Archivio | marzo 2017

Spaziano da Zeus agli dèi, dalla musica alla medicina, dall’amore alla morte: sono i frammenti dei tragici greci che Adria propone nel libro “Oltre il mare, verso gli estremi confini della terra” commentati con i frammenti della pittura attica dei vasi conservati al museo Archeologico nazionale

Cratere a figure rosse del pittore di Filottrano conservato al museo Archeologico nazionale di Adria

Il libro “Oltre il mare, verso gli estremi confini della terra” a cura di Gabriele Picard

Il titolo del libro è sicuramente curioso e intrigante: “Oltre il mare, verso gli estremi confini della terra”. Il sottotitolo già è più illuminante: “frammenti di tragici greci con illustrazioni dal museo Archeologico nazionale di Adria”.  Ma per aver chiaro ogni dettaglio non mancate all’appuntamento di sabato 11 marzo 2017 alle 17 al museo Archeologico nazionale di Adria per la presentazione – presenti gli autori – del libro (Apogeo editore), curato da Gabriele Picard in stretta collaborazione con le archeologhe Giovanna Gambacurta e Maria Cristina Vallicelli, che comprende una scelta dai frammenti dei tre grandi tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide, accompagnata da immagini di frammenti di ceramica attica dalle collezioni del museo Archeologico di Adria: il testo greco, con traduzione sottostante, è accompagnato da brevi commenti, mentre sotto le illustrazioni si possono leggere concise note esplicative. “Il connubio di frammenti letterari con frammenti provenienti dal mondo dell’archeologia”, spiegano gli autori, “ha un effetto straordinario: la lettura di questi brevi testi sprona lo spirito, acuisce la curiosità e ci mostra che passato e presente non sono molto diversi: forse non tanto nel senso materiale, bensì nella mente indagatrice e visionaria dello spirito superiore, come certamente era quello dei loro autori, tanto da conferire un valore universale anche al particolare di un frammento”.

Frammento di ceramica a figure rosse conservato al museo Archeologico nazionale di Adria

L’archeologa Giovanna Gambacurta

La città di Adria conserva nel suo museo nazionale, vero gioiello dell’archeologia, una importante raccolta di testimonianze di pittura attica su ceramica dal VI al IV sec. a.C.: “Grazie all’interessamento della famiglia adriese dei Bocchi promotrice e sostenitrice di scavi archeologici a partire dagli inizi del XVIII secolo”, ricorda Gambacurta, “abbiamo a disposizione questa preziosa raccolta che consta in gran parte di frammenti. Quanto ai tre grandi tragici greci, di Eschilo (525 – 456 a.C.), Sofocle (496 – 406 a.C.) ed Euripide (480 – 406 a.C.) conosciamo le tragedie che vengono lette, studiate e talvolta ancor oggi rappresentate, mentre i frammenti di tragedie scomparse rimangono relegati in un volume di un migliaio di pagine, il Tragicorum Graecorum Fragmenta del filologo tedesco Johann August Nauck (1822-1892). Filologi classici, principalmente inglesi o americani, si sono poi nel tempo cimentati con la traduzione di tali frammenti”. E continua: “Questi frammenti dei tragici greci sono spesso poco conosciuti. Sono brandelli di testo giunti sino a noi: tuttavia per loro tramite risplende un mondo intero, un mondo che va oltre il mare, verso gli estremi confini della terra: i temi spaziano da Zeus agli dèi, dalla musica alla medicina, dall’amore alla morte, rasentano pregi e difetti dei comportamenti umani, ci parlano della casa, delle donne, e del tempo che fugge raggiungendo talora vette di altissima poesia. I frammenti accompagnano il lettore, pagina dopo pagina, sempre affiancati da immagini dell’arte figurativa, i frammenti del Museo di Adria, che ne rendono così la lettura agile e nel contempo variata”.  “La conoscenza e l’approfondimento di una lingua antica”, conclude Picard, “è scuola di pensiero, soprattutto in un mondo digitalizzato e interconnesso come quello odierno, mentre la contemplazione del bello, espresso attraverso il linguaggio dell’arte figurativa, favorisce l’apertura del proprio orizzonte verso altri spazi che si estendono oltre il mare, quello stesso mare solcato dai mercanti greci diretti ad Adria. Questo volume ne è un modesto contributo”.

