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Nella Palestra Grande agli scavi la mostra “Pompei e gli Etruschi”: 800 reperti provenienti da musei italiani e europei. 1^ parte: excursus sulle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019

Da sinistra, Paolo Giulierini, Massimo Osanna e Stéphane Verger (foto Graziano Tavan)

Ancora pochi giorni e il lungo ponte tra Pasqua e il 1° maggio volga al termine. E col periodo festivo finisce anche la grande mostra “Pompei e gli Etruschi” aperta alla Palestra Grande degli scavi di Pompei, fino al 2 maggio 2019. Chi ha tempo ne approfitti. A cura del già direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, la mostra è promossa dal parco archeologico di Pompei, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Polo museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, questa nuova esposizione affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

Offerte dal santuario extraurbano di Fondo Iozzino a Pompei (foto Graziano Tavan)

Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”.); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina). Le dinamiche degli incontri di culture, le integrazioni tra gruppi sociali, lo spazio mediterraneo come luogo e teatro di culture fluide e identità recintate costituiscono il filo conduttore delle mostre della Palestra Grande di Pompei, a partire da quelle che hanno riguardato l’Egitto, la Grecia e ora l’Etruria.

Vasetti dal tempio di Apollo di Pompei (foto Graziano Tavan)

Piccola visita guidata per chi non può visitare la mostra (Sala introduttiva) Siamo intorno al 600 a.C. “I primi secoli della storia di Pompei sono poco noti”, spiegano i curatori, “perché gli strati più antichi della città sono stati ricoperti e in gran parte distrutti dalla città sannita dei secoli III e II a.C. e da quella romana sepolta nel 79 d.C. Oggi si ritiene unanimemente che quella prima città, il cui nome è ignoto, sia stata fondata intorno al 600 a.C. da alcuni Etruschi giunti dall’Etruria interna (la regione situata a nord di Roma, tra la costa tirrenica e i fiumi Tevere e Arno). In precedenza anche altri Etruschi si erano stabiliti in Campania. Già 300 anni prima, durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi giunti dall’Etruria meridionale avevano fondato due importanti città nelle zone agricole più ricche della regione: Capua nella pianura campana e Pontecagnano nella piana del Sele”. All’epoca la Campania era occupata da popolazioni locali italiche, che coabitarono con i nuovi arrivati. Non formavano un’entità etnica omogenea, ma erano divise in piccole comunità che coltivavano le pianure intorno al Vesuvio e le prime alture dell’entroterra. La regione era idealmente situata sugli itinerari marittimi lungo la costa tirrenica. Per questo motivo, i Greci giunti nella seconda metà dell’VIII secolo dall’isola di Eubea, a Nord di Atene, fondarono la colonia di Pithecusae sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei. Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era quindi occupata da un insieme di comunità che si differenziavano dal punto di vista etnico e culturale. Vi si parlava una moltitudine di lingue suddivise in tre grandi gruppi: una lingua locale italica, l’osco, e due lingue straniere, l’etrusco e il greco. Le relazioni che queste comunità intrattenevano tra loro favorirono rapidamente la formazione di culture ibride e di lingue diversificate, ma furono anche all’origine di incessanti conflitti armati provocati dalla esasperata rivalità per il possesso della terra e il controllo del mare.

Ruota in legno dal sito dell’età del Ferro di Longola di Poggiomarino (foto Graziano Tavan)

Gli Etruschi in Campania prima di Pompei: c. 900 – c. 750 a.C. (Sala 1) Nell’Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) la Campania era una regione ricca e produttiva. L’insediamento indigeno di Longola, nella valle del Sarno, che prosperava grazie ad abbondanti risorse agricole (comprese quelle vinicole) e alla pastorizia, sviluppò quindi anche un’attività artigianale diversificata: lavorazioni in legno e in osso, metallurgia del bronzo e intaglio dell’ambra importata dal Nord Europa. Il villaggio era in contatto con le comunità etrusche e greche stabilitesi nella pianura campana e intratteneva relazioni di scambio anche con regioni più lontane, come l’Italia del sud e la costa adriatica. Vi si praticavano riti religiosi in ambito domestico, come attestano i numerosi vasi in miniatura e le figurine in terracotta e bronzo. Intorno al 900 a.C., i primi etruschi si stabilirono nella pianura campana e nella piana del Sele mentre altri gruppi villanoviani fondavano Felsina (Bologna). In entrambi i casi si può senz’altro parlare di una vera e propria colonizzazione per appropriazione delle terre in aree particolarmente fertili. Le prime urne cinerarie villanoviane rappresentano infatti i defunti come guerrieri muniti di elmo e armati.

