30, 12 e 15 (ingresso gratuito in occasione della #domenicalmuseo). Ritrovo sempre a Villa di Sette Bassi, ingresso da via Tuscolana 1700. Prenotazioni tramite app o portale Musei Italiani selezionando il biglietto “LOVE Appia. Il restauro partecipato del fregio marino” o il giorno stesso dai totem posizionati all’ingresso del sito, esclusivamente con carta di pagamento elettronico. Il cantiere di restauro è aperto a scolaresche e gruppi scolastici che possono richiedere visite didattiche al cantiere di restauro e all’area degli scavi archeologici. Per informazioni e prenotazioni, è necessario contattare il Servizio Educativo del Parco all’indirizzo: pa-appia.servizioeducativo@cultura.gov.it.

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: presentata a Roma al ministero della Cultura la grande mostra con oltre 700 reperti, alcuni inediti, che aprirà al Palazzo Ducale di Venezia: un confronto inedito e peculiare, un’indagine sul rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo. Gli interventi di Giuli, Squarcina, Forlanelli, Gribaudi e Brugnaro

Testa di Thesan / Leucotea dal Tempio A di Pyrgi (350 a.C. ca.) conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Gambe di donna con iscrizione alle Ninfe dallo scavo del Bagno Grande di San Casciano dei Bani (foto sabap-si)

Sarà la Testa di Leucothea da Pyrgi, immagine potente e liminare, legata al mare e alla protezione dei naviganti, straordinario prestito del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ad aprire il percorso attraverso le 12 stanze dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Venezia, ad aprire il percorso della mostra “Etruschi e Veneti. Acque culti e santuari”, in programma dal 6 marzo al 29 settembre 2026: oltre 700 reperti, alcuni inediti come i 58 bronzi etruschi da San Casciano dei Bagni (Si) mai esposti prima, creano un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: da sinistra, Giovanna Forlanelli Rovati, Alfonsina Russo, Alessandro Giuli, Luigi Brugnaro, Mariacristina Gribaudi, Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

La mostra, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati, il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, frutto di una rete virtuosa tra istituzioni, università, musei e professionisti, che proseguirà con un secondo momento espositivo a Milano nell’autunno 2026, è stata presentata a Roma, nella Sala Spadolini del ministero della Cultura, mercoledì 14 gennaio 2026, presenti il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro; la presidente della Fondazione musei civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente della Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; e la co-curatrice della mostra e direttrice scientifica della Fondazione musei civici di Venezia, Chiara Squarcina; dei quali proponiamo gli interventi integrali, anche se l’audio non è dei migliori. Ha moderato Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il ministro Alessandro Giuli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli, “non è soltanto la sintesi e l’esposizione di reperti, ma è il racconto di un contesto, di una storia, di una stratificazione, che riporta l’archeologia nella sua dimensione più autentica. È una riflessione capace di mettere in relazione il tempo lungo del passato con le emergenze del presente e le domande sul futuro. Una mostra ha senso se “antichizza” il presente e, al tempo stesso, rende presente l’antico nel suo dialogo con la nostra contemporaneità. Le testimonianze di questa esposizione che giungono da epoche remote e lontane non sono mai frammenti muti e passivamente osservati da studiosi, appassionati e visitatori, ma sono il punto di riferimento di uno sguardo ben preciso, di un’attitudine, di una volontà che, attraverso oggetti, luoghi e contesti culturali, si ricollega con le radici di antiche comunità di cui noi siamo i discendenti. Questa mostra sceglie la prospettiva della relazione: non è soltanto il racconto su un popolo o su una civiltà isolata, ma si propone di far dialogare ciò che già anticamente era in dialogo: il mondo degli Etruschi e quello dei Veneti. Unendo il versante tirrenico con quello adriatico della nostra penisola, gli Etruschi e i Veneti sono due idealtipi di un modo di abitare l’antico, il viaggio, il mare, il mondo, in una dimensione di apertura che necessariamente la geografia della nostra penisola impone, induce e incoraggia fin dalle origini”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la co-curatrice Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“La mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari trae origine dalla volontà di affrontare un tema finora inedito”, ha spiegato la co-curatrice Chiara Squarcina, “non tanto quello relativo al confronto tra la civiltà etrusca e quella veneta, già oggetto di riflessione scientifica e di aggiornamento delle conoscenze, bensì quello volto ad indagare il rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo veneto, nel tentativo di metterne a fuoco affinità e specificità. Il panorama che ne deriva risulta popolato da molteplici divinità, preposte chi alle acque salutifere, chi al guado di un grande fiume, chi ancora agli approdi marittimi, insediati ciascuna all’interno di scenari particolari, siano essi sorgenti sananti o porti ospitali, di cui l’elemento-acqua costituiva il fulcro oltre che talora anche il potenziale oggetto di culto”.