Numeri di argilla, numeri di silicio: una storia straordinaria dai sistemi elaborati sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate all’epoca moderna. Il matematico Odifreddi protagonista dei “Dialoghi della Fondazione Ligabue” a margine della mostra “Prima dell’Alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”

Il sovrintendente reale Ebih-il, statua in gesso, scisto, conchiglie e lapislazzuli da Mari, in Siria, del 2400 a.C., oggi al museo del Louvre

“Calculi, cioè sassi. Calcolo, cioè sasso. La parola calcolo deriva dal diminutivo di calx, calcis (calcinaccio, pietruzza). Usiamo ancora adesso questo termine per indicare i calcoli ai reni. O alla bile. Pr i calcoli numerici si tratta ormai di un termine diventato metafora”. Inizia così Piergiorgio Odifreddi, matematico, storico della scienza, il suo saggio “Numeri e calcoli” nel catalogo Giunti della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia fino al 25 aprile 2017. E continua: “Pietre d’argilla modellate come cilindri, coni e sfere di varie dimensioni sono state trovate negli scavi effettuati nei siti del Medio Oriente, in Turchia e in India. Le date nelle quali nelle quali si avvia questo sistema di conteggio sono diverse: dal IX al II millennio prima della nostra era. E dal IV millennio poi queste pietre vengono raccolte e confezionate in contenitori di argilla che si chiamano bullae (bolle). Le nostre bolle di accompagnamento che sono ancora adesso in uso derivano il loro nome dalle bolle che anticamente fungevano da documenti di trasporto di prodotti o merci perché venivano usate per registrare la quantità di oggetti trasportati. Un sistema di controllo per le merci o gli oggetti portati da un luogo all’altro”.

Il noto matematico Piergiorgio Odifreddi protagonista de “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” a Venezia

Mercoledì 8 marzo 2017, alle 17,  nella sala del Portego di Palazzo Franchetti a Venezia, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, sarà proprio il matematico e grande divulgatore Piergiorgio Odifreddi il protagonista, del terzo appuntamento con “I dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue”: incontri e conferenze con grandi intellettuali e personalità dei più diversi settori della cultura, tutti a ingresso gratuito, per stimolare il dibattito e la riflessione; per “conoscere e  far conoscere” secondo  il “motto” scelto dalla stessa Fondazione. Con “Numeri di argilla e numeri di silicio. Una storia straordinaria”  Odifreddi accompagnerà il pubblico presente attraverso la grande avventura dei numeri e dei calcoli matematici a partire dal sistema  elaborato oltre 7 mila anni fa nell’Antica Mesopotamia,  grazie alle pietre d’argilla modellate fino all’età moderna con le lamine di silicio dei chip dei microprocessori. A introdurre e accompagnare l’intervento del noto matematico – laureato in Italia, America e Russia, autore non solo di numerose pubblicazioni di studio e ricerca ma anche di famosi libri di divulgazione scientifica e d’opinione , noto per le sue posizioni forti e spesso polemiche  – sarà Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione Giancarlo Ligabue e curatore del catalogo della mostra “Prima dell’Alfabeto” a Palazzo Loredan, mostra che per l’occasione resterà aperta, l’8 marzo, fino alle 21.

Tavoletta con testo di natura amministrativa, con pittogrammi (3300-3100 a.C.) dalla Mesopotamia meridionale, oggi nella Collezione Ligabue

L’incontro con Odifreddi, come si diceva, è in concomitanza con la mostra “Prima dell’alfabeto”, che sta affascinando il pubblico e ha già il tutto esaurito delle scuole. A un mese e mezzo dall’apertura si sono già registrati quasi 4mila visitatori con ben 200 cataloghi venduti, ma soprattutto – a soli venti giorni dall’avvio erano già state prenotate visite e laboratori da parte di 102 classi delle scuole veneziane. Tutte  esaurite le possibilità di visite scolastiche fino alla fine dell’esposizione. Una vera soddisfazione per Inti Ligabue, presidente della Fondazione e figlio del famoso imprenditore, studioso e collezionista veneziano, che ha voluto – con queste e con le altre esposizioni  precedenti e future –  far conoscere e rendere fruibile al pubblico quell’incredibile patrimonio d’arte e storia costituito dalla Collezione Ligabue, con un occhio di riguardo per le giovani generazioni e per Venezia.

A Napoli gli originali, a Madrid i gessi, a Città del Messico i disegni: tre mostre in contemporanea per raccontare Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi di Pompei e Ercolano, e diffuse le antichità, simbolo della bellezza del regno, grazie alle riproduzioni della Stamperia reale

Ritratto di Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi archeologici a Ercolano e Pompei