Bruciaprofumi in bronzo dalla tomba 74 di Montevetrano di Pontecagnano (foto Graziano Tavan)

La Campania si apre sul Mediterraneo: c. 750 – c. 700 a.C. (Sala 2) Nella seconda metà dell’VIII secolo la Campania si aprì verso il Mediterraneo. Le sepolture più importanti riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche altri realizzati a nord delle Alpi, sardi, indigeni dell’Italia del sud, fenici e provenienti dal Vicino Oriente. Il numero maggiore di manufatti importati si concentrava nelle preziose parure e nel servizio da banchetto. Come in Etruria, le donne aristocratiche svolgevano un ruolo importante nella gestione delle risorse economiche della casa, nella produzione tessile e nell’adozione di modelli ideologici stranieri. La tomba 74 di Montevetrano, vicino a Pontecagnano, è una delle migliori rappresentazioni delle diverse trasformazioni storiche in atto.

Calderone in bronzo dalla tomba Artiaco 104 di Cuma (foto Graziano Tavan)

Il tempo dei principi tirrenici cosmopoliti: c. 700 – c. 630 a.C. (Sala 3) Intorno al 700 a.C., all’inizio dell’epoca detta “orientalizzante”, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da grandi famiglie aristocratiche i cui membri più importanti venivano sepolti in sfarzose tombe principesche, secondo una moda che si era affermata tanto in Etruria (da Vetulonia a Nord, fino a Cerveteri a Sud) quanto in Lazio (a Praeneste) e in Campania (dall’insediamento greco di Cuma alla città etrusca di Pontecagnano). In questo contesto principesco tirrenico orientalizzante, il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma occupa un posto a parte. I suoi resti incinerati sono stati deposti in un calderone in argento, come quelli degli eroi dell’Iliade di Omero: mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale.

Brocca greca di produzione cumana con raffigurazioni di pesci dalla tomba 592 di San Valentino Torio a Sarno (foto Graziano Tavan)

La Campania, una tappa sulle rotte del commercio arcaico: VII-VI secolo a.C. (Sala 4) Nel VII secolo a.C. la domanda crescente di vino, olio e prodotti di lusso da parte delle élite occidentali provocò uno sviluppo del commercio marittimo che perciò si estese a tutto il Mediterraneo. Si moltiplicarono anche i relitti, come quello dell’imbarcazione commerciale dell’Isola del Giglio al largo della Toscana che, provenendo forse dalla costa occidentale dell’Asia Minore, aveva lambito la Campania e da lì avrebbe dovuto raggiungere Massalia (Marsiglia) se non fosse colata a picco prima di lasciare le coste dell’Etruria. In quell’epoca la costa campana si riempì di insediamenti che si trovavano lungo i nuovi itinerari marittimi e prendevano parte al commercio del vino. Sull’isola di Ischia, nel villaggio di Punta Chiarito, si coltivava la vite. Qui arrivavano i prodotti provenienti dalla Grecia, dalla Campania e dall’Etruria in senso stretto.

Olla con protomi di ariete dalla tomba 312 delle necropoli Formaci a Capua (foto Graziano Tavan)

Dalle vecchie famiglie principesche alle nove élite urbane e rurali: c. 630 – c. 550 a.C. (Sala 5) Verso la fine del VII secolo a.C., le poche grandi famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire secondo i rituali eroici greci e principeschi etruschi. Ma quest’epoca vide prosperare soprattutto un’élite media, che si sviluppò tanto nei grandi centri urbani etruschi come Capua e Pontecagnano quanto nei centri secondari etruschi e italici, come Cales nel nord della Campania o Stabia nella valle del Sarno. La trasformazione sociale e politica favorì lo sviluppo di botteghe che realizzavano in serie ceramiche di qualità ordinaria: il bucchero nero etrusco e la ceramica etrusco-corinzia, imitata a partire dalle produzioni greche da artigiani etruschi di Vulci e Cerveteri stabilitisi nelle città della Campania. Anche i vasi in metallo del banchetto erano produzioni di serie importate da Orvieto, nell’Etruria interna.

