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“Tutankhamon a Roma nel 2018”: Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico di Paestum ha annunciato un tour mondiale della maschera funeraria del famoso faraone prima che tutto il tesoro di Tut sia trasferito al Grand Egyptian Museum (Gem) in costruzione a Giza. Intanto nuovi studi: “Sotto la Sfinge non c’è nulla, altro che alieni!”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

paestum_borsa-turismo_bmtaLa maschera funeraria di Tutankhamon sarà esposta eccezionalmente a Roma nel giugno 2018. Non è una boutade. Ad annunciarlo ufficialmente in un incontro molto applaudito alla XIX Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum una fonte attendibile: l’ex segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità egizie, Zahi Hawass. Il “faraone” è tornato. E anche se oggi – dopo le alterne vicissitudini che lo hanno coinvolto direttamente dalla caduta del governo Mubarak – non riveste più un ruolo ufficiale (rimane comunque nella commissione governativa incaricata di far rientrare i tesori egizi dal mondo), rimane ancora l’egittologo egiziano più famoso lontano dal Nilo, sempre pronto a difendere e valorizzare il patrimonio artistico del suo Paese e, in definitiva, a promuovere l’Egitto. “La maschera è stata finalmente riportata al suo splendore da un nuovo recente restauro – spiega – e dalla fine del prossimo anno la porteremo in giro per il mondo, fino ad esporla a Roma. Vogliamo che i rapporti tra le nostre nazioni riprendano fortissimi come una volta. Dovete tornare in Egitto – esorta- abbiamo bisogno degli italiani per tenere vivi i nostri monumenti. Vi assicuro che ora il mio Paese è sicuro”. Se Hawass vede “l’operazione Tut” come già fatta, da parte delle autorità egiziane la prudenza è d’obbligo. Non solo non si sbilanciano sul tour della maschera di Tutankhamon e tanto meno sulle date, ma ricordano pure che al momento per legge la maschera d’oro è uno dei tesori inamovibili e che non possono andare all’estero. Vedremo.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

Ma come sarà allora possibile che uno dei tesori più famosi al mondo conservati nel museo Egizio del Cairo prenda la strada dell’estero? In realtà questa sarebbe una operazione di marketing abbastanza frequente quando i grandi musei si trovano costretti a fermare le visite del pubblico per impegnativi interventi di ristrutturazione o di riallestimento. Pensiamo alla “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer capolavoro-simbolo della Mauritshuis  dell’Aia, o, per restare in ambito egizio, la collezione del museo nazionale di Antichità di Leiden ancora in Olanda, che hanno girato il mondo mentre si restauravano le rispettive sedi museali. Anche la maschera funeraria di Tutankhamon potrebbe dunque diventare ambasciatore speciale e straordinario del tesoro del faraone bambino, ma non più come simbolo del museo Egizio del Cairo bensì del nuovo Grande museo Egizio del Cairo, il Gem (Grand Egyptian Museum), che sta sorgendo nella piana di Giza, all’ombra delle piramidi: più di una decina di anni fa, infatti, di fronte alla situazione oggettiva del museo di piazza Tahir, un palazzo neoclassico inaugurato nel 1902, sovraccaricato di mummie, statue e altri reperti (“Un magazzino”, bollato a Parigi), l’allora ministro della Cultura Farouk Hosny accarezzò l’idea di un nuovo museo Egizio, che ospitasse tutto il tesoro della tomba di Tutankhamon,  scoperta nel 1922, per ospitare il quale si individuò uno spazio nel museo Egizio del Cairo, che da allora fu costretto a “stringersi”, per conservare il prezioso tesoro: oggi custodisce 160mila pezzi, di cui esposti solo 60mila. Alla fine il Gem, su una superficie di 47 ettari, conterrà 100mila pezzi provenienti da 5 aree dell’Antico Regno, 4500 dei quali saranno l’intera collezione dei ritrovamenti di Tutankhamon. “La questione è che oggi la presentazione dei tesori del faraone Tut è giocoforza circoscritta a due gallerie in un’unica sala, troppo poco per un repertorio di quel livello”, dice Tarek Tawfik, direttore del progetto del nuovo Grand Egyptian Museum, che metterà in mostra gli oggetti con criterio tematico. “I reperti saranno presentati in modo tale che i visitatori abbiano idea dell’ambiente in cui sono stati trovati”.