Coppia di orecchini in oro con testa di Acheloo dalla Tomba 148A, conservati nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

Bronzetto di Paride arciere conservato al museo Archeologico Nazionale di Altino (foro parco archeologico altino)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, in cui a emergere è il dialogo tra due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti scambi e relazioni lungo quel confine nella ‘terra tra i due fiumi’, tra il basso corso dell’Adige e l’antico corso orientale del Po. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza di uomini e di donne. Sarà un confronto inedito e peculiare, un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, nel corso del I millennio a.C.: mari, fiumi, sorgenti salutifere e acque termali sono gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito e per lo scambio culturale. L’esposizione riunisce reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane. La mostra si configura così come un momento di sintesi avanzata della ricerca archeologica, volta a coniugare rigore scientifico e forte impatto mediatico.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la presidente della fondazione Rovati Giovanna Forlanelli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questa iniziativa”, ha ribadito la presidente Giovanna Forlanelli, “conferma l’apertura della nostra Fondazione alla collaborazione con le Istituzioni pubbliche in una prospettiva condivisa di valorizzazione del nostro grande patrimonio artistico-culturale”. Proprio la Fondazione Luigi Rovati di Milano ospiterà infatti un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026 (14 ottobre – 10 gennaio 2027) rafforzando una collaborazione virtuosa tra istituzioni e territori, fondata sulla ricerca archeologica e sulla valorizzazione del patrimonio nazionale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: Mariacristina Gribaudi (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questo progetto espositivo”, ha sottolineato la presidente Mariacristina Gribaudi, “racconta, una volta di più, la capacità dei Musei civici veneziani di saper raccogliere intuizioni e proposte di grande valore scientifico, di fare rete con studiosi, con istituzioni, rendendosi protagonisti e coordinatori di ricerche, indagini e dialoghi inediti. E lo fa parlando a tutti: specialisti, curiosi, visitatori, cittadini e pubblico internazionale, per arricchire la visione, la crescita, la curiosità di tutti e di ciascuno”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il sindacp di Venezia, Luigi Brugnaro (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

Cratere a volute attico a figure rosse, Pittore di Kleophon Lato A: processione ad Apollo delfico, dalla Tomba 57C, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

“Questa mostra è il risultato di un lavoro lungo e condiviso”, ha concluso il sindaco Luigi Brugnaro, “costruito con serietà scientifica e grande collaborazione istituzionale, anche dai privati. Desidero per questo ringraziare il ministro della Cultura Alessandro Giuli e tutta la struttura del Ministero, insieme alla Fondazione Musei Civici di Venezia, ai curatori, ai musei prestatori, alle università e a tutti i professionisti che hanno reso possibile il progetto. Venezia, città di scambi e di incontri, è il luogo ideale per raccontare una storia che parla di relazioni: l’acqua come via di collegamento, i santuari come spazi di comunità, e un’Italia antica fatta di differenze ma anche di tratti comuni. La cultura serve a questo: a capire, a costruire cittadinanza, a dare un senso di unità al Paese rispettando le identità dei territori. Creare legami è sempre più difficile che dividere, ma è l’unica strada che genera conoscenza, rispetto e futuro. Questa mostra, non è soltanto esposizione, ma anche ricerca e convegnistica a tema. È un invito a ritrovare, attraverso la storia, il valore di ciò che ci unisce. L’invito è di venire a vedere questa mostra con curiosità e con calma, magari più di una volta, tornando dopo aver visitato anche i diversi siti coinvolti e i musei prestatori”.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia apre la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec su uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania

Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec che porta a Roma uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania, oggi conservati nella collezione della Famiglia Reale Romena. La mostra si svolge nel contesto dell’Anno Culturale Romania – Italia 2026, programma strategico bilaterale svolto sotto l’alto patrocinio del Presidente della Romania, S.E. Nicușor Dan, e del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e propone uno sguardo inedito su questi abiti storici attraverso la fotografia contemporanea di Dana & Stéphane Maitec.  “Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è lieto di ospitare questo progetto espositivo che si inserisce in un programma di cooperazione culturale di alto profilo, volto a valorizzare e intrecciare storia, arte e identità culturale in un dialogo profondo tra Romania e Italia”, afferma la direttrice del Museo, Luana Toniolo. “Siamo certi che questa proposta culturale inviterà il pubblico a riscoprire il valore universale del patrimonio tessile e artigianale attraverso lo sguardo contemporaneo della fotografia e rinnovando la vocazione del Museo come luogo di incontro tra civiltà e linguaggi artistici, ben oltre i confini geografici e temporali”. E l’Ambasciatrice di Romania in Italia, Gabriela Dancau: “Le camicie delle Regine ci narrano un momento essenziale della storia della Romania moderna, in cui l’abito tradizionale è stato elevato al rango di simbolo di Stato, di strumento diplomatico e di espressione di un’identità preservata con dignità e lucidità. Il fatto che questa mostra venga presentata nella programmazione dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, in un museo dedicato a una delle più antiche civiltà d’Europa, conferisce all’iniziativa un ulteriore significato: quello di un incontro simbolico tra strati di storia e forme diverse di memoria culturale, accomunati dalla medesima aspirazione alla durata, al senso e alla bellezza. Riaffermiamo in questo modo l’impegno comune della Romania e dell’Italia a porre la cultura al centro della relazione bilaterale, quale strumento di diplomazia, spazio di riflessione e fondamento del nostro futuro europeo condiviso”. La mostra è compresa nel biglietto di ingresso al Museo

Le fotografie attraversano una pluralità di capi e frammenti – camicie ricamate (ii), fote, catrințe, oprege, brâuri – restituendo la complessità di un sistema tessile in cui ogni motivo possiede una forte valenza simbolica. Rombi, croci stilizzate, segni vegetali e geometrie parlano di fertilità, protezione, ciclicità e relazione con il cosmo, rivelando la ricchezza semantica dell’ornamento tradizionale. Accanto alle immagini fotografiche, la mostra include installazioni tridimensionali – un arco di trionfo, una colonna, un paravento – che traducono il linguaggio del ricamo in forme spaziali, sottolineandone la dimensione scultorea e architettonica. Il filo diventa struttura, il punto cucito si fa ritmo, e l’ornamento si trasforma in spazio attraversabile. Il tesoro ricamato delle Regine non propone una lettura nostalgica della tradizione, ma una sua riattivazione contemporanea. Attraverso la monumentalizzazione del dettaglio, Dana & Stéphane Maitec restituiscono al ricamo la sua forza originaria, trasformandolo in un linguaggio visivo autonomo, capace di dialogare con il presente e con un pubblico internazionale, nel cuore di Roma.

Lontani da un approccio documentario tradizionale, gli artisti rileggono i costumi reali mediante la fotografia di dettaglio, isolando e ingrandendo ricami, trame e motivi ornamentali fino a trasformarli in vere e proprie architetture visive. Il dettaglio, normalmente percepito come elemento decorativo marginale, diventa protagonista assoluto: superficie, materia e spazio si fondono in un’esperienza visiva immersiva che invita il visitatore a un’osservazione lenta e contemplativa. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, le Regine e le Principesse della Romania hanno svolto un ruolo decisivo nella valorizzazione del costume popolare, trasformandolo da abito contadino in elemento centrale del guardaroba reale. La Regina Elisabetta (1843 – 1916) fu la prima a riconoscerne il valore identitario, mentre con la Regina Maria (1875 – 1938) il costume tradizionale divenne un autentico linguaggio politico e culturale, simbolo della Romania moderna e strumento di rappresentanza internazionale. In questo dialogo tra mondo rurale e spazio monarchico prende forma uno stile reale romeno, colto e profondamente radicato nella tradizione.

