Archivio | aprile 2020

“Lapilli di Ercolano”: nella quinta clip un prezioso cameo di Sky Arte dedicato alla mostra permanente “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”

La quinta puntata dei “Lapilli di Ercolano” propone un prezioso cameo dedicato alla mostra permanente all’Antiquarium di Ercolano “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano” realizzato da 3Dproduzioni per Sky Arte. Sottotitoli a cura dell’Herculaneum Conservation Project. “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano” è l’esposizione che ha portato fuori dai depositi, per la prima volta in quantità tanto massiccia, monili d’oro, oggetti preziosi, manufatti di uso personale e quotidiano. “L’operazione è stata il frutto di un grande sforzo per adattare all’accoglienza dei visitatori l’Antiquarium adeguandolo con ogni misura di sicurezza che ne permettesse l’apertura”, dichiara il direttore Francesco Sirano.

La locandina della mostra permanente “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”

Un centinaio di monili e preziosi, una collezione unica per quantità e valore dei pezzi, presentati al pubblico sul luogo stesso del ritrovamento. Nelle vetrine oggetti appartenuti agli antichi ercolanesi, alcuni ritrovati con gli abitanti nel tentativo di porli in salvo dalla imminente catastrofe dell’eruzione, altri ritrovati nelle dimore dell’antica città. Ogni materiale esposto è messaggero di una storia di antico artigianato e manifattura, di rango e di simbolo, di protezione e bellezza, oltre che dell’ulteriore valore acquisito per essere appartenuto ad un abitante e essere stato coinvolto nella tragedia della città distrutta dalla furia del Vesuvio. I temi della ricchezza, del valore economico sociale e della bellezza, rappresentano i contenuti del percorso espositivo. La mostra si propone dunque di presentare al visitatore non semplicemente monili d’oro e oggetti preziosi, ma manufatti di uso personale e quotidiano che ci appaiono non comuni, per fattura e materiale, e provengono da contesti trasversali ai quali saranno riferiti. Questi contesti di provenienza sono illustrati sotto una luce particolare, quella della declinazione del lusso, concetto che assomma in sé molto più del mero valore intrinseco e venale, ma si carica di significati ideologici, politici, sociali, culturali, religiosi. Ambientazioni ideali domestiche e botteghe, oggetti dall’Antica Spiaggia carichi di valori simbolici e (non solo) di tipo economico, significativamente portati con sé dai rifugiati che attesero invano salvezza dal mare, restituiscono uno spaccato di vita con un taglio ben preciso che predilige ed esalta quest’aspetto della società ercolanese in tutte le sue sfaccettature.

#iorestoacasa. Pasqua social per il museo Archeologico nazionale di Napoli. Viaggio nell’alimentazione dei romani attraverso alcuni reperti conservati al Mann

La locandina per la Pasqua social del museo Archeologico nazionale di Napoli

La Pasqua social del museo Archeologico nazionale di Napoli non riguarda soltanto i depositi del Museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/11/iorestoacasa-pasqua-social-per-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-incursione-tra-i-tesori-conservati-nei-ricchi-depositi-con-anteprima-della-mostra-di-luigi-spina-sing-sing-il-cor/), ma traccia anche dei particolari itinerari tematici per i cyber visitatori: tra i motivi da approfondire, in sintonia con il periodo, c’è l’alimentazione, grazie alla riproposizione online dei contenuti della mostra “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.”. Spaziando tra gli affreschi pompeiani ed i reperti di archeobotanica studiati dal Dipartimento di Agraria dell’Ateneo federiciano, viene così composto un fantasioso menu dei romani per le festività 2020, con un racconto, per immagini e parole, sul grano, che oggi è la base di “casatielli” e pastiere, e sulle mandorle, tipiche della colomba.