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

Ma quando aprirà il Gem? In questi anni gli annunci della data di inaugurazione si sono sprecati, complicata anche dagli eventi politici che hanno coinvolto l’Egitto dal 2011. Per ora a Giza si può vedere una selva di gru che disturbano non poco lo skyline delle piramidi. Ma stavolta la data del 2018 sembrerebbe abbastanza plausibile. Non solo per l’annuncio di Zahi Hawass dalla platea della Bmta di Paestum, ma anche perché, come avrebbe confermato il ministro delle Antichità egizie Khaled El-Enany, sarebbe già iniziato lo spostamento del tesoro di Tutankhamon destinato a trasferirsi permanentemente al Gem di Giza dopo più di 80 anni di presenza al Cairo.

L'incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

L’incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

A Paestum non si è parlato solo di Tutankhamon. Spaziando a tutto campo, Zahai Hawass si è scagliato contro quei “musei che vendono antichità come quello di Toledo in Ohio e contro i folli dell’Isis che hanno l’obiettivo di rubare i nostri tesori per rivenderli. Chiunque compera opere rubate – stigmatizza – è un collaboratore dell’Isis. L’Unesco deve insegnare a chi lavora nei musei in Libia, Iraq e Siria come nascondere i propri tesori”.  Zahi Hawass ha poi raccontato come i comandanti dell’esercito siano intervenuti a preservare i tesori custoditi al museo Egizio del Cairo durante i due anni di crisi tra il 2010 e il 2011 (“Mille tombaroli hanno provato a depredare il museo”, ricorda), per poi illustrare come, per la prima volta, si stiano eseguendo le scansioni delle Piramidi grazie ai nuovi radar messi a disposizione per le ricerche del team scientifico tra Il Cairo, Alessandria e la Valle dei Re.  In quest’ultimo sito con tecniche progettate in Italia in collaborazione con l’università di Torino. “Forse già a dicembre riusciremo ad annunciare nuove grandi scoperte. Intanto posso confermare anche a voi che sotto la Sfinge non ci sono gli alieni”, ha scherzato, mostrando le immagini frutto di 32 perforazioni effettuate con le nuove tecniche che confermano come sotto la roccia non ci sia nulla.

Egitto. Dietro la tomba di Tutankhamon si cela la mummia della regina Nefertiti con i suoi tesori? La scoperta del secolo è rinviata. Richieste nuove scansioni col georadar. A maggio su Sky le immagini esclusive della National Geographic

Un tecnico in azione col radar nella tomba di Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Un tecnico in azione col radar nella tomba del faraone Tutankhamon nella valle dei Re in Egitto

Trovata la tomba della regina Nefertiti dietro la tomba di Tutankhamon? Per ora l’atteso annuncio della clamorosa scoperta previsto per aprile 2016 non è arrivato. Gli studiosi si sono presi dell’altro tempo per non commettere errori. Così le ricerche della tomba della regina Nefertiti continuano nelle camere “segrete” della camera mortuaria del faraone Tutankhamon nella Valle dei Re. Il nuovo ministro egiziano per le Antichità, Khaled El-Anani, annuncia che un team scientifico – sponsorizzato dalla National Geographic Society – ha realizzato oltre 40 nuove scansioni. Sono stati analizzati, in particolare, i muri della camera sepolcrale di Tutankhamon a cinque diverse altezze, utilizzando due antenne radar con frequenza 400 e 900 megahertz. Il ministro spiega che altre scansioni saranno realizzate alla fine di aprile e invita gli archeologi di tutto il mondo ad andare al Cairo per analizzare le scoperte. In ogni caso, Khaled El-Anani dichiara di non poter ancora parlare di risultati: sarà necessario attendere ancora un po’ in modo che i dati vengano analizzati dagli esperti in Egitto e negli Stati Uniti. Le telecamere di National Geographic Channel stanno intanto seguendo in esclusiva le ricerche che potrebbero portare a una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo. Il tutto sarà oggetto del documentario “Nefertiti: I misteri della Tomba”, in onda su National Geographic a maggio: per l’Italia sul canale 403 di Sky.

