Velia (Sa). Nell’area archeologica la XIII edizione dei “Processi alla storia” con il “Processo a Parmenide” e la consegna del Premio Franco Pugliese
Giovedì 24 agosto 2023, alle 21, nell’area archeologica di Velia, appuntamento con “Processi alla storia – Processo a Parmenide”. L’evento, giunto alla sua tredicesima edizione ed ideato dall’avvocato Marco Fimiani, è organizzato dal parco archeologico di Paestum e Velia, dalla Camera Penale di Vallo della Lucania e dagli Amici di Paestum e Velia Aps. Anche in questa edizione al “Processo alla storia” è collegato il “Premio Franco Pugliese”, che verrà assegnato ad una personalità del territorio che si è particolarmente distinta in ambito culturale, professionale ed artistico. Biglietto di ingresso 10 euro. L’evento è incluso nel biglietto di ingresso serale al Parco, nella card Adotta un blocco e nell’abbonamento “Paestum & Velia”. Il biglietto Velia by night è già disponibile presso la biglietteria di Velia, acquistabile la sera stessa dell’evento oppure on line al link: http://www.vivaticket.com/it/Ticket/velia-by-night/211920… Dopo aver portato sul banco degli imputati numerosi personaggi storici, da Cesare a Ferdinando II di Borbone, da Caravaggio a Pasolini, quest’anno il “Tribunale del Popolo”, allestito per l’occasione, vedrà come imputato alla sbarra il filosofo Parmenide. I protagonisti dell’evento, tra difensori ed accusatori, consulenti storici e membri del Tribunale, saranno eminenti figure dell’Avvocatura, della Magistratura e dell’Accademia. Dopo una relazione sulla vita e le opere dell’imputato, a cura del consulente del Tribunale, la parola verrà data al Pubblico Ministero che sosterrà le ragioni per chiedere la condanna dell’imputato. Dopodiché sarà la volta del difensore di Parmenide che cercherà di convincere il Tribunale dell’innocenza di Parmenide. Alla fine della discussione sarà letta la sentenza.
Paestum. È sold out lo spettacolo unico “Medeae… da Euripide in poi” di Sarah Falanga con Sarah Falanga, portato in scena dall’Accademia Magna Grecia al tempio di Nettuno nell’area archeologica
“Medea” è sold out. Chiuse anticipatamente le prenotazioni dello spettacolo unico “Medeae… da Euripide in poi” di Sarah Falanga con Sarah Falanga (Medea), libera, magica e orgogliosa creatura, al tempio di Nettuno nell’area archeologica di Paestum, giovedì 24 agosto 2023, alle 21.30, portato in scena dall’Accademia Magna Grecia e realizzato in collaborazione con la Città di Capaccio Paestum, nell’ambito della XIII rassegna teatrale estiva Dal Mito a più Infinito. È proprio l’Accademia Magna Grecia a comunicarlo: “Per motivi logistici e di capienza, non possiamo più garantire sedute e, pertanto, accogliere nuove prenotazioni. Siamo dispiaciuti ma al tempo stesso grati per la numerosa richiesta di partecipazione. Per chi non potrà diamo appuntamento al prossimo anno o a un prossimo nostro evento”.

Sarah Falanga nei panni di Medea (foto amanda marie annucci)
“Medeae… da Euripide in poi” di Sarah Falanga. “Il personaggio femminile forse più noto e controverso della tragedia greca rivive in una cornice suggestiva, in sé ricca di storia e cultura”, si legge nella recensione pubblicata su sipario.it. “Medeae da Euripide in poi, scritto da Sarah Falanga e prodotto dall’Accademia Magna Grecia, è un adattamento cui tutti gli autori che nei secoli hanno affrontato l’eroina tragica (Euripide, Seneca, Grillparzer, Alvaro, Pasolini, fino a Christa Wolf) contribuiscono in spirito e parola. Il genitivo latino Medeae si riferisce al viaggio teatrale compiuto dal personaggio, ma soprattutto a quello umano della donna che è nel contempo cittadina esiliata e sposa tradita. La messa in scena non avviene tradizionalmente in palcoscenico, ma tra il pubblico, lungo il corridoio e dai vari angoli del chiostro. Da lì, come cariatidi, interagiscono le corifee (lo spettacolo rispetta in pieno il ruolo originario del coro nella tragedia greca): sette, con esattezza, che sono come sette Medea; diverse, ma accomunate dal dolore. Una sofferenza che si esprime in battute identiche, sovrapposte in leggera differita, così da dare il senso di un delirio disperante. Il pubblico si volta di continuo, smarrito tra grida e lamenti innalzati da diverse angolazioni. Quand’ecco sul palco apparire lei: la principessa della Colchide e nipote del Sole Medea.

“Medeae… da Euripide in poi” con Sarah Falanga (foto da sipario.it)
La maga dai poteri inarrivabili che per amore di Giasone si imbarca con gli argonauti rinnegando le proprie origini e l’affetto per il padre. Quante volte la donna sarà costretta a rimpiangere quella decisione presa ascoltando il cuore. Il suo Giasone la renderà madre, dandole due creature, ma poi la tradirà e ripudierà, chiedendo in sposa Creusa, la giovane figlia di Creonte, re di Tebe. Anche allora, nella disperazione più totale, Medea reagisce guidata da una passione cieca, più forte e devastante di ogni altra cosa. La principessa dei barbari, trascinata dal suo uomo nella “civiltà” e poi abbandonata a se stessa, maledice Giasone, Tebe e i suoi sovrani: per questo viene condannata all’esilio insieme ai suoi bambini. A nulla servono lacrime e suppliche: la pena inflitta da Creonte è dura e non si attenua. Allora Medea fa appello ai suoi poteri magici: attinge alle doti esoteriche attraverso cui un tempo, nella Colchide, parlava agli Dei; così prepara dei doni avvelenati (una corona e un mantello) per la giovanissima Creusa e manda i suoi bambini a offrirglieli. La principessa muore sul colpo, al primo tocco di quegli oggetti dannati e con lei suo padre Creonte. Ma la vendetta di Medea non è ancora compiuta: ella, sanguinaria e drammatica, sceglie di ammazzare i propri figli, prima che possano farlo i tebani. Le sue creature non cadranno per mano dei nemici. La grandezza di Medea sta nella sua tragicità, così cupa da renderla folle e incomprensibile; l’attualità del personaggio, oltre che nell’amore tradito e spezzato per sempre, risiede nella dolorosa condizione di esule. Una donna senza casa, né famiglia, senza più una terra; un’anima priva ormai di radici o appigli. Medeae da Euripide in poi è uno spettacolo dinamico e vibrante: tutti i protagonisti comunicano con il corpo e i gesti, prima che a voce. Naturalmente, rispetto ai ruoli maschili, a spiccare per intensità sono le donne; perché Medea è la tragedia della femminilità violata. Anche le musiche offrono suggestioni importanti”.
Campi Flegrei (Na). Al via la terza edizione di “Antro”, il festival del parco archeologico: appuntamenti con l’arte, la musica e la danza al Castello di Baia e al parco archeologico di Cuma
“Il colore delle cose” è il tema scelto per la terza edizione di “Antro”, il festival del parco archeologico dei Campi Flegrei, che, dal 25 agosto al 10 settembre 2023, proporrà appuntamenti con l’arte, la musica e la danza al Castello di Baia e al parco archeologico di Cuma.

Lisa Sastri è Medea: lo spettacolo apre Antro 2023 (foto pa-fleg)
Ad aprire il Festival sarà Lina Sastri con la sua “Medea per me”, di cui è regista e interprete, in programma al Castello di Baia – Piazza d’Armi, venerdì 25 agosto 2023, alle 21. La scena è nuda. Il testo della tragedia di Euripide, ridotto da Lina Sastri, è contaminato e sublimato da inserimenti di melodia classica napoletana. L’azione è sottolineata, a volte, dalle percussioni e dalla batteria che, oltre al pianoforte, scandiscono la colonna sonora dello spettacolo. La danza, rappresentata da Giasone che è corpo d’amore, Eros e Thanatos, amore e morte, che si realizza anche nel tango tra Giasone e Medea, completa la presenza nello spettacolo di parola e musica. In scena con Lina Sastri, che interpreta Medea, ci saranno Raffaele De Martino (Giasone), Federica Aiello (Corifea), Gennaro Monti (Corifeo), Ciro Cascino al pianoforte e Gianluca Mirra, batteria e percussioni.

