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#iorestoacasa: la seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore” del museo Egizio di Torino ci fa conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

La seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore”, nel rispetto delle disposizioni governative che hanno portato alla chiusura del museo e all’iniziativa #iorestoacasa, ci porta a conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto. Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, parte dalla figura di Vitaliano Donati, professore di Botanica alla regia università di Torino, che nel 1759 viene mandato dal re Carlo Emanuele III in Egitto alla ricerca di antichità in grado di spiegare le peculiarità della Mensa Isiaca (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/19/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-ufficializza-le-passeggiate-con-il-direttore-christian-greco-ogni-giovedi-e-sabato-su-yuotube-si-inizia-con-legitto-e-i-s/). Da questa missione arrivano a Torino (dove Donati non farà più rientro, perché muore su una nave diretta a Calcutta) circa seicento oggetti, alcuni ancora oggi oggetto di studio, tra i quali sicuramente c’erano tre statue monumentali: quella di Ramses II (vista nella prima Passeggiata), quella di Sekhmet, e quella della dea Iside ritrovata a Copto. Il museo Egizio conserva ben 21 statue della dea Sekhmet.

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

Quella trovata da Vitaliano Donati è una Sekhmet assisa che proviene dal cosiddetto Tempio di Milioni di Anni di Amenofi III. Questo tempio è noto a tutti gli appassionati di Egittologia, ma con un altro nome: il tempio dei colossi di Memnon, che era un principe etiope, ricordato da Omero, che muore durante la guerra di Troia. “Che ruolo ha Memnon con l’Egitto?”, si chiede Greco. “Assolutamente nessuno. Infatti quel nome venne dato a quei colossi durante l’età greco-romana per un particolare fenomeno: queste statue monumentali al mattino, quando arrivava la prima luce dell’alba, emettevano un sibilo dovuto all’alterazione della pietra per l’escursione termica tra la notte e il giorno. Gli antichi pensavano che fosse la dea Eos, la dea dell’Aurora, che lamentava la morte del figlio, Memnon. Quindi è un mito greco applicato a una statua egizia che tuttora dà il nome a uno dei siti più importanti che si visita quando si va a Tebe”. All’interno di quel tempio il faraone Amenofi III fece erigere una serie di leonesse, simbolo della dea Sekhmet che significa “la Potente”.

La statua della dea Sekhmet, proveniente dal tempio funerario di Amenifi III, parte del nucleo di antichità egizie recuperato da Vitaliano Donati (foto museo Egizio)

“La dea Sekhmet ci riporta ad alcuni miti cosmogonici iniziali dell’Antico Egitto. Ci raccontano che il dio Ra invia il suo occhio per punire il genere umano, e questo occhio prende la forma di leone, che inizia a uccidere gli uomini che non sono riconoscenti nei confronti degli dei. Ma il dio Sole (Ra) si rende conto che così facendo il genere umano potrebbe estinguersi. La dea Sekhmet, la leonessa, dea solare legata quindi al dio Sole/Ra, è diventata molto assetata di sangue umano e quindi uccide gli uomini per berlo. “Il dio Ra per placarla decide di ingannarla: le fa bere – secondo alcune fonti – della birra colorata di rosso, secondo altri del vino, che Sekhmet beve avidamente pensando sia sangue. Così si ubriaca e si addormenta, e in questo modo si placa. Ma perché la sua forza potrebbe tornare, specie in estate quando la temperatura si alza: è allora che Sekhmet potrebbe ancora spargere pestilenze, malattie, guerre. Per questo è importante placarla. E Amenofi III fa qualcosa di meraviglioso: fa erigere una statua della dea Sekhmet, alcune sedute altre in piedi, per ogni giorno dell’anno, e fa sviluppare un rituale per rendere mansueta la Sekhmet: ogni giorno si portano offerte davanti a una statua, cosicché la dea non infierisca più sul genere umano”.

La statua della dea Iside da Copto recuperata da Vitaliano Donati per il museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La terza statua importante che Vitaliano Donati porta dall’Egitto è quella di Iside proveniente da Copto. Presenta tutti gli elementi tipici della XVIII dinastia, dalla fronte ribassata al naso ricurvo agli occhi a mandorla alle labbra carnose. In mano tiene lo scettro che indica la stabilità. Grazie a Vitaliano Donati, il museo Egizio nel 1759, quarant’anni prima della spedizione napoleonica in Egitto, poteva già contare su un nucleo di seicento antichità egizie, tra le quali le tre statue monumentali – appena descritte – tutte appartenenti al Nuovo Regno: la statua di Ramses II (1250 a.C.), la statua di Sekhmet (dell’epoca di Amenofi III, XVIII dinastia), e la statua di Iside (datata alla XVIII dinastia), che rappresenta il volto della regina Tiy, moglie di Amenofi III, nonna di Tutankhamon.

