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Scoperto a Gerusalemme edificio del periodo degli Asmonei (II-I sec. a.C.): è il primo

I resti dell'edificio del periodo della dinastia degli Asmonei scoperto a Gerusalemme

I resti dell’edificio del periodo della dinastia degli Asmonei scoperto a Gerusalemme

Prende forma la Gerusalemme del periodo asmoneo, quella che finora si conosceva solo attraverso le opere dello storico Giuseppe Flavio. Gli archeologi israeliani, della Israel Antiquities Authority, durante i lavori al parcheggio Giv‘ati, nella “Città di David”, non lontano dalla Città Vecchia di Gerusalemme, hanno riportato alla luce i resti di un antico edificio risalente al periodo asmoneo (II e I secolo a.C.). A Gerusalemme è la prima testimonianza di architetture degli Asmonei, la dinastia fondata da Simone Maccabeo che segnò l’inizio del regno di Giudea a partire dal 140 a.C., e mantenne il potere civile e religioso fino alla conquista romana, nel 37 a.C. quando alla guida del governo della regione fu posto Erode il Grande. I Maccabei, che essendo una famiglia di sacerdoti non discendevano idealmente dalla casa di David, non avevano potuto vantare un effettivo diritto al potere regale e per questo il loro regno venne messo in pericolo dall’opposizione dei Farisei, e il Talmud – testo sacro dell’Ebraismo – li ricorda appena. Per avere notizie della loro ascesa bisogna affidarsi alle informazioni riportate dalla Bibbia (libri I e II dei Maccabei) dove i sovrani asmonei, che ressero il Regno di Giudea fino alla metà del I sec. a.C., sono ricordati soprattutto per aver restaurato le istituzioni politiche e religiose dell’antico Israele.

Edificio asmoneo: è il primo che è stato portato alla luce a Gerusalemme

Edificio asmoneo: è il primo che è stato portato alla luce a Gerusalemme

“L’importanza di questa scoperta”, confermano Doron Ben Ami e Yana Tchekhanovets, direttori degli scavi per conto della Israel Antiquities Authority, “è innanzitutto dovuta alla scarsità di costruzioni della Gerusalemme asmonea finora emersa nelle ricerche archeologiche, malgrado tutti gli scavi condotti. A parte alcuni resti di fortificazioni cittadine scoperti in varie parti di Gerusalemme, il vasellame e altri piccoli oggetti, finora non era mai stato trovato nessuno edificio che caratterizzava la Gerusalemme asmonea: questa scoperta colma una sorta di lacuna nella sequenza della storia dell’abitato di Gerusalemme. Così la città asmonea, che ci era già ben nota dalle descrizioni storiche che appaiono nelle opere di Giuseppe Flavio, ha improvvisamente assunto un’espressione tangibile”.

Lo storico di origine ebraica Giuseppe Flavio

Lo storico di origine ebraica Giuseppe Flavio

Non è la prima volta che gli scritti di Giuseppe Flavio, scrittore storico politico e militare romano di origine ebraica, trovano riscontri archeologici. E che proprio Giuseppe Flavio avesse parlato degli edifici asmonei non stupisce, lui nato nel primo anno del regno di Caligola (37-38 d.C.) da una famiglia della nobiltà sacerdotale imparentata proprio con la dinastia degli Asmonei. Il suo nome ebraico era Giuseppe figlio di Mattia mentre il nome romano Flavio fu assunto in seguito, al momento dell’affrancamento e conferimento della cittadinanza da parte dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Il modello del palazzo reale degli Asmonei a Gerusalemme

Il modello del palazzo reale degli Asmonei a Gerusalemme

L’edificio asmoneo scoperto dagli archeologi si estende su circa 64 mq, per un’altezza fino a 4-5 metri. Si tratta forse dei resti di un forte, che ha restituito vasellame e monete. Le larghe mura della costruzione (spesse più di un metro) sono costituite da blocchi di calcare grossolanamente sbozzati, sistemati fra loro secondo un metodo caratteristico del periodo asmoneo. Benché all’interno della costruzione siano stati rinvenuti parecchi vasi di terracotta, ciò che più ha sorpreso i ricercatori sono state le antiche monete risalenti all’epoca di Antioco III e IV, alcune con il nome di Alessandro Ianneo scritto in greco antico. Ciò conferma che la struttura venne eretta all’inizio del II secolo ed è poi continuata nel periodo asmoneo, durante il quale vennero apportati vari cambiamenti.

È morto Viktor Sarianidi, l’archeologo russo che scoprì la “collina d’oro” in Battriana

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L’archeologo russo Viktor Sarianidi scoprì la “collina d’oro” nel 1978

Il sito di Gonur Tepe in Margiana

Il sito di Gonur Tepe in Margiana (Turkmenistan)

Il suo nome, Viktor Sarianidi, lo legherà per sempre alla “collina d’oro” che scoprì nel 1978 a Tillia Tepè, in Afghanistan: l’archeologo russo è morto il 23 dicembre a Mosca; era nato a Tashkent in Uzbekistan nel 1929. La sua prima scoperta, la civiltà dell’Oxis, risale al 1976 nell’area delle antiche regioni di Battriana (dalla città di Battria – in greco – l’odierna Balkh, nel nord dell’Afghanista) e di Margiana (come i greci chiamavano la satrapia persiana di Margu, l’odierna Merv, nel sud-est del Turkmenistan) : qui individuò una cultura dell’età del Bronzo sviluppatasi appunto intorno al fiume Oxis. Gli scavi di Sarianidi  alla fine degli anni ’70 del secolo scorso  ha portato alla luce numerose strutture monumentali in molti siti, fortificate da mura e porte imponenti. Il sito di Gonur Tepe, secondo Sarianidi, doveva essere quello della capitale della Margiana per tutta l’Età del Bronzo (2300-1700 a.C.).

La corona d'oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

Ma la scoperta che lo avrebbe reso famoso Viktor Sarianidi la fece due anni dopo, nel 1978, a Tillia Tepe, nel nord dell’Afghanistan, l’antica Battriana. Solo due anni di scavo, nel villaggio di Shibergan, interrotti bruscamente in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan, ma sufficienti a rivelare un tesoro inestimabile: sei tombe risalenti al I secolo a.C. Gli inumati – capi di tribù nomadi sedentarizzate – erano vestiti di maglie ottenute unendo tra loro piccole placchette d’oro e i corredi funebri comprendevano pezzi tanto preziosi quanto disparati, provenienti dalle razzie compiute: piccole immagini d’oro di fattura ellenistica, gioielli di tradizione scitica, e perfino una moneta dell’imperatore romano Tiberio. Furono recuperati 21618 oggetti, di cui 20587 d’oro.