Belmonte Piceno (con i piceni), Vetulonia di Castiglione della Pescaia (con gli etruschi), Verucchio (con i villanoviani), Concordia Sagittaria (con i romani): quattro Comuni con altrettanti musei civici Archeologici e altrettanti popoli antichi uniti idealmente dall’ambra “lacrima degli dei”, e ora legati dal “Patto di amicizia tra musei Archeologici” per la loro promozione. La presentazione al grande pubblico a TourismA 2018

Gli amministratori dei Comuni di Belmonte Piceno, Castiglione della Pescaia, Verucchio e Concordia Sagittaria il giorno della firma del “Patto di amicizia tra musei Archeologici”

Piceni, etruschi, villanoviani e romani legati da un “patto” speciale. Ma non ha nulla a che fare con la loro cronologia e la loro storia. Il patto riguarda le loro “case”, cioè i musei dove le loro testimonianze sono conservate. A Belmonte Piceno, in provincia di Fermo, c’è il museo Archeologico comunale. Vetulonia, nel Comune di Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, ospita il museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”. A Verucchio, in provincia di Rimini, si può visitare il museo civico Archeologico. Infine Concordia Sagittaria, in provincia di Venezia, ha allestito il museo civico Archeologico. Quattro musei sparsi sul territorio italiano ma accomunati dalla celebre e preziosa “lacrima degli dei”: l’ambra. Le quattro amministrazioni comunali con le rispettive direzioni dei locali musei archeologici hanno siglato il “Patto di amicizia tra musei Archeologici”. La firma il 12 novembre 2017 a Belmonte Piceno, la presentazione al grande pubblico a Tourisna 2018, il salone dell’archeologia e del turismo culturale tenutosi in febbraio a Firenze, dove tutti e quattro i musei insieme hanno avuto un’occasione speciale per la loro promozione, e raccontarsi con stand, laboratori e incontri di approfondimento su temi comuni. A Belmonte Piceno, in occasione della firma del patto, sono intervenuti Simona Rafanelli, direttrice del museo di Vetulonia; Susanna Lorenzini e Walter Massetti, assessori di Castiglione della Pescaia; Elena Rodriguez, direttrice del museo di Verucchio; Stefania Sabba, sindaco di Verucchio; Pierluigi Cellarosi, presidente Civia di San Marino; l’antropologo fermano Giacomo Recchioni, l’archeologo Joachim Weidig e Isabella Capella. “Abbiamo instaurato un importante rapporto di cooperazione con questi musei”, spiega l’assessore alla Cultura di Castiglione della Pescaia, Susanna Lorenzini, “che porterà a una sicura crescita culturale ed economica e ci permetterà di promuovere quanto abbiamo a livello culturale su Vetulonia e nel resto territorio comunale. Le nostre attività e il patrimonio archeologico, saranno ben presentati in importanti spazi espositivi di queste prestigiose strutture”. E l’assessore Walter Massetti, delegato alla valorizzazione delle aree archeologiche: “Come amministrazioni pubbliche con questo accordo ci siamo impegnati a favorire le rispettive iniziative culturali e turistiche. Per quanto ci riguarda stiamo già lavorando assieme alla direttrice Simona Rafanelli per stilare un calendario di proposte comuni. Pensiamo all’organizzazione di conferenze su temi di reciproco interesse, a scambiare e pubblicizzare le nostre pubblicazioni, a dare vita a manifestazioni popolari dove far conoscere le tradizioni storiche e i nostri reperti con degli appositi progetti educativi e formativi”. Questo gemellaggio così esteso, sottolinea il sindaco di Verucchio, Stefania Sabba, forse l’unico in Italia che lega quattro musei di quattro Regioni diverse, ha come filo conduttore l’ambra, e visitandoli se ne esplora la provenienza, la lavorazione e l’uso nel corso dell’epoca antica: “La finalità di questo patto è la valorizzazione e la promozione congiunta dei rispettivi patrimoni storico-archeologici dei musei coinvolti. Si tratta di ricchezze culturali importantissime che raccontano la storia, raccontano le radici delle nostre comunità e rappresentano un motore eccezionale per quel turismo culturale negli ultimi tempi sempre più richiesto e sul quale il nostro territorio vuole crescere”. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste quattro realtà museali.

