Archivio | gennaio 2018

“Il mondo che non c’era” a Palazzo Loredan. Dopo Firenze, Rovereto e Napoli, i capolavori della collezione Ligabue tornano a Venezia: oltre 150 opere raccontano vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo

Il manifesto della mostra “Il mondo che non c’era. Capolavori della collezione Ligabue” a Venezia dal 12 gennaio al 30 giugno 2018

Prima Firenze, poi Rovereto, quindi Napoli, e ora Venezia: se uniamo con un tratto di penna sembra di seguire lo zigzagare di una nave che cerca di catturare il vento a favore. Un po’ quello che successe più di mezzo millennio fa alle caravelle di Cristoforo Colombo che, sulle vie delle Indie, trovò “il mondo che non c’era”. Quella del 12 ottobre 1492 fu una scoperta  epocale, un fatto che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente; l’incontro di  un  nuovo  continente che, secondo  l’antropologo Claude Lévi-Strauss, è forse l’evento più importante nella storia dell’umanità. La scoperta delle Americhe rappresenta l’incontro di due civiltà che sono parte della medesima umanità. Un’umanità fatta di comunanze e differenze di cui ci si rende ben conto grazie alle opere esposte nella mostra “Il  mondo che  non  c’era.  L’arte  precolombiana  nella Collezione Ligabue” che, appunto, dopo il museo Archeologico nazionale di Firenze, Palazzo Alberti Poja a Rovereto, e il museo Archeologico nazionale di Napoli, approda a Venezia, a Palazzo Loredan sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, dal 12 gennaio al 30 giugno 2018, promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue. Oltre 150 opere d’arte che raccontano le tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nel continente americano prima dell’incontro con gli Europei: sono le antiche culture della cosiddetta  Mesoamerica (gran  parte  del  Messico,  Guatemala, Belize,  una  parte  dell’Honduras  e  del  Salvador), il  territorio  di  Panama, le  Ande  (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dalla cultura Chavin a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

Uno straordinario copricapo e un tessuto della cultura Nazca (200 a.C.) con piume di uccelli amazzonici e corda (collezione Ligabue)

Per i capolavori della collezione Ligabue concludere il tour italiano a Venezia è un ritorno a casa. E non solo perché Ligabue e Venezia rappresentano un binomio indissolubile (Giancarlo  Ligabue, scomparso nel 2015, imprenditore  ma  anche  paleontologo,  studioso  di  archeologia  e  antropologia, esploratore  e  appassionato  collezionista, è sempre stato molto legato alla città Serenissima: e questa mostra è un omaggio alla sua figura da parte del figlio Inti Ligabue, che con  la  “Fondazione  Giancarlo  Ligabue”  da  lui creata continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella  divulgazione dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo). Ma perché Venezia, pure estranea alla corsa al nuovo Continente, finì in realtà con il “conquistare” quelle terre grazie alla forza del proprio immaginario, al punto che nelle cronache del tempo tante città sull’acqua le furono paragonate o vennero chiamate da esploratori e conquistatori rifacendosi alla città veneta – in particolare la capitale azteca di Tenochtitlan fu spesso definita “un’altra Venezia” e raffigurata accanto ad essa –  sarà la Serenissima uno dei principali centri propulsori di quella che potremmo definire come la “scoperta letteraria” delle Americhe. Gli stampatori veneziani furono infatti tra i principali protagonisti della rapida e massiccia diffusione europea delle notizie che giungevano dal Nuovo Mondo (Venezia venne superata solo da Parigi per numero di testi sulle Americhe pubblicati nel Cinquecento) e in alcuni casi i testi veneziani rappresentano le fonti più antiche, essendo andati perduti i relativi manoscritti.

Figura femminile con funzione di sonaglio in ceramica con decorazione policroma. Cultura Maya, 600-800 d.C. (collezione Ligabue)

I capolavori della collezione Ligabue sono il  cuore  della mostra curata da Jacques Blazy specialista delle arti pre-ispaniche della Mesoamerica e dell’America del  Sud. Tra  i membri  del comitato scientifico anche André Delpuech, Direttore  del  Musée  de  l’Homme  –  Muséum  d’Histoire  Nationale Naturelle di Parigi e già responsabile delle Collezioni delle Americhe al Musée du  quai Branly e  l’archeologo  peruviano  Federico  Kauffmann  Doig, entrambi anche componenti del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue. Dalle rarissime  maschere  in  pietra  di  Teotihucan, la  più  grande città della  Mesoamerica, primo  vero  centro  urbano  del  Messico  Centrale, ai  vasi Maya d’epoca classica preziose fonti d’informazione, con le loro  decorazioni e iscrizioni,  sulla  civiltà  e  la  scrittura  di  questa  popolazione;  dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono anche i pittori Diego Rivera, la moglie Frida Kahlo e diversi  artisti surrealisti (con  la  loro  evidente  deformazione  cranica,  elaborate  acconciature  e  il corpo  appena abbozzato) alle sculture Mezcala tanto enigmatiche nella loro semplicità quanto misteriose  nelle  origini,  al  punto  che ne  restarono profondamente suggestionati divenendone collezionisti anche André Breton,  Paul  Eluard e lo scultore Henry Moore. E poi, sempre dal Messico, statuette policrome di ceramica cava della cultura di Chupicuaro, il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C. – notevole esemplare in mostra la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre – urne cinerarie (dal 200 a.C. al 200 d.C.) della cultura Zapoteca con effige spesso antropomorfa, sculture Azteche, esempi pregevoli delle Veneri ecuadoriane di Valdivia (la prima ceramica prodotta in Sud America nel III millennio a.C.), oggetti Inca, tessuti e vasi  della  regione di Nazca – manufatti dell’affascinante cultura Moche, straordinari oggetti in oro. Si tratta in realtà di culture che in molta parte devono ancora essere e studiate e comprese: annientate,  annichilite e ignorate per lunghi anni dopo la scoperta di  quelle  terre,  da  parte  dei Conquistatores ammaliati  solo dalle ricchezze  materiali, autori di stragi e razzie.

