Codigoro (Fe). Pomposa guarda al futuro: arrivano i totem digitali per l’ingresso all’abbazia e al museo. Dal 1° aprile biglietteria elettronica e nuovi servizi per una visita più semplice, accessibile e autonoma
L’innovazione digitale entra in uno dei luoghi simbolo del patrimonio culturale emiliano. A partire dal 1° aprile 2026, l’Abbazia di Pomposa e il Museo Pomposiano adottano un nuovo sistema di biglietteria elettronica, introducendo servizi pensati per rendere l’esperienza di visita più accessibile, inclusiva e in linea con le esigenze del pubblico contemporaneo. L’iniziativa si inserisce nella strategia nazionale del ministero della Cultura per la creazione di un ecosistema digitale integrato per i musei statali. Il complesso di Pomposa, afferente ai Musei Nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna, si conferma così protagonista di un processo di rinnovamento che semplifica l’accesso e valorizza il patrimonio culturale. Dal 1° aprile 2026 l’ingresso all’Abbazia e al Museo sarà gestito interamente tramite sistemi di pagamento elettronico. I visitatori potranno acquistare il biglietto in modo autonomo attraverso due canali: i totem, multilingua: italiano, inglese, francese e spagnolo, installati in loco presso la biglietteria del museo oppure la piattaforma digitale dedicata “Musei Italiani”, accessibile anche tramite app gratuita disponibile su Google Play e Apple Store.
“L’introduzione dei totem digitali rappresenta un passaggio importante nel percorso di innovazione dell’Abbazia di Pomposa”, sottolinea la direttrice Serena Ciliani. “Vogliamo offrire ai visitatori strumenti semplici ed efficaci che rendano la visita più autonoma e accessibile, senza rinunciare alla qualità dell’accoglienza. L’Abbazia di Pomposa sarà il primo sito, tra quelli della direzione musei regionale, a sperimentare l’utilizzo di questi totem. I visitatori potranno effettuare in autonomia i pagamenti che potranno avvenire solo tramite bancomat e carta di credito. È un modo concreto per avvicinare nuovi pubblici e migliorare l’esperienza di chi sceglie di scoprire questo luogo straordinario”. Le nuove postazioni digitali, collocate all’ingresso del complesso, consentiranno non solo l’acquisto immediato dei biglietti tramite POS, ma offriranno anche informazioni aggiornate sull’intero sistema dei musei statali italiani, contribuendo a orientare e arricchire l’esperienza del visitatore, al contempo lo staff museale in servizio presso la biglietteria faciliterà le operazioni di acquisto biglietti e darà indicazioni sul complesso abbaziale. La nuova infrastruttura digitale si affianca all’impegno costante per garantire tariffe accessibili e una gestione efficiente del sito, con l’obiettivo di coniugare innovazione e valorizzazione.

