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Archeologia subacquea, missione in Israele dei robot italiani classe Tifone alla ricerca di tesori sommersi

L'antennina del robot subacqueo classe Tifone in azione in mare alla ricerca di tesori sommersi

L’antennina del robot subacqueo classe Tifone in azione in mare alla ricerca di tesori sommersi

Se entro il 1. luglio vi capita di navigare o balneare lungo le coste israeliane tra Cesarea e Akko, e per caso notate un’antennina che affiora tra le spume del mare e si muove in modo sospetto, tranquilli: non si tratta di qualche operazione segreta nelle acque territoriali di Israele né vi trovate nel bel mezzo del set di un nuovo film di James Bond mentre sta provando una delle sue nuove diavolerie tecnologiche. No, niente di tutto questo. Ma state assistendo in diretta a una missione archeologica alla ricerca di tesori sommersi e, più prosaicamente, per documentare i siti di interesse per l’Israel Antiquities Authority. Protagonisti della missione sono due robot subacquei autonomi, progettati dal dipartimento di Ingegneria industriale con la collaborazione del Centro “Enrico Piaggio” dell’Università di Pisa e un robot filoguidato, realizzato in collaborazione con il dipartimento di Scienza della Terra. Responsabile del progetto è Benedetto Allotta, ordinario di Meccanica applicata alle macchine, che dal 17 giugno al 1° luglio coordina le indagini in Israele. Nei fondali antistanti le coste israeliane si trovano infatti relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. La missione archeologica israeliano-americana che si occupa delle indagini ha chiesto la collaborazione del team di ricercatori fiorentini, coordinato da Benedetto Allotta, con la sua flotta di veicoli sottomarini. I Tifoni e Nemo aiuteranno gli archeologi nel lavoro di scoperta di nuovi relitti e reperti sommersi, di documentazione dei siti scoperti e pianificazione dei nuovi lavori da effettuare.

I due robot subacquei: il TifOne e il TifTu, le cui operazioni sono coordinati dal prof. Allotta

I due robot subacquei: il TifOne e il TifTu, le cui operazioni sono coordinati dal prof. Allotta

I due Tifoni – realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, attivo da marzo 2011 ad agosto 2013 – hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu naviga in superficie con l’antenna emersa, è localizzabile grazie al segnale Gps e può localizzare a sua volta TifOne, che naviga in immersione. Il progetto “Thesaurus”, acronimo per Tecniche per l’Esplorazione Sottomarina Archeologica mediante l’Utilizzo di Robot autonomi in Sciami”, ha per obiettivo rilevare, censire e monitorare a costi contenuti siti archeologici sottomarini, relitti e reperti isolati sommersi, fino a trecento metri di profondità. “Volevamo sviluppare veicoli che dessero la possibilità di effettuare ricognizioni a basso costo (e con minor rischio rispetto all’uso di subacquei professionali)”, spiga Allotta, “su ampi tratti di fondale marino e di ritornare periodicamente su siti precedentemente individuati per verificarne lo stato o riprendere i lavori di ricognizione e classificazione. A livello ingegneristico, l’obiettivo era quello di realizzare veicoli intelligenti che, mutuando tecnologie già sviluppate in campo militare e nel settore della ricerca petrolifera, riuscissero a fornire agli archeologi e agli scienziati interessati all’ambiente marino, come geologi, biologi, etc., strumenti dal costo relativamente contenuto e di facile utilizzo”.

Il team di ricercatori fiorentini coordinato dal prof. Benedetto Allotta, al lavoro in Israele

Il team di ricercatori fiorentini coordinato dal prof. Benedetto Allotta, al lavoro in Israele

TifOne – il primo dei veicoli che abbiamo realizzato, continua Allotta – e TifTu sono due Autonomous Underwater Vehicle della classe “Tifone”, nome scherzosamente preso a prestito dal libro di Tom Clancy “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”. “Li abbiamo realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, in collaborazione – oltre che con il Centro Piaggio dell’Università di Pisa – anche con l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione – CNR di Pisa e la Scuola Normale Superiore. I veicoli della classe Tifone, hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu è identico a TifOne dal punto di vista naval-meccanico, ma è equipaggiato con sensori e apparati diversi in quanto nella diade ognuno dei due robot ha un ruolo specifico”. Della flotta fa parte anche un piccolo robot filoguidato (ROV = Remotely Operated Vehicle) denominato Nemo, realizzato da Dipartimenti di Scienze della Terra e di Ingegneria industriale nell’ambito di una collaborazione di UNIFI con la Protezione Civile per l’emergenza Costa Concordia. Essendo collegato alla superficie con un cavo di comunicazione ad alta velocità, Nemo – che ha dato luogo a due richieste di brevetto internazionale attualmente in fase di valutazione – consente all’archeologo di essere “presente” sulla scena, guidando il robot con un joystick”.

Molti i relitti e i tesori sommersi presenti nelle acque davanti ad Akko, la vecchia San Giovanni d'Acri

Molti i relitti e i tesori sommersi presenti nelle acque davanti ad Akko, la vecchia San Giovanni d’Acri

I ricercatori e i tecnici con TifOne all'opera nelle acque antistanti Israele

I ricercatori e i tecnici con TifOne all’opera nelle acque antistanti Israele

Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso le coste Israeliane tra Caesarea e Akko (la vecchia San Giovanni d’Acri o semplicemente Acri) sono oggetto di indagine archeologica perché vi si trovano relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. Un team israeliano-americano, che comprende archeologi delle Università del Rhode Island e di Luisville, sta lavorando nella zona e ha chiesto la partecipazione dell’Università di Firenze che ha contribuito con 7 ricercatori, con i suoi due Tifoni e con Nemo. “TifTu – ricorda il coordinatore del team fiorentino – naviga in superficie con l’antenna emersa e sarà localizzabile grazie al segnale GPS. TifTu ha a bordo uno strumento acustico denominato USBL che gli permette di localizzare TifOne, che naviga in immersione. I due veicoli possono scambiare informazioni tramite strumenti di comunicazione chiamati modem acustici. TifOne ha a bordo i sensori (payload) che acquisiscono i dati di interesse archeologico, ovvero due telecamere e un sonar a scansione laterale (SSS = Side-Scan Sonar). Ha inoltre un sistema di navigazione accurato che consente di “sbagliare poco” nella propria localizzazione anche se non riemerge da molto tempo e non riceve i dati di localizzazione forniti da TifTu. Le immagini georeferenziate – conclude – serviranno a effettuare una ricostruzione tridimensionale dei siti in cui si potrà navigare virtualmente come in un videogioco”.

 

Pellegrini “Sulle vie della fede”: in occasione del viaggio-pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa su Tv 2000 il documentario di Alberto Castellani tra storia, tradizione, archeologia e spiritualità

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv "Sulle vie della fede"

Il regista Alberto Castellani sul set della serie tv “Sulle vie della fede”

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Papa Francesco è impegnato nel viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Pellegrini “Sulle vie della fede”. Oggi come ieri. Così nel giorno che Papa Francesco inizia il suo “storico” viaggio in Terra Santa tra Giordania Palestina e Israele, il canale satellitare TV 2000 propone questa sera (sabato 24) e domani sera (domenica 25) alle 21 la serie di documentari “Sulla via della fede”, appunto, prodotta dal regista veneziano Alberto Castellani, attivo nel settore della comunicazione audiovisiva, con particolari interessi su tematiche storiche, archeologiche e multiconfessionali. “Sta scritto – spiega il regista – che ci sono gesti dell’uomo che, in un variare di forme, si ripetono. Testimoniano qualche cosa che perdura, che segna indelebilmente l’ambiente: qualcosa di affermato, sostenuto e trasmesso di generazione in generazione come patrimonio irrinunciabile. Ad essi l’uomo non rinuncia. Perché in essi l’uomo riesce a comprendere sé stesso e vede svelato e realizzato il significato della sua esistenza. Tra questi “gesti” vi è il pellegrinaggio. Che è un viaggio, ma non un viaggio qualunque”. E proprio il viaggio di Papa Francesco ne è una prova tangibile.

