Napoli. Aperture straordinarie del museo Archeologico nazionale il 30 dicembre e il 1° gennaio. Il direttore Francesco Sirano: “Vogliamo un Museo sempre più vivo e permeabile con l’esterno”
Per le festività il museo Archeologico nazionale di Napoli sarà eccezionalmente aperto il 30 dicembre 2025 dalle 10 alle 18, e anche il 1° gennaio 2026, sempre dalle 10 alle 18, grazie al Piano di Valorizzazione del ministero della Cultura. Due occasioni uniche per godere del più grande museo archeologico del mondo e approfittare della visita per acquistare l’abbonamento Openmann che, a condizioni vantaggiose e adattate alle esigenze di specifici gruppi (appassionati, giovani, famiglie, aziende), permette di frequentare l’Archeologico tutti i giorni.

“Omaggio a New York” opera di Gino Morandis (1953-54): olio su tela esposta nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Durante le festività oltre alle straordinarie collezioni permanenti, i visitatori troveranno nell’Atrio, la mostra “Riccardo Licata Gino Morandis e Tancredi Parmeggiani. Storie d’arte e d’amicizia”, dedicata ai tre pittori moderni spazialisti che, ciascuno con il proprio stile, dialogarono con l’arte antica. Inoltre, sono ancora in corso le retrospettive sul fotografo De Rumine e sul pittore Luigi Bazzani, che nel 1800 tradussero in arte le suggestioni delle scoperte archeologiche nelle città vesuviane (sala del Plastico di Pompei e sala 95) (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2025/09/17/napoli-al-museo-archeologico-nazionale-aprono-due-nuove-mostre-le-fotografie-di-gabriel-ivanovic-de-rumine-e-gli-acquerelli-di-luigi-bazzani-osanna-un-prezioso-lavoro-di-valorizzazione-de/).

Attivita di restauro dei capolavori della Villa dei Papiri nel salone della Meridiana del Mann (foto mann)
“Attendiamo i nostri visitatori al Mann per una festa della cultura: le nostre collezioni offrono un viaggio nel tempo alla scoperta di valori senza tempo”, commenta il direttore del Museo, Francesco Sirano. “La squadra del Mann è già al lavoro per arricchire la propria offerta culturale sin dai primi mesi del 2026 con il riallestimento della collezione della sezione Villa dei Papiri, la riapertura della Numismatica e un ingresso completamente rinnovato con spazi per servizi, accoglienza e mostre temporanee. E a questo proposito guardiamo al nuovo anno nel segno della Sirena Parthenope, cui dedicheremo una grande mostra nella prossima primavera. Vogliamo un Museo sempre più vivo e permeabile con l’esterno, luogo accogliente e ricco di sorprese per vivere l’arte e la storia in modo coinvolgente e innovativo”.
Un libro al giorno. “Storia d’amore e d’archeologia” di Marinella Fiume sulla relazione in Sicilia tra l’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu, profugo dalla Romania di Ceausescu, e la neuropsichiatra infantile inglese Daphne Phelps
È uscito per i tipi di Algra Editore il libro “Storia d’amore e d’archeologia” di Marinella Fiume. Una storia d’amore in terra di Sicilia negli anni Cinquanta tra l’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu (1913-2004), profugo dalla Romania di Ceausescu, e la neuropsichiatra infantile inglese Daphne Phelps (1911-2005), nipote del pittore Robert Kitson e vestale della bella dimora di Taormina da lui ereditata. Un perfetto esempio di integrazione per entrambi, alla stessa stregua di quello tra colonizzatori greci e indigeni di Sicilia. Dello spaccato di vita trascorsa dall’archeologo qui, del suo lavoro e dei suoi tormenti di profugo il libro è una straordinaria fonte di informazione. E forse, in quel gruppetto di lettere annodate con un nastrino rosso e fino all’ultimo accarezzate da Daphne, si cela una relazione di coppia impossibile. E mentre la Phelps chiude i suoi giorni a Taormina, l’archeologo conclude il suo viaggio nell’antica Herakleia, perché il nóstos, il “ritorno a casa” è verso quella patria dove si è scelto di vivere e di morire. Intrecciando citazioni saggistiche e testimonianze dirette e contaminando il genere del romanzo con la biografia, l’Autrice ricostruisce le figure di due grandi personaggi il cui profilo prende vita in luoghi ricchi di storia e di bellezza.
Firenze. Giulia Basilissi, restauratrice al MAF, illustra ad “archeologiavocidalpassato.com” l’intervento di manutenzione sulla Chimera di Arezzo insieme ad alcune curiosità emerse durante l’operazione in laboratorio, prima del nuovo allestimento al museo Archeologico nazionale

