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Domus Aurea, in attesa della grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, gli archeologi del PArCo presentano la splendida decorazione della reggia di Nerone realizzata dal leggendario pittore Fabullus

La decorazione pittorica e a stucchi della sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea (foto PArCo)

La grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, prevista da marzo 2020, quindi in pieno lockdown, dovrebbe aprire presto. Lo annunciano gli organizzatori del parco archeologico del Colosseo, che per prepararci meglio alla mostra, ci stanno offrendo un viaggio alla (ri)scoperta della Domus Aurea. Oggi parliamo della decorazione pittorica della Domus Aurea di Nerone che fu realizzata, secondo quanto ci racconta Plinio, dal pittore Fabullus. Secondo lo storico, il pittore passò talmente tanto tempo lavorando alla Domus Aurea di Nerone che si trasformò “nel suo carcere”. Ecco le sue parole nella “Naturalis Historia”, XXXV, 120: “Anche Fabullus visse poco: grave e severo e al tempo stesso pittore florido e rigoglioso per i colori vivi. Di lui c’era una Minerva che guardava sempre lo spettatore da qualsiasi direzione costui la osservasse. Dipingeva poche ore al giorno e con grande solennità sempre vestito in toga, anche sulle impalcature. La Domus Aurea fu come la prigione dell’arte sua: fuor di là non esiste gran che di lui”.

La sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea decorata dal pittore Fabullus: al centro il riquadro con Achille rifugiatosi a Sciro tra le figlie del re Licomede (foto PArCo)

Ma torniamo a seguire le parole di Svetonio che nella “Vita di Nerone”, XXXI, scrive: “Nel resto della costruzione [Domus Aurea], ogni cosa era ricoperta d’oro e abbellita con gemme e madreperla. Il soffitto dei saloni per banchetti era a tasselli di avorio mobili”. Nella stupenda decorazione superstite della volta della sala di Achille a Sciro, il leggendario pittore Fabullus (citato da Plinio) realizzò una decorazione ispirata al ciclo troiano: nel riquadro centrale è infatti immortalato il momento in cui Achille, rifugiatosi a Siro tra le figlie del Re Licomede, svelò la sua vera identità, cadendo nel tranello di Ulisse. “Questi capolavori pittorici”, spiegano gli archeologi del PArCo, “che hanno influenzato gli artisti di ogni epoca storica, saranno parte integrante del percorso espositivo della mostra “Raffaello e la Domus Aurea”, che aprirà le sue porte al pubblico molto presto!”.

“Fiori e profumi erano sparsi sui convitati”: l’effetto descritto nella sala da pranzo di Nerone sarà ricreato nella sala Ottagona con la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” prossimamente aperta al pubblico

Rendering della Sala Ottagona nella mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: allestimento di dotdotdot.it

Scrive Svetonio nella “Vita di Nerone” (XXXI): “Il soffitto dei saloni […] perforati, in modo da poter spargere fiori e profumi sui convitati. La sala principale era circolare e ruotava su se stessa tutto il giorno e la notte, senza mai fermarsi, come la terra”. Anche se Svetonio non si riferisce in questo passo proprio alla Sala Ottagona, spiegano gli archeologi del parco archeologico del Colosseo, “possiamo immaginare l’ambiente descritto come molto simile a quello che oggi vediamo, seppur spoglio di fasti decorativi originali. Questa sala sarà il cuore della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” che sarà aperta prossimamente al pubblico, dopo il rinvio per il lockdown: attraverso gli allestimenti immersivi di dotdotdot.it vedremo alternarsi immagini astrologiche e cadute di petali di rosa, per ricreare l’affascinante immagine descritta da Svetonio.

La sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (foto PArCo)

“Sulle tracce di Nerone”: quarta delle sei tappe dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: oggi scopriamo la famosa “coenatio rotunda”, la famosa sala da pranzo girevole di Nerone

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

La sala da pranzo girevole di Nerone, ovvero la famosa coenatio rotunda, è l’oggetto della quarta tappa del percorso in sei tappe “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo. “La sala da pranzo rotonda e rotante voluta da Nerone è leggenda o realtà?”, si chiedono gli archeologi del PArCo. Svetonio ci ha tramandato la presenza, all’interno della Domus Aurea, di coenationes (sale da pranzo) dotate di “soffitti coperti da lastre di avorio, mobili e forate in modo da permettere la caduta di fiori e profumi”, e più in particolare di una, la coenatio rotunda appunto, “che perpetuamente di giorno e di notte veniva girata secondo il movimento del mondo [alias cosmo]”.