Pellegrinaggi ieri e oggi: nel Medioevo pellegrini al Santo Sepolcro in Terra Santa

Pellegrinaggi ieri e oggi: nel Medioevo pellegrini al Santo Sepolcro in Terra Santa

Pellegrinaggi ieri e oggi: pellegrini moderni percorrono la Via Dolorosa a Gerusalemme

Pellegrinaggi ieri e oggi: pellegrini moderni percorrono la Via Dolorosa a Gerusalemme

“Sulle vie della fede” recupera la dimensione umana e religiosa del pellegrino di ieri e di oggi. È un viaggio percorso ai nostri giorni, per ritrovare lo spirito di ieri: un progetto di vita che attraversa la storia dell’uomo. L’occasione per riscoprire tracce di lontani itinerari, quel che resta di abbazie nascoste, di modesti luoghi di ristoro, di antichi ospedali, di semplici cappelle votive. Per prendere coscienza e idealmente condividere una quotidianità che il pellegrino di un tempo decideva di affrontare con un briciolo di follia. Un cammino quasi sempre ostile per ambienti avversi, variare di stagioni, esplodere di guerre e di epidemie, presenze di briganti o di feudatari dispotici. Vicende in cui possono convivere, come per ogni storia dell’uomo, gioie e dolori, disagi e gratificazioni, coraggio e debolezze, fede e credenze.

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

Gerusalemme, la Città Santa, è da secoli meta privilegiata dei pellegrinaggi

“Sulle vie della fede” diventa così un lungo racconto alla scoperta di un fenomeno che affonda le sue radici in quelle della storia più lontana a contatto con i pellegrinaggi dell’Egitto faraonico, della cultura mesopotamica, del popolo di Israele, dei misteri di Atene ed Eleusi, del mondo islamico e dell’estremo oriente, fino alle cronache dei primi pellegrini cristiani che cominciarono a frequentare, già nel terzo secolo, la terra di Palestina dove Gesù visse e svolse il suo ministero di predicazione e di amore. “Ho voluto comprendere – spiega Castellani – il desiderio di conoscenza che spinse la pellegrina Elena, madre dell’imperatore Costantino, a riscoprire i luoghi santi cristiani. Il perché, ad esempio, di quella sete di esperienza che indusse un’altra viaggiatrice, Egeria, ad attraversare le terre del Medio Oriente dal Sinai a Costantinopoli, a Gerusalemme”. Un “andare” destinato a diventare non più episodico ma fenomeno di massa vissuto dal pellegrino medievale.

Il regista Alberto Castellani con il film "Sulle vie della fede" ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Il regista Alberto Castellani con il film “Sulle vie della fede” ha ripercorso gli itinerari dei pellegrini

Castellani, per il suo programma, ha coinvolto un pool di esperti. Danilo Mazzoleni, decano del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Roma, come consulente soprattutto del pellegrinaggio che ha come itinerario finale Roma. Marina Montesano, docente di Istituzioni medievali e Storia medievale alle università di Genova e S. Raffaele di Milano ha suggerito alla regia itinerari e luoghi che avevano come destinazione Gerusalemme e Santiago di Compostela. Don Gianmatteo Caputo, architetto e consulente per la Cei dell’Ufficio Nazionale dei Beni Culturali nonché direttore Museo Diocesano d’Arte Sacra di Venezia, ha fornito il suo contributo soprattutto per quanto concerne il ruolo di Venezia, scalo fondamentale del pellegrinaggio medioevale. A questi consulenti si sono aggiunti poi i contributi di don Giorgio Maschio, della Facoltà Teologica del Triveneto, e di Maurizio del Maschio, studioso del dialogo interreligioso e conoscitore delle località della Terra Santa, anche quelle meno frequentate, che saranno visitate dalla troupe e di altri esperti appartenenti al mondo ebraico, islamico e dell’estremo oriente. “Roma, Venezia, Gerusalemme e più tardi Santiago di Compostela divengono così tappe codificate per il Cristiano itinerante”, conclude Castellani. “Un’esperienza mantenutasi nei secoli, testimoniata oggi da schiere di fedeli che con altri mezzi ma con simile spirito percorrono le stesse vie: le “vie della fede”, come suggerisce il titolo del programma.

A due giorni dal viaggio di papa Francesco, a Padova i maggiori esperti fanno il punto sui ritrovamenti archeologici in Terra Santa

La locandina dell'incontro di Padova “Terra Santa, archeologia e racconti evangelici” con Da Bahat e padre Eugenio Alliata

A Padova l’incontro “Terra Santa, archeologia e racconti evangelici” con Da Bahat e padre Eugenio Alliata

Papa Francesco si sta preparando per il viaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

Papa Francesco si sta preparando per il viaggio in Terrasanta sulle orme di Paolo VI

“Credo che la ricerca archeologica non sia mai fine a se stessa, specie quando è fatta in territori che coinvolgono la nostra fede. Senza alcuna paura e pregiudizio è dovere dello scienziato investigare e ricercare la verità che la scienza può restituirci. Non si tratta di chiedere conferme all’archeologia, ma di lasciare l’archeologia ci aiuti a comprendere la nostra comune storia”. È il pensiero di Dan Bahat, archeologo e docente all’Università di Toronto, protagonista con padre Eugenio Alliata, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum, nella sala dello Studio teologico del Santo a Padova, il 22 maggio alle 21.15, dell’incontro promosso con il contributo dell’università di Padova sui fondi per le iniziative culturali studentesche della Legge 3.8.1985 n. 429.

La rocca di Masada, famosa fortezza a strapiombo sul mar Morto, dove ha scavato Dan Bahat

La rocca di Masada, famosa fortezza a strapiombo sul mar Morto, dove ha scavato Dan Bahat

Dan Bahat, archeologo e docente all’Università di Toronto

Dan Bahat, archeologo e docente all’Università di Toronto

Padre Eugenio Alliata, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum

Padre Eugenio Alliata, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum

A due giorni dallo storico viaggio di papa Francesco in Terra Santa, sulle orme del suo predecessore Paolo VI, l’associazione culturale Antonio Rosmini, con il patrocinio della Custodia di Terra Santa e in collaborazione con ATS pro Terra Sancta presenta “Terra Santa, archeologia e racconti evangelici”, incontro con Dan Bahat e padre Eugenio Alliata, introduce don Filippo Belli esegeta e docente nella Facoltà teologica dell’Italia Centrale. Dan Bahat, uno dei maggiori archeologi ebrei, per anni ha diretto gli scavi nell’area del Muro del Pianto di Gerusalemme (portando alla luce il tunnel che scorre alla sua base) e a Masada (dove ha scoperto una serie di cocci con nomi di ebrei databili alla caduta della fortezza nel 73 a.C.). Insegna storia di Gerusalemme all’Università Bar-Ilan a Ramat Gan, Israele. Eugenio Alliata appartiene alla provincia francescana di S. Bonaventura, Piemonte. È laureato in teologia e in Archeologia Cristiana presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1985, dove ha conseguito anche il dottorato. Dal 1986 è professore di archeologia paleocristiana allo Studio e dal 2002 è segretario per le pubblicazioni di quest’ultimo.

"A Gerusalemme la fede s’interseca con la storia e senza alcuna paura e pregiudizio è dovere dello scienziato investigare e ricercare le verità che la scienza può restituirci" (Dan Bahat)

“A Gerusalemme la fede s’interseca con la storia e senza alcuna paura e pregiudizio è dovere dello scienziato investigare e ricercare le verità che la scienza può restituirci” (Dan Bahat)

L’incontro nasce da alcune sollecitazioni contenute in un’intervista a Dan Bahat pubblicata nei mesi scorsi sul quotidiano Avvenire. “Credo che la ricerca archeologica non sia mai fine a se stessa, specie quando è fatta in territori che coinvolgono la nostra fede», dichiarava lo studioso. «Io sono ebreo», proseguiva Bahat «e quale ebreo non posso che riconoscere la grande importanza dell’indagine sulle radici della mia fede. Lo stesso vale per i cristiani. A Gerusalemme la fede s’interseca con la storia e senza alcuna paura e pregiudizio è dovere dello scienziato investigare e ricercare le verità che la scienza può restituirci. Non si tratta di chiedere conferme all’archeologia, ma di lasciare che l’archeologia ci aiuti a comprendere la nostra comune storia”. L’archeologo israeliano parla dell’archeologia come strumento di comprensione più che di verifica. Non si tratta infatti di mettere in dubbio la veridicità di ciò che la tradizione ci ha consegnato, ma conoscere e approfondire attraverso i dettagli e le notizie di vita quotidiana, fatta di spazi, muri e oggetti quasi banali, la vita che ci è raccontata nei Vangeli. Per questo motivo la “Rosmini” ha chiesto a padre Alliata di raccontare nel suo intervento proprio la vita quotidiana a Cafarnao ai tempi di Gesù.

