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Fondazione museo civico di Rovereto: in #apertipercultura dedicati a Paolo Orsi un documentario di Osvaldo Maffei (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza di Barbara Maurina (“Paolo Orsi, le lettere”)

La Fondazione Museo Civico di Rovereto, in questo lungo periodo di lockdown, si è aperta virtualmente, ponendosi al servizio della comunità, anche a distanza, per continuare a offrire appuntamenti scientifici e culturali. Sul sito del museo è stato attivato un piccolo portale #apertipercultura, simboleggiato proprio da una porta di casa che si apre sul mondo della scienza, sulle sezioni, sui reperti, sui siti, sulla storia, sul territorio, su temi interessanti, che si approfondiscono anche a distanza attraverso la voce di esperti, scienziati, ricercatori “amici” del Museo, con pillole di scienza, conferenze, video, articoli, a portata di clic e adatti davvero a tutti. Cinque le sezioni previste: “Succede al Civico – Talk”, “Pillole di scienza”, “Conferenze”, “Documentari”, “Approfondimenti”. Sul grande archeologo roveretano Paolo Orsi la Fondazione Museo Civico di Rovereto in #apertipercultura ha dedicato un documentario (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza (“Paolo Orsi, le lettere”).

Nel documentario “Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità” l’artista Osvaldo Maffei racconta la genesi della sua installazione di arte contemporanea realizzata nell’ottobre 2018 in occasione della XXIX Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto al teatro Zandonai di Rovereto e della mostra “Margherita Sarfatti. Il Novecento italiano nel mondo” al Mart di Rovereto. L’installazione di Maffei raccorda i due personaggi, l’archeologo roveretano Paolo Orsi (1859-1935) e la scrittrice e critica d’arte veneziana Margherita Sarfatti (1880-1961), e i due eventi culturali roveretani, la Rassegna internazionale del cinema archeologico e la mostra sulla Sarfatti al Mart. Il documentario è realizzato con il contributo di Franco Nicolis, direttore ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento; Barbara Maurina, responsabile della sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto; Patrizia Regorda, Archivi Storici del Mart. “Paolo Orsi – racconta Maffei – nel 1930 dona a questa gentildonna di grande potere un piccolo omaggio che ha una grandissima valenza culturale e rimanda a un vissuto di tipo arcaico”. Si tratta di una serie di 70 calchi in gesso di monete antiche siracusane, oggi in un cofanetto conservato nel fondo archivistico “Margherita Sarfatti” al Mart-Archivio del Novecento, dove è arrivato nel 2009. Come rappresentare in forma artistica il dono? “È la domanda che mi sono fatto”, continua Maffei. “E ho pensato subito a che cosa significa, per esempio, portare delle rose a una signora o magari dei dolcetti, dei cioccolatini. La prima cosa che si fa, si cerca di infiocchettarli, di renderli più attraenti, più piacevoli, con delle carte, delle veline, dei fiocchi. L’idea di scambiare, di giocare sull’equivoco, di scambiare questi piccoli calchi in gesso con delle mentine, con dei piccoli dolcetti di pan di zucchero mi è sembrata un’idea molto divertente, ed è stato l’unico approccio che mi permettesse di lavorare senza entrare in concorrenza, senza diventare un piccolo scienziato inadeguato, ma lavorare per solleticare l’intelligenza e la curiosità degli spettatori del festival e della mostra della Sarfatti che si teneva al Mart in quel periodo”.

“Paolo Orsi. Le lettere”. In questa “pillola di scienza” Barbara Maurina, conservatrice e responsabile della Sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico, racconta dell’archeologo Paolo Orsi e delle straordinarie lettere arrivate fino a noi da una soffitta di un palazzo di Ala. “Da alcuni anni – spiega Maurina – stiamo conducendo uno studio sistematico su una serie di documenti di archivio di grande importanza conservati dalla Fondazione del museo civico di Rovereto. Ma il museo civico di Rovereto fin dalla sua nascita alla metà dell’Ottocento si è sempre occupato di raccogliere e studiare non soltanto reperti ma anche dati archeologici e naturalistici”. Tra i padri fondatori del museo c’è anche Paolo Orsi, che entrò nell’istituzione a 16 anni nel 1875. E alla sua morte nel 1935 lasciò al museo la sua preziosa collezione, un importantissimo patrimonio archeologico e archivistico. “Dal 2010 – continua – è partito un progetto per riordinare, studiare e poi pubblicare sull’archivio on line del museo gli archivi sui grandi protagonisti dell’archeologia a cavallo del Novecento, tra cui i due roveretani Federico Halbherr e Paolo Orsi. Seguo questo lavoro con il collega Maurizio Battisti. I dati raccolti vengono inseriti su un sito on line che viene continuamente implementato”. Dal 2013 nel progetto si è inserito un tassello molto importante: un archivio di 8mila lettere scoperto in una soffitta di un palazzo di Ala in provincia di Trento di proprietà degli eredi di Paolo Orsi. L’archivio era stato suddiviso in 57 faldoni dallo stesso Orsi che definiva questo documenti, come ha scritto lui stesso, “dal naufragio della mia corrispondenza”: lettere sopravvissute alla dispersione. “In realtà questo enorme patrimonio epistolare lo credevamo ormai perduto. Grande è stata quindi la sorpresa al suo ritrovamento. La Fondazione Museo Civico di Rovereto già nel 2013 ha acquisito questo archivio e ha deciso di renderlo subito pubblico con un lavoro di studio, analisi, acquisizione digitale, catalogazione, schedatura e inventariazione. Questo lavoro viene progressivamente pubblicato on line e divulgato attraverso conferenze, convegni, articoli scientifici. Contiamo di portarlo a termine per la primavera del 2021”.

18 maggio 2020: dopo 70 giorni di chiusura, riapre il parco archeologico di Paestum e Velia. I primi visitatori saranno le famiglie con bambini autistici. Ingressi contingentati e itinerario fisso. Visite guidate in museo. Biglietti on line, abbonamenti. Prorogata mostra “Posidonia città d’acqua” e videomapping Metamorfosi

Il fumetto “Ippocrates e Jones” dedicato a Paestum

Ci siamo. Dopo settanta giorni di chiusura riapre il Parco Archeologico di Paestum e Velia. Lunedì 18 maggio 2020, alle 10, cancelli aperti a Paestum e a Velia per accogliere nuovamente i visitatori. Una rimodulazione della fruizione per la sicurezza del pubblico e del personale ha permesso ai due siti archeologici del Cilento di rientrare tra i primi musei e luoghi della cultura d’Italia a riaprire. Le numerose azioni poste in essere danno avvio alla fase 2 della cultura, prevista dal ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini a partire dal 18 maggio: la sicurezza sarà la priorità assoluta, ma senza pregiudicare l’offerta culturale. Tra i primi a sperimentare la riapertura del sito di Paestum saranno ragazzi autistici con le loro famiglie nell’ambito di un progetto di inclusione che il Parco sta portando avanti da due anni con l’associazione Cilento4all Il Tulipano, presieduta da Giovanni Minucci. Si riparte il 18 maggio mattina con la distribuzione di un un’agenda visiva e con un percorso educativo per gli ospiti con bisogni speciali, riprendendo i personaggi del fumetto dedicato a Paestum “Ippocrates e Jones” realizzato dalla Direzione Generale Musei, per il progetto “Fumetti nei Musei”. “Ripartiamo dalla mission sociale del museo che è rivolta all’inclusione e alla condivisione di conoscenza e bellezza al di là di ogni forma di barriera”, commenta il direttore, Gabriel Zuchtriegel. “Il rilancio al quale stiamo lavorando tutti, speriamo sia una ripartenza economica, sociale e culturale all’insegna di una sempre maggiore inclusione e partecipazione dei cittadini e dei ragazzi e bambini nei luoghi della cultura. Paestum e Velia devono essere un patrimonio di tutti, ora più che mai”. Continua anche la collaborazione con Legambiente Paestum che qualche mese fa ha inaugurato il “Parco dei Piccoli”, uno spazio fruibile già da subito per i bambini che vogliono ritrovare il piacere del gioco all’aperto.