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

Il famoso busto della regina Nefertiti conservato al Neues Museum di Berlino

La prudenza ha preso il posto all’entusiasmo contagioso dello scorso novembre 2015: c’è una stanza segreta dietro la tomba del faraone Tutankhamon – si diceva – e subito il pensiero era corso alla regina Nefertiti che la tradizione vorrebbe sepolta vicino a Tut. “Le ricerche effettuate con l’uso di georadar nella tomba di Tutankhamon hanno dimostrato che dietro i muri nord e ovest si celano scoperte archeologiche, ne siamo sicuri al 90%”, aveva dichiarato l’allora ministro delle Antichità egiziano Mahmoud el Damaty, illustrando le ricerche portate avanti dall’egittologo britannico Nicholas Reeves. Il ministro el Damaty aveva precisato che i dato sarebbero stati studiati: “Ci sono alte probabilità che una camera possa esistere dietro i muri. Se prima pensavamo che ci fossero il 60% di possibilità che qualcosa si nascondesse dietro le mura ora, dopo la lettura iniziale delle scansioni, ne siamo convinti al 90%”. La teoria di Reeves è che il faraone Tut, morto giovane alla sola età di 19 anni, sia stato sepolto in tutta fretta in una tomba non costruita apposta per lui. Il luogo prescelto sarebbe stato appunto una camera mortuaria nella Valle dei Re, proprio accanto alla tomba di Nefertiti. Si ritiene che la regina, che visse nel XIV secolo a.C. – immortalata nel celebre busto conservato a Berlino – ricordata per aver compiuto insieme al marito Akhenaton la rivoluzione monoteista in Egitto, fosse la madre di Tutankhamon.

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Lo schema della tomba di Tutankhamon con la posizione della stanza della presunta sepoltura di Nefertiti (Centimetri-La Stampa)

Perché proprio qui? Secondo alcuni storici Nefertiti, il cui nome significa “la bella che è arrivata”, sarebbe la sposa di Akhenaton (padre di Tutankhamon). Secondo altri esperti, la tomba potrebbe appartenere alla regina Kiya, la seconda moglie di Akhenaton e madre di Tutankhamon. Se la scoperta della tomba fosse confermata, questa avvalorerebbe l’ipotesi della stretta parentela tra il faraone e la regina, la cui bellezza è stata immortalata in un celebre busto conservato a Berlino. I primi risultati della scansione mostrano la presenza di diversi materiali organici e metallici dietro al muro della tomba. Non si sa esattamente cosa si celi oltre quelle pareti, ma si sa che la tomba non è vuota. Sarebbe colma di tesori, pietre e metalli preziosi. Per questo le autorità egiziane hanno richiesto analisi più dettagliate con l’ausilio di speciali macchinari, per non alimentare inutili aspettative. “Dobbiamo raggiungere il nostro obiettivo, ma dobbiamo essere sicuri al 100% sui prossimi passi da compiere”, chiude l’ex ministro alle Antichità dell’Egitto, Mamdouh el-Damaty – E dobbiamo conoscere esattamente la nostra strada, per questo motivo stiamo avanzando grazie a una speciale scansione radar”. Per svelare l’ultimo segreto del faraone-bambino, Tutankamon.