Reperti e logo del museo civico Archeologico di Belmonte Piceno

Sala espositive del museo Archeologico di Belmonte Piceno

La famosa “stele di Belmonte”

I Piceni del museo Archeologico comunale di Belmonte Piceno. La mostra permanente del museo Archeologico comunale, inaugurata il 4 ottobre 2015 – come si legge sul sito del museo -, racconta la tortuosa storia dei reperti della necropoli attraverso documenti storici d’archivio e fotografie d’epoca, accompagnati da un inquadramento scientifico moderno che mette in rilievo le particolarità dei ritrovamenti belmontesi. Vengono presentati per la prima volta dopo il bombardamento del museo Archeologico di Ancona e la successiva dispersione, gli oggetti ritrovati durante le ricerche archeologiche nei depositi della soprintendenza. Sono state effettuate una nuova trascrizione e una rilettura della famosa stele con iscrizione in lingua sabellica o sudpicena da Belmonte, di cui è esposto il calco storico già utilizzato nell’esposizione di Dall’Osso ad Ancona. Sono esposti straordinari e unici reperti come i “torques” con teste umane stilizzate e a pigna, cavalieri su anse d’impasto, elmi piceni e greci, vasi di bronzo greci, etruschi e umbro-piceni, morsi equini, diverse fibule tra cui anche alcune con grandi nuclei d’ambra, un nettaunghie con raffigurazioni di animali fantastici, amuleti, pettorali e pendagli che riflettono la grande fioritura del centro piceno più importante per la fase arcaica delle Marche meridionali (http://comunebelmontepiceno.it/c044008/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/22#). “Quello che in ambito storico-archeologico viene denominata civiltà Picena”, interviene Giorgio Postrioti, archeologo della soprintendenza delle Marche, “definisce in realtà un complesso di manifestazioni culturali fiorite tra il IX e il III sec. a.C. sul versante medio-adriatico della penisola. Belmonte Piceno è stato considerato nell’archeologia europea il sito più importante della cultura picena. La sua importanza rimane immensa tanto da rendere plausibile non tanto l’affermazione che non c’è Belmonte senza i Piceni, quanto piuttosto il contrario, che non ci sono Piceni senza Belmonte”.

Un elmo in bronzo esposto al museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