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)
Dal 19 novembre 2025, con l’inaugurazione della nuova sala del MAF, la Chimera di Arezzo – icona e simbolo dell’arte etrusca – ritrova la sua collocazione ideale, grazie a un accurato intervento affidato allo studio fiorentino di architettura Guicciardini & Magni, che lo ha realizzato insieme all’ufficio tecnico e alle curatrici del Museo: un allestimento esperienziale, allo stesso tempo monumentale e poetico, che invita ogni visitatore a un incontro personale con un capolavoro che da secoli incarna il genio artistico e il mito della civiltà etrusca. La scultura, iscritta al numero 1 nell’inventario del Museo, è appartenuta sin dal suo ritrovamento al futuro Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, diventando subito uno dei pezzi più emblematici e preziosi della collezione medicea (vedi Firenze. Al museo Archeologico nazionale aperta la nuova sala della Chimera di Arezzo, il capolavoro in bronzo dell’arte etrusca: icona e simbolo fin dal suo ritrovamento nel 1553. La presentazione del direttore Maras per “archeologiavocidalpassato” | archeologiavocidalpassato).
Prima di giungere al nuovo allestimento, la Chimera di Arezzo è stata sottoposta a un accurato intervento di manutenzione curato da Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice del museo Archeologico nazionale di Firenze, che lo illustra ad archeologiavocidalpassato.com, insieme ad alcune curiosità emerse durante le operazioni nel laboratorio di restauro “Eminia Caudana” del MAF.
“Sono Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice del museo Archeologico nazionale di Firenze”, spiega ad archeologiavocdalpassato.com. “Attualmente presso il museo è presente un laboratorio di restauro intitolato a Erminia Caudana, una delle prime restauratrici donne del nostro territorio. Il laboratorio eredita, chiaramente in piccole dimensioni, ciò che è stato il centro di restauro, un’eccellenza per quanto riguarda il restauro dei bronzi. Ben sappiamo che proprio al centro sono stati restaurati i Bronzi di Riace. Attualmente non ci sono le stesse potenzialità di allora – è un altro momento storico – però è stato possibile in occasione del nuovo allestimento della Chimera fare un’attività di manutenzione delle superfici di questo importantissimo bronzo. È stata quindi l’occasione per mappare tutte le aree che devono essere oggetto di manutenzione e controllo nel tempo.