Alcuni gessi fatti realizzare da Carlo di Borbone

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Tre grandi città che un filo rosso lega e segna profondamente: Carlo di Borbone, sovrano illuminato delle Due Sicilie e re di Spagna, ma anche “comunicatore globale”. Proprio a Carlo III di Borbone, cui si devono i primi scavi settecenteschi a Ercolano e Pompei, nel trecentenario della nascita, il museo Archeologico di Napoli dedica la mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”, che chiuderà il 16 marzo 2017, collegata ad esposizioni “gemelle” alla Real Academia de Bellas Artes di San Fernando di Madrid e all’Academia de San Carlos di Città del Messico dove sono custoditi gessi e disegni di quelle meraviglie che il Re volle disseminare per trasmettere al mondo la classicità senza privare la città degli originali: tre sedi accomunate da uno stesso patrimonio, esposto in contemporanea e connesso a distanza da tecnologie multimediali, ricostruzioni 3d, restituzioni ad alta definizione  e realtà virtuale.  A Napoli complessivamente circa 60 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, affreschi, documenti storici e rami, riconducibili all’attività illuminata del sovrano. “La mostra”, come spiega la curatrice Valeria Sampaolo, “è incentrata sulla figura di Carlo di Borbone come divulgatore delle scoperte della nascente archeologia soprattutto attraverso i volumi prodotti dalla Stamperia Reale da lui stesso fondata. Il restauro di 200 delle oltre 5mila matrici custodite dal museo, completato nel 2015 dall’Istituto Centrale per la Grafica è occasione per approfondire anche gli aspetti tecnici delle attività di incisione e di stampa, illustrati anche attraverso prestiti della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che conserva le tirature originali”. E Paolo Giulierini, direttore del Mann: “Con Carlo e i suoi uomini l’annoso e spesso sterile dibattito, purtroppo attuale, che pone come antagoniste conservazione e valorizzazione, era stato ampiamente superato dall’idea geniale di inserire in un unico cortometraggio  l’esperienza dello scavo, del restauro, dell’esposizione e della veicolazione dei contenuti tramite una stampa integrata da immagini. A volte, per dare semplici risposte al presente, basta dare una rapida occhiata all’operato di chi ci ha preceduto, avendo il coraggio di ammettere che talvolta le epopee culturali passate ancora fanno scuola”.

I famosi bronzi scoperti nella villa dei Papiri mentre regnava Carlo di Borbone

Il manifesto della mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”

La mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle antichità” a Napoli è articolata in tre sezioni. La prima restituisce l’immagine di Carlo III attraverso la sua iconografia, dall’infanzia fino agli anni napoletani. La seconda è dedicata alle attività di scavo nelle città vesuviane, con l’esposizione o il rimando ad alcuni originali, i più famosi scoperti fino al 1759: le “Ercolanesi” dello scavo del principe d’Elboeuf, le grandi statue bronzee dell’Augusteum, il Teatro di Ercolano, le sculture in bronzo e marmo della Villa dei Papiri. La terza sezione interamente dedicata all’attività della Stamperia Reale, con esposte le matrici in rame dell’Antichità e di quelle della Dichiarazione di Luigi Vanvitelli, l’artista e architetto assunto al servizio del sovrano, per il quale realizzò la splendida Reggia di Caserta, e i capilettera da egli stesso disegnati per le Antichità. La mostra che chiude con la partenza per la Spagna, nel 1759, di Carlo III che, salutando Napoli, si toglie l’antico anello che sempre aveva portato al dito dopo la scoperta di Pompei. “Il re”, ricordano le cronache e sottolineano gli organizzatori, “era molto legato a quella pietra antica, che rappresentava una maschera teatrale. Ma il sovrano scelse di lasciarla qui, nella sua Napoli. Perché, come dispose, nessuna proprietà e nessun tesoro delle Due Sicilie lo avrebbe accompagnato in Spagna. Dietro il semplice gesto del liberarsi di un anellino, c’è la grandezza di un re, lungimirante e illuminato. Ma anche una precisa strategia di propaganda, che mostrasse al popolo le virtù di Carlo, statista e mecenate. Con la diffusione internazionale di disegni e riproduzioni, le antichità pompeiane ed ercolanesi erano simbolo di bellezza e cultura di un regno”.

Carlo di Borbone portò a Napoli la collezione archeologica ereditata dalla madre Elisabetta Farnese

