Policoro (Mt). Al museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt) “Nel segno di Demetra: un viaggio tra mito e modernità”: percorso guidato tra archeologia e linguaggi contemporanei
Sapevate che il legame tra terra, grano e sacro continua a ispirare l’arte dopo millenni? Domenica 18 gennaio 2026, alle 16.30, al museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt) “Nel segno di Demetra: un viaggio tra mito e modernità”, un’esperienza unica che unisce il fascino dell’archeologia alla forza dei linguaggi contemporanei. Un percorso guidato dal personale del museo che si snoda attraverso “L’Eco Parco”, una passeggiata tra natura e le nuove installazioni artistiche; e la mostra “Dee del Grano”, un’immersione nei reperti e nei simboli legati al culto di Demetra. L’evento fa parte dell’iniziativa di mostra diffusa dedicata alle divinità della terra, un racconto corale che attraversa il nostro territorio. Il percorso è incluso nel biglietto d’ingresso del museo e del parco (escluse gratuità di legge). Prenotazione allo 0835.972154.
Bologna. Al museo civico Archeologico una speciale visita guidata in lingua cinese nell’ambito di “Le radici di tutti: storie antiche, nuove voci”, attività sperimentale di mediazione culturale ideata da Federica Guidi e Natasha Wong Yee Nei
“Le radici di tutti: storie antiche, nuove voci” è la nuova attività sperimentale di mediazione culturale promossa dal museo civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna: si inizia domenica 18 gennaio 2026, alle 11, con una speciale visita guidata in lingua cinese (mandarino e cantonese) per condividere la conoscenza del museo e delle storie che esso contiene con una delle comunità più attive e radicate nel territorio di Bologna. La visita guidata “Le radici di tutti: storie antiche, nuove voci” è realizzata da un’idea di Federica Guidi, archeologa e responsabile Comunicazione e Progetti speciali del museo civico Archeologico di Bologna e di Natasha Wong Yee Nei, con il supporto dell’Unità Operativa Educazione Mediazione, Accessibilità e Partecipazione del Settore Musei Civici. A condurre la visita guidata sarà Natasha Wong Yee Nei, che ha svolto un tirocinio al museo civico Archeologico di Bologna per la laurea magistrale “Applied critical archaeology and heritage” dell’università di Bologna, conferendo così all’attività la peculiarità di non essere filtrata da archeologi italiani, ma strutturata da una donna cinese colta e preparata dal punto di vista archeologico ed estranea agli schemi culturali e ai retaggi storici occidentali. La progettazione dell’attività è stata condivisa con alcune associazioni che frequentano il Centro Interculturale Zonarelli del Comune di Bologna per raccogliere contributi e diffondere l’opportunità. La partecipazione è gratuita fino ad esaurimento dei posti disponibili. Info e prenotazioni: federica.guidi@comune.bologna.it. Da domenica 18 gennaio 2026 presso la biglietteria sarà inoltre distribuito il pieghevole di presentazione del museo civico Archeologico in lingua cinese realizzato in occasione del progetto, un messaggio di benvenuto in più per il pubblico cinese. Un particolare ringraziamento va all’Asia Institute dell’università di Bologna e al collettivo Wuxu per il prezioso supporto e la collaborazione nella divulgazione dell’iniziativa.

Situla della Certosa (bronzo, prima metà del VI sec. a.C) proveniente dalla Tomba 68 del Sepolcreto della Certosa e conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)

Testa maschile votiva (fine IV – inizi del III sec. a.C.) terracotta da Veio, parte della Collezione Universitaria, già Marsili, del museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)
Sopra il grande portone in via dell’Archiginnasio 2 a Bologna campeggia l’iscrizione “Museo Civico”, a ricordare una verità fondamentale: il museo è patrimonio di tutta la cittadinanza, un bene da condividere. Ma che cosa significa “civico” in una città in continua trasformazione che dovrebbe appartenere a tutte e tutti? Il museo deve essere un luogo a disposizione di ogni persona, anche di quelle cittadine e di quei cittadini che, per lontananza linguistica o per diversità di abitudini, sono meno attratti o si sentono meno coinvolti nella partecipazione alle iniziative dei Musei Civici. Partendo da pochi, significativi, oggetti delle collezioni permanenti, si costruirà un ponte narrativo che attraverso le antiche tradizioni cinesi permetta di conoscere e comprendere situazioni, usi, costumi dell’antichità mediterranea.
