Gela. All’area archeologica di Bosco Littorio visita straordinaria, a cura del Fai e della soprintendenza del Mare, al laboratorio di restauro dei reperti del relitto Gela II in corso di scavo

Una fase del recupero del relitto Gela II da parte della soprintendenza del Mare con la ditta Atlantid di Palermo (foto salvo emma / sopr. del mare)
Sabato 12 e domenica 13 ottobre 2024 tornano per la tredicesima edizione le Giornate FAI d’Autunno, uno dei più importanti e amati eventi dedicati al patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. Per l’occasione a Gela, sabato 12 ottobre 2024, all’interno dell’area archeologica di Bosco Littorio, Ingresso dal lungomare Federico di Svevia, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18 (ultimo ingresso alle 17), si potrà assistere in anteprima alle attività di primo intervento e restauro del relitto “Gela II”, la nave oneraria utilizzata per il trasporto di merci sulle rotte tra la Sicilia e la Grecia. Le visite di un’ora circa, su richiesta anche in lingua inglese, prevedono un contributo minimo al FAI di 3 euro e sono a cura degli “Apprendisti Ciceroni” e dei Volontari Gruppo FAI Giovani di Caltanissetta.

Una fase del recupero del relitto Gela II da parte della soprintendenza del Mare con la ditta Atlantid di Palermo (foto salvo emma / sopr. del mare)

La nave appoggio per il recupero del relitto Gela II da parte della soprintendenza del Mare con la ditta Atlantid di Palermo (foto salvo emma / sopr. del mare)
L’imbarcazione, che proprio in questi giorni sta emergendo dai fondali del mare di Gela di contrada Bulala con il suo carico di ceramiche e manufatti, è una nave greca del V sec. a.C. lunga 15 metri e larga 5; il relitto è in corso di recupero a cura della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e della ditta Atlantis di Monreale (Pa), in sinergia con la soprintendenza per i Beni culturali di Caltanissetta e il parco archeologico di Gela. Nello stesso sito dove lo scorso anno ha avuto luogo la mostra “Ulisse in Sicilia – I luoghi del mito” sul relitto “Gela I”, è stato allestito il laboratorio di restauro e qui, sabato 12 ottobre, il FAI e la soprintendenza del Mare apriranno le porte a quanti desiderano scoprire i reperti fino ad ora rinvenuti. I visitatori, guidati dagli apprendisti ciceroni e volontari della Delegazione FAI di Caltanissetta, potranno entrare all’interno del laboratorio dove vengono realizzate le attività di primo trattamento conservativo, consolidamento e restauro definitivo. L’area di scavo subacqueo, situata in contrada Bulala a soli 6 metri di profondità, ogni giorno continua a restituire importanti reperti destinati alla futura e definitiva musealizzazione al museo dei Relitti delle navi greche di Gela. La nuova struttura museale, in corso di allestimento nella prossima struttura espositiva di Bosco Littorio, ospiterà i due relitti di navi greche recuperati nei fondali prospicenti il museo stesso.

Una fase del recupero del relitto Gela II da parte della soprintendenza del Mare con la ditta Atlantid di Palermo (foto salvo emma / sopr. del mare)
Le operazioni di recupero del relitto “Gela II”, individuato nel 1995 nei fondali di contrada Bulala a Gela, sono entrate nel vivo ai primi di ottobre 2024. La soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, grazie un finanziamento del Fondo Sociale di Coesione di oltre 900 mila euro, già nel mese di luglio aveva avviato lo scavo archeologico subacqueo per mettere in luce i legni dell’imbarcazione, oltre che i materiali relativi al carico della nave. Le operazioni sono state realizzate dalla ditta specializzata in lavori subacquei Atlantis Palermo di Monreale, in provincia di Palermo, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza del Mare. Il tempo stimato per l’esecuzione dei lavori di recupero è di 270 giorni. Una volta completato lo smontaggio e il recupero dei legni dell’imbarcazione, inizieranno i lavori di restauro all’interno dei locali di Bosco Littorio, messi a disposizione dalla soprintendenza per i Beni culturali di Caltanissetta, all’interno del Parco archeologico di Gela.
Levanzo (Tp). Nei fondali – sito della Battaglia delle Egadi del 241 a.C. – recuperato il 27mo rostro, precisamente il rostro Egadi 23 che era stato scoperto nel 2022. Il reperto in bronzo, portato in superficie dai sub altofondalisti della Sdss, è già allo studio della Soprintendenza del Mare nel laboratorio di Favignana