Padova alla scoperta dell’Antico Egitto: a Palazzo Zuckermann ricostruita la tomba affrescata di Pashedu, uno degli artisti che sotto Ramses II lavorò alle tombe reali di Tebe Ovest. Fu scoperta nel villaggio operaio di Deir el Medina

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

L'ingresso della tomba di Pashedu, l'artista al servizio dei faraoni

L’ingresso della tomba di Pashedu, l’artista al servizio dei faraoni

Deir el Medina, il villaggio degli operai dei faraoni, sulla sponda ovest di Tebe (Luxor), dove vivevano gli artigiani e gli artisti che lavoravano nelle tombe reali della XVIII, XIX e XX dinastia (quelle che oggi costituiscono la valle dei Re e delle Regine) fu portato alla luce nel 1905 dal grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli, quello – per intenderci – che l’anno prima aveva scoperto la straordinaria tomba di Nefertari. Ma già settant’anni prima, nel 1834, un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano aveva individuato, proprio a Deir el Medina, la tomba affrescata di uno dei suoi speciali abitanti, Pashedu, artigiano e artista sotto il faraone Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, ora è possibile ammirarla a Padova, a Palazzo Zuckermann, dove fino al 19 giugno 2016 è aperta la mostra “Padova alla scoperta dell’antico Egitto” con la ricostruzione a grandezza naturale della celebre tomba egizia di Pashedu, che significa Salvatore.

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Pashedu (la cui tomba è oggi nota come la numero 3 di Deir el Medina) visse sotto i regni dei faraoni Seti I e Ramses II col titolo di “Servo nel luogo della verità ad ovest di Thebes”, il che significa che ha lavorato allo scavo e alla decorazione delle vicine tombe reali. Figlio di Menna e di Huy, Pashedu ebbe He had five sons and daughters with his wife, called cinque figli (tra maschi e femmine) dalla moglie Nedjem-Behdet. Uno dei figli, Menna, sicuramente prese il nome del nonno. Iscrizioni sepolcrali sembrano dimostrare che anche un certo Kaha era uno dei figli di Pashedu.

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La ricostruzione a Padova della tomba di Pashedu, presentata da Cultour Active, è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del Museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. A Padova, nella collezione del museo Archeologico, si conserva invece un ushabti (statuina che riproduceva il defunto e che doveva lavorare per lui nell’aldilà nei campi di Osiride) che proviene da Deir El Medina, il villaggio in cui visse e fu sepolto Pashedu, e che trova corrispondenza in un analogo ushabti ora conservato al museo Egizio di Torino. “Anche la collezione egizia del museo patavino offre quindi sorprendenti spunti di approfondimento”, spiegano gli organizzatori. “Questa ricostruzione”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, Matteo Cavatton, “si configura per la città come una nuova opportunità per approfondire la conoscenza della civiltà egizia. Non va infatti dimenticato che il rapporto tra Padova e l’Egitto, ha origini lontane: Padova è patria del grande Belzoni (1778-1823), l’esploratore cui sono indissolubilmente legate la scoperta dell’Egitto faraonico e la nascita dell’egittologia. La ricostruzione della tomba di Pashedu restituisce uno spaccato sulla cultura dell’antico Egitto, che si integra con quanto esposto nelle sale dei musei civici di piazza Eremitani: il museo Archeologico ospita infatti una collezione significativa, costituita da circa 180 reperti, tra cui spiccano proprio quelli legati alla figura dell’illustre padovano Giovanni Battista Belzoni”.

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

L’esposizione della tomba di Pashedu – ricordano a Cultour Active – è corredata da una serie di pannelli fondamentali per contestualizzare la sepoltura e ad approfondire i legami tra Padova e l’antico Egitto. Testi e ricerca iconografica sono dell’egittologa Claudia Gambino (università di Padova), del Team Egitto Veneto. Grazie al Progetto EgittoVeneto in questi ultimi anni è stato infatti riportato nella giusta luce un ricchissimo patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei musei del territorio regionale, incluso quello patavino. Per tutta la durata della mostra, il pubblico sarà inoltre coinvolto con attività educative, laboratori e degustazioni speciali – il format di Cultour Active “Tast the Past ®” l’archeodegustazione di prodotti moderni per conoscere il passato – sia durante sia nei fine settimana.