La App Paestum aggiornata permette il monitoraggio del flusso visitatori nel parco

Il ricco progetto per la riapertura è stato varato dopo un confronto tra le organizzazioni sindacali, gli esperti di sicurezza che affiancano il Parco e la task-force per l’emergenza sanitaria creata dal direttore Gabriel Zuchtriegel. Fondamentale il supporto concreto e rapido delle Amministrazioni Comunali di Capaccio Paestum e Ascea, nonché del Comune di Ceraso e della Comunità Montana Bussento – Lambro e Mingardo. Tra le misure adottate per garantire la fruizione in sicurezza ci sono ingressi contingentati e termoscanner agli ingressi. La visita avverrà seguendo un itinerario fisso e unidirezionale studiato per evitare assembramenti. Grazie a un aggiornamento dell’App Paestum, sviluppata da Visivalab in collaborazione con i funzionari del sito archeologico, sarà possibile monitorare le presenze nell’area archeologica di Paestum: messaggi di alert segnaleranno il mancato rispetto della distanza sociale sia ai visitatori sia al personale di vigilanza che potrà così vigilare con maggiore attenzione sull’area di circa 20 ettari. Nel museo di Paestum e nell’area archeologica di Velia, le visite saranno accompagnate dal personale del Parco. Sarà obbligatorio anche l’uso di mascherine ed è consigliato il lavaggio frequente delle mani con gel disinfettante messo a disposizione in dispenser automatici ubicati in diversi punti del Parco.

La locandina della mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici” a museo Archeologico nazionale di Paestum dal 4 agosto 2019 al 31 gennaio 2020: prorogata al 6 settembre 2020

Nuove regole anche per la vendita dei biglietti: si favorirà l’acquisto del biglietto online con possibilità di prenotazione della visita per fasce orarie prestabilite e l’uso della modalità di pagamento contactless. Una macchina di lavoro complessa quella che da giorni sta lavorando intensamente alla riapertura del Parco Archeologico di Paestum e Velia. È l’esito di un impegno profuso principalmente per il territorio, in modo da soddisfare pure l’attesa della popolazione che, in questi mesi, ha seguito con interesse i canali social del Parco, in particolare i bollettini di archeologia del direttore Zuchtriegel. Per favorire la partecipazione dei visitatori alle iniziative del Parco è nato il nuovo Abbonamento Paestum&Velia che permette l’accesso illimitato per 365 giorni dal primo ingresso ai due siti archeologici cilentano: l’abbonamento è acquistabile su Vivaticket al prezzo promozionale di € 20. Gli eventi in calendario nel 2020 continuano a essere sospesi, ma resta confermata la mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e Cambiamenti climatici” in proroga fino al 6 settembre 2020 e il videomapping sulla facciata principale del tempio di Nettuno “Metamorfosi” di Alessandra Franco, visibile ogni sera dal tramonto alle 22.30.

#iorestoacasa. Ultimi cinque “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle decorazioni della Basilica allo studio del tempietto dorico, dai progetti di scavo dell’anfiteatro romano a quelli di ricerca del teatro greco, al “giardino romano” con le erbe medicinali

Il parco Archeologico di Paestum: la cosiddetta Basilica e il tempio cosiddetto di Nettuno (foto parco di Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia in epoca di coronavirus si chiude con gli ultimi cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 21 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci fa vivere una delle esperienze più suggestive che si possono vivere a Paestum: passeggiare nell’area archeologica al tramonto. In particolare, nel più antico dei tre templi di Paestum, la cosiddetta Basilica, costruita a partire dal 560 a.C. circa e dedicata ad Hera. “Solo al tramonto – spiega Zuchtriegel – si possono apprezzare alcune decorazioni particolari dei capitelli del tempio, soprattutto quelli della fila centrale delle colonne che dividevano la cella: la luce del sole fa vedere un fiore di loto, che dimostra la ricchezza della decorazione tipica della fase arcaica. Siamo ancora nel VI sec. a.C. Quindi qualche generazione, forse due generazioni dopo la fondazione della città. C’è un’altra colonna che presenta la stessa decorazione di quella centrale del pronao: il fiore di loto. Ricordiamo poi che il tempio aveva un tetto con terrecotte variopinte. In questo periodo, in una città fondata qualche decennio prima dove, come hanno dimostrato i nostri scavi recenti, le strutture erano ancora in materiali deperibili, legno e mattoni crudi. Ma in mezzo a questo insediamento ancora un po’ precario sorge un grande tempio mai visto da queste parti che si intravedeva persino dall’entroterra. I cacciatori esploratori indigeni che si affacciavano alla piana del Sele potevano scorgere in lontananza questo enorme tetto di circa 25 per 50 metri che era una meraviglia, nella sua perfezione, nella sua bellezza per quei tempi”.

Il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta il bollettino numero 22 del Parco Archeologico di Paestum e Velia dal museo di Paestum dove sono stati portati alcuni elementi architettonici del tempietto dorico rinvenuto l’estate scorsa durante il restauro della porzione ovest delle mura di cinta. Gli archeologi approfittano del blocco dei lavori per studiare: più di 250 frammenti architettonici prendono forma sullo schermo del computer. Ecco un tempietto dalle caratteristiche uniche che attesta la creatività delle maestranze locali. “Il cantiere è sospeso”, ricorda Zuchtriegel, “perciò usiamo il tempo anche per studiare, per comprendere meglio. Alcuni elementi del tempietto sono già stati portati in museo, altri sono ancora in situ. Molti sicuramente ancora da scavare. Ma già adesso abbiamo più di 250 frammenti di questo edificio. In questo periodo stiamo anche cercando di proporre una prima ricostruzione dell’edificio nella sua interezza grazie a un programma in cui inseriamo gli elementi finora noti. Sono ovviamente tanti gli interrogativi ancora aperti, ma anche tanti gli aspetti che si chiariscono e abbiamo sempre più una visione chiara e plastica di un monumento davvero eccezionale. Probabilmente a quattro per sette colonne: una disposizione molto inusuale più unica che rara. Ci sono tanti altri dettagli che stiamo studiando e che ci fanno capire come Paestum non sia semplicemente una città dove si copiano le cose della madrepatria, di Olimpia, di Atene ma c’è un dibattito con una tradizione locale delle maestranze, un contesto molto vivace in cui si elaborano dei modelli che sono sicuramente in connessione con la Sicilia, il Peloponneso, Atene ma dove anche Poseidonia dà un suo proprio contributo allo sviluppo artistico architettonico tra tardo VI e primo V sec. a.C.”.