Pendente in oro a forma d’aquila con le ali aperte e con collane al collo. Cultura Tairona, 800-1300 d.C. (collezione Ligabue)

L’oro, come  quello  dei  Tairona (puro  o  in  una  lega  con  rame  chiamata “tumbaga”) spingerà nelle Ande spagnoli e avventurieri alla ricerca dell’“El Dorado”, uno dei grandi miti che alimentarono la Conquista. In pochi decenni dall’arrivo di Colombo (nessuno degli oggetti da lui riportati si è conservato) le culture degli Aztechi e degli Inca saranno schiacciate  con le armi e con la schiavitù e quella dei Taino praticamente annientata: già  verso  il  1530,  secondo  gli  storici,  non  esisteva  più  un solo  Taino  vivente. Milioni  di  indio  moriranno  anche  a  causa  delle malattie  arrivate  dal  Vecchio  Mondo. Dovranno passare almeno quattro secoli, prima che l’Europa prenda nuovamente coscienza della grandezza dell’arte dell’America antica e ancora oggi sfuggono molti aspetti di queste culture.

 

2017, anno record per i musei italiani: superati i 50 milioni di visitatori, e un terzo ha scelto un museo o un sito archeologico. Il Colosseo con oltre 7 milioni di visitatori è in assoluto il monumento più visto, seguito dagli scavi di Pompei con 3,4 milioni. In crescita anche le piccole aree e collezioni archeologiche

File per entrare al Colosseo: nel 2017 superati i 7 milioni di visitatori (foto Omniroma)

Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini

L’archeologia si conferma vincente nell’anno dei record per i musei nazionali: nel 2017 superati i 50 milioni di visitatori, un risultato eccezionale per l’Italia, e di questi un terzo ha scelto un museo o un sito archeologico. E il monumento più visitato in assoluto si è confermato il Colosseo, ma con un incremento del 10% che ha fatto superare il tetto dei 7 milioni di visitatori. Alla presentazione dei dati finali dell’anno raccolti ed elaborati dal ministero dei Beni e della attività culturali e del turismo, il titolare del dicastero Dario Franceschini ha espresso tutta la sua soddisfazione: “I dati definitivi del 2017 segnano il nuovo record per i musei italiani: superata la soglia dei 50 milioni di visitatori e incassi che sfiorano i 200 milioni di euro, con un incremento rispetto al 2016 di circa +5 milioni di visitatori e di +20 milioni di euro”. E prosegue: “Il bilancio della riforma dei musei è davvero eccezionale: dai 38 milioni del 2013 ai 50 milioni del 2017, i visitatori sono aumentati in quattro anni di circa 12 milioni (+31%) e gli incassi di circa 70 milioni di euro (+53%). Risorse preziose che contribuiscono alla tutela del nostro patrimonio e che tornano regolarmente nelle casse dei musei attraverso un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà con un fondo di perequazione nazionale. I musei e i siti archeologici italiani stanno vivendo un momento di rinnovata vitalità e al successo dei visitatori e degli incassi corrisponde una nuova centralità nella vita culturale nazionale, un rafforzamento della ricerca e della produzione scientifica e un ritrovato legame con le scuole e con i territori”. Per il quarto anno consecutivo – sottolinea Franceschini-  l’Italia viaggia in controtendenza rispetto al resto d’Europa con tassi di crescita a due cifre, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno che, anche nel 2017, hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione del trend nazionale. La Campania è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: “La rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum. Nel 2017 – conclude Franceschini – tutti i musei hanno registrato significativi tassi di crescita, ma il patrimonio archeologico è stato il più visitato: circa un terzo dei visitatori si sono concentrati tra Pompei, Paestum, Colosseo, Fori, Ostia Antica, Ercolano,  l’Appia antica e i grandi musei nazionali come Napoli, Taranto, Venezia e Reggio Calabria e il Museo nazionale romano”.