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto Mibact)

“Si è a lungo pensato si trattasse della sala Ottagona del padiglione di Colle Oppio”, spiegano, “ma più di recente è stata riconosciuta in un’alta e possente struttura in opera laterizia scoperta dagli archeologi dell’Ecole française de Rome presso il margine settentrionale dell’area di Vigna Barberini sul Palatino. Questa struttura, davvero impressionante, è costituita da un cilindro contenente una scala a chiocciola, collegato a un cerchio più grande ed esterno tramite serie di archi disposti su più ordini (8 per ciascuno), a sua volta circondato da un terzo cerchio ancora più ampio. Nei pressi è stato individuato anche un probabile meccanismo idraulico, cosa che ha fatto ipotizzare agli scopritori che sia appunto questa la ‘sala rotante’ descritta da Svetonio, ma dove a muoversi sarebbe stata non la volta, bensì un pavimento in legno. Una sorta di Fungo dell’EUR insomma! Si tratta però solo di un’ipotesi e molte altre interpretazioni potrebbero essere avanzate per la struttura di Vigna Barberini”.

“Sulle tracce di Nerone”: seconda tappa dell’itinerario in sei tappe proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: conosciamo i Bagni di Livia, parte della Domus Transitoria

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

Sono noti come Bagni di Livia, ma si tratta di una parte della Domus Transitoria, la prima reggia di Nerone edificata tra il Palatino e l’Esquilino. È questa la seconda tappa “Sulle tracce di Nerone” proposta dal parco archeologico del Colosseo. Lo storico Svetonio nelle Vite dei Cesari (Nerone, 31, 1) critica senza mezzi termini l’opera edificatoria dell’imperatore: “Nerone in nessun’altra cosa fu altrettanto dannoso quanto nel costruire: fece una casa che andava dal Palatino fino all’Esquilino, che chiamò in un primo tempo ‘transitoria’ e, dopo che fu distrutta da un incendio [evidentemente quello del 64 d.C.] e ricostruita, aurea”. Svetonio parla della prima reggia edificata da Nerone tra Palatino ed Esquilino, ma della quale ben poco conosciamo, a parte le strutture sottostanti la coenatio Iovis della successiva domus Flavia.

Ipotesi di ricostruzione della Domus Transitoria di Nerone (foto PArCo)

“La Domus Transitoria, prima residenza di Nerone sul Palatino, distrutta dall’incendio del 64 d.C. che portò alla successiva edificazione della Domus Aurea”, spiegano gli archeologi del parco del Colosseo, “permetteva di “transitare” – come sottintende il nome – dai possedimenti imperiali del Palatino a quelli dell’Esquilino. Oggi, dell’originario edificio neroniano, è ancora possibile riconoscere alcuni suggestivi ambienti. Tra questi, uno spazio occupato da un ninfeo con giochi d’acqua tra forme architettoniche che ricordano una quinta teatrale e un triclinio circondato da colonne di porfido e pilastri in marmi policromi, destinato al riposo e allo svago dell’imperatore. Altre due stanze recano, invece, i segni della preziosa decorazione di affreschi, stucchi e pavimenti marmorei, che sono in parte conservati e visibili nel vicino museo Palatino”.

I Bagni di Livia sul Palatino a Roma (foto PArCo)

Ma perché questa struttura, un monumentale ninfeo e triclinio semi-ipogeo scoperto nel 1721, fu chiamata erroneamente “bagni di Livia”? Perché la presenza di condutture per gli zampilli d’acqua, interpretati allora come bidet, fece pensare che gli ambienti fossero proprio dei bagni, attribuititi all’epoca di Livia per via di una fistula (conduttura, appunto) in piombo con il nome Augustus e la figura di un’aquila.

