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Pompei. All’Odeon anteprima internazionale della nuova opera filmica “I Am Hymns of the New Temples – أنا تراتیل المعابد الجدیدة” dell’artista Wael Shawky girato nel 2022 tra le rovine della città antica teatro di narrazioni differenti ma inevitabilmente connesse

pompei_odeon_anteprima-internazionale_I Am Hymns of the New_Wael Shawky_locandinaIl 12 maggio 2023, alle 20, il Teatro Piccolo “Odeion” di Pompei ospita l’anteprima internazionale della nuova opera filmica dell’artista egiziano Wael Shawky (Alessandria d’Egitto, 1971) “I Am Hymns of the New Temples – أنا تراتیل المعابد الجدیدة”. La proiezione del film sarà introdotta da una conversazione fra l’artista, Andrea Viliani, curatore del progetto, e Carolyn Christov Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli-Torino, presentati da Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. Anteprima su invito venerdì 12 maggio 2023, ingresso dalle 19.30, a seguire conversazione con l’artista e proiezione. Proiezioni in anteprima al pubblico sabato 13 e domenica 14 maggio 2023, alle 21, ingresso da piazza Esedra a partire dalle 20.15; biglietto 5 euro, acquistabile esclusivamente sul sito www.ticketone.it.

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Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

Girata nell’estate del 2022 fra le rovine dell’antica città di Pompei, colpita dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dc, la nuova opera filmica di Shawky mostra ciò che affiora alle soglie fra le diverse culture che rendono Pompei un vero e proprio teatro di narrazioni differenti ma inevitabilmente connesse. Basando la sua narrazione sulla mitologia greco-romana, e raccontandone le sovrapposizioni con gli antichi culti egizi, Shawky rimette in scena le stratificazioni delle narrazioni antiche, e come esse abbiano contribuito a riplasmare le relazioni fra storia e mito nella proliferazione delle loro ulteriori versioni (“i nomi e le forme erano numerosi, e le linee di sangue si mescolarono”). Già fonte di meraviglia per il moderno Grand Tour occidentale, e oggetto di continue scoperte a partire dalla sua riscoperta nel 1748, e ancora oggi in corso, i resti archeologici pompeiani testimoniano quindi la complessa stratificazione delle culture e delle nature mediterranee: la Pompei antica, sede di intensi scambi commerciali, ospitava infatti non solo templi connessi alla religione greco-romana ma anche egizia (il Tempio di Iside fu dissepolto, con i suoi stucchi, statue, affreschi e suppellettili, proprio all’inizio del Grand Tour), così come ai riti misterici di Mitra, Cibele, Attis. Cogliendo le tracce spurie di queste iconografie sincretiche, Shawky ha individuato il set mobile della sua opera filmica spostandosi fra i Praedia di Giulia Felice, la Casa del Frutteto, l’Odeion, la Necropoli di Porta Nocera e la Basilica, il Tempio di Vespasiano (Genius Augusti) e il Tempio di Iside. E, in questa sua storia pompeiana – che l’artista racconta sulla scorta di una pluralità di storie precedenti di altri autori – non solo scopriamo di esserci già estinti e di essere già rinati – dalle inondazioni dei diluvi primordiali come dall’eruzione del Vesuvio, che colpì senza annichilire, però, le città vesuviane. Ma scopriamo anche che colei che, in questa storia, i greci chiamavano Io, divenne in Egitto Iside, come il figlio-compagno Epafo divenne Osiride: le storie infatti si richiamano l’un l’altra e si sovrascrivono fra loro, creando templi sempre nuovi in cui continuare a proclamare i nostri inni, a raccontare le nostre storie. Shawky offre quindi una lettura ipotetica di tutti questi antichi miti, ritrovandoli incarnati nell’insieme coeso e poroso di templi, sculture, affreschi, mosaici ma anche nei fertili e fluidi paesaggi naturali vulcanici che fanno da set e da sfondo al film. Shawky raffigura così, nella sua narrazione favolistica e multi-specie, creature ibride (dei e dee, figure immaginifiche, esseri umani, animali, minerali e vegetali) che – con una danza celebrativa e misterica, una serie di gesti rituali propri di un’esperienza mistica che sveli il fascino misterioso delle coste nilotiche e tenda al raggiungimento di una possibile salvezza epifanica – riconfigurano Pompei come un multiverso di potenzialità tanto narrative quanto storiche e come un ecosistema tanto culturale quanto naturale, disponibile alla metamorfosi e quindi anche all’interpretazione.