Lo straordinario complesso della villa dell’imperatore Adriano a Tivoli: new entry nella “top 30” dei musei più visitati nel 2017

Non è un caso, quindi, che sul podio dei musei più visitati d’Italia, ben due “medaglie” siano andati a monumenti antichi e aree archeologiche: il primo posto è andato al Colosseo (oltre 7 milioni di visitatori) e il secondo a Pompei (3,4 milioni di visitatori), mentre il terzo è stato conquistato dagli Uffizi (2,2 milioni di visitatori), risultato che poi viene confermato anche dai visitatori complessivi delle tre regioni di appartenenza, con il Lazio (oltre 23 milioni di visitatori) davanti a alla Campania (quasi 9 milioni) e alla Toscana (poco più di 7 milioni). Nella “Top 30” i tassi di crescita più sostenuti sono stati registrati da Palazzo Pitti (+23%) e da quattro siti campani: la Reggia di Caserta (+23%), Ercolano (+17%), il museo Archeologico di Napoli (+16%) e Paestum (+15%). A seguire i musei reali di Torino (+15%) e il Castello di Miramare di Trieste (+14%). Importante infine segnalare la significativa crescita in classifica della Pinacoteca di Brera (+7 posizioni), di Palazzo Pitti (+5 posizioni) dei musei reali di Torino (+4 posizioni) e l’ingresso in classifica, per la prima volta, di Villa Adriana e del Museo di Capodimonte. Complessivamente nei primi trenta musei italiani ben 10 sono archeologici: Colosseo, 1° (posizione confermata), 7.036.000 visitatori, +10%; Pompei, 2° (posizione confermata), 3.382.240, +7,60%;  museo Egizio di Torino, 8° (posizione confermata), 845.237, -0,80%; museo Archeologico di Napoli, 12° (persa una posizione), 525.687, +16,20%; Ercolano, 13° (posizione confermata), 470.123, +17,30%; Paestum, 15° (guadagnata una posizione), 441.037, +15,10%; museo Archeologico di Venezia, 19° (persa una posizione), 343.582, -0,40%; museo nazionale Romano, 21° (perse due posizioni), 333.555, -1,80%; Ostia antica, 24° (perse tre posizioni), 311.379, -1,60%;  Villa Adriana, 28° (new entry), 242.964, +5,70.

La villa romana del Varignano a Porto Venere: nel 2017 registrati 3470 visitatori (+133%)

Tra i luoghi della cultura tradizionalmente meno visitati notevole è l’aumento registrato dalla Villa Romana del Varignano a Porto Venere (La Spezia) +133% (dai 1.489 del 2016 ai 3.470 visitatori nel 2017), dal museo Archeologico di Volcei “Marcello Gigante” a Buccino (Salerno) +129% (dai 2.491 visitatori del 2016 ai 5.717 del 2017). Anche i siti archeologici meno integrati nei grandi flussi turistici hanno registrato forti incrementi in termini di visitatori come dimostrano il museo e parco Archeologico di Gioia del Colle (Bari) (+122%), il museo nazionale Archeologico di Altamura (Bari) (+108%), il museo Archeologico di Sepino (Campobasso) (+98%), il museo Archeologico di Vulci (Montalto di Castro) (+86%), il museo Archeologico di Venosa (Potenza) (+38%), il museo Archeologico statale di Ascoli Piceno (+35%), Villa Jovis a Capri (+33%) e l’anfiteatro e mitreo di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) (+30%). Infine, anche tra i luoghi della cultura con ingresso gratuito, si segnala il Pantheon, visitato da oltre 8 milioni di persone.

Nasce il museo Navigante: ben 58 musei del Mare e della Marineria d’Italia fanno rete. E ora salpa con la goletta Oloferne alla scoperta del patrimonio culturale marittimo italiano. Molti sono i musei archeologici: conosciamoli meglio

Il logo del museo Navigante nato nel dicembre 2017 mettendo in rete 58 musei italiani del Mare e della Marineria

Maria Paola Profumo, presidente dell’AMMM, Associazione Musei marittimi del Mediterraneo

Nasce la rete dei musei del Mare e della Marineria d’Italia. Cinquantotto musei del mare e della marineria insieme in un comune progetto per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. È nato così il museo Navigante – una iniziativa promossa dal Mu.MA-Galata di Genova, il museo della Marineria di Cesenatico, l’associazione La Nave di Carta della Spezia e l’AMMM-Associazione Musei marittimi del Mediterraneo – che ha riunito musei, pubblici e privati. E il 9 gennaio 2018, con l’inizio dell’Anno del patrimonio culturale Europeo, il museo Navigante salpa, a bordo della goletta Oloferne, per far rotta dall’Adriatico al Tirreno, con tappe in tutte le regioni costiere, e arrivare infine a Sète (Francia) in occasione della manifestazione Escale à Sète in rappresentanza dei musei italiani. “Finalmente abbiamo un primo censimento dei musei del Mare e della Marineria italiani, privati e pubblici, ad arricchire la rete dei musei Marittimi del Mediterraneo e le reti regionali che si stanno costituendo, dalla Catalana alla Ligure, dal Golfo del Leone alla Campania”, interviene Maria Paola Profumo, presidente dell’AMMM di cui il Galata è capofila. “Sono stati catalogati per quattro grandi categorie: storico-navale, archeologico, naturalistico ed etnografico. Ne è emerso un panorama molto ricco, diversificato e molto attivo. Il nostro obiettivo è far scoprire e promuovere il patrimonio marinaro, materiale e immateriale: barche, reperti, cimeli ma anche, e soprattutto, memorie di lavoro, di migrazioni, di comunità che di mare hanno vissuto e vivono”.