Focaccia e fichi in un affresco da Pompei conservato al museo Archeologico di Napoli (foto Mann)

Buona Pasqua 2020, a tavola con i Romani! “Partiamo dal grano e dal pane, per conoscere l’alimentazione degli antichi! Riscopriamo, così, la mostra “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.” , in programma al Mann da novembre 2018 a marzo 2019. Iniziamo con il grano, base per le specialità pasquali, dal casatiello alla pastiera. Esiste anche oggi la pastiera di farro, cereale utilizzato sia come farina che come grano. Nei materiali conservati al Mann, nella celebre collezione dei commestibili valorizzata dalla mostra, il cereale più comune è proprio il farro. È un frumento a semina autunnale che matura in estate e, dopo la trebbiatura, richiede un processo di pulitura che liberi le cariossidi dai loro involucri, le glume. Il farro è il cereale che, a Pompei, è la base per il pane: un ingrediente per focacce e zuppe, usato da solo e mescolato con altri cereali e legumi. Di origine medio-orientale, il farro nel mondo antico era già coltivato da Babilonesi ed Egizi”.

Coppetta con mandorle proveniente da Pompei conservata al museo Archeologico di Napoli (foto Mann)

Ora è il momento di pensare alla colomba, partendo da un’antichissima coppetta con mandorle. “Chiaro è il significato simbolico della colomba pasquale secondo la religione cristiana: richiama pace, salvezza e resurrezione. L’origine del dolce è un po’ meno certa. Una leggenda ricorda che, quando il Re longobardo Alboino riuscì finalmente a conquistare Pavia nel 572 d.C., i cittadini blandirono il nuovo sovrano solo con soffici dolci di pane a forma di colomba. Eppure, la storia più attendibile del dolce risale agli anni ’30 del Novecento: a Milano, la colomba pasquale fu “inventata” per mantenere attivi gli stabilimenti della Motta utilizzando lo stesso impasto del panettone, pur creando un differente prodotto su cui si decise di utilizzare le mandorle. Il mandorlo è un albero originario delle montagne dell’Asia centrale: inizia ad essere coltivato in queste regioni almeno 6000 anni fa e viene introdotto in Italia in epoca imprecisata. È il primo albero da frutto a fiorire. Le mandorle sono già abbondantemente presenti tra i materiali conservati al Mann”.

Cestini con formaggio su affresco da villa Arianna di Stabiae conservato al museo Archeologico di Napoli (foto Mann)

Buona Pasqua 2020 con un affresco del Mann proveniente dalla Villa Arianna di Stabiae. Grazie alla nostra esposizione “Res rustica. Archeologia e botanica nel 79 d.C.” abbiamo approfondito alcuni importanti aspetti dell’alimentazione dei romani. “Come ci ricorda quest’affresco, che rappresenta cestini di formaggio (verosimilmente ricotta) ed un fascetto di asparagi, la dieta degli antichi era varia. Se dovessimo immaginare un cittadino di Pompei vegetariano, sicuramente la sua dispensa avrebbe contenuto papaveri, agretti, ruta, bietole, porri, rape, menta, zucca e, naturalmente, asparagi, di cui parla anche Plinio. Eppure molti amavano i prodotti caseari: con il latte, si producevano diversi tipi di formaggio e ricotta fresca. Ed in giorni in cui gustiamo la ricotta salata, così come fave e formaggio, è bello ricordarlo…”.

#iorestoacasa. Dal museo di Altino un video-messaggio di Buona Pasqua con tutto il cuore ricordando l’impegno dell’intero staff per far arrivare i tesori del museo nelle case di tutti

Sullo schermo scorrono gli eventi di gennaio e febbraio 2020 del museo di Altino: due mesi intensi di appuntamenti, dal “Reperto riscoperto” all’inaugurazione della nuova aula didattica, da “Aspettando i centri estivi” con idee per i più piccoli a “L’archeologo racconta”, a “Tocchiamoli con mano” per i visitatori ipovedenti. Arriva marzo 2020: le sale del museo appaiono improvvisamente vuote con la scritta #iorestoacasa. È l’inizio del distanziamento sociale per l’emergenza coronavirus con la chiusura di musei e parchi archeologici per decreto governativo. Ma il museo di Altino non si ferma e arriva nelle nostre case on line. Dal “Reperto riscoperto” ad “Aspettando i centri estivi”, da “L’archeologo racconta” a “Gli imperdibili”. “E oggi, in questa Pasqua insolita”, scrive Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, “dalla malinconia del presente ci difenda la speranza per il futuro… un pensiero dallo staff del Museo di Altino. Buona Pasqua con tutto il cuore!”.