Il rostro Egadi 23 recuperato in agosto 2024 dal mare di Levanzo, teatro della battaglia delle Egadi nel 241 a.C. (foto regione siciliana)
È stato recuperato il 27mo rostro della Battaglia delle Egadi: è il rostro Egadi 23 scoperto nel 2022. Come fa sapere la Soprintendenza del Mare, proprio lo specchio di mare che ha fatto da scenario alla Battaglia delle Egadi continua a restituire tesori archeologici. La campagna di ricerche di agosto 2024 ha, infatti, consentito di recuperare un rostro in bronzo che si trovava su un fondale di circa 80 metri. Il reperto è stato recuperato dai subacquei altofondalisti della Society for Documentation of Submerged Sites (Sdss) con l’ausilio della nave oceanografica da ricerca “Hercules” che negli anni ha permesso, grazie alle sofisticate strumentazioni presenti a bordo, l’individuazione e il recupero di numerosi reperti riguardanti la battaglia delle Egadi, tra romani e cartaginesi del 241 a.C. Non ci si deve però confondere sui numeri dei rostri, perché proprio l’anno scorso, come in questi giorni, archeologiavocidalpassato.com segnalava i nuovi ritrovamenti nella missione 2023 sui fondali del sito della battaglia delle Egadi con la scoperta dei rostri Egadi 26 e Egadi 27 (vedi Levanzo (Tp). Nuovi ritrovamenti archeologici nei fondali, sito della Battaglia delle Egadi: recuperati altri due rostri in bronzo. Sono l’Egadi 26 e l’Egadi 27. E poi 15 elmi, 20 paragnatidi, una spada e, per la prima volta, 7 monete d’argento | archeologiavocidalpassato).

Ferdinando Maurici è il soprintendente del Mare della Regione Siciliana (foto regione siciliana)
È lo stesso soprintendente del Mare, Ferdinando Maurici, a chiarire ad archeologiavocidalpassato.com come va letta la notizia. “I rostri vengono numerati con cifre cardinali (rostro nr. 1 etc) con riguardo alla cronologia dello scoprimento e non in ordine di recupero”, spiega Maurici. “Lo scorso anno furono in effetti recuperati i rostri 26 e 27, cioè quelli scoperti rispettivamente per ventiseiesimo e ventisettesimo. Quest’anno è stato recuperato in effetti il rostro nr. 23 (in ordine di scoperta, avvenuta già nel 2022). Il fatto che sia anche il ventisettesimo, ma solo in ordine di recupero, ha ingenerato la confusione. D’altra parte è necessaria una denominazione univoca e fin dalle prime scoperte si seguì il criterio cronologico con riferimento alla individuazione certa e confermata dai subacquei altofondalisti. Occorre ricordare – continua il soprintendente – che in questa complessissima ricerca sono da circa vent’anni impegnati tre soggetti principali (ricordando doverosamente gli altri: Carabinieri, Capitaneria di Porto, Area Marina Protetta, Comune etc) con una precisa divisione di compiti: la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana coordina ed ha la responsabilità scientifica complessiva; la fondazione statunitense RPM Nautical Foundation esegue (senza spese per la P.A.) le prospezioni strumentali e individua i target con scan sonar e poi con ROV. La SDSS (sub altofondalisti) provvede (sempre senza spese per la P.A.) a confermare il rinvenimento in seguito a esame autoptico sul fondo marino, quindi a imbracare i reperti e a seguirne il recupero mediante gru della nave oceanografica Hercules della RPM”.