Orecchino in oro e turchese con uomini e dragoni da Tillia Tepe

Orecchino in oro e turchese con un uomo insieme a dragoni dalle tombe di  Tillia Tepe (Afghanistan)

Il tesoro delle sei tombe appartenenti a una famiglia nobile, se non principesca, di nomadi kushan, è noto da allora come “oro della Battria” e costituisce senza dubbio una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo. Tra gli esempi più sorprendenti dei manufatti in oro ritrovati nelle tombe figurano una statuetta di Afrodite alata modellata secondo le forme sinuose di una divinità indiana, due fermagli decorati da figure di soldati macedoni, una corona completamente smontabile e trasportabile come si conveniva a un popolo nomade e due fibbie da calzatura che raffigurano un uomo su un carro forse volante che nelle forme, come pure per i dragoni che lo guidano, rivela un’ispirazione chiaramente cinese.

Tempio di Ciro vicino a Persepoli: un giallo archeologico insoluto. Unico esempio finora di architettura proto-achemenide con pantheon mesopotamico

L'edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran

L’edificio di epoca achemenide portato alla luce a Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran

Cos’era dunque questo monumentale edificio achemenide quasi una copia della porta di Ishtar a Babilonia, individuato nel 2011 a Tol-e Ajori, nella piana di Persepoli  nella regione di Fars in Iran meridionale, dalla missione archeologica congiunta irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento  di Beni culturali dell’università di Bologna, il Centro iraniano per la ricerca archeologica (Icar) e la fondazione di ricerca Parsa-Pasargadae col contributo economico dell’Università di Bologna, del Miur (Progetto PRIN 2009) e del Mae? Alireza Askari Chaverdi sembra non avere dubbi: si tratta di un tempio. Ma il giallo archeologico non pare destinato ad essere risolto in tempi brevissimi vista la maggiore prudenza espressa da Callieri che qui conclude la nostra lunga intervista. “Io parlerei di funzione cerimoniale o rituale”, spiega. “Anche se non abbiamo ancora la pianta completa, è chiaro comunque che ci troviamo di fronte a una struttura con un massiccio e spesso muro perimetrale e un ridotto spazio interno (cortile?): non può quindi essere un edificio residenziale. Meglio quindi un edificio utilizzato per rituali in ambito dinastico, come confermerebbe anche un frammento di mattone invetriato con un’iscrizione babilonese incompleta che ci riporta alla parola RE”.

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino)

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino)

Ciro, pochi anni dopo aver realizzato la capitale Pasargade (545-542 a.C.) conquistò Babilonia nel 539 a.C. quando la porta di Ishtar era stata costruita da circa mezzo secolo. “Quindi il monumento da noi scoperto”, continua Callieri, “fu realizzato dopo la conquista di Babilonia e il confronto iconografico puntuale con quello della Porta di Ishtar a Babilonia suggerisce una datazione all’epoca proto-achemenide. Il monumento rappresenta perciò la prima testimonianza monumentale nell’area del Fars centrale dove successivamente Dario I costruirà la terrazza monumentale di Persepoli”. Il monumento propaganda la cultura di Ciro profondamente legata al mondo elamita e babilonese. Ciro introduce nel Fars oltre al toro il “mushkhusshu” che a Babilonia è direttamente legato al dio Marduk, il dio della regalità. E lo fa “importando” nella piana di Persepoli la Porta di Ishtar, creando una tipica architettura rituale achemenide dove divinità e regalità sono collegate.

Il "mushkhusshu", il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

Il “mushkhusshu”, il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

“La presenza del toro e soprattutto del “mushkhusshu”, che nella successiva arte achemenide di Persepoli non è più presente”, fa il punto Callieri, “corrisponde a quel complesso pantheon persiano di origine mesopotamica ed elamita attestato sulle tavolette elamite delle Fortificazioni di Persepoli, che sotto la dinastia di Dario e Serse viene gradualmente ridimensionato in relazione al rapporto preferenziale del re con la divinità iranica Ahura Mazda (zoroastrismo)”. A indirizzare gli archeologi verso una realizzazione proto-achemenide c’è anche un altro elemento: il monumento non ha rapporto di orientamento con Persepoli, orientamento che invece rispetta con il sistema di canali circostante.

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Per la missione irano-italiana la scoperta di questo monumento è importante perché restituisce finalmente nell’area di Persepoli un’architettura precedente Dario. Ma allora a questo punto viene da chiedersi cosa ci fosse prima della terrazza di Dario in quella regione dominata da questo monumento alto 20 metri, che brillava al sole, ed era ben visibile a distanza. È uno dei problemi aperti, non l’unico. “Oltre a capire quale fosse la funzione dell’edificio di Tol-e Ajori e quando fu costruito”, continua il professore, “le prossime campagne di scavo dovranno risolvere anche il problema della sua distruzione”. Già lo scavo attuale ha rivelato danneggiamenti da spoliazioni recenti e distruzioni antiche: ma quando? “Per ora non siamo in grado di dirlo. Serse dice di avere distrutto il tempio dei demoni. Che intendesse l’edificio di Tol-e Ajori? Se la distruzione risalisse all’epoca achemenide, sarebbe la prova archeologica del cambiamento religioso avvenuto nell’impero persiano. Ma la demolizione dell’edificio potrebbe rientrare nelle distruzioni operate da Alessandro Magno. O addirittura ancora più tardi”.

Il prof. Piefrancesco Callieri mostra la planimetria dello scavo

Il prof. Piefrancesco Callieri mostra la planimetria dello scavo a Tol-e Ajori

Il futuro. “Prima della campagna del 2014”, anticipa Callieri, “dobbiamo acquisire le foto aeree realizzate negli anni ‘40 del secolo scorso. Stiamo già provvedendo perché siamo sicuri che potrebbero darci informazioni preziose”. Negli anni ’70, come abbiamo più volte ricordato, fu realizzata la grande diga sul fiume Kner per poter irrigare la pianura. All’epoca fu adottato il sistema di irrigazione a caduta che comportò il livellamento dei terreni con la distruzione di migliaia di dati archeologici. “Altro impegno per il 2014 o per le campagne successive”, conclude Callieri, “sarà lo scavo dell’ambito centrale (cortile?), cioè quello spazio ridotto che si apre tra le spesse mura. Per ora ne abbiamo solo ricostruito la pianta che ci ha permesso di avere un’idea del monumento. Lì in mezzo, almeno lo speriamo, potrebbero esserci delle ceramiche con le quali essere in grado di datare con precisione il monumento”.  Per ora il giallo archeologico resta insoluto. Non ci resta che attendere le prossime campagne.

