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Padova. Apertura straordinaria di Palazzo Folco, sede della soprintendenza, e conferenza “La necropoli preromana orientale di Padova tra scavo, restauro e ricerca digitale”

padova_palazzo-folco_conferenza-necropoli-preromana-orientale_locandinaFocus sulla necropoli preromana orientale di Padova. Giovedì 3 novembre 2022, in occasione dell’apertura straordinaria di Palazzo Folco in via Aquileia a Padova – sede della Soprintendenza – che sarà visitabile dalle 15 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), si terrà la conferenza “La necropoli preromana orientale di Padova tra scavo restauro e ricerca digitale”. Appuntamento alle 17. Interverranno: Giovanna Gambacurta, università Ca’ Foscari, Venezia; Cecilia Moscardo, Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, università di Bologna; Federica Santinon, funzionario restauratore, soprintendenza area metropolitana di Venezia e province di Belluno Padova Venezia; Angela Ruta Serafini, già soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Ingresso alla conferenza gratuito su prenotazione obbligatoria fino a esaurimento dei posti. Inviare la richiesta esclusivamente on line mediante il seguente link: https://forms.gle/ayTSCKZbLFd6MyLVA. Per la visita a Palazzo Folco non è necessaria la prenotazione. Il progetto di ricerca sulla necropoli tra via Tiepolo e via San Massimo indagata sul campo nel 1990-1991 prosegue con attività di laboratorio che hanno visto nel tempo la prosecuzione non solo dello scavo delle tombe ancora conservate nei pani di terra, ma anche con azioni che vanno articolandosi negli anni. Hanno preso avvio, contestualmente allo scavo, le seguenti attività: ricerche antropologiche, di restauro e tecnologia dei materiali, una nuova frontiera di ricostruzioni 3d dei contesti di scavo e dei materiali restaurati, oltre ad un lungo ma indispensabile processo di digitalizzazione della documentazione originale, che saranno oggetto dell’incontro di valorizzazione. Per tali iniziative si è contato sulla collaborazione del Centro di Digital and Public Humanities del dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari di Venezia (VeDPH).

Negrar di Valpolicella (Vr). Sopralluogo alla Villa dei Mosaici: a breve sarà aperta al pubblico in via provvisoria in attesa dell’attivazione del parco archeologico

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Il gruppo di lavoro per il parco archeologico in sopralluogo alla villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella: da sinistra, il sindaco Roberto Grison, il soprintendente Vincenzo Tinè, l’architetto Luca Dolmetta, l’archeologo Gianni De Zuccato, l’archeologo Alberto Manicardi, l’architetto Giovanna Battista, e i rappresentanti delle aziende agricole Benedetti e Franchini (foto sabap-vr)

In attesa che il progetto del parco archeologico si concretizzi, l’idea è di partire intanto con un’apertura al pubblico provvisoria della villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr). Sembra questa l’idea operativa alla fine del sopralluogo di lunedì 31 ottobre 2022 al sito archeologico da parte del gruppo di lavoro incaricato del progetto del nuovo parco archeologico, finanziato dal ministero della Cultura con un primo stralcio di 1 milione e mezzo di euro. Con il soprintendente ABAP di Verona Vicenza e Rovigo, Vincenzo Tiné, erano presenti il sindaco di Negrar di Valpolicella, Roberto Grison; l’archeologo della soprintendenza e responsabile degli scavi Gianni De Zuccato; gli architetti della soprintendenza Giovanna Battista e Federico Cetrangolo e il responsabile del cantiere Alberto Manicardi della Società Archeologica Padana. Per la prima volta era in visita al sito l’architetto Luca Dolmetta, dirigente del Comune di Genova e già progettista di diversi musei e aree archeologiche della Liguria, la cui collaborazione al progetto è stata generosamente concessa dal sindaco di Genova, Marco Bucci. Accompagnavano gli ospiti i proprietari dei fondi, Benedetti e Franchini, che hanno offerto un decisivo contributo alle ricerche. La valorizzazione di questo straordinario sito archeologico prosegue, quindi, prevedendo la sua fruizione pubblica in forma provvisoria a breve termine e la realizzazione di un vero e proprio parco archeologico a medio termine.

Vetulonia. Ultimi giorni per visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”: con la direttrice Simona Rafanelli speciale visita guidata tra i capolavori esposti

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Veduta d’insieme della prima sala della mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)


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Locandina della mostra “A tempo di danza. In armonia grazia e bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dal 1° luglio al 6 novembre 2022

Se non l’avete ancora fatto e ne avete la possibilità, andate a Vetulonia (Gr) al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza”, che chiude (salvo proroghe dell’ultimo momento) domenica 6 novembre 2022. Un percorso espositivo con capolavori di fama mondiale concessi in prestito dal principale museo archeologico d’Italia, il Mann di Napoli, e dalla celeberrima Accademia delle Belle Arti di Carrara. Il tema dell’esposizione è rappresentato dalla danza e in particolare dalla declinazione al femminile di questa straordinaria arte performativa. Ma se non ce la fate, ecco una speciale visita guidata che la direttrice del MuVet, Simona Rafanelli, ha concesso ad archeologiavocidalpassato.

“La mostra nasce da un desiderio in primo luogo: un desiderio, condiviso con il sindaco Elena Nappi del nostro Comune di Castiglione della Pescaia, di reagire al momento storico di grande buio, di ansia, di dolore, di malattia, di guerra, esaltando il lato positivo della vita stessa e del cosmo – potremmo dire -, un lato positivo che di comune intento abbiamo voluto porre nella parte femminile dell’umanità, una parte cui spetta da sempre, fin dall’antico, il ruolo di generare la vita e con essa la bellezza e insieme alla bellezza un aspetto peculiare dell’arte performativa che è la danza. Se pensiamo che il feto nel grembo della madre inizia la sua vita muovendosi danzando nel liquido amniotico, o – come sottolineato anche nel mito – che i cureti danzano per nascondere il pianto di Zeus bambino sul monte Ida, è un qualcosa la danza che nasce insieme alla bellezza, all’armonia, all’aspirazione alla perfezione, alla grazia, con l’uomo stesso e soprattutto proprio con la donna. Se la pace la bellezza la vita sono donna più che uomo, ebbene con questa mostra l’abbiamo voluto sottolineare ed esaltare.

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La danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano, le foto di Luigi Spina e le tempere di Antonio Canova nella prima sala della mostra “A passo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice dalla villa dei Papiri a Ercolano conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

“La mostra, i cui temi sono proprio la bellezza e la danza, ha preso vita grazie alla collaborazione con due enti di cultura straordinari che hanno creduto in questa idea, in questo progetto, senza guardare alle piccole dimensioni e alla dimensione semplicemente civica del museo di Vetulonia. Hanno voluto sposare il sogno che era dietro la costruzione di questa esposizione. Parlo del museo Archeologico nazionale di Napoli che, dopo averci donato con l’Efebo dalla via dell’Abbondanza cinque anni fa, nel 2017, la statua più bella di Pompei, ora per noi, per questa mostra, fa uscire dalle sale dedicate alla Villa dei Papiri di Ercolano la più bella delle cinque, cosiddette dal Winckelmann, “danzatrici”. In questa danzatrice lo schema greco della donna col peplo si spezza per prendere vita in un passo e in un gesto iconico della ballerina, col ginocchio piegato, la veste sollevata con un lembo, e soprattutto il braccio alzato a far ruotare una ghirlanda, una corona con cui danzare. Uno studio, grazie al confronto con le tempere di Antonio Canova, ha restituito l’identità di danzatrici a queste giovani fanciulle.