Dettaglio del rostro Egadi 23 recuperato in agosto 2024 dal mare di Levanzo, teatro della battaglia delle Egadi nel 241 a.C. (foto regione siciliana)

Rostro Egadi 23: decorazione a rilievo che raffigura un elmo del tipo Montefortino con tre piume nella parte superiore (foto regione siciliana)
Il rostro è stato trasferito nel laboratorio di primo intervento nell’ex Stabilimento Florio di Favignana ed è già al vaglio degli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Le sue caratteristiche sono simili a quelle degli altri già recuperati nelle precedenti campagne di ricerca: nella parte anteriore una decorazione a rilievo che raffigura un elmo del tipo Montefortino con tre piume nella parte superiore, mentre le numerose concrezioni marine non consentono ancora di verificare la presenza di iscrizioni.

Il rostro Egadi 23 sulla della nave oceanografica da ricerca “Hercules” dove è stato portato dai sub altofondisti della Sdss (foto regione siciliana)
Con quest’ultimo rostro, salgono a 27 quelli recuperati a partire dai primi anni Duemila: il primo rostro delle Egadi fu “scoperto” nel 2004 nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. I rostri erano micidiali armi di distruzione che, applicati sulla prua delle navi da guerra, consentivano lo speronamento delle navi nemiche e il conseguente affondamento. Negli ultimi 20 anni sono stati individuati anche 30 elmi del tipo Montefortino, appartenuti ai soldati romani, due spade, alcune monete e un considerevole numero di anfore. La battaglia delle Egadi, combattuta a nord-ovest dell’isola di Levanzo nel 241 avanti Cristo, segnò la fine alla prima guerra punica.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)
Le scoperte archeologiche consentono di ricostruire la dinamica della battaglia con notevole accuratezza anche grazie agli studi sul regime del vento che dovette caratterizzare quel fatidico giorno. Così l’aveva sintetizzata

L’archeologo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel marzo 2018 (foto regione siciliana)
Sebastiano Tusa, l’archeologo che ideò la Soprintendenza del Mare: “Annone all’alba del 10 marzo del 241 a.C., invogliato da una leggera brezza da Sud che andava girando da Ovest, diede l’ordine di salpare da Marettimo poiché pensava che con il vento in poppa avrebbe raggiunto rapidamente la costa siciliana eludendo i rigidi pattugliamenti romani della costa tra Drepanum e Lilibeo. Evidentemente Lutazio Catulo, l’astuto ammiraglio romano, intuì la mossa del nemico e pose tutta o parte della sua flotta al riparo dell’alta mole di Capo Grosso. Quando la flotta cartaginese si andava avvicinando diede l’ordine di salpare mollando cime ed ancore e scaraventando la sua forza d’urto e di sorpresa sul nemico. Lo scontro avvenne a circa miglia 4 ad Ovest / Nord-Ovest di Capo Grosso di Levanzo. Lo scompiglio nelle file nemiche dovette essere terribile sicché, anche in virtù del cambiamento del vento che già nel pomeriggio iniziò a spirare da Nord- Nord-Est ed Est, impossibilitato a proseguire e con il vento nuovamente in poppa per una salvifica ritirata verso il suo Paese, Annone diede l’ordine di far vela verso Cartagine. Svanirono per sempre le speranze cartaginesi di risolvere il conflitto a proprio favore. Amilcare, privo di rifornimenti, dovette capitolare cedendo la Sicilia ai Romani. La dinamica del vento che nel pomeriggio gira da Nord giustifica il rinvenimento della ben nota “nave punica di Marsala” sulle sponde dell’Isola Longa (qualche miglio a Sud del teatro del conflitto) giustamente identificata da Honor Frost come pertinente quella battaglia”. La battaglia delle Egadi fu di epocale valore per il destino del Mediterraneo ed oltre nei secoli a venire. “Nell’ambito dei 118 anni di guerra che videro lo scontro titanico tra due grandi potenze dell’antichità”, concludeva Tusa, “questo fu uno dei momenti più importanti che ebbe un peso non indifferente per la vittoria finale del 146 a.C. dei romani, non foss’altro che perché tolse ai cartaginesi il controllo strategico della Sicilia. Ma, soprattutto, perché, come ci dice espressamente Polibio, il più attento osservatore, seppur di parte, del conflitto, i romani dopo il 10 marzo del 241 acquisirono la legittimità e l’autorevolezza di grande potenza mediterranea e di potenza navale intraprendendo con l’abilità che seppero sviluppare nei secoli seguenti la ben nota fisionomia di potenza imperialista anche se il vero e proprio impero nascerà dopo oltre due secoli”.
Gela (Cl). Al via le operazioni di recupero del Gela II, il relitto di epoca greca (V sec. a.C.), scoperto nel 1990 nei fondali di contrada Bufala. Nove mesi di lavori. Primo trattamento nel museo Archeologico del Bosco Littorio