L’origine e la formazione delle collezioni che oggi ammiriamo al Mann di Napoli sono legate proprio alla figura di Carlo III di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1734, e alla sua politica culturale: il re promosse – come detto – l’esplorazione delle città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 d.C. (iniziata nel 1738 a Ercolano, nel 1748 a Pompei) e curò la realizzazione in città di un Museo Farnesiano, trasferendo dalle residenze di Roma e Parma parte della ricca collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese. Si deve invece al figlio Ferdinando IV il progetto di riunire nell’attuale edificio, sorto alla fine del 1500 con la destinazione di cavallerizza e dal 1616 fino al 1777 sede dell’università, i due nuclei della Collezione Farnese e della raccolta di reperti vesuviani già esposta nel museo Ercolanese all’interno della Reggia di Portici. L’idea che muove Carlo III è quella di promuovere la conoscenza delle arti al pubblico. E per farlo si affidò a mezzi di comunicazione allora all’avanguardia: a iniziare dai volumi a stampa realizzati a Napoli dalla Stamperia Reale istituita proprio dalla necessità di attivare un polo tipografico capace di dare una degna veste “grafica” ai reperti archeologici provenienti da Ercolano, di produrre documenti di natura burocratica, e per la realizzazione di edizioni di lusso per la corte borbonica. Il sovrano borbonico chiamò alla corte di Napoli alcuni tra i migliori disegnatori e incisori attivi in Italia, che avrebbero dato vita alla celebre scuola di Portici annessa alla Stamperia Reale. E sotto la supervisione di Bernardo Tanucci, la Stamperia realizza gli splendidi volumi delle “Antichità di Ercolano esposte”, con il primo volume uscito nel 1757, con riproduzioni fedeli degli oggetti e le relative spiegazioni sulle loro funzioni da parte dell’Accademia Ercolanese. A Madrid porta anche calchi in gesso delle sculture bronzee rinvenute nella Villa dei Papiri a Ercolano, mentre per l’Academia de San Carlos di Città del Messico fa realizzare copie delle sculture in bronzo, perché anche nel Nuovo Mondo gli allievi delle accademie potessero conoscere le antichità.

Riforma Franceschini: nominati i dieci nuovi direttori di musei e parchi archeologici. Sono italiani, archeologi e storici dell’arte, con esperienza internazionale

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Archeologi e storici dell’arte chiamati per la Riforma Franceschini dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, con Lorenzo Casini (ordinario di diritto amministrativo della Scuola IMT Alti studi di Lucca), Keith Christiansen (storico dell’arte e curatore capo del Department of Eurepean Paintings del Metropolitan Museum of Art di New York), Claudia Ferrazzi (consigliere di Amministrazione del Louvre-Lens) e Michel Gras (archeologo e direttore di ricerca del Centre national de la recherche scientifique di Parigi): con la selezione internazionale per i direttori dei 10 grandi musei e parchi archeologici italiani si è infatti conclusa la seconda fase della riforma, che ha interessato il museo Nazionale romano, il complesso monumentale della Pilotta a Parma, il museo della Civiltà di Roma, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il museo storico e il parco del Castello di Miramare a Trieste, il parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli, il parco archeologico dell’Appia antica a Roma, il parco archeologico di Ercolano a Napoli, il parco archeologico di Ostia antica a Roma, Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli. Due dei 10 nuovi direttori rientrano in Italia dopo un’esperienza professionale all’estero: si tratta di Andreina Contessa, scelta per il Castello di Miramare di Trieste, che arriva dal Nahon Museum of Italian Jewish Art di Gerusalemme, e Simone Verde scelto per dirigere la Pilotta a Parma, che viene dal Louvre di Abu Dhabi. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Mibact. “Con queste 10 nomine di grande levatura scientifica”, interviene il ministro Franceschini, “sono state riconosciute le eccellenze italiane, con particolare riferimento all’archeologia e alla storia dell’arte. La commissione ha fatto un grande lavoro e ha offerto al direttore generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilità di scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono italiani con elevata professionalità nella direzione del patrimonio culturale, con alcuni che tornano nel nostro Paese dopo importanti esperienze all’estero”. Il ministro ha scelto il direttore del museo nazionale Romano, mentre il dg Soragni ha scelto i direttori degli altri 9 musei e parchi archeologici. Vediamo le dieci schede.

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

MUSEO NAZIONALE ROMANO (ROMA): Daniela Porro, storica dell’arte. Entrata nel 1985 al Mibact dove dal 2009 è dirigente storico dell’arte. Dal 2012 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale per il Patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Roma. Dal 2015 è segretario regionale del Lazio. È considerata tra i dirigenti più esperti nel settore museale.

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

COMPLESSO MONUMENTALE DELLA PILOTTA (PARMA): Simone Verde, storico dell’arte. Dal 2014 è responsabile della ricerca scientifica e della produzione editoriale del Louvre-Abu Dhabi negli Emirati Arabi, dove ha anche coordinato l’equipe scientifica dell’Agence France-Muséums. Curatore di mostre e docente, è autore di noti saggi nel settore del patrimonio culturale.

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

MUSEO DELLE CIVILTÀ (ROMA): Filippo Maria Gambari, archeologo. Dirigente dal 2009 del Mibact dove è entrato nel 1979. Soprintendente per i beni archeologici dell’Emilia Romagna dal 2010 al 2014, della Lombardia dal 2014 al 2016, e poi della Sardegna. Archeologo con una vasta esperienza sul campo e dall’alto profilo scientifico.