L’Abbazia di Pomposa e il suo iconico campanile (foto francesca marchini / gfc gruppo fotoamatori codigoro)
L’Abbazia di Pomposa, con il suo iconico campanile e gli straordinari cicli di affreschi medievali, rappresenta uno dei complessi monastici più rilevanti del patrimonio statale. Le sue origini risalgono ai secoli VI-VII, quando sorse un insediamento benedettino sull’antica Insula Pomposia, un territorio boscoso circondato da rami fluviali e protetto dal mare. Dopo l’anno Mille visse la sua stagione di massimo splendore, affermandosi come centro monastico di primaria importanza sotto la guida dell’abate San Guido. Tra le figure illustri che vi soggiornarono spicca Guido d’Arezzo, il monaco cui si deve l’introduzione del sistema musicale basato sulle sette note. Insieme al Museo Pomposiano, l’abbazia è oggi parte dei Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna.
Roma. A Palazzo Massimo va in scena “Afrodite”, nuova performance di teatrodanza di ArteStudio con la direzione artistica di Riccardo Vannuccini, nell’ambito di “Una Stanza per Ofelia”, che offre una visione segreta e misteriosa di Afrodite: un’archeologia del guardare
Martedì 31 marzo 2026, alle 16, alle 17 e alle 18, nelle sale di Palazzo Massimo del museo nazionale Romano, va in scena “Afrodite”, nuova performance di teatrodanza di ArteStudio con la direzione artistica di Riccardo Vannuccini e realizzato nell’ambito di “Una Stanza per Ofelia”, un progetto co-finanziato dall’Unione Europea e con il sostegno del MIC e la collaborazione importante del museo nazionale Romano diretto da Federica Rinaldi. Evento incluso nel biglietto del museo. In scena Alessandra Marini, Pietro Freddi, Chiara Giangrande, Gabriele Guerra, Silvia Fasoli, Sofia Russotto, Maria Santuzzo, Sabrina Biagioli, Agata Alma Sala, Alba Bartoli, Maria Sandrelli con la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze del Centro Sabelli e della scuola Borgoncini Duca che aderiscono al progetto “Una Stanza per Ofelia”. Una performance di teatrodanza liberamente ispirata alla statua di Afrodite al bagno che, affascinante e di conturbante bellezza, sembra guardare le cose del mondo con leggerezza tutta femminile. Una posa in movimento che suggerisce libertà e presenza scenica. La performance intende proporre un’archeologia dello sguardo, ovvero gli artisti accompagneranno il pubblico nella visione segreta e misteriosa di Afrodite attraverso prospettive inedite del guardare e del conservare la memoria dello sguardo.
Il progetto di ArteStudio composto da attività sceniche e laboratoriali dedicato al contrasto e alla prevenzione dei fenomeni e dei comportamenti riferibili alla violenza sulle donne e sulle persone fragili in genere, esplora qui il tema in una relazione fra abitanti e città facendo dello spazio museale il luogo principale di nuove forme di cittadinanza attraverso un rapporto in sensi con la tradizione e il futuro culturale del nostro Paese, utilizzando la performance artistica nei luoghi d’arte come strumento di ricerca e comprensione della vicenda umana e, in questo caso, stabilendo una relazione originale, interessata ed interessante, con gli spazi museali del Palazzo Massimo.
Villanova di Castenaso (Bo). Al museo della civiltà Villanoviana presentazione dello scavo della vasca romana di Villanova di Castenaso con Annalisa Capurso (Sabap-Bo) e Cristian Tassinari (Tecne), terzo e ultimo appuntamento della rassegna “Racconti dalla città e dal territorio”
Martedì 31 marzo 2026, alle 18, al museo della Civiltà villanoviana, in via Tosarelli 191 a Villanova di Castenaso (Bo), presentazione dello scavo della vasca romana di Villanova di Castenaso, terzo e ultimo appuntamento della rassegna “Racconti dalla città e dal territorio”. Gli archeologi, Annalisa Capurso, della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna, e Cristian Tassinari, della ditta Tecne Srl, illustreranno un frammento di storia del territorio di Castenaso presentando lo scavo della vasca romana, portata in luce nel 2019 durante un intervento di archeologia preventiva, poi restaurata ed esposta in loco. Il rinvenimento fa parte di un più ampio complesso rustico destinato alla lavorazione e conservazione dei prodotti agricoli. Ingresso gratuito. Prenotazione: 051780021 oppure muv@comune.castenaso.bo.it
Firenze. Con il caso della villa di Faragola (Ascoli Satriano, Fg), dallo scavo al vino, si chiude il viaggio eno-archeologico presentato al convegno archeoVINUM di tourismA 2026: ne parla l’archeologo Giuliano Volpe (università di Bari) che è anche ideatore e promotore del convegno

Presentazione del caso della villa di Faragola al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)

Archeologi e produttori vitivinicoli protogonisti al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
Dallo scavo della villa tardo-antica di Faragola (Ascoli Satriano, Fg), all’incendio doloso, all’accordo con un vitivinicoltore per produrre il vino Stibadium, che nel nome ricorda proprio quel divano per banchetto aristocratico scoperta durante le ricerche archeologiche dove il vino era sicuramente un protagonista: l’ultima tappa di questo viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso villa di Faragola”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompe, e il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso della villa tardo-antica di Faragola con l’archeologo Giuliano Volpe (università di Bari), promotore e curatore del convegno archeoVINUM: lo ha illustrato ad archeologiavocidalpassato.com.
“La villa di Faragola – spiega Giuliano Volpe ad archeologiavocidalpassato.com – è stata un’occasione straordinaria per conoscere una grande residenza aristocratica tardo-antica che poi, in età alto-medievale, è diventata una curtis, un’azienda agricola longobarda dipendente dal duca principe di Benevento.