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Wael Shawky sulla scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

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Backstage di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

L’opera – scritta e diretta da Wael Shawky, autore anche della partitura musicale – è stata curata da Andrea Viliani, con supervisione alla produzione da parte del responsabile unico di progetto Silvia Martina Bertesago, funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei, e il supporto scientifico e organizzativo di Anna Civale (per il parco archeologico di Pompei) e Laura Mariano con Stella Bottai e Caterina Avataneo (per Pompeii Commitment. Archaeological Matters). La produzione generale del progetto è coordinata da Giorgia Rea (Italia) e la post-produzione e le riprese in Egitto da Tamer Nady (Egitto). La produzione esecutiva delle riprese in Italia è di Davide Mastropaolo (Audioimage). Istituzione partner per la valorizzazione internazionale dell’opera è il LaM-Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain, d’art brut, che presenterà l’opera nel contesto di una mostra personale nel 2024. Le istituzioni italiane che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera sono Fondazione Teatro di San Carlo e Accademia di Belle Arti di Napoli. Hanno inoltre partecipato alla produzione dell’opera la Galleria Lia Rumma, Milano/ Napoli, Massimo Moschini e Olimpia Fischetti, Silvio Sansone, Annamaria Alois (San Leucio), Caterina Fabrizio (Dedar), Ferdinando e Giuseppe Botto Paola (Lanificio Botto), Chicco D’Amici (D’Amici Srl). La produzione dell’opera – vincitrice del bando PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2020 promosso e sostenuto dalla direzione generale Creatività contemporanea – è il risultato della collaborazione fra il ministero della Cultura e il parco archeologico di Pompei nel contesto del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, il primo progetto a lungo termine co-ideato da Massimo Osanna e Andrea Viliani: “I Am Hymns of the New Temples” rappresenta la prima opera prodotta nel contesto di questo programma dedicato alla formazione della collezione d’arte contemporanea del parco archeologico di Pompei, primo sito archeologico al mondo a dotarsi di un programma di lungo termine e di una collezione che valorizzano e divulgano la contemporaneità dei temi e dei valori espressi dal patrimonio archeologico italiano e internazionale. Narratore di processi conoscitivi ed espressivi sospesi fra il documentabile e l’immaginabile, Wael Shawky esplora i modi in cui sono state scritte e raccontate le storie e analizza come esse abbiano modellato anche la realtà storica. Nelle sue opere – in cui si articolano film, disegno, pittura, scultura, installazione, performance e regia teatrale, sempre risultato di una ricerca sulle fonti storiche e letterarie – Shawky ci predispone a una posizione di consapevolezza nei confronti dei meccanismi narrativi, antichi e contemporanei, con cui sono stati interpretati e trasmessi i fatti storici, sociali e culturali e, attraversando spazio e tempo, evoca una dimensione al contempo fattuale e immaginaria della storia e della società, come se esse non fossero mai definibili una volta e per sempre, o da un solo punto di vista.

pompei_odeon_anteprima-internazionale_I Am Hymns of the New_Wael Shawky_55_foto-Amedeo Benestante © Wael Shawky

Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

Massimo Osanna, direttore generale Musei del ministero della Cultura e co-ideatore del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, dichiara: “Il rapporto fra noi e gli antichi è qualcosa di vivo e sempre in divenire, risultato di un processo storico non solo di trasmissione – fra copie e varianti, fratture e interpretazioni – ma anche di immedesimazione, che andrebbe quindi esplorato, come fa l’artista Wael Shawky, non solo guardando all’indietro ma anche in avanti, e in profondità. Al fine di poter cogliere la costante attualità delle storie e delle materie archeologiche, in cui rivivono sensibilità e emozioni umane che al contempo ci differenziano ma ci avvicinano anche, come contemporanei, agli antichi. L’obiettivo di progetti come il PAC – Piano per l’Arte Contemporanea e Pompeii Commitment. Materie archeologiche, entrambi matrici istituzionali del nuovo film di Shawky, è proprio quello di costruire un patrimonio culturale contemporaneo che, valorizzando le molteplici esperienze del nostro passato, sappia fondare e condividere il patrimonio culturale del nostro futuro”. Come ricorda Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei: “La vera archeologia è guardare con occhi sempre nuovi l’antico che già pensiamo di conoscere. Per questo il Parco Archeologico di Pompei crede fortemente nel valore del dialogo fra archeologia e arte contemporanea, dialogo capace di ascoltare le storie comuni, avvicinando fra loro i termini geografici e cronologici di una storia, in cui raccontare l’antico vuol semplicemente dire raccontare il contemporaneo a noi”. Andrea Viliani, che ha curato il progetto nel contesto del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche, dichiara: “La nuova opera filmica di Wael Shawky è il racconto epico del bisogno umano di inventare, raccontare e tramandare storie, attraverso le quali gli esseri umani hanno dato e continuano a dare un possibile senso al mondo, in cui convivono con tutte le altre specie e con gli altri esseri umani. Un bisogno che forse proprio il racconto, il mito, la leggenda riescono a definire ancor più in profondità della cronaca storica. Ne emerge il profilo di un essere umano inteso non tanto come una creatura storica, e quindi realistica, quanto come una creatura impregnata di fabulazione narrativa, costantemente rigenerata dagli innumerevoli racconti con cui elaborare la necessità di dare un nome, un corpo, un volto a ciò che ignora, a ciò che teme e a ciò che desidera, alla sua stessa pulsione alla conoscenza, di rapportare il macrocosmo e il microcosmo, di riconoscere l’incessante implicazione fra materiale e spirituale, culturale e naturale, così come di elaborare l’inevitabile intreccio fra distruzione e ricreazione. L’antica città di Pompei, apparentemente distrutta, divenuta un sito leggendario ma poi riemersa dalle sue stesse rovine, si presenta quindi come il set esemplare per la nuova opera dell’artista”.

pompei_odeon_anteprima-internazionale_I Am Hymns of the New_Wael Shawky_66_foto-Amedeo Benestante © Wael Shawky

Una scena di “I Am Hymns of the New Temples”, opera scritta e diretta da Wael Shawky e girata a Pompei (foto Amedeo Benestante © Wael Shawky; Ministero della Cultura; Parco Archeologico di Pompei in the context of the program Pompeii Commitment. Archaeological Matters)