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA (ROMA): Valentino Nizzo, archeologo. Dottore di ricerca in Archeologia, dal 2010 funzionario archeologo della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna. Ha all’attivo numerose attività di scavo e ricognizione archeologica antecedenti all’ingresso nel Mibact. Autore di diverse pubblicazioni.

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

MUSEO STORICO E PARCO DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TRIESTE): Andreina Contessa, storica dell’arte e curatrice museale. Dal 2009 è direttore del Nahon Museum of Italian Jewish Art a Gerusalemme. Dal 1994 ha insegnato storia dell’arte in Europa e negli Stati Uniti. Autrice di numerose pubblicazioni, ha curato diverse mostre, realizzando direttamente anche documentari e altri prodotti multimediali.

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

PARCO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI: Adele Campanelli, archeologo. Dirigente archeologo Mibact dove è entrata nel 1980. Soprintendente per i Beni archeologici delle Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta dal 2010 al 2014. Dal 2015 al 2016 è stata soprintendente Archeologia della Campania e, poi, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio dal 2016. Vanta una lunga esperienza sia nella tutela del territorio, sia nella gestione e nella direzione di istituti e luoghi della cultura.

Rita Paris, neo direttore del parco dell'Appia antica

Rita Paris, neo direttore del parco dell’Appia antica

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA: Rita Paris, archeologo. Funzionaria del Mibact dal 1983. Responsabile dei monumenti e delle aree archeologiche dell’Appia antica dal 1996, cura, dal 2006, anche l’Archivio Cederna. È studiosa molto apprezzata in Italia e all’estero.

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

PARCO ARCHEOLOGICO DI ERCOLANO: Francesco Sirano, archeologo. Funzionario Mibact dal 1999, ha maturato importanti esperienze nella gestione e nella tutela delle aree archeologiche della Campania. Autore di numerose pubblicazioni, è abilitato all’insegnamento come professore universitario in Italia e in Francia.

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA: Fabrizio Delussu, archeologo. Direttore e curatore del museo Archeologico di Dorgali, in Sardegna, dal 2012 al 2016. Docente e ricercatore all’università di Sassari dal 1998, vanta una decennale esperienza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, con specifico riguardo alla archeologia.

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

VILLA ADRIANA E VILLA D’ESTE (TIVOLI): Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte. È stato direttore artistico di ArtVerona e di BJCEM 2015, la biennale di giovani creativi dell’Europa (Milano 2015). Ha all’attivo numerosi progetti curatoriali e numerose pubblicazioni su riviste di settore.

Archeologia in lutto. È morto Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici dal Mediterraneo alla Mongolia. In Iran nel 1967 scoprì lo straordinario sito di Shahr-e Sokhta, la Città Bruciata. L’ambiente scientifico iraniano in lutto per l’amico Maurizio “Rostam”

Il professor Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici italiani del Novecento

Il professor Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici italiani del Novecento

Una vita dedicata allo studio delle civiltà preistoriche dall’Iran alla Mongolia. È morto il 24 febbraio 2017 a Ravenna all’età di 73 anni Maurizio Tosi, professore di paletnologia all’Università di Bologna, autore di importanti scavi archeologici nel Vicino Oriente e in Asia. Nato a Zevio (Verona) il 31 maggio 1944, professore ordinario dal 1981, Tosi ha coperto fino al 1994 la cattedra di Preistoria e protostoria dell’Asia presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, dal 1994, la cattedra di Paletnologia presso la Scuola di Conservazione dei Beni culturali dell’università di Bologna. La sua principale specialità sono stati i processi formativi delle società complesse e lo sviluppo della ricerca archeologica per la definizione di tali processi. Dal 1967 ha diretto progetti di ricerca sul campo per l’Isiao (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente), spesso in collaborazione con numerosi istituti europei ed americani in Iran, Oman, Pakistan, Turkmenistan, Yemen e nelle regioni asiatiche della Federazione Russa.

Un giovane Maurizio Tosi nel deserto del Sistan in Iran dove ha scoperto Shahr-e Sokhta

Un giovane Maurizio Tosi nel deserto del Sistan in Iran dove ha scoperto Shahr-e Sokhta

Il primo scavo sistematico di Shahr-e Sokhta fu diretto da Maurizio Tosi (Ismeo) dal 1967

Il primo scavo sistematico di Shahr-e Sokhta fu diretto da Maurizio Tosi (Ismeo) dal 1967