Torino. Al museo Egizio torna la rassegna musicale “ONDE” che diventa appuntamento fisso: dodici concerti gratuiti nella Galleria dei Re. Si inizia col concerto “Dalle corti al tango” del conservatorio statale “Giuseppe Verdi”
Dal 18 gennaio 2026 torna la rassegna musicale “ONDE”. Le matinée musicali al museo Egizio di Torino diventano un appuntamento fisso. Dopo il successo della prima edizione dell’estate 2025, “Onde” si rinnova nel 2026 con una stagione di dodici concerti gratuiti che consolidano la partnership tra il museo e tre delle principali istituzioni musicali torinesi: l’Orchestra Filarmonica di Torino, il conservatorio statale “Giuseppe Verdi” e la Fondazione Merz. La rassegna conferma il ruolo del museo Egizio come laboratorio della contemporaneità, dove la storia millenaria dell’antico Egitto dialoga con i linguaggi artistici del presente attraverso progetti multidisciplinari che intrecciano archeologia, musica e arte contemporanea.
Da gennaio a dicembre 2026, la suggestiva Galleria dei Re ospiterà ogni mese una domenica mattina dedicata alla musica, in un programma che spazia dal barocco al jazz, dalla musica contemporanea alle contaminazioni tra Oriente e Occidente. “La scelta di rendere Onde un appuntamento stabile nel calendario culturale della città nasce dalla volontà di rafforzare il legame tra il museo Egizio e le istituzioni musicali del territorio”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Questo nuovo sodalizio rappresenta un modello di collaborazione virtuosa, dove la ricerca archeologica e le arti si incontrano per generare esperienze culturali innovative e accessibili gratuitamente alla comunità”.
Appuntamento dunque domenica 18 gennaio 2026, alle 11, con il concerto “Dalle corti al tango” del conservatorio statale “Giuseppe Verdi” di Torino che porterà i partecipanti in un affascinante viaggio musicale tra l’antico e il moderno. Il giovane artista Ivan Homolskyi alla fisarmonica, ci accompagnerà alla scoperta di questo strumento tra suggestioni barocche, virtuosismo, ritmi serrati, cantabilità. I partecipanti potranno visitare gratuitamente la Galleria delle Sekhmet in Galleria dei Re.
Taranto. Al museo Archeologico nazionale il concerto del Trio Dante – I Funamboli della musica, primo appuntamento dell’anno della rassegna “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto, musica e aperitivo”, promossa dal MArTa con l’orchestra della Magna Grecia e L.A. Chorus
Con il concerto del Trio Dante – I Funamboli della musica domenica 18 gennaio 2026 apre al museo Archeologico nazionale di Taranto la stagione 2026 di “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto, musica e aperitivo”, la rassegna di musica e archeologia organizzata in collaborazione con l’Orchestra ICO della Magna Grecia e L.A. Chorus, con la direzione artistica del maestro Maurizio Lomartire. . Musica e archeologia: un binomio risultato vincente e che il museo Archeologico nazionale di Taranto, diretto da Stella Falzone, e l’Orchestra ICO della Magna Grecia, diretta dal maestro Piero Romano, rinnovano anche per il 2026. “È una formula che ha registrato il tutto esaurito in ogni appuntamento accrescendo la migliore conoscenza dell’intera esposizione temporanea e permanente del MArTA”, dicono gli organizzatori, “ma anche avvicinando un pubblico sempre più vasto a due eccellenze territoriali che collaborano da anni per migliorare l’offerta culturale del territorio”. Appuntamento dunque domenica 18 gennaio 2026 con il concerto del Trio Dante – I Funamboli della musica con Luca Marziali, violino; Roberto Molinelli, viola, arrangiamenti; Alessandro Culiani, violoncello. Un caleidoscopico viaggio musicale dall’opera lirica al rock. Tre strumentisti dall’elettrizzante energia che suonano come un’orchestra. Ingresso al museo da corso Umberto al costo di 10 euro. L’accesso sarà consentito dalle 10 per la visita guidata, con inizio alle 10.30. L’accesso al concerto sarà dalle 11, con inizio alle 11.15. A seguire, l’aperitivo nel chiostro del Museo a partire dalle 12.15. Biglietti acquistabili presso Orchestra ICO della Magna Grecia, in via Giovinazzi 28 a Taranto, oppure su VIVATICKET: https://www.vivaticket.com/…/trio-dante-i…/293890.