“I Am Hymns of the New Temples” rappresenta, in questo senso, non solo una continuazione della ricerca dell’artista sulla mitologia greco-romana e su come essa abbia circoscritto la nostra interpretazione contemporanea, fondamentalmente eurocentrica, del mondo – come narrato nel film Isles of the Blessed (Oops!…I forgot Europe), 2022, in cui seguiamo la storia di Cadmo e Armonia inviati da Zeus, che vuole sedurre Europa, sorella di Cadmo, portandola a Creta, dove la leggenda narra che abbia offerto il suo nome al continente omonimo. Ma il nuovo film rappresenta anche il culmine della ricerca fra arte e cinema avviata dall’artista con le precedenti trilogie Cabaret Crusades (The Horror Show Files, 2010; The Path to Cairo, 2012; The Secrets of Karbala, 2015) e Al Araba Al Madfuna (2012-2016). In queste opere fimiche Shawky aveva già messo in rapporto eventi e personaggi della tradizione medio-orientale ed egiziana con una contemporaneità scossa da contrasti apparentemente irresolubili: nel primo caso raccontando le vicende delle Crociate dalla prospettiva storiografica araba e utilizzando marionette al posto dei personaggi storici; nel secondo caso affidando a bambini travestiti da adulti il racconto delle antiche tradizioni del villaggio Al Araba Al Madfuna nei pressi di Abydos (capitale del regno faraonico dell’Alto Egitto). Per la prima volta, però, in “I Am Hymns of the New Temples”, Shawky non solo introduce nella narrazione anche alcuni animali, come il coccodrillo e l’ippopotamo spesso raffigurati nelle scene nilotiche degli affreschi pompeiani, ma mette in scena coreografie eseguite dal vivo negli scavi archeologici da performer che – prendendo il posto delle marionette utilizzate nelle opere precedenti – indossano machere in ceramica o carta pesta e costumi multi-materici, realizzati dal ceramista Pierre Architta e dai laboratori del Teatro di San Carlo e dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, impiegando anche i tessuti dell’antica seteria di San Leucio e altri tessuti prodotti da storiche manifatture tessili italiane che assumono, con i loro pattern decorativi, la valenza pittorica di un tableau vivant ritmicamente animato, come in una processione sacra o un rito iniziatico, dai movimenti coreutici dei performer. In continuità con tutte le sue opere precedenti, ancora una volta Shawky fa emergere dagli eventi narrati le dinamiche ancestrali che li hanno trasmessi fino a noi e riscrive quella Storia collettiva che solo le tante storie singole e la dimensione della favola possono, forse, restituirci, nella sua contraddittoria verità e irredimibile umanità. Come ha affermato l’artista stesso, il suo desiderio, nel raccontare questa sua nuova storia, è quello che essa appaia, come tutte le altre che ha raccontato, “sufficientemente precisa nei dettagli, da poter sembrare che essa esista realmente, da qualche parte” e in qualche momento nello scorrere del tempo… passato, presente e (o) futuro.

Firenze. A Tourisma presentato il nuovo Servizio gestione parchi della Sicilia: in tutto sono 14, diffusi su tutto il territorio regionale organizzati attorno alle grandi realtà archeologiche e siti Unesco. Parello: “Una sfida ambiziosa”

Patrimonio archeologico della Sicilia: in alto, la mappa dei 14 grandi archeologici; sotto, i 14 nuovi parchi archeologici (foto Graziano Tavan)

Vent’anni. Sono passati vent’anni dall’istituzione del sistema regionale dei parchi archeologici con la legge regionale 20/2000 ma finalmente in Sicilia qualcosa si sta muovendo per giungere alla sua applicazione. “In termini anche migliorativi”, assicura Giuseppe Parello intervenuto a Tourisma 2020 nella nuova sezione “A Spasso nel tempo” dedicata alle nuove proposte per la fruizione dei parchi archeologici e ambientali. “Se oggi possiamo parlare di sistema parchi siciliani dobbiamo ringraziare l’opera preziosa di Sebastiano Tusa, scomparso prematuramente nel disastro aereo in Etiopia nel marzo 2019”, spiega Parello, già direttore del parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, ora dirigente del neonato Servizio gestione parchi e siti Unesco della Regione Siciliana. E proprio dalla denominazione dell’ente si capisce la novità e l’evoluzione rispetto al dettato originario della legge 20/2000: l’inclusione dei siti Unesco nel parco archeologico di riferimento. “Complessivamente abbiamo individuato ben 14 parchi regionali, diffusi capillarmente sull’intero territorio dell’isola, una vera sfida per il Servizio gestione parchi che ha il compito di gestione e coordinamento; orientamento e monitoraggio delle attività degli istituti sul territorio; razionalizzazione e ottimizzazione delle proposte e delle risorse; elaborazione di modelli, standard e linee guida in materia di gestione e valorizzazione, nonché di parametri qualitativi e quantitativi diretti a valutare la qualità dei servizi erogati; costruzione di un piano strategico di sviluppo regionale”. Per capire come cambia la gestione del patrimonio archeologico regionale basta guardare la cartina “aggiornata” della Sicilia dove ai 14 punti corrispondenti alle altrettante grandi realtà archeologiche, ora compaiono una serie di punti, aggregati a quei 14 poli e distinti da diversi colori: è il nuovo sistema parchi. “Il vero problema da risolvere”, ammette Parello, “è che il sistema deve funzionare dal punto di vista economico, e al momento sono in pochi a poterlo garantire, cioè Agrigento, Taormina, Piazza Armerina…. E questo fa capire quanto la nostra sia una sfida ambiziosa”. Ecco dunque come sono organizzati i nuovi 14 parchi regionali della Regione Siciliana da cui si capisce la portata della sfida.