La villa dionisiaca di Somma Vesuviana, tra Nola e Pompei, nota come villa dove sarebbe morto l’imperatore Augusto, è divenuta bene dello Stato Italiano: la fondazione Romualdo Del Bianco ha donato i terreni su cui insiste la villa

La villa dionisiaca di Somma Vesuviana, tra Nola e Pompei, nota anche come villa di Augusto

La villa dionisiaca di Somma Vesuviana, tra Nola e Pompei, nota anche come villa di Augusto

La grande villa romana a Somma Vesuviana, nota anche come villa di Augusto, definita dagli archeologi giapponesi – che vi scavano dal 2002 – “una struttura più unica che rara, che si può paragonare solo a villa Adriana, a Tivoli, con tanti edifici indipendenti che si distribuiscono sulle pendici del vulcano”, è divenuta un bene dello Stato Italiano. L’importante sito archeologico è stato donato nei giorni scorsi dalla fondazione Romualdo Del Bianco – Life Beyond Tourism di Firenze alla soprintendenza Archeologica della Campania. L’atto è avvenuto nello studio notarile Cambi di Firenze. La fondazione ha donato alla soprintendenza i propri terreni situati appunto nel Comune di Somma Vesuviana (alle falde del Vesuvio, nei pressi di Pompei) ove sono stati rinvenuti, al termine di una campagna di scavi iniziata nel 2002 in collaborazione con l’università di Tokyo, e dal museo di Arte Occidentale di Tokyo, numerosi reperti archeologici e una villa romana che inizialmente, per la sua imponenza, gli esperti immaginavano attribuibile all’imperatore Augusto. Fin dal suo inizio, la campagna di scavi è stata diretta dal professor Masanori Aoyagi, all’epoca ordinario dell’Università di Tokyo, oggi commissario dell’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone (Bunka-cho, la massima carica amministrativa non politica in campo culturale), che ha scelto la fondazione Romualdo Del Bianco-Life Beyond Tourism quale partner di sicura affidabilità per una così importante iniziativa culturale, e con adeguata missione statutaria.

Somma Vesuviana, alle falde del vulcano: qui è stata trovata nel 1930 una villa romana di età augustea

Somma Vesuviana, alle falde del vulcano: qui è stata trovata nel 1930 una villa romana di età augustea

Gli scavi a Starza della Regina negli anni Trenta del secolo scorso

Gli scavi a Starza della Regina negli anni Trenta del secolo scorso

Quando nel 1930 a Starza della Regina di Somma Vesuviana, alle falde del vulcano, durante i lavori agricoli ci si imbattè casualmente in un muro di notevoli dimensioni che ben presto si rivelò parte di una grande villa romana del I secolo d.C. riccamente decorata, gli archeologi non ebbero dubbi: era stata finalmente trovata la dimora che ospitò l’imperatore Ottaviano Augusto – il divo Augusto – gli ultimi giorni della sua vita. del resto, nonostante all’epoca gli scavi fossero ancora molto limitati, il passo di Svetonio nelle Vite dei Cesari, che ricordava la morte del fondatore dell’impero avvenuta a Nola nella casa del padro Ottavio,e quello di Tacito negli Annali che precisava “nella casa del padre, vicino a Nola (apud Nolam)”, non sembravano lasciare adito ad altre interpretazioni. Oggi c’è maggiore prudenza. Si preferisce ricordare il complesso di Somma Vesuviana come villa dionisiaca, dal ciclo di affreschi che vi è conservato. “Comunque”, spiegano gli archeologi giapponesi, “sebbene i dati finora acquisiti non supportino l’ipotesi che questa sia la villa di Augusto, la ricchezza ed unicità dei reperti aiutano a capire molto della Campania antica fino alla data tradizionale della fine dell’Impero Romano d’Occidente.

La "colonnata" della villa di Augusto, tra le scoperte più significative degli anni Trenta

La “colonnata” della villa di Augusto, tra le scoperte più significative degli anni Trenta

Le strutture finora riportate in luce fanno parte di un ampio edificio romano, costruito nella prima età imperiale che continua a vivere fino al V secolo d.C., cambiando nel tempo carattere e funzione, fino alla eruzione vesuviana del 472 d.C., che lo seppellì per oltre la metà della sua altezza. Bisognerà attendere gli anni ’30 del secolo scorso perché quei resti tornino alla luce grazie all’interessamento di Alberto Angrisani, dottore e farmacista di Somma Vesuviana. Gli scavi, eseguiti dal 1934 al 1936 da Matteo Della Corte, suo caro amico e direttore degli scavi di Pompei, sotto la supervisione di Amedeo Maiuri, portarono alla luce i resti di un edificio monumentale. Fra le vestigia allora scoperte, la più maestosa era la “colonnata con archi e pilastri” orientata da est ad ovest e di una lunghezza approssimata di 12 metri; essa era collegata perpendicolarmente ad un “muro di mattoni” decorato con tre nicchie. Inoltre furono scoperti “colonne e capitelli di marmo, pavimenti in mosaico, splendidi frammenti di statue raffiguranti persone con sontuose vesti, (…) stucchi policromi di muri e lacunari”. Nonostante il grande interesse del popolo di Somma, che inviò anche una richiesta di finanziamento a Mussolini per la prosecuzione dello scavo, non fu possibile andare avanti a causa della mancanza di fondi.