Ecco il calendario della stagione 2026 con 12 concerti in cartellone. 18 gennaio 2026, TRIO DANTE – I FUNAMBOLI DELLA MUSICA, Luca Marziali: violino; Roberto Molinelli: viola, arrangiamenti; Alessandro Culiani: violoncello. Un caleidoscopico viaggio musicale dall’opera lirica al rock. Tre strumentisti dall’ elettrizzante energia che suonano come un’orchestra. 22 febbraio 2026, HA DA PASSA’ ‘A NUTTATA – CONCERTO PER EDUARDO, Maurizio Pellegrini: voce recitante; Quartetto d’archi del Collegium Musicum. Musiche arrangiate/composte da Paolo Messa. Un percorso nella drammaturgia di Eduardo ad opera di Maurizio Pellegrini. Un omaggio musicale per ritrovarci insieme nel suo camerino o in quel basso da cui da troppo tempo si aspetta che passi “’a nuttata”. 8 marzo 2026, MIGRANTES – UN VIAGGIO TRA SPERANZA E UMANITÀ, Francesco Buzzurro: chitarra; Quartetto Goffriller. Musiche originali di Francesco Buzzurro. Un’esperienza sonora profonda che trascende il confine tra arte e impegno civile. Un potente affresco emotivo dedicato al tema universale e drammatico delle migrazioni contemporanee. 22 marzo 2026, SONO NATO CON LA BOCCA APERTA – CANZONI E STORIE DELLA CUCINA PUGLIESE, Paolo Sassanelli: voce recitante; Martino De Cesare: chitarre; Umberto Sangiovanni: pianoforte. Uno spettacolo teatrale che intreccia parole, musica dal vivo e memoria popolare. Tra ironia, poesia e tradizione pugliese, la scena si fa tavola condivisa, dove le storie nutrono quanto il pane. 12 aprile 2026, VOCI DAL NORD E DAL SUD D’EUROPA, Alessandro Fortunato: maestro del coro; L.A. Chorus: coro. La severa luminosità della musica corale nordica e la passione ritmica dei Balcani si coniugano all’interno di un paesaggio sonoro sorprendente. 26 aprile 2026, HISTORIAS DE TANGO, Ettore Bassi: voce recitante; Gennaro Minichiello: violino; Giovanna D’Amato: violoncello; Manuel Petti: fisarmonica; Gisela Tacon e Nelson Piliu: ballerini di tango. La straordinaria voce di Ettore Bassi, con il supporto di un ensemble strumentale, guida il pubblico in un viaggio emotivo tra baladas, milongas, passioni, disillusioni e tradimenti, restituendo il pathos e l’ironia della cultura sudamericana. 17 maggio 2026, LUCI E OMBRE: ITINERARI POLIFONICI TRA RINASCIMENTO E BAROCCO, Vincenzo Scarafile: maestro del coro; L.A. Chorus: coro. Da Palestrina sino a Monteverdi, la varietà e la ricchezza di due secoli in cui la polifonia ha raggiunto vette di perfezione e ha posto le basi del linguaggio della musica moderna. 31 maggio 2026, LE AVVENTURE DI PINOCCHIO – SENTIERI ALTERNATIVI IN UNA FAVOLA IMMORTALE, Amanda Sandrelli: narratore; Fabio Battistelli: clarinetto; Ensemble dell’Orchestra della Magna Grecia. Musiche originali di Maurizio Lomartire. Amanda Sandrelli ripercorre, con una lettura insolita e avvincente, le avventure del burattino più celebrato della storia della letteratura di ogni tempo. La musica originale di un quartetto fa da piacevole commento. 27 settembre 2026, POLIFONIE DEL FUTURO: VOCI ITALIANE E OLTRE, Luigi Leo: maestro del coro; L.A. Chorus: coro; In collaborazione con ARCoPU e con il Coro Giovanile Pugliese. Un viaggio che restituisce la coralità come strumento di indagine del presente: un’arte capace di parlare all’uomo di oggi, attraverso il suono collettivo delle voci che diventano memoria, speranza e immaginazione di futuro di pace. 18 ottobre 2026, LA MUSICA MIRACOLOSA – STORIA DEL PIANISTA DEL GHETTO DI VARSAVIA, Stefano Valanzuolo: voce recitante; Francesco Nicolosi: pianoforte. Il racconto appassionato della storia vera di un uomo sopravvissuto all’orrore grazie al suo grande amore per il pianoforte e per Chopin. 15 novembre 2026, PAROLE, PAROLINE, PAROLACCE – IL MONDO DEL BELLI, Stefano Messina: voce recitante; Pino Cangialosi: pianoforte. Una rilettura in musica dei sonetti di un poeta quantomai attuale. Tra fustigazione di costumi ed esaltazione della più intima quotidianità, la visione del mondo, inconfondibilmente “romanesca”, di un artista popolare e arguto. 13 dicembre 2026, VOICES OF HOPE: SPRITUAL & GOSPEL TRADITIONS, Danilo Cacciatore: maestro del coro; L.A. Chorus: coro. La produzione intreccia pagine antiche e moderne, mostrando la continuità di un linguaggio spirituale che attraversa i secoli trasformandosi in un canto universale di speranza, libertà e comunione.