Una visione d’insieme della famosa Valle dei Templi ad Agrigento

1. Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi (Agrigento). Il parco comprende il museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento; l’area archeologica e il museo di Sant’Angelo Muxaro; la villa Romana di Realmonte; l’area archeologica, l’antiquarium e il teatro di Eraclea Minoa; l’area archeologica di Monte Adranone a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium di monte Kronio a Sciacca; la necropoli di Contrada Tranchina a Sciacca; il museo archeologico regionale della Badia a Licata; l’area archeologica di Monte Sant’Angelo a Licata; l’area archeologica di contrada Canale a Naro; l’area archeologica di Monte Saraceno a Ravanusa; il museo archeologico “Lauricella” di Ravanusa; il museo archeologico “Palazzo Panitteri” a Sambuca di Sicilia; l’antiquarium “Di Pisa Guardì” a Castetermini.

Orecchini d’oro conservati al museo archeologico regionale di Gela

2. Parco archeologico di Gela – Mura Timoleontee – Acropoli – Molino a Vento. Il parco comprende il museo archeologico regionale di Gela; l’area archeologica Bagni Greci a Gela; il Bosco Littorio a Gela; il museo archeologico di Marianopoli; il museo interdisciplinare di Caltanissetta.

Le fondamenta del tempio di Atena conservate nel museo archeologico regionale di Camarina (foto Regione Siciliana)

3. Parco archeologico di Kamarina e Cava d’Ispica. Il parco comprende l’area archeologica Caucana di Santa Croce Camerina; il parco Forza a Ispica; il museo regionale e area archeologica di Camarina (Ragusa); il museo archeologico Ibleo a Ragusa; il convento della Croce a Scicli; l’abitato e la necropoli sicula di Castiglione (Ragusa); la villa rustica dei Margi a Giarratana; la necropoli arcaica di contrada Rifriscolaro di Camarina; le miniere di asfalto di Castelluccio di Ragusa; l’abitato e la necropoli sicula di contrada di Monte Casasta a Monterosso Alma.

Veduta dall’alto del parco archeologico della Neapolis a Siracusa, dominato dal teatro greco

4. Parco archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro. Il parco comprende il ginnasio romano di Siracusa; il castello Eurialo di Siracusa; il museo archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il tempio di Giove a Siracusa; l’area archeologica di Akrai e Palazzo Cappellani di Palazzolo Acreide; la villa del Tellaro a Noto.

Il manifesto del museo archeologico di Leontinoi

5. Parco archeologico di Leontinoi. Il parco comprende il museo archeologico di Lentini; area archeologica di monte San Basilio a Lentini; area archeologica di Megara Hyblaea ad Augusta.

Una veduta aerea del centro di Catania: ben visibili le strutture romane antiche

6. Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci, teatro antico e Odeon. Il parco comprende l’anfiteatro romano di Catania; le terne della Rotonda a Catania; le terme dell’Indirizzo a Catania; l’ipogeo romano a Catania; la mostra permanente Katane a Catania; l’area archeologica Santa Venera al Pozzo di Acicatena; il museo della Ceramica di Caltagirone; l’area archeologica e il museo di Adrano; il Dongione Normanno di Adrano; le mura dionigiane di Adrano.