La goletta Oloferne dell’associazione La Nave di Carta della Spezia (foto Paolo Maccione)

La goletta Oloferne dell’associazione La Nave di Carta della Spezia, una sorta di museo vivente e galleggiante, è una imbarcazione a due alberi che diventa così un prolungamento del museo del Navigante e collegherà tutte le realtà italiane. La goletta – come si diceva – prenderà il mare il 9 gennaio, salpando da Cesenatico, facendo prima rotta su Trieste per poi discendere tutto l’Adriatico e risalire il Tirreno, facendo tappi nei porti dei musei per approdare poi a marzo a Genova, al Galata, che della rete è capofila. “Quello che vogliamo evidenziare con il museo Navigante”, spiega Davide Gnola, direttore del museo della Marineria di Cesenatico, premiato nel 2017 tra i migliori musei italiani (Premio ICOM-Italia), “è che i musei marittimi sono fattori di sviluppo nei territori. Se vogliamo migliorare la nostra offerta di turismo culturale, in un Paese che ha 8mila chilometri di coste e una tradizione marittima secolare, non possiamo trascurare i nostri musei e le nostre barche storiche”. Passato, presente e futuro si fondono nel museo Navigante che, in attesa di mollare gli ormeggi, è anche sui social network: su FB, su Twitter, su Instagram e su Youtube. @museonavigante.it

L’ex chiesa di San Francesco a Chioggia ospita il museo della Laguna Sud

Dei 58 musei entrati in rete con il museo Navigante, che verranno toccati dalla goletta Oloferne, molti sono archeologici o comunque espongono preziosi reperti archeologici. Scopriamoli un po’ meglio, seguendo idealmente la rotta della goletta dal Nord Adriatico, allo Ionio, al Tirreno, per finire nel canale di Sicilia. Il primo che incontriamo, il museo nazionale di Archeologia Subacquea a Grado (Gorizia), in realtà è ancora un cantiere: progettato nel 1987 dopo il ritrovamento del relitto di una nave romana del III secolo d. C. naufragata  con il suo carico di  anfore per il trasporto di olio, vino e pesce, il museo aprirà quest’anno, 2018. Al piano terra è previsto l’alloggio per il relitto della nave, al primo piano la mostra permanente dei reperti del carico. Tra i pezzi più importanti la statua di Poseidone e il contrappeso della stadera con Minerva. Anche più a sud, a Caorle (Venezia), il museo nazionale dell’Archeologia del mare, è ancora in allestimento e aprirà nei primi mesi del 2018. Nelle quattro sale espositive per complessivi 560 mq saranno raccolti reperti archeologici rinvenuti al largo di Caorle, tra i quali il relitto di una nave romana, anfore, vasellame e frammenti di ancora in piombo. Il primo museo aperto lo troviamo a Chioggia (Venezia). Nell’ex convento di San Francesco fuori le mura (XIV sec.) è allestito il museo della Laguna Sud. Inaugurato nel maggio 1997, si sviluppa su tre piani. Anfore, vasellame e monete testimoniano i commerci in età preromana; mentre una riproduzione della mappa del Sabbadino, ingegnere della Serenissima, riproduce gli squeri, ossia gli antichi cantieri navali chioggiotti, e le saline medievali dove si raccoglieva il prezioso sal Clugiae.

Il museo del Mare a San Benedetto del Tronto

Il museo della Regina, a Cattolica (Rimini), è stato istituito nel 2000 in un antico Hospitale per pellegrini. Composto da due sezioni, una archeologica dove sono esposti reperti recuperati durante gli scavi della Nuova Darsena e una di marineria organizzata per percorsi tematici: imbarcazioni e la loro costruzione, modi e forme del navigare, aspetti etno-antropologici della tradizione marinaresca della città. Ci sono modelli di grandi dimensioni dei principali tipi di barche della marineria tradizionale adriatica, che nei cantieri cattolichini raggiunse alcune delle sue vette più alte. Il museo del Mare di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) raccoglie in un unico polo cinque musei, nati in decenni diversi, a partire dal 1956. Quattro delle cinque sezioni trovano ospitalità nel complesso del Mercato Ittico all’ingrosso, risalente al 1935, alla radice del molo nord mentre la pinacoteca del mare con  quadri, dipinti, fotografie della civiltà marinara è ospitata a Palazzo Piacentini. L’antiquarium Truentinum (il museo archeologico) racconta lo sviluppo del territorio sambenedettese dal neolitico al fenomeno dell’incastellamento. Nel museo delle Anfore sono esposti per tipologia e in ordine cronologico gli antichi “contenitori” recuperati lungo tutto il Mediterraneo dalle reti della marineria locale.