Elmi corinzi recuperati nei fondali di contrada Bufala e conservati nel museo Archeologico di Gela (foto salvo emma / soprintendenza del mare)
Hanno preso il via le operazioni di recupero del Gela II, il relitto di epoca greca, databile al V secolo a.C., rinvenuto nei fondali di contrada Bulala, nei pressi del porto di Gela (Cl). Lo comunica la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Il progetto di scavo e recupero del relitto denominato “Gela II”, realizzato e diretto dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, sarà effettuato dal raggruppamento di imprese “Atlantis” di Monreale (Pa) e “Cosiam” di Gela che si sono aggiudicati i lavori per un importo di circa 500mila euro a valere sul “Patto per il Sud 2014-2020”. Il tempo stimato per l’esecuzione dei lavori è di 270 giorni. Le operazioni, che si attestano alla Soprintendenza del Mare in qualità di stazione appaltante, si svolgeranno con la collaborazione della Capitaneria di Porto di Gela e di Eni Rewind; il direttore dei lavori è Roberto La Rocca mentre il responsabile unico del procedimento è Pietro Selvaggio. Grazie a una fruttuosa collaborazione tra la Soprintendenza del Mare, la Soprintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta e il Parco archeologico di Gela, sarà possibile realizzare le attività di primo trattamento conservativo, consolidamento e restauro definitivo nei locali appositamente allestiti nel museo che ha ospitato lo scorso anno la mostra sul relitto “Gela I”, all’interno del Bosco Littorio (vedi Gela. Al parco archeologico di Bosco Littorio apre la grande mostra “Ulisse in Sicilia. I luoghi del Mito”, che con oltre 80 pezzi racconta il passaggio dell’eroe greco in Sicilia. Fulcro è la “Nave di Gela” del V sec. a.C. per la prima volta ricomposta dopo Forlì. Regione Siciliana: “Occasione di rilancio per Gela e il turismo archeologico siciliano” | archeologiavocidalpassato).

Il suggestivo allestimento della Nave di Gela per la mostra “Ulisse in Sicilia. I luoghi del Mito” al Bosco Littorio di Gela (foto regione siciliana)
“Il mare di Gela ha restituito in questi decenni tracce del passato di estrema importanza, che contribuiscono alla ricostruzione della sua storia”, afferma l’assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato. “Il recupero di questo secondo relitto costituisce l’ulteriore occasione per il territorio gelese per continuare quel processo di sviluppo culturale e turistico che questa parte di Sicilia merita. Le due navi greche e i numerosi reperti recuperati in questi anni, potranno costituire un polo di attrazione culturale legato all’archeologia subacquea che Gela attende da troppi anni e che consentirà di coniugare le esigenze di tipo scientifico con quelle di tipo culturale”.

Reperti lignei recuperati nei fondali di contrada Bufala e conservati nel museo Archeologico di Gela (foto salvo emma / soprintendenza del mare)
Il relitto “Gela II” fu individuato a circa un chilometro dal primo relitto “Gela I” da un subacqueo locale nel lontano 1990; lo stesso consegnò alcuni frammenti ceramici, individuati a pochi metri di profondità tra un cumulo di pietre (che si rivelerà essere la zavorra dell’imbarcazione), alla Soprintendenza di Caltanissetta. Nel 1995 una prima indagine subacquea sistematica individuò sul fondale la presenza di reperti lignei pertinenti lo scafo e furono recuperati numerosi reperti ceramici del carico che consentirono di datare l’età del relitto. Negli anni successivi, dai fondali di Gela sono stati recuperati numerosi reperti come gli elmi corinzi, individuati a contrada Bulala, o i numerosi lingotti di oricalco, attualmente in esposizione al Museo archeologico di Gela oltre a molte anfore e ancore pertinenti relitti affondati nello specchio acqueo di fronte Bulala, a pochi metri di profondità.
Firenze. A TourismA 2024 Valeria Li Vigni, presidente della fondazione “Sebastiano Tusa”, ha consegnato a Mario Tozzi il premio “Thalassa – fondazione Sebastiano Tusa” per aver coniugato al meglio la ricerca scientifica finalizzata alla salvaguardia del Patrimonio Culturale e Ambientale