Il protagonista del bollettino numero 23 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è l’anfiteatro, il luogo della città romana di Paestum in cui si svolgevano gli spettacoli e i combattimenti dei gladiatori. Da quando nel 1820 fu costruita l’odierna Strada Statale 18, il destino del monumento è stato per sempre segnato: la strada infatti ha tagliato in due l’area e una parte della struttura è tuttora sconosciuta. Ma diversi sono i progetti che si stanno delineando per uno dei luoghi nevralgici della cultura romana. “L’anfiteatro di Paestum è un monumento particolare”, interviene Zuchtriegel, “perché nella sua forma più antica risale al I sec. a.C., di cui rimangono delle murature in grandi blocchi. Poi nel I sec. d.C. fu ampliato di un altro cerchio per dare più spazio agli spettatori. È uno dei più antichi monumenti di questo genere che conosciamo. L’arena è separata dagli spettatori da muri abbastanza alti che impedivano il contatto con le fiere e le attività che vi si svolgevano. Purtroppo dalla costruzione della strada nel 1820 un terzo dell’anfiteatro è rimasto inesplorato. Qui a Capaccio-Paestum abbiamo un sogno, condiviso per fortuna da molti che vivono qua e anche dall’amministrazione comunale, che è quello di spostare la viabilità e indagare e portare alla luce la restante parte dell’anfiteatro. L’edificio aveva probabilmente due porte: una è ancora visibile, l’altra dovrebbe essere nella parte da scavare. Parliamo di due porte perché una era riservata all’ingresso, alle processioni dei gladiatori; e l’altra era la porta libitina, chiamata così da un’antica divinità che era responsabile i culti, gli onori che si davano ai morti, perché era la porta attraverso la quale venivano portati fuori dall’arena i gladiatori morti durante lo spettacolo. Sarebbe sicuramente molto interessante indagare questo monumento, scavare quello che rimane, capire anche quello che eventualmente sta sotto, perché qui siamo sul luogo dell’antica agorà, e quindi forse c’erano precedenti installazioni o monumenti o strutture. Sarebbe anche bello poi, conservazione e sicurezza permettendo, di organizzare nell’anfiteatro piccoli eventi, conferenze, incontri, e forse anche concerti per renderlo di nuovo vissuto: un luogo dell’incontro al centro dell’antica città di Paestum”.

Nel bollettino numero 24 del Parco Archeologico di Paestum e Velia torniamo nell’anfiteatro: cosa sono quei segni che si intravedono al di sotto dell’arena? Potrebbero essere le strutture di un più antico teatro di IV sec. a.C.? L’ipotesi è davvero accattivante, ma solo uno scavo archeologico potrà confermare la presenza di un teatro a Paestum. Il teatro era il luogo dove si rappresentavano spettacoli, tragedie e commedie. “Sui vasi a figure rosse di Paestum dei pittori Assteas e Python e di altri pittori vascolari sono rappresentate scene del mito e spettacoli teatrali”, ricorda Zuchtriegel, che si chiede: “Ma gli abitanti di Paestum del IV sec. a.C. dove potevano venire a conoscenza del mito greco e del teatro? Ci doveva essere un luogo. Emanuele Greco ha ipotizzato negli anni ’80 del secolo scorso, sulla base di scavi all’epoca nell’anfiteatro, che forse qui c’è una traccia. Proprio sotto l’arena è emerso un muro dritto che in epoca romana non si vedeva più. E c’è un altro muro che parte da questo in direzione Nord e fa una leggera curva. Questa struttura molto antica ha la forma di segmento di semicerchio. Quindi potrebbe essere un teatro, che però dobbiamo immaginare non come una grande struttura in pietra, ma con un alzato in legno come era uso nell’antichità dove c’erano poi compagnie itineranti che si esibivano, il cui riflesso vediamo anche sui vasi prodotti in questa città. E sono scene di tragedie del mito greco, come Bellerofonte il giovane che uccide la chimera, ma sono anche tante scene più satiresche, quindi di commedie, spettacoli di divertimento. Questa è solo un’ipotesi ma lo scavo dell’anfiteatro potrebbe gettare nuova luce anche su questa questione abbastanza intrigante che riguarda la storia dell’antica Paestum”.

Nel bollettino n° 25 vi diamo il benvenuto nel “giardino romano” di Paestum. L’area fu chiamata così negli anni ’50 del Novecento quando, a seguito di indagini archeologiche, lo spazio assunse l’aspetto di una vasta spianata di forma rettangolare. Nell’antichità, invece, la zona non doveva presentarsi in questo modo, anzi, doveva essere occupata da diverse strutture come il più piccolo tempietto dell’antica Poseidonia-Paestum. “Varcato l’ingresso dalla strada che porta dal santuario meridionale con il tempio cosiddetto di Nettuno verso il foro di epoca romana”, spiega Zuchtriegel, “ci si trova di fronte l’asclepeion, il santuario di Asclepio dio della medicina, e un’area verde vasta dove in un primo momento, dopo la deduzione della colonia latina qui a Paestum viene costruito un tempio probabilmente a Mater Matuta, divinità che come Asclepio, ha un’attinenza anche con la salute. Restano le fondazioni di questo edificio che però a un certo punto viene smontato. Quello che si vede tuttora è il complesso che nasce in epoca imperiale: un’area aperta in asse più o meno con la porta ma orientato in modo leggermente diverso. Qui c’è il più piccolo tempio di Paestum, con un altare davanti. Il tempietto essenzialmente consiste in un podio e una strada che porta dalla piazza sul podio. Non poteva essere un grande edificio, era piuttosto un sacello: quattro colonne con forse sotto la statua della dea o del dio. È una tipologia di monumenti che spesso incontriamo nel culto eroico. Forse anche questa è un’attinenza con Asclepio ma non è noto. Quello che è interessante notare in questo spazio, alle spalle di un complesso termale – le cosiddette terme del foro –, è che sui due lati ci sono dei muretti molto bassi che dividono lo spazio centrale dall’area retrostante. Dal complesso termale parte una condotta per l’acqua che va verso ambienti che però non sembrano essere piscine. In alcuni punti ci sono dei tubi che escono fuori, quindi non sembra servissero per contenere l’acqua. Potrebbero essere delle aiuole dove si coltivavano le erbe di cui parlano anche alcuni fonti tardoantiche che ricordano Paestum come luogo dove crescono erbe medicinali. Pare un’antica tradizione legata innanzitutto al centauro Chirone che fu venerato qua ed è legato alla medicina, ma anche ad Asclepio, a Mater Matuta forse. Questa tradizione sembra che attraverso i secoli si sia evoluta, sopravvissuta e abbia dato poi avvio a una scuola medica che possiamo dedurre esistesse a Paestum anche in base alle fonti scritte di epoca tarda”.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli mette online la grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”. Il direttore Giulierini guida alla scoperta dei tesori dell’archeologia subacquea

La locandina della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” dal 12 dicembre 2019 al 9 marzo 2020

Partiamo alla scoperta della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, chiusa al 9 marzo 2020 e on line dal 24 aprile 2020. Ci guida il Direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, che ha curato l’esposizione con Salvatore Agizza, Lugi Fozzati, Sebastiano Tusa e Valeria Li Vigni. La grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, una vera e propria summa di quanto svelato dalla disciplina dell’archeologia subacquea dal 1950 sino a oggi, ha presentato circa quattrocento reperti, provenienti da prestigiose istituzioni italiane ed internazionali. Filo conduttore di questo originale itinerario è la scoperta del Mediterraneo che, sin dalle radici storiche più remote delle civiltà occidentali, era interpretato (e vissuto) secondo diverse accezioni: cultura, economia, società, religiosità, natura e paesaggio sono termini legati, da sempre, al Mare Nostrum. La mostra è nata, infatti, nel più ampio framework di collaborazione tra il Mann e l’assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana; questa sinergia è stata resa possibile grazie all’impegno del prof. Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale, scomparso tragicamente nella sciagura aerea di marzo 2019. L’exhibit è stato promosso anche in rete con il parco archeologico di Paestum, sede della mostra “gemella” “Poseidonia. Città d’acqua” su archeologia e cambiamenti climatici, e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che ospita il percorso espositivo su “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area flegrea e in Sicilia”. La mostra ha ottenuto il patrocinio morale di ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Campania, Comune di Napoli e Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno centrale (Napoli-Salerno-Castellammare di Stabia), università di Salerno, università “L’Orientale” e università Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’esposizione è stata realizzata anche in collaborazione con la Scuola Archeologica di Atene, l’università di Bari, l’università “Parthenope”, ENEA ed INGV.

