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Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con gli archeologi subacquei Danilo Leone e Maria Turchiano su “Archeologia subacquea in Albania: porti, approdi e rotte commerciali”

La locandina della conferenza di Danilo Leone e Maria Turchiano su “Archeologia subacquea in Albania”

All’archeologia subacquea, uno dei settori di ricerca più importanti per un paese, come l’Italia, circondato dal mare e per l’esame di quelle rotte che videro proprio Taranto e il suo porto tra le mete più interessanti nelle tratte tra Oriente e Occidente, è dedicato il nuovo appuntamento on line dei “Mercoledì del MArTA” promosso dal museo Archeologico Nazionale di Taranto: “Archeologia subacquea in Albania: porti, approdi e rotte commerciali”, focus su un territorio per certi aspetti inesplorato come l’Adriatico della vicina Albania. A parlarne in diretta mercoledì 10 febbraio 2021, alle 18, insieme alla direttrice del museo di Taranto, Eva Degl’Innocenti, saranno i professori dell’università di Foggia Danilo Leone e Maria Turchiano che dal 2007, in qualità di condirettori, seguono il Progetto Internazionale di ricerche archeologiche subacquee Liburna. All’incontro porterà il suo saluto Barbara Davidde, la dirigente di fresca nomina della soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo che ha sede proprio a Taranto. La video conferenza sarà trasmessa in diretta sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

Ricerche di archeologia subacquea nell’ambito del Progetto Liburna (foto unifg)

Negli ultimi decenni, si è registrato un rinnovato interesse per lo studio dell’Adriatico, analizzato sempre più come sistema complesso, grazie alla convergenza di una serie di ricerche di carattere storico, archeologico, antropologico, economico e politico. L’oggetto storiografico di alcuni di questi studi è il mare a partire dai suoi paesaggi costieri, dalle sue rotte, dalla circolazione di merci, persone e idee, dalle stratificazioni delle sue civiltà. L’archeologia subacquea ha contribuito a rivelare alcuni aspetti di questo mare stretto e lungo, caratterizzato da sempre da traffici molto intensi e solcato sia da navi di grandi dimensioni, sia da imbarcazioni per il medio e piccolo cabotaggio. Ed è proprio in questo scenario che è maturato il progetto di ricerche Liburna sui paesaggi costieri e subacquei dell’Albania, nato dall’esigenza di indagare contesti di straordinaria importanza quasi del tutto inesplorati, e coordinato dall’università di Foggia, promosso dalla Regione Puglia, dal ministero per gli Affari Esteri, dal ministero della Cultura albanese, dall’Istituto nazionale Archeologico dell’Accademia delle Scienze e dall’università di Tirana, e sostenuto dall’Agenzia per il patrimonio culturale Euromediterraneo, dalla Guardia di Finanza, dalla Marina Militare albanese e da Asso Onlus.

Reperti portati in superficie nelle ricerche di archeologia subacquea del Progetto Liburna (foto unifg)
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L’archeologo Danilo Leone dell’università di Foggia

Gli studiosi Danilo Leone e Maria Turchiano spiegano che si tratta di un terreno di esplorazione tutto ancora da svelare perché il divieto delle attività subacquee imposto dall’ex regime comunista aveva impedito lo sviluppo di ricerche sistematiche e di strutture logistiche di supporto a queste attività. Al momento dell’avvio delle indagini si avevano limitate indicazioni su relitti antichi e su siti sommersi, ad eccezione di alcune notizie su rinvenimenti isolati, in particolare anfore e ancore, conservati in vari musei albanesi. Il Progetto Liburna si è sviluppato nel corso di quattro campagne di ricognizione con due principali obiettivi: l’elaborazione di una carta archeologica del litorale albanese, con l’indagine di alcuni siti di particolare interesse, e la realizzazione di attività mirate alla formazione professionale e alla tutela e valorizzazione del patrimonio sommerso.

Policoro (Mt). Al museo Archeologico nazionale della Siritide prorogata fino a giugno la mostra “Le Tavole di Eraclea. Tra Taranto e Roma”, prestate dal Mann, documento in greco e latino fondamentale per comprendere la storia sociale, politica e economica del territorio della Siritide

Il manifesto della mostra “Le Tavole di Eraclea- Tra Taranto e Roma” al museo Archeologico nazionale della Siritide (foto pm-bas)