Roma. Al Parco delle Acacie di Pietralata scoperte due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana in un intervento di archeologia preventiva diretto da Fabrizio Santi: “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali”. La soprintendente Daniela Porro: “Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde”

Vasca monumentale e ingresso di una tomba di età repubblicana scoperte a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)

Due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi nel corso degli scavi di archeologia preventiva condotti al Parco delle Acacie in via di Pietralata, quartiere nell’area orientale di Roma. Le indagini sono state effettuate dalla soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito di un programma urbanistico e rientrano nelle attività istituzionali del ministero della Cultura a tutela del patrimonio archeologico. “Le tombe individuate costituiscono un’importante testimonianza dell’occupazione di questa parte di suburbio da parte di un facoltoso gruppo familiare, mentre le due vasche monumentali aprono scenari di ricerca stimolanti”, spiega l’archeologo Fabrizio Santi. “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali o, meno probabilmente, produttive oppure legate alla raccolta delle acque: uno studio scientifico approfondito permetterà di contestualizzare questi ritrovamenti e comprenderne il ruolo all’interno del paesaggio antico, per restituire alla collettività il significato autentico di queste testimonianze del passato”. “È proprio in contesti come questo”, secondo Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, “apparentemente distanti dai luoghi più noti della metropoli antica, che emergono elementi capaci di arricchire il racconto della Roma archeologica come città diffusa e che hanno contribuito in modo determinante al suo sviluppo. Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde, ancora tutte da esplorare. Inoltre, questi ritrovamenti confermano l’importanza dell’archeologia preventiva come strumento indispensabile perché lo sviluppo urbano sia associato alla tutela e si accompagni a una maggiore conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio”.

L’interno di una tomba a camera di età repubblicana scoperta a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)

Iniziate nell’estate del 2022 all’interno di un’area molto vasta, circa 4 ettari, le indagini, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi – archeologo della soprintendenza Speciale di Roma – sono tuttora in corso e hanno restituito un contesto ampio circa un ettaro di grande interesse che testimonia una occupazione dal V – IV secolo a.C. al I secolo dopo Cristo e, meno assiduamente, tra il II e il III secolo d.C. Un lungo asse viario nell’antichità attraversa l’area di scavo, su di un terreno interessato dal passaggio di un corso d’acqua, che si immetteva nel non lontano Aniene. Di particolare rilievo è il sacello a pianta quadrangolare, costruito sopra un deposito votivo e collegato, secondo le prime ipotesi scientifiche, al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la via Tiburtina. Le due tombe a camera, appartenenti con ogni probabilità a una gens facoltosa, testimoniano inoltre la presenza di un insediamento aristocratico strutturato in età repubblicana. Gli scavi, diretti dalla soprintendenza Speciale di Roma del ministero della Cultura, proseguiranno nei prossimi mesi e, al termine delle attività sul campo, sarà avviato uno studio finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire questi importanti ritrovamenti alla fruizione e alla conoscenza della collettività.

Un trattio della starad in terra battuta scoperta a Pietralata (foto ssabap-roma)

LA STRADA. La strada si articola in due tratti distinti: uno, più vicino a via di Pietralata, in terra battuta, l’altro, in prossimità di via Feronia, tagliato nel tufo. Anche se la percorrenza doveva essere più antica, le prime tracce di una regolarizzazione dell’asse stradale, da Nord-Ovest a Sud-Est, dovrebbero risalire alla età medio-repubblicana (III secolo a.C.), quando venne costruito un grosso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da un muro in opera incerta. Nel I secolo d.C. la strada, ancora in uso, venne provvista di un nuovo battuto e delimitata da altre murature in opera reticolata. La parte vicina a via Feronia ha un periodo d’uso tra il III secolo a.C. e il I d.C., e nella sua fase più antica, la tagliata nel banco di tufo, si riconoscono alcuni solchi carrai. Nel II-III secolo dopo Cristo alcune modeste tombe a fossa ubicate lungo l’asse stradale documenterebbero il graduale abbandono del percorso.

 

Il sacello, forse dedicato al culto di Ercole, scoperto a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)

IL SACELLO. Dalla strada si accedeva ad un piccolo edificio di culto a pianta quadrangolare (4,5 per 5,5 metri), con murature in opera incerta di tufo e tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro, in asse con l’ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco da identificare con un altare o parte di esso. Un avancorpo in muratura sulla parete di fondo, al centro, doveva essere la base di una statua di culto. Lo scavo ha evidenziato come il sacello sia stato realizzato al di sopra di un deposito votivo dismesso, al suo interno teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Reperti che portano a pensare che il sacello fosse destinato al culto di Ercole, il dio venerato sulla vicina Via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, con vari templi. Alcune monete di bronzo permettono di datarne la realizzazione tra la fine del III e il II secolo a.C.