Fabio Pagano, direttore parco Campi Flegrei (foto pa-fleg)
“Antro, il Festival del Parco archeologico dei Campi Flegrei, giunge, nel 2023, alla sua terza edizione: immutati, anzi potenziati dal successo dei precedenti anni, l’entusiasmo del voler fare e la convinzione che una scommessa si stia trasformando in una radicata tradizione”, scrive nella presentazione Fabio Pagano, direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei. “Cos’è Antro? Antro è sia spazio sia tempo: quelli dell’arte che si incastona tra le bellezze della terra flegrea. I perimetri, quelli del Parco, che ancora una volta si dimostrano flessibili nel saper accogliere forme artistiche diverse da loro e tra loro: ne deriva un luogo dove si intrecciano prospettive – antiche e nuove, dove si sollecita lo spostamento dall’esperienza del visitatore a quella dello spettatore, dove ci si mette in contatto con la dimensione dell’altro, accolto, valorizzato, identificato. È l’arte della Sibilla, in estrema sintesi. Nel Libro delle streghe Joyce Lussu, la ‘Sibilla’ della nostra letteratura del Novecento, scrive che la memoria dei nonni è importante per i bambini, dà loro la dimensione della fluidità del tempo, del continuo scontro-incontro tra passato e futuro: un interstizio dove il passato smette di essere assuefazione a modelli costruiti in precedenza, diventando, al pari del futuro, uno spettro di tonalità e sfumature. Non a caso, il tema scelto per l’edizione 2023 è Il colore delle cose. Ancora una volta ha agito la seduzione della poetica di Virgilio il quale, in un passo delle Bucoliche, scrive Nimium ne crede colori (letteralmente: non fidarti troppo del colore). È questo il punto di partenza per indagare il rapporto tra realtà e apparenza, per interrogarsi sulla qualità e la condizione di ciò che è reale, che esiste in sé o per sé, per guardarsi allo specchio e scoprire se nell’apparenza, nel colore delle cose, si riesce a intravedere l’essenza, il reale. Ancora una volta – conclude Pagano – l’Antro della Sibilla si erge a metafora di una riflessione corale e il suo Festival rappresenta il palcoscenico ideale della sua rappresentazione”.
Il programma di Antro 2023 prosegue con “Voglio vivere così”, un allestimento di Vincenzo Borrino, tratto da “Il treno ha fischiato” e “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, con Vincenzo Borrino e la partecipazione musicale di Antonio Pignatelli, Carini Produzione ETS (Castello di Baia – Piazza d’Armi – sabato 26 agosto 2023, alle 21): in “Voglio vivere così” dialogano due volti complementari dell’esistenza umana, giocando sui contrasti tra due esperienze umane e accostando la simbologia del bianco e del nero, della risata e del pianto, della parola e del suono solitario della tromba.

“Oscae Personae”, drammaturgia originale di Roberta Sandias, regia di Maurizio Azzurro (foto pa-fleg)
Quindi “Oscae Personae”, drammaturgia originale di Roberta Sandias, regia di Maurizio Azzurro, in scena con Antonio Elia, Giulia Navarra e Marcello Manzella, musiche originali dal vivo di Giovanni D’Ancicco (Castello di Baia – Piazza d’Armi – domenica 27 agosto 2023, alle 21): “Oscae Personae” è un evento legato alla Maschera Teatrale, concepito come oggetto sciamanico che collegava il mondo divino degli inferi con quello umano. Il sacerdote sciamano custode dell’antro utilizzava sicuramente la maschera per officiare i suoi riti propiziatori di divinazione. La maschera oltre ad essere legata all’antro, al sottosuolo ed allo sciamano è legata attraverso il colore del volto del personaggio, ad una serie di simbologie che i colori richiamano: colori che sono vicini alla natura, che si ritrovano nella terra come il rosso e l’ocra, che richiamano il mondo animale e il mondo della flora che sono da tramite tra l’uomo e il divino. Chiude gli appuntamenti di agosto “La modernità malintesa”, conferenza di Giuseppe Lupo (Castello di Baia – mercoledì 30 agosto 2023, alle 18.30): la conferenza si incentra sul tema del lavoro industriale, ponendo particolare attenzione al tipo di interpretazione che ne è stata data, non sempre ottimistica e soprattutto secondo uno sguardo corrosivo, antimoderno, frutto di pregiudizi ideologici.
Venerdì 1° settembre, sabato 2 settembre e domenica 3 settembre 2023 gli appuntamenti diventano due al giorno, tra Castello di Baia e parco archeologico di Cuma, a cura del Festival Internazionale Rotta di Enea. Venerdì 1° settembre, in programma “Minerva e la rotta di Enea: da Castrum Minervae al Capo di Sorrento” con gli interventi di Francesco D’Andria, Luca Di Franco e Carlo Rescigno (parco archeologico di Cuma, alle 17.30) e “Il ballo delle ingrate” a cura dell’associazione culturale Accademia Reale (Castello di Baia, alle 21.30). Sabato 2 settembre, in programma “La ricerca archeologica italiana nel Mediterraneo e la Rotta di Enea: Butrinto e il canale d’Otranto” con gli interventi di Enrico Giorgi, Federica Carbotti e Barbara Davidde (parco archeologico di Cuma, alle 17.30) e “Lampedusa Beach” a cura di I due della Città del Sole (Castello di Baia, alle 21.30). Domenica 3 settembre, in programma “Il cratere di Enea: Napoli e/è il Mediterraneo”, incontro coordinato dall’associazione Rotta di Enea (Castello di Baia, alle 17.30) e il concerto a cura dell’associazione Jazz and Conversation “Le stagioni della vita e le musiche dal mondo”, con Stefano “Cocco” Cantini – sassofono, Jole Canelli – voce e Leonardo Marcucci – chitarra (Castello di Baia, alle 21.30).

Elio Germano in “Così è (o mi pare)” (foto pa-fleg)
Martedì 5 settembre 2023, alle 21, al Castello di Baia in programma “Così è (o mi pare)”, una riscrittura per realtà virtuale di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello, adattamento e regia a cura di Elio Germano, in scena con Gaetano Bruno, Serena Barone, Michele Sinisi, Natalia Magni, Caterina Biasiol, Daniele Parisi, Maria Sole Mansutti, Gioia Salvatori, Marco Ripoldi, Fabrizio Careddu, Davide Grillo, Bruno Valente, Lisio Castiglia, Luisa Bosi, Ivo Romagnoli.

“Alice, la Sibilla e la realtà alla rovescia” a cura di Consorzio Coreografi Danza d’Autore (foto pa-fleg)
Mercoledì 6 settembre 2023, doppio appuntamento al Castello di Baia: “I colori della valorizzazione. La strategia partecipata del Parco archeologico dei Campi Flegrei” con il direttore Fabio Pagano, Pasquale Bonasora, Marco d’Isanto e la moderazione di Giuseppe Cosenza (alle 18.30) e “Alice, la Sibilla e la realtà alla rovescia” a cura di Consorzio Coreografi Danza d’Autore (alle 21).

“A-bisso” di Alessandra Asuni a cura dell’associazione culturale Teatri 35 (foto pa-fleg)
Al Castello di Baia, giovedì 7 settembre 2023, alle 19, in programma “I colori del Cosmo”, una conferenza di Giuseppe Longo e, a seguire, osservazione dei corpi celesti a cura dell’associazione PONYS; venerdì 8 settembre 2023, “A-bisso” di Alessandra Asuni a cura dell’associazione culturale Teatri 35 (alle 21, 21.45, e 22.30); sabato 9 settembre 2023, “Policromia. La realtà dell’apparenza”, conferenza di Simone Foresta (alle 18.30) e “Entre chien et loup. Madrigali dal crepuscolo dell’anima” a cura di Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini (alle 21.30).