L'aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni della villa romana di Somma Vesuviana

L’aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni della villa romana di Somma Vesuviana

La campagna di scavi è stata diretta dal professor Masanori Aoyagi dell'università di Tokyo,

La campagna di scavi è stata diretta dal professor Masanori Aoyagi dell’università di Tokyo,

La ricerca sul sito è ricominciata nel 2002, con il progetto di ricerca multidisciplinare dell’Università di Tokyo. “Oggi”, spiegano i ricercatori dell’università di Tokyo, “si possono visitare alcuni ambienti monumentali e di rappresentanza. La stanza più grande è costituita da un lato da un colonnato, due pareti con nicchie, un’arcata sorretta da pilastri e, dall’altro, da una parete decorata con temi legati al dio del vino Dioniso. In una delle nicchie è stata rinvenuta una donna con veste greca, forse una divinità, mentre in un’altra in origine era collocata una statua di Dioniso giovane con cucciolo di pantera; entrambe sono ora al museo di Nola. In una delle ultime fasi di vita, questa stanza e tutte le altre furono destinate alla produzione agricola. A ovest è una stanza con numerose porte e finestre, in origine con pavimento a mosaico e tarsia marmorea, successivamente divisa in due parti, una per stalla e l’altra per dispensa. In una fase tarda, a seguito del crollo del tetto, in un angolo fu posto un forno. Verso valle, collegata con la stanza principale da due scale, è un’area terrazzata con colonnato in mattoni e, verso est, un’aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni. Da questa stanza si accede ad un’altra, ugualmente absidata e con pavimento a mosaico decorato con motivi geometrici e delfini che saltano fra le onde. Fra le scale per la terrazza superiore, in una fase tarda furono poste due cabalette e tre “cisterne/silos”, all’interno delle quali sono stati trovati un torso di cileno, un’erma ed un’iscrizione funeraria. Dalla terrazza mediana si accede, tramite una scala, a una cella vinaria posta più in basso. Oltre la parete con decorazione dionisiaca è una vasta area, con due muri orientati nord-sud ed originariamente pavimentata con basoli di lava. In una fase successiva, parte dei basali fu rimossa e furono posti alcuni grandi contenitori panciuti (dolia). Poi anche i dolia furono rimossi e, sul terreno accumulatosi, sono state rinvenute tracce di solchi arati ed impronte di animali, probabilmente in fuga al momento dell’eruzione”.

Le sculture rinvenute nella villa di Somma Vesuviana oggi sono al museo archeologico di Nola

Le sculture rinvenute nella villa di Somma Vesuviana oggi sono al museo archeologico di Nola

E così si arriva ai giorni nostri con l’atto di donazione allo Stato Italiano dei terreni su cui insiste la villa dionisiaca da parte della Fondazione Romualdo Del Bianco-Life Beyond Tourism che, tra le “mission” ha anche quella di “restaurare beni di rilevante interesse storico, artistico, archeologico e archivistico, elaborando progetti e piani di recupero e valorizzazione, in armonia con i programmi e gli indirizzi formulati dagli organi statali, regionali e locali preposti alla tutela e conservazione dei precisati beni culturali”.

Ora che la villa è bene dello Stato si confida in una sua valorizzazione e fruizione per il grande pubblico

Ora che la villa è bene dello Stato si confida in una sua valorizzazione e fruizione per il grande pubblico