Lo stibadium, e la sua ricostruzione, scoperto nella villa tardo-antica di Faragola (foto graziano tavan)
Ma in alcuni suoi secoli in particolare, Faragola conosce un momento straordinariamente importante, testimoniato soprattutto non solo dalle terme lussuosissime, enormi, ma da una grande sala da pranzo estiva con uno stibadium, un divano per banchetto aristocratico, e un’organizzazione per cui il banchetto, il convivio, era una sorta di spettacolo teatrale, in cui c’era anche l’elemento dell’acqua. Ma non poteva mancare il vino. In vino era un protagonista insieme al cibo di questi momenti conviviali. E noi abbiamo trovato anche le tracce di un’authepsa, cioè di uno strumento che serviva per scaldare l’acqua, che serviva per miscelare il vino, che si beveva a fiumi sul banchetto.
E allora, partendo da questa questione, da questa possibilità, abbiamo fatto un’alleanza con un produttore, le tenute Sannella, che ha voluto ispirarsi proprio allo stibadium, chiamando Stibadium un suo vino, un nero di Troia potente e aristocratico. E anche Villa di Faragola, un altro suo vino, dopo che la villa, il sito, purtroppo ha subito un drammatico incendio che l’ha danneggiata fortemente. Anche in questo modo il vino ha voluto rappresentare un elemento di rinascita, di sopravvivenza e di rilancio. Quindi, con un bicchiere di vino festeggiamo la rinascita di Faragola”.
Alpago (Bl). Nell’ex municipio di Pieve d’Alpago inaugurata la mostra “La Situla di Pieve d’Alpago: un dialogo tra Storia e Comunità”, dedicata alla situla di Pieve d’Alpago e al dialogo che quest’ultima ha permesso di costruire nel tempo tra storia e comunità locale. Parlano il sindaco Peterle, il consigliere delegato De Nardi, e la soprintendente Mazza
Aperta, dal 28 marzo al 27 settembre 2026, nell’ex sede municipale di Pieve d’Alpago (Bl) la mostra “La Situla di Pieve d’Alpago: un dialogo tra Storia e Comunità”, dedicata alla situla di Pieve d’Alpago e al dialogo che quest’ultima ha permesso di costruire nel tempo tra storia e comunità locale, promossa dal Comune di Alpago e dalla Biblioteca Civica di Pieve d’Alpago, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Padova Treviso e Belluno a testimonianza di un lavoro realizzato tra istituzioni e territorio. La mostra invita il pubblico a scoprire uno dei reperti più significativi del territorio locale come ponte tra passato e presente. La situla non è solo un reperto archeologico: è testimonianza della vita socioeconomica antica dell’Alpago e simbolo di un patrimonio condiviso, capace di raccontare l’evoluzione della frequentazione umana del territorio. Attraverso ricostruzioni, immagini e testimonianze, il percorso espositivo intreccia archeologia, storia locale e memoria collettiva. Un filo emozionale accompagna il visitatore alla scoperta degli scavi di Pian de la Gnela (2002–2012), alle pendici del Monte Dolada, in particolare della Tomba 1, mostrando cosa significhi fare ricerca archeologica e quale ricaduta positiva essa abbia avuto sulla comunità locale. Le indagini archeologiche a Pian de la Gnela sono il frutto di una collaborazione che ha coinvolto, a più livelli, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, preposta alla tutela del patrimonio culturale, il Comune di Pieve d’Alpago (ora confluito nel nuovo Comune di Alpago) e la comunità locale. Anni di ricerca effettuati con la direzione scientifica della Soprintendenza, il successivo restauro dei reperti e una serie di studi multidisciplinari hanno permesso di restituire sia al pubblico specialistico, sia ai cittadini e agli appassionati un importante tassello della presenza dei Veneti Antichi lungo la Valle del Piave e nelle aree limitrofe.

Copertina del libro “Le Signore dell’Alpago. La necropoli preromana di Pian de la Gnela – Pieve d’Alpago (Belluno)”, a cura di Giovanna Gangemi, Michele Bassetti e Diego Voltolini
La mostra “La Situla di Pieve d’Alpago: un dialogo tra Storia e Comunità” nasce dalla pubblicazione scientifica (2015) “Le Signore dell’Alpago. La necropoli preromana di Pian de la Gnela – Pieve d’Alpago (Belluno)”, a cura di Giovanna Gangemi, Michele Bassetti e Diego Voltolini, ed è il punto di partenza di un progetto di valorizzazione culturale più ampio, che mira a promuovere consapevolezza culturale, partecipazione attiva e valorizzazione sostenibile del patrimonio locale. Il fine della mostra è prettamente divulgativo: rendere accessibili i risultati della ricerca scientifica, avvicinare il pubblico all’archeologia e favorire una maggiore consapevolezza del patrimonio culturale, trasformando la situla di Pieve d’Alpago in un bene comune. Il cuore pulsante dell’esposizione è il coinvolgimento diretto del pubblico, attraverso un percorso partecipato. Accanto alle sezioni dedicate al territorio, agli scavi e alla ricostruzione sperimentale della situla, sono presenti infatti delle aree partecipative dove visitatrici e visitatori di ogni età potranno lasciare idee, pensieri e prospettive contribuendo a costruire un dialogo vivo tra passato e presente. La mostra, curata dall’Ufficio Cultura del Comune di Alpago, si sviluppa attraverso diverse aree tematiche: uno spazio di accoglienza, dove iniziare il viaggio alla scoperta della situla; l’area testimonianze, con ricordi e racconti del territorio; l’area partecipativa, per lasciare idee e impressioni; un focus sui musei dell’Alpago, per conoscere le risorse culturali locali; l’area educational, con una lavagna per bambini e schede didattiche per esplorare e sperimentare; un’esperienza tattile con la copia 3D della ricostruzione sperimentale della situla; e infine l’area scientifica, con la ricostruzione sperimentale della situla, pannelli informativi a cura di Michele Bassetti, Stefano Buson, Alexia Nascimbene e Diego Voltolini e una proiezione video. L’esposizione si inserisce nel percorso verso il progetto “La Casa dell’Alpago” e mira a promuovere consapevolezza culturale, partecipazione attiva e valorizzazione sostenibile del patrimonio locale. Con un allestimento essenziale e riutilizzabile, la mostra trasforma temporaneamente uno spazio comunale in un luogo di incontro, apprendimento e crescita collettiva.
“Questa mostra temporanea è un esempio concreto di come la cultura possa essere un elemento virtuoso di crescita diffusa e di dialogo con la comunità”, spiega il sindaco del Comune di Alpago, Alberto Peterle. “Mettere a terra tale iniziativa segna un importante traguardo culturale per la nostra Amministrazione e, al tempo stesso, costituisce un punto di partenza. È nostra volontà proseguire nella valorizzazione culturale, continueremo a lavorare in questa direzione, per costruire, nella prospettiva della realizzazione del nuovo spazio espositivo “Casa dell’Alpago”, un futuro di cultura e partecipazione. Il mio più sentito ringraziamento va a tutti quelli che hanno creduto e reso possibile questa mostra, un apprezzamento speciale per il sostegno è rivolto alla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Padova Treviso e Belluno, alla soprintendente Marta Mazza e al funzionario archeologo Chiara D’Incà, a Giovanna Gangemi, a Stefano Buson per il prestito della ricostruzione sperimentale della situla, agli autori dei pannelli, e a tutte quelle persone che hanno collaborato nel progetto con passione e dedizione”. E il consigliere delegato alla Cultura, Alessandro De Nardi: “Sono molto lieto che, in occasione del ventesimo anniversario della VIII Settimana della Cultura – Mostra Archeologica, si sia riusciti a realizzare una mostra divulgativa che interessa gli stessi spazi del Palazzo Municipale di Pieve d’Alpago che furono utilizzati nel 2006. Coincidenze come queste ci dimostrano quanto sia importante mantenere vivo l’interesse verso le tematiche culturali, verso l’archeologia, per instaurare per l’appunto come dice il titolo della mostra, un “dialogo tra storia e comunità. La mostra viene accompagnata da un calendario di attività collaterali, che prevedono eventi tematici e visite guidate mensili, a cui invito tutta la cittadinanza a partecipare. Mi unisco ai ringraziamenti del Sindaco, grazie davvero a quanti hanno reso possibile questa iniziativa.”