Gli Avion Travel in concerto al Castello di Baia (foto pa-fleg)
A chiudere il programma del Festival Antro 2023 sarà il concerto degli Avion Travel in programma domenica 10 settembre 2023, alle 21.30, al Castello di Baia.
Informazioni. È possibile partecipare a tutti gli eventi della rassegna con l’abbonamento myfleg card o myfleg special card. Abbonamento myfleg card: costo 20 euro. Consente la partecipazione a tutti gli eventi della rassegna Antro 2023 e l’ingresso illimitato nei 4 siti principali del Parco per 365 giorni dalla data di acquisto. Abbonamento myfleg special card: costo 10 euro. Consente la partecipazione a tutti gli eventi della rassegna Antro 2023 e l’ingresso illimitato nei 4 siti principali del Parco fino al 31 dicembre 2023. Agli spettacoli di Lina Sastri (25 agosto) e Avion Travel (10 settembre) sarà consentito l’accesso esclusivamente tramite myfleg card o myfleg special card. A tutti gli altri eventi si potrà accedere anche con biglietto di ingresso al sito. Intero: 6 euro; ridotto: 3 euro (per i cittadini dell’UE di età compresa tra i 18 e i 25 anni); gratuito minori di 18 anni e altre categorie previste dalla legge. I possessori delle myfleg card e myfleg special card dovranno necessariamente effettuare la prenotazione ai singoli spettacoli (solo la prenotazione dà diritto alla partecipazione all’evento). Le conferenze sono a ingresso gratuito con obbligo di prenotazione. PRENOTAZIONI QUI
Reggio Calabria. Nell’anniversario della scoperta il museo Archeologico nazionale propone la mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia”. Il direttore Malacrino: “Il 16 agosto resterà sempre una data da celebrare in Calabria”

Il recupero dei Bronzi di Riace dal fondale marino: una delle immagini storiche presenti nella mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

Visitatori alla mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)
Porto Forticchio di Riace Marina, mattina del 16 agosto 1972: il sub Stefano Mariottini, avvista a 300 metri dalla costa e a 8 metri di profondità, i magnifici Bronzi di Riace, i due “Eroi venuti dal mare” oggi icone culturali dell’area dello Stretto e di tutta la Calabria. Alte rispettivamente 1,98 e 1,97 m, le due statue hanno un peso di 160 kg, dagli originari 400 kg del ritrovamento, in virtù della rimozione della terra di fusione. Costruite attorno alla metà V secolo a.C. da un unico Maestro la loro identificazione è, ancora oggi, un mistero. Sono passati cinquantuno anni. E il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria in questi giorni accoglie i tantissimi turisti con la mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia”, un suggestivo percorso multimediale curato dal direttore del Museo, Carmelo Malacrino, che chiuderà il 26 novembre 2023 (vedi Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale apre la mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia”, fotografica e multimediale, che chiude le celebrazioni per il mezzo secolo della scoperta delle due statue | archeologiavocidalpassato).

Locandina della mostra “I Bronzi di Riace. Cinquanta anni di storia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria dal 20 luglio al 26 novembre 2023
Le foto d’epoca e i filmati degli archivi di Rai Teche accompagnano i visitatori alla scoperta di una storia straordinaria, immergendoli tra le voci dei protagonisti dei momenti salienti di mezzo secolo di storia delle due statue: la scoperta, i restauri, le esposizioni. “Il 16 agosto resterà sempre una data da celebrare in Calabria”, commenta il direttore Malacrino. Il rinvenimento dei Bronzi di Riace si annovera tra le scoperte più sensazionali dell’archeologia subacquea, con tanti misteri ancora irrisolti: chi rappresentavano le due statue? chi le ha create? dove? e soprattutto, in che modo finirono sui fondali del mare di Riace? Tante le proposte avanzate dai vari studiosi, ma ancora nessuna si è dimostrata certa. Quel che è certo è che resta sempre emozionante celebrare questa ricorrenza. Dopo il Cinquantesimo anniversario, oggi continuano a festeggiare i Bronzi di Riace, non solo perché restino meravigliosi capolavori del Mediterraneo, ma anche per farli diventare patrimonio dell’umanità”.
Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale per “Notti d’Estate al MArRC” sulla terrazza sullo stretto il Planetario Pythagoras propone la conferenza “Scill’e Cariddi” con Mauro Geraci (università di Messina) e Vincenzo Zappia (Iuav di Venezia)
Sabato 19 agosto 2023, alle 21, sulla splendida terrazza del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nuovo appuntamento con “Notti d’Estate”: dopo l’affascinante incontro sulla Medea di Euripide, il Planetario Pythagoras di Reggio Calabria presenta “Scill’e Cariddi” nel mito, nell’arte e nella letteratura: un dialogo appassionante tra relatori e pubblico sul “mythos” che unisce le due sponde dello Stretto. “Un altro imperdibile appuntamento con il Planetario Pythagoras”, commenta il direttore del Museo, Carmelo Malacrino, “che ringrazio per la collaborazione a questa edizione delle Notti d’Estate, nel solco ormai consolidato di coinvolgenti manifestazioni rivolte alla divulgazione scientifica. Attività che si aggiungono alla possibilità di ammirare i reperti della Calabria antica, in un momento di notevole afflusso di visitatori”. Dopo i saluti iniziali del direttore Malacrino e di Angela Misiano, direttrice del Planetario, relazionano Mauro Geraci, professore ordinario di Antropologia culturale al Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’università di Messina, e Vincenzo Zappia architetto allo Iuav di Venezia. Presenta l’incontro Fortunato Zappia, con la partecipazione di Angela Misiano. Dicevano i Greci: il mito insegna, racconta come comportarsi. Il mito insegna la vita. Scilla e Cariddi erano due donne e in quanto meridionali bellissime. A causa di terribili sortilegi, da bellissime quali erano, sono trasformate in mostri che pattugliano da opposte sponde lo stretto di mare che divide Reggio Calabria da Messina, incutendo terrore e rappresentando una letale minaccia per i marinai. Come tante altre creature mitologiche sono lo specchio di reali pericoli e banco di prova per gli eroi. “E qui subentra l’astuzia dell’intelligenza”, commenta la prof.ssa Misiano, responsabile del Planetario. “Scilla e Cariddi è per certi versi il racconto della lotta tra l’uomo e la bestia per fronteggiare con astuzia e stratagemmi gli ostacoli che ci troviamo davanti nella vita. Ma di queste due donne che gli dei hanno trasformato in mostri, non si può parlare senza tenere conto di quel peculiare ambito geografico che è lo stretto di Messina e del mare che lo contiene, il Mare Nostrum”. Nell’immaginario collettivo che li presenta come mostri, posti a guardia dello stretto di Messina, Scilla e Cariddi sono emblema della lotta tra ragione e sfera emotiva. Sabato il Museo resterà aperto fino alle 23 (ultimo ingresso 22.30). Dalle 20, il prezzo del biglietto sarà di 3 euro, con 1 euro di maggiorazione a favore del patrimonio culturale danneggiato dall’alluvione in Emilia Romagna (art. 14, DL 61/2023). Sarà possibile visitare tutto il Museo che, attualmente, oltre ai quattro livelli di collezione permanente ospita ben tre nuove esposizioni. In Piazza Orsi, atrio del MarRC, la mostra “Bronzi di Riace, cinquant’anni di storia”, a cura di Carmelo Malacrino. Al Livello E “Per gli uomini e per gli Dei. Musica e danza nell’antichità” a cura di Carmelo Malacrino, Angela Bellia e Patrizia Marra e “Le nuvole e il fulmine. Gli Etruschi, interpreti del volere divino”, a cura di Carmelo Malacrino, Mario Iozzo, Barbara Arbeid.
Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale per “Notti d’Estate al MArRC” sulla terrazza sullo stretto conferenza della prof.ssa Paola Radici Colace su “La Medea di Euripide. Le scritture nel tempo”
Giovedì 17 agosto 2023, alle 21, sulla splendida terrazza del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, nuovo appuntamento con “Notti d’Estate”. Il Centro Internazionale Scrittori della Calabria promuove la conferenza “La Medea di Euripide. Le scritture nel tempo” di Paola Radici Colace, ordinario di Filologia classica dell’università di Messina, presidente onorario e direttore scientifico del Cis. Un viaggio straordinario sul tema delle riscritture del teatro greco, rivivendo la tragedia “Medea” di Euripide, andata in scena ad Atene nel 431 a.C. e nella versione filmica di Pasolini (Medea 1969), con protagonista Maria Callas. Un’analisi comparativa dei due ‘testi’, distanti tra loro ventiquattro secoli tra analogie e differenze. Introdurranno l’incontro Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, e Loreley Rosita Borruto, presidente del CIS della Calabria. “L’irruzione di Giasone, elemento esterno e straniero nella vita di Medea”, commenta la professoressa Paola Radici Colace, “segna di fatto il repentino passaggio dal sacro allo sconsacrato, dal mitico al razionale, e la trasformazione improvvisa della giovane donna. Infatti, quando capisce che Giasone e i suoi compagni hanno usanze totalmente opposte alle sue, la fanciulla ha una crisi spirituale in cui le sensazioni di tormento si acuiscono, in un conflitto tra la realtà della nuova terra e la vita scandita dai rituali del suo passato nella Colchide”. E il direttore Malacrino conclude: “Una affascinante narrazione della tragedia greca, con richiami a pensieri ed attitudini umane sempre attuali. Con una location d’eccezione, rappresentata dalla panoramica terrazza del Museo, che rende questo viaggio di ventiquattro secoli ancora più sensazionale”.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale ancora due settimane per visitare la mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” organizzata con Electa. L’intervento del direttore Giulierini. Gli approfondimenti sui principali temi della mostra