Adria (Ro). Al museo Archeologico nazionale visita accompagnata “Alla scoperta di Adria Antica”
Sabato 17 gennaio 2026, alle 15 e alle 17, al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro) visita accompagnata “Alla scoperta di Adria Antica”: appuntamento per il terzo sabato di ogni mese con il personale del museo che accompagna i partecipanti nella visita delle sale. Attività compresa nel costo dell’ingresso, gratuito per gli abbonati. Info e prenotazioni: 0426 21612 o drm-ven.museoadria@cultura.gov.it
Appia antica (Roma). Il parco archeologico per “Arte fuori dal Museo” promuove “Love Appia”, il progetto partecipato del fregio marino scoperto a Villa di Sette Bassi: visite guidate specialistiche al cantiere di restauro. Ecco le date
Il parco archeologico dell’Appia Antica di Roma presenta “Art Out of the Museum / Arte fuori dal Museo”, il progetto realizzato in collaborazione con LoveItaly e Federalberghi Lazio, che apre al pubblico un’importante esperienza di valorizzazione e conoscenza del patrimonio archeologico. Protagonista dell’operazione è il timpano marmoreo con creature marine, un reperto di eccezionale valore stilistico rinvenuto nel corso delle recenti indagini archeologiche nella Villa di Sette Bassi, importante complesso archeologico all’interno del parco archeologico dell’Appia Antica. Il progetto ha inizio con un importante intervento di restauro del manufatto aperto ai visitatori, un’occasione unica per osservare il dialogo tra ricerca archeologica e pratica conservativa prima che il timpano inizi il suo iter espositivo programmato al Sina Bernini Bristol Hotel.
Un Cantiere Aperto ai Visitatori. In linea con le più moderne strategie di public archaeology, l’attività di restauro non sarà confinata ai soli addetti ai lavori, ma diventerà il fulcro di un programma di visite guidate specialistiche. L’obiettivo è offrire al pubblico una prospettiva privilegiata sulle fasi operative del restauro, sulle tecniche di intervento e sul contesto storico-archeologico di rinvenimento. Le visite guidate permetteranno di approfondire: Il Contesto Archeologico, le indagini del “Corpo B” della Villa di Sette Bassi, finanziate dal Piano Nazionale Complementare al PNRR; L’Iconografia del Reperto, lo studio del bassorilievo raffigurante il Tritone e l’analisi stilistica riconducibile all’età Antonina (fine II sec. d.C.); Le Fasi del Restauro: l’illustrazione delle tecniche di pulitura e consolidamento del marmo direttamente sul manufatto.
Appuntamenti: sabato 17 gennaio 2026, ore 10, 12 e 15; sabato 24 gennaio 2026, ore 10, 12 e 15; domenica 1° febbraio 2026, ore 9, 10.30, 12 e 15 (ingresso gratuito in occasione della #domenicalmuseo). Ritrovo sempre a Villa di Sette Bassi, ingresso da via Tuscolana 1700. Prenotazioni tramite app o portale Musei Italiani selezionando il biglietto “LOVE Appia. Il restauro partecipato del fregio marino” o il giorno stesso dai totem posizionati all’ingresso del sito, esclusivamente con carta di pagamento elettronico. Il cantiere di restauro è aperto a scolaresche e gruppi scolastici che possono richiedere visite didattiche al cantiere di restauro e all’area degli scavi archeologici. Per informazioni e prenotazioni, è necessario contattare il Servizio Educativo del Parco all’indirizzo: pa-appia.servizioeducativo@cultura.gov.it.
“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: presentata a Roma al ministero della Cultura la grande mostra con oltre 700 reperti, alcuni inediti, che aprirà al Palazzo Ducale di Venezia: un confronto inedito e peculiare, un’indagine sul rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo. Gli interventi di Giuli, Squarcina, Forlanelli, Gribaudi e Brugnaro

Testa di Thesan / Leucotea dal Tempio A di Pyrgi (350 a.C. ca.) conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Gambe di donna con iscrizione alle Ninfe dallo scavo del Bagno Grande di San Casciano dei Bani (foto sabap-si)
Sarà la Testa di Leucothea da Pyrgi, immagine potente e liminare, legata al mare e alla protezione dei naviganti, straordinario prestito del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ad aprire il percorso attraverso le 12 stanze dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Venezia, ad aprire il percorso della mostra “Etruschi e Veneti. Acque culti e santuari”, in programma dal 6 marzo al 29 settembre 2026: oltre 700 reperti, alcuni inediti come i 58 bronzi etruschi da San Casciano dei Bagni (Si) mai esposti prima, creano un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: da sinistra, Giovanna Forlanelli Rovati, Alfonsina Russo, Alessandro Giuli, Luigi Brugnaro, Mariacristina Gribaudi, Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)
La mostra, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati, il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, frutto di una rete virtuosa tra istituzioni, università, musei e professionisti, che proseguirà con un secondo momento espositivo a Milano nell’autunno 2026, è stata presentata a Roma, nella Sala Spadolini del ministero della Cultura, mercoledì 14 gennaio 2026, presenti il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro; la presidente della Fondazione musei civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente della Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; e la co-curatrice della mostra e direttrice scientifica della Fondazione musei civici di Venezia, Chiara Squarcina; dei quali proponiamo gli interventi integrali, anche se l’audio non è dei migliori. Ha moderato Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il ministro Alessandro Giuli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)