#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalla basilica romana al museo Narrante di Hera, dagli studi sulle metope del tempio di Hera a un tour nell’area sacra alle foci del Sele, fino ai depositi del museo

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 16 del Parco Archeologico di Paestum e Velia, il direttore Gabriel Zuchtriegel ci riporta alla Paestum romana e alla “Basilica”, la sede dei tribunali civici. Un’iscrizione ci fa sapere che la Basilica di Paestum fu costruita con il sostegno economico di Mineia, moglie del senatore Flaccus. “La basilica di Paestum”, spiega il direttore, “prende come modello le famose basiliche sul Foro romano a Roma, dove importanti aristocratici e uomini di potere usavano questa tipologia di edifici per esprimere le loro ambizioni: non è un caso che le basiliche a Roma spesso portano il nome di chi ha finanziato l’edificio, come ad esempio la basilica Emilia, dal nome della famiglia che ha contribuito notevolmente a questa costruzione. Qui a Paestum invece è una donna protagonista della ricostruzione della basilica in epoca augustea (15 a.C.), e questo è un dato eccezionale perché nel mondo antico le donne spesso non avevano la stessa visibilità, e non avevano lo stesso accesso alla vita pubblica e al potere come gli uomini. La cosa cambia leggermente con l’epoca romana, ma non bisogna per questo immaginare che ci fosse una vera emancipazione delle donne. Tuttavia hanno delle possibilità, soprattutto chi appartiene ai ceti elevati, di apparire pubblicamente, e Mineia che era sposata con il senatore Flaccus è ricordata in alcune iscrizioni per aver provveduto alla ricostruzione di questo edificio sontuoso, con decorazioni e colonne, e pitture parietali (di cui rimangono ancora delle tracce). Interessanti le nicchie sui due lati corti interni dell’edificio dove c’erano le statue di Minea e della sua famiglia. Qui si vede come Paestum da grande centro della Magna Grecia si trasforma man mano in una città del grande impero romano dove il modello diventa sempre di più la città di Roma, l’Urbe con i suoi monumenti, ma anche nei comportamenti e nelle interazioni sociali”.

Nel bollettino numero 17 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta al museo Narrante di Hera alla foce del fiume Sele. Attualmente il museo è oggetto di lavori di ristrutturazione previsti dai fondi PON Cultura e Sviluppo. Non appena l’emergenza terminerà, i lavori riprenderanno veloci. “Vi aspettiamo tutti alla riapertura”. Il sito è estremamente importante con una storia affascinante. “I Greci quando vengono qua”, ricorda Zuchtriegel, “contestualmente o subito dopo la fondazione della città, fondano alla foce del Sele un importante santuario dedicato a Hera, importante divinità soprattutto nel Peloponneso dove è venerata e da dove vengono anche i coloni di Sibari che poi fonderanno Posidonia. Nel museo Narrante – continua il direttore -, museo molto bello con un approccio didattico per le scuole e per le famiglie, si spiega questa parte essenziale della storia di Paestum. E proprio recentemente abbiamo fatto degli studi multispettrali sulle metope che vengono da questo santuario, e oggi sono al museo di Paestum, che risalgono alla prima metà del VI sec. a.C., quindi alla prima o seconda generazione della città, fondata probabilmente intorno al 600 a.C. Secondo queste recenti analisi erano dipinte: quindi la lunga discussione se queste metope furono mai parte di un tempio o solo un progetto iniziato e poi abbandonato, ora si può chiudere perché se le metope erano dipinte, vuol dire che erano anche montate su un edificio. E quindi qua da qualche parte doveva stare questo primo tempio di Hera alla foce del Sile. Probabilmente era proprio sotto il tempio più grande, più recente, che si vede tuttora in fondazione. E al di sotto di questo monumento effettivamente ci sono tracce di un edificio più antico. Quindi l’archeologia continua, le scoperte continueranno anche nel futuro, superata l’emergenza”.

Il bollettino n° 18 il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel, parte dalle metope provenienti dal santuario di Hera alla foce del Sele e conservate al museo Archeologico nazionale di Paestum, per cercare di capire come era fatto questo edificio e come erano disposte le metope sul fregio. Il direttore si sofferma su una metopa in particolare, quella con Aiace suicida. “Aiace aveva tentato di uccidere il re dei Greci Agamennone”, spiega Zuchtriegel, “e, dopo aver realizzato di aver commesso un atto così grave, si suicida perché non si considera più un uomo degno della comunità degli eroi e dei guerrieri greci. È un episodio che richiama all’osservazione del codice d’onore di questa società arcaica in cui la guerra e i comportamenti dei guerrieri sono molto centrali”. Nel precedente bollettino il direttore aveva spiegato come le nuove indagini hanno chiuso la discussione sul collocamento delle metope. “Sappiano oggi che anche queste metope, come quella di Aiace, che sembrano solo abbozzate e semifinite, in realtà erano finite con la pittura e questo vuol dire che un edificio doveva essere lì da qualche parte perché la pitturazione di solito è uno degli ultimi step nella costruzione di un tempio. Non può essere l’edificio cui si pensò in un primo momento, il cosiddetto Thesaurus, ma ci sono altri elementi, come due capitelli in arenaria (esposti in museo) probabilmente parte di un primo tempio, che propendono per la presenza di un edificio al di sotto del tempio tardo arcaico, quindi intorno al 500 a.C.”. Gli scavi diretti da Giovanna Greco hanno permesso di recuperare le trincee di fondazione di un tempio. “E oggi, in base alle recenti analisi sui colori non più visibili ma che possiamo rintracciare con la fotografia multispettrale, pensiamo che questo era il primo tempio di Hera con le metope. E ora stiamo anche lavorando su un’ipotesi di ricostruzione grafica, un’ipotesi ricostruttiva, che si basa appunto sulla presenza delle metope, e di elementi come i capitelli e altri frammenti architettonici: in questa ipotesi, la metopa di Aiace è proprio all’angolo perché è una di quelle che sono un po’ più larghe e quindi potrebbero stare benissimo all’angolo dove c’è il cosiddetto conflitto angolare e quindi la necessità di allargare un po’ il fregio”. Si fanno anche ipotesi su come poteva essere la struttura interna di questo edificio. “Un dato interessante riguarda proprio il fregio delle metope: poiché la superficie di molte metope è irregolare, sembra che non potevano avere una funzione portante. Quindi il fregio di uno pei primi grandi templi dorici in pietra è un elemento puramente decorativo. Ciò dimostra come la volontà di adornare questi templi con immagini sia un fattore determinante nella costruzione di un nuovo linguaggio architettonico quale è quello dorico nella prima metà del VI sec. a.C.”.