(5 – fine. Precedenti post il 2, 7, 15, 19 dicembre)

Tempio di Ciro vicino a Persepoli, un giallo dell’archeologia. Sembra un “duplicato” della porta di Ishtar a Babilonia

L'edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran

L’edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran

Non era una fornace e né una apadana achemenide, e neppure una torre. Si ingarbugliano le ipotesi nel giallo archeologico dell’edificio achemenide individuato nel 2011 a Tol-e Ajori, nella piana di Persepoli  nella regione di Fars in Iran meridionale, dalla missione archeologica congiunta irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento  di Beni culturali dell’università di Bologna, il Centro iraniano per la ricerca archeologica (Icar) e la fondazione di ricerca Parsa-Pasargadae col contributo economico dell’Università di Bologna, del Miur (Progetto PRIN 2009) e del Mae. Ma allora cos’era questo singolare edificio dai muri perimetrali spessi 10 metri, a delimitare un piccolo ambiente centrale di modeste dimensioni, e in grado di sostenere un alzato impressionante di 20-30 metri che doveva dominare la piana? “Doveva essere sicuramente un edificio importante”, ci viene in soccorso il prof. Callieri che continua così, con la nostra intervista, a ripercorrere idealmente il diario di scavo a Tol-e Ajori. “Era a soli 3 chilometri e mezzo da Persepoli, ma diversamente da quest’ultima l’edificio di Tol-e Ajori non era stato costruito in pietra bensì in mattoni, cotti e crudi, secondo una tradizione elamita ben nota, e con il rivestimento esterno invetriato splendente al sole il quale, insieme all’altezza, lo rendeva visibile da lunghe distanze”.

Il frammento da Tol-e Ajori di un mattone invetriato con rilievo figurato

Il frammento da Tol-e Ajori di un mattone invetriato con rilievo figurato ben riconoscibile

Nuove sorprese. E qui è il momento di parlare di un’altra sorpresa venuta proprio dall’ultima campagna di scavo, quella del 2013, che sembra foriera di sviluppi sicuramente importanti e intriganti nel prosieguo delle ricerche dei prossimi anni. “Mentre i mattoni invetriati trovati nei corsi ancora in situ”, spiega Callieri, “e corrispondenti alla fascia più bassa dell’edificio, pur presentando colori diversi sono sempre a tinta unita –monocromi, dicono i tecnici-, i frammenti di mattoni invetriati collassati nel crollo delle strutture sono decorati a rilievo”. Purtroppo questo edificio fu distrutto più volte, già in antico ma anche in epoche più recenti. “Lungo il muro, nei detriti di crollo, è stata trovata una serie copiosa di frammenti di mattoni invetriati con rilievi provenienti da un apparato decorativo, rilievi che si possono comparare con quelli rinvenuti nel Palazzo di Dario a Susa”.

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino)

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino)

Un rilievo babilonese: il “mushkhusshu”. È interessante notare che, diversamente dalla fascia bassa del muro a decorazione uniforme, qui i rilievi decorati sono ben riconoscibili con raffigurazioni di animali fantastici: oltre al toro troviamo – ed è l’aspetto più interessante e intrigante-, il “mushkhusshu”, cioè il drago-serpente babilonese: un quadrupede con zampe posteriori di grifone munite di artigli, e le zampe anteriori di leone; il corpo, invece, è un ibrido con squame e la testa di serpente. Una bella raffigurazione di questo drago-serpente si trova sulla porta di Ishtar di Babilonia (ora tra le principali opere esposte al Pergamon Museum di Berlino). “Ma non si tratterebbe di una semplice somiglianza di soggetto”, interviene Callieri. “Qui si nota anche una stretta relazione con i pannelli decorativi della porta di Ishtar realizzati, come a Tol-e Ajori, in mattoni: la composizione delle immagini è identica. Addirittura sembra siano state usate le stesse matrici: stesse misure, stesse parti. Possiamo dire che a Toll-e Ajori siamo di fronte a una specie di duplicato della porta di Ishtar di Babilonia”.

Il "mushkhusshu", il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

Il “mushkhusshu”, il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

Edificio protoachemenide. La prima considerazione conseguente, secondo il co-direttore della missione irano-italiana, è lo spostamento della datazione del monumento a un periodo più antico rispetto alla costruzione di Persepoli, quindi a un periodo proto-achemenide. “Perciò ipotizziamo che l’edificio monumentale di Tol-e Ajori si possa far risalire all’epoca di Ciro o, al massimo, di Cambise. A supportare questa tesi ci sono alcuni dati specifici emersi dallo scavo cui abbiamo già accennato ma che è bene qui ricordare. Innanzitutto le diverse tecniche costruttive rispetto alla terrazza di Persepoli e poi, soprattutto, la presenza del “mushkhusshu” il drago-serpente babilonese che scompare nell’arte achemenide ufficiale -possiamo dire “classica” -, quella cioè che si manifesta da Dario in poi”. Nella nuova visione iranica del mondo il drago-serpente non ha infatti più motivo di essere, non va più bene perché per lo zoroastrismo –su cui poggia tutta l’organizzazione e la filosofia dell’impero persiano- quell’animale mostruoso non può essere che un demone.