A Policoro le Tavole di Eraclea, in prestito dal Mann, si potranno ammirare fino a giugno. Giusto un anno fa al museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt), nel cinquantenario della sua fondazione, apriva la mostra “Le Tavole di Eraclea. Tra Taranto e Roma”, ideata e organizzata dal Polo Museale della Basilicata in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo Archeologico nazionale di Taranto, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio della Basilicata, e promossa insieme al Comune di Policoro: tradizione classica, ricerca archeologica e un legame ideale con la stagione della Riforma fondiaria degli anni ’50 nel Metapontino. Le Tavole di Eraclea, ritrovate nel 1732 nei pressi del fiume Cavone e conservate al Mann, sono state considerate tra i più importanti documenti epigrafici della Magna Grecia. “Siamo molto legati a questa mostra”, ammettono in direzione, “perché ha saputo mettere insieme le diverse anime del territorio; e le immagini di un anno fa, con una moltitudine di affezionati amici, raccontano proprio questo. Le Tavole possono essere considerate in qualche modo paradigma della storia lunga e frastagliata della Siritide in epoca antica, che proveremo a raccontare ancora fino a giugno. Grazie alla liberalità del Mann e del MArTa siamo riusciti a prorogare la mostra fino al 5 giugno 2021”.

Le Tavole di Eraclea, due lastre in bronzo, tra i più importanti documenti epigrafici della Magna Grecia, conservate al Mann (foto mann)

Le due lastre di bronzo costituiscono il più importante documento iscritto della Magna Grecia. Incise sui due lati, in greco e in latino, permettono di ricostruire le trasformazioni della città di Herakleia dalla sua fondazione da parte di Taranto alla fine del V secolo a.C. fino all’acquisizione dello statuto di municipio romano, attribuito alla città, ormai Eraclea, nella prima metà del I a.C. L’iscrizione greca è un regolamento per la gestione dei terreni dedicati a Dioniso e ad Atena e per la loro redistribuzione a scopi produttivi; quella latina è un compendio di leggi municipali di età tardo-repubblicana. Le Tavole sono un documento fondamentale per comprendere la storia sociale, politica e economica del territorio della Siritide.

“Il ritrovamento immaginario delle Tavole di Eraclea” dal “Commentario delle Tavole eracleensi” di Alessio Simmaco Mazzocchi (Napoli, 1732) (foto pm-bas)

La mostra si propone di intrecciare la lunga tradizione classica di esegesi delle Tavole con i risultati delle indagini archeologiche dalla scoperta della famosa Tomba del Pittore di Policoro nel 1963 fino agli scavi e alle ricognizioni tuttora in corso nella città e nel territorio. Allo stesso tempo l’esposizione costituisce lo spunto per evocare il fenomeno più recente della Riforma Fondiaria degli anni ‘50 del secolo scorso – per diversi aspetti vicino alle dinamiche che traspaiono dalle Tavole – ponendolo in parallelo con il concomitante avvio delle esplorazioni archeologiche nell’area, grazie all’azione lungimirante di Dinu Adamesteanu, primo soprintendente archeologo della Basilicata e fondatore del Museo. In dialogo con le due Tavole sono esposti importanti e significativi reperti provenienti dalla chora, dalla città di Herakleia e da altri centri magno-greci, al fine di ricostruire la storia della città sia nei suoi rapporti con la madrepatria Taranto, sia nella sua articolazione con il territorio agricolo.

Velia. Si restaura la cavea del teatro ellenistico-romano nel rispetto della riconoscibilità e della reversibilità. E il venerdì pomeriggio il cantiere è aperto al pubblico con visita guidata. La prima sarà curata dal direttore Zuchtriegel

Lavori di manutenzione al teatro ellenistico-romano di Velia (foto pa-paeve)

Il teatro ellenistico-romano di Velia è oggetto in queste settimane di un intervento di manutenzione straordinaria nel pieno rispetto della normativa e dei principi fondamentali del restauro, ovvero della riconoscibilità e della reversibilità. E ogni venerdì, alle 15, per soddisfare le curiosità del pubblico, per i visitatori, muniti di biglietto d’ingresso, sarà possibile visitare il cantiere con l’accompagnamento di un addetto ai lavori. Per la prima visita in programma, il 12 febbraio 2021, ci sarà una guida d’eccezione: il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel, che illustrerà il progetto a tutti gli interessati. L’intervento consiste nel ripristino delle integrazioni delle sedute, che si trovavano in uno stato di degrado avanzato al momento dell’avvio del cantiere, con una malta pozzolanica speciale sviluppata a tale scopo. I materiali e le tecniche adottate non prevedono il contatto diretto tra malte e parti antica, né l’impiego di cemento. Il colore delle parti integrate non sarà quello attualmente visibile, ma di una tonalità più scura che comunque consentirà di distinguere chiaramente l’intervento conservativo dalle strutture originali. Il progetto, diretto dall’arch. Luigi Di Muccio, con la collaborazione del personale tecnico e amministrativo del Parco, ha una doppia finalità: esso non solo contribuisce a una maggiore tutela e conservazione del monumento, ma ne amplierà anche l’accessibilità. Il precedente restauro, risalente agli anni 2000, infatti, prevedeva esplicitamente l’impossibilità di accedere alla cavea, e dunque di consentire al pubblico una visione ravvicinata del monumento. Il progetto attuale renderà parte della cavea accessibile in sicurezza, sia di giorno sia di notte in quanto provvisto di un nuovo impianto di illuminazione, ispirandosi a una visione di tutela attiva che non si pone in contrasto con la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio, ma tenta di avvicinare il pubblico ai monumenti garantendone al tempo stesso la massima salvaguardia.