Il museo del Mare Antico a Nardò, nel Salento

Il museo del Mare Antico di Nardò (Lecce) nasce dopo il ritrovamento, nel 1982, in località Santa Caterina, a pochi metri di profondità, del relitto di una nave oneraria romana datata, in base al carico di anfore, al II sec. a.C., affondata contro la scogliera di Punta dell’Aspide, a 300 metri dalla costa. Il museo ha una sezione di archeologia subacquea, incentrato proprio sul relitto di S. Caterina, con settori che mettono in evidenza i rapporti commerciali marittimi e terrestri dell’antica Neretum in età ellenistica. Sempre a Nardò, ma nella frazione di Santa Maria al Bagno, nei locali di un ex asilo, è stato istituito nel 2015 il museo Acquario del Salento, che apre una finestra sulle profondità della costa salentina, sia dal punto naturalistico sia archeologico. Ben 17 vasche di acqua marina organizzate in quattro ambienti tematici: la grotta sommersa; la sala della costa; la sala del mare aperto con il relitto di una nave oneraria di epoca romana; la sala del mare profondo con relitti di due navi e un aereo della Seconda guerra mondiale.

Il museo Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone)

Al museo Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone) c’è anche una sezione di archeologia subacquea. Realizzato a seguito delle campagne di scavo effettuate dalla soprintendenza Archeologia negli anni 1999-2001 che hanno messo in luce i resti di età romana e le fondamenta del tempio greco di età classica dedicato al culto di Hera Lacinia, il museo espone contesti archeologici relativi al grande santuario che si sviluppò sul promontorio di Capo Colonna tra VII secolo a.C. e VI secolo d.C. Il santuario si trovava sul lembo estremo del promontorio dagli antichi greci denominato Lacinio, posto in uno dei tratti più frastagliati e frequentati della costa jonica calabrese. Numerosi relitti (databili tra il VI sec. a.C. e il III sec.d.C.) sono presentanti all’interno di una sezione appositamente dedicata all’archeologia subacquea con esposizione open space di circa 200 mq. Qui si trova   una parte del carico di marmi trasportati dalla nave naufragata presso Punta Scifo e databile al III sec. d.C., oltre ad altre suppellettili rinvenute durante lo scavo del relitto e oggetti prelevati da altri contesti sottomarini. Anche il museo Archeologico dell’antica Kaulon a  Monasterace (Reggio Calabria) ha una ricca sezione dedicata all’archeologia subacquea. Nel percorso espositivo la storia della colonia magno-greca di Kaulonia è illustrata dall’età di fondazione  fino ad età ellenistico-romana. Numerosi i reperti subacquei tra cui, ancore e resti di colonne lavorate da aree limitrofe all’odierno museo situato a poca distanza dalla costa nei pressi di Punta Stilo dove c’è il faro.

Il suggestivo Castello Santa Severa ospita il nuovissimo museo del Mare e della navigazione antica

Risalendo il Tirreno, sulle coste laziali, si incontra il museo della Navi romane di Fiumicino (Roma) al momento purtroppo chiuso. Dovrebbe riaprire nel 2019 per ospitare cinque relitti di imbarcazioni di età romana, rinvenuti durante i lavori di costruzione dell’aeroporto Leonardo da Vinci, fra il 1958 e il 1965, oltre a una serie di materiali relativi alle tecniche di costruzioni navali, le rotte, i porti, la vita di bordo e a tutta la rete commerciale del Mediterraneo. Un po’ più a nord, a Castello di Santa Severa (Roma), c’è il nuovissimo museo del Mare e della navigazione antica, che nel 2017 ha rinnovato negli spazi e nell’allestimento l’antiquarium Navale, istituito 23 anni prima. Ben sette nuove sale ospitano oltre cento reperti distribuiti lungo un percorso espositivo e didattico che introduce il visitatore al tema dell’archeologia subacquea e della navigazione antica illustrando i diversi aspetti della “vita sul mare e per il mare”. Il museo è destinato a conservare e valorizzare le testimonianze archeologiche provenienti dai fondali del litorale cerite compreso tra Alsium e Centumcellae, con particolare riferimento al porto di Pyrgi. La prima sala, “Dal fondo del mare la storia degli uomini”, con una ricca collezione di anfore romane introduce, tramite diorami, alla vita antica sul mare e per il mare. La seconda sala, “Gli antichi sugli oceani”, è dedicata alle esplorazioni e alle scoperte geografiche degli antichi uomini del Mediterraneo. La terza, “Le navi e le navigazioni più antiche” introduce alla marineria etrusca, fenicia e greca illustrando i principali relitti del Mediterraneo e le tecniche costruttive delle imbarcazioni. “Idraulica e navigazione” è il tema della quarta sala che ospita gli apparati di sentina delle navi romane con specifico riferimento alle pompe idrauliche. Vi si trova la ricostruzione di una pompa di sentina del tipo a bindolo funzionante. Nella quinta sala si affronta il tema “Nel porto e sulle navi a vela” con approfondimenti sulle manovre e sulle andature delle navi “a vela quadra” in funzione dei venti e delle correnti. La vita a bordo della navi romane è l’argomento della sesta sala (“La vita sul mare e per il mare”) che ospita una ricca collezione di ceppi di ancora originali provenienti dai fondali del litorale cerite e dal porto di Pyrgi. Di grande qualità ed interesse la ricostruzione in scala al vero della stiva di una nave oneraria del I secolo a.C., di medio tonnellaggio, con carico di anfore e vasellame. Nell’ultima sala, “Pyrgi sommersa”, sono illustrate le ricerche in corso sul fondale pyrgense e il progetto “Pyrgi Sommersa” curato dal museo civico in collaborazione con la soprintendenza e il centro studi Marittimi del gruppo archeologico del Territorio Cerite.