Nel bollettino numero 19 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci accompagna in un tour virtuale nel santuario di Hera Argiva alle foci del fiume Sele, a 9 chilometri dalla città, un’area sacra che apparteneva a Paestum e che oggi fa parte del parco archeologico di Paestum e Velia. Sono presenti due altari, uno grande e uno più piccolo. “E questo è uno dei punti interrogativi del santuario, perché quello maggiore sicuramente apparteneva al grande tempio di cui sono state trovate le evidenze, a partire dalle fondazioni, di un grande edificio periptero (circondato da colonne) con una cella centrale e un fregio dorico con le famose danzatrici, rilievi di pietra che adornavano l’edificio oggi esposti al museo di Paestum. A fianco c’è un’area libera dove sono state trovate alcune stele e cippi che troviamo in modo simile anche nel santuario Meridionale urbano di Posidonia: i due luoghi erano probabilmente in qualche modo anche connessi attraverso processioni perché anche a Paestum troviamo Hera in un ruolo da protagonista. E poi più in là c’è questo piccolo edificio che in un primo momento fu interpretato come un Thesaurus, cioè un piccolo sacello dove venivano custoditi i doni votivi per la divinità. Invece recenti scavi diretti da Giovanna Greco dell’università Federico II di Napoli hanno suggerito si tratti di un edificio molto più recente, forse un recinto, perché manca un lato aperto verso l’area degli altari, e questo è sicuramente un aspetto che dobbiamo ancora chiarire. E poi intorno c’è un’area con altri edifici porticati: portici e anche piccoli edifici di culto. Gli scavi continuano sempre da parte dell’università Federico II per capire anche meglio il contesto ambientale più ampio: la situazione di oggi con una zona paludosa e uccelli ricorda un paesaggio molto simile all’antichità, quando la dea Hera qua venerata aveva intorno a sé una specie di giardino sacro”.

Con il bollettino numero 20 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci mostra i depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum, dei luoghi solitamente inaccessibili ai visitatori, ma che a Paestum sono visitabili tutti i pomeriggi tranne il lunedì quando con “Il museo dietro le quinte” va in scena il racconto di una tomba di età lucana e del suo corredo: dopo lo scavo tante sono le strade che un oggetto archeologico può intraprendere, l’esposizione nelle sale del museo è solo una di queste. Gli assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza raccontano di schede di catalogo, di viaggi in altri musei per mostre temporanee e di operazioni di conservazione e di restauro. “Purtroppo l’emergenza sanitaria ha sospeso anche le visite ai depositi, ma noi ci teniamo pronti per farvi rivivere emozioni uniche nei depositi di Paestum”.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli porta on line gli “Incontri di Archeologia”: le meraviglie della collezione Magna Grecia e un cold-case nella collezione Egizia. Per il Politecnico di Milano, con il lockdown, il Mann è stato il Museo d’Italia più attivo su Fb

La locandina dell’iniziativa del museo Archeologico nazioanale di Napoli “Incontri di archeologia”

Un abbraccio reale, e non virtuale, dopo una carrellata di eventi, conferenze, squarci suggestivi sulle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli: si conclude con un’istantanea del direttore Paolo Giulierini e di una parte della squadra del Mann il videospot degli “Incontri di Archeologia”, la storica rassegna, giunta alla XXV edizione ed organizzata dai Servizi Educativi dell’Istituto, che da giovedì 30 aprile 2020 avrà nuovi appuntamenti online sulla pagina Facebook del Museo. Dopo essere stato riconosciuto il Museo d’Italia più attivo su Facebook secondo la rilevazione del Politecnico di Milano per il periodo di lockdown (sono stati 188, infatti, i post realizzati nel solo mese di marzo 2020), il Mann intensifica la propria offerta online. Primo appuntamento con la lezione di Marialucia Giacco sulla collezione Magna Grecia; il 7 maggio, sarà la volta della Sezione Egizia con l’intervento di Rita di Maria. Le sorprese non si fermeranno qui: da metà maggio, infatti, la Mann Tv presenterà, in postproduzione, tutti gli Incontri di Archeologia presentati nella programmazione culturale 2019/2020 del Museo. L’appuntamento? Sempre il giovedì, alle 16, sulla pagina Facebook del Mann.

Il cratere di Altamura, uno dei capolavori della collezione Magna Grecia del Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann Paolo Giulierini con Marialucia Giacco, curatrice della collezione Magna Grecia (foto Graziano Tavan)

Primo appuntamento degli “Incontri di Archeologia” online (giovedì 30 aprile, ore 16) con Marialucia Giacco, responsabile scientifico della Collezione Magna Grecia del MANN: la funzionaria traccerà un percorso suggestivo fra le oltre 400 opere che testimoniano le caratteristiche insediative, le strutture sociopolitiche, il retroterra religioso ed artistico nella Campania di epoca preromana. Meraviglia nelle meraviglie, da ammirare anche con le nuove tecnologie digitali, le quattordici sale del Museo in cui è ospitata la Collezione: gli ambienti sono caratterizzati da pregiati sectilia a motivi geometrici e mosaici di età romana, sottoposti in questi anni ad un intervento di manutenzione e pulizia, che ha restituito alle superfici la vivacità dei colori delle diverse qualità di marmo.

La collezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Giovedì 7 maggio 2020, ancora, si potrà seguire, sempre su Facebook, la conferenza di Rita Di Maria su “Un cold case: il collezionismo egittologico di Giuseppe Picchianti e Angelica Drosso”: in simultanea (ore 16), l’intervento sarà condiviso sui canali social di Mann, Archivio di Stato di Napoli, Archivio di Stato di Livorno ed Archivio del Museo Galileo-Istituto e Museo di Storia della Scienza (ARMU) di Firenze. Una rete virtuale che, ai tempi del Coronavirus, permetterà al mondo della cultura di fare squadra: i tre istituti, infatti, hanno concesso in prestito, autorizzandone la divulgazione online, i documenti utili per la ricerca scientifica del Mann.

Il cosiddetto Naoforo farnese apre la sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

La Sezione Egizia del museo Archeologico nazionale di Napoli consta di un importante nucleo di reperti provenienti da collezioni private, come quella Picchianti: nel 2016, in occasione del nuovo allestimento della Collezione, una definitiva verifica presso l’Archivio di Stato di Napoli ha dato una imprevedibile svolta alla “sfida”, rimasta aperta per ben 34 anni, con i Picchianti; il fascicolo ritenuto distrutto dal fuoco nel 1943, infatti, era miracolosamente riapparso dalle sue ceneri e, con esso, pochi, ma fondamentali frammenti dell’avventura egiziana dei due collezionisti. I nuovi dati emersi dalle ricerche nell’Archivio di Stato napoletano hanno consentito di aprire nuove piste di studio, prima presso l’Archivio di Stato di Livorno, i cui documenti hanno fornito le date di arrivo a Livorno della Collezione e della permanenza dei Picchianti nel lazzaretto di S. Leopoldo, e poi presso l’Archivio del Museo Galileo-Istituto e Museo di Storia della Scienza (ARMU) di Firenze, che ha rivelato un aspetto inedito della sedicente contessa Angelica Drosso Picchianti quale venditrice di animali esotici vivi.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli propone una visita virtuale della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” con un primo video della sezione “Acque profonde” sulle esplorazioni nel mare di Pantelleria e delle isole Eolie. Tributo a Sebastiano Tusa

Un frame del video del museo Archeologico nazionale di Napoli sulle esplorazioni archeologiche nel mare di Pantelleria e delle isole Eolie dalla mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”

La grande mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” si è chiusa il 9 marzo 2020, proprio quando scattavano le misure di contenimento per l’emergenza coronavirus. Nel Salone della Meridiana del museo Archeologico nazionale di Napoli le luci si sono spente quasi in sordina. L’esposizione, che ha rappresentato una vera e propria summa di quanto svelato dalla disciplina dell’archeologia subacquea dal 1950 sino a oggi, ha raccolto circa quattrocento reperti, provenienti da prestigiose istituzioni italiane ed internazionali. Il percorso espositivo di “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” si concludeva con la sezione “Acque profonde”, una suggestiva camera immersiva, offrendo al visitatore un’unica esperienza sensoriale, grazie a spettacolari filmati girati anche ad oltre 600 metri di profondità che permettono di ammirare i relitti, ritrovati nei luoghi simbolo del Mediterraneo (da Capri a Capo Palinuro, dalla Liguria alla Sardegna).