Marta Mazza, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Padova Treviso e Belluno
“L’organizzazione della mostra temporanea sull’importante sito archeologico di Pian de la Gnela”, sottolinea la soprintendente Marta Mazza, “si pone nel segno di una continuità di collaborazione tra la nostra Soprintendenza, l’Amministrazione locale e la comunità dell’Alpago, collaborazione sorta già a partire dalla fase delle indagini e via via consolidatasi attraverso il procedere degli approfondimenti scientifici e degli studi specialistici. Poter garantire, nel rispetto delle diverse competenze, una collaborazione stabile e sistematica è la chiave per raggiungere importanti risultati in termini di conoscenza, conservazione e divulgazione dell’interessante e variegato patrimonio culturale che caratterizza questo territorio”.

La situla d’Alpago e, sopra, la replica realizzata da Stefano Buson (foto federica santinon / sabap-bl)
Tutela e conservazione del patrimonio culturale: prospettive di valorizzazione e divulgazione per la comunità. “Le indagini archeologiche a Pian de la Gnela, alle pendici del Monte Dolada”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “sono il frutto di una collaborazione che ha coinvolto, a più livelli, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, preposta alla tutela del patrimonio culturale, il Comune di Pieve d’Alpago (ora confluito nel nuovo Comune di Alpago) e la comunità locale. I primi rinvenimenti si sono tradotti in campagne di ricerca, studi, approfondimenti, restauri che hanno permesso di restituire sia al pubblico specialistico, sia ai cittadini e agli appassionati un importante tassello della presenza dei Veneti Antichi lungo la Valle del Piave e nelle aree limitrofe. La scoperta di una situla in bronzo istoriata, rinvenuta in una tomba già danneggiata e non completamente leggibile dal punto di vista del contesto, ha segnato l’inizio di una lunga e proficua stagione di scavi, condotti in modo sistematico sotto la direzione della Soprintendenza.