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Danzatrice in un affresco da villa di Ercolano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)


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In mostra a Vetulonia una riproduzione delle Danzatrici, tempere di Antonio Canova (foto graziano tavan)

“Esce la danzatrice del Mann insieme a cinque affreschi dalle ville romane di Ercolano e di Pompei: una danzatrice da una villa di Ercolano, villa d’otium dei romani del tempo, che mi ripete il gesto con la mano e le dita chiuse sollevate al di sopra della testa; e altre quattro figure danzanti, due menadi volanti straordinarie racchiuse nel giro di danza sul fondo nero che Antonio Canova sogna e ripropone nelle sue tempere di cui abbiamo tre riproduzioni fotografiche nell’allestimento di scena della mostra, e accanto due figure volanti di Eros e Psiche, corpo e anima, uniti nell’abbraccio d’amore cui lo stesso Canova dedicherà le sue opere.

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La danzatrice di Antonio Canova tra le foto di Lugi Spina nella mostra “A tempo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Perché Canova? Perché questo tema che attraversa il tempo e dà il titolo alla mostra, che attraversa i secoli a tempo di danza, in armonia grazia e bellezza, parte da opere dell’antichità classica di I sec. d.C. e arriva ad Antonio Canova. Si passa il testimone a quel grande maestro di opere neoclassiche che già si vestono di vene di romanticismo. Il gesso della danzatrice di Canova con le mani sui fianchi prestato da un altro ente straordinario che è l’Accademia delle Belle arti di Carrara arriva da noi. Anche questo per la prima volta esce dall’Accademia per entrare in questa mostra e raccogliere il testimone dalla danzatrice ercolanense del Mann. È una danzatrice che fu dichiarata nei primi dell’Ottocento la donna più bella del mondo col volto di Josephine de Beauharnais che Canova presentò sulle soglie del XIX secolo nel Salone delle Esposizioni di Parigi e che fece innamorare il mondo intero. Questa donna incede leggiadra, a passo di danza rivelando compiutamente nella fragilità del gesso, nelle ombre che richiamano il colore dei corpi connessi nella carne, parla e racconta la fragilità stessa e la precarietà della vita dell’individuo e del mondo del cosmo intero.

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La Tersicore di Antonio Canova riprodotta da TorArt con il robot antropomorfo della Robotor per la mostra “A tempo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Accanto a queste due figure un’altra opera di Antonio Canova, di cui si celebra il bicentenario quest’anno dalla morte, la musa della danza e del canto corale, la divina Tersicore, dal greco τέρπω (“dar piacere, rallegrare”) e χoρός (“danza”), collegata alla stessa valenza e traduzioni dei termini della danza: χoρός vuol dire anche gioia, la stessa radice di Χαρά (“gioia”): Tersicore la ritroviamo proposta ad accogliere i visitatori nella prima delle due sale della mostra, quella incentrata sulla danza. Eccola la Tersicore, ricavata da un blocco in marmo di Carrara come l’originale di Canova conservato nella Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo nel Parmense, che sta impugnando una cetra: canta, balla, si muove, suona. È stata realizzata nei tempi contemporanei ripetendo oggi quella volontà di moltiplicare la memoria, che è nello stesso pensiero, nelle corde di Antonio Canova che quando amava un soggetto lo replicava in diversi materiali, tempera, gesso, marmo, all’infinito in varie dimensioni. Così noi oggi nel contemporaneo la sua Tersicore scolpita dal robot antropomorfo della Robotor a opera della TorArt, giovane azienda carrarese. Eccola riprodotta oggi dal robot come la Canova a perpetuare la memoria del maestro.

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Alla mostra “A tempo di danza” le danzatrici, antiche e neoclassiche, dialogano con le fotografie di Luigi Spina, mostra nelal mostra (foto graziano tavan)

“E ancora. Ultime due chicche in questa sala. Da una parte la mostra nella mostra realizzata dal fotografo più grande, oggi a livelli mondiali, capace di dialogare con le opere antiche, Luigi Spina. Le cui opere fotografiche sono esposte in maniera permanente nello stesso museo Archeologico nazionale di Napoli. Luigi Spina partecipa con 11 foto-quadro a dialogare nella mostra, a narrare le opere antiche.

“Oltre alla mostra nella mostra realizzata dal fotografo Luigi Spina, capace di instaurare un silente quanto profondo dialogo interpretativo con i dettagli dell’opera antica di I sec. d.C., con quella in gesso di Antonio Canova, un’ultima osservazione va dedicata alla quinta scenografica teatrale ospitata nello spazio della mostra – anche questo evento culturale metafora del teatro per tutti gli eventi collegati alla mostra stessa – una scena con figure danzanti dell’antichità.

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Lo “spazio” teatrale alle spalle della danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano nella prima sala della mostra del museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Sul fondo le cinque danzatrici dalla Villa dei Papiri di Ercolano del Mann: a sinistra, la cosiddetta fanciulla, ragazza di Loconia, dello scultore greco Callimaco, conservata in Grecia, accanto alla quale si libra nel vortice della danza una delle ballerine che adornavano le pareti della tomba dipinta del Triclinio, nella necropoli dei Monterozzi a Tarquinia. E ancora sull’altro lato della scena la splendida danzatrice affrescata sulla cosiddetta villa d’ozio di Cicerone a Pompei che ripete il gesto della danzatrice in bronzo di Ercolano: con la sinistra solleva un lembo della veste e con la destra in alto a tenere, anziché una ghirlanda, un altro lembo con cui danzare. E l’ultima figura, la cosiddetta fanciulla danzante del Palazzo Medici Riccardi a Firenze, quindi una ripetizione in età tarda post neoclassica che integra pezzi antichi e di restauro. Questa quinta scenica realizza la metafora e la realtà di un palcoscenico fulcro degli eventi culturali correlati a questa mostra, allestiti in scena tra questi capolavori per l’intera durata dell’esposizione.

“La seconda sala della mostra è un box dedicato alla bellezza. Un’esaltazione della bellezza che abbiamo voluto realizzare nel progetto dell’architetto Luigi Rafanelli ponendo sull’asse della diagonale due figure della dea della bellezza Venere, esaltate, come nella diagonale della danza della prima sala, lungo un percorso che parte dall’antichità classica, dalla Venere della collezione Farnese conservata sempre nel museo Archeologico nazionale di Napoli, accoccolata, mentre esce dal bagno: indossa soltanto un bracciale, un’armilla; un prezioso vasetto, l’alabastron, contenitore di profumi con i quali si deterge, si unge la pelle del corpo, quindi le carni e le chiome, acconciate nel consueto nodo di Afrodite.