Mostra “Alessandro Magno e l’Oriente”: da sinistra, i due curatori Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo tra il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e il direttore del Mann Paolo Giulierini (foto graziano tavan)

Locandina della mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” al museo Archeologico di Napoli dal 29 maggio al 28 agosto 2023
Alessandro è stato re, filosofo, invincibile stratega e guerriero. Ha conosciuto meglio di ogni altro gli usi e i costumi dei popoli e delle genti di Europa e di Asia. È lui la guida che introduce il curioso visitatore alla scoperta delle sue imprese e delle grandi civiltà del passato. Un eroe che, come un’impareggiabile pop star, ha indossato gli abiti del faraone, quelli di Zeus, di Eracle, di Dioniso, di Shah di Persia, di raja di Taxila e dell’India. Solo le ali per ascendere al cielo non ha indossato, preferendo cavalcare due enormi e affamati grifoni come si raccontava nel Medioevo, attestando l’immediata aura di leggenda che ha avvolto Alessandro. La straordinaria figura di Alessandro Magno, le sue gesta, l’eco della sua immagine nei secoli, è narrata nella mostra “Alessandro Magno e l’Oriente”, a cura di Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo, per l’organizzazione di Electa, con 170 opere provenienti da ogni angolo del mondo, dall’antica Persia al Gandhara, insieme ai numerosi reperti della collezione permanente del museo Archeologico nazionale di Napoli, il solo museo in cui si conservino tre ritratti del Macedone e tra questi il più prezioso, il Mosaico della battaglia di Gaugamela, dove si ammira l’eroe in sella a Bucefalo, mentre si scaglia contro Dario sull’alto carro. Quest’opera, attualmente in restauro, (la cui riproduzione è posta a tappeto nel Salone della Meridiana nell’area dove è ricostruito l’ambiente della casa del Fauno) secondo gli studiosi è una copia romana di un sublime quadro del più noto pittore dell’antichità, Apelle. La mostra si può visitare, salvo proroghe, fino al 28 agosto 2023 (vedi Napoli. Al museo Archeologico nazionale apre la mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” che racconta con 170 opere il percorso di conquista giunto fino alla lontana India, dopo aver annesso l’Egitto dei faraoni, il medio Oriente e la Persia | archeologiavocidalpassato).
“La mostra Alessandro Magno e l’Oriente”, spiega il direttore Paolo Giulierini ad archeologiavocidalpassato.com, “è una tappa fondamentale di questi anni di ricerca del museo. Si parte con i ritratti di Alessandro passando per gli affreschi di Boscoreale, quindi per l’Annunciazione del destino di Alessandro, e poi si continua con un confronto tra i Persiani e i Macedoni. Si prosegue nel salone della Meridiana con le grandi battaglie di Alessandro – Isso, Gaugamela e il Granico – e infine con l’entrata di Alessandro in Persia e l’arrivo in India: un incontro di popoli e tradizioni che fanno di questo di straordinario personaggio un simbolo di come oggi l’umanità dovrebbe muoversi e ascoltare le culture. D’altra parte la mostra non nasce isolata ma nasce nel seno dell’operazione di recupero del mosaico della battaglia di Alessandro, rinvenuto alla metà dell’Ottocento nella Casa del Fauno di Pompei, parte adesso la seconda fase con il recupero della parte posteriore e successivamente del tessellato del mosaico nella parte superiore: 12 mesi di lavoro, un milione di investimento per poter riavere, in pieno splendore, il più grande mosaico che l’antichità ci ha restituito”.

Affresco con filosofo, Alessandro e l’Asia, da Boscoreale, Villa di P. Fannius Synistor, oecus (metà del I sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann – luigi spina)
I Macedoni a Boscoreale. Agli inizi del Novecento fu scoperta a Boscoreale, nei pressi di Pompei, una splendida villa romana, quasi interamente ricoperta da pregevoli affreschi del II stile eseguiti alla metà del I secolo a.C., nell’età di Pompeo e di Cesare. La sontuosa dimora apparteneva, prima dell’eruzione del Vesuvio, a un tale Fannius Synister. La maggior parte degli affreschi fu strappata e venduta all’asta a Parigi nel 1903; solo alcuni rimasero a Napoli, dove oggi possiamo ammirarli. Da allora molti studiosi hanno tentato di interpretare il ciclo pittorico concentrandosi soprattutto sulla sala più importante del complesso, l’oecus. Ma era difficile giungere ad una interpretazione condivisibile senza avere una visione d’insieme, cosa che fu possibile solo grazie a recenti studi pubblicati nel 2013. Si può ora dire con certezza che il ciclo ripropone temi propri dell’età ellenistica e i dipinti dell’oecus in particolare, come alcuni sostenevano, raffigurano una corte macedone. Tale ipotesi è suffragata dalla presenza degli scudi con l’astro a rilievo, dagli abiti dei personaggi e dalle caratteristiche architettoniche degli edifici. Le scoperte archeologiche, avvenute in Grecia nella regione macedone negli ultimi decenni, confermano questa iniziale intuizione. La figura su cui maggiormente si è discusso, rappresentata sulla parete sinistra della sala, è quella del giovane in piedi in cui per diversi e inequivocabili motivi si può riconoscere Alessandro stesso. I segni che inducono a questa identificazione sono: il diadema, la lancia, lo scudo macedone, la kausia (il copricapo ufficiale dei re macedoni), le vesti, le caratteristiche fisiognomiche del volto simili a quelle del grande mosaico di Pompei e l’ambientazione. Il giovane re domina uno stretto di mare, una chiara allusione ai Dardanelli, e la punta della lancia è confitta sulla sponda opposta (dorikteta – conquistata colla lancia), quella asiatica, dove una donna seduta, in vesti orientali, si regge il capo con la mano destra e guarda verso il giovane che regnava sui due continenti allora conosciuti, l’uno per legittima discendenza, l’altro per diritto di conquista. E chi altro, se non Alessandro, aveva riunito sotto un unico scettro le due parti del mondo?

Alessandro Magno: dettaglio del grande mosaico della battaglia di Gaugamela, proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
L’immagine di Alessandro. Conosciamo Alessandro soprattutto attraverso le statue di Lisippo, l’unico artista, oltre ad Apelle, che ebbe il diritto di ritrarlo dal vivo. Ma del grande pittore di Colofone poco o nulla rimane e forse solo il grande mosaico della Casa del Fauno porta i segni della sua arte. Dello scultore invece sono giunte fino a noi alcune opere in cui si vede l’eroe in una postura a lui consueta, con il collo lievemente piegato verso sinistra e una celeste ispirazione nello sguardo. Plutarco riferisce che la carnagione del macedone era chiara e “il bianco della pelle diventava rosso particolarmente sul petto e sul volto”. Alcuni direbbero che era il segno di una certa femminea timidezza. Apelle lo rappresentò in un famoso dipinto nelle vesti di Zeus con un colorito bruno e scuro. Ma Plinio dice che il pittore aveva stabilito il principio teorico di “nascondere i difetti”, soprattutto quando ritraeva gli uomini famosi e potenti. Non sappiamo neanche quale fosse il vero colore dei suoi capelli, che pettinava colla scriminatura centrale, e, a differenza del padre e dei suoi conterranei, rasava accuratamente la barba. L’unico ritratto certo è nel citato mosaico conservato a Napoli, in cui lo si vede a cavallo, colla lancia ben ferma nella mano, avanzare deciso contro il carro di Dario. Ha i capelli rossicci e ondulati, gli occhi grandi e scuri un po’ inclinati verso il basso, il naso forte e leggermente adunco e la bocca piccola e contratta nella foga dell’azione e per lo sforzo. Sono gli stessi tratti che riconosciamo nell’affresco di Boscoreale in cui si profetizza il suo avvento sul trono dell’Asia. Molti particolari, in queste due immagini, discordano con i ritratti lisippei o col mosaico di Pella in cui è raffigurato nudo e giovane mentre caccia un leone. È difficile anche stabilire una somiglianza col padre. Molte fonti attendibili testimoniano che tra i due vi erano pochi tratti in comune. Anch’egli, quindi, come altri sovrani dopo di lui, volle diffondere di se stesso un’immagine ben diversa da quella reale e cambiò spesso abito e stile. Adottò senza esagerare i costumi orientali, si travestì da Eracle o da Dioniso e in Egitto vestì con i simboli e gli abiti del faraone. Il suo genio era poliedrico così come il suo aspetto, difficilmente assimilabile all’eroe alto, biondo, dagli occhi cerulei qualche anno fa propostoci da un bel film a lui dedicato.