Una delle navi restaurate ed esposte nella Sala V del museo delle Navi antiche di Pisa

Una delle scoperte più importanti dell’ultimo scorcio del Novecento, le antiche navi di Pisa, costituiscono il cuore del museo delle Navi agli Arsenali medicei di Pisa. Il museo che ospiterà 30 navi romane con il loro carico di anfore, ceramiche, vetri, metalli, strumenti di bordo, scavate e restaurate in oltre 16 anni di lavori, è ancora in allestimento, ma il cantiere dal dicembre 2016 è visitabile su prenotazione. Era infatti il 1998 quando, poco fuori l’antica cerchia delle mura di Pisa, verso il mare, le Ferrovie iniziarono lavori di scavo a fianco della stazione di Pisa San Rossore. Immediatamente emersero oggetti di legno di cui gli archeologi compresero l’eccezionale importanza. Il Mibact, in accordo con la Rete Ferroviaria Italiana, iniziò subito una indagine archeologica nell’area. A circa tre metri di profondità emerse un’impressionante serie di relitti di navi. Nel 1999 RFI decise, necessariamente, di spostare altrove l’edificio. Si aprì quindi un grande cantiere di scavo, concluso nel 2016, che ha restituito circa trenta imbarcazioni di epoca romana e con esse importantissime testimonianze sui commerci, sulle tecniche di navigazione antica.

Ancora esposta al museo del Mare di Licata

La nave punica esposta al museo Archeologico regionale Lilibeo-Marsala

Il nostro viaggio virtuale a bordo della goletta Oloferne si chiude sulle coste siciliane. A Licata (Agrigento) c’è il museo del Mare, nato per iniziativa del locale gruppo archeologico Finziade che, dal 2012, si è dotato di un nucleo subacqueo. I lavori di recupero, condotti sotto la supervisione della soprintendenza del Mare, presso il sito dell’isolotto San Nicola e della Secca Poliscia (tuttora in corso) hanno riportato a galla reperti archeologici databili tra il periodo protostorico e l’età medievale che ora sono musealizzati nei locali comunali del chiostro di Sant’Angelo. La collezione più importante  è quella delle ancore:  due ancore a gravità a un foro, tre a gravità a tre fori, due ceppi litici, sei ceppi in piombo e una contrammarra plumbea. Tra le ancore in ferro, una di epoca romana del tipo a freccia, una bizantina, un’ancora Trotman (XIX secolo) e un ammiragliato (XX secolo). Tra gli oggetti restituiti dal mare una delicata gemma in pasta vitrea con incisa una figura umana sdraiata. Seguendo la costa, verso Ovest, c’è Sciacca (Agrigento) che dall’aprile 2017 ospita un nuovo museo del Mare in cui si incrociano storie di legalità ripristinata, archeologia subacquea, ricerca storica. Il museo di Sciacca, che ancora non è stato intitolato, è un esempio di allestimento lineare ed elegante che valorizza le collezioni che provengono in parte da reperti recuperati dalla Guardia di Finanza e, in parte, dalle ricerche subacquee coordinate dalla soprintendenza del Mare. Il pezzo più antico è una rarissima tazza in terracotta del II millennio a. C., scoperta nel mare di Sciacca. Nella prima delle due sale (sala delle anfore) le testimonianze della vivacità dei traffici marittimi dell’antichità: anfore puniche, tardo repubblicane e imperiali, olearie africane grandi, vinarie greco-italiche, romane dell’adriatico e bizantine. Nella seconda sala otto cannoni in bronzo e ferro della seconda metà del XVI sec., oltre a diverse parti strutturali della nave, stoviglie, strumenti di bordo. Prima di doppiare capo Boeo, si getta l’ancora a Marsala (Trapani), che fu potente colonia fenicia chiamata Lilibeo. In un edificio storico, il Baglio Anselmi, stabilimento vinicolo del XIX secolo, è allestito il museo Archeologico regionale di Lilibeo – Marsala (Trapani) che si trova all’interno del Parco archeologico di Lilibeo. I locali furono acquisiti al Demanio regionale e adibiti a museo nel 1986 per esporre il relitto della Nave punica (III sec. a.C) e illustrare la storia della città antica. Nel marzo del 2017 è stato inaugurato il nuovo percorso espositivo, completamente rimodulato e arricchito di reperti provenienti da recenti scavi e del relitto della nave tardo-romana di Marausa (IV sec. d. C). Il percorso  dedicato alle collezioni subacquee comprende la saletta Porti di Lilibeo, sala Nave Punica, sala Nave di Marausa. Terra e mare si fondono in queste sale che custodiscono oggetti del passato strappati al mare come  la statua di guerriero, di epoca romano-imperiale, e un tesoretto aureo recuperati dal mare di capo Boeo, le anfore dal porto o gli elmi in bronzo, dal mare di capo San Vito. L’ultimo tratto di navigazione ci porta a Favignana, nelle isole Egadi, dove nell’ex stabilimento Florio, costruito nella seconda metà dell’Ottocento per iniziativa del senatore Ignazio Florio, all’epoca il più importante e moderno stabilimento industriale per la lavorazione del tonno, oggi è il museo del Mare più grande d’Italia con una superficie di quasi 20mila mq e 18 sale espositive. Alcune sale conservano le antiche imbarcazioni usate per la pesca del tonno, altre  reperti archeologici, altre ancora testimonianze della famiglia Florio. Nell’Antiquarium reperti archeologici provenienti dalle acquee delle Egadi, due sale dedicate a testimonianze della Battaglia delle Egadi del 241 a.C, con rostri romani ed elmi di tipo Montefortino.