Vittorio Sgarbi commemora la figura di Sebastiano Tusa davanti alla platea di TourismA 2020 (foto Graziano Tavan)

L’archeologo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel marzo 2018
L’emozione era palpabile, sabato 24 febbraio 2024, in auditorium al centro congressi di Firenze, sul palco e tra il pubblico, mentre sul grande schermo scorrevano le immagini di Sebastiano Tusa e la voce narrante ne ripercorreva la sua vita intensa di archeologo e amministratore pubblico dei beni culturali della sua Sicilia. Alle 15, nell’intenso di tourismA 2024 era in programma “L’UOMO E IL MARE”, con l’assegnazione della prima edizione del premio “Thalassa – Fondazione Sebastiano Tusa” per la ricerca scientifica nel Mediterraneo con l’intervento di Valeria Li Vigni, presidente Fondazione Sebastiano Tusa, istituita per portare avanti la mission del marito. Il breve filmato ricorda le scoperte dei rostri, poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo, che lo convinsero che quello specchio di mare doveva essere proprio il teatro dello storico scontro navale delle Egadi tra la flotta cartaginese e quella romana che nel 241 a.C. segnò la fine alla prima guerra punica (vedi Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani | archeologiavocidalpassato); e poi si sofferma sulla creazione della soprintendenza del Mare che ha fatto della Sicilia all’avanguardia nella protezione, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio subacqueo. E si chiude con il ricordo doloroso della sua tragica morte, avvenuta il 10 marzo 2019, nel disastro aereo del Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba (vedi Archeologia in lutto. Nel disastro aereo del Boing 737 precipitato in Etiopia è morto l’archeologo Sebastiano Tusa: siciliano doc, docente di paletnologia e archeologia marina, ha creato la soprintendenza del Mare. A Malindi con l’Unesco doveva promuovere ricerche subacquee nell’oceano Indiano | archeologiavocidalpassato).