La cista bronzea all’interno della Tomba 10 dalla necropoli di Pian de la Gnela a Pieve d’Alpago (Bl) (foto federica santinon / sapab-bl)
Sono state così individuate altre sepolture integre, che hanno potuto essere indagate con rigore metodologico e secondo un approccio multidisciplinare. Parallelamente, presso il laboratorio della Soprintendenza è stato realizzato l’intervento di restauro di tutti i materiali rinvenuti, a cui è seguito lo studio di dettaglio, avvalendosi anche di specialisti di diversi settori, in occasione della pubblicazione. Se il valore scientifico intrinseco del rinvenimento è indubbio, merita di essere sottolineato un ulteriore elemento di qualità del sito, rappresentato dal suo contesto ambientale e paesaggistico. Pian de la Gnela ha infatti subito nel tempo poche modifiche e si caratterizza per la sua integrità. Tale condizione consente di cogliere lo scenario in cui, intorno a 2500 anni fa, i gruppi di Veneti Antichi che abitavano queste alture scelsero di deporre i propri defunti. Trasmettere questa suggestione, accanto al dato archeologico più tecnico, è una delle sfide della valorizzazione dei siti archeologici all’interno del proprio contesto, da perseguire attraverso un dialogo costante con l’Amministrazione e con la Comunità locale, interlocutori preziosi e profondi conoscitori dei luoghi. È proprio l’azione condivisa tra l’Ente di tutela, l’Amministrazione locale e la Comunità, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, a consentirci di conoscere un po’ più a fondo le antiche signore dell’Alpago”.
La situla istoriata. “La situla in lamina di bronzo è stata ritrovata in una sepoltura a cremazione, utilizzata come ossuario per le ceneri di un defunto”, ricorda Diego Voltolini, direttore del museo Archeologico nazionale delle Marche. “Al momento del recupero era in condizioni difficili, schiacciata all’interno dei resti della cassetta in lastre di pietra della tomba, in parte distrutta. Nonostante la perdita di parte del contesto originario, lo scavo ha consentito di comprendere l’area funeraria nella quale la sepoltura della situla era inserita, utilizzata tra la fine del VII e il V secolo a.C. Questo straordinario contenitore è decorato nello stile dell’Arte delle Situle, una forma di altissimo artigianato artistico caratteristica dell’area dei Veneti antichi e delle Alpi orientali, che attraverso un linguaggio internazionale per immagini celebrava le élites. La situla è realizzata in lamina bronzea, la sua decorazione a sbalzo e a cesello si organizza in tre registri sovrapposti che costruiscono una narrazione continua, separati da fregi ornati da sequenze di baccelli sbalzati. Nei due registri superiori un corteo di personaggi maschili, in abiti civili, avvolti nel mantello e con ampio cappello in testa, allude a un cerimoniale aristocratico pubblico e solenne. Il registro inferiore è invece ambientato negli spazi interni di uno o più edifici e rappresenta, con scene separate da elementi architettonici, l’incontro, la contrattazione matrimoniale, l’unione e la procreazione da parte di una coppia, attraverso un linguaggio fortemente simbolico e carico di significato. I gesti sono parte di una vera e propria sequenza rituale scandita dalla presenza di oggetti e simboli di potere, come i bastoni, l’ascia e il telaio. Gli altri personaggi presenti, tutte donne, sono attori di un racconto che, seppur oggi privo di parole, ben permette di leggere l’intensità crescente fino alla scena finale, che culmina nel parto”.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia inaugurata la mostra “Il sorriso della Sfinge” di Federica Zuccheri, curata da Tiziano M. Todi: 10 opere scultoree elegantemente collocate sotto l’emiciclo affrescato di Villa Giulia

Tiziano M. Todi, curatore della mostra “Il sorriso della Sfinge” con Luana Toniolo, direttrice del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)
Inaugurata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la mostra “Il sorriso della Sfinge” di Federica Zuccheri, curata da Tiziano M. Todi e in collaborazione con Galleria Vittoria, aperta al pubblico dal 27 marzo al 3 maggio 2026: 10 opere scultoree elegantemente collocate sotto l’emiciclo affrescato di Villa Giulia e selezionate per costruire un percorso concentrato e coerente. Le opere, realizzate con materiali di grande pregio come bronzo, argento, innesti lapidei e dettagli preziosi, non cercano mai l’effetto ornamentale. Al contrario, costruiscono presenze dense, figure seducenti e perturbanti, capaci di oscillare tra grazia e dolore, luce e tenebra, attrazione e inquietudine. Nel lavoro di Zuccheri il mito non è una citazione né un rifugio nostalgico, ma uno strumento per riattivare domande sul presente. Le sculture di Federica Zuccheri trattano temi legati al desiderio, alla metamorfosi, alla vulnerabilità, alla seduzione e al potere, e li trasformano in immagini che non si esauriscono nella prima visione. La forma elegante, raffinata e spesso luminosa, non attenua mai la tensione interna dell’opera, ma la rende ancora più evidente. Proprio in questa coesistenza tra bellezza e inquietudine si riconosce uno dei tratti più autentici della sua ricerca. “Accogliere una mostra di arte contemporanea negli spazi del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia significa assumersi una responsabilità e, insieme, riaffermare una visione, quella di un museo che non si limita alla conservazione, ma si riconosce come spazio dinamico di confronto tra epoche, linguaggi e sensibilità”, dichiara Luana Toniolo, direttrice del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, e continua: “Il sorriso della Sfinge di Federica Zuccheri si inserisce in questa prospettiva non come intervento episodico, né come semplice innesto formale, ma come occasione per interrogare il rapporto profondo tra l’antico e il contemporaneo”.