La basilica ottagonale e la casa di Pietro a Cafarnao prima della costruzione della basilica sopra il sito archeologico

La basilica ottagonale e la casa di Pietro a Cafarnao prima della costruzione della basilica sopra il sito archeologico

Oggi in Terra Santa sono conservati luoghi precisi, spesso consacrati dalla costruzione di una basilica edificata a loro protezione. Sono siti visitati da migliaia di pellegrini, e fra qualche giorno anche da papa Francesco, perché tramandati come i veri luoghi in cui si sono svolti i fatti più importanti della vita di Gesù, dal concepimento miracoloso di Nazareth, la sua nascita a Betlemme, alla sua vita quotidiana a Cafarnao durante i suoi anni di vita pubblica fino alla frequentazione del tempio di Gerusalemme e la sua passione, morte e resurrezione. Luoghi molto cari ai cristiani. Come ci insegna infatti Sant’Agostino, “Non si può amare senza conoscere, e non si può conoscere senza amare”.

 

Scoperti nove nuovi manoscritti di Qumran sul mar Morto: trovati in laboratorio in Israele tra i materiali di scavo degli anni ‘50

I rotoli del mar Morto: i manoscritti trovati nelle grotte di Qumran

I rotoli del mar Morto: i manoscritti trovati nelle grotte di Qumran

A più di sessant’anni dalla scoperta di cosiddetti “rotoli del Mar Morto” Qumran riserva ancora sorprese: nove piccoli rotoli di testo sono stati individuati all’interno dei filatteri (gli astucci, usati dai religiosi ebrei, che contengono piccoli rotoli manoscritti con un testo biblico) acquisiti negli scavi degli anni ’50 del secolo scorso. L’annuncio nel corso del Seminario di Ricerca internazionale “The History of the Caves of Qumran”, organizzato dall’Istituto di Cultura e Archeologia delle terre Bibliche della Facoltà di Teologia di Lugano: “Trovati nuovi manoscritti di Qumran”. Ma non sono tornati alla luce durante nuove esplorazioni delle grotte affacciate sul mar Morto bensì studiando il materiale conservato nei depositi. L’archeologo Yonatan Adler, della Ariel University, lavorando sui materiali degli scavi archeologici degli anni ’50, ha infatti ritrovato alcuni filatteri ancora intatti. È stato possibile individuare al loro interno i manoscritti grazie a speciali fotografie (multispectral imaging) realizzate dall’Israel Antiquities Authority.

Le grotte di Qumran affacciate sul mar Morto in Israele

Le grotte di Qumran affacciate sul mar Morto in Israele

Qumran era una località abitata da una comunità essena sulla riva occidentale del Mar Morto, nell’attuale Cisgiordania, vicino alle rovine di Gerico. Il sito fu costruito tra il 150 a.C. e il 130 a.C. e vide varie fasi di occupazione finché, nell’estate del 68, Tito, al comando della legione X Fretensis, la distrusse. La località è divenuta famosa in seguito alla scoperta, risalente alla prima metà del Novecento, dei cosiddetti Manoscritti del Mar Morto e dei resti di un monastero dove si ritiene vivesse una comunità di Esseni.

Dalla loro scoperta, negli anni '50, i manoscritti del mar Morto sono oggetto di studio

Dalla loro scoperta, negli anni ’50, i manoscritti sono oggetto di studio

I Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di manoscritti nei pressi del mar Morto. Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. I rotoli del Mar Morto sono composti da circa 900 documenti, compresi testi della Bibbia Ebraica, scoperti tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Khirbet Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. I testi sono di grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma alcuni anche su papiro. E furono realizzati tra il 150 a.C. e il 70 d.C. Fino al 1968 la maggior parte delle pergamene conosciute e dei frammenti sono stati custoditi nel museo Rockefeller (già noto come Museo Archeologico della Palestina) a Gerusalemme. Dopo la “guerra dei sei giorni” pergamene e frammenti sono stati spostati al Santuario del Libro, al museo di Israele.

I preziosi filatteri con nuovi manoscritti da Qumran

I preziosi filatteri con nuovi manoscritti da Qumran

L'archeologo Yonatan Adler

L’archeologo Yonatan Adler

I filatteri scoperti da Yonatan Adler provengono dalle grotte 4 e 5 di Qumran, scavate nel 1952 dall’archeologo Roland de Vaux. Tra il materiale trattato dal laboratorio per la conservazione dei rotoli dell’Israel Antiquities Authority, sono stati rinvenuti tre astucci contenenti nove piccoli rotoli manoscritti. “Non capita ogni giorno di poter scoprire nuovi manoscritti. È stata veramente una grande emozione”, ha commentato Adler. “Sono molto orgogliosa che nel nostro laboratorio, impiegando le tecnologie più avanzate, possiamo ricostruire la storia di duemila anni fa”, ha sottolineato Pnina Shor, direttrice del laboratorio per la conservazione dei rotoli dell’Israel Antiquities Authority).

Refusi nelle iscrizioni achemenidi di Persepoli: li ha scoperti il filologo Rossi dell’Orientale di Napoli che sta pubblicando il nuovo corpus delle iscrizioni reali persiane di 2500 anni fa

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran: ora si studiano le iscrizioni trilingui

Sono passati 2500 anni da quando gli scalpellini persiani hanno inciso sulla pietra grigia le iscrizioni che il Re dei Re aveva loro ordinato di scrivere sulle pareti dei palazzi di Persepoli, capitale dell’impero persiano: nella maggior parte erano manifesti propagandistici della dinastia achemenide che dovevano raggiungere il più ampio numero di sudditi possibile. Di qui la necessità di redigere i testi nelle tre lingue all’epoca più diffuse: l’antico persiano, l’elamico e il babilonese. Tre lingue diverse, ma gli stessi caratteri di scrittura: i cuneiformi. Non stupisce quindi che in questi testi,  redatti dagli scribi di corte che dovevano avere un altissimo livello culturale, e incisi da più modesti artigiani, ci possa essere scappato qualche errore di ortografia, o come si dice oggi qualche refuso. Solo che a scovare questi errori non è stato un “correttore di bozze” al soldo di re Ciro o Dario, ma un professore dell’università L’Orientale di Napoli, il filologo  Adriano Rossi, che 25 secoli dopo la loro realizzazione si è messo a studiare quei testi e, come i maestri di un tempo, a segnare gli errori di ortografia.

Iscrizione achemenide trilingue del periodo di re Serse trovata a Persepoli

Iscrizione achemenide trilingue del periodo di re Serse trovata a Persepoli

Il prof. Rossi è direttore della missione epigrafica dell’Orientale e dell’ISMEO chiamata DARIOSH, che ricorda il nome in persiano di Dario, ma che in realtà è un acronimo per il progetto Digital Achaemenid Royal Inscription Open Schema Hypertext, curato in collaborazione con l’università della Tuscia. All’interno di questo progetto è stato inserito un programma pilota, della durata di un biennio, rivolto al corpus delle iscrizioni di Persepoli (complessivamente formato da circa 220 unità testuali, di cui 83 in anticopersiano, 66 in elamico e 69 in babilonese, corrispondenti a varie centinaia di esemplari epigrafici più o meno completi o frammentari).  Il filologo ha lavorato a lungo in Iran, dove ha illustrato ai suoi colleghi iraniani il metodo di studio che gli italiani applicheranno alle iscrizioni dei palazzi imperiali di Persepoli-Pasargade (corrispondenti ai re Ciro il grande, Dario, Serse e successori, 560-330 a.C.). “Possiamo avere diversi tipi di errori nelle iscrizioni achemenidi trilingui (antico-persiano, elamico, babilonese). A volte si tratta dell’omissione di un segno cuneiforme, in altri casi si tratta di segni scritti in modo che noi riteniamo ‘sbagliato’ dal punto di vista dell’ortografia”, spiega Rossi. In quest’ultimo caso, per esempio, in un testo antico-persiano, il nome del grande dio della dinastia achemenide, Auramazda, è scritto come se Aura e Mazda fossero due parole separate, anziché una sola. “L’obiettivo del programma Dariosh”, continua, “è la produzione di un prototipo attendibile in vista della catalogazione digitale dell’intero Corpus delle iscrizioni reali achemenidi, da pubblicare come riedizione aggiornata (in ottica interlinguistica) del sotto-corpus iscrizionale di Persepoli, con l’uso dell’inglese come lingua progettuale per spiegare i testi achemenidi”.