Orecchino d’oro dal museo di Vetulonia

La Domus dei Dolia nell’area archeologica Poggiarello Renzetti

Gli Etruschi del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia. Vatluna, oggi Vetulonia, fu una delle più potenti città stato dell’antica Etruria. Come ci ricorda il Portale ufficiale del turismo di Castiglione della Pescaia, il suo splendore, che raggiunse l’apice nel VII secolo a.C., è testimoniato dagli splendidi reperti rinvenuti a fine ‘800 nelle tombe principesche della vicina necropoli. Oggetti in oro, ambra, bronzo accompagnavano il defunto nel suo viaggio nell’aldilà assicurandogli la presenza di quegli stessi simboli di potere e raffinatezza, di bellezza e agio che avevano contraddistinto la sua vita. Quei favolosi reperti si presentarono in tutto il loro splendore ad Isidoro Falchi, il medico-archeologo che per primo condusse le campagne di scavo e al quale è intitolato il museo che testimonia la ricca civiltà che in questo territorio ha lasciato il suo segno.
In un percorso agevole il visitatore potrà ricostruire la storia dell’antica Vatluna a partire dalle origini (IX sec.a.C.) all’epoca della conquista romana (III-I sec. a.C.). Particolarmente mirabili sono i corredi funerari della fase Orientalizzante (VII sec. a.C.), il periodo di massima floridezza della storia del sito, tra cui spiccano gioielli in oro lavorati nella raffinatissima tecnica etrusca del pulviscolo, i morsi equini in bronzo, ceramiche di imitazione corinzia, i bronzi sontuosi, un ampio scudo ornato con file di animali a sbalzo, uova di struzzo istoriate: reperti rinvenuti nelle tombe delle vicine necropoli che testimoniano, accanto all’elevato status sociale, l’alto livello di ricchezza e di prestigio raggiunto dai Principes di Vetulonia. I caratteristici cinerari biconici e a capanna risalgono alla prima età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) come anche altri oggetti di uso quotidiano come armi, fibule e rasoi, “ciambelle” per la toeletta e “reggivasi” per il banchetto. Degni di nota anche l’alfabetario ellenistico inciso su lastra di pietra dalla necropoli delle Dupiane; la stele di Auvile Feluske, segnacolo funerario in pietra ornato da figura di guerriero e da lunga iscrizione incisa; le lastre in terracotta ad altorilievo che decoravano gli architravi della domus di Medea nel quartiere ellenistico-romano di Poggiarello Renzetti, il sito visitabile alle porte del paese (http://www.turismocastiglionedellapescaia.it/museo-archeologico-isidoro-falchi/) . “L’eccezionalità dei dati architettonici forniti dallo scavo della domus dei Dolia”, interviene il sindaco di Castiglione della Pescaia, Giancarlo Farnetani, “ha offerto l’opportunità di dare un volto totalmente attendibile alla città negli ultimi secoli della sua storia, in termini planimetria, elementi strutturali e decorativi, di funzionalità e decorazione dei vani di una casa pertinente al ceto medio-alto della società e, non ultimo, nei termini degli alimenti conservati all’interno dei grandi contenitori, i dolia, custoditi all’interno della casa. Ma lo scavo della domus dei Dolia rappresenta solo il primo gradino di un lungo e complesso percorso che mira a riportare alla luce l’intero quartiere urbano di Poggiarello Renzetti, con le sue case, le sue strade, le sue botteghe artigiane, con le sue piazze per gli uomini e i suoi templi per le divinità. Un quartiere crollato e rimasto sepolto, con le sue pietre e i suoi mattoni di argilla, sotto pochi metri di terra da oltre duemila anni; un tesoro imprigionato nel silenzio, che nessuno ha più sfiorato e che chiede, novella Persefone, di tornare in superficie per raccontare la sua lunga e affascinante storia”.

La “tomba del trono” tra le star del museo civico Archeologico di Verucchio

Gioielli conservati al museo di Verucchio

I Villanoviani del museo civico Archeologico di Verucchio.  Il convento di Sant’Agostino ospita il museo Archeologico villanoviano inaugurato nel 1985 ospitando, in un primo allestimento, i reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati da Gino Vinicio Gentili nella necropoli di podere Moroni. Un ulteriore slancio alle iniziative di ricerca ed espositive del Museo è stato operato dalla Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Comune di Verucchio e del Gruppo SCM di Rimini. Dal 15 luglio 1995 il museo ospita un nuovo allestimento che si articola fra il piano terra e parte del piano seminterrato, secondo un percorso cronologico-tematico. Come si legge sul sito della soprintendenza, i rinvenimenti archeologici dell’entroterra riminese documentano una delle realtà archeologiche più significative della protostoria italiana: uno dei “poli” della cultura villanoviana, nota dal IX secolo a.C. oltre che nell’Etruria propria, anche in Campania, a Fermo nelle Marche e a Bologna. I due grandi centri di Bologna e Verucchio, che come Fermo, ebbero intensi rapporti con diverse zone dell’Italia centrale tirrenica, svolsero certamente una importante funzione nel collegamento dell’Etruria con l’Europa Centrale, attraverso la Pianura Padana e l’Adriatico. Il sistema economico da cui Verucchio trae i motivi della sua fioritura sembra rispondere ad equilibri diversi da quelli bolognesi; si può pensare al ruolo particolare svolto nella distribuzione e certamente anche nella lavorazione di oggetti d’ambra, all’importanza che sembra avere la produzione di tessuti e al probabile ruolo di controllo del territorio e delle vie di transito. Il museo illustra, in un percorso cronologico, la comunità villanoviana locale tra il IX e il VII sec a. C., partendo dai dati restituiti dalle ricchissime necropoli rinvenute. La disposizione dei corredi funebri e la loro interpretazione permette una ricostruzione della società e dei contesti economici legati in maniera molto stretta al commercio e al mercato dell’ambra del Baltico, a quei tempi materia prima di valore molto elevato. Il corredo funebre comprendeva l’urna cineraria, elementi dell’abbigliamento, vasellame da banchetto, arredi, elementi di carri e bardature nelle tombe maschili e femminili; armi offensive e difensive per caratterizzare i defunti come guerrieri; strumenti da filatura e tessitura e gioielli nelle sepolture femminili. Alcuni di questi oggetti sono realizzati in materiali che difficilmente si conservano: mantelli e tessuti in lana, resti dei cibi, e mobili in legno come tavolini e troni (http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/rn_verucchio/index.htm).