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Veduta d’insieme della seconda sala, dedicata alla bellezza, della mostra “A tempo di danza” al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

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“Venere Italica”, gesso di Antonio Canova in mostra al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Da questa statua dalla collezione Farnese del Mann si passa sul fondo lungo la medesima diagonale alla Venere cosiddetta Italica, scolpita in gesso da Canova e realizzata anche qui su richiesta dell’esaudimento di un sogno: era stata appena – diciamo così – trafugata dagli Uffizi di Firenze la Venere de’ Medici, opera antica, d’età romana, in marmo, e il re d’Etruria chiede ad Antonio Canova di realizzare una Venere che andasse a sostituire quella antica: una copia della Venere de’ Medici. Questa copia non verrà fatta perché l’autore, il maestro Canova, risponde “Io non realizzo, non eseguo copie. Io creo. Intrigo il mio animo dell’antico, dello studio, della conoscenza dell’antico, per creare, per dar vita a forme che respirano di antico ma che riproducono al contempo la contemporaneità, l’età moderna”. Così è per questa Venere straordinaria che rappresenta l’aspetto pudico dell’eros, dell’amore, e si raccoglie nel suo fragile corpo da adolescente, nudo, e al contempo cerca di celare la sua nudità in questa figura riprodotta in piedi, nell’angolo della sala, proprio a raccogliere nella fragilità e nello splendore delle carni, del gesso etereo, che raccoglie il testimone con l’antico e dialoga con le foto-quadro di Spina, esaltando il momento più bello della creazione dell’opera e la sua vita che attraversa il tempo.

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La Venere accoccolata Farnese e, sulla diagonale, la Venere Italica di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Vediamo ancora una volta come riflessa in uno specchio al centro l’immagine della Venere antica che viene realizzata a Roma nello stesso I sec. d.C. da artisti, scultori del marmo romani, che si ispirano all’originale greco in bronzo dell’artista greco Doidalsas di età ellenistica. Doidalsas realizza in bronzo una Venere, che qui viene esaltata nel fulgore, nel biancore, nella rigidità del marmo chiamato la materia degli dei proprio perché ferma, immobile, eterna come eterno è il divino contro la precarietà, la fragilità tutta terrena del gesso. Questa immagine di Venere, replicata in poche copie importanti nel I sec., viene conservata, se pur mutila in molte sue parti nei maggiori musei d’Italia e d’Europa. Sto parlando di Napoli, di Roma, del Louvre di Parigi. Guardate la bellezza di queste due donne. L’una, una bellezza eterna tutta divina, quella della Venere accoccolata della collezione Farnese; l’altra, quella della fragile Venere, definita dal poeta Ugo Foscolo una bellissima donna, che Foscolo chiede di baciare perché innamorato del suo volto, delle sue membra. E gli viene concesso.

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Gli ingrandimenti delle cinque gemme della collezione Farnese esposte nella mostra “A tempo di danza” di Vetulonia (foot graziano tavan)

“Una bellezza che viene esaltata ancor più all’interno di questo spazio da cinque piccoli capolavori: le gemme cameo della medesima collezione Farnese, di cui fa parte la Venere accoccolata, concesse in prestito dallo steso museo Archeologico nazionale di Napoli. In sintesi questi cinque micro capolavori che sono le gemme farnesi, raccontano lo stesso tema della mostra: al suono del flauto dell’auletrix, la suonatrice di aulos, il doppio strumento a fiato, dove il suo ondeggiare, lento, ritmato, si vede soltanto nell’eco che questo moto trasferisce alle volute ondeggianti del mantello che ricade intorno al suo corpo nudo. Si muovono e danzano due menadi: l’una col tirso, l’altra con la testa rovesciata nello schema celeberrimo della scultura di Scopas, quindi greca. Dall’altra parte una gemma riproduce il medesimo schema della Venere Farnese accoccolata dopo il bagno, ricoperta come un cielo dal manto che deve avvolgerle il corpo. E l’ultima a celebrare quale corrispettivo ipostasi terrena o semidivina della bellezza dell’Afrodite dea per il momento dell’unione tra Leda e Zeus sotto le spoglie di un cigno dal cui miracoloso connubio nascerà Elena, la donna più bella del mondo, specchio di quella bellezza assoluta ed eterna che solo Venere dall’antichità al neoclassicismo di Canova può per noi come per tutti da sempre rappresentare”.

Paestum. Alla XXIV Bmta la 2ª Conferenza Mediterranea sul Turismo Archeologico Subacqueo: annunciato l’itinerario sommerso del Relitto del Lombardo per il 2023 alle isole Tremiti, e consegnato il Premio internazionale di Archeologia Subacquea “Sebastiano Tusa”

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Il relitto del Lombardo alle Isole Tremiti: a giugno 2023 sarà visitabile con un itinerario subacqueo (foto patrimonio subacqueo)

paestum_BMTA22-XXIV-edizione_logoA giugno 2023 sarà possibile visitare l’itinerario sommerso del Relitto del Lombardo appartenuto e utilizzato da Garibaldi durante lo sbarco dei Mille e poi dopo qualche anno naufragato al largo delle Isole Tremiti in Puglia: lo ha annunciato alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico Barbara Davidde soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo nel corso della 2ª Conferenza Mediterranea sul Turismo archeologico subacqueo. “La soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo del MiC”, racconta Barbara Davidde, “sta portando avanti il percorso di realizzazione del progetto Amphitrite volto a creare itinerari subacquei all’interno di cinque Aree Marine Protette italiane: quella delle Isole Tremiti in Puglia, le Cinque Terre e Portofino in Liguria, Baia in Campania, Crotone in Calabria, Capo Testa – Punta Falcone in Sardegna. Alcuni di questi itinerari saranno dotati di una rete di nodi sensori che, grazie all’internet underwater things, permetterà la visita dei siti con dei tablet che hanno al loro interno la realtà aumentata e la ricostruzione di come doveva essere in antico il sito sommerso. Questo tipo di visita esiste già nel Parco di Baia e sarà realizzato nelle Isole Tremiti sicuramente sul relitto del Lombardo e forse anche sul Relitto delle Tre Senghe per il quale stiamo terminando gli studi propedeutici”.

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La soprintendente Barbara Davidde con l’archeologo subacqueo Roberto Petriaggi sulla barca appoggio a Baia (foto Marcello Adamo)

La 2ª Conferenza Mediterranea sul Turismo archeologico subacqueo – organizzata dalla Borsa nel ricordo del grande archeologo e studioso Sebastiano Tusa che ha vissuto la sua vita al servizio delle istituzioni per contribuire allo sviluppo locale e alla tutela del Mare Nostrum – è stata anche l’occasione per la soprintendente Davidde per lanciare, insieme a Ulrike Guérin Programme Specialist 2001 Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage UNESCO Culture Sector, l’idea di creare una rete di percorsi subacquei e di proporre questi itinerari per l’iscrizione nella lista delle buone pratiche per la valorizzazione e la protezione del patrimonio culturale subacqueo. “Per noi è importante anche per dare il nostro appoggio e rendere il patrimonio acquatico sempre più accessibile, a patto che l’itinerario sia gestito”, spiega Ulrike Guérin che aggiunge “una candidatura sicuramente da presentare quale esempio di buona pratica per gli itinerari subacquei è quella del Parco sommerso Baia” rivolgendosi al direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei, Fabio Pagano. Alla conferenza, con il coordinamento scientifico di Luigi Fozzati, sono intervenuti Valeria Patrizia Li Vigni presidente fondazione Sebastiano Tusa, Ferdinando Maurici soprintendente del Mare della Regione Siciliana, Cristiano Tiussi direttore fondazione Aquileia.