#iorestoacasa. Pasqua social per il museo Archeologico nazionale di Napoli. Incursione tra i tesori conservati nei ricchi depositi, con anteprima della mostra di Luigi Spina “Sing Sing. Il corpo di Pompei”

La locandina per la Pasqua social del museo Archeologico nazionale di Napoli

I viaggi di scoperta, in tempi di Coronavirus, iniziano con un click: così il museo Archeologico nazionale di Napoli, per la Pasqua 2020, presenta ai propri fan e follower un particolare itinerario alla scoperta dei tesori dell’istituto. “I musei sono chiamati oggi a una sfida speciale, che va oltre la divulgazione”, interviene Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Curare con l’arte e la bellezza il nostro spirito, mantenere vivo il rapporto con la loro comunità e naturalmente lavorare per il futuro. Grazie ai social e alla digitalizzazione il Mann sta tenendo vivo il suo dialogo con Napoli e il mondo, diffondendo contenuti originali e approfondimenti tematici. Il pensiero non può che andare all’indimenticabile primavera del 2019 e alla grande mostra – Canova e l’antico-, che fu una festa per tutta la città, ma la motivazione in tutti noi resta la stessa di quei giorni. Per le festività abbiamo scelto di condurvi in un inedito viaggio nei nostri depositi e di raccontare la tavola dei pompeiani”.

I caratteristici depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli, noti come “vecchio Sing Sing” (foto Mann)

Sulle pagine sociale del museo è possibile ammirare non soltanto i capolavori delle collezioni permanenti, ma anche alcuni preziosi reperti conservati nei ricchissimi depositi del Mann: un’anteprima virtuale della mostra fotografica “Sing Sing. Il corpo di Pompei” di Luigi Spina permette di entrare, in una veloce incursione tecnologica, nelle famose celle dei sottotetti del Museo, quei box ribattezzati negli anni Settanta “Sing Sing”da Giuseppe Maggi per riecheggiare il carcere di massima sicurezza americano a nord di New York. In concomitanza con la pubblicazione del catalogo della mostra (5 Continents Editions), un video spot consente agli internauti di seguire Luigi Spina alla scoperta di un segmento importante dei depositi museali: nelle prime dodici celle dell’ala definita “vecchio Sing Sing”, si potrà lanciare uno sguardo oltre le inferriate, per cogliere, in bianco e nero, il fascino di lucerne, candelabri, vasellame, bronzi, che restituiscono la testimonianza della vita quotidiana nelle città vesuviane.

Un trailer, dunque, per ricostruire non soltanto il processo di analistilosi (in archeologia, è la ricomposizione, pezzo per pezzo, delle antiche strutture) seguito da Luigi Spina nella sua ricerca fotografica, ma soprattutto per anticipare al pubblico l’impegno del Museo nel riorganizzare e rendere fruibili i depositi “Sing Sing”. I lavori sui sottotetti e sulle coperture dell’edificio storico del Mann hanno avviato, infatti, un’imponente attività di catalogazione e schedatura dei reperti, cui è stata legata la procedura di sistemazione degli ambienti (svuotamento, pulitura, installazione di nuovi impianti di illuminazione): a questo lavoro tecnico-scientifico di riordino delle opere per categorie di materiali e tipologie di reperti si abbinerà, naturalmente, il passaggio ad una fruizione rinnovata di Sing Sing.