Il Museo Egizio di Torino dedica la sala di Deir el Medina al giovane ricercatore Giulio Regeni, ucciso in Egitto

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina

Nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino la sala n° 6 al primo piano è dedicata ai reperti provenienti dal villaggio di Deir el Medina, abitato dagli artigiani che realizzarono le tombe della Valle dei Re, reperti che hanno permesso di ricostruire la vita quotidiana del tempo, e che costituiscono uno dei nuclei più importanti dell’istituzione piemontese. Fu proprio Ernesto Schiaparelli, diventato nel 1887 direttore del museo Egizio di Torino, a organizzare e guidare la Missione archeologica italiana in alcune campagne di scavo a Deir el Medina (1905-1906 e 1909), dove fece alcuni tra i più importanti rinvenimenti, tra cui la tomba del pittore Maia (presente oggi nella sala 6) e la sepoltura intatta dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, cui è dedicata tutta la sala 7.

Una vetrina con alcuni preziosi ostraka provenienti da Deir el Medina

Una vetrina con alcuni preziosi ostraka provenienti da Deir el Medina

Il ricercatore Giulio Regeni ucciso al Cairo

Il ricercatore Giulio Regeni ucciso al Cairo

Perché oggi si parla proprio di questa sala del museo Egizio? Perché la Fondazione museo delle Antichità egizie di Torino ha deciso di dedicare la sala storica di Deir el Medina a Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto. Una scelta non casuale dal momento che Regeni in Egitto si occupava in particolare dei sindacati del Paese. Tra i 245 reperti che ospita, testimonianza delle professioni artigiane e operaie nell’Egitto dal XVI al XI a.C., c’è infatti anche il papiro relativo al primo sciopero avvenuto nel 29° anno di regno di Ramses III da parte delle maestranze non pagate del villaggio omonimo. “La memoria di Giulio dovrà essere mantenuta viva attraverso lo studio, la tolleranza e la convinzione che solo attraverso la reciproca comprensione tra fedi, culture e ideali diversi si possa produrre un mondo migliore”, spiegano al museo Egizio di Torino. Che esprime alla famiglia del giovane studioso italiano “le più sincere condoglianze” e “l’affetto di tutti i suoi curatori”, da anni impegnati in “rapporti di studio, collaborazione e scambio culturale coi colleghi egiziani”.

Nella Valle dei Re in Egitto scoperta una tomba con almeno 50 mummie della famiglia reale di faraoni della XVIII dinastia

L'ammasso di mummie appartenenti a membri della famiglia reale ritrovate in una tomba della Valle dei re

L’ammasso di mummie appartenenti a membri della famiglia reale ritrovate in una tomba della Valle dei re dalla missione dell’università di Basilea

La XVIII dinastia, quella dei faraoni famosi come i Thutmosi, Hatshepsut, gli Amenofi, Akhenaton, Tutankhamon, ha ancora qualche segreto da svelare. Anzi, addirittura la super studiata Valle dei Re è ancora in grado di sorprenderci! Non molto distante dalla tomba di Tutankhamon, nella zona nord-ovest della Valle dei Re, nella provincia di Luxor, nel sud dell’Egitto, una missione dell’università svizzera di Basilea diretta da Susanne Bickel insieme a archeologi egiziani ha scoperto una grande tomba rupestre che si è rivelata un’immensa necropoli con almeno 50 mummie o resti di mummie, alcune delle quali bene conservate. E non mummie qualsiasi, ma appartenenti a membri della famiglia reale della XVIII dinastia (1590-1292 a.C.).  Ad annunciare la straordinaria scoperta è stato il ministero delle Antichità egiziane: “La cachette (nascondiglio) contiene i resti di mummie che con tutta probabilità potrebbero appartenere ai membri della famiglia regnante della XVIII dinastia”, precisa il ministro Mohamed Ibrahim. Quindi il ritrovamento potrebbe fornire informazioni preziose sulla XVIII dinastia del Nuovo Regno e in particolare sui figli dei re Thutmosi IV (1402 – 1394 a.C.) e Amenofi III (1394 – 1356 a.C.).