Nel corso degli anni, i rinvenimenti dal sito archeologico di alto valore storico (da statue, mosaici, affreschi, colonnati e altro ancora) hanno suscitato enormi interessi sia a livello nazionale (tra le varie, agli scavi è stata dedicata una puntata di “Quark” con Alberto Angela) e internazionali (reperti sono stati mostrati all’Esposizione Universale di Aichi in Giappone, nel 2005). Oggi la Fondazione, in fase conclusiva delle opere, per espressa volontà del commissario dell’Agenzia degli Affari culturali del Giappone, ha consegnato al ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo il frutto di questa lunga ed impegnativa collaborazione con l’università di Tokyo, con la speranza che si possa finalizzare il processo di valorizzazione avviato a beneficio della comunità locale e – in generale – del patrimonio culturale italiano e mondiale. Non potendo, per i suoi impegni istituzionali, essere presente all’atto di donazione, a fianco di Paolo Del Bianco presidente della fondazione Romualdo Del Bianco, il professor Masanori Aoyagi ha delegato a rappresentarlo per procura il professor Stefano De Caro, già soprintendente per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta al momento dell’avvio della campagna di scavi, e oggi direttore generale di Iccrom, istituzione intergovernativa internazionale per la formazione alla conservazione del patrimonio culturale; con tale Istituzione la Fondazione ha un consolidato rapporto di collaborazione anche per borse di studio per giovani ricercatori. Il ministero della Cultura e del Turismo è stato rappresentato nell’atto notarile dalla soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta con Luciano Muragia.

Idi di marzo: alla curia di Pompeo a Roma rievocazione storica dell’assassinio di Giulio Cesare

L'assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a.C. nella curia di Pompeo

L’assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a.C. nella curia di Pompeo a Roma

“Tu quoque!”: quante volte lo abbiamo sentito pronunciare per sottolineare la delusione o l’amarezza di fronte al comportamento di un amico dal quale ci sentiamo in qualche modo traditi. In realtà quell’espressione ha duemila anni di storia ed è la contrazione della frase “Tu quoque, Brute, fili mi!” (Anche tu, Bruto, figlio mio!), espressione latina attribuita a Giulio Cesare. Secondo la tradizione – ma non ci sono certezze a riguardo – infatti sarebbero state queste le ultime parole pronunciate da Cesare quando, in punto di morte (alle Idi di Marzo del 44 a.C.), sotto i colpi delle coltellate dei congiurati, avrebbe riconosciuto fra i volti dei suoi assassini quello di una persona a lui cara come un figlio, Decimo Bruto Albino.

Gaio Giulio Cesare

Gaio Giulio Cesare

Lo storico Svetonio (I-II sec. d.C.) autore delle “Vite dei Cesari” racconta in greco che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed “emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola”. Poi aggiunge che “alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: “καὶ σύ, τέκνον;” (kai su, teknon?, cioè “anche tu, figlio?”): parole che riporta anche un altro storico, Cassio Dione (III sec. d.C.), nell’opera “Storia romana” scritta in greco. Da qui poi nasce la traduzione latina più poetica (la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! (“Anche tu Bruto, figlio mio?”). E millecinquecento anni dopo, il grande drammaturgo inglese William Shakespeare nella tragedia “Giulio Cesare” fa dire al dittatore nelle sue ultime parole rivolte a Bruto, con un inserimento in latino nel testo originale in inglese: “Et tu, Brute? Then fall, Caesar” (“Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare”).

La curia di Pompeo nell'area sacra di largo di Torre Argentina a Roma

La curia di Pompeo nell’area sacra di largo di Torre Argentina a Roma

Quelle parole più pesanti di una condanna risuoneranno domani (15 marzo, cioè le Idi di Marzo secondo il calendario romano) nell’Area sacra di largo di Torre Argentina, proprio dove sorgeva la Curia di Pompeo e dove, alle Idi di marzo del 44. a.C., veniva assassinato Gaio Giulio Cesare per mano di un gruppo di congiurati con a capo Bruto, suo figlio adottivo. Il Gruppo Storico Romano rievoca quel drammatico evento nello stesso posto e alla stessa ora del tragico assassinio, alle 11. La manifestazione, frutto di un’attenta ricostruzione filologica realizzata con la supervisione della soprintendenza Capitolina e il dipartimento di Scienze storiche, filosofiche – sociali, dei beni culturali e del territorio dell’Università di Roma “Tor Vergata”, ricorda la figura straordinaria di Cesare e quell’atto violento che rappresentò un momento epocale nella storia di Roma e del mondo antico, segnando infatti il passaggio dall’età repubblicana a quella imperiale.