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)
“Lavorando all’interno del museo – continua Basilissi -, il mio compito è quello di controllare lo stato di conservazione. Ma sono stati eseguiti anche alcuni interventi superficiali con metodologia a secco, attraverso varie spugne e pennelli. È stata fatta una microaspirazione, la rimozione di tutto quello che era il deposito meno coerente presente sulla superficie. E si è poi deciso anche di approfondire un po’ l’intervento di pulitura per quanto riguarda la parte della criniera. La Chimera è caratterizzata dalla presenza del “nero lorenese” o delle patinature lorenesi, strati manutentivi che sono stati applicati in passato proprio sui bronzi della nostra collezione. Proprio nell’area della criniera alcune di queste stesure risultavano di rilevante spessore ed erano frammiste anche al deposito che via via si era accumulato sulla superficie. Pertanto è stata fatta una pulitura, abbiamo cercato di approfondire il livello di pulitura, cercando di andare a rimuovere questi depositi che andavano a creare un tono un po’ marrone, un po’ più diverso all’interno della criniera. Non è un intervento molto semplice proprio perché, come è possibile osservare, ci sono moltissime socche sovrapposte che hanno anche una lavorazione molto particolare.
“Non si è trattato di un restauro – precisa Basilissi -, ma di una attività di manutenzione. Però uno dei compiti del museo è appunto quello di occuparsi della conservazione, di conservare al meglio i nostri beni. Quindi è soltanto un intervento di “riordino” e il nostro compito è continuare a monitorare la Chimera”.
“Adesso la Chimera la vediamo tutta di un medesimo tono, però – assicura Basilissi – siamo certi del fatto che ci fossero delle applicazioni polimateriche che conferivano colore alla Chimera stessa. Certamente c’erano degli inserti in corrispondenza degli occhi. Ci sono alcuni fori che si vedono in corrispondenza della bocca che sicuramente identificano gli agganci dove venivano molto probabilmente dei denti d’argento. Non lo sappiamo, però dal punto di vista tecnologico così sembrerebbe. E poi ci sono delle agemine in rame in corrispondenza delle gocce di sangue della Chimera. Il dato è stato confermato durante l’intervento di manutenzione, soprattutto è stata riosservata la parte delle agemine con il microscopio digitale. E si può osservare la mancanza di una delle gocce. Qui è saltata una delle agemine e quindi questo identifica il fatto che quella parte non è stata realizzata in fusione, ma sono stati fatti degli inserimenti polimaterici. Quindi – conclude Basilissi – i nostri bronzi antichi in realtà erano molto più colorati e polimaterici di quanto ci immaginiamo”.
Iraq. La campagna di scavo 2025 dell’università di Catania a Tell Muhammad (periferia di Baghdad) fa luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia all’epoca di Hammurabi: scoperti un quartiere produttivo, una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, un crogiolo in terracotta, sepolture al di sotto dei pavimenti (rituale del kispum)


La quinta campagna di scavo (2025) dell’università di Catania a Tell Muhammad, un antico insediamento alla periferia meridionale di Baghdad (Iraq) lungo la valle del Tigri in posizione strategica tra le aree di influenza di Babilonia ed Eshnunna, ha permesso di far luce su nuovi aspetti della vita quotidiana in Mesopotamia nella prima metà del II millennio a.C. La missione, guidata dal prof. Nicola Laneri nell’ambito del progetto ArtourBagh, e a cui ha preso parte l’allievo di II anno Dario Ciacera Macauda, ha portato alla rivelazione di un articolato quartiere produttivo caratterizzato da edifici e spazi destinati ad attività artigianali. Di notevole interesse è il rinvenimento di una fucina dotata di forni di diverse dimensioni, e il ritrovamento di un crogiolo in terracotta, quasi intatto, contenente ancora residui di attività di fusione. Ulteriori informazioni sulla società mesopotamica all’epoca di Hammurabi provengono dalle numerose sepolture rinvenute al di sotto dei pavimenti degli edifici: alcuni individui in posizione fetale avvolti in stuoie, e persino una sepoltura monumentale legata a pratiche rituali. Questi contesti confermano quanto già noto grazie ai testi mesopotamici sul 𝑘𝑖𝑠𝑝𝑢𝑚, un rituale volto a preservare la memoria e il culto degli antenati. I dati raccolti consentono di approfondire la conoscenza delle fasi di occupazione del sito, e la ricostruzione delle relazioni topografiche di Tell Muhammad con i centri limitrofi, tra la fine del III e la prima metà del II millennio. Fine ultimo del progetto sarà la creazione di un parco archeologico volto alla salvaguardia del sito e alla valorizzazione del patrimonio storico e archeologico di Baghdad.