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Consegna premio internazionale di Archeologia Subacquea “Sebastiano Tusa” 2022: da sinistra, Lucrezia Maghet, Valeria Patrizia Li Vigni, Pippo Cappellano, Eric Rieth, Andrea Camilli, Luigi Fozzati (foto bmta)

Sempre nel ricordo dell’archeologo siciliano, il Premio internazionale di Archeologia Subacquea “Sebastiano Tusa” è stato consegnato a Eric Rieth direttore emerito CNRS Centre National de la Recherche Scientifique di Francia e responsabile dipartimento Archeologia Navale museo nazionale della Marina di Parigi per il riconoscimento alla carriera; Andrea Camilli direttore del museo delle Navi Antiche di Pisa per il progetto “Grande Tirreno”, per il progetto più innovativo a cura di Istituzioni, Musei e Parchi Archeologici; Pippo Cappellano giornalista, regista, foto cineoperatore subacqueo e autore di documentari per il miglior contributo giornalistico in termini di divulgazione. “Un’iniziativa a cui teniamo molto”, rimarca il fondatore e direttore della BMTA Ugo Picarelli, “per portare avanti l’eredità pionieristica dell’amico della Borsa Sebastiano Tusa”. A seguire la consegna della Targa “Claudio Mocchegiani Carpano”, alla presenza del figlio Luca, alla migliore Tesi di laurea sull’Archeologia Subacquea: premiata Lucrezia Maghet per la tesi “L’archeologia subacquea sul web: raccolta, analisi e lettura critica dell’offerta disponibile in rete” corso di laurea in Beni culturali, università di Udine.

Paestum. Alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo archeologico focus sull’Archeologia Sotterranea: tutti i dati su caverne, cripte, catacombe, gallerie, labirinti. Luoghi che affascinano turisti e pellegrini

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Un momento della conferenza sull’archeologia sotterranea alla XXIV Borsa mediterranea del turismo archeologico (foto bmta)

Rendere visibile ciò che è invisibile, fruibile ai visitatori e vantaggioso dal punto di vista economico. Focus sull’Archeologia Sotterranea alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum: caverne, cripte, catacombe, gallerie, labirinti, luoghi ricchi di fascino e di storia, che permettono percorsi emozionali e sostenibili e raccontano la pietra e i suoi misteri, la vita sotto il frastuono della quotidianità. Su 1154 siti Unesco, il 20% (221) sono grotte e cavità sia naturali, sia artificiali (estrattive, di culto, idrauliche, di transito, belliche, insediative civili). Quelle naturali sono oltre 37mila in Italia. Il maggior numero di cavità naturali, in rapporto all’ampiezza del territorio, è in Friuli Venezia Giulia, il maggior numero in assoluto è in Veneto, le più grandi sono in Toscana. In Campania ci sono 1315 grotte naturali, oltre il 70% (935) in provincia di Salerno; la più grande è la grotta di Castelcivita. Di quelle artificiali, 96, la larga maggioranza, sono in provincia di Napoli dove l’attività industriale è più rilevante. Particolare importanza è stata attribuita al segmento delle catacombe, dal momento che l’idea del direttore e fondatore della Borsa Ugo Picarelli, è nata da un’attenzione verso il progetto “Catacombe d’Italia” lanciato nel 2018 dal Cardinale Ravasi con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Sulle cinque edizioni delle Giornate delle Catacombe, a 1800 anni dalla morte di Papa Callisto (“l’inventore delle catacombe”) e a 200 dalla nascita dell’archeologo Giovanni Battista De Rossi, ha relazionato Pasquale Iacobone segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

Venezia. Scavo della villa romana di Lio Piccolo: portato alla luce un antico magazzino per il sale dagli archeologi del progetto Vivere d’acqua di Ca’ Foscari

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L’antico magazzino del sale portato alla luce tra le barene della laguna a Lio Piccolo nel progetto Vivere d’acqua (foto unive)

Il progetto Vivere d’acqua dell’università Ca’ Foscari ha portato alla luce un altro segmento dell’antica storia lagunare, rivelando un ulteriore settore delle monumentali strutture in legno di un edificio collegato ad una filiera produttiva, probabilmente un antico magazzino per il sale, di epoca romana. Si tratta di una delle pertinenze rustiche della cosiddetta villa marittima di Lio Piccolo. L’edificio aveva una particolarissima configurazione: in una fossa di fondazione larga 1,5 m e profonda altrettanto, gli antichi romani hanno depositato a coppie lunghe e possenti travi di legno, spesse 25/30 cm. Sopra di esse erano appoggiati, senza chiodi o cavicchi, numerosi robusti tronchi di quercia, ancora incredibilmente conservati (corteccia compresa), con un diametro di 60/70 cm. L’argilla lagunare usata come riempimento della fossa garantiva un’estrema solidità della fondazione di un edificio in legno, circondato dalle acque, che doveva svilupparsi in elevato, ma che soprattutto poteva sopportare un carico di pesi notevolissimo. L’ipotesi di lavoro a cui Diego Calaon e Daniela Cottica – direttori del progetto archeologico- stanno lavorando è che questo edificio possa essere una delle strutture delle antiche saline romane presso la costa, usato magari proprio per conservare il sale appena prodotto nelle vicine aree di salinazione, presso l’attuale isola delle “Saline”.

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Progetto Vivere d’acqua: fondazione lignea portata alla luce nello scavo a Lio Piccolo (foto unive)

Le analisi stratigrafiche, condotte al di sotto dei livelli medi di marea grazie all’impiego di pompe in un grande cantiere appositamente pensato per poter scavare scientificamente all’asciutto al di sotto delle acque e delle barene, descrivono un edificio con una probabile forma a “c” che si sviluppava intorno ad un cortile interno, occupato da una vasca per il filtraggio delle acque, ovvero un pozzo alla veneziana. Un’ampia vasca foderata in argilla, riempita con sabbia pulitissima proveniente da dune costiere che, come i pozzi della Venezia medievale, serviva a filtrare l’acqua piovana dei tetti dell’edificio per renderla potabile. L’edificio in legno era sicuramente il luogo di lavoro degli schiavi che si muovevano intorno alla villa. Le stratigrafie rivelano piani di lavoro, buche di palo, resti di attività artigianali: probabilmente per riparare e preparare gli strumenti che servono al mantenimento di un complesso sistema ambientale, fatto di argini e strutture complesse per poter sfruttare al massimo le risorse lagunari.