Tetradramma in argento di Filippo II che sul dritto mostra la testa laureata di Zeus (359-336 a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Filippo II, il padre. Il padre di Alessandro, Filippo II, era nato nel 382 a.C. a Pella, terzo figlio del re Aminta III, ed aveva poche speranze di salire al trono. Da giovane aveva vissuto a Tebe, forse nella casa paterna di Epaminonda, e aveva avuto modo di apprendere le più avanzate tecniche belliche. Per una serie di favorevoli circostanze divenne reggente della Macedonia nel 359 all’età di 22 anni; uno dei primi affari a cui si dedicò fu la riforma dell’esercito, e alla potenza della falange sommò l’impeto e la velocità della cavalleria. Con questi strumenti Filippo, dopo avere ampliato il suo regno nei Balcani e verso la Tracia, volse la sua attenzione alle antiche città della Grecia. Si mosse con grande prudenza, ed anche con un certo reverenziale timore nei confronti di Atene. Finanziava un po’ tutti, in particolare i partiti a lui legati, quello di Atene capeggiato da Eschine, e minava sottilmente alla base le antiche democrazie. Da buon stratega aveva capito l’importanza del dominio sugli stretti, i Dardanelli e il Bosforo e, avendo esteso il regno fino alle sponde del mar di Marmara, stava sottraendo ad Atene gli alleati indispensabili per mantenere il dominio sul mare.

Medaglione in oro con, sul dritto, il busto di Olimpiade (III sec. a.C.) da Abukir, conservato al museo Archeologico nazionale di Tessalonica a Salonicco (foto graziano tavan)
Olimpiade, la madre. Olimpiade, la madre del nostro eroe, fu la quarta moglie di Filippo: si conobbero nel 357, a Samotracia, al santuario dei Grandi Dei. Lei, principessa dell’Epiro, il regno dei Molossi, era una donna dal carattere prorompente e volitivo. Una baccante, capace di amare e di uccidere con bruciante passione. Partorì Alessandro a Pella, il 6 di Ecatombeone, cioè il 20 o il 21 del mese di luglio. La sua nascita fu annunciata da diversi prodigi: il tempio di Artemide ad Efeso prese fuoco, il padre Filippo, dopo un lungo assedio, conquistò Potidea e i suoi cavalli vinsero ad Olimpia. Secondo Plutarco fu lei, offesa dal marito e temendo per la legittima successione al trono del figlio, ad organizzare l’assassinio di Filippo, avvenuto nel teatro di Ege (Verghina) nel 336 a.C. Olimpiade sopravvisse al figlio e con grande coraggio combatté, contro le mire di Cassandro, per difenderne la moglie e la progenie.

Statuetta in bronzo di Alessandro su Bucefalo da Ercolano probabile copia in miniatura del Gruppo del Granico di Lisippo, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Al Granico. Al Granico, i satrapi dell’Anatolia erano tutti in prima linea. L’ala destra della cavalleria era comandata da Memnone il rodio. Poi c’era Arsame, satrapo della Cilicia; quindi Arsite con i Paflagoni e infine gli Ircani con Spitridate. Al centro vi erano cavalieri di varia nazionalità, duemila dei quali provenienti dalla Bactriana, al comando di Reomitre; all’ala destra i Medi. La fanteria era schierata di riserva in seconda linea. Tra questi spiccavano duemila mercenari greci. I Macedoni erano così disposti: all’ala destra sette squadroni di cavalleria degli eteri, con gli arcieri, al comando di Filota, i prodromi e lo squadrone di cavalleria di Socrate. Seguivano gli ipaspisti, armati di spada, affidati a Nicanore, il fratello di Filota, i pezeteri (cioè la fanteria) guidati da Perdicca, Ceno, Cratero, Aminta e Meleagro. All’ala sinistra la cavalleria tracia e tessala. I due eserciti più o meno si equivalevano. Alessandro non fu il primo a varcare il fiume. Prima di lui le unità speciali – il piccolo battaglione dei prodromi, i Peoni e lo squadrone di Socrate – ebbero il compito di scompaginare le file dell’esercito nemico, attestate sulla sponda opposta del fiume. La loro funzione era quella di aprire alcuni varchi nelle file avverse e di preparare il terreno per la decisiva carica del loro re. I Macedoni gridarono in coro “Enualio!”, per incoraggiare gli arditi che attraversavano la rapida corrente sotto i dardi e i giavellotti nemici. I due battaglioni soffrirono non poco e molti soldati furono uccisi, tranne quelli che ripiegarono verso Alessandro che, vista la situazione, si gettò nell’acqua con l’ala destra del suo schieramento, i fedeli eteri, e raggiunse rapidamente l’altra riva. Divampò la battaglia. Demarato di Corinto combatté fianco a fianco con il giovane re e con lui Aretis, il suo staffiere. La lancia si spezzò nel terribile scontro e il re dovette presto chiederne un’altra. Nella mischia gli sembrò di vedere Mitridate, il genero di Dario, cavalcare in avanscoperta con uno squadrone di cavalleria disposto a cuneo. Alessandro l’affrontò, disarcionandolo. Ma i due quasi si equivalevano per coraggio e maestria. Il nobile persiano Resace a sua volta colpì il Macedone con un fendente, e quasi gli spaccò l’elmo, secondo Plutarco gli infranse la corazza. Alessandro reagì con prontezza leonina e lo trafisse con la lancia. Nel frattempo, alle sue spalle, nella mischia, era accorso Spitridate, pronto a vibrare un colpo fatale. L’avventura d’Asia rischiava di naufragare in quell’istante. Ma Clito il Nero, accortosi del pericolo, giunse in aiuto del re. Impugnò a due mani la spada e tranciò la mano al satrapo nemico. Di quel gesto si poté vantare per lungo tempo con compagni e amici, ma la sua insistenza esasperò Alessandro che, in un momento di cieca rabbia, trucidò l’amico che l’aveva salvato.

Stele egizia dal tempio di Iside a Pompei, con riferimenti alle imprese macedoni (fine del IV – inizi del III sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann – giorgio albano)
Egitto. L’Egitto fu una prova molto dura per le salde e semplici convinzioni dei Macedoni. Non dovettero combattere contro nemici forti e ben armati, ma piuttosto confrontarsi con idee molto diverse dalle loro. Si trovarono immersi in una delle più antiche civiltà del mondo e quell’anno di sosta, tra il 332 e il 331 a.C., li trasformò profondamente. Il primo a subire la malia dei luoghi fu proprio Alessandro. A Menfi fu accolto dai sacerdoti dei grandi santuari e nel tempio di Ptah fu incoronato faraone. I sacerdoti e le classi dominanti avevano le idee ben chiare. Il Paese sarebbe restato unito e pacifico solo a determinate condizioni, che Alessandro accettò. Doveva rispettarne la religione, gli usi e i costumi. Lasciare ai sacerdoti il loro potere e le loro ricchezze e occuparsi solo dell’ordine interno e della difesa dei confini. Secondo Curzio Rufo, un rodio di nome Eschilo e il macedone Peuceste furono nominati governatori del Paese e a Polemone fu affidato il compito di difendere, con una piccola flotta, le fortezze poste alle bocche del Nilo. Due egiziani, Doloaspi e Petisi, assursero a nomarchi, cioè reggenti dei due regni. Ma Petisi presto rinunciò all’incarico e tutto il potere amministrativo rimase nelle mani di Doloaspi. Non si hanno notizie sui due egiziani prescelti ma il nome Petisi richiama un altro notissimo personaggio: si tratta di un sacerdote di Amon-Ra, Petosiris, la cui tomba è uno splendido esempio di fusione dello stile egizio e di quello greco. Nella sua autobiografia il grande sacerdote narra di essere vissuto in un’epoca di estrema turbolenza, quando il Paese, retto da Nectanebo II (nelle fantasie del Romanzo di Alessandro il vero padre del Macedone), era libero dalla dominazione persiana. Poi, nel 352 a.C., le armate di Artaserse al comando di Mentore e di Bagoa costrinsero il faraone a fuggire nell’estremo Sud. L’eroe macedone si presentò come un pacificatore e spostò ad Alessandria, da lui fondata, tutte le attività economiche e commerciali, lasciando l’Egitto vero e proprio nelle mani delle aristocrazie sacerdotali.