“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli, “non è soltanto la sintesi e l’esposizione di reperti, ma è il racconto di un contesto, di una storia, di una stratificazione, che riporta l’archeologia nella sua dimensione più autentica. È una riflessione capace di mettere in relazione il tempo lungo del passato con le emergenze del presente e le domande sul futuro. Una mostra ha senso se “antichizza” il presente e, al tempo stesso, rende presente l’antico nel suo dialogo con la nostra contemporaneità. Le testimonianze di questa esposizione che giungono da epoche remote e lontane non sono mai frammenti muti e passivamente osservati da studiosi, appassionati e visitatori, ma sono il punto di riferimento di uno sguardo ben preciso, di un’attitudine, di una volontà che, attraverso oggetti, luoghi e contesti culturali, si ricollega con le radici di antiche comunità di cui noi siamo i discendenti. Questa mostra sceglie la prospettiva della relazione: non è soltanto il racconto su un popolo o su una civiltà isolata, ma si propone di far dialogare ciò che già anticamente era in dialogo: il mondo degli Etruschi e quello dei Veneti. Unendo il versante tirrenico con quello adriatico della nostra penisola, gli Etruschi e i Veneti sono due idealtipi di un modo di abitare l’antico, il viaggio, il mare, il mondo, in una dimensione di apertura che necessariamente la geografia della nostra penisola impone, induce e incoraggia fin dalle origini”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la co-curatrice Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)
“La mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari trae origine dalla volontà di affrontare un tema finora inedito”, ha spiegato la co-curatrice Chiara Squarcina, “non tanto quello relativo al confronto tra la civiltà etrusca e quella veneta, già oggetto di riflessione scientifica e di aggiornamento delle conoscenze, bensì quello volto ad indagare il rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo veneto, nel tentativo di metterne a fuoco affinità e specificità. Il panorama che ne deriva risulta popolato da molteplici divinità, preposte chi alle acque salutifere, chi al guado di un grande fiume, chi ancora agli approdi marittimi, insediati ciascuna all’interno di scenari particolari, siano essi sorgenti sananti o porti ospitali, di cui l’elemento-acqua costituiva il fulcro oltre che talora anche il potenziale oggetto di culto”.

Coppia di orecchini in oro con testa di Acheloo dalla Tomba 148A, conservati nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

Bronzetto di Paride arciere conservato al museo Archeologico Nazionale di Altino (foro parco archeologico altino)
“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, in cui a emergere è il dialogo tra due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti scambi e relazioni lungo quel confine nella ‘terra tra i due fiumi’, tra il basso corso dell’Adige e l’antico corso orientale del Po. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza di uomini e di donne. Sarà un confronto inedito e peculiare, un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, nel corso del I millennio a.C.: mari, fiumi, sorgenti salutifere e acque termali sono gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito e per lo scambio culturale. L’esposizione riunisce reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane. La mostra si configura così come un momento di sintesi avanzata della ricerca archeologica, volta a coniugare rigore scientifico e forte impatto mediatico.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la presidente della fondazione Rovati Giovanna Forlanelli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)
“Questa iniziativa”, ha ribadito la presidente Giovanna Forlanelli, “conferma l’apertura della nostra Fondazione alla collaborazione con le Istituzioni pubbliche in una prospettiva condivisa di valorizzazione del nostro grande patrimonio artistico-culturale”. Proprio la Fondazione Luigi Rovati di Milano ospiterà infatti un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026 (14 ottobre – 10 gennaio 2027) rafforzando una collaborazione virtuosa tra istituzioni e territori, fondata sulla ricerca archeologica e sulla valorizzazione del patrimonio nazionale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: Mariacristina Gribaudi (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)
“Questo progetto espositivo”, ha sottolineato la presidente Mariacristina Gribaudi, “racconta, una volta di più, la capacità dei Musei civici veneziani di saper raccogliere intuizioni e proposte di grande valore scientifico, di fare rete con studiosi, con istituzioni, rendendosi protagonisti e coordinatori di ricerche, indagini e dialoghi inediti. E lo fa parlando a tutti: specialisti, curiosi, visitatori, cittadini e pubblico internazionale, per arricchire la visione, la crescita, la curiosità di tutti e di ciascuno”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il sindacp di Venezia, Luigi Brugnaro (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