Reperti conservati nei depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Luigi Spina)

I depositi, infatti, non saranno soltanto spazio di ricerca per gli studiosi, ma anche oggetto di visita da parte di gruppi guidati: il design grafico ed architettonico, che caratterizzerà i box, consentirà di individuare e conoscere i nuclei del patrimonio conservato in Sing Sing; si partirà con il “Vecchio Sing Sing” (oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane, raccolta Borgia, materiali tratti da campagne di scavo ottocentesche nelle necropoli dell’Italia meridionale), per proseguire nel “Nuovo Sing Sing” (le celle racchiudono materiali provenienti da antiche raccolte, come la collezione Spinelli, nonché reperti tratti da scavi novecenteschi e manufatti oggetto di sequestro).

#iorestoacasa. “Mai più una Pasqua senza di voi. A presto”: in attesa di ripartire, un messaggio di speranza dal personale dei musei Delta Antico, Manifattura dei Marinati e Valli di Comacchio e dalle operatrici degli uffici Iat di Comacchio e dei Lidi

L’ultima iniziativa lo scorso febbraio per la festa di San Valentino: al motto “Innamorati al museo” al museo del Delta Antico di Comacchio per tutta la giornata del 14 febbraio 2020 ingresso 2×1 a tutte le coppie con un appuntamento da non perdere alle 17 con una visita guidata a tema compresa nel costo del biglietto. Poi è calato il silenzio come su tutti gli altri musei d’Italia, chiusi per decreto governativo in emergenza coronavirus. Così è passato sotto silenzio anche la festa di compleanno: il 25 marzo 2020 il museo del Delta Antico ha compiuto tre anni. Ben diverso da quella giornata di festa vissuta domenica 24 marzo 2019: speciale visita guidata al mattino, laboratori per bambini e famiglie sotto il colonnato del monumentale ex Ospedale degli infermi, sede del Delta Antico, nel pomeriggio; fino al clou della festa, alle 17, con una torta gigante di compleanno. Ma gli operatori culturali di Comacchio non ci stanno a subire questa emergenza in silenzio e lanciano un messaggio di speranza. Così insieme il personale dei musei Delta Antico, Manifattura dei Marinati e Valli di Comacchio e le operatrici degli Uffici Informazione Turistica di Comacchio e dei Lidi hanno realizzato un videomessaggio con gli auguri di Buona Pasqua. In attesa di poter tornare ad accogliere ospiti e appassionati: “Mai più una Pasqua senza di voi. A presto”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il settimo appuntamento su “Rituali e sepolture nel Predinastico” il direttore Greco inizia il viaggio nell’Antico Egitto: dalla mummia di Gebelein al sarcofago di Duaenra alle mastabe

“Rituali e sepolture nel Predinastico” sono il tema del settimo appuntamento con le “Passeggiate del Direttore” con cui il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, inizia il viaggio nell’Antico Egitto, dai primi esempi di mummificazione alle grandi sepolture dell’Antico Regno. “Uno dei fenomeni che più ci affascinano dell’Antico Egitto”, esordisce Greco, “è quello della preservazione del corpo. Preservare il defunto, si legge nel capitolo 151 del libro dei Morti, fare in modo che il corpo sia “intatto” di modo che la morte non costituisca un punto finale ma un punto di partenza. La morte infatti viene definita nuova nascita”. La prima mummia che si incontra nel rinnovato percorso del museo Egizio di Torino è la mummia di Gebelein, del periodo Predinastico: si tratta della mummia di un uomo vissuto circa 5600 anni fa che ben introduce il tema della mummificazione. “Il corpo è posto in posizione fetale”, spiega Greco. “Il defunto quindi nella sua nuova dimora, in questa cavità sotto la sabbia, riprende la stessa posizione che aveva nel grembo della madre. La morte quindi in toto viene messa in relazione con la nuova nascita. Questo è un esempio di mummificazione naturale: il corpo è stato avvolto in stuoie, posizionato in una buca sotto la sabbia che, ricca di natrum (un sale naturale), ha portato alla disidratazione del corpo”. Il defunto era accompagnato da alcuni oggetti, il suo corredo, che lui avrebbe potuto utilizzare nell’Aldilà. Ma alcuni, come gli intrecci di vimini accanto alla testa, non possono essere coevi alla sepoltura perché la modalità di intreccio è di epoca romana. Come si può spiegare questo fatto? “Probabilmente perché questa mummia non è stata scavata da Schiaparelli, ma è stata comprata al mercato antiquario e qualcuno ha aggiunto degli oggetti per alzarne il valore”. Dalla mummificazione naturale si arriverà a quella artificiale. “Gli egizi, osservando il corpo che veniva disidratato in modo naturale, hanno sviluppato delle procedure che permettevano la disidratazione artificiale del corpo, e la sua conservazione. Poi il corpo fu messo a dimora in un contenitore che ne potesse garantire la preservazione nel lungo periodo. Ecco quindi che da questa prima fase iniziale arriviamo alle grandi sepolture che riusciamo già a vedere nell’Antico Regno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Duaenra, figlio di Chefren (foto museo Egizio)