Reggio Calabria. Il museo Archeologico nazionale riapre il 4 febbraio. Sarà il direttore Malacrino ad accogliere i primi visitatori. Nuovi orari e ingresso gratuito per tutto il mese

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria riapre il 4 febbraio 2021

Conto alla rovescia al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria riaprirà al pubblico giovedì 4 febbraio 2021. Questa la decisione del direttore Carmelo Malacrino alla luce delle nuove disposizioni governative che collocano la regione in “fascia gialla”. Pochi giorni di attesa, dunque, prima di poter visitare il patrimonio artistico e archeologico custodito al MArRC. Giovedì 4 febbraio si apre alle 10, poi dal 5 febbraio dalle 9 e sempre fino alle 20 (ultimo ingresso 19.30). L’ingresso sarà gratuito per tutto il mese di febbraio 2021 come supporto alla città e al territorio. Il MArRC accoglierà i visitatori in numero contingentato e nel rispetto dei protocolli di sicurezza elaborati per l’emergenza sanitaria.

Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto unirc)

reggio-calabria_museo-archeologico_Logo-MArRC-def“Siamo felici di poter accogliere di nuovo al Museo i suoi tanti visitatori”, commenta il direttore Carmelo Malacrino. “È una notizia che aspettavamo da tempo, consapevoli della forte richiesta da parte degli utenti di poter ammirare e rivedere i magnifici tesori della Calabria antica, oltre, naturalmente i capolavori dei Bronzi di Riace e di Porticello. Ringrazio tutto il personale che in questi mesi ha consentito la tutela delle sale e ha garantito la sicurezza delle collezioni. E naturalmente il mio pensiero va anche a tutti i nostri sostenitori, che hanno continuato a seguirci sui nostri canali social. Giovedì alle 10 – prosegue Malacrino – avrò l’onore di riaprire gli spazi del Museo e accompagnerò i primi ospiti in piazza Orsi dove continuerà ancora per qualche giorno l’allestimento della mostra “Philía. Restauri sostenuti dai privati con Art Bonus”. Siamo certi che non solo i visitatori provenienti da altre regioni, ma anche la città di Reggio e calabresi sfrutteranno questa occasione per recuperare il legame “fisico” con il Museo. Per tutto il mese di febbraio, infine, l’ingresso sarà gratuito, proprio a supporto della ripresa della città e del territorio dopo questi mesi estremamente difficili”. Alcune novità riguarderanno, invece, le modalità di accesso al MArRC, rimodulate dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 20, con ultima possibilità di accesso prevista alle 19.30. Saranno fruibili tutti i livelli delle collezioni permanenti fino al raggiungimento della capienza massima di 500 persone prevista dai protocolli di sicurezza, contingentata su base oraria.

Il museo Archeologico nazionale di Taranto-MArTa potenzia l’offerta culturale digitale, sbarca su Tik Tok, e rilancia i “Mercoledì del MArTa” on line: il prof. Di Cesare racconta le nuove e importanti novità provenienti dai più recenti scavi nel santuario delle Sirene di Efestia sull’isola di Lemno

La nuova identità visiva e digitale del museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTa
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Logo del MArTa su Tik Tok

In attesa delle disposizioni sulle riaperture dei Musei, il museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA non ferma la sua offerta culturale sul piano digitale: sono ripartiti gli appuntamenti seminariali, in diretta Facebook e YouTube, dei “Mercoledì del MArTA”, e si è aperto un dialogo con i giovanissimi facendo approdare il museo Archeologico nazionale di Taranto su Tik Tok: il social network cinese lanciato nel settembre del 2016 che ha superato il miliardo di utenti in tutto il mondo. “La cultura non è statica”, spiega la direttrice Eva Degl’Innocenti, “anzi ha bisogno di cittadinanza attiva capace di condividerla, tramandarla e raccontarla, rigenerandola anche nello stile comunicativo, come abbiamo deciso di fare al MArTA parlando anche ai piccoli abituati a video creativi di 30 o 60 secondi, che noi utilizziamo per raccontare la storia anche in maniera divertente”. Il canale Tik Tok del Museo @martamuseo è già attivo con contributi dal linguaggio frizzante e inaspettato che sanciscono l’avvio di questo nuovo percorso, direzione millennials, per il museo tarantino.