Rilievo in calcare con scena di battaglia tra Alessandro e Dario (fine II – inizi I sec. a.C.) conservato nel museo nazionale di Santa Maria delle Monache a Isernia (foto graziano tavan)
Gaugamela. La notte prima della battaglia Alessandro aveva a lungo ripassato i suoi piani e solo all’alba era andato a dormire. Come ultimo gesto pubblico aveva compiuto un sacrificio al dio della paura, Fobos. L’esercito persiano, composto da tanti diversi popoli, aveva tre principali punti di forza: la cavalleria, i carri falcianti e gli elefanti, non però in numero sufficiente per determinare le sorti dello scontro. Sul lato sinistro agiva la cavalleria bactriana, comandata da Besso, e sul destro quella persiana, affidata a Mazeo. Al centro operavano gli Immortali, i migliori guerrieri del Re dei Re. Il piano di Alessandro prevedeva una penetrazione degli eteri a cavallo, ai suoi diretti ordini, verso il centro dell’armata nemica. La sua azione doveva scattare fulminea dopo le prime cariche dei Persiani, che avrebbero sbilanciato in avanti l’esercito di Dario, lasciando dei possibili varchi di penetrazione. Frattanto Parmenione con i Tessali avrebbe dovuto riposizionarsi in diagonale e resistere alla carica dell’ala destra, comandata da Mazeo, mentre la falange macedone, dopo avere resistito all’attacco dei carri, avrebbe tenuto sotto pressione il centro dello schieramento nemico. La vittoria richiedeva tempismo ed intuito e un perfetto affiatamento tra gli eteri. Le cose andarono più o meno come lui aveva previsto e la fortuna, come in molte battaglie, aiutò i Macedoni. Le sorti dello scontro rimasero sospese per lungo tempo e la situazione si chiarì solo dopo la fuga precipitosa di Dario. In quello stesso frangente, però, Parmenione, sull’ala sinistra, stava per cedere e chiese aiuto ad Alessandro, che dovette abbandonare l’inseguimento di Dario e correre al galoppo verso quel lato del campo di battaglia. Nel mentre la falange era stata scompaginata dall’impeto dei cavalieri della guardia persiana che, per ordine di Dario, avevano proseguito la loro marcia fino all’accampamento macedone, al fine di liberare i membri della famiglia del re tenuti in ostaggio. I Greci avevano avuto così insperatamente il tempo di riorganizzarsi quando erano sul punto di soccombere. Fu una straordinaria ed inattesa vittoria. Dinanzi ad Alessandro si aprivano le porte dell’Oriente. Nessuno avrebbe contrastato la sua avanzata verso le splendide città di quella fertilissima terra La via della seta. Nel 328 a.C., Alessandro giunse a Maracanda (Samarcanda), nella Sogdiana. Proseguì di lì, declinando verso est, per raggiungere il fiume Iaxarte (il Syr Darya) dove fondò, nell’agosto del 329 a.C., la più lontana delle Alessandrie, Ultima, o Eschàte, che poi si è chiamata Leninabad. La città, situata nella parte sud occidentale della valle di Fergana (ora Chujand, in Tagikistan), ebbe vita lunga e gloriosa. Godeva di un’invidiabile posizione strategica e commerciale, sospesa tra due mondi: la Cina e l’Occidente. Furono soprattutto i cavalli di Fergana e i cammelli bactriani a incrementare gli scambi commerciali. L’imperatore Wu della dinastia Han definì quella razza equina con un termine felice: “cavalli celesti”. I discendenti dei Macedoni, che rimasero in quei luoghi, venivano chiamati dagli abitanti del celeste impero Da Yuan (i Grandi Ioni). Non erano nomadi, vivevano in città murate, ed erano divisi in tanti piccoli regni. Furono i primi a favorire il commercio della seta tra Oriente ed Occidente.

Nozze di Alessandro e Roxane, affresco dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, conservato nel parco archeologico di Pompei (foto graziano tavan)
Roxane. In quella lontana regione viveva la bellissima Roxane, la prima moglie di Alessandro. Curzio Rufo racconta che lo straordinario sposalizio, reso eterno dal pennello del pittore greco Aezione, avvenne per un caso fortuito. Alessandro aveva preteso, come atto di omaggio, che i tre figli di un signorotto locale si arruolassero nel suo esercito. Questi organizzò un sontuoso banchetto all’uso orientale. Mentre i commensali stavano mangiando, fece entrare trenta nobili giovinette e tra queste la figlia del satrapo Oxiarte, Roxane. Appena Alessandro la vide provò per lei una fortissima attrazione e decise di sposarla. Plutarco afferma: “si trattò di una storia d’amore”. Ed aggiunge subito dopo: “perfettamente in armonia con i progetti politici di Alessandro”. Roxane non era particolarmente nobile. Ma la loro unione ebbe un enorme valore simbolico. Per avvicinare i vincitori ai vinti bisognava togliere agli uni la superbia e agli altri la vergogna, e quale altro messaggio, se non l’amore, poteva infrangere con un solo gesto le barriere della diffidenza?

Rilievo in marmo dedicato a Efestione (IV sec. a.C.) da Pella, conservato nel museo Archeologico di Tessalonica (foto graziano tavan)
La morte di Alessandro. Efippo d’Olinto, un compatriota di Callistene, scrisse un libello intitolato Morte di Efestione e di Alessandro, di cui sono rimasti pochi frammenti. Vi si vede Alessandro minacciato dalle ombre del crepuscolo. Siamo nel 324 a.C., il re si comporta in modo stravagante, porta gli abiti sacri agli dèi: “Talvolta il mantello di porpora, le scarpe e le corna di Ammone”; altre volte si veste da donna, come Artemide; o si mostra all’esercito in abiti persiani e ostentando un arco e una lancia; o ancora come Ermes con i sandali alati, il largo cappello e il caduceo nella mano. Molti altri commentatori riferiscono che nell’ultimo mese di vita Alessandro aveva rinunciato alla sua proverbiale sobrietà. Roxane era giunta agli ultimi mesi di gravidanza e da lì a poco sarebbe nato un figlio maschio, il sospirato erede al trono, che Alessandro non conobbe mai. Un giorno, Medio, uno dei più fidati tra gli eteri, lo invitò a partecipare ad un banchetto. Il re accettò. Seduti a tavola con lui c’erano anche Perdicca, Tolomeo, Olchio, Lisimaco, Eumene e Cassandro. Alessandro bevve smodatamente. Domandò una coppa colma di quattro litri di vino e la bevve in un sorso e si accasciò sul cuscino. Alcuni dicono che quello fu il vero motivo della morte, avvenuta dopo undici giorni. I Diari reali permettono di seguire con una certa precisione gli eventi. La festa di Medio durò circa due giorni. Quindi, dopo il malore, il re si riprese e rimase a bere con gli amici fino a notte inoltrata. Ma aveva già la febbre. Andò avanti così, tra alti e bassi, fino a che non gli andò via la voce. La notizia si sparse tra i soldati. Alessandro convocò tutti i fidati compagni nel palazzo imperiale, paventava disordini. I Macedoni, sicuri che alcuni nascondessero la verità, si radunarono intorno alle porte della reggia. Finalmente riuscirono ad entrare e sfilarono davanti al suo letto. Li salutò uno per uno, sollevando appena la testa. Dopo due giorni di agonia morì. Era il 10 giugno del 323 a.C., avrebbe compiuto 33 anni nel mese di luglio. “Era”, scrive Arriano, “di corpo bellissimo, amante delle fatiche; acutissimo di mente e coraggioso”. Il suo corpo mummificato fu portato in Egitto ad Alessandria, dove giacque in una tomba voluta da Tolomeo, figlio di Lago.