Il teatro greco nel sito archeologico di Morgantina (Aidone, Enna)

7. Parco archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale. Il parco comprende il museo archeologico di Aidone; il museo interdisciplinare di Enna; l’area archeologico di Sofiana.

Suggestiva veduta del teatro antico di Taormina (foto parco archeologico Naxos Taormina)

8. Parco archeologico di Naxos e Taormina. Il parco comprende il museo archeologico di Naxos e Giardini Naxos; l’arsenale navale di Naxos a Giardini Naxos; il teatro antico di Taormina; l’Odeon di Taormina; Castel Tauro a Taormina; le Terme di Taormina; l’Isola Bella a Taormina; il monastero e la chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò a Casalvecchio; l’area archeologica di Francavilla di Sicilia.

L’area archeologica di Tindari (foto Regione Siciliana)

9. Parco archeologico di Tindari. Il parco comprende l’area archeologica Halaesa Arconidea e Antiquarium di Tusa; Antiquarium, casermette ed ex quartieri spagnoli a Milazzo; l’area archeologica di Viale dei Cipressi villaggio preistorico a Milazzo; l’area archeologica di Capo d’Orlando; la villa romana di Patti Marina; la villa romana di San Biagio – 7 Terme di Vigliatore; l’area archeologica Antica Apollonia a San Fratello; la necropoli in contrada Cardusa a Tripi; il sito archeologico di Gioiosa Guardia a Gioiosa Marea; la Grotta San Teodoro ad Acquedolci; l’area archeologica dell’antica Caronia Kalé Akté.

Le acque blu del mare dell’isola di Lipari nell’arcipelago delle Eolie in Sicilia

10. Parco archeologico delle isole Eolie. Il parco comprende il Castello e museo “Luigi Bernabò Brea” di Lipari; area archeologica contrada Diana a Lipari; le Saline di Lingua a Salina; le terme San Calogero a Lipari; il villaggio archeologico Filo Bracco a Filicudi; il villaggio preistorico di Punta Milazzese a Panarea; contrada Barone a Salina; il sito neolitico di Rincedda a Salina; il museo “Luigi Bernabò Brea” a Filicudi; il villaggio preistorico Capo Graziano a Filicudi.

La statua di Zeus conservata al museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo

11. Parco archeologico di Himera, Solunto e Iato. Il parco comprende l’area archeologica di Solunto; l’area archeologica di Monte Iato; l’antiquarium e museo “Pirro Marconi” a Termini Imerese; l’antiquarium di Solunto; l’area archeologica di Monte Maranfusa a Roccamena; l’area archeologica del villaggio dei Faraglioni a Ustica; l’area archeologica Montagnola – museo della Valle dell’Eleuterio al Castello Beccadelli Bologna a Marineo. All’interno del parco c’è poi il museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo che ha una propria autonomia.

Il tempio greco di Segesta

12. Parco archeologico di Segesta. Il parco comprende la grotta Scurati di Custonaci; l’area archeologica di San Miceli a Salemi; l’area archeologica di Mokarta a Salemi; l’area archeologica di Monte Castellazzo a Poggioreale; la Rocca di Entella a Contessa Entellina.

La sala del museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala che ospita la nave punica

13. Parco archeologico di Lilibeo-Marsala. Il parco comprende il museo archeologico di Lilibeo “Baglio Anselmi” a Marsala; la grotta del Pozzo a Favignana.

Il cosiddetto Tempio C nel parco archeologico di Selinunte

14. Parco archeologico di Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria. Il parco comprende il museo del Satiro nella chiesa di Sant’Egidio a Mazara del Vallo; il castello Grifeo a Partanna; le Cave di Cusa a Campobello di Mazara.