La mostra “Il sorriso della Sfinge” di Federica Zuccheri nell’emiciclo di Villa Giulia a Roma (foto etru)
Allestita sotto l’emiciclo affrescato di Villa Giulia, uno degli ambienti più suggestivi del complesso rinascimentale costruito per volere di papa Giulio III fra il 1551 e il 1553, su progetto di Jacopo Barozzi detto il Vignola, Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati, la mostra restituisce il carattere preciso della ricerca di Federica Zuccheri, in cui la scultura si afferma come linguaggio complesso, narrativo e simbolico. In questo contesto, l’emiciclo affrescato non si limita a fare da cornice, ma partecipa attivamente alla costruzione dell’esperienza visiva. La sua architettura avvolgente, insieme ai pergolati, alle grottesche e alla costruzione illusionistica dello spazio, genera una vera macchina dello sguardo, un luogo in cui l’arte contemporanea può inserirsi non per sovrapposizione ma per risonanza. La “selva” degli affreschi entra in dialogo con l’universo figurativo di Zuccheri, creando una continuità inattesa tra memoria decorativa e immaginazione contemporanea. Le sculture non si mimetizzano nello spazio, lo attraversano. Lo abitano come presenze vigili, capaci di instaurare con l’architettura e con il visitatore un rapporto diretto, mai pacificato.

La mostra “Il sorriso della Sfinge” di Federica Zuccheri nell’emiciclo di Villa Giulia a Roma (foto etru)
Le opere sono sostenute da basi cromatiche blu, pensate come elemento di lettura e orientamento visivo, una scelta che dichiara con chiarezza la presenza del contemporaneo e rende più leggibile il confronto tra epoche, materiali e sistemi simbolici differenti. Il progetto espositivo è firmato da Francesca Borelli, il coordinamento è affidato a Flavia Borelli, in un lavoro che ha tradotto la visione curatoriale in una configurazione spaziale capace di valorizzare l’identità delle sculture e, insieme, la complessità dell’emiciclo. “Il sorriso della Sfinge è una forma di conoscenza che non si consegna subito”, dichiara il curatore Tiziano M. Todi. “Non è un invito rassicurante, ma una soglia. In un luogo come l’emiciclo del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, progettato per costruire una relazione attiva con lo sguardo, le opere di Federica Zuccheri non cercano un’ambientazione, ma un confronto reale con l’architettura, con la memoria iconografica del luogo e soprattutto con chi guarda. La bellezza, qui, non addolcisce l’enigma, lo rende più netto, invitando il visitatore a sostare in quella zona in cui il visibile non coincide ancora con il dicibile”.

La mostra “Il sorriso della Sfinge” di Federica Zuccheri nell’emiciclo di Villa Giulia a Roma (foto etru)
Le opere di Zuccheri si distinguono anche per l’attenzione alla materia e alla superficie. Il bronzo e l’argento, insieme agli innesti e ai dettagli preziosi, partecipano pienamente alla costruzione del senso, trasformando la luce in presenza e facendo emergere una qualità mobile e cangiante della visione. La produzione delle opere vede la collaborazione della Bottega Mortet, storica attività romana, in un dialogo tra competenza artigianale e progettualità contemporanea che restituisce alle sculture una qualità tecnica e materica di straordinaria intensità. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da TWM Edizioni, concepito come un volume di pregio e come estensione naturale del progetto curatoriale. Attraverso testi e immagini, il volume restituisce la qualità delle opere, la ricchezza dei materiali e la specificità del dialogo instaurato con il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, offrendo uno strumento di approfondimento capace di accompagnare e prolungare l’esperienza della mostra. Il progetto nasce da un dialogo condiviso tra ricerca artistica, visione curatoriale e realizzazione espositiva, ed è realizzato da Galleria Vittoria di Roma, realtà che da anni accompagna il percorso dell’artista e contribuisce a dare continuità a una riflessione sul rapporto tra linguaggio classico e sensibilità contemporanea.
Bologna. Al museo civico Archeologico presentazione del libro “Il Medagliere si rivela”, secondo incontro di “Visto, si stampi”, e della mostra “Pasqua in nummis”, a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, ottavo appuntamento della rassegna espositiva “Il Medagliere si rivela”
Secondo appuntamento di “Visto, si stampi”, il ciclo di quattro incontri a ingresso libero che presenta al pubblico le ultime pubblicazioni del museo: sabato 28 marzo 2026, alle 17, nella sala conferenze del museo civico Archeologico di Bologna, in via dell’Archiginnasio 2, un pomeriggio all’insegna dell’arte numismatica, con la presentazione del libro “Il Medagliere si rivela” ma anche della mostra “Pasqua in nummis”. L’ingresso è libero, fino a esaurimento posti disponibili.
Il libro “Il Medagliere si rivela”, a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, documenta sei dei sette percorsi tematici presentati dal 2023 al 2025: San Petronio “rifondatore” di Bologna (4 ottobre – 4 dicembre 2023); Natale in nummis (6 dicembre 2023 – 15 gennaio 2024); Le Due Torri (13 marzo – 16 settembre 2024); L’Antico Egitto (18 settembre 2024 – 3 marzo 2025); L’ingegno delle donne (5 marzo – 13 ottobre 2025) e Ritratto d’artista (15 ottobre 2025 – 2 febbraio 2026). Introdotto da un excursus sulla storia della collezione numismatica, il libro contiene una breve scheda per ognuna delle 125 medaglie e monete complessivamente esposte. La pubblicazione (pp. 100, euro 15,00) è in vendita presso il bookshop del museo.
Avviata nell’ottobre 2023, giunge al suo ottavo appuntamento la rassegna espositiva “Il Medagliere si rivela” promossa dal museo civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna con lo scopo di avvicinare il pubblico – attraverso affondi tematici – alla conoscenza del proprio patrimonio numismatico. Il Medagliere conserva infatti circa 100mila beni numismatici dagli inizi della monetazione (verso la fine del VII secolo a.C.) fino all’euro, tra cui un importante nucleo di circa 16mila medaglie che vanno dalla metà del XV secolo fino ai giorni nostri. All’interno di questo nucleo si distingue per completezza e ricchezza la raccolta delle medaglie papali, che fanno del Medagliere un imprescindibile punto di partenza per gli studiosi e appassionati del genere.
In occasione della Pasqua “Il Medagliere si rivela” presenta il focus espositivo “Pasqua in nummis”, a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, con una selezione di una ventina di pezzi, tra monete e medaglie, raffiguranti temi iconografici legati agli episodi della vita di Gesù e ricordati nella liturgia pasquale. La mostra è liberamente visitabile nell’atrio del museo dal 25 marzo al 6 luglio 2026. Le tematiche evangeliche dei giorni che precedettero la crocifissione e culminarono con essa sono centrali nella civiltà europea e la loro raffigurazione su monete e medaglie è assai frequente. Le motivazioni che portano alla scelta di un determinato tema iconografico sono spesso complesse e dettate dalla volontà di trasmettere messaggi non solo devozionali ma anche politici e culturali. Perciò la lettura di queste iconografie, oltre che partire dalla rievocazione cronologica degli episodi della vita di Cristo, permette di approfondire aspetti legati alle ragioni che portarono il committente a scegliere di raffigurare un determinato passo evangelico, alla propaganda affidata all’oggetto e alla tipologia di pubblico a cui si rivolgeva. Si delinea poi un altro aspetto legato all’ambito squisitamente artistico che consente, talvolta, di mettere in dialogo medaglie e monete con altre forme artistiche attraverso la traduzione di modelli e soluzioni compositive di opere molto note, adattate alle ristrette dimensioni dei tondelli metallici. È il caso di Giovanni Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), che traspose nella medaglia qui esposta la composizione della Crocifissione già incisa per uno dei nove medaglioni in cristallo di rocca commissionati dal cardinale Alessandro Farnese (Valenzano, 1520 – Roma, 1589), di cui parla anche Giorgio Vasari, oggi conservato alla Bibliothèque nationale de France a Parigi.