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Veduta da drone dell’antico magazzino per il sale a Lio Piccolo nello scavo della villa romana del progetto Vivere d’acqua (foto unive)

L’elemento di novità dello scavo del 2022, che prosegue il progetto inaugurato lo scorso anno in collaborazione con il finanziamento del Comune di Cavallino-Treporti e l’alta sorveglianza della soprintendenza Archeologica Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, risiede nel fatto che si è riusciti a documentare un lungo periodo di occupazione del sito, che va dal I secolo d.C. al VI secolo d.C. La fotografia proposta è quella di una laguna stabilmente sfruttata in antichità, soprattutto presso gli spazi acquei di comunicazione tra il porto dell’antica città di Altino e la sua costa, ovvero lungo i canali di marea che connettevano il porto con il mare. Si è, quindi, molto lontani da quell’idea che avevamo in passato di una laguna in epoca romana priva di strutture antiche pre-veneziane. Allo stesso modo le ricerche di tipo globale che sono condotte in seno al progetto (survey, analisi di materiali, studi tipologici) ci permettono di capire che i reperti che abbondantemente troviamo in laguna (ad esempio le anfore) spesso non sono legati a un generico insediamento, ma a delle vere proprie attività di sfruttamento del territorio, dove si costruivano argini con anfore per dividere valli da pesca e “fondamenti” di saline.

Dallo scavo emergono numerose le tessere musive e i frammenti di intonaco che decoravano un edificio antico presente nella stessa area, databile proprio al I secolo d.C. È da qui, infatti, che provengono i numerosi frammenti di affresco raccolti da Ernesto Canal, celebrati dalla famosa mostra nel 2019. Gli archeologi spiegano come queste strutture, prima abitative e produttive, e poi eminentemente produttive, abbiano cambiato forma nell’arco dei secoli adattandosi a diversi modelli economici di sfruttamento della laguna: il prodotto non cambiava (si continuava a fare sale) ma cambiavano le tipologie delle strutture e le modalità di occupazione in base a modelli economici che via via si sono susseguiti nel territorio dell’antica Regio Venetia et Histria. Così, ad esempio, lo scavo ci illustra come tra V e VI secolo d,C.  l’edificio di legno venga sostituito da un edificio in muratura, con muri di laterizi di epoche precedenti riutilizzati e con un diverso orientamento.

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Carotaggi a Lio Piccolo nella laguna di Venezia nell’ambito del progetto Vivere d’acqua (foto unive)

Non solo la villa marittima, ma un complesso sistema di insediamenti romani per lo sfruttamento delle risorse costiere: da qui si origina la “forza lavoro” che contribuirà alla creazione della futura Venezia. L’équipe del progetto Vivere d’Acqua sta concludendo l’indagine in questi giorni con una serie di carotaggi e di analisi geologico ambientali per comprendere come la micro-morfologia del territorio abbia permesso questo tipo di insediamenti e lo sfruttamento della costa in epoca romana. E, forse, anche in epoca precedente. Dallo scavo e dai carotaggi, infatti emergono alcuni interessantissimi livelli antropici forse di età pre-augustea. Cristophe Morhange (Universitè Aix-Marseille) e Giovanni Sarti (Università di Pisa) insieme con il team veneziano sono certi che il litorale di tutta l’area di Lio Piccolo darà importanti informazioni in futuro sulla conformazione di questo paesaggio antico, oggi paesaggio sommerso.

Il documentario “Panorami sommersi”. Un’intuizione geniale cerca Venezia prima di Venezia, un pioniere nelle ricerche archeologiche veneziane, un team di ricercatori attivi in laguna convinti che raccontare lo scavo “mentre si fa” sia un dovere etico e una modalità scientifica di co-interpretazione dei paesaggi antichi: questi sono alcuni degli elementi narrati nel film documentario di controcampo produzioni panorami sommersi, prodotto in collaborazione con l’università Ca’ Foscari Venezia. “Panorami sommersi” è il titolo del film documentario di cui il progetto vivere d’Acqua è uno dei protagonisti. Il film, presentato nella sua anteprima veneziana il 26 ottobre 2022 all’Auditorium S. Margherita, è prodotto da Controcampo, e rappresenta una modalità inedita di raccontare l’archeologia del territorio veneziano, collegando i fili di narrazioni antiche con narrazioni contemporanei. Il gusto estetico e poetico del regista, Samuele Gottardello, ha incontrato la pragmaticità degli archeologi che scavano il fango, e insieme hanno provato a raccontare una storia di riappropriazione di un paesaggio scomparso, quello romano, indicato e descritto prima di tutti da Ernesto Canal. Il film narra come nasce un’intuizione archeologica, come il modello interpretativo possa venire elaborato e come la comunità se ne possa riappropriare in tutti i modi possibili che l’archeologia, la storia e l’arte consentono.

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Grande la risposta del pubblico nelle visite guidate allo scavo di Lio Piccolo con il progetto di archeologia pubblica di Vivere d’acqua (foto unive)

Il progetto di archeologia pubblica dell’università Ca’ Foscari. Il progetto Vivere d’Acqua ha scelto una via di comunicazione partecipata per condividere con quasi 2mila visitatori in un mese di scavo le ricerche in corso. Il programma di archeologia Pubblica con eventi, visite guidate, conversazioni e aperitivi archeologici ha permesso alle comunità locali, agli archeologi, e ai visitatori di riunirsi intorno allo scavo in corso e insieme narrare in modi diversi un passato comune. La lunga stagione degli appuntamenti di archeologia pubblica e partecipata collegati al progetto “Vivere d’Acqua, archeologie tra Lio Piccolo e Altino” hanno visto quasi 2 mila persone visitare e intrattenersi presso lo scavo della Villa marittima di Lio Piccolo. Il film “Panorami Sommersi” rappresenta uno di questi capitoli dove l’archeologia incontra la comunità. Proiettato per la sua “prima veneziana” presso l’Auditorium di Santa Margherita di Ca’, è un omaggio alla comunità cafoscarina che ha collaborato e ospitato parte delle riprese anche durante le ricerche archeologiche per individuare i resti della Villa Romana sepolta, riemersa in parte con gli scavi del 2021 e i recenti interventi, e di cui Canal ha più volte segnalato l’esistenza. Il film di Controcampo Produzioni ha felicemente incontrato il progetto dell’università Ca’ Foscari “Vivere d’Acqua”. Il progetto ha poche semplici regole: condivisione continua delle ricerche archeologiche con la comunità locale, comunicazione e co-progettazione delle azioni archeologiche e costruzione collettiva delle narrazioni del nostro passato, unendo archeologi e cittadini nel momento magico della scoperta e dell’interpretazione delle tracce sepolte. Gli incontri non hanno voluto essere didattici ma cogliere storia di uomini e di sogni alla ricerca della verità, in un’esperienza unica per vivere la Laguna meno nota e frequentata come un fertile incubatore di civiltà, di racconti, di esperienze, di ambienti naturali. Di bellezza.

 

Paestum. Alla XXIV Borsa mediterranea del turismo archeologico presentato il progetto e-Archeo: viaggio esperienziale integrato in 8 siti archeologici italiani che ripercorre da Nord a Sud le diverse civiltà e più di dieci secoli di storia del territorio italico 

E-archeo_progetto_mappaEgnazia (Puglia), Sibari (Calabria), Velia (Campania), Nora (Sardegna), Alba Fucens (Abruzzo), Cerveteri (Lazio), Marzabotto (Emilia Romagna) e le Ville di Sirmione e Desenzano (Lombardia). Cosa hanno in comune questi otto siti del Patrimonio Culturale italiano di fondazione etrusca, greca, fenicio-punica, indigena e romana? È il progetto e-Archeo, un progetto complesso che coniuga reale e digitale per illustrare otto siti, da Nord a Sud, raccontando, secondo un modello esperienziale integrato e multicanale, più di dieci secoli di storia del territorio italico durante i quali la penisola è divenuta il luogo dell’integrazione di civiltà in cui tradizioni diverse si sono riconosciute in una cultura unitaria.