L’area archeologica di Efestia sull’isola di Lemno nell’Egeo (foto da http://www.turismoingrecia.com)
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La locandina della conferenza del prof. Riccardo Di Cesare

Mercoledì 27 gennaio 2021, alle 18, in diretta sulla pagina Facebook e YouTube del MArTA, si naviga nell’Egeo, approdando sulle coste dell’isola di Lemno: per i “Mercoledì del MArTa” conferenza del prof. Riccardo Di Cesare dell’università di Foggia su “Il Santuario delle Sirene di Efestia (Lemno): le nuove ricerche”.  Il prof. Riccardo Di Cesare, già allievo della Scuola Archeologica Italiana di Atene e attualmente professore di Archeologia classica e del Mediterraneo e di Storia greca all’università di Foggia, racconterà le nuove e importanti novità provenienti dai più recenti scavi nel santuario delle Sirene di Efestia, effettuati proprio sotto la sua direzione. “Qui i primi scavi del 1929 e del 1930 avevano portato alla scoperta di un santuario che aveva restituito una “stipe”, ossia un vano colmo di oggetti votivi, tra cui le famose Sirene e Sfingi di terracotta, diventate presto un simbolo dell’isola”, spiega Di Cesare. “Oggi quei resti architettonici e i materiali rinvenuti in corso di studio consentono, però, di gettare luce nuova sul culto, sulle liturgie, sull’arte e l’artigianato di Lemno e sui fiorenti contatti commerciali dell’isola”. E la direttrice Degl’Innocenti: “Quelli che attraverso la relazione del prof. Di Cesare andremo a riscoprire sono “luoghi” di grande attualità anche per la storia di oggi dell’unica colonia magro greca spartana che fu Taranto, luoghi dalla forte identità religiosa che però tracciano una linea di continuità culturale tra Taranto e l’Egeo, e i loro ruoli nella cultura euro-mediterranea dal Bosforo a Gibilterra”.

Paestum. Si confessa dal prete e decide di restituire (tramite il sacerdote) più di 200 monete antiche (tra cui qualche falso) al parco archeologico di Paestum. Zuchtriegel: “Chi nasconde reperti, li restituisca: essi raccontano la nostra storia”

Monete antiche conservate nei depositi del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)
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Tre monete romane restituite al parco archeologico di Paestum (foto pa-paeve)

Aveva in casa più di 200 monete antiche dal territorio pestano. Una presenza che ogni giorno diventava sempre più un peso, per la sua coscienza. E lo confessa al prete. Così, sotto il manto del segreto confessionale, una persona anonima ha fatto recapitare, per il tramite del sacerdote confessore di una parrocchia del territorio, una busta con più di 200 monete antiche al parco archeologico di Paestum, chiedendo di consegnarle personalmente al direttore Gabriel Zuchtriegel. È l’ultima di una serie di restituzioni da parte di persone che, mosse dal rimorso di aver commesso un atto dannoso per il patrimonio, hanno deciso di riconsegnare quanto sottratto in maniera illegittima alla conoscenza e alla fruizione pubblica. “Si tratta di una restituzione importante di materiali originali, misti con falsi, sottratti indebitamente”, interviene Zuchtriegel, “e che ora vengono reinseriti in un contesto di legalità, ricerca e musealizzazione. Il nostro appello a chi dovesse nascondere reperti archeologici a casa è di seguire l’esempio e restituire, oltre agli oggetti, la storia che essi raccontano al nostro territorio” (vedi Paestum. “Pentito” anonimo consegna 3 monete romane al parco archeologico di Paestum trovate trent’anni fa nell’area archeologica | archeologiavocidalpassato).

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Federico Carbone, numismatico dell’università di Salerno

Molte monete antiche, dunque, ma anche qualche falso. Come ha rivelato una prima analisi dei materiali da parte del professor Federico Carbone, numismatico dell’università di Salerno, in questo caso, però, tra originali antichi si nascondevano anche una serie di falsi realizzati in maniera più o meno professionale: “Di 208 reperti numismatici”, osserva Carbone, “7 sono falsi, mentre dei 201 originali 5 sono in argento, una medaglietta è in alluminio e tutti gli altri sono in lega di rame. Inoltre, sono presenti 7 altri oggetti di vario materiale. Tra le monete si distinguono due insiemi piuttosto omogenei: il primo è rappresentato dai bronzi della zecca di Paestum (soprattutto esemplari dal III sec. a.C. e fino all’età augustea), il secondo è composto da follis e frazioni di follis compresi tra la metà e la fine del IV sec. a.C. Non mancano alcuni bronzetti di Poseidonia, di Velia e di media età imperiale. Soltanto un paio sono moderne. Un buon numero – sempre riferibili a queste stesse serie – risulta illeggibile a causa dello scarso grado di conservazione. Inoltre, 45 esemplari potrebbero restituire maggiori informazioni a seguito di interventi di pulizia. La composizione del nucleo, quindi, rispecchia grosso modo quanto generalmente si rinviene nel territorio pestano”.