I sarcofagi. Il raggiungimento della mummificazione artificiale comporta una serie di conseguenze. Tutto l’apparato teologico, religioso, mitologico viene arricchito. “Per preservare il corpo del defunto non servono solo queste operazioni che vengono applicate sul corpo stesso, ma servono anche delle divinità che si possono fare garanti di tutto ciò”. Innanzitutto Osiride, che è il sovrano dell’Oltretomba, il primo re dell’Egitto, che una volta ucciso dal fratello Seth è risuscitato, diviene colui che si fa garante dell’ordine costituito nell’Oltretomba. Ma poi ci sarà anche Anubi “colui che apre le porte dell’Aldlà”, che è la divinità sciacallo che riesce ad accompagnare il defunto nell’Aldilà. “Teniamo presente però che il corpo deve sì essere preservato, ma si deve garantirne anche la preservazione per un lungo periodo. Ecco quindi che c’è bisogno di contenitori – i sarcofagi – che possano preservare i resti umani”. Un bellissimo esempio di sarcofago monumentale dell’Antico Regno conservato all’Egizio di Torino è il sarcofago di Duaenra, figlio del faraone Chefren (IV dinastia), in granito rosa di Assuan, massiccio. “In questo periodo si sviluppano anche molti sarcofagi in legno a parallelepipedo con un coperchio bombato e sul lato la cosiddetta rappresentazione di facciata di palazzo. Il sarcofago quindi ricorda una dimora perché è esso stesso la nuova dimora del defunto, la “casa per l’eternità”. Questa, che è la prima forma di sarcofago dell’Antico Egitto, è anche la rappresentazione del geroglifico per “sepoltura”. Questa tipologia tornerà nell’VIII sec. a.C. I sarcofagi antropomorfi vengono introdotti in Egitto molto più tardi, con la XVII dinastia”.

Lo schema grafico di una mastaba dell’Antico Egitto

Le mastabe. Con i sarcofagi si sviluppano anche le tombe che dovevano ospitare non solo i faraoni ma anche l’élite. In queste tombe dovevano esserci un collegamento tra la società dei viventi e i defunti. Sono le mastabe, così chiamate per la prima volta dall’archeologo inglese Walter Bryan Emery che prese a prestito il termine dal termine arabo mastaba, che significa panchina, quella di mattoni di fango che si trovava al di fuori delle case rurali in Egitto dove le persone si sedevano soprattutto la sera. “Le tombe a mastaba hanno un aspetto dicotomico”, spiega Greco. “C’è una parte sopraelevata che può essere visitata dai viventi e che funziona nella società dei viventi, e una parte ipogea che può essere raggiunta da un pozzo che porta a delle camere sepolcrali dove viene posizionato il sarcofago con la mummia del defunto. Elemento fondamentale all’interno della tomba è una stele, la cosiddetta falsa porta. Ha tutte le fattezze di una porta, ma in realtà è una porta in pietra che non permette un passaggio fisico. Permette invece il passaggio dei cosiddetti “ba”, delle anime del defunto, che vengono rappresentati come un uccello con testa antropomorfa: questi possono viaggiare da una parte all’altra della falsa porta, possono depositarsi sul tavolo d’offerta, possono mangiare le offerte e ritornare nel regno dei morti. Ecco quindi la cerniera che permette ai morti e ai viventi di entrare in contatto”.