Il sito di Tell Muhammad alla periferia di Baghdad in Iraq dove opera la missione dell’università di Catania (foto unict)
“Il fascino dell’antico”, scrive Nicola Laneri nel post Vivere e morire nell’Antica Mesopotamia sull numero del 10 dicembre 2025 di UniCtMagazine, “è da sempre segnato dai resti funerari che gli archeologi fanno emergere dalla terra durante gli scavi archeologici. Quando questi sono diversi dalla nostra tradizione e dai nostri costumi, l’immaginario vaga ancor di più nella speranza di scoprire una nuova dimensione che permetta di ricostruire quel rapporto indissolubile che esite tra la vita quotidiana e il mondo dell’aldilà. Questa fascinazione accresce quando l’opportunità si presenta e il contesto archeologico appartiene ad un luogo, la Mesopotamia, e a un tempo, l’epoca di Hammurabi di Babilonia, lontano ma a noi assai vicino. Ecco quindi che, alla fine della quinta stagione di ricerche archeologiche a Tell Muhammad (Baghdad, Iraq), supportate dal ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) in collaborazione con il State Board of Antiquities and Heritage (SBAH) dell’Iraq, il gruppo di ricerca dell’università di Catania diretto dal prof. Nicola Laneri ha consolidato la propria conoscenza sulla vita degli abitanti di questo importante centro che si trovava lungo la vallata del fiume Tigri al confine tra il mondo di Babilonia e quello di Eshnunna, l’altra grande capitale dell’epoca e posizionata, a circa 40 km da Tell Muhammad, lungo la via commerciale che collegava la Mesopotamia all’Iran attraverso la vallata del fiume Diyala.

Il crogiolo di fusione scoperto nel sito di Tell Muhammad in Iraq dalla missione dell’univesrità di Catania (foto unict)
“Le intense attività di scavo durate due mesi – continua Laneri – hanno messo in luce ampi quartieri produttivi che si trovano all’interno di edifici posti lungo la cinta muraria e la porta d’ingresso e che, in un caso, mostrano la presenza di una sorta di fucina con una serie di forni e fornelli in terracotta oltre alla possibile presenza di una canna fumaria. All’interno di questo ampio settore, la produzione di cibo si mescolava a quella di metalli, come evidenziato dalla scoperta di un crogiolo di terracotta quasi intatto al cui interno si trovavano ancora i resti della fusione dei metalli e che è tra i pochi esemplari trovati in contesti archeologici della Mesopotamia. Questa scoperta si aggiunge al quartiere con due ampie fornaci per la produzione del vasellame in ceramica scavato negli anni precedenti e che permette una ricostruzione sempre più chiara sulle attività lavorative che segnavano la quotidianità degli antichi abitanti di Tell Muhammad. Ma l’aspetto straordinario di questa stagione è stata la costante presenza di tombe di infanti, adolescenti, ma anche di alcuni individui adulti posti al di sotto dei pavimenti di questi edifici. I morti continuavano quindi a seguire la vita dei vivi attraverso una contiguità tra spazi produttivi e quelli dedicati al mondo degli inferi.

Scheletro in posizione fetale dal sito di Tell Muhammad in Iraq dove opera la missione dell’univesrità di Catania (foto unict)
“Le modalità di deposizione dei defunti differivano – spiega Laneri -e osserviamo, ad esempio, la presenza di un infante avvolto in una stuoia sigillata con bitume e frammenti di una giara di ceramica, oppure di alcuni adulti deposti in posizione fetale, ovvero di un individuo con le gambe allargate e le mani sul pube accompagnato da due alti bicchieri in ceramica che rappresentavano il corredo funerario. Quest’ultimo defunto si trovava deposto in una tomba con volta in mattoni crudi all’interno di una stanza dedicata al culto dei defunti che prevedeva libagioni fatte davanti ad un altare in mattoni. I testi mesopotamici ci ricordano che la rimembranza dei defunti (denominata kispum in Accadico) avveniva esattamente come evidenziato dal contesto archeologico appena descritto. A Tell Muhammad, il connubio tra vita e morte doveva essere un trait d’union costante non solo grazie alla presenza di tombe all’interno degli edifici o di altari dedicati al culto dei defunti, ma grazie all’iconografia riconoscibile nei numerosi sigilli cilindrici (oggetti che segnano la dimensione pubblica degli abitanti) trovati in questi anni e che presenta una quasi costante presenza di almeno uno scorpione che era simbolo della divinità mesopotamica degli inferi Išḫara.