 

Ingresso monumentale della tomba a camera scoperta a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)

TOMBE DI ETÀ REPUBBLICANA. Sul pendio di tufo che degrada da via di Pietralata, all’interno di un unico complesso, due corridoi distinti e paralleli (dromoi) conducono a due tombe a camera risalenti al IV – inizio III secolo a.C. La tomba A presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia, caratterizzato dalla presenza di un portale in pietra (stipiti e architrave), chiuso internamente da una grossa e pesante lastra monolitica. All’interno della tomba sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne tutti in peperino.

Tomba di Pietralata: tra i materiali rivenuti due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata (foto ssabap-roma)

Tra i materiali rivenuti si segnalano due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta a vernice nera. La tomba B, forse realizzata in un momento di poco successivo, ma sempre in età repubblicana (III secolo avanti Cristo), era chiusa con grandi blocchi di tufo. La camera sui lati presenta banchine per la deposizione dei defunti, tra cui un uomo di età adulta di cui è stato per ora recuperato soltanto parte del cranio, sul quale è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica. Le due tombe, all’interno dello stesso complesso funerario, dovevano presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, di cui ne rimangono solo alcuni, mentre gli altri dovettero essere asportati e reimpiegati già in età romana. Una simile costruzione fa ipotizzare che l’edificio appartenesse a una gens facoltosa e potente che operava in questo comparto territoriale.

 

La vasca est, dista da drone, scoperta a Pietralata a Roma (foto ssabap-roma)

LA VASCA EST. La struttura – circa 28 x 10 metri e profonda 2,10 metri –, venne realizzata nel II secolo avanti Cristo come si può ricavare dalla tecnica muraria utilizzata (opera incerta). A partire dal I secolo dopo Cristo dovette venir meno la sua funzione: ebbe inizio, infatti, un processo di abbandono culminato nella sua definitiva chiusura alla fine del II secolo. Le murature in opera cementizia erano sicuramente rivestite di un compatto intonaco bianco quasi del tutto distaccatosi con l’abbandono e di cui ne rimangono alcune tracce; tutta la struttura era sormontata da una cornice in blocchi di tufo di grandi dimensioni. Al centro dei due lati lunghi sono presenti due nicchie con volta a botte, su un lato corto un dolio inglobato nella gettata di cementizio e infine sull’altro una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che comunque non arriva al fondo della vasca. Al di là della presenza e della raccolta d’acqua, la sua funzione rimane incerta: si potrebbe pensare, anche sulla scorta dei rinvenimenti effettuati (terrecotte architettoniche, frammenti ceramici, di cui alcuni con graffiti) a un uso cultuale o, se così non fosse, a qualche tipo di attività produttiva. La vasca era alimentata da un sistema di canalette provenienti sia dal corso d’acqua che dal pendio ancora esistente a lato di via di Pietralata.

La vasca sud, dista da drone, scoperta a Pietralata a Roma (foto ssabap-roma)

LA VASCA SUD. È stata rinvenuta una seconda vasca monumentale scavata nel banco tufaceo dalle dimensioni di 21 × 9,2 metri che raggiunge una profondità di circa 4 metri. La vasca risulta delimitata esternamente da murature in blocchetti squadrati disposti in maniera irregolare, che rivestono direttamente le pareti dell’invaso e che si possono datare nel II secolo a.C. Un secolo dopo vennero realizzati altri setti murari in opera reticolata e opera quadrata di tufo che delimitano perimetralmente la sommità della vasca. L’accesso a quest’ultima avveniva tramite una rampa in grandi basoli di tufo, appoggiata direttamente sul terreno. A seguire un’ulteriore rampa di larghezza inferiore, fatta in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, permetteva di raggiungere il fondo della vasca. La funzione di questo invaso monumentale non è al momento chiara, anche perché finora non sono stati ancora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque. Tuttavia, la vasca di Pietralata presenta alcune analogie – in particolare nel tipo di pavimentazione basolata della rampa di accesso – con la vasca recentemente scoperta a Gabii dall’università del Missouri in collaborazione con i musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii, datata nel III secolo avanti Cristo, della quale è stata ipotizzata una funzione sacra. Il materiale ceramico rinvenuto nell’interro che ha colmato la struttura sembrerebbe collocare il suo abbandono nel corso del II secolo d.C.