#iorestoacasa. “La vita nelle domus di Aquileia” con Francesca Ghedini è il tema della quarta “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia

Aquileia apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con una proposta on-line: dieci narratori d’eccezione saranno i protagonisti di altrettante “pillole video” a cura della Fondazione Aquileia. La quarta pillola video on line si sofferma su “La vita nelle domus di Aquileia” raccontata da Francesca Ghedini, professoressa emerita dell’università di Padova. Dagli scavi di Aquileia è emersa circa una cinquantina di domus romane all’interno dell’impianto viario originale, il ché ci permette di avere la percezione di come doveva presentarsi l’abitato antico. “Uno dei fili conduttori di Aquileia”, sottolinea Ghedini, “è che la città ha vissuto su se stessa. Quindi le case presentano una stratificazione che modifica l’assetto domestico dalla fondazione della casa, in genere nel I sec. d.C., fino al suo abbandono, nel IV-V-VI sec.”. I mosaici sono un indicatore cronologico straordinario. “Aquileia non è conosciuta per il mosaico figurato, ma per il mosaico geometrico. Il mosaico figurato interviene solo nel periodo tardo. Il sito ha restituito circa 800 pavimenti che si distribuiscono dal I sec. d.C. al V-VI e ci consentono di ricostruire la storia del mosaico romano”. L’arredamento della casa romana è conosciuto attraverso i resti di mobili che vengono rinvenuti sia in ambito domestico sia in ambito funerario. “In particolare Aquileia è celebre per i vetri di qualità altissima: una produzione che troviamo anche al di là delle Alpi. Sono balsamari, bottiglie, brocche, oggetti d’uso, soprattutto oggetti per la toeletta femminile. Un altro elemento molto interessante dell’arredo domestico – conclude Ghedini – era l’illuminazione. Non solo le lucerne da trasporto, ma i grandi candelabri che erano fissi soprattutto nei triclini (sale da pranzo) con più di una lucerna o a più braccia per illuminare l’ambiente”.

San Pietroburgo. Terzo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia dedicato all’arte rinascimentale italiana da Simone Martini a Leonardo con Olga Macho

È nelle superbe sale dell’arte Rinascimentale italiana che ci conduce la terza puntata on line dedicata all’Italia dal museo statale Ermitage di San Pietroburgo, trasmessa giovedì 9 aprile 2020, sempre in lingua italiana. Dopo una brevissima introduzione con alcuni operatori scientifici e tecnici del museo in lingua russa, chiusa con l’intervento del direttore Michail Piotrovskij, continua l’omaggio del museo Ermitage al Bel Paese e l’abbraccio virtuale agli italiani. Dalla “Madonna annunciata” di Simone Martini fino ai capolavori di Leonardo, con la “Madonna Benois” e la “Madonna Litta”, accompagnati da Olga Macho, capo del settore per l’Educazione pubblica all’Ermitage.

#iorestaoacasa. La villa romana di Minori del I sec. d.C. narrata dalla soprintendenza di Salerno tra storia e suggestive ricostruzioni in 3D