L'uomo-pesce, rilievo sull'accesso al Palazzo S di Pasargade

L’uomo-pesce, rilievo sull’accesso al Palazzo S di Pasargade nel Fars (Iran)

“Per Ciro è diverso”, continua Callieri, “ancora intriso di cultura elamita e fortemente attratto da Babilonia. Non a caso nel suo palazzo a Pasargade, la città – sempre nella piana del Fars/Pars (la regione dell’altopiano iranico meridionale che ha dato poi il nome, Persia, a tutto il Paese) – che lui scelse come capitale, e città dove si è fatto seppellire, a Pasargade dunque sono presenti queste credenze babilonesi”. Ancora oggi, a Pasargade nel cosiddetto Palazzo S (che i turisti viene indicato come Palazzo delle Udienze di Ciro) possiamo vedere sulle lastre decorate a rilievo interne degli accessi alla sala principale del palazzo la raffigurazione dell’uomo-toro e dell’uomo-pesce. Solo il toro androcefalo alato, tipico dell’iconografia assiro-babilonese, rimarrà nell’arte classica achemenide: pensiamo alla monumentale Porta di Tutte le Nazioni o Porta di Serse che, alla sommità della scalinata monumentale all’ingresso della terrazza di Persepoli, oggi accoglie i turisti e 2500 anni fa le delegazioni dell’immenso impero persiano che venivano ad omaggiare il Re dei Re.

A questo punto Callieri ci invita a fare un’altra deduzione che conferma indirettamente la “retrodatazione” dell’edificio al periodo proto-achemenide di Ciro. “Se Dario era impegnato nella costruzione di Persepoli sopra la terrazza monumentale, un progetto impressionante, può sembrare perlomeno strano che a soli 3 chilometri e mezzo di distanza si sia impegnato nella realizzazione di un altro monumento altrettanto impegnativo”.

(4 continua. Nuovo post nei prossimi giorni. Precedenti post il 2, 7, 15 dicembre)

Tempio di Ciro vicino a Persepoli, un giallo archeologico: altro che apadana, è una torre. Invece…

L'edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli in Iran

L’edificio di epoca achemenide portato alla luce nello scavo di Tol-e Ajori, vicino a Persepoli

A Tol-e Ajori non c’era una fornace. Forse c’era un palazzo achemenide e quella individuata nel 2011 nella campagna di scavo archeologico nel Fars (Iran meridionale) a un tiro di schioppo da Persepoli poteva essere una apadana, la caratteristica sala delle udienze. Ma erano più i dubbi che le certezze per la missione irano-italiana diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, impegnata proprio a Tol-e Ajori, in una ricerca che stava diventando giorno dopo giorno un vero e proprio giallo archeologico. Lo rivelano le parole del prof. Callieri che qui continua la nostra intervista.

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajori

“Nella campagna del 2012 abbiamo avuto la seconda sorpresa che ha portato a modificare l’ipotesi che ci eravamo fatti l’anno prima”, esordisce l’iranista. “Quella struttura in mattoni si andava rivelando sempre più come un qualcosa che ricordava un muro con un proprio perimetro, piuttosto che la base di una terrazza: una struttura, ma all’epoca cominciammo a chiamarla muro, spessa ben 10 metri di cui due sezioni esterne di 2 metri e mezzo in mattoni cotti, a racchiudere al centro una sezione di 5 metri in mattoni crudi”. Cadeva quindi l’ipotesi che si trattasse di una piattaforma achemenide.

La Kabe-e Zartosht a Naqsh-e Rostam con dietro le tombe reali achemenidi

La Ka’be-ye Zardosht a Naqsh-e Rostam con dietro le tombe reali achemenidi

“Grazie ai dati emersi dalle prospettive geofisiche condotte da una missione irano-francese si è pensato si trattasse di una torre”, spiega Callieri, tipo quelle dei templi urartei a base quadrata o la più famosa Ka’be-ye Zardosht (Cubo di Zoroastro), monumento achemenide del V sec. che sorge a Naqsh-e Rostam, vicino a Persepoli, davanti alle monumentali tombe reali di Dario I, Serse I, Artaserse I e Dario II scavate sulla parete di roccia levigata come una lavagna, torre anch’essa a base quadrata il cui utilizzo pone ancora dei dubbi e fa discutere gli studiosi: torre-tempio del fuoco? Torre custodia dei libri dell’Avesta, con i testi sacri zoroastriani?  Torre tomba achemenide precedente Dario I? Ma la campagna del 2012 si chiuse senza portare certezze, anzi –come abbiamo visto- sollevando nuove ipotesi.

“La campagna di quest’anno – riprende Callieri – si era posta come obiettivo primario quello di scoprire l’ingresso alla presunta torre per avere più informazioni sull’utilizzo della struttura e quindi sulla veridicità della nostra ipotesi. Ma ancora una volta lo scavo di Tol-e Ajori ha finito per stupirci riservandoci sorprese che ci hanno costretto a modificare le nostre ipotesi, aprendo nuovi importanti interrogativi storici, artistici e culturali”.

Kabeh-e Zartosht, la torre achemenide più famosa, ma il cui utilizzo solleva ancora dubbi

Kabeh-e Zartosht, la torre achemenide più famosa, ma il cui utilizzo solleva ancora dubbi

“Se si trattava veramente di una torre – spiega Callieri – allora doveva esserci un ingresso. Per analogia con altre strutture achemenidi, abbiamo ipotizzato che l’ingresso di questa ipotetica torre potesse trovarsi nel lato sud-est. Perciò i primi sondaggi hanno puntato a confermare questa ipotesi, che sembrava corroborata in qualche modo dai risultati delle prospezioni geofisiche effettuate nel 2012 le quali, proprio nell’ipotetico lato sud-est dell’ipotetica torre, segnalavano nel terreno delle anomalie. Inoltre anche la forma quadrata sembrava sostenere la nostra ipotesi”. Lo scavo ha confermato che l’ingresso si trovava proprio a sud-est e questo, nell’animo degli archeologi, sembrava annunciare che poco a poco avrebbero avuto contezza anche della torre. Ma la conferma delle ipotesi di lavoro si è fermata alla presenza dell’ingresso monumentale proprio sul lato sud-est perché la pianta di quell’edificio enigmatico si andava rivelando giorno dopo giorno sempre meno quadrata e sempre più rettangolare. “Così decidemmo di allargare lo scavo e di tentare di seguire l’andamento del muro e capire fino a dove arrivasse”. A un certo punto la sua corsa è stata sventrata dallo scavo di un canale di irrigazione realizzato in occasione del livellamento agrario degli anni ’70. Ma il muro non finisce lì e continua in direzione Nordovest. Ma non si sa per quanto. Al momento ne abbiamo messo in luce 35,70 metri per 30 sul lato corto. Continueremo l’anno prossimo e cercheremo di capirci qualcosa di più. Un fatto comunque è certo: con la campagna di scavo 2013 è caduta anche l’ipotesi che l’edificio di Tol-e Ajori sia una torre”.