Un momento della visita dell’ambasciatore italiano a Baghdad, Niccolò Fontana, sul sito di Tell Muhammad in Iraq (foto unict)
“I due intensi mesi di attività, che si sono conclusi con la visita dell’Ambasciatore in Iraq Niccoló Fontana e della sua consorte Tania Morrocchi, hanno quindi permesso di comprendere meglio la quotidianità dell’antica Mesopotamia che diverrà centrale nella futura narrazione prevista con il parco archeologico di Tell Muhammad e Tell Harmal che, grazie al progetto ArtourBagh finanziato dal MAECI attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS) e che vede la collaborazione tra l’università di Bologna e di Catania, proporrà al centro di Baghdad la possibilità degli eventi che hanno segnato l’epoca del sovrano Hammurabi di Babilonia e della conflittualità con l’altro grande centro dell’epoca, Eshnunna, dove un team di giovani ricercatori dell’università di Catania, del CNR e dello SBAH sta completando una attenta analisi territoriale.

Gruppo di ricercatori e studiosi della missione dell’università di Catania a Tell Muhammad in Iraq (foto unict)
“Alla fine questa lunga avventura – conclude Laneri – ci auguriamo che tutte le preziose informazioni raccolte da giovani e preziosi studiosi (Antonino Mazzaglia, Chiara Pappalardo), dottorandi (Rachele Mammana, Alice Mendola, Aurora Borgesi), allievi della Scuola di Specializzazione (Emanuela Scalisi e Dario Macauda) e studenti (Vittorio Azzaro e Giulia La Causa) dell’università di Catania, del CNR e dell’università di Roma La Sapienza, nel corso di questi anni di ricerche potranno permettere di ricostruire e condividere a Baghdad la storia della Mesopotamia all’epoca di Hammurabi di Babilonia grazie alla missione archeologica dell’università di Catania”.
Un libro al giorno. “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmino Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini, con i risultati degli scavi archeologici condotti nel sito, diretti da Andrea Carandini

Copertina del libro “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmo Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini
È uscito per i tipi de L’Erma di Bretschneider il libro “Cartagine. Scavi italiani 1973-1977” di Lucilla Anselmino Balducci, Clementina Panella, Carlo Pavolini. La missione italiana a Cartagine, diretta da Antonino di Vita, operò tra il 1973 e il 1977 nell’ambito del progetto UNESCO per la salvaguardia dell’antica metropoli. Questo volume raccoglie i risultati degli scavi archeologici condotti nel sito, diretti da Andrea Carandini, volti a verificare i limiti della città romana, i rapporti tra centuriazione rurale e impianto urbano, tra pianificazione urbanistica e sua realizzazione, e tra città e necropoli. Le stratigrafie e i reperti delle tre aree oggetto di indagine, situate in uno dei settori meno noti di Cartagine, ma decisivi nel fornire risposte agli interrogativi posti dal lavoro sul campo, sono illustrati in dettaglio insieme a un’ampia selezione di grafici, disegni, foto. Strade, insulae, monumenti (le mura difensive di Teodosio II e la porta della città), necropoli (puniche, romane, vandaliche) compaiono all’interno di una narrazione in cui la rinascita (la colonia augustea del 29 a.C.) e la fine della città (la presa da parte degli Arabi e la distruzione del 698 d.C.) si riflettono puntualmente nella documentazione archeologica.
Taranto. Al museo Archeologico nazionale “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC”, con 20 reperti trafugati, finiti al Metropolitan Museum di New York, e rientrati in Italia grazie al TPC. Visite guidate alla scoperta dei tesori esposti