Il faraone Thutmosi IV della XVIII dinastia

Il faraone Thutmosi IV della XVIII dinastia

La Stele del Sogno di Thutmosi IV trovata tra le zampe della Grande Sfinge di Giza

La Stele del Sogno di Thutmosi IV trovata tra le zampe della Grande Sfinge di Giza

Thutmosi IV non era il figlio maggiore di Amenofi II; non sappiamo come giunse al potere e se la successione fu traumatica. Come il suo predecessore ebbe un regno tranquillo e fece due sole campagne militari, una in Sudan e l’altra in Asia; quest’ultima fu più che altro un’ispezione, anche perché la situazione era molto cambiata e il pericolo ittita aveva spinto gli antichi nemici dell’Egitto, come Mitanni, a cercarne l’appoggio. Tra questi due paesi fu stretta un’alleanza e, per suggellarla, Thutmosi sposò una principessa mitanna a cui suo figlio, Amenofi III, deve il suo sangue indoeuropeo. Una stele del primo anno di regno di Thutmosi IV riferisce che, mentre ancor giovanetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge di Giza, gli apparve in sogno Harmakhe (Harmachis) il dio solare impersonante la sovranità, che gli promise il regno; in cambio egli avrebbe dovuto liberare il dio dalle sabbie che lo ricoprivano, e certo il resto dell’iscrizione, andato perduto, narrava come egli portò a termine il compito. Tranne questo immaginoso racconto, c’è poco da dire sul regno di Thutmosi IV; non si deve, comunque, dimenticare che fu lui a far erigere il maggiore degli obelischi egizi, alto circa trentadue metri, che ora si trova a Roma davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano; questo obelisco era rimasto per anni trascurato e steso al suolo a Karnak, finché Thutmosi IV non ne decise l’erezione.

Il faraone Amenofi III della XVIII dinastia

Il faraone Amenofi III della XVIII dinastia

Amenofis III, che successe naturalmente a suo padre, è noto come il “re Sole” dell’Egitto, appellativo che gli deriva da motivi diversi. Tra i suoi soprannomi ci fu quello di “disco splendente del Sole”, ma furono soprattutto lo splendore della corte di cui si circondò e la grandezza dei suoi monumenti a suggerirne l’assimilazione con Luigi XIV il più noto “re Sole” della storia. In particolare la città di Tebe, dove il sovrano trasferì la sua residenza nel ventinovesimo anno del regno, si abbellì di splendide costruzioni che ne fecero il centro più prestigioso del Paese. Qui i numerosi palazzi reali si affiancarono alle dimore sontuose dei funzionari, ricche di nuovi e raffinati oggetti d’arredo, impreziosite dai fregi architettonici e ornate di verdi giardini che, con gusto importato dall’Oriente, divennero parte essenziale delle architetture. Il periodo del regno di Amenofi III fu improntato a grande tranquillità sia interna sia esterna. Qualche tentativo di ribellione fu domato, ma l’Egitto visse in pace con i potenti vicini che il sovrano, forse sottovalutandone le potenzialità offensive, era solito definire “fratelli”. Quasi tutte le energie furono piuttosto impiegate nella realizzazione di opere civili, tra cui spicca il celeberrimo tempio di Amon a Luxor, frutto dell’iniziativa congiunta del re e del suo omonimo architetto. Sovrano di un Paese al suo apogeo politico ed economico, Amenofi III forse confidò eccessivamente nella diplomazia (per rafforzare il legame con il popolo dei Mitanni prese come moglie secondaria una principessa asiatica), ma non si rese conto che l’assenza di campagne militari indeboliva i legami di obbedienza verso l’Egitto dei potenti vicini e non avvertì che, a causa dell’indebolimento del controllo, l’influenza ittita si andava imponendo sull’Asia Minore. Del suo tempio funerario non sono rimaste che le due imponenti statue originariamente poste a guardia dell’ingresso, i celebri colossi di Memnone.