(3 . continua. Nuovo post nei prossimi giorni. Precedenti il 2 e 7 dicembre)

Pellegrinaggio di pace in Iraq: viaggio di fede tra archeologia e religione

Papa Francesco bacia la reliquia di Papa Giovanni Paolo II e la consegna a mons. Andreatta

Papa Francesco bacia la reliquia di Papa Giovanni Paolo II e la consegna a mons. Andreatta

Sarà un pellegrinaggio di pace nel cuore antico dell’Iraq. Lì dove ancora si spara e si muore l’Opera Romana Pellegrinaggi con il suo vicepresidente e amministratore delegato mons. Liberio Andreatta a guidare una delegazione di sacerdoti, giornalisti, archeologi (tra cui Massimo Vidale che in Iraq – in particolare a Ur – ha condotto più di una campagna di scavo) e personale dell’Orp da oggi, giovedì 12 dicembre, al 19 porta in Iraq un “gesto profetico”, tradizionale iniziativa proprio dell’Opera Pellegrinaggi Romana iniziata nel 1991 e da allora sempre benedetta dal Santo Padre.  “Il gesto profetico è un gesto simbolico. Si chiama “profetico” perché richiama i segni biblici, i segni che Dio ha compiuto per la salvezza dell’uomo e li ripropone nel tempo” spiega monsignor Andreatta che ha portato a Papa Francesco gli oggetti che materialmente verranno portati in Iraq come dono agli “uomini di buona volontà” di quella terra dilaniata da così tanti anni di guerra, di sofferenza e di dolore. “Il Gesto profetico in Iraq, il primo dopo un’interruzione di alcuni anni”, continua mons. Andreatta, “nasce nel segno del beato pontefice polacco: una reliquia di Giovanni Paolo II, un frammento della veste, intrisa di sangue, che indossava il giorno dell’attentato del 13 maggio 1981, verrà portata in pellegrinaggio in quella terra che Papa Wojtyła volle così intensamente visitare ma che non poté raggiungere per le note vicende belliche”.

Soldati americani salgono i gradoni della ziggurath di Ur

Soldati americani salgono i gradoni della ziggurath di Ur

La delegazione, guidata da monsignor Andreatta, durante il suo pellegrinaggio raggiungerà l’area di Thi Qar a Nassiriya. Ad Ur raggiungerà i luoghi di Abramo, e visiterà la sua abitazione.  Visiterà poi la Ziggurat, un monumento religioso, la cui edificazione risale a più di 4000 anni fa, e contemporaneamente anche osservatorio astronomico. Tra gli altri monumenti dell’antica città di Ur ricordiamo il tempio di Dub-Lal-Makh, la “Casa delle tavolette”, il cui arco di ingresso viene da molti ritenuto come il più antico esemplare della storia umana e il palazzo del Re Shulki, centro amministrativo dell’intero nucleo urbano.  I pellegrini attraverseranno la zona delle paludi, la zona delle “Marshland”, un ambiente naturale di meravigliosa bellezza la cui superficie tocca tre regioni del sud dell’Iraq: Thi-Qar , Missan e Bassora.

La tomba del profeta Ezechiele a Najaf

La tomba del profeta Ezechiele a Najaf

Gli abitanti delle paludi dell’Iraq meridionale rappresentano i discendenti diretti dell’antico popolo sumero e vivono in piccoli centri abitativi costituiti principalmente da particolarissime case galleggianti spesso raggiungibili esclusivamente in barca. Verrà raggiunto il Gennat Adan, il Giardino dell’Eden, luogo citato nel testo biblico e presente anche nella mitologia sumera. Nell’area di Babilonia verrà visitato il Santuario del profeta Ezechiele, citato nel testo coranico col nome di Zulkifli, luogo sacro sia per la comunità musulmana sia per quella ebraica e la stessa città di Babilonia, fondata sulle sponde del fiume Eufrate. Visiteranno la Moschea dell’Imām Alī nella città di Najaf, considerata dall’intera comunità sciita come il terzo luogo santo dell’Islam. Nella città di Karbala, a circa 100 km a sud-ovest di Baghdad, si trova uno dei grandi santuari sciiti: è quello dell’Imam Hussain, terzo Imam della Comunità Sciita. Infine a Baghdad avverrà l’incontro con le Comunità Cristiane.

Mons. Liberio Andreatta presenta al Santo Padre i doni da portare in Iraq

Mons. Liberio Andreatta presenta al Santo Padre i doni da portare in Iraq

L’Opera Romana Pellegrinaggi sta portando con sé dei doni che sono stati benedetti da Papa Francesco prima dell’Udienza generale del 4 dicembre scorso quando il Santo Padre ha voluto incontrare e salutare tutti i membri della delegazione. I doni sono: una statua di Giovanni Paolo II che verrà lasciata alla Cattedrale Caldea; il Reliquiario con la reliquia di Giovanni Paolo II per la Cattedrale Siro-Cattolica; l’Icona Processionale che verrà donata alla Cattedrale Armena e infine una Lampada della pace che verrà lasciata alla Cattedrale Latina. La statua del beato, realizzata da Demetz Art Studio Val Gardena, è in vetroresina bronzata ed è alta circa un metro e mezzo: la medesima statua è stata inaugurata e benedetta nella città di Santa Clara a Cuba dal Cardinal Tarcisio Bertone in occasione del decimo anniversario del viaggio apostolico del Santo Padre nella nazione latino americana.

La cattedrale siro-cattolica di Baghdad dove resteranno le reliquie

La cattedrale siro-cattolica di Baghdad dove resteranno le reliquie dal Santo Padre

Il reliquiario di ottone dorato, che contiene una piccola porzione della veste, intrisa di sangue, che Giovanni Paolo II portava il giorno dell’attentato in Piazza S. Pietro il 13 maggio 1981, ha pareti esterne di colore rosso su cui sono posti gli stemmi di Giovanni Paolo II e di Papa Francesco ed è rivestito all’interno con stoffa in raso di colore bianco. La lampada della pace, scultura alta oltre mezzo metro, è opera dello scultore Andrea Trisciuzzi realizzata in bronzo, argento e con base in legno di olivo. L’opera è stata realizzata in quattro esemplari di cui i primi tre sono stati collocati a Gerusalemme, nella Basilica del Santo Sepolcro, a Nazareth nella Basilica dell’Annunciazione, a Betlemme, nella Basilica della Natività. “La lampada della Pace” portata in Iraq è il quarto esemplare che è stato custodito a Roma nella Chiesa di S. Giovanni della Pigna in attesa di essere portata a Bagdad. La lampada della Pace è stata benedetta da Giovanni Paolo II l’11 febbraio del 2001 in occasione della Giornata dell’ammalato in Basilica di S. Pietro.