Locandina dell’esposizione “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC” al museo Archeologico nazionale di Taranto
A un anno e mezzo dal rientro in Italia del gruppo scultoreo in terracotta di Orfeo e le sirene, trafugato dall’area di Taranto, e finito prima in Svizzera e poi a Los Angeles, al Paul Getty Museum, e consegnato al MArTa, dal 16 dicembre 2025 al museo Archeologico nazionale di Taranto nell’esposizione “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC” sono in mostra importanti reperti archeologici, tra cui una monumentale testa di Athena in marmo (fine del III al II secolo a.C.): 19 lotti che fanno parte di un patrimonio di circa 60, provenienti stavolta dal Metropolitan Museum di New York dove erano approdati con un giro illegale e tornati in Italia grazie all’azione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Procura della Repubblica di Roma. Un regalo di Natale per i visitatori del MArTa. A presentare le opere e a raccontare il percorso investigativo fino al rimpatrio sono stati la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Stella Falzone, e il Comandante Provinciale dei Carabinieri di Taranto, colonnello Antonio Marinucci.
Domenica 28 dicembre 2028, c’è un’occasione speciale per approfondire la mostra “Memorie Trafugate. I reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC”: alle 16.30 e alle 18, una funzionaria archeologa del MArTA accompagnerà gratuitamente i visitatori alla scoperta dei reperti esposti, illustrando il percorso che ne ha permesso il rientro nel patrimonio pubblico, le fasi di studio e le analisi conservative. Attività inclusa nel biglietto d’ingresso (10 euro, salvo gratuità e riduzioni). Nessuna prenotazione richiesta.
Tra i beni spicca una testa in marmo della dea Athena che risale alla fine del III secolo a.C. La testa della dea è collocata nella cassa usata per il trasporto e potrebbe essere stata inizialmente collocata nella cella di un tempio all’aperto come immagine votiva. Atena è una dea guerriera. Altri oggetti sono una pittura parietale con scene di battaglia, fibule del 325-300 a.C. e II secolo a.C., anello del VI secolo a.C., rilievi in terracotta e pietra tenera, ornamenti in bronzo con innesti d’oro.
“I reperti sono rientrati in Italia grazie all’azione dei carabinieri addetti alla tutela del patrimonio culturale”, interviene la direttrice Stella Falzone, “un’eccellenza italiana che sta a dimostrare che il nostro patrimonio storico-artistico è protetto da mani sapienti e capacita vigilanti. Purtroppo il traffico illecito dei reperti e l’azione criminosa hanno staccato l’oggetto, il bene, dalla connessione con il contesto della storia e del territorio. La relazione tra oggetti e contesto è molto importante – continua Falzone -, noi abbiamo riconnesso e dato senso a qualcosa che qualcuno aveva scambiato per mercimonio e trarne solo un profitto economico. Sino a qualche tempo fa istituzioni museali importanti non si ponevano grandi scrupoli nel prendere beni d’arte e archeologici di ignota provenienza, ma adesso la rotta si è invertita. Grandi musei come Boston, Metropolitan, Getty, parlo dei più importanti musei americani, stanno favorendo le restituzioni grazie alla diplomazia culturale dell’Italia e del nostro ministero della Cultura. Ora analisi specifiche dovrebbero consentire di risalire ai luoghi di provenienza iniziale di questi reperti”.
“Ci si chiede spesso come mai questi reperti rientrano in Italia dopo venti anni e a volte anche più”, sottolinea il colonnello Antonio Marinucci, comandante provinciale dei carabinieri di Taranto. “Il motivo è che si fanno prima tante verifiche, indagini complesse, lunghe, internazionali. I carabinieri della tutela del patrimonio culturale partono dal monitoraggio delle case d’asta e dei broker di oggetti d’arte, seguono la loro attività e spesso le opere esportate senza certificazione e autorizzazione seguono percorsi infiniti, molto complessi, e anche i documenti relativi al bene sono sottoposti a lavaggi e rilavaggi in modo che la ricostruzione dei vari passaggi diventi difficile. Solo dopo che questo lavoro è stato fatto, si può andare in un museo e presentare riscontri e dati oggettivi che testimoniano che quel bene archeologico è stato trafugato. È molto importante – conclude Marinucci – fotografare i beni d’arte. I carabinieri del patrimonio artistico hanno una banca dati relativa alle opere d’arte rubate costantemente alimentata e questo facilita il rintraccio e il recupero delle stesse opere”.
Un libro al giorno. “Roma. I luoghi del potere” di Francesco Corni, disegnatore esperto di archeologia, che percorre zona per zona la Roma antica
È uscito per i tipi di Ink Line edizioni il libro “Roma. I luoghi del potere” di Francesco Corni. Il libro è interamente illustrato a mano da Francesco Corni, disegnatore esperto di archeologia, già collaboratore di Soprintendenze, musei e riviste di settore. In questo volume Corni percorre zona per zona la Roma antica, mostrando i resti e le ricostruzioni dei principali monumenti di epoca classica. Dopo aver seguito il perimetro della città e le sue variazioni si affrontano nell’ordine il Campidoglio, centro amministrativo della città; la piana con i mercati del bestiame e delle erbe (Fori Boario e Olitorio); il Foro Romano, vero ombelico del mondo in età repubblicana; i Fori Imperiali, proporzionati alle dimensioni ormai mediterranee dell’Impero; la zona compresa tra il Foro Romano e il Colosseo, che da luogo per la conservazione delle risorse pubbliche diverrà sede della Domus Aurea; il Palatino, con la casa di Romolo; l’Aventino, quartiere popolare in età repubblicana e sfruttato in età imperiale; il Quirinale sfruttato dalla Roma dei Papi; il Campo Marzio; il Vaticano: si chiude con uno sguardo oltre le mura.
Grotte di Pertosa-Auletta (Sa). Gli archeologi scoprono piccole lucerne che abbracciano oltre cinque secoli, dall’età ellenistica alla prima età romano-imperiale. Ed emergono nuove palificazioni protostoriche
Nel cuore delle Grotte di Pertosa-Auletta (Sa), dove l’acqua scolpisce da millenni la roccia e il silenzio conserva storie antichissime, gli archeologi hanno appena riportato alla luce nuove testimonianze straordinarie. Piccole lucerne, monete consumate dal tempo, frammenti di vita legati a riti e gesti antichi ci accompagnano in un viaggio che abbraccia oltre cinque secoli, dall’età ellenistica alla prima età romano-imperiale. Oggetti minuscoli, eppure capaci di illuminare un mondo perduto: quello di chi, duemila anni fa, scendeva in questi ambienti suggestivi forse per pregare, ringraziare o cercare protezione. E mentre emergono nuove palificazioni protostoriche, la grotta conferma una verità affascinante: qui possiamo leggere 8000 anni di storia del rapporto tra l’uomo e l’oscurità feconda dell’ipogeo. Un luogo che continua a sorprendere, ricordandoci che sotto i nostri piedi si nasconde ancora un capitolo meraviglioso della nostra avventura umana.
Bolsena (Vt). Completato l’intervento di restauro e valorizzazione dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena: ora è un parco archeologico attrezzato, concepito per accogliere sia il pubblico subacqueo sia i visitatori da terra