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale presentazione del libro “Gli Altri. Le popolazioni non greche della Calabria antica (IX–III sec. a.C.)” di Fabrizio Mollo

Giovedì 15 gennaio 2026, alle 17, al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nella sala conferenze del MArRC, presentazione del libro “Gli Altri. Le popolazioni non greche della Calabria antica (IX–III sec. a.C.)” di Fabrizio Mollo. All’incontro partecipano il direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria Fabrizio Sudano, l’autore Fabrizio Mollo (università di Messina), Daniela Costanzo (MArRC) e Massimo Cultraro (Ispc-Cnr). Per informazioni: mar-rc.comunicazione@cultura.gov.it. Il libro affronta il complesso sistema di relazioni tra Greci e popolazioni indigene e italiche nella Calabria antica, mettendo al centro gli “Altri”: comunità spesso marginalizzate dalla narrazione storica tradizionale. Attraverso fonti letterarie, origini mitiche e documentazione archeologica, il volume ricostruisce un quadro articolato che va dalla colonizzazione greca alla crisi delle poleis, dalla fine di Sibari all’arrivo di Lucani e Brettii, fino alla guerra annibalica e all’affermazione di Roma.

Firenze. Al museo Archeologico nazionale per “Pomeriggi all’Archeologico” incontro col prof. Andrea Cardarelli, presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, su “Uomini e dei dell’Appennino attorno al 1000 a.C.”

Al museo Archeologico nazionale di Firenze riprendono i “Pomeriggi dell’Archeologico”: appuntamento giovedì 15 gennaio 2026, alle 17, con la conferenza “Uomini e dei dell’Appennino attorno al 1000 a.C.” del prof. Andrea Cardarelli (presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria – Accademia dei Lincei). Ingresso libero su prenotazione obbligatoria, scrivendo all’indirizzo man-fi@cultura.gov.it. Nei secoli compresi all’incirca fra il 1200 e il 950 a.C. l’area appenninica, e più in generale le aree montane, registrarono un consistente aumento delle testimonianze archeologiche e degli insediamenti, che assunsero un ruolo particolarmente significativo nel quadro storico e archeologico dell’epoca. Alcune delle testimonianze riguardano sommità verosimilmente utilizzate come luoghi cerimoniali, che oltre alla funzione cultuale rivestirono probabilmente anche funzioni di coordinamento politico di territori tribali di cui il centro cerimoniale rappresentava il punto di riferimento identitario di varie comunità di villaggio. Tale modello costituì verosimilmente un efficace sistema di organizzazione del territorio alla fine dell’età del bronzo. Questa funzione terminò, o diventò meno rilevante, nei primi secoli del I millennio a.C. con la fondazione delle prime città, e in relazione alle prime formazioni etnico politiche note dalle fonti letterarie. In alcuni casi questi contesti cerimoniali tornarono poi ad ospitare attività cultuali secoli più tardi, in piena età preromana.

Prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola (arcipelago delle Tremiti, Fg) condotta da UniFg con Asso, UniBa e Sabap-Fg: video di Massimo D’Alessandro sintetizza i risultati raggiunti

Progetto M.A.R.E.A.: équipe di progetto per la campagna sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Tra il 18 e il 31 maggio 2025 si è svolta la prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola (arcipelago delle Tremiti, Fg), condotta dall’università di Foggia (Danilo Leone e Maria Turchiano) in collaborazione con ASSO Ets, l’università di Bari (Giuliano Volpe) e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Foggia e BAT (Anita Guarnieri, Donatella Pian). Alla missione hanno partecipato allievi della Scuola di specializzazione in Beni archeologici UniBa-UniFg, studenti, dottorandi e assegnisti delle due Università. A chiusura dell’anno 2025, il regista Massimo D’Alessandro ha prodotto un breve video che sintetizza la prima campagna di indagine e scavo sull’isola di San Nicola, nell’arcipelago delle Tremiti, svolta nel maggio 2025.