Proprio in Iran ha legato il suo nome a una delle scoperte più importanti del Novecento: Shahr-e Sohkta (la “Città Bruciata”), uno dei siti più imponenti del mondo riconosciuto il 22 giugno 2014 come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Era il 1967 quando Tosi, 23 enne, arrivò in Iran per dirigere uno scavo nella regione del Sistan, nel sud-est dell’Iran, che sulla carta non dava garanzie di successo. Non a caso, secondo la vulgata popolare, quella missione sarebbe stata affidata proprio a lui: in caso di insuccesso, la figuraccia meglio lasciarla fare al giovane piuttosto che a qualche luminare dell’archeologia. Tosi fu premiato. Fu allora che scoprì appunto Shahr-e Sokhta, realizzata da una civiltà misteriosa e incredibile tra il 3200 e il 1800 a.C. Ed è in Iran che Tosi, uomo robusto e tenace, si guadagnò il soprannome di “Rostam”, eroe della mitologia persiana dalla forza erculea e protagonista del poema Shahnamé (Libro dei Re) di Ferdowsì.  Del resto c’era più di una ragione per questo “appellativo”: gli scavi di Shahr-e Sokhta si conducevano nella regione del Sistan iraniano, la stessa che secondo la mitologia era governata da Rostam: “Rostam era re del Sistan, il professor Tosi lo era in un altro senso per il suo lavoro”. Come nel caso di pochi, la comunità scientifico-accademica iraniana ha proclamato un vero e proprio lutto dopo aver appreso della morte dell’amato archeologo italiano. Messaggi di cordoglio sulla rete e soprattutto da parte di chi lo conosceva, aveva lavorato con lui o dagli ambienti accademici.

Sebastiano Tusa, responsabile della soprintedenza del Mare

Sebastiano Tusa, responsabile della soprintedenza del Mare

Intenso, in rete, il ricordo che Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, ha affidato al sito della sua soprintendenza. “I ricordi si accavallano nella mente – scrive – raggiungendo in breve dimensioni immense sovrastando la capacità di contenerli e viverli tutti nella loro dimensione temporale reale. E’ ciò che ho provato apprendendo della scomparsa di Maurizio Tosi. I pensieri e i ricordi si affastellavano rapidi e intensi così come avveniva durante i nostri colloqui. La sua enorme capacità progettuale innestata in un’intelligenza fuori del normale e in un’altrettanta immensa cultura rendeva ogni incontro una fucina di progetti, idee e teorie assolutamente originali e innovative. Questo era per me Maurizio. Un’incredibile e unica fonte di stimoli, idee che ti facevano oltrepassare ogni limite proiettandoti in dimensioni teoriche cognitive del tutto nuove. Tracciarne in poche righe le caratteristiche e la dimensione scientifica è pressoché impossibile data la grande ricchezza delle sue conoscenze che spaziavano dalla preistoria nord-americana a quella vicino e medio-orientale e mediterranea con approfondite puntate anche nel mondo classico e medievale euroasiatico. Spaziava da una conoscenza approfondita della storia dalle origini fino al contemporaneo a una puntuale capacità di collegare ed interpretare ogni fatto storico alla luce di molteplici chiavi di lettura politico – filosofiche. Generoso nell’offrire la sua scienza agli altri, quanto burbero e ostile verso la banalità e la superficialità. Personalmente, come ho sempre affermato, devo alla sua frequentazione e ai suoi insegnamenti gran parte della mia dimensione di archeologo. Devo a lui l’avermi dato gli strumenti per comprendere le civiltà orientali nella loro dimensione globale e, quindi, anche del presente. Infatti guardava e interpretava il passato apprezzando e conoscendo profondamente il presente che viveva da protagonista e da leader. Era, a mio avviso, proprio questa sua capacità di agganciare passato e presente in una dimensione interpretativa dialettica unitaria la sua più affascinante e originale qualità che difficilmente troviamo in noi archeologi molto spesso condizionati dai limiti del nostro campo di approfondimento professionale. È pleonastico dire che mancheranno le sue a volte aspre e pungenti critiche all’establishment accademico nazionale ed internazionale, mirate a creare condizioni di ricerca più consone alla realtà effettiva di un’archeologia moderna, multidisciplinare e realmente interpretativa e non descrittiva”.

L'archeologo Maurizio Tosi

L’archeologo Maurizio Tosi

Maurizio Tosi è stato anche co-direttore di un programma di ricerca internazionale mirato allo studio dell’origine della navigazione e del commercio di lunga distanza nell’Oceano Indiano. Studioso di paleoeconomia e dell’organizzazione sociale dei popoli asiatici nella preistoria, il professore Tosi ha indirizzato dal 1985 gran parte delle sue attività allo studio del rapporto tra popolazione e risorse nella ricostruzione sistematica dei paesaggi antichi.