Le mummie della famiglia reale della XVIII dinastia trovate nella tomba KV40 della Valle dei Re

Le mummie della famiglia reale della XVIII dinastia trovate nella tomba KV40 della Valle dei Re

E ora la scoperta delle mummie. I corpi, alcuni dei quali ben conservati, ritrovati dagli archeologi di Basilea, comprendono anche mummie di bambini, sarcofagi lignei, maschere funerarie in cartonnage, numerosi oggetti di corredo, e vasi canopi, che dovevano contenere le viscere dei defunti. I canopi avevano come coperchio la testa delle divinità protettrici e proprio nella XVIII dinastia, durante il Nuovo Regno, questa forma di iconografia aveva avuto un forte sviluppo. Tutti i canopi recano liscrizione di circa 30 nomi di principi e principesse a noi ancora sconosciuti. Da uno studio preliminare di queste iscrizioni in ieratico sulle ceramiche, i nomi e i titoli emersi di circa 30 defunti erano probabilmente quelli delle principesse della corte di Thutmosi IV e Amenofi III.

L'egittologa Susanne Bickel dell'università di Basilea responsabile missione nella Valle dei Re

L’egittologa Susanne Bickel dell’università di Basilea responsabile missione nella Valle dei Re

Secondo la direttrice della missione svizzera Susanne Bickel la tomba potrebbe far parte della KV40, di cui non si sapeva niente finora. La sepoltura, usata per decenni, dovrebbe appartenere a oltre 50 membri delle famiglie reali di Thutmosi IV e Amenofi III. “Si tratta di un pozzo funerario profondo 6 metri – spiega Bickel – che porta a 5 camere sotterranee, tra le quali quella centrale e tre laterali conservano le mummie. Le pareti presentano chiari segni d’incendio, forse provocato dalle torce dei tombaroli che, molto spesso, preferivano bruciare i corpi imbalsamati per arrivare prima agli amuleti”. Dalla lettura dei testi sulle ceramiche, emergono titoli quali «principe» e «principessa»: 8 almeno sono i nomi di principesse reali sconosciute (come Taemwadjes e Neferunebu), 4 principi e numerose spose straniere e bambini. La tomba è stata poi riutilizzata in un secondo momento nel IX sec. a.C.

“Il vino nell’antico Egitto. Il passato nel bicchiere”: in mostra ad Alba per la prima volta la mummia di Merano

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Al via la mostra ‘Il vino nell’Antico Egitto. Il passato nel bicchiere” approfondisce un tema inedito: l’uso e la diffusione del vino nell’Antico Egitto, tema che unisce la cultura egizia a quella della nostra penisola. L’esposizione, ideata e curata da Sabina Malgora – archeologa ed egittologa – è ospitata nella chiesa di San Domenico ad Alba (Cuneo) dal 22 marzo al 19 maggio e offre al pubblico un percorso articolato in cui si ammirano reperti archeologici dal 2686 a.C., la riproduzione in scala reale di una tomba con pitture parietali, un sarcofago con una mummia e la ricostruzione tridimensionale del suo volto, oltre a documenti fotografici. La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale Mummy  Project in collaborazione con il Comune di Alba Assessorato alla Cultura, patrocinata da Regione Piemonte e Provincia di Cuneo e sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco, Consorzio Turistico Langhe e Roero, ACA. I 50 reperti archeologici esposti risalgono al periodo compreso tra l’Antico Regno e il periodo Romano, e uniti alla documentazione fotografica, descrivono le tematiche della mostra: l’alimentazione, la viticoltura, la vinificazione, l’uso del vino nella mummificazione e la correlazione con il misticismo e le divinità.