“Crocifissione” sul rovescio di una medaglia religiosa in bronzo dorato (1547) di Giovanni Bernardi conservata al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)
La medaglia papale è la principale tipologia di beni numismatici che attinge al repertorio evangelico: ogni pontefice scelse episodi della vita di Cristo molto spesso veicolando significati legati alla sua politica temporale e spirituale. Così Urbano VIII (papa dal 1623 al 1644) fece raffigurare per la sua medaglia d’elezione la scena della trasfigurazione di Cristo, suggerendo un sottile parallelismo tra la sua ascesa al soglio e quella di Cristo al cielo. La medaglia per Pio V (papa dal 1566 al 1572) raffigurante la cacciata dei mercanti dal tempio voleva ad esempio significare la volontà papale di riforma ed epurazione della Chiesa, proprio come Cristo aveva inteso fare, liberando dall’offesa del mercimonio la casa di Dio. Le medaglie raffiguranti la lavanda dei piedi ricordano il gesto d’umiltà e l’esempio che Cristo volle lasciare ai suoi discepoli in occasione dell’ultima cena, rievocato nella messa del giovedì santo celebrata prima della Pasqua. Questa iconografia si diffuse a partire dalla metà del XVI secolo, non solo a ricordo dell’episodio evangelico ma anche con l’intento di rafforzare e ribadire la centralità del rito nella liturgia post tridentina in opposizione alle critiche mosse dal Protestantesimo.

“Ecce Homo” sul rovescio di un doppio ducato d’oro (1529) di Papa Clemente VII, conervato al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)
Una delle più belle e rare monete del Rinascimento, il doppio ducato d’oro di Clemente VII (papa dal 1523-1534), fu incisa da Benvenuto Cellini (Firenze, 1500 – ivi, 1571) nel 1529 e raffigura l’Ecce Homo, il Cristo ferito dopo la fustigazione ed esposto alla folla. La moneta vuole fare riferimento ad un preciso momento autobiografico del pontefice: come il Cristo aveva subito un’ingiusta e ingiuriosa punizione, così il papa aveva dovuto sopportare la prigionia durante il sacco di Roma. Tra le monete più interessanti si espongono quelle della Zecca di Mantova che recano come raffigurazione la pisside contenente il prezioso sangue raccolto da Longino, il soldato romano che aveva ferito il costato di Cristo.

