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Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

L’Antico Egitto a Conegliano. Visita guidata per immagini alla mostra sull’Osireion di Abido attraverso otto video originali

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l'atmosfera magica della città sacra di Abido

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l’atmosfera magica della città sacra di Abido

Una settimana. Rimane ancora una settimana di tempo per visitare a Conegliano la mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili” allestita fino al 21 dicembre (salvo proroghe) a Palazzo Sarcinelli da Paolo Renier e dall’associazione culturale Osireion. Della mostra Archelogiavocidalpassato ha parlato diffusamente. Stavolta proponiamo una visita alla mostra per immagini con otto video realizzati da Paolo Renier.

PRIMA PARTE. Il percorso della mostra inizia nell’androne di Palazzo Sarcinelli dove si può ammirare la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera Centrale dell’Osireion di Abido, con la facciata e due dei pilastri settentrionali, grazie alla ricostruzione Rexpol.

SECONDA PARTE. Saliti le scale e raggiunto il piano nobile, un breve corridoio porta alla prima sala dove si fa conoscenza del sito di Abido, con la localizzazione e le caratteristiche del territorio della città sacra a Osiride con l’esposizione del modello in scala della zona d’interesse, corredato da fotografie delle tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, del Tempio di Osiride a Kôm el-Sultan e del complesso di Shunet ez-Zebib.

TERZA PARTE. In questa sala si arriva a tu per tu con l’Osireion: le fotografie di Paolo Renier svelano i segreti della tomba di Osiride a cominciare dal corridoio ipogeo, oggi inaccessibile ai turisti. E poi l’eccezionale plastico in scala 1:20 dell’intero complesso, realizzato da Maurizio Sfiotti. Si entra così direttamente nell’Osireion, potendo toccare con mano la mole dei pilastri monolitici in granito e la profondità del canale che circonda l’isola centrale.

QUARTA PARTE. Grazie alle straordinarie immagini di Paolo Renier possiamo ammirare i rilievi del tempio di Sethi I, dove l’arte figurativa dell’Antico Egitto tocca uno dei momenti più alti. In mostra è lo stesso Renier a spiegare come è riuscito a rendere la qualità delle figure, e le notevoli difficoltà tecniche superate per raggiungere i risultati che oggi tutti possiamo apprezzare.

PARTE QUINTA. Siamo nel cuore della mostra: si entra nella stanza del Sarcofago, che conserva il famoso soffitto astronomico che qui possiamo vedere come si può osservare neppure se siamo all’interno dell’originale. Il soffitto si dipana, avvolgendo lo spettatore, in 18 tavole in scala 1:1 realizzate da Paolo Renier, che oggi non solo sono l’unica riproduzione del “tesoro” di Abido – vista le enormi difficoltà che si devono superare per accedere alla Stanza, ma anche probabilmente l’ultima poiché da quando Renier ha realizzato il servizio fotografico a oggi l’umidità ha degradato inesorabilmente i rilievi.

PARTE SESTA. Ancora con i rilievo del soffitto astronomico negli occhi, si passa alla stanza successiva dove si illustra la cosiddetta Cappella di Osiride, cioè l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Al centro il plastico in scala 1:20 realizzato da Maurizio Sfiotti del complesso di Osiride, e sulle pareti i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. Le gigantografie sottolineano il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

PARTE SETTIMA. Non poteva mancare, in una mostra sui tesori di Abido, uno spazio dedicato al Tempio di Ramses II, il secondo più importante santuario della città sacra a Osiride, che conserva ancora preziosi rilievi policromi. Presenti anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del complesso sacro ramesside.

PARTE OTTAVA. Il percorso della mostra si completa con la Sala multimediale, dove un monitor mostra a rotazione brevi filmati che documentano il sito e il lavoro dell’ultima missione di Paolo Renier, Maurizio Sfiotti e Federica Pancin, , ma che cercano di illustrare anche la realtà del villaggio di Abido moderno e dei suoi abitanti. A chiudere la Sala del vino, dove si approfondisce la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permette di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e serve da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo.

L’Antico Egitto a Conegliano. Nella mostra a Palazzo Sarcinelli viaggio alla scoperta dei misteri di Osiride ad Abido, dalla stanza del sarcofago con il soffitto astronomico in scala 1:1 al complesso del tempio di Sethi I

Un rilievo del tempio di Sethi I ad Abido, uno dei più alti esempi di arte egizia

Un rilievo del tempio di Sethi I ad Abido, uno dei più alti esempi di arte egizia

Ci siamo. Ancora pochi giorni e a Conegliano scoppierà l’egittomania con l’apertura a Palazzo Sarcinelli della mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”: sabato 12, alle 18.30, inaugurazione a invito alla presenza del sindaco  di Conegliano, Floriano Zambon, che per primo ha creduto in questo progetto culturale. Poi da domenica 13 settembre al 21 dicembre porte aperte al pubblico di appassionati (orari: 10-13 e 14-19.30; visite guidate su prenotazione al 349.2443326, orari: 10-12 e 14-17). Palazzo Sarcinelli in questi giorni è un grande cantiere dove stanno prendendo forma i luoghi più sacri dell’Antico Egitto nella città santa di Abido: la tomba e il tempio collegati a Osiride, il potente dio dell’Aldilà e della Rinascita. Ed è proprio lì, nel cuore della mostra, che troviamo i tre protagonisti del progetto, il fotografo e ideatore del progetto Paolo Renier, il presidente dell’associazione “Osireion di Abido” il geometra Maurizio Sfiotti, e l’egittologa Federica Pancin. Sono loro che ci permettono di seguire le ultime fasi di allestimento della mostra.