L'icona processionale con il Cristo Pantokrator su tavola

L’icona processionale con il Cristo Pantokrator su tavola

L’icona Processionale, realizzata da Maria Teresita Ferrari Donadei, rappresenta da un lato il Cristo Pantocratore ed è  tela su tavola rotonda:  “Ecco viene sulle nubi e ognuno lo vedrà” (Apocalisse 1,17).  Il dipinto rappresenta il Pantokrator nella gloria angelica. La gerarchia degli angeli è suddivisa in tre triadi a loro volta suddivise in tre cori, complessivamente in nove cori. Nell’Icona Madonna della Passione, Maria guarda il figlio con mestizia profetica mentre gli angeli mostrano gli strumenti della passione. Il Figlio, con moto improvviso e spaventato, perde il sandalo e rivolge alla madre uno sguardo interrogativo sfiorandola quasi a consolarla per il grande dolore che proverà. La foggia è medievale: si tratta di una tempera all’uovo su tavola di tiglio, senza giunture,  preparata con imprimitura ed eseguita secondo le antiche tecniche tradizionali del due – trecento toscano.  La doratura è in oro zecchino brunito, il manto del Cristo è stato dipinto col blu di lapislazzuli.

Papa Francesco saluta mons. Liberio Andreatta alla partenza per l'Iraq

Papa Francesco saluta mons.Andreatta in partenza per l’Iraq

Monsignor Andreatta guiderà il pellegrinaggio nella Terra di Abramo in sintonia con le parole che Papa Francesco ha pronunciato al termine dell’Udienza Generale del 30 ottobre 2013: “Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”.

Il giallo archeologico del tempio di Ciro vicino a Persepoli: prima una fornace, poi un’apadana…

La grande terrazza della città-palazzo di Persepoli  3,5 km da Tol-e Ajori

La grande terrazza della città-palazzo di Persepoli 3,5 km da Tol-e Ajori

La terza campagna di scavo archeologico a Tol-e Ajori a un tiro di schioppo da Persepoli sotto la direzione di Pierfrancesco Callieri (Università di Bologna) e di Alireza Askari Chaverdi (università di Shiraz) si è conclusa da poche settimane. “E l’edificio achemenide individuato nel 2011 si è rivelato molto particolare e decisamente, anzi totalmente diverso da quello ipotizzato in un primo momento”: Pierfrancesco Callieri inizia così il racconto dell’incredibile scoperta della missione irano-italiana nella zona di Bagh-e Firdouzi a 3 chilometri e mezzo da Persepoli verso ovest nella regione di Fars in Iran meridionale. La missione – ricordiamolo – ha come obiettivo di rintracciare la città che necessariamente doveva gravitare sulla capitale, la città-palazzo di Persepoli: un’area residenziale abitata dall’aristocrazia achemenide collegata alla corte del Re dei Re. “Tutta l’area pianeggiante attorno alla grande terrazza”, ricorda Callieri, “è costellata di piccoli tepè, le colline artificiali che in altre aree del Vicino Oriente vengono chiamate tell”. Sono tutti abbastanza ben conservati, nonostante gli sventramenti subiti negli anni Settanta del secolo scorso quando con la riforma agraria si procedette al livellamento dei campi. “In quei tepè abbiamo trovato edifici di epoca achemenide con qualche base di colonna. Niente di eccezionale”, ricorda Callieri. “Ma c’era una collina che attirava le nostre attenzioni per la gran quantità di mattoni presenti in superficie ma anche nelle sezioni”. Non a caso i locali da sempre chiamano quella collinetta artificiale Tol-e Ajori, che in farsi –la loro lingua- significa appunto “collina dei mattoni”. E non si trattava tra l’altro di frammenti di mattoni qualsiasi, ma di mattoni invetriati.

I corsi di mattoni di edificio achemenide ritrovati a Tol-e Ajori

I corsi di mattoni di edificio achemenide ritrovati a Tol-e Ajori

“L’ipotesi iniziale – ricorda Callieri – è che ci trovassimo di fronte a una fornace di mattoni o a un vero e proprio edificio di mattoni, vista proprio la preponderanza di frammenti di mattoni. Ma già all’apertura dei sondaggi iniziali sono cominciati a sorgere i primi dubbi”. Nel 2011, infatti, nel corso della prima campagna di scavo a Tol-e Ajori, la missione ha aperto due trincee che hanno individuato una struttura composta da mattoni crudi all’interno e da mattoni cotti nella parte esterna. “Era ancor presto per dire che si trattava di un muro, ma è certo che siamo rimasti subito stupiti dalle dimensioni della struttura: provate a immaginarvi cosa stava prendendo forma davanti ai nostri occhi! Partendo dall’esterno era emersa una sezione in mattoni cotti di ben 2 metri con la faccia a vista invetriata a creare un paramento di rivestimento”. In quella circostanza sono stati rinvenuti almeno 7-8 corsi di mattoni invetriati ancora in situ.

Il complesso sistema di segni guida per la messa in opera, usato Mesopotamia ed Elam, trovato a Tol-e Ajori

Il complesso sistema di segni guida per la messa in opera trovato sui mattoni a Tol-e Ajori

“Ma abbiamo trovato anche un altro dettaglio sorprendente e significativo: al di sopra dei mattoni erano dipinti i segni di istruzioni per il loro montaggio, un complesso sistema di segni guida per la messa in opera analogo a quelli utilizzati in Mesopotamia ed Elam. Questa tecnica già la conosciamo perché trovata nel palazzo di Dario a Susa”. E l’uso del bitume come malta per fissare i mattoni conferma che a Tol-e Ajori siamo di fronte a una tecnica di costruzione tipicamente elamita. L’Elam – ricordiamolo – era quella regione ultima propaggine della Mesopotamia, ai piedi dei monti Zagros, dove si era sviluppata una delle prime culture iraniche in contrapposizione alle culture dell’altopiano e in continuo conflitto-simbiosi con le civiltà mesopotamiche. È in Elam che venne fondata la prima capitale, Susa. Ma Tol-e Ajori l’uso del bitume come malta fissante non solo consentiva di impermeabilizzare la sezione esterna in cotto della struttura ma anche una migliore conservazione dei mattoni crudi interni.