Testa in terracotta di Helios con raggi (in legno, integrazione moderna) (150-100 a.C.) conservata al museo Archeologico di Rodi (foto graziano tavan)
Imitatio Alexandri. Cesare, in Spagna, vedendo una statua di Alessandro si rattristò e gli amici lo videro piangere. Gliene chiesero il motivo ed egli rispose che l’eroe macedone alla sua età aveva conquistato mezzo mondo e regnava su infiniti popoli, mentre lui si affannava a combattere in Iberia. A Pompeo, il suo più acerrimo avversario, andò meglio. A poco più di 24 anni, le truppe lo acclamarono imperatore e Silla lo abbracciò e lo salutò a gran voce col soprannome di “Magno”. D’altronde avrebbe, nel corso della vita, ampliato i confini della Repubblica da un oceano all’altro e ne avrebbe esteso il dominio su tre continenti. Al suo terzo trionfo nel 61 a.C., quando aveva soggiogato la Media, la Mesopotamia, l’Armenia, la Siria e molti altri stati, non bastarono due giorni per fare sfilare le truppe, i vinti e gli elefanti. Lui e Cesare si contendevano la mitica eredità di Alessandro che a loro indicava la strada per divenire divini e cosmocrati, cioè imperatori del mondo. Il Macedone era riuscito lì dove molti altri, compreso il padre Filippo, avevano fallito. In Egitto i sacerdoti lo avevano venerato quale un dio sulla terra e l’oracolo di Siwa aveva confermato la sua diretta discendenza da Zeus. Anche gli imperatori romani dovettero coniugare gli opposti poli di un mondo diviso tra chi ammetteva che un regnante potesse essere divino in vita e chi non lo avrebbe in alcun modo accettato. Ottaviano fu quello che più di ogni altro individuò nel Macedone un modello ideale da imitare. Lo dichiarò esplicitamente e, quando giunse ad Alessandria, si recò sulla tomba dell’eroe, il famoso Soma, vi depositò una corona d’oro e la fece coprire di fiori. Quando gli chiesero se voleva vedere le tombe dei Tolomei, rispose “Volevo vedere un re e non dei morti”. A Roma Ottaviano, ormai divenuto Augusto, decorò il suo Foro con i dipinti di Apelle raffiguranti le vittorie di Alessandro. Per il suo Mausoleo utilizzò molto probabilmente i simboli e le immagini della tomba del Macedone – i gruppi scultorei di Achille e Pentesilea e di Aiace ed Achille – che aveva ammirato in Egitto. Dopo di lui fino ad Alessandro Severo tutti i sovrani, e in particolare Caracalla, in un modo o nell’altro ne seguirono le orme. Perfino Costantino, l’imperatore cristiano, che non poteva certo aspirare all’apoteosi in terra, esaltò l’humanitas di Alessandro. Virtù che, più della forza e della violenza, rende durature le conquiste e pacifica i popoli.

Frame del video che racconta il trasferimento del Mosaico di Alessandro da Pompei al Real Museo Borbonico (foto mann)

Lo spostamento del Mosaico di Alessandro nel museo di Napoli nel 1916 (foto archivio mann)
Il restauro del mosaico della Battaglia di Gaugamela al centro della grande mostra su Alessandro Magno. Tema centrale della grande mostra “Alessandro Magno e l’Oriente” è il restauro dello straordinario mosaico della Battaglia tra Alessandro Magno e Dario di Persia (331 a.C.), capolavoro iconico del MANN e tra i più celebri dell’antichità. L’opera musiva scoperta nel 1831, datata tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C., è straordinaria non solo per il soggetto rappresentato, ma anche per le sue dimensioni: quasi due milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82 x 3,13 m). Il ‘gran musaico’ (peso stimato circa 7 tonnellate) giunse a Napoli nel novembre del 1843, quando fu messo in cassa e condotto da Pompei al Real Museo Borbonico su un carro trainato da sedici buoi. Nel gennaio del 1845 le casse furono aperte e l’opera ebbe la sua prima collocazione sul pavimento di una sala al piano terra dell’ala occidentale; mentre nel 1916 fu spostato dove si trova attualmente, a parete, nella sezione mosaici, al piano ammezzato. La mostra su Alessandro accompagna quindi l’avvio della fase ‘esecutiva’ dei lavori. Grazie a un cantiere ‘trasparente’ il pubblico e, naturalmente, la comunità scientifica potranno seguire una nuova ‘grande impresa’ nel nome di Alessandro Magno, che richiederà il ribaltamento della colossale opera (vedi Napoli. Al museo Archeologico nazionale partita la seconda e ultima fase di restauro del grande mosaico di Alessandro (termine lavori marzo 2024) in concomitanza dell’inaugurazione della mostra “Alessandro e l’Oriente” alla presenza del ministro Sangiuliano. Intervista esclusiva della responsabile dei restauri Maria Teresa Operetto | archeologiavocidalpassato).

Restauratori al lavoro nel 2020 sul grande mosaico di Alessandro al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Marco Pedicini)
Un restauro epocale e indispensabile. Nata come mosaico pavimentale, l’opera è da oltre un secolo collocata in verticale, scelta fatta in virtù della presunta derivazione iconografica da un dipinto su tavola, ipotesi largamente condivisa dalla comunità scientifica. Dietro la superficie musiva si conservano ancora gli strati di preparazione antichi, ovvero malte realizzate oltre duemila anni fa. Nel corso del tempo il mosaico è stato oggetto solo di interventi di manutenzione ordinaria, eseguiti prevalentemente dai restauratori del Museo, consistenti in riadesioni puntuali di tessere, velinatura di piccole lesioni che sono andate formandosi, altre operazioni necessarie. Lo stato conservativo è andato, tuttavia, gradualmente peggiorando, ragion per cui da circa una ventina di anni il mosaico è diventato una sorta di ‘sorvegliato speciale’: si sono susseguite indagini diagnostiche e proposte di intervento, finalizzate alla definizione di un restauro complessivo e non più limitato a interventi puntuali. L’inaccessibilità del retro, infatti, non ha mai permesso di comprendere se e in che misura lo stato di conservazione delle malte originali è connesso ai fenomeni di degrado che si rilevano sulla superficie. Tali fenomeni consistono in: ampia depressione della superficie musiva nella parte centrale del mosaico, stato di generale e diffuso distacco delle tessere e della relativa malta di allettamento dagli strati preparatori sottostanti, rigonfiamenti puntuali in particolare lungo il perimetro, diffuse lesioni soprattutto in corrispondenza della citata depressione centrale. La scelta di intervenire anche sugli strati di preparazione che si trovano sulla parte posteriore del manufatto era pertanto improcrastinabile. Ne consegue che il ribaltamento del mosaico è una operazione propedeutica e necessaria alla esecuzione del restauro, per una conoscenza completa degli strati di sottofondo.

Maria Teresa Operetto, responsabile del restauro del mosaico di Alessandro, mostra al ministro Gennaro Sangiuliano le fasi dell’intervento (foto graziano tavan)
La squadra del restauro. Questa seconda fase, in continuità con la precedente, è condotta prevalentemente con professionalità interne al MIC, ricorrendo ad incarichi esterni solo per le competenze non rinvenibili all’interno dell’Amministrazione. Il progetto si realizza con la collaborazione tra il Mann, l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) e il parco archeologico del Colosseo, mentre per le indagini diagnostiche sono coinvolti l’università del Molise e il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS), organizzazione accademica formata dal Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (DiSTAR) dell’università di Napoli Federico II e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie (DST) dell’università del Sannio di Benevento. La progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori sono state invece oggetto di una procedura di gara aperta, a seguito della quale le prestazioni sono state aggiudicate ad un raggruppamento temporaneo di imprese.

Attività di diagnostica sul mosaico di Alessandro al Mann (foto Pedicini Fotografi)
I tempi e lo stato dell’opera. Il restauro del mosaico di Alessandro si configura, alla luce di questi elementi, come una operazione complessa e articolata, nella quale si alternano fasi di progettazione e di esecuzione di lavori. A seguito della prima fase diagnostica sullo stato del manufatto, seguita dalla messa in sicurezza, il passo successivo è stata la elaborazione del PFTE, Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica posto a base di gara, sulla base del quale gli operatori economici che hanno aderito al bando hanno elaborato il progetto definitivo. La successiva progettazione esecutiva ha avuto ad oggetto il sistema di movimentazione meccanica dell’opera: adesso tutto è pronto per dare il via alla seconda fase esecutiva, che prevede, appunto, il ribaltamento del mosaico in modo da rendere accessibile il retro dell’opera e indagare lo stato di conservazione del supporto originario.