Il sarcofago di epoca tarda proveniente dal museo di Merano

Il sarcofago di epoca tarda dal museo di Merano

Due sezioni speciali approfondiscono la storia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima è dedicata allo studio della mummia di Epoca Tarda e al suo sarcofago, entrambi provenienti dal Museo di Merano ed esposti al pubblico per la prima volta. In esclusiva è inoltre presente la testa ricostruita a tutto tondo della mummia esposta di cui si individuano i caratteri somatici, grazie al complesso lavoro condotto in questi mesi dall’équipe  multidisciplinare italiana Mummy Project nei laboratori americani della Pennsylvania, attraverso diversi procedimenti tra cui la tomografia assiale e la microanalisi.

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La seconda sezione avvicina alla vita degli antichi egizi tramite la ricostruzione in scala reale della tomba TT290 di Irynefer con volta a botte (m. 5,10×2,20×2,10), il cui originale si trova a Deir el Medina nel villaggio dove vivevano coloro che costruivano le tombe nella valle dei Re e delle Regine. All’entrata è raffigurato il dio Anubi in forma di sciacallo che protegge l’ingresso e sulle pareti si osservano diverse scene didascaliche tra cui “la confessione negativa” fatta dal defunto alla presenza di 42 divinità, che formano il tribunale divino presieduto da Osiride, per poter essere ammesso nell’aldilà.

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Significative sono le fotografie scattate in Egitto appositamente per l’esposizione, alcune delle quali ritraggono le rappresentazioni parietali della tomba di Nakht, TT52 della necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna e raffigurano in modo dettagliato momenti di vita legati alla lavorazione della terra; in particolare la raccolta dell’uva e la spremitura, la conservazione del vino nelle anfore e la preparazione di un banchetto con grappoli offerti al defunto.

L'imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

L’imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

Il vino, elemento simbolico in ambito religioso, era annoverato fra i doni dei corredi funebri, come viene illustrato nella Stele di Senbi (Medio Regno, XII dinastia) presente in mostra. Tra gli oggetti legati al vino come simbolo di rinascita è esposta la statuetta in bronzo del dio Osiride che rinasce dopo la morte e l’imponente scultura di tre metri in quarzo-diorite raffigurante la dea Sekhmet con la testa di leonessa, il cui nome significa “la potente”. Curiosi sono, inoltre, gli elementi per collare “usekh” in fayence, che, portati da uomini e donne, erano tra gli ornamenti personali più diffusi in Egitto; la loro forma a “grappolo d’uva” si ritrova anche in lunghe file di inserti parietali di palazzi e templi, come motivo decorativo a simboleggiare la rigenerazione. In mostra spiccano inoltre una serie di anfore rivestite internamente da materiale impermeabilizzante per conservare il vino, con forme diverse a seconda delle fasi di fermentazione e di invecchiamento.

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

I reperti esposti provengono da tre importanti musei italiani, il Museo Egizio di Torino, secondo di importanza mondiale dopo il Museo Egizio del Cairo, il Museo di Merano e il Museo archeologico nazionale di Firenze. La mostra, con aperture anche serali, si inserisce nel ricco calendario di eventi che caratterizzeranno la primavera di Alba ed è arricchita da eventi collaterali, degustazioni, conferenze, serate di poesia, performance di teatro danza e concerti. Accompagna l’evento un corposo catalogo edito da Ananke edizioni con testo critico di Sabina Malgora e saggi di importanti studiosi internazionali: Federico Bottigliengo, Alida Dell’Anna, Jonathan Elias, Maria Rosa Guasch-Jané, Maria Cristina Guidotti, Edoardo Guzzon, Patrick McGovern, Gilberto Modonesi, Marco Mozzone, Poo Mu-Chou, Dominic Rathbone.