Napoli. Al museo Archeologico nazionale si presenta all’auditorium il progetto quinquennale MetaMuseo, l’universo digitale del Mann, in collaborazione con l’Indiana University: digitalizzare 400 reperti da rendere fruibili al pubblico

napoli_mann_MetaMuseo_presentazione-progetto_locandinaUn universo digitale a portata di tutti: è quanto si propone il progetto “MetaMuseo”, l’universo digitale del Mann, che viene presentato lunedì 12 settembre 2022, alle 17, in una tavola rotonda all’Auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, trasmessa anche in diretta Facebook sulla pagina istituzionale dell’Archeologico. È ai nastri di partenza il progetto che, nel prossimo quinquennio, unirà il museo Archeologico nazionale di Napoli alla Luddy School of Informatics dell’università dell’Indiana: proprio l’istituzione americana sosterrà la parte preponderante dell’impegno finanziario della ricerca, che avrà lo scopo non solo di digitalizzare, ma soprattutto di rendere immediatamente fruibili a studiosi e pubblico manufatti lontani dalle luci delle sale espositive. “Il Metamuseo è un nuovo livello da raggiungere nella valorizzazione dei depositi per associare di nuovo i contesti, seppur in forma digitale. Lo facciamo con una nuova prestigiosa collaborazione internazionale, nello spirito di una ricerca condivisa con il mondo”, commenta il direttore del Mann, Paolo Giulierini che interviene alla tavola rotonda con Joanna Mirecki Millunchick, preside della Luddy School of Informatics Computing and Engineering (Indiana University); Bernard Frischer, professore di Informatics Computing and Engineering, co-director Virtual World Heritage Lab. (Indiana University); Cristiana Barandoni, direttore progetto MetaMuseo e Principal Investigator Mann; Gabriele Guidi, professore di Informatics alla Luddy School of Informatics Computing and Engineering, co-director Virtual World Heritage Lab. (Indiana University) e Principal Investigator IU.

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Cristiana Barandoni, Principal Investigator per il MANN e ideatrice del MetaMuseo (foto IU)

“Quando passeggiamo tra le sale espositive dei musei, quello che vediamo non è tutto quello che vorremmo osservare”, interviene Cristiana Barandoni. “Esiste un patrimonio sommerso, un luogo dove si conservano le risorse invisibili, in generale ciò che i musei non hanno mai pensato di esporre, per motivi di spazio, di studio, di conservazione etc. Spesso sono reperti meno noti, ma altrettanto importanti per la ricerca, che per sopravvivere hanno bisogno di essere protetti. E conosciuti. Sono quelle opere a cui è stato tolto il diritto di esercitare la loro funzione nel presente. Un patrimonio di storia che tenteremo di far uscire dall’oblio in maniera permanente, non più solo attraverso lo strumento delle mostre che, per sua natura, non può che essere temporaneo e effimero. Un’opportunità di collaborazione internazionale che non poteva non essere colta. Un’opportunità di rispondere compiutamente alla nuova definizione di museo. Parafrasando Muttillo, cercheremo di riconoscere al deposito — allo stesso titolo degli spazi espositivi — un ruolo dinamico e poliedrico che parte dalla conoscenza del materiale, stimola la ricerca e si trasforma in luogo della valorizzazione. Una sfida difficile e problematica soprattutto per i depositi di materiale archeologico. Il Mann intende affrontare questa sfida con un nuovo importante progetto: il MetaMuseo”.

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I depositi museali del Mann delle cosiddette Cavaiole (foto mann)

La realizzazione del MetaMuseo seguirà passaggi ben definiti nel progetto di studio: Cristiana Barandoni (Principal Investigator per il MANN e ideatrice del MetaMuseo), in collaborazione con Floriana Miele (funzionaria archeologa e responsabile dell’Ufficio catalogo del Mann), selezionerà nei depositi i quattrocento reperti da digitalizzare, differenti per tipologia di materiali e contesti. A seguire, il complesso iter della riproduzione in 3D, coordinata dai professori Bernard Frischer e Gabriele Guidi, entrambi Co-direttori del Virtual World Heritage Laboratory. Si partirà dall’acquisizione immagini di ogni opera, per generare il set più completo possibile di punti di vista della loro superficie. Da qui, la generazione di nuvole di punti tridimensionali, che rappresenteranno un campionamento della superficie del reperto. Le nuvole di punti saranno la premessa per la produzione di un modello superficie (modello mesh): in sintesi, un insieme di  poligoni che, nel complesso, presenteranno la forma dell’oggetto. Decisivo, per garantire la fruibilità al pubblico, il passaggio alla mesh texturizzata, che restituirà l’aspetto visuale del manufatto, custodito in un repository digitale. Il MetaMuseo avrà anche un taglio didattico, perché alle campagne di studio e acquisizione immagini parteciperanno allievi ed esperti:

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Progetto MetaMuseo: studiosi impegnati nella rilevazione dei reperti dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

“Sono lieto che il nuovo collega, il prof. Gabriele Guidi, arrivato nella nostra università nel gennaio 2022 dal Politecnico di Milano, possa mettere a disposizione la sua vasta esperienza in questo progetto con il MANN. Il MetaMuseo è innovativo e offrirà ai nostri studenti e laureati una fonte infinita di argomenti per le loro ricerche”, aggiunge Bernard Frischer​. La prospettiva di lavoro resta, in ogni caso, legata in primis alla conservazione dei manufatti: “Il MetaMuseo è un progetto che vuole tutelare e proteggere il patrimonio sommerso del Museo composto da reperti invisibili, ovvero non esposti per motivi di spazio, studio, conservazione. Sono forse opere meno note, ma altrettanto importanti per la ricerca: queste testimonianze, per sopravvivere, hanno bisogno di essere protette. E conosciute. Progettare e realizzare un’idea innovativa grazie alla collaborazione e al supporto economico dell’Università dell’Indiana è un’opportunità che non poteva non essere colta”, conclude Cristiana Barandoni.

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Una risposta a “Napoli. Al museo Archeologico nazionale si presenta all’auditorium il progetto quinquennale MetaMuseo, l’universo digitale del Mann, in collaborazione con l’Indiana University: digitalizzare 400 reperti da rendere fruibili al pubblico”

  1. Italina Bacciga dice :

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