Cratere a volute attico a figure rosse, Pittore di Kleophon Lato A: processione ad Apollo delfico, dalla Tomba 57C, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)
“Questa mostra è il risultato di un lavoro lungo e condiviso”, ha concluso il sindaco Luigi Brugnaro, “costruito con serietà scientifica e grande collaborazione istituzionale, anche dai privati. Desidero per questo ringraziare il ministro della Cultura Alessandro Giuli e tutta la struttura del Ministero, insieme alla Fondazione Musei Civici di Venezia, ai curatori, ai musei prestatori, alle università e a tutti i professionisti che hanno reso possibile il progetto. Venezia, città di scambi e di incontri, è il luogo ideale per raccontare una storia che parla di relazioni: l’acqua come via di collegamento, i santuari come spazi di comunità, e un’Italia antica fatta di differenze ma anche di tratti comuni. La cultura serve a questo: a capire, a costruire cittadinanza, a dare un senso di unità al Paese rispettando le identità dei territori. Creare legami è sempre più difficile che dividere, ma è l’unica strada che genera conoscenza, rispetto e futuro. Questa mostra, non è soltanto esposizione, ma anche ricerca e convegnistica a tema. È un invito a ritrovare, attraverso la storia, il valore di ciò che ci unisce. L’invito è di venire a vedere questa mostra con curiosità e con calma, magari più di una volta, tornando dopo aver visitato anche i diversi siti coinvolti e i musei prestatori”.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia apre la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec su uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita la mostra “Il tesoro ricamato delle Regine. Una prospettiva fotografica contemporanea”, un progetto di Dana & Stéphane Maitec che porta a Roma uno dei patrimoni più raffinati e simbolici dell’identità culturale romena: i costumi tradizionali appartenuti alle Regine della Romania, oggi conservati nella collezione della Famiglia Reale Romena. La mostra si svolge nel contesto dell’Anno Culturale Romania – Italia 2026, programma strategico bilaterale svolto sotto l’alto patrocinio del Presidente della Romania, S.E. Nicușor Dan, e del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e propone uno sguardo inedito su questi abiti storici attraverso la fotografia contemporanea di Dana & Stéphane Maitec. “Il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è lieto di ospitare questo progetto espositivo che si inserisce in un programma di cooperazione culturale di alto profilo, volto a valorizzare e intrecciare storia, arte e identità culturale in un dialogo profondo tra Romania e Italia”, afferma la direttrice del Museo, Luana Toniolo. “Siamo certi che questa proposta culturale inviterà il pubblico a riscoprire il valore universale del patrimonio tessile e artigianale attraverso lo sguardo contemporaneo della fotografia e rinnovando la vocazione del Museo come luogo di incontro tra civiltà e linguaggi artistici, ben oltre i confini geografici e temporali”. E l’Ambasciatrice di Romania in Italia, Gabriela Dancau: “Le camicie delle Regine ci narrano un momento essenziale della storia della Romania moderna, in cui l’abito tradizionale è stato elevato al rango di simbolo di Stato, di strumento diplomatico e di espressione di un’identità preservata con dignità e lucidità. Il fatto che questa mostra venga presentata nella programmazione dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, in un museo dedicato a una delle più antiche civiltà d’Europa, conferisce all’iniziativa un ulteriore significato: quello di un incontro simbolico tra strati di storia e forme diverse di memoria culturale, accomunati dalla medesima aspirazione alla durata, al senso e alla bellezza. Riaffermiamo in questo modo l’impegno comune della Romania e dell’Italia a porre la cultura al centro della relazione bilaterale, quale strumento di diplomazia, spazio di riflessione e fondamento del nostro futuro europeo condiviso”. La mostra è compresa nel biglietto di ingresso al Museo
Le fotografie attraversano una pluralità di capi e frammenti – camicie ricamate (ii), fote, catrințe, oprege, brâuri – restituendo la complessità di un sistema tessile in cui ogni motivo possiede una forte valenza simbolica. Rombi, croci stilizzate, segni vegetali e geometrie parlano di fertilità, protezione, ciclicità e relazione con il cosmo, rivelando la ricchezza semantica dell’ornamento tradizionale. Accanto alle immagini fotografiche, la mostra include installazioni tridimensionali – un arco di trionfo, una colonna, un paravento – che traducono il linguaggio del ricamo in forme spaziali, sottolineandone la dimensione scultorea e architettonica. Il filo diventa struttura, il punto cucito si fa ritmo, e l’ornamento si trasforma in spazio attraversabile. Il tesoro ricamato delle Regine non propone una lettura nostalgica della tradizione, ma una sua riattivazione contemporanea. Attraverso la monumentalizzazione del dettaglio, Dana & Stéphane Maitec restituiscono al ricamo la sua forza originaria, trasformandolo in un linguaggio visivo autonomo, capace di dialogare con il presente e con un pubblico internazionale, nel cuore di Roma.