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Presentazione del progetto e-Archeo alla Borsa mediterranea del Turismo archeologico di Paestum (foto bmta)

Il progetto e-Archeo è stato presentato alla XXIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. e-Archeo è il primo progetto su larga scala aggregatore di enti di ricerca, università e accademie, industrie creative ed esperti del settore dei Beni culturali nelle sue molteplici declinazioni, promosso dal ministero della Cultura (MiC) e coordinato da Ales SpA. Focus del progetto e-Archeo è quello di realizzare una piattaforma multimediale, aggregatrice di alcuni siti archeologici di interesse nazionale, che possa raccontare i contesti di fruizione attraverso diversi format comunicativi digitali. Di ciascuno di essi si è raccontata la storia e il divenire attraverso l’illustrazione dei monumenti meglio conservati, che sono stati presentati nella loro realtà attuale e in una visione ricostruttiva, finalizzata a restituire loro quella terza dimensione perduta nel corso dei secoli. “Una buona pratica sia per il modello operativo che per il metodo di lavoro sotteso”, ha evidenziato Eva Pietroni, primo ricercatore CNR ISPC coordinatore del progetto multimediale e della produzione esecutiva, “con cui abbiamo voluto mostrare la varietà del museo diffuso Italia. Le ricostruzioni virtuali sono protagoniste del progetto, soprattutto per restituire la terza dimensione dei siti prescelti che si è persa nei secoli, con una strategia immersiva volta al miglioramento dell’accessibilità cognitiva”.

Storytelling emozionale per il grande pubblico mantenendo fede al patrimonio informativo scientifico che le università mettono a disposizione: gli 8 siti archeologici sono così promossi in maniera sia scientifica che emozionale, per più tipologie di pubblico. Le villae d’otium di Desenzano e di Sirmione, Kainua “la città nuova” fondata dagli Etruschi (Marzabotto), le tombe a camera di Cerveteri, la colonia di diritto latino Alba Fucens, il Municipium di Elea (Velia), la trasformazione di Egnazia dall’età messapica a quella romana, l’evoluzione nei secoli di Sibari, lo sviluppo di Nora da antico emporio fenicio a colonia punica di Cartagine. L’uso del 3D consente una visione diacronica del paesaggio: attuale archeologico, potenziale antico, paesaggio interpretato. Il paesaggio archeologico attuale è rappresentato e narrato come è oggi, attraverso modelli digitali e riprese cinematografiche; il paesaggio potenziale antico è rappresentato attraverso le ricostruzioni virtuali, accompagnate da un doppio livello di contenuti: narrativi e scientifici. Ai rendering foto-realistici a cui è associato lo storytelling, si affiancano infatti i rendering del “back end” scientifico, che mostrano i diversi livelli di affidabilità delle ricostruzioni e le fonti e i processi interpretativi seguiti. “Tutti esperibili”, ha sottolineato la Pietroni, ricordando che “essendo stato sviluppato in fase di pandemia per lo sviluppo del progetto si è prediletta soprattutto la fruizione online, disponibile anche da remoto al sito dedicato https://e-archeo.it/”.

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Progetto e-Archeo: ricostruzione del santuario di Esculapio a Nora in Sardegna

Per la narrazione sono stati scelti i luoghi della vita pubblica (fori, basiliche, templi) e privata (abitazioni urbane e ville), senza trascurare le necropoli con le tombe e i corredi, specchio delle credenze nell’aldilà. “Le ricostruzioni tridimensionali, i metadati scientifici ad essi associati, i contenuti narrativi sono confluiti in varie applicazioni multimediali, finalizzate alla valorizzazione delle 8 aree archeologiche, così da arrivare al pubblico in modi diversi, sia in situ che online”, ha spiegato Eva Pietroni, “per declinare l’accessibilità in senso ampio, ossia sia per favorire la fruizione di utenti con bisogni speciali sia per rendere i contenuti godibili e appropriati per tipologie di utenti diversi, inclusi gli addetti ai lavori”.

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Progetto e-Archeo: ricostruzione della villa romana di Sirmione (Grotte di Catullo) sul lago di Garda

Soluzioni trasversali da cui si attivano singole applicazioni per vari usi e tipologie di pubblico, promuovendo questo patrimonio in modalità sia scientifica che narrativa ed emozionale. “Un risultato ottenuto in tempi straordinari”, ha rimarcato Costanza Miliani direttore CNR ISPC, “una grande sfida nel trasferimento di conoscenza di 8 siti archeologici con grande varietà di contenuti per trasformare questo contenuto immenso e prezioso in qualcosa che possa essere visto vissuto e apprezzato con la multidimensionalità, sfruttando alcune applicazioni come la ATON, un framework liquido ossia che si adatta sia a un data center che a uno smartphone. Puntiamo a una scienza aperta, per rendere quello che produciamo accessibile a tutti: dopo averlo già messo a disposizione sulla piattaforma Zenodo, ora lavoriamo a una nuova avventura: costruire un cloud per i dati scientifici per i beni culturali”.

 

Venezia. “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue: a un passo dall’uomo”: storico incontro con l’etologa Jane Goodall e il paleoantropologo Donald Johanson, per la prima volta insieme sul palco del teatro Goldoni per i 40 anni del Ligabue Magazine

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La copertina di LM80, l’ultimo numero del Ligabue Magazine (foto fondazione ligabue)

Due delle firme più prestigiose del Ligabue Magazine si incontrano sul palco del Teatro Goldoni a Venezia – intervistati dall’autrice e conduttrice televisiva Sveva Sagramola – per un talk sull’Uomo, le sue origini e il futuro che lo aspetta. Due grandissimi protagonisti della scienza moderna a livello mondiale, due icone della ricerca internazionale sulle nostre origini e sui primati, due attivisti e divulgatori di fama internazionale in merito ai problemi dell’ambiente, della conservazione delle specie e del futuro della ricerca: l’etologa e antropologa inglese Jane Goodall e il paleoantropologo americano Donald Johanson saranno per la prima volta insieme, in un incontro specialissimo promosso a Venezia dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e condotto da Sveva Sagramola, giornalista e volto notissimo della Rai, storica conduttrice della trasmissione televisiva di scienza e cultura “Geo e Geo” su Rai 3.

venezia_dialoghi-fondazione-ligabue_a-un-passo-dall-uomo_locandina“A un passo dall’uomo”. Tornano il 29 ottobre 2022, al teatro Goldoni di Venezia “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” – conferenze e incontri a ingresso libero, con grandi studiosi, ricercatori ed esperti di diversi ambiti del sapere – in un appuntamento imperdibile e per certi versi emozionante, che vede dalle 17.30 sul palco veneziano la prima volta insieme l’etologa più celebre al mondo, grazie ai suoi rivoluzionari studi sugli scimpanzé e la loro somiglianza con gli esser umani (condotti nel Parco nazionale del Gombe), e lo studioso ricordato come lo scopritore di “Lucy”: scheletro di un ominide risalente a oltre tre milioni di anni fa e prima sconosciuto – ritrovato il 24 novembre 1974 nella regione di Afar, in Etiopia – che ha rivelato un tassello fondamentale dell’evoluzione della nostra specie.

venezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine2_foto-fondazione-ligabuevenezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine1_foto-fondazione-ligabueL’occasione dell’incontro pubblico, voluto fortemente da Inti Ligabue presidente della fondazione dedicata a Giancarlo Ligabue, è una ricorrenza importante: il quarantennale del “Ligabue Magazine”, la prestigiosa pubblicazione scientifico-culturale edita dall’allora Centro e Studi e Ricerche Ligabue e ora della Fondazione: un semestrale in doppia lingua dal design ricercato e dall’eccezionale  apparato iconografico e con un parterre di autori di primo piano: storici, scienziati, letterati ed esperti delle diverse discipline. Jane Goodall e Donad Johanson sono stati appunto tra le firme più illustri degli 80 numeri della rivista, che vanta la direzione editoriale di Alberto Angela ed è diretta dal 2018 da Alessandro Marzo Magno e che, in 40 anni, ha fatto registrare 4600 articoli in versione italiana e inglese, oltre 4mila autori, più di 20mila immagini, diverse migliaia di abbonati in oltre 30 Paesi nei 5 continenti. Una rivista che accompagna i lettori in perlustrazioni affascianti di mondi, culture, ambienti, presentando ricerche e studi in settori diversi in maniera sempre godibile, con un occhio di riguardo all’antropologia, all’archeologia e alla paleontologia. A guidare la scelta editoriale sono la passione per la conoscenza e la volontà della Fondazione e del suo presidente di sensibilizzare il pubblico su alcuni temi: il pericolo per la sopravvivenza di popoli e culture, la tolleranza e il rispetto, i rischi ambientali connessi all’inquinamento e alla deforestazione, la tutela di alcune specie animali a rischio estinzione, l’impatto dei cambiamenti climatici, ecc. E poi Venezia, alla quale ogni numero riserva attenzione, per ricordane storia e cultura, ma anche fragilità e pericoli.

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L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue (foto fondazione ligabue)

“È un onore e un’emozione grandissima”, commenta Inti Ligabue, “poter accogliere e presentare al pubblico, soprattutto ai più giovani che magari li conoscono meno, due menti illuminate, due antesignani di studi e ricerche nel mondo, che hanno dato un contributo fondamentale alle nostre conoscenze sui primati e sull’evoluzione della specie umana. Credo che poterli incontrare, sentire dalle loro voci i racconti di una vita dedicata alla ricerca, alla conoscenza, alla libertà del pensiero e alla difesa del nostro ambiente, dell’umanità e del pianeta, non possa che essere di ispirazione per tutti noi e per il nostro domani”.

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Jane Goodall con uno scimpanzé in Kenia nel 2000 (foto Jane Goodall institute)

Jane Goodall, PhD, DBE, fondatrice del Jane Goodall Institute e Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, è nota in tutto il mondo per le sue ricerche pionieristiche sugli scimpanzé selvatici.  Oggi gira il mondo per parlare delle minacce che incombono sulle crisi ambientali, esortando ciascuno di noi ad agire per conto di tutti gli esseri viventi e del pianeta che condividiamo. Nel luglio del 1960, all’età di 26 anni, Jane Goodall si recò dall’Inghilterra in quella che oggi è la Tanzania e si avventurò nel mondo poco conosciuto degli scimpanzé selvatici. Equipaggiata con poco più di un taccuino, un binocolo e il suo grande interesse per la fauna selvatica, Jane Goodall sfidò un regno di incognite per dare al mondo una straordinaria finestra sui parenti viventi più stretti dell’umanità. In quasi 60 anni di lavoro innovativo, la dottoressa Jane Goodall non solo ha dimostrato l’urgente necessità di proteggere gli scimpanzé dall’estinzione, ma ha anche ridefinito la conservazione delle specie includendo le esigenze delle popolazioni locali e dell’ambiente. Nel 1977 la dott.ssa Goodall ha fondato il Jane Goodall Institute, attivo anche in Italia, che continua la ricerca su Gombe ed è leader mondiale nell’impegno per la protezione degli scimpanzé e dei loro habitat.  L’Istituto è ampiamente riconosciuto per i suoi programmi innovativi di conservazione e sviluppo in Africa, incentrati sulle comunità locali, e per Roots & Shoots, il programma ambientale e umanitario globale per i giovani di tutte le età.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson mostra il ritrovamento di un altro scheletro di ominide durante gli scavi nell’Olduvai (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Donald Johanson. Molti considerano Donald Johanson uno dei più importanti e completi paleoantropologi del nostro tempo. Nel corso della sua illustre carriera, ha prodotto alcune delle scoperte più importanti del settore, tra cui il reperto fossile più conosciuto e studiato del XX secolo: lo scheletro di Lucy. Da quando Charles Darwin ha proposto la teoria dell’evoluzione nella sua pubblicazione del 1859, On the Origin of Species by Means of Natural Selection (L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale), gli scienziati hanno ipotizzato il posto dell’uomo nella natura. Darwin ipotizzò che non solo la specie umana fosse un prodotto del processo evolutivo, ma che nel passato preistorico condividessimo un antenato comune con le scimmie africane. Sebbene il XX secolo sia stato costellato da importanti ritrovamenti di ominidi fossili provenienti sia dall’Africa orientale che da quella meridionale, fu la scoperta del 1974 da parte del dottor Johanson di un fossile di ominide di 3,2 milioni di anni fa in Etiopia ad aggiungere un collegamento cruciale. Lucy, come fu chiamato lo scheletro, ha suscitato un dibattito continuo e importanti revisioni nella nostra conoscenza e comprensione del passato evolutivo dell’uomo. Lo scheletro possedeva un’intrigante miscela di caratteristiche simili a quelle delle scimmie, come il volto sporgente e il cervello piccolo, ma anche di caratteristiche che consideriamo umane, come la camminata eretta. Lucy continua a essere un diadema nella corona dei fossili di ominidi e funge da importante pietra di paragone per tutte le scoperte successive.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson e Alberto Angela mentre esaminano resti fossili (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Nei 34 anni trascorsi da quando Johanson ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Chicago, ha condotto esplorazioni sul campo in Etiopia, Tanzania e Medio Oriente e ha raggiunto efficacemente diverse piattaforme mediatiche: ha condotto e narrato la serie In Search of Human Origins della PBS/NOVA, nominata agli Emmy, è stato coautore di nove libri e ha tenuto conferenze presso università, aziende e forum pubblici per condividere le sue scoperte e stimolare un sano dibattito. Spinto dall’idea che non possiamo comprendere appieno chi siamo e dove siamo diretti come specie finché non abbiamo una conoscenza più completa delle nostre radici evolutive, Johanson ha fondato l’Institute of Human Origins nel 1981 come centro di riflessione sull’evoluzione umana e si è unito all’Arizona State University con un centro di ricerca nel 1997. L’istituto è oggi considerato uno dei centri di ricerca sulle origini umane più importanti al mondo. Johanson è membro onorario dell’Explorers Club, membro della Royal Geographical Society e membro distinto dell’Accademia delle Scienze di Siena. È inoltre titolare della cattedra Virginia M. Ullman sulle origini umane presso l’Arizona State University, dove insegna.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è il Barbabei Day: un’intera giornata a ingresso eccezionalmente gratuito con un ricco programma di iniziative dedicate al suo fomdatore Felice Barnabei nel giorno del centenario della sua morte