Primi visitatori, anche stranieri, al parco archeologico di Paestum, riaperto dopo più di due mesi di chiusura forzata. A Velia, trekking tra natura e archeologia sul crinale degli dei

Due inglesi e un giapponese tra i primi visitatori alla riapertura dell’area archeologica di Paestum (foto pa-paeve)

Anche alcuni stranieri, come due inglesi e un giapponese che si sono fatti immortalare dallo staff del parco archeologico, tra i primi ospiti di Paestum nel giorno della riapertura. Con la Campania in zona gialla, infatti, lunedì 18 gennaio 2021, mattina i siti archeologici di Paestum e Velia hanno riaperto le porte ai visitatori, dopo più di due mesi di chiusura forzata a causa delle decisioni governative per il contenimento del contagio da coronavirus. Un segnale molto forte dal grande valore sociale che lascia auspicare il tanto desiderato ritorno alla normalità. Il museo e l’area archeologica di Paestum e l’area archeologica di Velia potranno essere visitati tutti i giorni, dal lunedì al venerdì; nei giorni festivi torna lo stop alle visite.

Il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Gabriel Zuchtriegel, con la prima visitatrice alla riapertura dell’area archeologica (foto pa-paeve)

Per garantire la massima sicurezza per tutti il Parco ha potenziato le misure di prevenzione già in essere dal maggio scorso come i percorsi di visita obbligati, la misurazione della temperatura corporea, la presenza di dispenser con soluzioni alcoliche a disposizione per i visitatori; e inoltre, è stato assunto nuovo personale di vigilanza e accoglienza per garantire ancora di più l’osservanza delle disposizioni anti-Covid. “Siamo felici di questa riapertura che molti hanno definito simbolica”, dichiara il direttore, Gabriel Zuchtriegel . “Per gli antichi greci il simbolo era una piccola parte che indicava il ‘tutto’. Così, per noi vale la pena riaprire il Parco anche per poter accogliere una sola famiglia, che rappresenta quel ‘tutto’ verso il ritorno alla cultura e alla fruizione dei nostri siti archeologici e musei”.

Il sito archeologico di Velia (foto pa-paeve)

Il complicato anno del coronavirus ha coinciso al Parco di Paestum e Velia con un’importante attività di lavori di manutenzione e restauri. Attualmente, a Paestum continuano i lavori finanziati con fondi PON sia nel museo sia nell’area archeologica: nonostante alcune aree siano chiuse al pubblico, non è compromessa l’offerta culturale, ampliata con visite tematiche, a cura del personale del Parco, alle metope del tempio della Pace recentemente restaurate e oggetto di un nuovo progetto di allestimento nel giardino del museo. A Velia, i visitatori potranno partecipare alle passeggiate sul crinale degli dei, comprese nel biglietto di ingresso: un percorso di trekking tra natura e archeologia di circa 3 ore di camminata lungo il sentiero del crinale degli Dei. Partenza dal bookshop alle 10, prenotazione obbligatoria (mail velia@arte-m.net tel. 0974/271016) entro le 16 del giorno prima, si consigliano scarpe e abbigliamento comodi.

Auguri speciali in tutto il mondo con la MArTA Christmas Card: insieme al messaggio augurale si regala il tour virtuale in 3D del museo Archeologico nazionale di Taranto

La Marta Christmas Card è l’idea per le festività del museo Archeologico nazionale di Taranto

È attiva la MArTA Christmas Card, una vera e propria cartolina virtuale personalizzabile che consente di raggiungere amici e familiari in tutte le parti del mondo e inviare insieme al proprio messaggio augurale anche un link per compiere un vero e proprio viaggio nel tempo, tra i circa 20mila anni di storia contenuti nel museo Archeologico nazionale di Taranto. “Oggi tutti i musei del mondo fanno i conti con la pandemia”, interviene Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA, per spiegare la singolare iniziativa che nella frenesia dello shopping natalizio, mette in vetrina proprio la cultura con un viaggio, anche se virtuale, all’interno delle sale di uno dei musei archeologici più importanti del mondo. “Il MArTA ha deciso di trasformare questo momento di crisi in una opportunità di riscatto e contribuire a portare Taranto, il suo buon nome e le sue ricchezze, oltre gli ostacoli geografici, logistici, e soprattutto oltre gli stereotipi che spesso l’accompagnano. C’è una città ricca di cultura e di storia da riscoprire e il museo Archeologico nazionale ne è la porta d’accesso principale”.