Una sala espositiva del nuovo museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria

La cattedrale e l’area archeologica di Concordia Sagittaria

I Romani del museo civico Archeologico di Concordia Sagittaria. L’attuale nome del Comune risale all’Ottocento per la presenza – ricordata dalle fonti antiche – di una fabbrica d’armi, in particolare punte di freccia (sagittae). La città romana di Julia Concordia, fondata probabilmente su un insediamento preesistente, acquistò dignità di municipium intorno alla metà del I sec. a.C., con un porto fluviale raggiungibile via mare anche attraverso le paludi. Come si legge sul sito del Mibact, nel 1987, l’amministrazione comunale in accordo con la soprintendenza aveva istituito un museo civico, una sorta di piccolo Antiquario, allestito al piano terra dell’edificio che ospitava la biblioteca; il percorso espositivo aveva lo scopo di creare un “museo transitorio”, in attesa della realizzazione di un grande museo, per valorizzare le testimonianze archeologiche di cui è ancora ricca Concordia. Il materiale esposto, proveniente dagli scavi più recenti, era stato articolato in sezioni tematiche: elementi pertinenti alle necropoli, la “città dei morti”, si giustapponevano a quelli della “città dei vivi”, manufatti che fungevano da richiamo alla vita dell’abitato. Il restauro dello storico palazzo del XVI secolo dove ha sede il municipio di Concordia ha consentito nel 2007 una nuova esposizione di materiali che illustrano la storia della colonia romana e le vicende che portarono alla sua riscoperta. La realtà espositiva del museo civico Archeologico costituisce il capolinea dei percorsi archeologici che si snodano nella città. La destinazione di edifici storici come sedi di musei è assai frequente nel nostro Paese; tuttavia, nel Municipio di Concordia l’allestimento dei reperti si somma a funzioni istituzionali, oltreché logistiche. Tale commistione di vita quotidiana e memoria trova ragione nella pratica del reimpiego di spolia del passato che in molte occasioni ha segnato la storia più recente di Concordia (e ora si spinge fino a prevedere che delle iscrizioni di epoca imperiale siano ospitate nella grande sala consiliare cinquecentesca) ed è espressione della volontà di rafforzare l’identità locale e di valorizzare il territorio condivisa da amministrazione pubblica e soprintendenza archeologica. Tra le opere di epoca romana, già nel Museo Civico, sono tornate nell’area della Basilica paleocristiana quelle che vi erano state trovate reimpiegate come materiale da costruzione, mentre al Municipio sono state destinate le altre, principalmente testimonianze dalle necropoli concordiesi con testi iscritti, evidenze della comunità organizzata che abitava la colonia. Infatti, tranne sotto la loggia e nella prima sala del Municipio, dove sono esposti materiali collegati simbolicamente alle aree toccate dai percorsi, è attraverso la parola incisa su iscrizioni, bolli d’anfora, fistole plumbee che si è recuperata la dimensione della società antica, di cui quei materiali sono espressione oltreché resti, confortati in ciò dalla storia degli studi che proprio con l’epigrafia visse a Concordia una fertile stagione nella seconda metà dell’Ottocento (http://www.allestimentimuseali.beniculturali.it/index.php?it/117/allestimenti-elenco-schede/27/concordia-sagittaria-ve-percorsi-archeologici-a-iulia-concordia-allestimento-del-municipio).