Suggestiva visione dell'apadana di Persepoli

Suggestiva visione dell’apadana di Persepoli

“Alla fine della campagna del 2011 – continua Callieri – avevamo individuato una struttura muraria con una sezione di 2,5 metri di mattoni cotti e di ben 5 metri di mattoni crudi dei quali, al momento, non si vedeva la fine. Così se era difficile pensare che quello fosse un muro, l’ipotesi che si fece per prima –perché sembrava la più probabile- era che avessimo individuato una piattaforma achemenide, forse una apadana (la caratteristica sala delle udienze: la più famosa è quella di Persepoli). E intanto tramontava l’ipotesi iniziale che sotto Tol-e Ajori ci fosse una fornace”.

(2 – continua. Nuovo post nei prossimi giorni. Precedente: 2 dicembre)

La scoperta del tempio di Ciro vicino a Persepoli: un giallo dell’archeologia

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Il prof. Pierfrancesco Callieri in azione a Tol-e Ajiori vcino a Persepoli, in Iran

Che si tratti proprio di un monumento achemenide (tempio?), innalzato da Ciro il Grande ispirandosi alla porta di Ishtar di Babilonia prima che Dario realizzasse la grande terrazza di Persepoli, monumentale palazzo-capitale, quello portato alla luce a un tiro di schioppo proprio da Persepoli? È molto probabile. Ma sono ancora molti i dubbi da chiarire su quell’imponente edificio achemenide scoperto nel 2011 a Tol-e Ajori, nel Fars, regione nel meridione dell’Iran, e che da allora costringe gli archeologi a modificare le ipotesi avanzate fino a quel momento, stupiti ogni volta da nuove rivelazioni dello scavo.

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

“Non ci resta che attendere le nuove, prossime campagne di scavo”. Ne è convinto Pierfrancesco Callieri, ordinario all’università di Bologna, co-direttore con Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz della missione archeologica a Persepoli, appena tornato in Italia dall’ultima campagna di scavo. Dopo il primo eclatante annuncio fatto dal collega co-direttore iraniano (vedi post del 3 novembre) Callieri svela in questa nostra intervista tutti i dettagli di una scoperta entusiasmante. Il diario di scavo della missionr diventa così un vero e proprio racconto giallo dell’archeologia con suspence, colpi di scena e finale ancora tutto da scrivere.

Qui cercheremo di raccontare la storia e lo sviluppo di questa avventurosa scoperta archeologica seguendo in qualche modo proprio il diario di scavo attraverso le parole di Callieri, che della ricerca restituiscono non solo i dati oggettivi ma anche emozioni, delusioni, certezze, dubbi.

(1 – continua. Nuovo post nei prossimi giorni)   

 

A Bologna Petra “inedita” nel film di Castellani

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Petra come non l’avete mai vista, con gli occhi cioè del suo scopritore, lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che proprio due secoli fa individuò le rovine della città nabatea. Non è un caso quindi che il regista veneziano Alberto Castellani faccia iniziare proprio da Basilea il suo film, “Sulla via di Petra” che domenica 1° dicembre,  a metà pomeriggio, nella sala Risorgimento del civico museo Archeologico di Bologna, chiuderà alla grande l’edizione 2013 di “Imagines, obiettivo sul passato”, una tre giorni con il meglio della cinematografia archeologica promossa dal Gruppo archeologico bolognese.

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani, che con i suoi film ha documentato civiltà e culture dall’Egitto al Vicino Oriente alla Turchia, ci fa scoprire Petra non solo attraverso l’occhio ma anche le emozioni di Burckhardt, tra aspettative delusioni difficoltà certezze. In un crescendo di immagini spettacolari, il film si snoda tra Europa e Asia, supportato da una rigorosa ricostruzione storico-scientifica forte della consulenza di grandi esperti, come Andrea Bignasca direttore dell’Antikenmuseum Basilea, Stephan G. Schmid del Winckelmann Institut Humboldt Universitat di Berlino, Zuhair Zoubi direttore di Jordan Archeological Museums.

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l'altra Petra realizzata dai Nabatei

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l’altra Petra realizzata dai Nabatei

Così sulla “Via di Petra”, film che – ricordiamolo – è stato tra i più applauditi e apprezzati all’ultima Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, con l’obiettivo di farci scoprire Petra, a lungo dimenticata e avvolta nella leggenda, diventa un’occasione per farci visitare – proprio sulla scorta del diario di Burckhardt -, testimonianze archeologiche del territorio giordano note e inedite, contribuendo così a una migliore conoscenza del popolo dei Nabatei, a lungo protagonista del commercio carovaniero dall’Arabia al Mediterraneo. Ma nel film Castellani non ci affascina solo con la magia dei colori e del gioco di luci e ombre delle rocce e delle monumentali tombe nabatee di Petra, ma ci stupisce con un vero e proprio “scoop” cinematografico , presentandoci accanto alla “grande Petra”, oggi tra i siti archeologici più famosi al mondo, patrimonio dell’umanità dal 1985, anche la cosiddetta “seconda Petra”, altro capolavoro dei nabatei. Ma attenzione, c’è un dettaglio che rende ancor più preziose queste immagini, inedite ai più: Madain Saleh, come si chiama oggi questa “copia” della capitale nabatea, non si trova in Giordania, ma in Arabia Saudita, a cinquecento chilometri di distanza, in pieno deserto. I Nabatei nel loro percorso carovaniero dall’Oman e dall’India, per trasportare le spezie che poi commerciavano in tutto il Mediterraneo, scolpirono nella roccia delle montagne del deserto saudita un’altra Petra in un area molto più grande di quella originaria.

Alla proiezione bolognese di domenica 1° dicembre sarà presente il regista Alberto Castellani, col quale si potrà dialogare alla fine del film, in un pomeriggio aperto da un documentario su i Mochica, popolazione preincaica, seguito da un altro sui Micenei costruttori di navi.