Sebastiano Tusa in missione nel mare di Pantelleria e delle isole Eolie (foto soprintendenza del Mare)

Pronti ad immergervi con noi nelle acque del Mare nostrum? Il Mann, nel rispetto di #iorestoacasa, inizia la visita virtuale di “Thalassa” presentando le esplorazioni archeologiche condotte nel mare di Pantelleria e delle isole Eolie, in collaborazione tra la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e la Global Underwater Explorer (GUE): in questo video, le straordinarie immagini dei diversi relitti naufragati a profondità comprese tra gli 80 e i 120 metri. Ed, in questo video, anche un ricordo cui teniamo molto: il volto, l’impegno, il gesto del prof. Sebastiano Tusa, scomparso lo scorso anno, ma sempre anima della mostra “Thalassa”. Ecco il video: https://it-it.facebook.com/MANNapoli/videos/2814950755291906/

#iorestoacasa. Cinque nuovi “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle metope del santuario di Hera alla foce del Sele al santuario meridionale, da Eracle a Chirone, da Apollo ad Asclepio, in un viaggio di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Nel bollettino numero 11 del Parco Archeologico di Paestum e Velia parla Claudio Ragosta, responsabile dell’Ufficio Bilancio: “In questi giorni stiamo liquidando tutti i fornitori, sia per quanto riguarda i servizi, sia i lavori, per contribuire in qualche modo al non decadimento dell’economia locale”. In questo momento così delicato, l’economia italiana va sostenuta e la direzione del parco spiega come “nel nostro piccolo siamo dalla parte di tutti i lavoratori”.

Nel bollettino numero 12 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel parla di Eracle, il semidio figlio di Zeus, ammirato dagli antichi per la sua forza. Rappresentato sul fregio del tempio di Hera nel Santuario alla Foce del Sele. In una metopa, ad esempio, si vedono i due fratelli Cercopi catturati da Eracle, legati a una pertica a testa in giù. “È emblematico – spiega Zuchtriegel – che in uno dei primi templi, quello di Hera, che i Greci, appena arrivano intorno al 600 a.C. alle foci del Sele per fondare la città di Poseidonia-Paestum, costruiscono, Eracle abbia un ruolo centrale: ci sono le sue avventure, le vicende legate alla sua lunga vita che si conclude con il suo accoglimento nell’Olimpo”. Perché la centralità di Eracle? Per i Greci era un po’ il garante dell’ordine, della giustizia, della difesa contro ogni tipo di oltraggio. E soprattutto in queste terre lontane dalla madre patria, circondati da un mondo sconosciuto con altre culture, altre lingue, altri popoli, era rassicurante vedere l’eroe greco per eccellenza punire chi non rispettava l’ordine divino di Zeus”.

Nel bollettino numero 13 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta di alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele, conservate nel museo Archeologico nazionale di Paestum. “Alcune metope provenienti dal tempio di Hera alla foce del fiume Sele sembrano non finite”, spiega Zuchtriegel. “In realtà esse erano completate con il colore”. In una metopa vediamo due figure con arco e frecce: sono Apollo e la sorella Artemide, due divinità. Apollo è raffigurato come sempre con i capelli lunghi, che erano aggiunti con la pittura. Stanno inseguendo Tizio, il gigante raffigurato nella metopa successiva, che tiene col braccio la loro madre Latona. Quindi stanno tentando di liberare la madre dal gigante. “Cosa ci fa Apollo sul fregio del tempio più antico di Hera?”, si chiede il direttore. “Apollo è l’unica divinità, insieme ad Artemide, presente sul tempio di Hera dove ci sono soprattutto episodi del mito, con Eracle, Achille, e altri. In realtà Apollo era un dio molto importante per i coloni: per l’oracolo di Delfi che era ospitato nel tempio a lui dedicato, ma anche per la medicina: il suo figlio, Asclepio, era il dio dei santuari Asclepiei, specie di ospedali dove la gente si recava, dove c’erano medici che curavano i malati. Questi Asclepiei esistevano probabilmente a Poseidonia, ma anche a Velia e in molti altri siti del Mediterraneo sono state scoperte strutture interpretate come Asclepiei. Apollo, il padre di Asclepio, è un po’ più ambivalente: è sì il dio della medicina e della guarigione, ma è anche quello che manda le piaghe quando qualcosa non va e comunica proprio attraverso la piaga. È quindi anche il dio della riflessione, una riflessione per certi versi etica di quello che sta succedendo. E anche per questo ha una grande importanza per tutto il mondo greco”.

Nel bollettino numero 14 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci guida alla scoperta del centauro Chirone. Siamo sempre all’interno del museo Archeologico nazionale di Paestum, ma non più nella sala dedicata la tempio di Hera alla foce del Sele, ma a quella del santuario meridionale della città, nel centro urbano, santuario di Hera e forse anche di Apollo. Anche qui c’è l’elemento della salute, della medicina, solo che è presente in una forma totalmente diversa. C’è un cippo che porta un’iscrizione greca: “Cheironos”, cioè di Chirone, un centauro, il più saggio e benevolo dei centauri, metà uomo e metà cavallo, medico saggio ed esperto che utilizzava i poteri curativi di erbe e radici. “Questo cippo è particolare”, spiega Zuchtriegel: “è aniconico, quindi senza immagine, ben lontana da quel modello che ci viene dal mondo classico ricco di statue, esempi di bellezza e di arte realistica attenta ai dettagli e alla rappresentazione veristica del corpo. Qui invece abbiamo un monumento che sembra di un altro mondo, primitivo, aniconico, con cippi come conosciamo in altre culture. Eppure è più o meno dello stesso periodo delle metope e di altre opere. Quindi dobbiamo immaginare un mondo classico dove coesistevano varie forme di religiosità, di arte, di ritualità. Accanto a templi, a statue, a quello che nell’immaginario è il classico, c’era anche questa parte “sommersa” o meno presente per noi, così come lo era la medicina rappresentata da Chirone. I centauri sono esseri molto ambigui: da un lato sono selvaggi, vivono nei boschi, e non rispettano le regole della polis, della città, e perciò vengono cacciati, o uccisi da Eracle e da altri eroi. Alcuni sono anche dei rifugiati: secondo la tradizione, anche qui in Italia. Il capostipite degli Ausoni, la prima popolazione italica, quella che i greci avrebbero incontrato approdando sulle nostre coste, sarebbe stato il centauro Mares. Rappresentano quindi un po’ quella parte repressa della storia, che viene poi spazzata via dall’urbanizzazione, dalla colonizzazione. Ma c’è anche un centauro come Chirone: quindi i centauri rappresentano anche un antico sapere su come trattare uomini e animali (loro stessi sono un mix di uomini e animali), e perciò rappresentano un altro legame con la natura, con i boschi dove vivono, le montagne, gli animali. Loro sfruttano le risorse della natura, come radici ed erbe, per curare gli esseri viventi, siano essi animali o uomini”.