“… comunicare l’archeologia …”: il gruppo archeologico bolognese nel ciclo di incontri d’autunno illustra il territorio bolognese dai villanoviani agli etruschi, dal tardo impero al medioevo

Un basso rilievo del Ramayana: ne ha parlato Silvia Romagnoli al primo incontro del Gabo

Un basso rilievo del Ramayana: ne ha parlato Silvia Romagnoli al primo incontro del Gabo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Con il viaggio alla scoperta dei “Miti sulla pietra: il poema Ramayana in Indonesia” proposto dall’archeologa Silvia Romagnoli, martedì 18 ottobre 2016, è ufficialmente iniziato il tradizionale ciclo di conferenze del quarto trimestre 2016 “… comunicare l’archeologia …” promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese che quest’anno ha concentrato su Bologna e il suo territorio regionale il focus degli incontri: dai villanoviani agli etruschi, dai templari all’archeologia cristiana e medievale, con un excursus sull’alimentazione in età imperiale. Quindi, ancora una volta, un programma ricco in grado di interessare gli appassionati più esigenti, programma reso possibile grazie alle collaborazioni scientifiche che il Gabo ha attivato con il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena, l’università di Bologna, e il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Costituito nel 1991, il Gruppo Archeologico Bolognese conta tra i suoi iscritti insegnanti di scuole superiori, studenti universitari, archeologi e appassionati di vario tipo, accomunati dal medesimo interesse per la storia della cultura e dell’arte antica. In questi anni di attività, i soci del gruppo si sono occupati di organizzare cicli di lezioni, incontri e visite guidate che avessero come fine quello di supportare la conoscenza e la tutela del patrimonio archeologico, storico e artistico, locale e non solo. Anche quest’anno il centro sociale “G.Costa” in via Azzo Gardino 48 a Bologna ospiterà, salvo rare eccezioni, gli incontri, sempre alle 21, a ingresso libero. Vediamo il programma.

Lo scavo della chiesa di Sant'Agnese a Ravenna: ne parla Valentina Manzelli

Lo scavo della chiesa di Sant’Agnese a Ravenna: ne parla Valentina Manzelli

Martedì 25 ottobre 2016, Valentina Manzelli, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bologna, sezione Archeologia, propone “Alla ricerca della chiesa perduta. Sant’Agnese in piazza Kennedy a Ravenna”. Martedì 8 novembre 2016, ci sarà il primo incontro con gli archeologi del dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’università di Bologna. L’assegnista Stefano Santocchini Gerg parla di “Felsina Princeps Etruriae. Novità su Bologna villanoviana”. E il martedì successivo, 15 novembre 2016, nel secondo incontro con gli archeologi dell’ateneo felsineo, un altro assegnista, Andrea Gaucci, illustra “Kainua. La nuova fisionomia della città etrusca di Marzabotto tra recenti scoperte e innovazioni della ricerca archeologica”. Da non perdere martedì 22 novembre 2016 l’’intervento di Giampiero Bagni, storico alla Nottingham Trent University, su “I Templari a Bologna. Indagini e ricerche alla Magione Templare di Bologna”. Nel week end successivo (25-27 novembre) gli incontri si interrompono per lasciare spazio a “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico, di cui parleremo più avanti.

"Città cristiana, città di pietra", percorso storico-fotografico alle origini della Chiesa di Bologna

“Città cristiana, città di pietra”, percorso storico-fotografico alle origini della Chiesa di Bologna

Si riprende in dicembre con gli ultimi due incontri. Ma attenzione. Martedì 6 dicembre 2016 l’incontro è alle 18 e in un’altra sede: la Raccolta Lercaro di via Riva di Reno 57 a Bologna. Isabella Baldini, professore associato di Archeologia Cristiana e Medievale all’università di Bologna, farà scoprire un aspetto interessante e spesso poco conosciuto del capoluogo felsineo: “Città cristiana, città di pietra. Itinerario alle origini della chiesa di Bologna”. Al termine della conferenza sarà possibile la visita al percorso storico-fotografico “Città cristiana, città di pietra. Itinerario alle origini della chiesa di Bologna”. Ultimo incontro, martedì 13 dicembre 2016, prima della cena sociale del successivo martedì 20. Si torna al centro sociale “G.Costa” dove alle 21 Alessandro Degli Esposti, già professore di Letteratura latina e socio del Gabo, approfondirà “Il valore simbolico del cibo in età imperiale”.