Rilievi dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)
Si è concluso l’intervento di restauro e valorizzazione dell’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena, realizzato grazie ai finanziamenti del ministero della Cultura e del Ministero del Turismo nell’ambito del PNRR – Caput Mundi. L’obiettivo raggiunto è la creazione di un vero e proprio parco archeologico attrezzato, concepito per accogliere sia il pubblico subacqueo sia i visitatori da terra, grazie anche a un nuovo polo ricettivo dotato di postazioni per la visione 3D del fondale in corrispondenza della palafitta e del tumulo sacro dell’Aiola.

Lo specchio d’acqua del lago di Bolsena dove si trova l’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)
Il sito, in ottimo stato di conservazione e accessibilità, si trova a una profondità compresa tra i 2 e i 4 metri e a brevissima distanza dalla riva, condizione questa che consente un’esperienza di visita unica anche a chi non pratica attività subacquee. Si tratta di un unicum archeologico e un modello di valorizzazione sostenibile del patrimonio sommerso.

I sub visitano l’insediamento sommerso della prima età del Ferro del Gran Carro di Bolsena (foto sabap-etr-mer)
I lavori hanno interessato due ambiti: l’area di cantiere continuo dedicata alle attività di scavo subacqueo della Soprintendenza e l’area destinata alla fruizione del pubblico. Tra gli interventi realizzati figurano la messa in sicurezza e il restauro dei reperti lignei e ceramici visibili nel sito; un percorso subacqueo accessibile anche ai non vedenti; un percorso in snorkeling osservabile anche da imbarcazioni a fondo trasparente; l’illuminazione del complesso per le aperture notturne; un plastico in resina dell’intero sito; un rilievo fotogrammetrico completo per la restituzione 3D e un tour virtuale, accessibile da qualsiasi dispositivo digitale, che connette il pubblico con l’esposizione a terra e con il museo Territoriale del Lago di Bolsena.













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