La campagna di scavo fa parte del progetto M.A.R.E.A. (Mediterraneo Archeologia Etnografia Ambiente), finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi NextGenerationEU, nell’ambito del progetto CHANGES (Spoke 1 – università di Bari). Il progetto intende promuovere lo studio interdisciplinare e la valorizzazione del patrimonio archeologico costiero e subacqueo della Puglia, attraverso la collaborazione tra università di Foggia, università del Salento e la Società di Topografia s.r.l. I siti oggetto di indagine includono contesti di rilevanza storica e ambientale lungo l’intero sviluppo costiero pugliese: dalle Isole Tremiti a Vieste, dal Gargano a Siponto, da Salapia a Taranto, fino a Porto Cesareo, le Cesine (Vernole) e Santa Maria di Leuca–Canale d’Otranto.

Progetto M.A.R.E.A.: prima campagna di indagini archeologiche sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Le attività si sono concentrate sull’indagine di edifici riconducibili alla frequentazione dell’isola di San Nicola in età romana e medievale. Équipe di progetto: Vittoriano Ameruoso, Massimo D’Alessandro, Martina Delle Noci, Giacomo Disantarosa, Gianna Ferrara, Giovanni Lillo, Mario Mazzoli, Luisa Pedico, Maria Teresa Pilloni, Maria Potenza, Bernardino Rocchi, Vincenzo Valenzano, Marco Vitelli.

Progetto M.A.R.E.A.: indagine di una cisterna durante la campagna di scavo sull’isola di San Nicola alle Tremiti (foto unifg)

Grazie al supporto dei tecnici speleosubacquei dell’associazione ASSO, particolare attenzione è stata riservata all’analisi di un articolato sistema di pozzi e cisterne che costituisce una testimonianza significativa delle strategie di captazione, conservazione e gestione delle risorse idriche in ambiente insulare. La distribuzione topografica, le tecniche costruttive e le fasi di riutilizzo di queste strutture evidenziano una continuità d’uso pluristratificata, attestata tra l’età romana e moderna, e documentano processi di adattamento tecnologico e funzionale dell’insediamento alle condizioni ambientali e climatiche. Tali evidenze confermano l’importanza dell’acqua come elemento infrastrutturale e simbolico all’interno di un paesaggio marittimo complesso e dinamico. 

Sicilia. Ennio Turco è il nuovo soprintendente del Mare

L’architetto Ennio Turco è il nuovo soprintendente del Mare (foto regione siciliana)

Dal 23 dicembre 2025 Ennio Turco è il nuovo soprintendente del Mare. Architetto, già direttore del museo Archeologico regionale di Gela e dirigente dell’Unità Operativa Beni archeologici, bibliografici e archivistici della soprintendenza di Caltanissetta, succede a Ferdinando Maurici che ha guidato la soprintendenza del Mare dal 2022.

Roma. All’università la Sapienza al via il convegno “Mappe e scenari per il futuro del patrimonio culturale. Tre anni di ricerche del Partenariato PNRR CHANGES”: tre giornate di lavori, con 25 sessioni tematiche e oltre 250 contributi, tra presentazioni scientifiche, dimostrazioni tecnologiche e installazioni interattive

Dal 14 al 16 gennaio 2026 alla Città Universitaria della Sapienza Università di Roma, si tiene il convegno “Mappe e scenari per il futuro del patrimonio culturale. Tre anni di ricerche del Partenariato PNRR CHANGES”, che propone un ampio programma scientifico e divulgativo dedicato all’innovazione nel campo del patrimonio culturale, e rappresenta il momento conclusivo del progetto CHANGES (Cultural Heritage Innovation for Next-Gen Sustainable Society), finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Organizzato dalla Fondazione CHANGES, con il ruolo di Hub del progetto, il convegno riunisce la comunità scientifica e gli stakeholder del più ampio ecosistema nazionale impegnato nella ricerca, nella formazione e nel trasferimento tecnologico applicati alla cultura. Nelle tre giornate di lavori, il convegno prevede 25 sessioni tematiche e oltre 250 contributi, tra presentazioni scientifiche, dimostrazioni tecnologiche e installazioni interattive. Attraverso i contributi dei gruppi di ricerca dei nove Spoke del Partenariato, l’iniziativa intende condividere con la comunità scientifica, le istituzioni, il mondo produttivo e i territori i risultati raggiunti in tre anni di attività, offrendo una visione integrata e prospettica sulle trasformazioni in atto e sulle sfide future del patrimonio culturale. Il programma completo su https://www.fondazionechanges.org/convegno-finale/