“Cristo al sepolcro attorniato dai simboli della passione” sul rovescio di una medaglia religiosa in bronzo (1577) di Anonimo della Scuola della Passione, Venezia, conservato al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)
Non particolarmente pregiate dal punto di vista artistico e per i metalli utilizzati, ma particolarmente interessanti, sono alcuni esemplari a carattere puramente devozionale, destinati a pellegrini e devoti. La funzione di tali oggetti era quella di consentire al fedele di portare su di sé un’immagine sacra per favorire la preghiera e la meditazione sugli episodi centrali della vita di Gesù. Sono medaglie e medagliette dotate di appiccagnolo per essere indossate al collo o forate per essere cucite su abiti e cappelli. L’aspetto è spesso consunto, detto lanato, per l’usura causata dallo sfregamento sugli abiti o dal ripetuto tocco del fedele. Questi esemplari avevano anche una funzione apotropaica, come nel caso della medaglia della Scuola della Passione di Venezia, dove compare al dritto la deposizione al sepolcro e al rovescio Cristo al sepolcro, raffigurato a mezzo busto mentre emerge da un sarcofago attorniato dagli strumenti della passione (spugna, lancia, verghe, borsa con i denari, bacio di Giuda, tunica etc.) L’iconografia, molto diffusa a partire dal Medioevo, era chiamata Arma Christi con l’evidente richiamo alla sua funzione di “arma difensiva” contro il demonio.
Ferrara. Al museo Archeologico nazionale concerto del coro femminile Sonarte “Madre Terra radice di vita e suoni di libertà” preceduto da una visita guidata
Sabato 28 marzo 2026, alle 15.30, nel Salone delle Carte geografiche di Palazzo Costabili, sede del museo Archeologico nazionale di Ferrara, concerto del coro femminile Sonarte “Madre Terra, radice di vita e suoni di libertà”, diretto da Sonia Mireya Pico Diaz: sarà un momento di ascolto, condivisione e riflessione, aperto a tutti coloro che sentono il desiderio di riconnettersi con la natura e con la propria sensibilità interiore. Alle 14.30 è prevista una visita guidata al pubblico presente a cura del personale del Museo. Il concerto e la visita guidata sono inclusi nel biglietto di visita del Museo. Biglietto intero 6 euro, agevolato 2 euro (18-25 anni), gratuito (gratuità di legge e possessori di MyFe Card).
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia presentato il libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi

Copertina del libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi
Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia è stato presentato il libro “Dioniso immortale. Il Don Giovanni tra iniziazione e mito” di Domenico Alessandro De Rossi (Tipheret editore). Dopo l’introduzione di Luana Toniolo, direttrice museo ETRU, l’autore ha dialogato con Paolo Ricci, semiologo, e Pier Giorgio Dionisi, musicista, professore di Storia e Filosofia. Per rinvenire ciò che da tempo è rimasto nascosto del Don Giovanni di Mozart è essenziale andare oltre. Un percorso insicuro e non facile, tra ordine e disordine, tra libertà e negazione, tra Eros e Thanatos, tra sacro e profano, tra sublime bellezza e oscenità. Ma il mito ci è compagno con Dioniso l’immortale. Conoscerlo, quando afferrati da un rischioso processo di conoscenza, egli ci mostra un (nostro) rimosso pezzo del Sé. Rispetto alle altre opere non è azzardato definire il Don Giovanni come la più misteriosa tra le opere di Mozart. Proprio per quella sua peculiare dimensione altra, posta sulla soglia della metacognizione, espressione dell’archetipo coperto come tale, che si manifesta a tratti nell’Opera tra le evidenti apparenze comico-drammatiche. Il libro narra di una ribollente vitalità, in parte provocatoria ma solidamente fondata su significati tradizionali che disvelano dimensioni meno note riguardanti sicuramente più il mito e il numinoso, la massoneria e gli Illuminati di Baviera, che non delle avventure di un play boy di campagna della fine del XVIII secolo. Qui Praga: rappresentazione dell’Opera 1787 appena venti mesi dalla Rivoluzione francese, dove con audace incoscienza si anticipa il trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Viva la Libertà.
Tarquinia (Vt). Al museo Archeologico nazionale la conferenza “Gli specchi etruschi” con le archeologhe Lucia Neri e Maria Stella Pacetti per il ciclo di conferenze “Attualità degli Etruschi”
Venerdì 27 marzo 2026, alle 17, nella sala dei Capolavori al museo Archeologico nazionale di Tarquinia (Vt), la conferenza “Gli specchi etruschi” con le archeologhe Lucia Neri e Maria Stella Pacetti, che parleranno degli specchi etruschi conservati al Museo che provengono dalla Raccolta Comunale. Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Tarquinia, Francesco Sposetti, introduce la conferenza Vincenzo Bellelli, direttore del parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. L’incontro conclude il primo anno del ciclo di conferenze “Attualità degli Etriuschi”, ma il Pact è già pronto a ripartire nel mese di aprile 2026 con il direttore del PACT, Vincenzo Bellelli, e i segreti della Tomba delle Olimpiadi, protagonista indiscussa della mostra “I Giochi Olimpici. Una storia lunga tremila anni” alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, organizzata in occasione dell’Olimpiade invernale Milano-Cortina 2025.






















Commenti recenti