MArTA Christmas Card: l’icona sul sito del museo da dove iniziare per il regalo “speciale”

Come funziona. Attraverso il sito www.museotaranto.beniculturali.it si potrà accedere al servizio cliccando direttamente sul banner con l’icona identificativa della MArTA Christmas Card. Compilando un form semplice e facendo la propria donazione, sarà possibile acquistare il tour virtuale in 3D del Museo (circa 6mila metri quadri di esposizione, comprese le sale degli Ori e quelle dell’atleta di Taranto, ndr) e inviarlo, insieme al proprio messaggio augurale, alla e-mail della persona che si vuole raggiungere.

Sotto l’albero di Natale del museo Archeologico nazionale di Napoli un regalo per i ragazzi: il volume “Missione Magna Grecia” che racconta ai giovani visitatori la bellezza della Collezione Magna Grecia. È la prima delle guide a fumetti, edite da Electa, dedicate al patrimonio del Mann

La copertina della guida a fumetti “Missione Magna Grecia (Electa Editore) del museo Archeologico nazionale di Napoli

Sotto l’albero di Natale del museo Archeologico nazionale di Napoli, anche in queste festività chiuso per l’emergenza sanitaria, un regalo per i ragazzi, presentato sui canali social del museo proprio la vigilia di Natale: è il volume “Missione Magna Grecia” (Electa Editore) che il Mann ha realizzato in rete con la Scuola Italiana di Comix per raccontare ai giovani visitatori la bellezza della Collezione Magna Grecia riaperta nel luglio del 2019. “Missione Magna Grecia” nasce proprio dalla rinnovata collaborazione dei Servizi Educativi del Museo con la Scuola Italiana di Comix: l’iniziativa è promossa nell’ambito del progetto Obvia- Out of Boundaries Viral Art Dissemination, che mira alla valorizzazione del brand museale tramite i diversi linguaggi della creatività. Il volume, edito da Electa editore ed acquistabile online, mette a sistema alcuni capisaldi della programmazione culturale dell’Istituto: la vera e propria “traduzione” dei temi archeologici in un codice comunicativo destinato al pubblico più giovane e inserito nell’offerta “MANN for kids”; il ricorso al fumetto come strategia per promuovere la conoscenza del patrimonio culturale; l’abbinamento, per ogni sezione, di un itinerario costruito appositamente per i piccoli visitatori.

La sala rotonda della Collezione Magna Grecia al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Giorgio Albano)
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Una tavola della guida a fumetti “Missione Magna Grecia” (Electa) del Mann

Il libro include un percorso di scoperta, un tour per immagini e parole, un racconto rivolto a bambini, ragazzi e adulti. Due le “anime” di questo interessante lavoro per ragazzi ed appassionati del fumetto: la guida kids, infatti, comprende un colorato ed avventuroso excursus storico, per delineare le antichissime radici magno-greche dell’Italia meridionale; il culto del simposio, la religione, l’osmosi artistica tra aree interne e costiere del Sud della nostra penisola sono i temi ripercorsi dalla voce narrante della protagonista, Medusa. A conclusione del tour, spazio al linguaggio creativo del fumetto, interpretato con lo stile inconfondibile della Scuola Italiana di Comix: Linda ed il gatto Cesare viaggiano in un simbolico “Metamondo”, per strappare all’oblio, in un messaggio da trasmettere alle nuove generazioni, la consapevolezza dell’importanza delle nostre tradizioni culturali.

Nell’impossibilità di effettuare un evento in presenza per descrivere temi e contenuti del lavoro, il Mann ha scelto di proporre un breve tour digitale in collezione, con la “guida” simbolica dei protagonisti e dei personaggi delle nostre storie per bambini. Il video, girato nelle sale della collezione del Mann con la regia di Ars Invicta, metterà in dialogo le pagine del libro con i capolavori che ne costituiscono fonte d’ispirazione: alla presentazione online interverranno Paolo Giulierini (direttore del Museo), Lucia Emilio (responsabile Servizi Educativi del Museo), Daniela Savy (docente universitaria all’Ateneo Federiciano e referente del progetto Obvia), Mario Punzo (direttore della Scuola Italiana di Comix), Rosa Tiziana Bruno (autrice dei testi della guida, scrittrice e formatrice), Chiara Macor (sceneggiatrice/ Scuola Italiana di Comix), Carmelo Zagaria (disegnatore del fumetto) e Raffaella Martino (archeologa e curatrice della sezione game che completa il testo). Il coordinamento scientifico della pubblicazione è di Marialucia Giacco. Anche nella presentazione digitale, un focus sarà dedicato alle modalità per imparare divertendosi: nell’appendice del volume, giochi e schede di approfondimento hanno la finalità di fissare i contenuti appresi con la lettura.