L’arte violata della Mesopotamia: grido di dolore lanciato dal prof. Brusasco dalla platea di TourismA 2017. Le immagini e le cronache delle distruzioni

Il prof. Paolo Brusasco al palacongressi di Firenze per TourismA 2017

Il prof. Paolo Brusasco al palacongressi di Firenze per TourismA 2017

i bulldozer dei miliziani dell'Isis si accaniscono contro le mura di Ninive

i bulldozer dei miliziani dell’Isis si accaniscono contro le mura di Ninive

Più che un drammatico resoconto è un grido di dolore quello che Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Storia del Vicino Oriente Antico all’università di Genova, ha lanciato dal Palacongressi di Firenze per TourismA 2017, il salone internazionale dell’Archeologia, parlando de “L’arte violata della Mesopotamia: estinzione del patrimonio e orizzonti di rinascita”. Se osserviamo bene i danni provocati dall’Isis, ha esordito Brusasco, “si capisce subito che quello in atto è prima di tutto una guerra tra islamici: in questi mesi sono stati attaccati monumenti sufi, sciiti e anche sunniti, perché dedicati a personaggi e profeti islamici. Per i miliziani dell’Isis la distruzione delle moschee funerarie è un atto dovuto, anche se in verità nel Corano non si fa mai menzione di questo fatto. Basta leggere la sura XXII, 40:  “a coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro case, solo perché dicevano: “Allah è il nostro Signore”. Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato. Allah verrà in aiuto di coloro che sostengono [la Sua religione]. In verità, Allah è forte e possente”. Le distruzioni di Isis, quindi, sono in chiave politica, non religiosa”.

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un'idea della magnificenza della capitale assira

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Il mausoleo dell'imam Yahya a Mosul prima della distruzione

Il mausoleo dell’imam Yahya a Mosul prima della distruzione

L’esempio più eclatante presentato da Brusasco è quello di Mosul, l’antica Ninive, una delle principali città dell’Iraq, che fino all’avvento di Isis era un simbolo vivente dell’integrazione multietnica. “Poteva vantare tre moschee del venerdì e 30 diverse chiese cristiane. Mosul fu luogo di pellegrinaggio tanto per i cristiani quanto per i musulmani, per i sepolcri di due santi uomini: il Nabī Yūnis, mausoleo del profeta Giona, sul sito di un convento cristiano, probabilmente ricostruito nel sec. X e poi ampliato e rimaneggiato, e il Nabī Girgīs, sepolcro del patrono di Mosul, S. Giorgio, da tutti venerato. Anche questo santuario con parti antiche, che rivelano la pianta di una chiesa. L’ambiente a cupola, posto innanzi al sepolcro stesso, è orientato verso la Mecca, in contrasto con una adiacente sala a pilastri. L’odierno fabbricato può risalire alla metà circa del sec. XII, ma ha aggiunte più tarde. “Uno dei simboli di Mosul era il mausoleo dell’Imām Yāḥyā (1240) con ricca decorazione a mattoni e zoccolo in alabastro arabescato: è stato distrutto per far posto a un cantiere, probabilmente per abitazioni civili.  Le cosiddette Terre di Ninive sono state liberate nel gennaio 2017: è stata fatta subito una ricognizione nei villaggi cristiani e si è trovata una grande distruzione. Ma c’è una speranza: le macerie sono rimaste in situ per cui qualcosa si potrà ricostruire”.

La collina del profeta Giona (tell Nabi Younis) con la moschea prima e dopo il passaggio dell'Isis

La collina del profeta Giona (tell Nabi Younis) con la moschea prima e dopo il passaggio dell’Isis

L’elenco delle distruzioni è lungo. A Qaraqosh non è rimasto molto di quello che era il punto di riferimento dei cristiani iracheni. Le case sono state sventrate e le chiese bruciate. Non c’è energia elettrica né acqua. È impossibile viverci. Qaraqosh, la città cristiana più importante dell’Iraq, contava più di sessantamila abitanti, ora è una città fantasma. È stata occupata per due anni dalle bandiere nere dell’Isis. Nominata capoluogo dello Stato islamico per la Piana di Ninive, è stata liberata a fine ottobre 2016. Tra i monasteri distrutti c’è quello di Bar Behman: sfregiati i rilievi, salvati 400 codici miniati del XII-XX sec. “I miliziani hanno divelto e rimosso le croci dalla facciata dell’edificio, hanno gettato a terra le campane gettate a terra, profanato le tombe, usato le celle dei monaci e i cortili interni come stanze di tortura, prigioni e centri di assembramento e smistamento”. E poi c’è lo sfregio della moschea del profeta Giona (tell Nabi Younis) distrutta insieme alla collina ricca di testimonianze assire. “Erano dentro alla sacra moschea del profeta Younis a pregare nella grande città irachena di Mosul”, raccontano le cronache. “Quando un gruppo di uomini armati ha costretto i fedeli a uscire, a disporsi a poche centinaia di metri dal luogo di culto e ad assistere alla distruzione della “casa” del profeta Giona. È accaduto giovedì 24 luglio 2014 e sono gli stessi cittadini a raccontarlo. Secondo i miliziani dell’isis, che controllano dal mese scorso Mosul, responsabili dell’esplosione, la moschea era ormai diventata in una meta di apostasia, non di preghiera”.