La cultura non si ferma. Anche in questi giorni di emergenza sanitaria in cui siamo costretti a rimanere a casa. Nel rispetto di #iorestoacasa ecco una bella iniziativa della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Salerno e Avellino, che ha pubblicato “Ozi marittimi: Storie sensibili nelle ville romane della Costa di Amalfi” dedicato alla Villa Romana di Minori (I sec. d.C.): a cura di Paola Pacetti con la consulenza archeologica di Simone Foresta e le ipotesi ricostruttive del viridarium (giardino privato) e del prospetto dal mare di 3dSign Firenze. Non sappiamo chi abbia costruito la villa romana di Minori nel I sec. d.C. né chi l’abbia abitata fino al VII sec. quando è stata abbandonata definitivamente. Sono trascorsi duemila anni da quando un raffinato cittadino di Roma, forse un senatore, scelse la profonda insenatura solcata dal fiume Reginna Minor per edificare una grande villa sul mare che nel periodo di Augusto era navigabile senza timori di nemici o di pirati. Su quel mare, che gli abitanti percorrevano per spostarsi, si proiettavano le ville, fino a lambirlo. Intorno erano montagne, con boschi popolati di animali, e rocce. Attorno al grande cortile interno, trasformato in giardino al chiuso con piante e fiori, i porticati erano il luogo del passeggio d’estate, riscaldati dal sole d’inverno, luogo ideale da dedicare all’otium. Attorno alla villa la sera si potevano sentire il belare delle greggi al rientro dai pascoli: un richiamo alla campagna, caro alle antiche virtù romane. Dove duemila anni fa c’era il mare con il molo, gli ormeggi per le imbarcazioni e le peschiere, oggi ci sono i detriti, le pomici, la terra, che si sono depositati nel tempo, portati a valle dal fiume Regina Minor e dalle alluvioni. Al posto del mare ci sono le case dei pescatori e le strade moderne e la spiaggia. Quello che resta della grande villa romana oggi si trova nel centro dell’abitato di Minori, nato e sviluppatosi nei secoli proprio intorno, sopra e dentro quelle strutture edilizie di età romana riutilizzate come magazzini, cantine, stalle, note come grotte al pari di molti edifici dell’antichità.

#iorestoacasa. Pompei: un volo con il drone sulla città antica e nei nuovi scavi alla scoperta delle domus venute alla luce nella Regio V. Un esclusivo tour virtuale con la narrazione del direttore Massimo Osanna

Il mosaico di Orione nella Casa di Orione a Pompei (foto da drone del parco archeologico di Pompei)

È la primavera del 2018 quando Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, annuncia che a Pompei si torna a scavare su vasta scala. “La messa in sicurezza globale dei fronti di scavo e l’indagine del cuneo rappresentano il più grande intervento nell’area non scavata di Pompei, dal dopoguerra. Finora si era sempre proceduto per piccoli interventi di tamponamento nei punti più critici”. Gli interventi interessano soprattutto la Regio V. In questi due anni è stato tutto un susseguirsi di grandi ritrovamenti e di eccezionali scoperte (di cui archeologiavocidalpassato ha dato puntuale notizia): la casa del Giardino con gli splendidi affreschi del triclinio e il portico dipinto; la casa di Orione con le pitture di Primo stile e il mosaico di Orione, unico nel suo genere; ma anche gli ambienti della vita di tutti i giorni. Uno spaccato straordinario della vita quotidiana della città.

Un volo con il drone sulla città antica e nei nuovi scavi alla scoperta delle domus venute alla luce nella Regio V: un esclusivo tour virtuale con Massimo Osanna direttore del Parco archeologico di Pompei. Tutto questo è visibile sul canale YouTube del MiBACT, dove dall’inizio dell’emergenza coronavirus i musei, i parchi archeologici e gli istituti autonomi statali stanno fornendo contributi audiovisivi di ogni genere per permettere alle persone di continuare a godere del patrimonio culturale nazionale. Gli scavi della Regio V, resi possibili dal Grande Progetto Pompei, hanno portato alla luce ambienti straordinari dell’antica città: strade, edifici con balconi, la Casa del Giardino, di cui i paleobotanici hanno ricostruito interamente la flora, e la Casa di Orione, con i due straordinari mosaici di ispirazione egizia che narrano il catasterismo dell’eroe greco nell’omonima costellazione. Come visibile dalle suggestive immagini riprese dall’alto grazie al volo del drone, la Regio V si affaccia sulla via di Nola, una delle grandi arterie di Pompei, una zona ricca di attività commerciali e di case sfarzose, benché non di grandi dimensioni. Segno di quella classe media che nella antica città aveva prosperato fino all’eruzione del 79 d.C.