Il filologo Adriano Rossi dell'Orientale di Napoli

Il filologo Adriano Rossi dell’università L’Orientale di Napoli

Rossi è da poco tornato dall’Iran, dove ha effettuato ulteriori riscontri sul campo coordinando un gruppo di specialisti italiani, unico in grado di curare una nuova edizione critica delle iscrizioni trilingui achemenidi perché interamente basato sull’Orientale, l’unico ateneo al mondo in cui tutte e tre le lingue sono attualmente insegnate. La prima e ultima edizione del genere fu pubblicata nel 1911 dallo studioso tedesco Franz Weissbach, ma a quell’epoca era nota poco più della metà delle iscrizioni che conosciamo ora. Nel progetto Dariosh è inclusa anche la verifica e l’aggiornamento del repertorio fotografico delle iscrizioni di Persepoli e dei loro supporti, nonché di mappe, ricostruzioni ed altre elaborazioni grafiche da realizzare durante brevi periodi di soggiorno in Iran e in altre sedi museali (l’Iranian Cultural Heritage Organization – ICHO e il National Museum of Iran di Tehran contribuiranno alle spese di soggiorno in Iran). “Le foto delle iscrizioni achemenidi disponibili in Europa sono datate, di inadeguata qualità e coprono a malapena un terzo dell’intero corpus; con il nostro progetto si renderanno disponibili per il corpus persepolitano foto di elevato livello qualitativo curate dall’ICHO e digitalizzate per l’accesso a distanza tramite Internet”.

Suggestiva visione dell'apadana di Persepoli

Suggestiva visione dell’apadana di Persepoli

Gli archeologi italiani sono sempre stati in prima linea negli scavi della città imperiale di Persepoli, un riconoscimento per la ricerca italiana se si considera che l’impero achemenide, quello di Ciro il Grande, è considerato una gloria intoccabile per tutti gli iraniani e lo è sempre stato anche dopo l’avvento della Repubblica islamica. Con il nuovo corso del presidente Hassan Rohani, gli scambi si sono intensificati e il clima è diventato ancora più amichevole, in parte anche grazie alle ricerche degli archeologi dell’Orientale. «I legami tra gli archeologi italiani, in special modo dell’Orientale, e l’Iran, sono sempre stati forti, ma solo ora se ne inizia a parlare”, conclude Rossi. “Dopo anni di lavoro in Iran ora ci confrontiamo con una nuova generazione di dirigenti iraniani nei posti giusti. È verosimile che questa collaborazione possa crescere ancora. Ormai non sono pochi i giovani iraniani che vengono a studiare in Italia e i legami si rinsaldano sempre”.

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? Una missione italiana di archeologi del cibo in Israele alla ricerca del menù della Pasqua

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell'Ultima Cena

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell’Ultima Cena

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? L’unica fonte disponibile, i Vangeli, dicono poco o nulla e sono pure in contraddizione. A cercare di scoprirlo sarà una spedizione italiana di “archeologi del cibo” con un’indagine sulle abitudini alimentari che li porterà da Tel Aviv a Gerusalemme nel mese di aprile. Gli studiosi, che lavorano in importanti musei di Torino, sono diventati divulgatori di “Archeoricette” e da due mesi stanno studiano al caso del menu del Cenacolo, incrociando le informazioni delle diverse branche dell’archeologia e tentando di approfondire le conoscenze sull’arte culinaria del tempo di Gesù. “Benché non ci siano testi che lo documentino”, spiegano gli archeologi Generoso Urcioli e Marta Berogno, “l’arte della cucina esisteva ben prima del Medioevo. Ogni civiltà ne ha avuta una”.

L'Ultima Cena in un mosaico di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna

L’Ultima Cena in un mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna

Secondo quanto dicono i vangeli sinottici, il giovedì mattina i discepoli si presentarono a Gesù e gli chiesero in quale luogo egli volesse celebrare la Pasqua ebraica. Gesù mandò due discepoli (Luca specifica Pietro e Giovanni) in città dicendo loro che avrebbero incontrato lungo la via un uomo con una brocca d’acqua, diretto verso la casa del suo padrone. I due avrebbero dovuto seguirlo e chiedere al padrone di casa se era possibile per Gesù celebrare la Pasqua nella sua dimora. Il Cenacolo, secondo le ultime ipotesi, andrebbe individuato nella casa del padre, o comunque di qualche parente, di Marco, il futuro evangelista (ritenuto da alcuni come il giovinetto fuggito nudo durante l’arresto di Gesù). Sulla cena, l’Ultima Cena, solo qualche cenno: l’uso di intingere il pane nelle erbe amare (gesto col quale Gesù svelò il traditore Giuda). Poi, mentre la cena andava avanti, senza che gli evangelisti diano particolari indicazioni in merito, Gesù compì un atto alquanto insolito nel rito pasquale. Prese del pane e dopo aver pronunziato la preghiera di benedizione, lo spezzò e dandolo ai discepoli disse: “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Poco dopo prese un calice colmo di vino e dopo averlo benedetto allo stesso modo disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. Così Gesù istituisce il sacramento dell’Eucarestia. In tutti i vangeli canonici, la passione di Gesù avviene in occasione della festa della Pasqua ebraica, la Pesach. Questa festa, che ricordava l’uscita degli Ebrei dall’Egitto narrata nel libro dell’Esodo, prevedeva un giorno di preparazione alla festa, la cena della Pasqua e il giorno di Pasqua. Nel giorno di preparazione della Pasqua, gli Ebrei portavano un agnello al Tempio (o più frequentemente lo acquistavano lì) per farlo sacrificare, poi tornavano a casa e preparavano una cena particolare carica di simboli collegati all’esodo (carne di agnello, erbe amare per ricordare la schiavitù in Egitto, pane azzimo per ricordare la fretta nell’uscita dall’Egitto, e diverse coppe di vino rituali). Giunto il tramonto, che secondo la tradizione in vigore presso gli Ebrei indicava l’inizio del giorno di Pasqua, si consumava il pasto pasquale. In Marco si dice chiaramente che le preparazioni per l’ultima cena avvennero il giorno prima di Pesach, e che si trattava della cena di Pesach, che viene consumata alla sera, quando è iniziato il giorno della Pesach. In Giovanni si dice esplicitamente che il pasto consumato è quello prima della festa di Pesach e che il pasto di Pesach deve essere ancora consumato; inoltre si narra che coloro che arrestarono Gesù non vollero entrare nel pretorio di Pilato per non diventare ritualmente impuri e poter quindi mangiare il pasto di Pesach, e poi si dice esplicitamente che il giorno della morte di Gesù “era la Preparazione della Pasqua”.

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Come si vede, gli elementi forniti dalle fonti – i Vangeli – sono alquanto modesti e generici. Per questo l’indagine sui cibi portati in tavola all’Ultima Cena portata avanti dai nostri “archeologi del cibo” non potrà che iniziare da piatti palestinesi dei nostri giorni, come Sabich, Chamin, Shakshouka o Rugelach per cercare di scoprire gli omologhi antichi. Nello studio degli archeologi del cibo ci sono comunque alcune certezze: una – spiegano – è che “Gesù e i suoi erano Ebrei e seguivano la tradizione”, l’altra che “il Cristianesimo è l’unica religione monoteista che non ha divieti alimentari”. Ma sono tanti i misteri culinari irrisolti: “Potrebbero avere compiuto – sottolineano i ricercatori torinesi – un atto rivoluzionario abbattendo le prescrizioni che il popolo eletto di Israele aveva introdotto per distinguersi dagli altri popoli del Vicino Oriente”. Per rispondere a questi dubbi Urcioli e Berogno hanno programmato una missione in Israele e Palestina, proprio nel periodo pasquale, accompagnati da una giornalista e fotografa, Sarah Scaparone. Per sostenere la ricerca che, al momento, non ha finanziamenti di alcun tipo, hanno aperto una pagina per il crowdfunding (www.ndiegogo.com/projects/ultima-cena).