Il grande mosaico della battaglia di Gaugamela tra Alessandro Magno e Dario III dalla Casa del Fauno di Pompei, simbolo del Mann (foto Pedicini Fotografi)
Il cantiere trasparente. Il mosaico verrà restaurato in situ, il cantiere sarà allestito nelle sale espositive e sarà quindi sempre direttamente visibile al pubblico, benché opportunamente delimitato e inaccessibile. Solo nelle fasi in cui le lavorazioni da eseguire siano incompatibili con la presenza di visitatori – montaggio del sistema di movimentazione, uso di solventi, ecc. – le sale saranno chiuse al pubblico, ma sarà comunque garantita la visione delle attività, grazie alla presenza di delimitazioni trasparenti, che garantiranno anche la protezione dalla polvere, e di supporti audiovisivi (webcam) che restituiranno le immagini dei restauratori al lavoro. Questo restauro epocale, pertanto, parte della mostra “Alessandro e l’Oriente”, verrà eseguito in diretta, sotto gli occhi dei visitatori del Museo e di coloro che, da remoto, si connetteranno al sito web del Mann. La comprensione degli interventi, inoltre, sarà integrata da appositi momenti di approfondimento con gli esperti. Il costo complessivo, gran parte finanziato con Fondo Sviluppo e Coesione (Piano stralcio cultura e turismo 2014/2020, Delibera CIPE 3/2016), dell’intervento è, in pari a circa 700.000 euro nella cifra è compresa la sponsorizzazione offerta dall’emittente giapponese The Asahi Shimbun, di 200.000 euro, prevista nell’ambito della collaborazione tra il Mann e il museo nazionale di Tokyo.
Ferragosto 2023 al museo: con oltre 24mila ingressi il Colosseo, seguito da Pompei, è stato il sito più visitato d’Italia. Il grazie del ministro Sangiuliano “a chi, in questi giorni di vacanza, ha lavorato per garantire la fruibilità dei siti”

Record di visitatori, oltre 24mila, per Ferragosto 2023 al Colosseo (foto PArCo)
Il Colosseo, seguito da Pompei, è stato il sito più visitato d’Italia nella giornata di Ferragosto 2023 e anche nel Ponte di Ferragosto 2023. “I nostri musei sono una ricchezza della Nazione, rafforzano l’identità e la consapevolezza della nostra storia. Sono parte essenziale della bellezza che l’Italia offre ai propri cittadini e al mondo. Ogni museo è un’esperienza culturale che merita di essere vissuta. Questi numeri così rilevanti confermano che stiamo facendo un buon lavoro. Ringrazio in primo luogo chi, in questi giorni di vacanza, ha lavorato per garantire la fruibilità dei siti. Ieri mi sono personalmente recato al Colosseo e al Museo Nazionale Romano per incontrare alcune lavoratrici e lavoratori che, nella giornata di Ferragosto, erano presenti. Grazie per il loro impegno”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, commentando i numeri relativi agli ingressi nei musei e parchi archeologici statali durante il lungo ponte di Ferragosto.

Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, in visita al Colosseo accompagnato da Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)
Totale ingressi 12-13-14-15 agosto 2023 nei musei e parchi archeologici. Colosseo. Anfiteatro Flavio 95.853; area archeologica di Pompei 62.269; Foro Romano e Palatino 53.257; parco archeologico di Ercolano 7.015; museo e area archeologica di Paestum 6.887; museo Archeologico nazionale di Napoli 5.830; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 5.730; Villa Adriana 4.196; Terme di Caracalla 2.711; necropoli dei Monterozzi e museo Archeologico nazionale di Tarquinia 1.517; Palazzo Massimo 1.101.
Totale ingressi 15 agosto 2023 nei musei e parchi archeologici. Colosseo. Anfiteatro Flavio 24.191; Foro Romano e Palatino 13.707; area archeologica di Pompei 13.305; parco archeologico di Ercolano 1.740; museo e area archeologica di Paestum 1.468; Villa Adriana 1.264; museo Archeologico nazionale di Napoli 1.141.
Tre appuntamenti speciali al parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri per un fine agosto che già apre ai programmi dell’autunno. E poco male se giovedì 24 agosto 2023 non ci sarà il terzo appuntamento con l’edizione 2023 di “Dalla scavo alla collezione”, rimandato all’autunno. Alle 18, al museo Archeologico nazionale di Locri Epizefiri, largo al Medioevo con la prima delle “Lezioni smart” a ingresso gratuito. Conferenza di Giuseppe Hyeraci, archeologo medievista, su “Introduzione allo studio e alla conoscenza della ceramica medievale in Calabria. Produzioni, consumi, connessioni”. Attraverso i manufatti ceramici, i partecipanti saranno condotti in un viaggio affascinante per raccontarvi di come la Calabria del Medioevo è al centro degli scambi commerciali e culturali del Mediterraneo.
Il 25 agosto 2023 si svolgerà l’apertura straordinaria del museo Archeologico nazionale di Locri Epizefiri con visite guidate a cura dell’Archeoclub Locri, dalle 20 alle 23. Durante l’apertura sarà poi possibile partecipare all’iniziativa “Usque ad Sidera” che darà la possibilità ai visitatori di contemplare le stelle al telescopio grazie alla collaborazione del Planetario di Reggio Calabria, nonché di visitare una piccola mostra sui corpi celesti. L’evento si svolge al solo costo del biglietto di ingresso.
Il 26 agosto 2023 torna la grande musica al Teatro Greco Romano, dalle 21.30 si esibirà l’Orchestra Giovanile di Fiati “G. Scerra” di Delianuova (RC), diretta dal M° Gaetano Pisano e promossa dall’associazione culturale Nicola Spadaro. L’evento e realizzato nell’ambito del progetto “Calabria Straordinaria” della Regione Calabria ed è organizzato in collaborazione con i Comuni di Locri e Portigliola.
Un viaggio dalla vigna al museo per poi far ritorno alla vigna stessa. Sarà questo “Eno. Un mese di…vino a Sibari” (dal 23 agosto al 30 settembre 2023), un viaggio tra archeologia, vino e jazz, promosso dal parco archeologico di Sibari in collaborazione con il Consorzio Tutela vini DOP Terre di Cosenza e il Peperoncino Jazz Festival. È la prima iniziativa tesa a promuovere lo sviluppo locale su base culturale dell’intera Sibaritide in cui rientra anche l’accordo di valorizzazione firmato dai sindaci, dai comuni, altri Enti e i musei privati e di impresa nei mesi scorsi. Si tratta di un affascinante percorso eno-archeologico accompagnato da una inedita esposizione di reperti selezionati nei magazzini del parco archeologico di Sibari che guiderà i visitatori alla scoperta di quattro focus sul vino nell’antichità: la più antica testimonianza del suo arrivo nella Penisola italiana, la circolazione, il banchetto e il vino nel sacro. E poi ancora: lezioni e conferenze, degustazioni, visite in vigna ed in cantina, jazz & wine. Dal 21 al 29 agosto 2023 il Museo e il Parco del Cavallo saranno aperti fino alle 23. Per tutta la durata dell’iniziativa, al punto ristoro del Parco del Cavallo gestito da Catasta Pollino, ci saranno aperitivi a tema; degustazioni di vini Dop Terre di Cosenza, accompagnati da prodotti gastronomici della Sibaritide e del Pollino. Per chi vorrà partecipare agli aperitivi jazz, poi, è utile sottolineare che i visitatori del Museo, presentando il biglietto d’ingresso, otterranno uno sconto del 20% sul costo delle serate in vigna. Le quattro masterclass sono a numero chiuso. È obbligatoria la prenotazione. Per info e prenotazioni si può contattare il numero 337 1603495 in orario di ufficio.



Se fine agosto sarà il tempo in cui si passerà dalla Vigna al Museo, settembre, invece, si caratterizzerà per essere il mese dove si transiterà a ritroso dal Museo alla Vigna e dove l’archeologia flirterà con il vino e le jazziste del Peperoncino Jazz Festival. Grazie ad una serie di “incursioni archeologiche” (tutte programmate alle 17), a cura dello staff del parco archeologico di Sibari, gli archeologi del Parco mostreranno e spiegheranno al pubblico originali reperti inediti collegati alla storia del vino e visite guidate alle cantine dei produttori di vini DOP Terre di Cosenza, accompagnati da note jazz tutte al femminile.
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