Nel bollettino numero 15 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci porta a passeggiare nel santuario Meridionale della città antica alla scoperta di miti, leggende e pratiche rituali legate alla guarigione. Siamo sul luogo dove è stato trovato il cippo di Chirone che abbiamo visto esposto nel museo Archeologico nazionale di Paestum. Di fronte al tempio di Hera, la cosiddetta Basilica, c’è un edificio ancora moto discusso, costruito sopra un grande spazio sotterraneo vuoto, probabilmente per la raccolta dell’acqua, importante per tutte le attività di guarigione e medicinali. “Da qui – spiega Zuchtriegel – viene il cippo di Chirone, e qui c’è ancora in situ un’altra stele in arenaria che faceva parte di un gruppo di cippi aniconici, quindi pietre lasciate più o meno grezze che popolavano lo spazio del santuario. Questo è riscontrato anche nel santuario di Hera alla foce del Sele, e a Metaponto, la colonia sorella di Poseidonia, dove davanti al tempio di Apollo c’erano questi pietre non lavorate. Dobbiamo immaginare questi cippi soprattutto davanti al tempio di Nettuno. Purtroppo spesso non sono stati documentati nella prima metà del Novecento quando furono effettuati degli scavi a Paestum. Comunque proprio da questa presenza scaturisce l’ipotesi che il tempio cosiddetto di Nettuno potesse essere in realtà un Apollonion, un tempio cioè di Apollo. In quel caso avremmo esattamente come a Metaponto Hera accostata a due divinità estremamente importanti”. Oggi davanti al tempio di Nettuno vediamo un edificio e, accostato, una piccola vasca, dove le analisi hanno dimostrato che qui l’acqua è stata presente per tempi prolungati. La vasca è strutturata in tre parti: una parte abbastanza larga, poi una – quasi un pozzetto – più profonda con degli scalini per immergervisi, e quindi una parte per i bagni rituali. Le donne si sedevano sul pilastrino centrale e poi su di loro veniva versata l’acqua: rito spesso illustrato con protagonista la stessa dea Afrodite. L’archeologo Mario Torelli ha ipotizzato che il tempio di Nettuno fosse dedicato ad Apollo, e che l’edificio più piccolo davanti ad esso fosse dedicato alla sorella Artemide. Quindi questo santuario riprenderebbe le forme del santuario di Artemide Hemera a Lusi, al confine tra Acaia e Arcadia, nella patria dei coloni di Sibari che poi hanno fondato Poseidonia. Siamo quindi in presenza di un lungo viaggio di riti, di miti, di pratiche rituali e di guarigione, dall’Arcadia – che era anche la terra nativa dei Centauri – e dall’Acaia fino alle coste campane, nel lontano Occidente”.

#iorestoacasa. Altri cinque nuovi “Bollettini” del direttore Zuchtriegel dal parco archeologico di Paestum: da una domus romana al comitium, al tempio della Pace. Focus sulla Tomba del Tuffatore

Record di visitatori al parco archeologico di Paestum prima dell’emergenza coronavirus (foto parco archeologico Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia non si ferma. Ecco altri cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 6 il direttore Zuchtriegel comunica le ultime decisioni relative agli scavi PON Cultura e Sviluppo: lo scavo del tempietto dorico è sospeso. Il personale fa sempre più fatica a raggiungere il sito archeologico e quindi si è deciso di mettere in sicurezza l’area e predisporre una sorveglianza speciale in attesa di poter riprendere, superata l’emergenza sanitaria. “È tempo di fare squadra per superare questo momento di crisi, il sereno tornerà su Paestum e su tutta l’Italia”.

Ecco il bollettino numero 7 del Parco Archeologico di Paestum girato all’interno di una abitazione di epoca romana, oggetto dei recenti lavori previsti dal PON Cultura e Sviluppo. “Approfittiamo di questi giorni per rimanere nelle nostre abitazioni nell’attesa di poter tornare a vivere tempi migliori”. La struttura dell’abitazione è quella tipica dei romani: un ingresso, un cortile con un impluvium per la raccolta dell’acqua piovana che veniva poi convogliata in una piccola cisterna domestica. “La villa – spiega Zuchtriegel – è stata realizzata su un impianto del III-II sec. a.C. che ospitava una fornace per la ceramica di anfore destinate a contenere olio e vino prodotto nel territorio di Paestum ed esportato in altre regioni del Mediterraneo. Questa era di certo la casa di una ricca famiglia. I poveri abitavano spesso in spazi dentro queste domus: sono piccoli ambienti che si aprivano sulla strada. Un po’ come i bassi di Napoli. In questi spazi ridotti si svolgeva tutta la vita della famiglia: mangiare, dormire, ma anche attività commerciali. Così il mono-bilocale diventava anche bottega”.

Una passeggiata con il direttore Gabriel Zuchtriegel nella Paestum romana per il bollettino numero 8 del Parco Archeologico di Paestum e Velia. “Voi restate a casa, a raccontarvi di Paestum ci pensiamo noi”. Paestum diventa romana nel 273 a.C. Vengono qua coloni romani che parlano latino e che cambiano tutto il volto della città. Il tempio di Nettuno rimane in uso, ma viene ridisegnato lo spazio centrale della città. L’agorà dei greci diventa il forum, che viene realizzato sul modello di Roma. Il direttore Zuchtriegel inizia la passeggiata dal comitium, a forma circolare con gradini, dove si svolgevano le assemblee del popolo. “Questo monumento – spiega Zuchtriegel – che poteva contenere poche centinaia di persone, ci permette di farci un’idea della consistenza del numero di coloni giunto alle rive del Sele. Qui si deliberava della sorte della città”. Qui c’è anche il cosiddetto tempio della Pace, dove sono in corso nuovi scavi archeologici da parte dell’università di Bochum (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/18/due-scoperte-in-pochi-giorni-a-paestum-nel-santuario-di-athena-una-testa-tardo-arcaica-forse-parte-di-una-metopa-nel-tempio-della-pace-un-frammento-di-scultura-architettonica/). “Non è ancora ben chiaro il rapporto tra il comitium e il tempio che sembra tagliare l’anello circolare. Allora ci si chiede se il tempio c’era già prima del comitium, come sembrano suggerire recenti ritrovamenti sotto l’altare davanti al tempio. Probabilmente esisteva un tempio che viene rispettato al momento della realizzazione del comitium. Poi i romani decisero di ampliare il tempio e così tagliarono il comitium”.

La ricostruzione, in dimensioni monumentali, della Tomba del Tuffatore per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” a Chengdu (foto parco archeologico Paestum)

Con il bollettino numero 9 il Parco Archeologico di Paestum e Velia dà a tutti una fantastica notizia: PAESTUM RIAPRE, PER ORA IN CINA, di cui archeologiavocidalpassato ha dato tempestivamente informazione (https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/18/paestum-riapre-per-ora-in-cina-dopo-lo-stop-per-il-coronavirus-riapre-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-zuchtriegel-un-segnale-di-s/): “Paestum riapre, per ora in Cina. Ricordate quanto avevamo scritto ai primi di dicembre 2019? “La Tomba del Tuffatore come non si è mai vista. È stata ricostruita in dimensioni monumentali più grandi del vero a Chengdu, capoluogo del Sichuan, provincia cinese con 90 milioni di abitanti, per la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” organizzata dal Parco Archeologico di Paestum in collaborazione con il Museo del Sichuan” dove sarebbe dovuto rimanere aperta fino al 26 febbraio 2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/16/i-tesori-del-parco-archeologico-di-paestum-sbarca-in-cina-aperta-a-chengdu-la-mostra-paestum-una-citta-del-mediterraneo-antico-con-134-preziosi-reperti-dai-depositi-che-c/). Ma all’indomani dell’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio la Cina anche la mostra “Paestum – una città del Mediterraneo antico” è stata chiusa. Fino alla notizia giunta ieri: da oggi, 18 marzo 2020, in Cina sarà nuovamente possibile ammirare i 134 reperti provenienti dai depositi di Paestum: la speranza è che anche il Parco Archeologico di Paestum e gli altri istituti culturali possano riaprire al più presto le porte ai visitatori per continuare a comunicare a tutti la storia e la cultura italiana”.