roma_villa-giulia_barnabei-day_locandinaSabato 29 ottobre 2022 è il Barnabei Day. Per un’intera giornata il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma sarà a ingresso eccezionalmente gratuito con un ricco programma di iniziative dedicate a Felice Barnabei nel giorno del centenario della sua morte. Sono infatti trascorsi 100 anni dalla scomparsa di Felice Barnabei. Non è solo il fondatore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ma un pezzo di storia del nostro Paese, testimone e protagonista della piena affermazione dell’archeologia come disciplina storica, un pioniere del concetto di valorizzazione e uno dei più strenui propugnatori e difensori dei principi giuridici che ancora oggi tutelano il patrimonio culturale in Italia e sono diventati un modello a livello internazionale.

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Spettacolare veduta dall’alto di Villa Giulia a Roma, prestigiosa dimora rinascimentale sede del museo nazionale Etrusco (foto etru)

Sabato 29 ottobre, dalle 9 alle 23, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, assieme agli enti promotori del Comitato organizzativo, dà avvio alle celebrazioni in suo onore con il BARNABEI Day, una giornata interamente gratuita con un programma culturale dedicato alla sua figura e alle sue imprese, a partire da quella in assoluto più complessa e ambiziosa: raccogliere in un’unica sede le antichità che venivano alla luce al di fuori delle mura della Capitale: dalla Provincia romana fino all’Umbria. Villa Giulia divenne così, nell’arco di pochi anni dalla sua fondazione nel 1889, la prestigiosa dimora rinascimentale preposta alla custodia e alla valorizzazione di un patrimonio archeologico immenso ed eccezionale, finalmente oggetto delle cure e dell’attenzione scientifica che un nuovo approccio all’archeologia richiedeva, grazie anche all’impegno profuso personalmente da Barnabei affinché la tutela del nostro patrimonio culturale e il principio del suo superiore interesse collettivo divenissero concetti concreti e universalmente condivisi.

roma_villa-giulia_barnabei-day_programma_locandinaIl BARNABEI Day sarà animato da un ricco programma di iniziative culturali come visite guidate e laboratori didattici, presentazioni, proiezioni, dibattiti e, per concludere, un’apertura serale straordinaria fino alle 23, tutto ad ingresso gratuito. Rendiamo omaggio al fondatore con un video-racconto dedicato alla sua memoria che sarà proiettato alle 9 in Sala Fortuna, con visite guidate tematiche (alle 11, 12, 20.30, 21.30) a cura delle archeologhe del Museo e l’intervento delle restauratrici che racconteranno le tecniche utilizzate durante il restauro del tempio di Alatri. Spazio ai bambini con il laboratorio didattico delle 16 “Etruschi in vetrina: allestiamo insieme una ETRUteca” per ricordare il ruolo di Barnabei nel recupero dei manufatti e nel primo allestimento del Museo.

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Il busto bronzeo di Barnabei restaurato grazie alle donazioni ricevute attraverso l’Art Bonus (foto etru)

Nel pomeriggio, dopo l’inaugurazione alle 16.30 del busto bronzeo di Barnabei restaurato grazie alle donazioni ricevute attraverso l’Art Bonus, alle 17 verrà presentato ufficialmente il comitato organizzativo delle celebrazioni promosso da Italia Nostra. Saranno presenti studiosi, familiari e i rappresentanti delle istituzioni che hanno un legame particolare con Barnabei e che a vario titolo hanno dato il proprio patrocinio all’iniziativa come l’associazione Bianchi Bandinelli, l’Accademia dei Lincei e il Comune di Castelli (Teramo) di cui era originario (si può seguire la tavola rotonda delle 17 in streaming a questo link https://youtu.be/1k40JC6s5JM). Sarà quindi una occasione per ricordare da diverse prospettive l’illustre festeggiato e per dare un’anteprima delle principali iniziative che nel corso dell’anno onoreranno la sua memoria e la sua opera. Il comitato vanta già il patrocinio e l’adesione, oltre ai soggetti menzionati, del ministero della Cultura, dell’Archivio di Stato di Teramo, dell’Istituto centrale per l’Archeologia – Direzione generale Archeologia Belle arti e paesaggio, dell’università di Teramo e dell’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte – INASA. Alle 20, in occasione dell’apertura serale, oltre a visite guidate tematiche gratuite offerte dal personale del Museo, avrà luogo una proiezione straordinaria con dibattito del documentario “L’anello di Grace”, dedicato alla ricostruzione delle vicende legate al “trafugamento” della biga di Monteleone di Spoleto per la restituzione del quale Barnabei fu uno dei pochi a impegnarsi pubblicamente. Intervengono Giuliana Calcani, Maurizio Fiorilli, Fabio Isman, Valentino Nizzo, Dario Prosperini. Prenotazioni obbligatorie: laboratorio didattico (alle 16) all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it ; tavola rotonda (alle 17) e proiezione del documentario (alle 20) all’indirizzo mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it.

Napoli. Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sceglie il Mann come primo grande Museo da visitare a inizio mandato: “Il più importante museo archeologico del mondo”. Visita nelle sale col direttore Giulierini

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Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano con il direttore del Mann Paolo Giulierini nella sala del Toro farnese (foto mann)

Prima uscita ufficiale del neo ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che sceglie la sua città, Napoli, e, della sua città, uno dei suoi simboli dell’offerta culturale: il museo Archeologico nazionale. “Il più importante museo Archeologico del mondo, dove si comprende il concetto di polis, della città-stato in cui i cittadini hanno diritti e doveri”: con queste parole il ministro Sangiuliano ha concluso la mattina del 28 ottobre 2022 la sua visita al Mann. Il ministro, accompagnato dal direttore del museo Paolo Giulierini, ha percorso le sale dell’ala occidentale, attualmente in allestimento, dove, in 3000 mq non fruibili in toto da cinquant’anni, a metà febbraio 2023 sarà ospitata la Sezione Campania Romana, che custodirà oltre duecento reperti dalle città vesuviane e dall’area flegrea. Il percorso del Ministro ha coinvolto anche il cosiddetto Braccio Nuovo tra Auditorium, laboratori di restauro e ala che accoglierà la scuola di ristorazione. Sosta immancabile nei luoghi simbolo del Mann: salone della Meridiana e sala del Toro Farnese. “Siamo onorati che il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano abbia scelto il Mann come primo grande Museo da visitare a inizio mandato”, ha commentato il direttore Giulierini. “Questa decisione ci dà sempre più carica nel portare avanti il nostro cammino verso la riapertura completa del Museo. Un evento ormai imminente, che intende avere anche effetti significativi nell’ottica della rigenerazione urbana”.