La rievocazione storica dell'assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo

La rievocazione storica dell’assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo

La rievocazione sarà incentrata su tre scene. “Nella prima – spiegano gli organizzatori – verrà rappresentata la riunione del Senato nella quale Cesare, alla presenza di Marco Antonio, Catone, Cicerone, senatori e tribuni della plebe, venne dichiarato nemico pubblico di Roma, se non avesse sciolto le sue legioni prima di tornare a Roma”. I congiurati (una sessantina di persone) furono a lungo incerti se trucidarlo in Campo Marzio mentre faceva l’appello delle tribù in occasione delle votazioni, oppure se aggredirlo sulla via Sacra o all’ingresso del teatro. Ma quando il Senato venne convocato per le Idi di marzo (15 marzo del 44 a.C.) nella Curia di Pompeo, preferirono quel tempo e quel luogo. I congiurati portarono in Senato delle casse con le armi, facendo finta che fossero documenti. Inoltre appostarono un gran numero di gladiatori nel teatro di Pompeo, a poca distanza dalla Curia.

L'uccisione di Giulio Cesare nella rievocazione del Gruppo Storico Romano

L’uccisione di Giulio Cesare nella rievocazione del Gruppo Storico Romano

“La seconda scena – continuano – riproporrà l’arrivo di Cesare presso la Curia il giorno delle Idi e l’incontro con l’indovino Spurinna, che lo aveva messo in guardia con il famoso monito: “Cesare, guardati dalle Idi di Marzo!”. Entrato nella Curia Giulio Cesare verrà circondato dai cospiratori, che lo colpiranno con ventitre coltellate uccidendolo”. Il giorno delle Idi – ricordano gli storici –  Cesare non si sentiva bene. Calpurnia, sua moglie, aveva avuto dei tristi presentimenti e lo scongiurava di non andare in Senato. Gli indovini avevano fatto dei sacrifici e l’esito era stato sfavorevole. Cesare pensò di mandare Marco Antonio ad annullare la seduta del Senato. Fu allora che i congiurati decisero di mandare Decimo Bruto, l’amico fedelissimo, addirittura nominato da Cesare suo secondo erede, per esortarlo a presentarsi in Senato “perché i senatori erano già da tempo arrivati e lo stavano aspettando”. Cesare credette a Decimo Bruto. Verso l’ora quinta, circa le undici del mattino (proprio come sarà nella rievocazione storica a Roma), Cesare si mise in cammino. Era senza la guardia del corpo perché poco tempo prima aveva deciso di abolirla. Solo senatori e cavalieri erano i suoi accompagnatori. Appena si fu seduto, i congiurati lo attorniarono come volessero rendergli onore. Cimbro Tillio prese a perorare una sua causa. Cesare fece il gesto di allontanarlo per rinviare la discussione. Allora Tillio lo afferrò per la toga. Era il segnale convenuto per l’assassinio. Publio Servilio Casca colpì Cesare alla gola. Cesare reagì, afferrò il braccio di Casca e lo trapassò con lo stilo. Tentò di alzarsi in piedi, ma venne colpito un’altra volta. Cesare vide i pugnali avvicinarsi da ogni parte. Allora si coprì la testa con la toga e con la mano sinistra la distese fino ai piedi. Voleva che la morte lo cogliesse dignitosamente coperto. Ricevette 23 ferite. Solo al primo colpo si era lamentato. Poi solo silenzio. Tre schiavi deposero il cadavere su di una lettiga e lo riportarono a casa. Cesare aveva 56 anni.

L'orazione di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare

L’orazione di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare

“La terza e ultima scena – concludono – è incentrata sull’orazione di Marco Antonio durante il funerale di Cesare, nel Foro Romano, che ispirò Shakespeare per il suo Giulio Cesare”. Davanti ai Rostri, nel Foro, fu costruita un’edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice. All’interno su di un trofeo venne esposta la toga insanguinata che Cesare indossava al momento dell’assassinio. Su di un cataletto d’avorio coperto di porpora e d’oro, portato a spalla dai magistrati, venne portato il corpo di Cesare davanti ai Rostri e deposto all’interno dell’edicola. Antonio fece leggere il senatoconsulto con cui i senatori si erano impegnati per la salvezza di Cesare. Poi tenne il discorso funebre. La Curia dove era avvenuto l’assassinio venne murata. Le Idi di marzo presero il nome del “Giorno del parricidio”. Venne proibito di convocare il Senato in quel giorno. Nel Foro venne innalzata una colonna di marmo con la scritta “Parenti Patriae”, al Padre della Patria.

Al termine della rievocazione, secondo un costume riservato ai grandi della patria caduti, il Gruppo Storico Romano deporrà una corona d’alloro sul luogo dell’uccisione.