Lontani da un approccio documentario tradizionale, gli artisti rileggono i costumi reali mediante la fotografia di dettaglio, isolando e ingrandendo ricami, trame e motivi ornamentali fino a trasformarli in vere e proprie architetture visive. Il dettaglio, normalmente percepito come elemento decorativo marginale, diventa protagonista assoluto: superficie, materia e spazio si fondono in un’esperienza visiva immersiva che invita il visitatore a un’osservazione lenta e contemplativa. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, le Regine e le Principesse della Romania hanno svolto un ruolo decisivo nella valorizzazione del costume popolare, trasformandolo da abito contadino in elemento centrale del guardaroba reale. La Regina Elisabetta (1843 – 1916) fu la prima a riconoscerne il valore identitario, mentre con la Regina Maria (1875 – 1938) il costume tradizionale divenne un autentico linguaggio politico e culturale, simbolo della Romania moderna e strumento di rappresentanza internazionale. In questo dialogo tra mondo rurale e spazio monarchico prende forma uno stile reale romeno, colto e profondamente radicato nella tradizione.
Roma. Al Parco delle Acacie di Pietralata scoperte due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana in un intervento di archeologia preventiva diretto da Fabrizio Santi: “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali”. La soprintendente Daniela Porro: “Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde”

Vasca monumentale e ingresso di una tomba di età repubblicana scoperte a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi nel corso degli scavi di archeologia preventiva condotti al Parco delle Acacie in via di Pietralata, quartiere nell’area orientale di Roma. Le indagini sono state effettuate dalla soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito di un programma urbanistico e rientrano nelle attività istituzionali del ministero della Cultura a tutela del patrimonio archeologico. “Le tombe individuate costituiscono un’importante testimonianza dell’occupazione di questa parte di suburbio da parte di un facoltoso gruppo familiare, mentre le due vasche monumentali aprono scenari di ricerca stimolanti”, spiega l’archeologo Fabrizio Santi. “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali o, meno probabilmente, produttive oppure legate alla raccolta delle acque: uno studio scientifico approfondito permetterà di contestualizzare questi ritrovamenti e comprenderne il ruolo all’interno del paesaggio antico, per restituire alla collettività il significato autentico di queste testimonianze del passato”. “È proprio in contesti come questo”, secondo Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, “apparentemente distanti dai luoghi più noti della metropoli antica, che emergono elementi capaci di arricchire il racconto della Roma archeologica come città diffusa e che hanno contribuito in modo determinante al suo sviluppo. Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde, ancora tutte da esplorare. Inoltre, questi ritrovamenti confermano l’importanza dell’archeologia preventiva come strumento indispensabile perché lo sviluppo urbano sia associato alla tutela e si accompagni a una maggiore conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio”.

L’interno di una tomba a camera di età repubblicana scoperta a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Iniziate nell’estate del 2022 all’interno di un’area molto vasta, circa 4 ettari, le indagini, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi – archeologo della soprintendenza Speciale di Roma – sono tuttora in corso e hanno restituito un contesto ampio circa un ettaro di grande interesse che testimonia una occupazione dal V – IV secolo a.C. al I secolo dopo Cristo e, meno assiduamente, tra il II e il III secolo d.C. Un lungo asse viario nell’antichità attraversa l’area di scavo, su di un terreno interessato dal passaggio di un corso d’acqua, che si immetteva nel non lontano Aniene. Di particolare rilievo è il sacello a pianta quadrangolare, costruito sopra un deposito votivo e collegato, secondo le prime ipotesi scientifiche, al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la via Tiburtina. Le due tombe a camera, appartenenti con ogni probabilità a una gens facoltosa, testimoniano inoltre la presenza di un insediamento aristocratico strutturato in età repubblicana. Gli scavi, diretti dalla soprintendenza Speciale di Roma del ministero della Cultura, proseguiranno nei prossimi mesi e, al termine delle attività sul campo, sarà avviato uno studio finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire questi importanti ritrovamenti alla fruizione e alla conoscenza della collettività.
LA STRADA. La strada si articola in due tratti distinti: uno, più vicino a via di Pietralata, in terra battuta, l’altro, in prossimità di via Feronia, tagliato nel tufo. Anche se la percorrenza doveva essere più antica, le prime tracce di una regolarizzazione dell’asse stradale, da Nord-Ovest a Sud-Est, dovrebbero risalire alla età medio-repubblicana (III secolo a.C.), quando venne costruito un grosso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da un muro in opera incerta. Nel I secolo d.C. la strada, ancora in uso, venne provvista di un nuovo battuto e delimitata da altre murature in opera reticolata. La parte vicina a via Feronia ha un periodo d’uso tra il III secolo a.C. e il I d.C., e nella sua fase più antica, la tagliata nel banco di tufo, si riconoscono alcuni solchi carrai. Nel II-III secolo dopo Cristo alcune modeste tombe a fossa ubicate lungo l’asse stradale documenterebbero il graduale abbandono del percorso.