Israele. Scoperta a Tel Kabri in Galilea una cantina di 4mila anni fa: è la più antica del mondo

Lo scavo a Tel Kabri in Galilea nel nord di Israele

Lo scavo a Tel Kabri in Galilea nel nord di Israele

Le nozze di Cana sono sicuramente la descrizione di un banchetto tra i più famosi riportati dai Vangeli: è in quella parabola, in cui Gesù compie il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, che veniamo a conoscenza dell’abitudine molto diffusa all’epoca di dare grandi feste a palazzo e di innaffiare le portate del banchetto con abbondanti libagioni di vino che i servi del padrone di casa andavano a prendere nelle cantine, vicine alla sala del ricevimento, dove il signore conservava il vino migliore. Ma quello di Cana non è l’unico esempio e neppure il più antico. Nella Bibbia il banchetto ha un simbolismo pregnante, dal banchetto dell’alleanza alla Pasqua del Signore, è il momento della comunione con Dio. E sempre il banchetto prevede il pasto (sacro) innaffiato di vino. Ora per quei racconti, per quelle parabole dallo scopo didattico-morale-religioso, ma che riprendevano comunque momenti di vita quotidiana in cui chi ascoltava poteva immedesimarsi, c’è un riscontro oggettivo: nello scavo archeologico  del Palazzo reale di Tel Kabri, in Galilea, storica regione della Palestina, oggi divisa amministrativamente tra Israele e Cisgiordania, sono stati trovati una sala per banchetti in grado di tenere mezzo migliaio di ospiti e un annesso magazzino con 40 giare risalente a 4mila anni fa, deposito che si è rivelato la più antica cantina di vino del mondo finora scoperta.

Una veduta aerea dello scavo del palazzo cananeo a Tel Kabri in israele

Una veduta aerea dello scavo del palazzo cananeo a Tel Kabri in israele

La campagna di scavi del 2013 (23 giugno-1.agosto), i cui risultati sono stati presentati nelle scorse settimane, è stata diretta da Assaf Yasur- Landau dell’Università di Haifa e Eric H. Cline della George Washington University, con Andrew Koh della Brandeis University come direttore associato. Lo scavo è stato sostenuto con sovvenzioni dalla National Geographic, dalla Israel Science Foundation (ISF), Bronfman Philanthropies, e dall’Istituto per la Preistoria dell’Egeo (INSTAP). Ma non sono mancati anche donatori privati. Il team internazionale di circa 60 persone compresi i volontari, provenienti dal Regno Unito, Israele, Inghilterra, Canada, Paesi Bassi e Australia, si è concentrato sul palazzo dei governanti della città, costruito intorno a 3850 anni fa nel periodo del Bronzo Medio. Il palazzo rimase in piedi per almeno 300 anni e a un certo punto copriva una superficie di 6mila metri quadrati su almeno due piani. Yasur-Landau ha reso noto che è stata scoperta un’enorme sala banchetti con residui di festini a base di carne per oltre 500 persone; ogni ospite aveva ricevuto tagli di carne da 500 grammi. Gli archeologi hanno scoperto un magazzino di circa 15 metri quadrati, accanto alla sala del banchetto. In un primo momento avevano trovato una sola giara, alta circa un metro. Scavando ulteriormente sono venute alla luce molte altre giare fino a scoprire che il vano ne conteneva non meno di 40, l’equivalente di 3mila bottiglie di rossi e bianchi dei nostri giorni per un volume totale di circa duemila litri.

Durante la campagna 2013 sono state trovate 40 giare da vino

Durante la campagna 2013 sono state trovate 40 giare da vino

Lo staff interdisciplinare si è subito messo al lavoro: la conservazione e il restauro della ceramica sono stati affidati a JJ. Gottlieb e Roee Shafir (Università di Haifa); le analisi scientifiche incluse quelle dei residui ad Andrew Koh (Brandeis University); la datazione al radiocarbonio a Felix Höflmayer (German Archaeological Institute a Berlino); la geoarcheologia a Ruth Shahack-Gross (The Weizmann Institute); la petrografia a David Ben-Shlomo (Università Ebraica di Gerusalemme); l’analisi degli isotopi stabili a Gideon Hartman University of Connecticut); lo studio dei resti animali a Guy Bar-Oz e Nimrod Marom (Università di Haifa), e la microfauna a Lior Weissbrod (Università di Haifa). “È una scoperta molto importante, per quanto ne sappiamo è la più grande e più vecchia cantina nel Vicino Oriente Antico”, ha commentato Eric Cline, archeologo della George Washington University, uno dei direttori degli scavi, come riferisce la stampa di Tel Aviv citata dal sito Israele.net. “È la prima volta che troviamo un deposito così ricco ancora con le giare presenti all’interno di un palazzo cananeo del Medio Bronzo, e che restituisce residui da analizzare e permette di ricostruire la provenienza della ceramica. Sono sicuro che da questo scavo potremo ottenere molte informazioni sull’economia di un palazzo cananeo del II millennio a.C.” La cantina era situata nei pressi di una sala per banchetti, “un luogo dove l’elite di Kabri e, eventualmente, gli ospiti stranieri hanno consumato carne di capra e vino”, ha spiegato il co-direttore Yasur-Landau dell’Università di Haifa. “La cantina e la sala del banchetto sono state distrutte durante lo stesso evento violento, forse un terremoto, che li ha coperte con uno strato di detriti di mattoni di fango e intonaco”.

Un team interdisciplinare sta sottoponendo Tel Kabri a molteplici analisi

Un team interdisciplinare sta sottoponendo Tel Kabri a molteplici analisi

Non è stato subito chiaro che le giare contenevano vino. Poi Andrew Koh della Brandeis University, un esperto in chimica archeologica e studi classici, analizzando i materiali organici che coprivano le giare, ha trovato tracce di componenti di base del vino come l’acido tartarico e siringico. Koh ha trovato anche tracce di composti che all’epoca erano popolari ingredienti del vino: la resina di terebinto, miele, menta, cannella e bacche di ginepro. Sono ingredienti molto simili a quelli utilizzati per duemila anni in un vino medicinale egiziano. Hanno anche analizzato le proporzioni di ciascun composto scoprendo una notevole coerenza nel contenuto dei diversi vasi. “La ricetta di questo vino è stata rigorosamente rispettata in ogni vaso “, ha spiegato il direttore associato Koh, nel riferire la scoperta al Meeting annuale 2013 delle Scuole americane di Ricerche in Oriente. “Non era vino fatto in casa da dilettanti. Ogni singola giara conteneva vino fatto secondo la stessa ricetta, nelle stesse esatte proporzioni”. Gli archeologi ora vogliono continuare ad analizzare la composizione di ciascuna soluzione, magari scoprendo informazioni sufficienti per ricrearne il sapore cercando di ricostruire la ricetta e riprodurre il vino cananeo di quasi 4mila anni fa.

A Bologna “…comunicare l’archeologia…” Ciclo di conferenze del primo semestre 2014

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il Gruppo Archeologico Bolognese, affiliato ai Gruppi Archeologici d’Italia, ha organizzato anche per questo primo semestre 2014 un ricco programma di incontri, alle 21 del martedì (salvo poche eccezioni) al  Centro sociale G.Costa in via Azzo Gardino 48 a Bologna. L’ingresso è libero. Si inizia martedì 11 febbraio,  con Marco Mengoli che si sofferma su “Socrate tra storia e filosofia”. Questa prima serata del Gabo sarà anche l’occasione per brindare al nuovo anno. Martedì 18 febbraio si entra maggiormente nei temi archeologici con Paola Desantis in “Nuove testimonianze etrusche da Bologna: la tomba con stele dal sepolcreto di via Saffi”. Martedì 25 febbraio il focus di Silvia Romagnoli sarà su “Culti e miti nel Caput Adriae”.