Archeologia medievale. Scoperto in via Orfeo a Bologna il cimitero ebraico soppresso 450 anni fa: con le sue 408 sepolture è il più grande d’Italia e il secondo in Europa. Sarà il fulcro di un progetto interdisciplinare per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia di Bologna

Veduta di una porzione dell’area di scavo del cimitero ebraico medievale di via Orfeo a Bologna (foto Cooperativa Archeologia)

Bologna racchiusa nelle sue mura nella pianta del Blaeu (1640)

Soppresso 450 anni fa, col tempo se n’erano perse le tracce del cimitero ebraico medievale di Bologna, citato dalle fonti storiche e documentarie, anche se una tradizione popolare non ha mai dimenticato la presenza degli “orti degli ebrei”. Ci ha pensato l’archeologia. Recenti indagini archeologiche a Bologna hanno infatti individuato il cimitero ebraico medievale, il più grande finora noto in Italia con le sue 408 sepolture, il quale ora sarà oggetto e punto di partenza di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale ebraico del capoluogo felsineo. “È la più vasta area cimiteriale medievale mai indagata in città, testimone di eventi che hanno radicalmente mutato la storia e la vita di una parte della popolazione bolognese tra il XIV e il XVI secolo. Per 176 anni è stato il principale luogo di sepoltura degli ebrei bolognesi ma dopo le bolle papali della seconda metà del Cinquecento -che autorizzano la distruzione dei cimiteri ebraici della città- sopravvive per secoli solo nel toponimo di Orto degli Ebrei”, raccontano Renata Curina e Valentina Di Stefano, archeologhe della soprintendenza, e Laura Buonamico di Cooperativa Archeologia, alla presentazione della scoperta, presenti il sindaco di Bologna, Virginio Merola; Maria Grazia Fichera, della direzione Archeologia del Mibact; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Daniele De Paz, presidente della Comunità Ebraica di Bologna; David Menasci, delegato Unione Comunità Ebraiche Italiane; Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna; Francesco Ubertini, magnifico rettore Alma Mater Studiorum Università di Bologna; Maria Giovanna Belcastro, docente di antropologia all’ateneo bolognese.

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano

Tra il 2012 e il 2014, l’area che si è poi rivelata essere il “perduto” cimitero ebraico medievale di via Orfeo è stata oggetto di uno scavo archeologico stratigrafico estensivo, condotto dalla Cooperativa Archeologia come indagine preventiva alla costruzione di un complesso residenziale. Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano. “Le fonti d’archivio riportano che quest’area fu acquistata nel 1393 da un membro della famiglia ebraica dei Da Orvieto (Elia ebreo de Urbeveteri)”, continuano le tre archeologhe, “per poi essere lasciata in uso agli ebrei bolognesi come luogo di sepoltura. Questa funzione permane fino al 1569, quando l’emanazione di due Bolle Papali condanna le persone di religione ebraica ad abbandonare le città dello Stato Pontificio e ad essere cancellate dalla memoria dei luoghi dove avevano vissuto e operato. Uno degli effetti più violenti di queste persecuzioni è l’autorizzazione a distruggere i cimiteri e a profanare le sepolture ebraiche presenti in città. Una damnatio memoriae che riesce solo in parte visto che negli atti e registri degli anni seguenti, ma soprattutto nella consuetudine orale, quell’area continua ad essere indicata come Orto degli Ebrei”.

Preziosi anelli rinvenuti nell’area del cimitero ebraico di via Orfeo

Il cimitero ebraico medievale scoperto in via Orfeo a Bologna non è solo il più grande finora noto in Italia (e secondo in Europa solo a quello di York in Inghilterra) ma un’opportunità unica di studio e ricerca. Sono state scavate 408 sepolture di donne, uomini e bambini, alcune delle quali hanno restituito elementi d’ornamento personale in oro, argento, bronzo, pietre dure e ambra. Un gruppo di lavoro composto da soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Comunità Ebraica di Bologna e ricercatori indipendenti, con il supporto del Comune di Bologna, cercherà di ricomporne le vicende storiche, ricostruendo le dinamiche insediative e l’evoluzione topografica e sociale dell’area. Uno degli obiettivi primari del Progetto è l’elaborazione di un piano di recupero della memoria e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia della comunità bolognese. “Il cimitero di via Orfeo”, interviene l’antropologa culturale Valentina Rizzo, “è un caso unico in Europa per elementi informativi e rappresenta uno straordinario campo di collaborazione tra discipline scientifiche e istituzioni pubbliche. L’obiettivo conclusivo del lavoro di ricerca è la restituzione dei resti umani alla Comunità al fine di garantire una sepoltura secondo il rito ebraico e la restituzione di uno scenario storico e culturale alla contemporaneità. Verranno per questo studiate e concretizzate azioni di valorizzazione e divulgazione che inquadrino il periodo e gli accadimenti legati al cimitero di via Orfeo, come memoria e come eredità patrimoniale culturale ebraica nella città di Bologna”.