IL SACELLO. Dalla strada si accedeva ad un piccolo edificio di culto a pianta quadrangolare (4,5 per 5,5 metri), con murature in opera incerta di tufo e tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro, in asse con l’ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco da identificare con un altare o parte di esso. Un avancorpo in muratura sulla parete di fondo, al centro, doveva essere la base di una statua di culto. Lo scavo ha evidenziato come il sacello sia stato realizzato al di sopra di un deposito votivo dismesso, al suo interno teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Reperti che portano a pensare che il sacello fosse destinato al culto di Ercole, il dio venerato sulla vicina Via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, con vari templi. Alcune monete di bronzo permettono di datarne la realizzazione tra la fine del III e il II secolo a.C.
TOMBE DI ETÀ REPUBBLICANA. Sul pendio di tufo che degrada da via di Pietralata, all’interno di un unico complesso, due corridoi distinti e paralleli (dromoi) conducono a due tombe a camera risalenti al IV – inizio III secolo a.C. La tomba A presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia, caratterizzato dalla presenza di un portale in pietra (stipiti e architrave), chiuso internamente da una grossa e pesante lastra monolitica. All’interno della tomba sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne tutti in peperino.

Tomba di Pietralata: tra i materiali rivenuti due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata (foto ssabap-roma)
Tra i materiali rivenuti si segnalano due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta a vernice nera. La tomba B, forse realizzata in un momento di poco successivo, ma sempre in età repubblicana (III secolo avanti Cristo), era chiusa con grandi blocchi di tufo. La camera sui lati presenta banchine per la deposizione dei defunti, tra cui un uomo di età adulta di cui è stato per ora recuperato soltanto parte del cranio, sul quale è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica. Le due tombe, all’interno dello stesso complesso funerario, dovevano presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, di cui ne rimangono solo alcuni, mentre gli altri dovettero essere asportati e reimpiegati già in età romana. Una simile costruzione fa ipotizzare che l’edificio appartenesse a una gens facoltosa e potente che operava in questo comparto territoriale.
LA VASCA EST. La struttura – circa 28 x 10 metri e profonda 2,10 metri –, venne realizzata nel II secolo avanti Cristo come si può ricavare dalla tecnica muraria utilizzata (opera incerta). A partire dal I secolo dopo Cristo dovette venir meno la sua funzione: ebbe inizio, infatti, un processo di abbandono culminato nella sua definitiva chiusura alla fine del II secolo. Le murature in opera cementizia erano sicuramente rivestite di un compatto intonaco bianco quasi del tutto distaccatosi con l’abbandono e di cui ne rimangono alcune tracce; tutta la struttura era sormontata da una cornice in blocchi di tufo di grandi dimensioni. Al centro dei due lati lunghi sono presenti due nicchie con volta a botte, su un lato corto un dolio inglobato nella gettata di cementizio e infine sull’altro una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che comunque non arriva al fondo della vasca. Al di là della presenza e della raccolta d’acqua, la sua funzione rimane incerta: si potrebbe pensare, anche sulla scorta dei rinvenimenti effettuati (terrecotte architettoniche, frammenti ceramici, di cui alcuni con graffiti) a un uso cultuale o, se così non fosse, a qualche tipo di attività produttiva. La vasca era alimentata da un sistema di canalette provenienti sia dal corso d’acqua che dal pendio ancora esistente a lato di via di Pietralata.
LA VASCA SUD. È stata rinvenuta una seconda vasca monumentale scavata nel banco tufaceo dalle dimensioni di 21 × 9,2 metri che raggiunge una profondità di circa 4 metri. La vasca risulta delimitata esternamente da murature in blocchetti squadrati disposti in maniera irregolare, che rivestono direttamente le pareti dell’invaso e che si possono datare nel II secolo a.C. Un secolo dopo vennero realizzati altri setti murari in opera reticolata e opera quadrata di tufo che delimitano perimetralmente la sommità della vasca. L’accesso a quest’ultima avveniva tramite una rampa in grandi basoli di tufo, appoggiata direttamente sul terreno. A seguire un’ulteriore rampa di larghezza inferiore, fatta in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, permetteva di raggiungere il fondo della vasca. La funzione di questo invaso monumentale non è al momento chiara, anche perché finora non sono stati ancora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque. Tuttavia, la vasca di Pietralata presenta alcune analogie – in particolare nel tipo di pavimentazione basolata della rampa di accesso – con la vasca recentemente scoperta a Gabii dall’università del Missouri in collaborazione con i musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii, datata nel III secolo avanti Cristo, della quale è stata ipotizzata una funzione sacra. Il materiale ceramico rinvenuto nell’interro che ha colmato la struttura sembrerebbe collocare il suo abbandono nel corso del II secolo d.C.




















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