Gilgamesh: ne parla Vidale

Gilgamesh: ne parla Vidale

Il quarto incontro cambia orari, giorno e luogo: si tiene di giovedì 27 febbraio, alle 16, nell’aula Cesare Gnudi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, in via Belle Arti 56. L’incontro In collaborazione con la Pinacoteca Nazionale di Bologna sarà con l’archeologo Massimo Vidale che ci introdurrà nei grandi miti del Vicino Oriente: “Diluvio Universale, Gilgamesh, Paradiso Perduto: miti o racconti del nostro antico passato?”. La settimana successiva si torna alla normalità:  martedì 4 marzo alle 21 al Centro Sociale G.Costa, via Azzo Gardino 48, Maurizio Cattani illustra “Gli scavi dell’Alma Mater in Sardegna”. Martedì 11 marzo, “La domus del settore 11 di Claterna e la “casa del fabbro”: una nuova tappa per la valorizzazione dell’antica città” con interventi di Paola Desantis, Maurizio Molinari, Claudio Negrelli e Antonella Pomicetti.

Tavoletta votiva da Penteskouphia

Tavoletta votiva da Penteskouphia

Per il terzo appuntamento di marzo, si torna nell’aula Cesare Gnudi: giovedì 13 marzo, alle 16, In collaborazione con la Pinacoteca Nazionale di Bologna, per il quarto anniversario della scomparsa di Elena Rossi, il Gruppo Archeologico Bolognese incontra la Scuola Archeologica Italiana di Atene e il suo direttore Emanuele Greco con i suoi allievi che presentano i loro lavori. Mariagrazia Palmieri: “Tavolette votive dipinte arcaiche da Penteskouphia nel territorio di Corinto. Problemi di interpretazione religiosa”; e Giuseppe Mazzili: “Le fortificazioni della tarda antichità ad Atene nel contesto della Grecia tra la fine dell’Evo Antico e l’Alto Medioevo”. E anche il quarto incontro di marzo si tiene di giovedì (il 20 marzo), ma alle 21, e in una nuova location: alla mediateca di S. Lazzaro, via Caselle 22, in collaborazione con il Museo “L.Donini” di S.Lazzaro, incontro con i personaggi della storia:le interviste impossibili: “Vel Kaikna” di Giuseppe Mantovani. Vel Kaikna è Marco Mengoli con Davide Giovannini intervistatore e introduzione di Silvia Romagnoli.

Sfinge da Susa oggi al Louvre

Sfinge da Susa oggi al Louvre

Martedì 25 marzo si torna alle 21 al Centro Sociale G.Costa, con “Il teatro nell’antico Egitto tra miti e quotidianità ”. Una selezione di testi dell’antico Egitto presentati da Maria Giovanna Caneschi e recitati da Davide Giovannini. Martedì 1. aprile presentazione del libro “Lettere perdute di Amarna” a cura dell’autrice Barbara Faenza. Seguirà martedì 8 aprile “Resoconti di viaggio: il Guatemala dei Maya” con Maria Longhena. Martedì 15 aprile, il giornalista Graziano Tavan con “La Persia in vetrina” ci accompagnerà in viaggio di settemila anni nei musei europei alla scoperta dei tesori dell’antica Persia. Il mondo dei Camuni interesserà due martedì curati da Daniela Ferrari. Martedì  29 aprile “Alle origini dei Camuni: dal Paleolitico all’età del Bronzo”, e martedì 6 maggio “I Camuni: dall’età del Ferro all’epoca romana”.

Il semestre si avvia alla conclusione. Martedì 13 maggio in occasione di ARCHEOLOGITE 2014, alle 21 al Centro Sociale G.Costa, “Famiglia e società nella cultura delle terramare” con Pierangelo Pancaldi. E sabato 17 maggio, alle 16, al Museo della Preistoria “L.Donini” a S. Lazzaro (Bo), le interviste impossibili “L’Uomo di Neanderthal” di Italo Calvino. L’Uomo di Neanderthal è Marco Mengoli. L’intervistatore Davide Giovannini, introduzione di Gabriele Nenzioni. Gran finale martedì 20 maggio: alle 20, al Centro Sociale G.Costa, cena di fine periodo RISERVATA AI SOCI.

L’Italia torna protagonista in Iran: restaureremo la cittadella di Bam e la tomba di Ciro a Pasargade

Il ministro Massimo Bray fotografa le rovine della cittadella di Bam in Iran

Il ministro Massimo Bray fotografa le rovine della cittadella di Bam in Iran

L’Italia delle eccellenze culturali torna protagonista in Iran: a Bam, la cittadella di mattoni crudi e fango sulla Via della Seta, e a Pasargade la capitale achemenide sotto Ciro il Grande. È il risultato più eclatante della quattro giorni nella Repubblica Islamica dell’Iran del ministro dei Beni culturali Massimo Bray, durante i quali sono state affrontate strategie comuni anche nel settore turistico. Il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), attraverso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il restauro, torna così alla cooperazione archeologica in due siti dove mancava ormai da alcuni anni. L’intesa riguarda il “contributo” italiano alle missioni di archeologia, ha detto il ministro a Teheran. In Iran ci sono già “sei missioni che lavorano bene” ma è stato “deciso di provare a definire quelli che saranno gli accordi per far ripartire il nostro contributo su Bam”, ha aggiunto il ministro. Il riferimento, implicito, è alla cittadella sulla Via della Seta che prima del terremoto da oltre 26mila morti del dicembre 2003 era la più grande costruzione in mattoni al mondo. “Da una parte”, ha detto Bray, “attueremo iniziative per poter valutare quello che è il rischio sismico in alcune zone che sono state molto danneggiate” e in altre in cui, pur essendo state “oggetto di restauro, è bene controllare continuamente” la situazione.

Gli effetti devastanti del terremoto del 2003 a Bam in Iran

Gli effetti devastanti del terremoto del 2003 a Bam in Iran

Arg-e Bam, ai limiti meridionali del grande deserto del Kavir-e Lut. Nella cittadella di Bam la cooperazione italiana arrivò praticamente già all’indomani del terribile terremoto del 26 dicembre 2003, di grado 6,5 (Scala Richter) che devastò una grande area della provincia di Kerman con gravissime perdite di vite umane. L’epicentro fu localizzato a circa 10 km a S-O di Bam, lungo la faglia omonima che taglia in direzione E-O tutta la Regione. Metà della popolazione di Bam scomparve, la città nuova fu completamente distrutta e Arg-e Bam (la città antica) ridotta in macerie. “La comunità internazionale”, ricordano al nostro ministero, “rispose prontamente in soccorso di questa pesante tragedia umana e per il recupero e la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale di Arg-e Bam. Infatti la cittadella oltre a essere sempre stata un’importante metà turistica, risorsa vitale per la Regione, costituiva testimonianza storica e vanto dell’identità culturale dell’intero Paese come simbolo di un glorioso passato”.  Il fascino della cittadella merlata non era sfuggito neppure al grande schermo: Bam ha fatto da sfondo per il film “Il deserto dei Tartari” tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati e ad alcune scene del “Fiore delle Mille e una notte” di Pier Paolo Pasolini. Organizzazioni come Unesco, Icomos e Iccrom pianificarono, insieme con l’Ichto (Organizzazione iraniana del patrimonio culturale) il programma di recupero del patrimonio culturale duramente colpito dal sisma. Nel 2004 Bam e la sua Regione sono entrati a far parte del Patrimonio dell’Umanità (Unesco). “Il Governo Italiano è stato coinvolto nel Progetto di Recupero sin dall’inizio”, continuano al Mibac. “In seguito a numerose ricognizioni il ministero per i Beni e le Attività Culturali aveva optato per il restauro e messa in sicurezza della torre n°1 sulla cinta muraria sud-occidentale”.