Bracciale di pietre dure rinvenuto nel cimitero ebraico di via Orfeo (foto Roberto Macri)

Con il Breve del 28 novembre 1569, Pio V dona l’area del cimitero ebraico alle suore della vicina chiesa di San Pietro Martire, accordando alle monache la facoltà “di disseppellire e far trasportare, dove a loro piaccia, i cadaveri, le ossa e gli avanzi dei morti: di demolire o trasmutare in altra forma i sepolcri costruiti dagli ebrei, anche per persone viventi: di togliere affatto, oppure raschiare e cancellare le iscrizioni ed altre memorie scolpite nel marmo”. “Lo scavo archeologico”, spiegano  Curina, Di Stefano e Buonamico, “ha riportato in luce gli sconvolgenti effetti di questo provvedimento: circa 150 tombe volontariamente manomesse per profanare la sacralità delle sepolture, nessuna traccia delle lapidi che dovevano indicare il nome dei defunti, forse vendute o riutilizzate. Proprio da via Orfeo vengono probabilmente le quattro splendide lapidi ebraiche esposte nel museo civico Medievale di Bologna”.

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

L’area cimiteriale di via Orfeo ha restituito 408 sepolture a inumazione perfettamente ordinate in file parallele, con fosse orientate est-ovest e capo del defunto rivolto a occidente. “La razionale organizzazione planimetrica delle tombe e la presenza di oggetti d’ornamento di particolare ricchezza sono peculiarità difficilmente riscontrabili nei cimiteri coevi. Ulteriori ricerche consentiranno di analizzare le conseguenze del passaggio di proprietà del terreno al monastero di San Pietro Martire, verificando l’eventuale presenza anche di sepolture cristiane inserite nell’area del precedente cimitero ebraico. Gli studi archeologici analizzeranno sia le sequenze stratigrafiche, che attestano una frequentazione dell’area dall’Età del Rame all’età moderna, sia i materiali recuperati nello scavo, avvalendosi anche del confronto con alcuni contesti cimiteriali ebraici scavati in Inghilterra, Francia e Spagna. Tra gli oggetti rinvenuti negli scavi, un approfondimento sarà dedicato ai numerosi gioielli medievali, di cui verranno studiate caratteristiche stilistiche, tecniche di realizzazione e significati delle incisioni presenti”.

Gli inumati del cimitero medievale saranno studiati e poi riconsegnati alla Comunità ebraica

Nell’ambito della collaborazione tra università di Bologna, soprintendenza per la città metropolitana di Bologna e Comunità Ebraica di Bologna si inserisce lo studio antropologico degli inumati (oltre 400) del cimitero medievale di via Orfeo condotto dal laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense, diretto da Maria Giovanna Belcastro, del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Lo studio prevede di esaminare molte caratteristiche biologiche dei singoli inumati avvalendosi di un approccio integrato tra analisi morfologiche, microbiologiche, molecolari e tomografiche al fine di ricostruire la storia e la vita della comunità ivi rappresentata. “Oltre alla composizione demografica del gruppo”, sintetizza la prof.ssa Belcastro, “si prevede di ricostruire lo stato di salute, la dieta, eventuali specializzazioni nelle attività lavorative, aspetti relativi ai riti funerari, la provenienza geografica legata a possibili spostamenti da altre aree europee. Per giungere a questi risultati il laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense esaminerà gli aspetti relativi alla ricostruzione dell’integrità dei resti scheletrici per procedere alla ricostruzione del profilo biologico (stima dell’età e attribuzione del sesso degli inumati), dello stato di salute e nutrizionale attraverso l’esame di tutte le alterazioni e patologie ossee e dentarie, e delle attività lavorative svolte in vita”. Alla fine i dati verranno raccolti e integrati in un geodatabase per offrire, da un lato uno strumento di gestione delle informazioni di scavo e di laboratorio, dall’altro un supporto significativo per lo studio del contesto, grazie all’elaborazione di planimetrie generate attraverso visualizzazioni tematizzate. “Il modello di studio integrato che emerge, che vede l’integrazione di quanto noto dalle fonti storiche e documentarie, dei dati archeologici e biologici, unitamente alla collaborazione con la Comunità ebraica di Bologna, rappresenta un unicum”, conclude Belcastro. “Lo studio del cimitero di via Orfeo – che non ha confronti in Italia e pochi in Europa – e la ricostruzione della vita della comunità ivi rappresentata offre alla città di Bologna la possibilità di ricostruire una parte importante della propria storia e, più in generale, alla società una riflessione che consenta di andare sempre più verso modelli inclusivi di convivenza”.