“SPINA. La scrittura nel porto adriatico”: è il tema sviluppato dal progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo Archeologico nazionale di Ferrara

“SPINA. La scrittura nel porto adriatico” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo Archeologico nazionale di Ferrara con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Jacopo Bellezza, Francesca Bonsanto, Jessica Ghini, Michela Martino, Lucia Scandellari (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Spina-sullAdriatico–Un-porto–molte-genti-egv51p).

Sulla copertina dello studio “Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti” nell’ambito del progetto Zich, il ciotolo con l’inscrizione “mi tular” (foto unibo)

Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti. Spina, città di fondazione etrusca degli ultimi decenni del VI secolo a.C., sviluppò sin dalla nascita una fisionomia che la distingue da tutte le altre città etrusche. La sua collocazione presso la foce del Po, a pochi chilometri dal mar Adriatico, ne favorì la funzione di scalo marittimo e lo sviluppo di una intensa attività commerciale tra il mondo greco, in particolare Atene, e quello etrusco dell’entroterra padano che aveva come fulcro Felsina. Dopo la metà del IV sec. a.C., la città diventò un polo di attrazione per gli etruschi in fuga dagli altri centri padani a seguito dell’occupazione gallica. Per far fronte alla crisi economica diventò protagonista di una nuova rete commerciale tra i porti dell’Adriatico, intraprendendo anche azioni di pirateria. Il corpus epigrafico di Spina, conosciuto come il più ampio dell’Etruria Padana, registra molte centinaia d’iscrizioni, di cui la maggior parte databile all’ultima fase di vita della città. La scrittura segue le tendenze evolutive comuni a tutta l’Etruria. Le iscrizioni sono tutte graffite su vasi e riportano perlopiù nomi di persona, ad eccezione di una realizzata su un ciottolo di pietra, recante il testo “mi tular” (cioè “io sono il confine”). Questo documento viene considerato di notevole importanza poiché documenta il rituale di fondazione etrusco della città e l’organizzazione dello spazio urbano. Nella fase antica, un significativo numero di iscrizioni attesta la presenza di Greci, attirati a Spina dalle prospettive di commercio con gli Etruschi della pianura padana. La definizione di polis hellenis data dagli scrittori antichi a questa città e anche altre evidenze archeologiche sono riprova di questa radicata presenza. Se nella fase più antica la maggior parte delle iscrizioni etrusche provengono dall’abitato, dopo il IV sec. a.C. aumentano considerevolmente le iscrizioni da necropoli, segno di pratiche rituali che coinvolgevano maggiormente la scrittura. I testi mostrano la diffusa etruschizzazione di nomi italici e greci, a dimostrazione della natura di porto della città ancora nei decenni anteriori alla sua fine, databile prima del 200 a.C.

Ciotola a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 1057 della necropoli di Valle Trebba di Spina conservata nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sulla ciotola dalla Tomba 1057 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Una famiglia molto antica. Il testo esprime solo un nome maschile, nel quale il suffisso –nalo denota chiaramente come un gentilizio. Questo appartiene all’importante famiglia dei Per(e)kena/Perkna, nota dal VII sec a. C. fino all’età romana. Originaria della zona della Valdelsa (la più antica attestazione risale al VII sec a.C.), e da lì diffusasi verso Chiusi e Cortona, arrivò ad insediarsi a Marzabotto, nella prima metà del V sec a.C., e poi a Spina, dove è documentata nel IV e III sec. a.C. A dimostrazione del profondo radicamento della famiglia nel territorio, abbiamo numerose attestazioni del termine Perkna dalle iscrizioni rinvenute nelle aree funerarie di Valle Trebba e di Valle Pega a Spina, in gruppi di tombe che dimostrano la scelta di un medesimo spazio sepolcrale da parte degli stessi membri, cioè veri e propri recinti. I ricchi corredi sembrano appartenere ad individui di una élite sociale coesa, che si autorappresenta attraverso rituali comunitari di consumo del vino, testimoniati dal numeroso vasellame deposto assieme al defunto. È assai probabile quindi che si trattasse di un’influente famiglia all’interno del panorama socio-politico della città, in quanto la frequenza di rinvenimento di iscrizioni che fanno riferimento a questo gentilizio rimarca l’appartenenza a questa gens del defunto o di chi offriva il dono funebre.