La cittadella merlata di Arg-e Bam in Iran prima del terremoto del 2003

La cittadella merlata di Arg-e Bam in Iran prima del terremoto del 2003

La città carovaniera di Arg-e Bam – ricordiamolo – nasce e si sviluppa lungo l’antichissima via che collega l’Iran centrale con le province orientali e con l’Afghanistan e il Pakistan. La fortuna di questa splendida cittadella fortificata si deve proprio alla sua posizione strategica e alle sue preziose risorse idriche, sapientemente governate con ingegnosi sistemi di canali sotterranei (qanat) che danno vita alla straordinaria oasi. Gli inizi dell’insediamento risalgono molto indietro nel tempo (proprio gli scavi archeologici post terremoto hanno riportato alla luce tracce del primo insediamento achemenide), ma la città visse il suo periodo d’oro nel medioevo (fino al XIII secolo). Allora ospitava una numerosa e ricca comunità che doveva la sua fortuna proprio al commercio carovaniero e alla importante produzione e lavorazione della seta, del cotone e della lana. La manifattura tessile di Bam era famosa in tutto il mondo islamico. La crisi politica, economica e sociale, conseguente le invasioni di nuove etnie, i turchi oghuz, mongoli e timuridi, segnarono la crisi e una lenta, irreversibile, decadenza economica e sociale dell’intera Regione. La cittadella di Bam, grazie alla sua posizione strategica, divenne però la fortificazione più poderosa dell’Iran orientale e continuò ad avere un rilevante interesse militare di confine specialmente durante le persistenti guerre tra le popolazioni iraniane, afgane e beluche. Nel XVIII secolo la cittadella antica (Arg-e Bam) fu abbandonata per la realizzazione della nuova Bam nelle immediate vicinanze.

Il gruppo della missione irano-italiana al bastione di Bam

Il gruppo della missione irano-italiana al bastione di Bam

“Le strutture e le fortificazioni di Arg-e Bam”, spiegano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi che hanno seguito il primo progetto italiano di consolidamento e restauro del torrione n° 1 delle mura di Bam, “sono costruite con la tradizionale tecnica della terra cruda e in genere con mattoni quadrati, di grandezza variabile, essiccati al sole (adobe), con strati di terra pestata (chineh) e coperture protettive realizzate con un impasto di paglia e terra (khagel). Il Patrimonio Culturale di Bam rappresenta uno degli esempi più importanti di città islamica antica con un ensemble pressoché completo di tutti quegli elementi urbani generatori e caratteristici come palazzi, case, moschee, caravanserragli, hammam, bazar, officine e fortificazioni. Inoltre costituisce un magnifico esempio di città interamente costruita in terra cruda con una stratificazione, ancora perfettamente leggibile, che documenta la sua storia millenaria”.

Il torrione nelle mura di Bam affidato all'Italia

Il torrione nelle mura di Bam affidato all’Italia

La torre n°1 della cinta muraria più esterna, nel corso della ricerca – spiegano i nostri archeologi -, si è rivelata come un organismo pluri-stratificato con corpi murari aggiunti in appoggio dall’esterno (la cosiddetta “crescita a cipolla”). La configurazione attuale risulta infatti come la sommatoria di diverse fasi costruttive e ricostruttive (cinque le maggiori) nonché di rifacimenti, restauri ed interventi di manutenzione ordinaria che progressivamente hanno accresciuto il nucleo della linea difensiva originaria.

La croce nestoriana trovata incisa sulle mura di Bam: prova la presenza dei cristiani

La croce nestoriana trovata incisa sulle mura di Bam: prova la presenza dei cristiani

La croce nestoiana. Gli accertamenti archeologici hanno riportato alla luce, tra l’altro, un silos a pianta oblunga realizzato contro terra con rivestimento in mattoni crudi. Potrebbe trattarsi di un ripostiglio, scavato nel pavimento, per la conservazione di derrate alimentari. I reperti rivenuti nel all’interno (per lo più frammenti ceramici) vengono studiati nel centro operativo di Bam. Ma tra i ritrovamenti più sorprendenti e importanti va sicuramente annoverato il motivo della croce impressa sull’intonaco esterno della Mura occidentali, non lontano dalla torre. “Si tratta di una croce greca, probabilmente nestoriana, con quattro bracci di eguale lunghezza (24 cm), realizzata attraverso impressione di una matrice in legno (meno probabile di metallo) sull’intonaco ancora fresco”, continuano Michael Jung, Vincenzo Torrieri, Narges Ahmadi. “La porzione dell’intonaco interessato è stata distaccata per ragioni di salvaguardia e collocata nei laboratori di restauro del centro operativo in attesa di essere esposta nel futuro museo di Bam. Il simbolo della croce nestoriana è stato identificato anche su due frammenti ceramici rinvenuti nelle prossimità della cittadella e rappresenta, allo stato attuale delle conoscenze, la prima testimonianza archeologica della presenza cristiana a Bam, come nell’intera Regione”.

Alcune ceramiche trovate durante lo scavo delle mura a Bam

Alcune ceramiche trovate durante lo scavo delle mura a Bam

Tra i reperti rinvenuti durante le ricerche si segnalano punte di freccia di ferro, frammenti di ceramica acroma, invetriata e non, collocabili in un ampio contesto cronologico a partire (molto probabilmente) dal tardo periodo achemenide fino ai giorni nostri. Tra i materiali antropici si segnalano ossa animali (avanzi di pasto e non), lacerti di tessuti e frammenti di vetro colorato. Sono stati rinvenuti vinaccioli di “vitis vinifera” domestica, tralci di vite, melograno, palma, cocco. “I risultati della ricerca e delle analisi dei materiali”, concludono gli archeologi, “saranno essenziali per la definizione di una cronologia assoluta di riferimento sul diagramma della successione stratigrafica accertata. I risultati potranno fornire un primo inquadramento cronologico, delle diverse fasi costruttive documentate, di ausilio alla storia di questa straordinaria e monumentale fortificazione, ai limiti del grande deserto del Kavir-e Lut”.

Il ministro Massimo Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran

Il ministro Bray durante la visita ufficiale a Bam in Iran

Un rendering del complesso del caravanserraglio d Bam

Un rendering del complesso del caravanserraglio d Bam

Con queste premesse si torna a Bam. Come si diceva Italia e Iran hanno firmato a Teheran un accordo per la collaborazione alla conservazione e al restauro dei siti di Bam e di Pasargade. A firmare il “memorandum of understanding” tra il ministero italiano dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e l’Iranian Cultural Heritage, Handcrafts and Tourism Organization sono stati il ministro Massimo Bray e il delegato del governo per questo patrimonio, Mehdi Hojjat. Nello specifico i due governi si sono impegnati a cooperare nella conservazione e restauro della tomba di Ciro a Pasargade e nel Bastione ovest delle mura di Bam. I risultati delle ricerche saranno pubblicati sia in Italia che in Iran. Ma non è tutto. C’è anche una novità, proprio su Bam. In particolare, ha annunciato il ministro riferendosi evidentemente ad attività di restauro, “faremo un progetto di fattibilità sul Caravanserraglio, che è una delle architetture molto danneggiate della cittadella ma di grandissimo valore, e proveremo quindi a definire quelli che sono gli accordi puntuali per la definizione di queste attività”. Fornendo indicazioni su un organismo annunciato durante la quattro giorni iraniana, Bray ha riferito che “si è deciso di dar vita a un gruppo di lavoro misto” per “monitorare” sia “l’avanzamento di questi lavori” sia “altre iniziative che non rientrano negli accordi” che sono stati “definiti finora dai due governi o che si vogliono rinnovare”.