Scoperto a Cipro villaggio di artigiani di 4500 anni fa: è il più antico dell’isola

Un particolare dello scavo del villaggio dell'Età del bronzo a Erimi

Un particolare dello scavo del villaggio dell’Età del bronzo a Erimi

Erimi è forse il villaggio di artigiani più antico che si conosca sull’isola di Cipro. È stato riportato alla luce da una missione italiana a Cipro coordinata dall’università di Firenze, che da cinque anni sta studiando l’area nel sud-ovest dell’isola dei cedri, coinvolgendo studenti, dottorandi e vari specialisti tra cui topografi, restauratori, paleobotanici, fisici, architetti a costituire un team di una trentina di persone. Erimi si sviluppò per un millennio tra il III e il II millennio a.C., cioè tra il Bronzo antico (2500 a.C.) e il Bronzo medio (1600 a.C.) presentando in nuce importanti elementi che nella Tarda età del Bronzo (II metà del II millennio a.C.) avrebbero portato a Cipro alla nascita delle città. E i risultati  raggiunti dalla missione italiana sono stati ritenuti di una tale importanza che il Dipartimento delle Antichità della Repubblica di Cipro ha dichiarato l’insediamento dell’Età del Bronzo di Erimi-Laonin tou Porakou (Limassol)  area protetta di interesse nazionale.

Il ritrovamento di fusaiole e strumenti per la tessitura, ma anche di vasche e di canalette, di oggetti propri della vita quotidiana familiare, e ancora spilloni e contenitori per le libagioni e sepolture multiple, ha permesso di ricostruire la vita e l’organizzazione di questo villaggio di artigiani dell’Età del Bronzo che già dalla sua articolazione urbanistica (sulla collina i laboratori, lungo le pendici le abitazioni, in piano le sepolture) denota già una notevole organizzazione sociale.

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Quindi non solo al rame deve la sua antica ricchezza di Cipro il cui nome, proprio per l’abbondanza del metallo sull’isola, ha finito per dare il nome al metallo stesso. Il villaggio scoperto dalla missione italiana guidata da  Anna Margherita Jasink, professore associato di civiltà egee dell’Università di Firenze, è direttore scientifico del Kouris River Project, e Luca Bombardieri, è il direttore scientifico della missione archeologica italiana a Erimi, ha rivelato una feconda attività di tipo artigianale, come la tessitura e la tintura dei tessuti, non legata quindi alla metallurgia. “Il gruppo di ricerca italiano ha il merito di avere sviluppato per primo un progetto di ricerca organicamente dedicato all’indagine estensiva del popolamento antico nell’area di Erimi”, spiegano Jasink e Bombardieri. “Questo insediamento, localizzato a sudovest dell’isola, in un’area finora poco considerata dagli archeologi, si estende su una alta terrazza calcarea che domina il corso del fiume Kouris ed un’ampia porzione della costa a meridione, in corrispondenza del golfo di Kourion”. Il progetto di ricerca di Erimi si svolge dal 2006 grazie alla collaborazione di varie istituzioni. In primo luogo, l’Università di Firenze con il Sagas (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo) e l’Università di Torino (Dipartimento StudiUm); ci sono poi il Department of Antiquities di Cipro, il Ministero Affari Esteri, l’Institute of AegeanPrehistory (Stati Uniti) ed il Mediterranean Archaeological Trust (Regno Unito), oltre ovviamente  alle autorità locali, come la Municipalità di Erimi che ha messo a disposizione anche la scuola diventata “quartier generale” durante la
missione.

Il logo della missione archeologica dell'università di Firenza

Il logo della missione archeologica dell’università di Firenza

“I risultati più significativi degli scavi, iniziati  cinque anni fa”, sottolineano gli archeologi italiani, “sono maturati quest’estate con il ritrovamento di reperti che contribuiscono a chiarire importanti aspetti legati alla sensibile fase di transizione fra l’organizzazione delle comunità di villaggio dell’Antico e Medio Bronzo e lo sviluppo della società pienamente “urbana” del Tardo Bronzo. Più in generale da questa missione sono emersi nuovi elementi sulle relazioni di Cipro con le altre civiltà del Mediterraneo”.  E precisano: “Il villaggio di Erimi comprende tre aree principali databili fra l’Età dell’Antico e del Medio Bronzo. Nella parte più alta della collina era collocato il complesso artigianale. I ritrovamenti attestano un concetto piuttosto avanzato di organizzazione del lavoro con due aree separate in base a distinte funzioni. Al chiuso si concentrava la produzione della tessitura, all’esterno della tintura. Il primo tipo di attività è testimoniato da alcuni oggetti, tra cui numerose fusaiole, in ottimo stato a seguito del crollo del tetto di un deposito. Il secondo dalla presenza di vasche, bacini, canalette dove avveniva il processo di coloritura delle stoppe. Infine dagli scavi nel quartiere residenziale, sulle pendici della collina, è emerso uno spaccato della vita domestica di questa  comunità. Ogni unità familiare è organizzata intorno a una corte aperta rettangolare. La presenza di molti oggetti attesta una condivisione di vari momenti della giornata a partire da quelli conviviali”.

Corredo ceramico rinvenuto a Erimi

Corredo ceramico rinvenuto al villaggio di Erimi

Nella necropoli, dislocata a valle, sono state ritrovate due tombe a camere. Una, in particolare, di grandi dimensioni è stata aperta e richiusa nel tempo a più riprese per consentire la sepoltura di cinque individui, ognuno dei quali ha il proprio corredo, appartenente probabilmente a uno stesso clan. “Nel complesso la nostra campagna è stata fortunata. Abbiamo rinvenuto molti oggetti integri o facilmente integrabili. Tra questi alcuni anche particolari come uno spillone in bronzo e un contenitore ceramico configurato a corpo di montone, adoperato per libagioni”, continuano gli archeologi Jasink e Bombardieri. Le ceramiche e altri oggetti ritrovati testimoniano inoltre che i contatti commerciali e culturali con tutta l’isola erano frequenti. Questi scambi avevano sicuramente favorito anche la ricchezza di Erimi, confermata anche dai corredi funerari, che ha toccato la sua massima espressione intorno al 1500 a.C.

Ma a un certo punto, verso la metà del II millennio a.C., il villaggio di Erimi viene abbandonato dai sui abitanti che sembrano aver maturato nuovi bisogni che li spingono ad aggregarsi con altre comunità e a darsi un’organizzazione più complessa. “È il cosiddetto processo di sinecismo”, concludono, “ che è alla base della nascita e sviluppo delle città sull’isola di Cipro”.