Piattello a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 623 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piattello dalla Tomba 623 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Un etrusco dalle radici greche. L’iscrizione è stata rinvenuta nel corredo della Tomba 623 nella Necropoli di Valle Trebba sul piede di un piatto in argilla databile attorno al 300 a.C. Si tratta di una formula di possesso, che permetteva al proprietario di rimarcare la proprietà dell’oggetto. È possibile tradurre come “io (sono) di Venu Platunalu”, dove al pronome personale mi, tradotto “io”, segue il prenome maschile Venu e infine il gentilizio Platunalu. Venu, il nome proprio dell’uomo, è attestato in Etruria settentrionale, a Bologna già dal periodo orientalizzante, e poi ad Adria e nella stessa Spina diffuso in periodo ellenistico. Il gentilizio Platunalu non ha altre attestazioni ed è formato con il suffisso di ambito padano –alu. In esso si riconosce una formazione dal nome greco Πλάτων, che registra la storia di un Greco, immigrato in Etruria padana e integrato in una delle comunità etrusche con un atto formale che prevedeva l’assegnazione di un gentilizio. Il nome di famiglia è estraneo al sistema onomastico greco, che perciò in questi casi veniva costruito ex novo. È incerto se la cittadinanza fosse stata acquisita proprio da Venu Platunaluo da un suo antenato, ma si può dire che il personaggio fosse pienamente integrato nella compagine civica di Spina. Questa iscrizione è un’ulteriore prova del traffico di genti e di prodotti caratteristico della città, tanto che, a volte, c’era chi, per ragioni commerciali, politiche o sociali, rimaneva a vivere fino ad essere pienamente integrato.

Piatto in argilla grigia con iscrizione da contesto domestico di Spina distrutto da un incendio conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piatto da contesto domestico di Spina (foto unibo)

Una donna etrusca dalle radici greche. Un caso unico nel contesto dell’abitato di Spina è quello di un gruppo di iscrizioni apposte su un intero servizio di vasi di tipo diverso (sei piatti e dodici ciotole), rinvenute all’interno di una casa distrutta da un incendio avvenuto nel IV sec a.C. Le iscrizioni contengono la medesima formula onomastica, formata da un prenome e un gentilizio con desinenza –i  che identifica Tata Kephlei come una donna. La struttura onomastica è chiaramente etrusca, anche se il nome di famiglia, a tutt’oggi privo di riscontri, tradisce un’origine greca. Anche il nome proprio Tata è attestato fino ad ora solo a Spina. Nei corredi rinvenuti all’interno delle tombe delle aree funerarie della città questo si caratterizza per identificarsi in alcuni casi come femminile in altri come maschile. Questa eccezionale condizione e la distribuzione dei gentilizi derivati da esso, come l’orvietano Tatana, ha portato ad ipotizzare che Tata sia stato acquisito da un ambiente linguistico non etrusco. Non a caso, le attestazioni dei gentilizi si contano fin dal periodo arcaico ad Orvieto, a Perugia e in Campania, città e luoghi con fortissime interazioni tra popolazioni e lingue diverse. Le iscrizioni di Tata Kephlei dunque, ci ricordano una cittadina di Spina di origine greca, che marcò con il suo nome un intero set da mensa.

Askòs con duplice iscrizione dalla Tomba 1026 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica delle due iscrizioni sull’askos dalla Tomba 1026 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Scrivere in etrusco o scrivere in greco? Il nome Herine è usato come gentilizio a Chiusi e in altre città dell’Etruria settentrionale. È probabile che questo trovi la sua origine nel mondo italico, diffondendosi poi in Etruria. Riguardo a Spina, si hanno due testimonianze di questo nome, entrambe su un askos all’interno della Tomba 1026 della Necropoli di Valle Trebba di IV sec a.C. La prima iscrizione, “mi herineś”, è stata rinvenuta sul corpo del vaso, al di sotto dell’ansa, mentre la seconda, “herines”, sul piede. Nel primo caso il possesso è indicato attraverso l’espediente dell’oggetto parlante: il pronome “mi” ha funzione di soggetto (“io”), ed è proprio il vaso stesso che si definisce come proprietà di “Herine”, il cui nome è declinato al genitivo. Nella seconda iscrizione invece abbiamo il solo genitivo che può essere tradotto come “di Herine”. È interessante notare che, sebbene le due iscrizioni riportino lo stesso nome, la prima è scritta le caratteristiche scrittorie tipiche di Spina, mentre la seconda sembra presentare alcune lettere di aspetto greco come in particolare il sigma finale a quattro tratti , suggerendo la competenza di più scritture e forse lingue di chi l’ha realizzato. Sempre nella seconda iscrizione, l’ acca a cerchiello tagliato esplicita la ricezione di una riforma grafica elaborata a Spina e influenzata dalla città greca di Taranto, a dimostrazione dello stretto legame culturale tra questi mondi nella fase tarda della città.