La monumentale tomba di Ciro domina il paesaggio di Pasargade

La monumentale tomba di Ciro domina il paesaggio di Pasargade in Iran

La tomba di Ciro. Nel 2010, dopo la conclusione della prima parte dei progetti di restauro e conservazione nella Cittadella di Bam, nei colloqui Iran-Italia si era cominciato a discutere dei nuovi cantieri da affidare ai tecnici italiani. “L’opera dei restauratori italiani – ricordano le cronache dell’epoca – che ha portato al recupero della torre n. 1 Sud Ovest, la prima che si incontra provenendo dalla città nuova, e di parte della cinta muraria, è stata particolarmente apprezzata”. Così le autorità iraniane avevano approvato un secondo progetto che avrebbe coinvolto i tecnici italiani: il restauro del Caravanserraglio, edificio all’interno dell’antica cittadella anch’esso gravemente danneggiato. Progetto che è tornato in discussione durante la visita ufficiale di Bray. E sempre nel 2010 prese il via il restauro da parte italiana della Tomba di Ciro il Grande a Pasargade, il più importante monumento dell’Iran e simbolo stesso dell’identità nazionale. E ora l’Italia torna a Pasargade, sito archeologico inserito nel 2004 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

La tomba di Ciro a Pasargade con le impalcature per i restauri

La tomba di Ciro a Pasargade con le impalcature per i restauri

Le sue rovine si trovano a quasi 90 chilometri a nordest di Persepoli, nell’Iran meridionale, e il suo monumento più famoso è la tomba attribuita all’imperatore persiano Ciro il Grande, costruita su sei alti gradini che conducono alla sepoltura vera e propria, che ha un’entrata bassa e stretta. “Benché non ci siano prove certe per l’identificazione della tomba con quella di Ciro”, spiegano gli archeologi, “gli antichi storici greci riportarono che questa era la convinzione di Alessandro Magno, il quale rese omaggio al mausoleo dopo il saccheggio e la distruzione di Persepoli”. Durante la conquista araba della Persia, quando l’esercito arabo si trovò di fronte alla tomba decise di distruggerla, poiché essa era considerata in contrasto con i principi dell’Islam. L’edificio si salvò grazie a uno stratagemma usato spesso dai persiani in molte aree del Paese: i guardiani del monumento riuscirono a convincere il comandante dell’esercito che la tomba non era stata costruita in onore di Ciro il Grande, bensì della madre del re Salomone. E infatti ancora oggi è molto diffuso l’uso di chiamare la tomba di Ciro come Qabr-e Madar-e Sulaiman”, cioè la tomba della madre di Salomone.

È morta Halet Cambel, “la Signora degli Ittiti”: prima archeologo donna turco, scoprì Karatepe

L'archeologa Halet Cambel, "la Signora degli Ittiti", scomparsa a 97 anni

L’archeologa Halet Cambel, “la Signora degli Ittiti”, scomparsa a 97 anni

È morta “la Signora degli Ittiti”. Halet Cambel, l’archeologa turca cui si deve la scoperta di importanti testimonianze del regno degli Ittiti, si è spenta nei giorni scorsi a Istanbul all’età di 97 anni. Halet era nata a Berlino nel 1916, terzogenita di Hasan Cemil Cambel l’addetto militare turco per la Germania e un buon amico di Atatürk, e di Remziye Cambel, figlia dell’ex Gran Visir e all’epoca ambasciatore turco a Berlino, Ibrahim Hakki Pasha. In Turchia sarebbe tornata solo dopo la fondazione della Repubblica turca. E proprio la vicinanza del padre con Atatürk avrebbe modellato anche la famiglia della Cambel: Halet diventerà una donna cosmopolita, poliglotta e tollerante.

 

La giovane Halet Cambel all'inizio della carriera accademica

La giovane Halet Cambel all’inizio della carriera accademica tra Parigi e Istanbul

“Tutto è cominciato durante un soggiorno in Francia”, racconta nelle sue memorie, “avrei dovuto tornare a Istanbul, ma poi sono stata chiamata a Budapest per partecipare ai giochi di Berlino”: Halet Cambel è stata infatti anche la prima schermitrice turca, che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 rappresentò la Turchia. Dopo i Giochi, Halet Cambel dedicò tutta la sua vita alla carriera accademica. Alla Sorbona di Parigi studiò archeologia e lingue del Vicino Oriente (ittita, assiro, ebraico), all’epoca in Turchia quasi monopolio degli studiosi tedeschi. Tornata in Turchia, sposò Nail Cakirhan noto poeta di sei anni più vecchio di lei, con il quale avrebbe trascorso  70 anni della sua vita. Cominciò a lavorare come assistente alla facoltà di Lettere di Istanbul dove nel 1940 conseguì il dottorato. “Mi sarebbe piaciuto avere più tempo”, racconta sempre Halet. “Dall’università sono passata direttamente alla vita professionale. Mi è mancato il tempo per fare qualcosa di diverso”.

Le lastre di pietra a rilievo che decorano le porte monumentali del sito tardo ittita di Karatepe

Le lastre di pietra a rilievo che decorano le porte monumentali del sito tardo ittita di Karatepe

Halet Cambel è senza dubbio il più noto archeologo turco, oltre a essere stata il primo archeologo donna del Paese di Ataturk. Ha decifrato decine di iscrizioni ittite e ha diretto numerosi scavi diventando la massima specialista mondiale di ittitologia, che le hanno fatto guadagnare il soprannome di “signora degli Ittiti”. Insieme all’archeologo tedesco Helmuth Bossert dal 1947 diresse lo scavo di Karatepe, nel territorio di Adana (Turchia) ai confini della Cilicia orientale. Karatepe  (la “Collina nera”, in turco) ha restituito le rovine dell’antica Azatiwataya, cittadella di frontiera del regno tardoittita di Adana, sorta a controllo di una via carovaniera.

Figure scolpite sulle lastre in pietra da Karatepe (IX-VIII sec. a.C.)

Figure scolpite sulle lastre in pietra da Karatepe (IX-VIII sec. a.C.)

Il sito conserva le rovine di un insediamento fortificato poligonale datato al IX-VIII secolo a.C., caratterizzato da una possente cinta muraria e due monumentali porte decorate con rilievi e iscrizioni. L’importanza di Karatepe sta proprio nelle sue iscrizioni. All’inizio degli scavi è stato scoperto un lungo testo fenicio. È stato scoperto che le porte presentavano versioni dello stesso testo in caratteri fenici e in geroglifici ittiti. Confrontando le due iscrizioni, gli archeologi hanno potuto comprendere meglio la scrittura e la lingua ittita. Secondo il testo di queste iscrizioni, il fondatore e governatore della città era Asitawandas, re dei Danuniani, vassallo di Awarikus di Adana. Asitawandas dichiarava di discendere dalla “casa di Mopso”, che secondo la mitologia greca sarebbe un indovino al seguito della spedizione degli Argonauti e avrebbe fondato – tra l’altro – in Cilicia la città di Mopsuestia (moderna Misis), distrutta dagli Assiri nel 700 a.C.

La copertura del museo a cielo aperto realizzata da Cambel a Karatepe

La copertura del museo a cielo aperto realizzata da Cambel

Negli anni Sessanta l’archeologa si batté per la conservazione in loco dei reperti, impedendo il loro trasferimento in museo come invece voleva il governo turco. Ad aiutarla fu proprio il marito Nail Cakirhan che negli anni ’50 l’aveva raggiunta a Karatepe. I manufatti scavati avevano infatti bisogno di un ampio spazio coperto, dove poter essere restaurati, protetti ed esposti. Il progetto, disegnato da Turgut Cansever venne consegnato a Nail Cakirhan che realizzò il primo museo turco all’aperto. Mentre per il marito lavorare su Karatepe significò una sfida e l’inizio di una nuova carriera di architetto di successo, per Halet quello scavo sarebbe diventato l’opera della sua vita. Oggi un nuovo edificio del museo è stato costruito accanto al museo a cielo aperto originale, a maggiore protezione dei manufatti più delicati.

L'area musealizzata di Karatepe oggi dopo mezzo secolo di scavi

L’area musealizzata di Karatepe oggi dopo mezzo secolo di scavi e ricerche archeologiche

Mezzo secolo di lavoro e di scavo sono stati condensati nel libro “Karatepe-Aslantas” che Halet Cambel ha scritto a quattro mani con un giovane collega Asli Ozizyar non solo documentando la scoperta e la conservazione delle porte monumentali con la realizzazione del museo a cielo aperto, ma inserendo anche un catalogo completo e commentato di tutte le sculture e rilievi, insieme ai risultati delle ricerche iconografiche sulle figure e scene rappresentate. “Senza dubbio questo volume è una delle più importanti  pubblicazioni nel campo della ricerca sul tardo ittita”, assicurano gli archeologi.