Scoperta nel tempio funerario di Amenofi III a Luxor la statua della figlia Iset per la prima volta rappresentata da sola senza i fratelli

La statua di Iset figlia del faraone Amenofi III, trovata al tempio funerario di Kom al Hitan

La statua di Iset figlia del faraone Amenofi III, trovata al tempio funerario di Kom al Hitan

Il recupero (e restauro) del grande tempio funerario di Amenofi III a Luxor non finisce di stupire tanto da convincere il ministro egiziano alle Antichità Mohamed Ibrahim ad annunciare: “Eccezionale scoperta archeologica nel sud dell’Egitto: per la prima volta trovata una statua di Iset da sola, senza i suoi fratelli”. Un gruppo di esperti archeologi egiziano-europei diretto dall’archeologa armena Hourig Sourouzian (che si sta occupando anche del restauro dei Colossi di Memnone) ha infatti rinvenuto nelle scorse settimane una statua raffigurante Iset, una figlia del faraone Amenofi III (1387-1348 a.C.), sulla riva occidentale del Nilo dii fronte a Luxor (cioè nell’antica Tebe ovest dove c’erano le necropoli: famosissime quelle della valle dei Re e delle Regine), durante i lavori di restauro del tempio funerario di Amenofi III a Kom al Hitan.

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

Amenofi III, noto anche con il nome greco, Amenhotep III è stato uno dei faraoni più importanti della diciottesima dinastia, e padre del re Akhenaton e il nonno di Tutankhamon. Al tempo della sua costruzione, il tempio funerario di Amenofi III era il più grande dei templi funerari della zona di Tebe, più grande del complesso di Karnak e copriva un’area di 350mila metri quadri. Ma l’edificio fu costruito più vicino al fiume di qualsiasi altro tempio funerario, e per questo si rovinò più velocemente. Il resto lo ha fatto l’uomo: le struttture del tempio furono utilizzate in tempi antichi come fonte di materiale edilizio. Oggi del monumento resta molto poco, solo i famosi Colossi di Memnone, due massicce statue in pietra alte 18 metri raffiguranti Amenofi che si trovano sull’entrata, tuttora visibili. Il sito è stato incluso nella lista World Monuments Watch dei siti in pericolo, gestita dalla World Monuments Fund (Wmf)).

L'archeologa armena Hourig Sourouzian direttore del progetto di recupero del tempio funerario di Amenofi III

L’archeologa armena Hourig Sourouzian

È in questo contesto che opera Hourig Sourouzian come direttore del progetto di conservazione dei Colossi di Memnone e del tempio funerario di Amenofi III col compito di rimontaggio e conservazione dei resti monumentali del tempio funerario: dal torso di 400 tonnellate del Colosso nord di Amenhotep III al II pilone ai blocchi di alabastro appartenenti ad altre due statue colossali di Amenhotep III al terzo pilone. La pulizia e la conservazione delle opere sono in corso.

La statua di Iset scoperta a Kom al Hitan, con il dettaglio della parrucca nubiana

La statua di Iset scoperta a Kom al Hitan, con il dettaglio della parrucca nubiana

La statua ritrovata di Iset, alta 170 centimetri e larga 52, faceva parte di un gruppo scultoreo in alabastro alto 14 metri addossato al terzo pilone del tempio, che rappresentava il colosso del faraone Amenofi III assiso sul trono, con la figlia che si regge alle sue gambe: la statua è danneggiata ma porta il nome della principessa – vissuta nel XIV secolo avanti Cristo – e i suoi titoli nobiliari. “L’importanza della scoperta – sottolinea il ministro Ibrahim – è legata al fatto che è la prima volta che viene trovata una statua di “Iset” da sola con il padre. In precedenza Iset era sempre stata ritratta con i genitori e i fratelli”. E il responsabile del Dipartimento delle Antichità presso il ministero delle Antichità (Msa), Ali Al Asfar, conclude: “La statua porta una parrucca nubiana, una lunga tunica e una collana menat nella mano destra. Il volto della principessa è eroso, ma vicino alla base della statua compaiono il suo nome e alcuni titoli come: Amata da suo padre e “Grande Sposa Reale” (Amenofi, infatti, sposò sua figlia intorno al 34° anno di regno, in corrispondenza della sua seconda festa sed).”.