La monumentale porta di Nergal dell'antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

La monumentale porta di Nergal dell’antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

La pianta del sito archeologico dell'antica Ninive

La pianta del sito archeologico dell’antica Ninive

Ninive è stata liberata il 17 gennaio 2017. È la più nota delle capitali assire. Il sito su cui fu costruita la città fu abitato fin da epoca antichissima. La ricerca della città, motivata in buona misura dalle citazioni bibliche, fu tra le prime indagini archeologiche svolta sul campo in Mesopotamia. Visto che in tempi moderni, pur trovandosi vicino alla città di Mossul, vi sorgeva solo un modesto villaggio e che buona parte dei resti archeologici erano sepolti, la sua identificazione non fu immediata. Malgrado la quantità minima di resti archeologici visibili e la desolazione dell’area risultasse poco invitante e promettente, Kuyunjik fu scavato già agli inizi del decennio 1840-50 dal console francese Paul Èmile Botta, che aveva letto i resoconti precedenti. Proprio il 1842, con lo scavo della collina di Qalat Nunya, segna la nascita dell’archeologia assira. Bottà però abbandonò la zona nel 1843 a favore di Khorsabad, circa 20 km più a nord. Il ritrovamento del palazzo di Sargon II gli fece proclamare di avervi trovato la biblica Ninive. Gli scavi di Austen Henry Layard presso il tell, iniziati nel 1849, ebbero invece maggior successo, malgrado i mezzi economici inferiori. Botta e Layard (che in precedenza aveva operato a Nimrud,  la biblica Calah, da lui presa a sua volta per Ninive), erano buoni amici e si erano scambiati reciprocamente informazioni. La pervicacia di Layard permise di scoprire i resti della vera cittadella assira, che giacevano sepolti sotto oltre 6 metri di sedimenti abitativi di epoche successive. Vennero così alla luce i palazzi di Sennacherib e di Assurbanipal, ricchi di rilievi (ortostati) in gran parte asportati e finiti nei grandi musei europei.

 

La monumentale di Mashki che si apriva nelle mura dell'antica Ninive prima della distruzione

La monumentale di Mashki che si apriva nelle mura dell’antica Ninive prima della distruzione

Un ammasso di macerie è quanto rimane della monumentale porta di Mashki di Ninive, distrutta dall'Isis

Un ammasso di macerie è quanto rimane della monumentale porta di Mashki di Ninive, distrutta dall’Isis

Tra il 2015 e il 2016 sono state saccheggiate da parte dei miliziani dell’Isis l’acropoli e le fortificazioni dell’antica Ninive. Da immagini satellitari, è stata rilevata la presenza di tunnel di scavi clandestini. Spianata la suite del trono del palazzo di Sennacherib, un vero museo a cielo aperto, e distrutte a più riprese le grandi mura di Ninive in mattoni crudi. Era stato proprio il prof. Brusasco a lanciare l’allarme attraverso la pagina Fb di Archeologia Viva (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/22/iraq-i-miliziani-hanno-distrutto-le-porte-dellantica-ninive-lallarme-del-prof-brusasco-era-fondato-le-prime-immagini-della-devastazione-sulla-pagina-fb-di-archeologia-viva/): le mura si sviluppavano per 12 chilometri, erano alte dieci metri e contornate da merlature. Le grandi porte si ergevano per 25 metri di altezza. La porta di Nergel è stata distrutta nel gennaio 2015, e nel febbraio 2016 le altre due porte monumentali, quella di Mashki e quella di Adad. Il “bollettino di guerra” di Brusasco ha ammutolito la platea di TourismA: “C’è stato poi lo scempio del museo di Mosul con la devastazione della galleria di Hatra: distrutti 26 originali e 4 copie (diversamente da quanto assicurato nei giorni immediatamente successivi al saccheggio). Razziati anche i cataloghi cartacei. E poiché non ci sono quelli digitali, ora è molto difficile dire cosa c’era e non c’era. Per quanto riguarda la galleria assira, per la quale sto collaborando all’inventariazione, sono stati danneggiati 36 pezzi originali  e 2 copie”. Brusasco conclude con un invito e un appello: “Diamo voce agli iracheni, come lo sceicco Abdullah Saleh che ha detto: Nimrud è stato distrutto per distruggere l’Iraq di ieri, oggi e domani. Sono stati salvati i pozzi petroliferi, non la nostra storia. Perciò mi appello al Governo italiano perché mandi i nostri carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale a preservare Ninive liberata”.