Il bollettino numero 10 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è dedicato alla celeberrima Tomba del Tuffatore. Chi è quel giovane che si tuffa da una specie di piattaforma nell’acqua, probabilmente il mare? A più di 50 anni dalla sua scoperta gli studiosi continuano a interrogarsi sull’immagine della lastra di copertura della tomba. “Interessante – spiega il direttore del parco – è una recente teoria che, in base a riscontri con il mondo greco e soprattutto etrusco, potrebbe rappresentare una prova di coraggio durante l’ephebìa, quel periodo tra adolescenza ed età adulta”. In quella fase della vita i giovani venivano mandati in zone liminali della città a sostenere una specie di servizio militare, dove erano chiamati a superare prove di coraggio. Si andava via da casa ancora ragazzi e ci si tornava adulti. “Trovo questa ipotesi particolarmente intrigante – continua Zuchtriegel – perché permetterebbe di collegare questa immagine a una prassi elitaria della città antica di Paestum all’inizio del V sec. a.C. E questo ci permetterebbe anche di non vedere in questa raffigurazione un’immagine astratta, ma un paesaggio reale che si può apprezzare ancora oggi nel Cilento dove spesso le colline arrivano fino al mare. Di certo questa non è l’ultima parola di una discussione che dura ormai da 50 anni, ma certo è uno stimolo importante”. Il direttore si sofferma sulla figura del tuffatore che è colto in un momento sospeso nell’aria, durante il volo. “Il giovane ha gli occhi aperti. È lucido e guarda quello verso cui sta andando incontro, l’acqua. Non chiude gli occhi, non perde la testa, ma consapevolmente supera questa prova di coraggio”.

#iorestoacasa. Il parco archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma la cultura non si ferma. Per gli appassionati il direttore Zuchtriegel posta dei “Bollettini”, comunicazioni video per far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco i primi cinque

Il tempio di Nettuno a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Gabriel Zuchtriegel li chiama “Bollettini”, termine particolarmente in sintonia con questi tempi di emergenza sanitaria che si combatte contro un nemico invisibile: sono comunicazioni video dal parco archeologico di Paestum e Velia, realizzati fin dai primi giorni della chiusura per decreto e che in questi giorni sono stati messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi. Intanto cosa fa un Parco archeologico senza visitatori, chiuso per via dell’emergenza sanitaria? A Paestum e Velia, la risposta è: si prepara alla riapertura con corsi di formazione offerti al personale. “L’obiettivo”, spiega il direttore del parco Zuchtriegel, “è che anche i colleghi che non hanno mansioni tali da poterle svolgere da casa non siano penalizzati in questa situazione, dovendo consumare ferie e recuperi; anzi, vogliamo usare il tempo per prepararci al meglio per la riapertura, ovviamente da casa. Quando si riapriranno le porte del parco, e speriamo che sarà presto, troverete una squadra ancora meglio preparata grazie a un programma che valorizza conoscenze e competenze presenti all’interno della struttura che saranno condivise attraverso la rete”. Intanto per noi che restiamo a casa ci godiamo questo filo diretto con il Parco. Ecco i primi cinque “bollettini”.

La bellezza di Paestum abbatte ogni confine fisico e arriva fin nelle nostre case. Ecco il bollettino numero 1 del Parco Archeologico di Paestum e Velia in cui il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta alcune pillole di archeologia. Comincia presentando il santuario meridionale meglio noto come il Tempio di Nettuno e la cosiddetta Basilica, perché in realtà non si sa a quali divinità fossero dedicato questi edifici sacri. Questi due templi sono tra i meglio conservati del periodo (V sec. a.C.) in tutto il Mediterraneo. “Forse c’era un tempio di Hera, forse uno di Apollo: ma non sappiamo quale”, spiega il direttore. “Un culto di Apollo, che era anche un dio medico, era molto importante a Paestum, la Poseidonia dei greci. Nella Magna Grecia e in Sicilia Apollo e Poseidone erano le divinità molto seguite perché proteggevano i coloni che venivano qua dalla Grecia per fondare nuove città. E tra gli aspetti molto importanti in tutti questi santuari c’è l’acqua: e qui, davanti ai due templi, c’è una struttura sulla quale ancora si discute. È il cosiddetto orologio d’acqua. Sicuramente non era un orologio d’acqua, ma è altrettanto certo che aveva a che fare con l’acqua: ci sono i canali, c’è la cisterna sotto il pavimento. Proprio qui è stata trovata una stele con iscritto il nome di Chirone, il centauro anche lui legato alla medicina, alla guarigione, alla saggezza antica”.

A Paestum continuano i lavori PON Cultura e Sviluppo lungo le mura dell’antica città. Nel bollettino numero 2 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel racconta i lavori in corso: restauri, manutenzioni e anche qualche saggio di scavo. “Uno di questi cantieri”, spiega il direttore, “si trova proprio sul tempietto dorico di inizio V sec. a.C. che abbiamo trovato nel giugno 2019 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/). E continuano a uscire nuovi elementi, come un frammento di sima (grondaia) del tetto, con ancora tracce del colore originario sulla decorazione a palmette”. E anche in questo tempietto, come già visto davanti al tempio di Nettuno, era presente l’acqua. “È stato trovato un frammento di louterion, grande bacile che era posizionato all’ingresso dei luoghi sacri per l’abluzione rituale”. Lo scavo del tempietto è lungo la cinta muraria che sta tornando alla luce insieme agli elementi del crollo dell’edificio sacro: parte di un fregio a triglifo, blocchi di colonne. “È emerso anche, proprio in questi primi giorni di marzo 2020, una parte dello stilobate (la base dove poggiavano le colonne) ancora in situ”.

Il Parco Archeologico di Paestum è chiuso al pubblico, ma l’attività degli uffici, seppur in forma molto ridotta, continua. Nel bollettino numero 3 del Parco Archeologico di Paestum e Velia si racconta cosa succede “dietro le porte” di un museo chiuso.

Dallo scavo PON Cultura e Sviluppo continua il racconto del direttore Gabriel Zuchtriegel. Il bollettino numero 4 ci aggiorna sul tempietto dorico e sui riti che si svolgevano in questa zona vicino le mura dell’antica città di Poseidonia. Lo scavo ha restituito più di duecento pezzi del tempietto dorico (colonne, fregio, architrave,) e poi la base dell’edificio con gli incavi dove veniva posto il perno che fissava la posizione delle colonne. “Si comincia già ad avere un’idea dell’impianto complessivo”, spiega Zuchtriegel. “Doveva essere un piccolo tempio periptero, cioè circondato di colonne su tutti i quattro i lati, fatto molto strano per un edificio piccolo: questo doveva essere di 4 colonne sui lati corti e 7 su quelli lunghi”. E continuano a venire alla luce anche nuovi elementi sulla ritualità. È stata trovata una piccola statuina in terracotta di età ellenistica. Rappresenta la testa di una donna con una ricca capigliatura e una specie di cappuccio sulla testa. “Questa statuetta ci racconta di una ritualità quotidiana in cui uomini e donne, giovani e adulti venivano qua. Questo era un luogo vissuto con processioni, musica, feste, rituali, sacrifici. Questo tempietto, vicino alle mura, faceva parte di una serie di santuari che circondava la città a creare una specie di protezione sacra dello spazio urbano”.

Ecco il bollettino numero 5 dal museo di Paestum: ci si prepara alla riapertura sfruttando questo tempo per fare un po’ di manutenzione ai reperti.