Maurizio Sfiotti e Paolo Renier nelle fasi di allestimento dei pannelli del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell'Osireion di Abido

Maurizio Sfiotti e Paolo Renier nelle fasi di allestimento dei pannelli del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

Paolo Renier nel punto in cui si toccano i pannelli dello spiovente orientale e di quello occidentale del soffitto astronomico di Abido

Paolo Renier nel punto in cui si toccano i pannelli dello spiovente orientale e di quello occidentale del soffitto astronomico di Abido

Per la prima volta sarà possibile toccare con mano il soffitto astronomico della stanza del sarcofago a ridosso dell’Osireion di Abido, , spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Sethi I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande, Ramses II. Paolo Renier, che in una delle sue missioni ad Abido è riuscito a fotografare nei dettagli prima che il degrado compromettesse quasi irrimediabilmente la lettura dei rilievi e dei geroglifici, è riuscito a riprodurre con 18 pannelli fotografici modulari di oltre 2 metri e mezzo di altezza  tutto lo sviluppo del soffitto astronomico. Con una sorpresa, che sarà molto apprezzata dai visitatori: il soffitto non è stato posizionato a formare il tetto a spioventi come lo si vedrebbe se si avesse la ventura di arrivare fino ad Abido, e di riuscire a entrare nella stanza del sarcofago superando mille difficoltà e anche qualche pericolo; no, a Conegliano sarà possibile ammirarlo in tutto il suo straordinario potere comunicativo in verticale in uno sviluppo che avvolge il visitatore. Così la dea-cielo Nut che abbraccia i due spioventi del soffitto in tutta la loro lunghezza incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera, a Conegliano si può apprezzare in ogni dettaglio senza doversi distendere sul pavimento e volgere lo sguardo verso l’alto.

Il fotografo Paolo Renier con l'egittologa Carla Alfano

Il fotografo Paolo Renier con l’egittologa Carla Alfano

“La metà destra del soffitto, o parte orientale”, spiega l’egittologa Carla Alfano, che tra i primi ha studiato il soffitto astronomico di Abido, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.

Ecco come appare al naturale la Stanza del sarcofago con il tetto a spioventi impreziositi dai rilievi a contenuto astronomico

Ecco come appare al naturale la Stanza del sarcofago con il tetto a spioventi impreziositi dai rilievi a contenuto astronomico

“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.

Paolo Renier nell'immenso tempio di Sethi I ad Abido con i rilievi tra i più belli dell'Antico Egitto

Paolo Renier nell’immenso tempio di Sethi I ad Abido con i rilievi tra i più belli dell’Antico Egitto

Il modellino in scala 1:20 del complesso di Osiride nel tempio di Sethi I ad Abido realizzato da Maurizio Sfiotti

Il modellino in scala 1:20 del complesso di Osiride nel tempio di Sethi I ad Abido realizzato da Maurizio Sfiotti

Maurizio Sfiotti durante l'allestimento a Palazzo Sarcinelli del modellino del tempio di Sethi I

Maurizio Sfiotti durante l’allestimento a Palazzo Sarcinelli del modellino del tempio di Sethi I

Dalla Stanza del sarcofago si passa nella cosiddetta Cappella di Osiride, l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Qui sarà esposto il plastico in scala 1:20 di Maurizio Sfiotti, del cosiddetto Complesso di Osiride all’interno del Tempio di Sethi e saranno ricostruite anche due colonne in scala 1:1. Il focus dell’esposizione saranno i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. La Cappella di Osiride e, più in generale, l’intero complesso templare saranno spiegati in mostra attraverso gigantografie dell’autore, assieme a pannelli informativi che sottolineeranno il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

L'egittologa Federica Pancin nella sala della mostra a Palazzo Sarcinelli dedicata al Tempio di Sethi I

L’egittologa Federica Pancin nella sala della mostra a Palazzo Sarcinelli dedicata al Tempio di Sethi I

“È proprio con il Nuovo Regno che Abido raggiunse il suo apice”, spiega l’egittologa Federica Pancin, “Sethi I, il secondo faraone della XIX dinastia, decise di ubicare qui uno dei più grandi templi che l’Egitto abbia mai conosciuto, il suo Tempio dei Milioni di Anni. E alle spalle di questo monumento, nascoste alla vista, si ergono le rovine imponenti dell’Osireion, la Tomba per Osiride voluta da Sethi e ultimata dal nipote Merenptah: qui si condensa in maniera molto complessa tutta la teologia di Abido, che muove dalla tradizione eliopolitano, ma che ingloba presto molteplici aspetti di natura funeraria e regale”.  L’Osiride di Abido, continua Pancin, è sì celebrato come un dio, ma è soprattutto onorato nella sua forma di Re d’Egitto dei tempi mitici; e la sua tomba, monumento unico per architettura, ingegneria e qualità d’esecuzione, rappresenta il più alto tributo ad una figura tanto emblematica della cultura egiziana. “Tutto il programma decorativo, purtroppo incompleto, concorre a confermare l’origine mitica della regalità, che passa da Osiride ad Horo come da un faraone ad un altro: le pareti del lungo corridoio d’accesso, per esempio, sono istoriate con testi sull’Aldilà dal repertorio regale, come si conveniva a un dio che era stato un re. Osiride è celebrato come i faraoni della Valle dei Re e la sua Resurrezione nell’Osireion è garantita dal potere salvifico delle parole qui ricopiate”.

I rilievi ancora ben conservati nel tempio di Ramses II ad Abido

I rilievi ancora ben conservati nel tempio di Ramses II ad Abido

Ultima tappa della mostra è il tempio di Ramses II, il secondo più importante di Abido, che sarà descritto dagli scatti di Paolo Renier e da didascalie e pannelli informativi. Contribuiranno ad illustrare la decorazione di questo tempio straordinariamente ben conservato anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del tempio ramesside.