TourismA 2024: consegna del premio “Thalassa – fondazione Sebastiano Tusa”: da sinistra, Piero Pruneti, Valeria Li Vigni e Mario Tozzi (foto graziano tavan)
Sul palco, accanto a Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva e di TourismA, Valeria Li Vigni, la vedova di Sebastiano Tusa, e presidente della Fondazione Sebastiano Tusa, che con voce rotta dalla commozione ha spiegato l’istituzione del premio “Thalassa – Fondazione Sebastiano Tusa” per ricordare la figura del grande archeologo nelle scelte di quanti amano il mare e la sua salvaguardia come patrimonio culturale e ambientale. La prima edizione del premio Thalassa – fondazione Sebastiano Tusa (un “rostro”, a ricordare la scoperta più famosa fatta da Tusa) è stata assegnata а Mario Tozzi “per aver coniugato al meglio – si legge nella motivazione – la ricerca scientifica finalizzata alla salvaguardia del Patrimonio Culturale e Ambientale e la conoscenza con una sapiente e avvincente narrazione chiara e capillare stimolando la sensibilità delle giovani generazioni. Per aver contribuito a evidenziare la necessità di un intervento globale per la salvaguardia del pianeta con particolare riguardo al fragile equilibrio del Mediterraneo. Per aver contribuito in maniera fondamentale alla divulgazione del Nostro Patrimonio Culturale e Ambientale come autore e conduttore di numerosi programmi televisivi, radiofonici e in numerose pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo”.
Palermo. Al Palazzetto Mirto giornata di studi “LEPANTO. LA BATTAGLIA. Storia Arte Archeologia” promossa dal dipartimento Beni culturali e Identità siciliana della Regione Siciliana e dalla soprintendenza del Mare
Giornata di studi “LEPANTO. LA BATTAGLIA. Storia Arte Archeologia” promossa dal dipartimento Beni culturali e Identità siciliana della Regione Siciliana e dalla soprintendenza del Mare: appuntamento lunedì 11 dicembre 2023, alle 9, al Palazzetto Mirto in via Lungarini 9 a Palermo. Ingresso libero. IL PROGRAMMA. Alle 9, saluti istituzionali: Francesco Paolo Scarpinato, assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana; Mario La Rocca, dirigente generale del dipartimento Beni culturali e Identità siciliana; Juan Carlos Reche Cala, direttore istituto Cervantes di Palermo; Ferdinando Maurici, soprintendente del Mare. SESSIONE MATTUTINA presiede Gianclaudio Civale. Interventi: alle 10, Francesco Vergara, già direttore della biblioteca centrale della Regione Siciliana, “La Sicilia e Lepanto”; 10.30, Antonino Giuffrida, già professore associato di Storia moderna, università di Palermo, “Il mito di Lepanto”; 11, pausa caffè; 11.30, Giacomo Pace Gravina, ordinario di Storia del Diritto all’università di Messina, “Lepanto: storie di una battaglia”; 12, Chiara Caldarella, funzionaria Storica dell’arte della soprintendenza del Mare, “La sella di Marcantonio Colonna, eroe di Lepanto”; 12.30, discussione. SESSIONE POMERIDIANA presiede Giacomo Pace Gravina. Alle 15.30, Gabriella Monteleone, catalogatrice alla soprintendenza del Mare, “Colamaria Carnevale, un “venturiero” calabro-siculo al servizio di Filippo II nella battaglia di Lepanto. Analisi di una ricerca”; 16, Gianclaudio Civale, professore associato di Storia moderna all’università di Milano, “La battaglia come esperienza religiosa tra ideale crociato e processo disciplinare”; 16.30, discussione; 17, pausa caffè; 17.30, Salvatore Bottari, ordinario di Storia moderna dell’università di Messina, “L’epopea di Lepanto nella Sicilia del tardo Cinquecento”; 18, Ferdinando Maurici, soprintendente del Mare, “As armas e as naus assinaladas: navi e armi a Lepanto”; 18.30, discussione; 19, Giacomo Pace Gravina, chiusura dei lavori.
Trapani. Dopo il ricco carico, già in fase di studio e restauro, è stato recuperato il relitto “Marausa 2”, nave romana del III sec. d.C. Operazione complessa: è la prima volta in Sicilia. Dopo il restauro, al museo Baglio Anselmi, sarà musealizzata in una struttura da individuare nel Trapanese

Il relitto Marausa 2 in fondo al mare ancora con il suo ricco carico (foto regione siciliana)

Il relitto Marausa 2 riportato in superficie (foto regione siciliana)
Un fortunale, diciotto secoli fa, soprese la nave a 100 metri dalla riva facendola naufragare. Il relitto di quella nave romana del III secolo d.C. era stato individuato nei fondali di Marausa, nel territorio di Misiliscemi, a pochi chilometri da Trapani, a due metri di profondità, con tutto il suo carico composto da contenitori da trasporto e una grande varietà di oggetti. Molti sono già stati recuperati, come numerose anfore e materiali di grande pregio e fattura, trasferiti al museo Archeologico regionale Baglio Anselmi di Marsala per il primo trattamento conservativo. E ora anche quel relitto, denominato “Marausa 2”, è stato riportato in superficie. I lavori di scavo e recupero del relitto Marausa 2 si sono conclusi in questi giorni. L’operazione, per un importo di circa 500mila euro a valere sul “Patto per il Sud 2014-2020”, iniziata alla metà del mese di giugno 2023, è stata affidata alla ditta Antonio Vullo di Favara (AG).

Il relitto Marausa 2 ripulito e pronto per l’operazione recupero (foto regione sicliana)
Il team di archeologi e tecnici subacquei, coordinati dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, ha progettato e diretto l’intera operazione di recupero che rappresenta un evento di straordinaria importanza: per la prima volta in Sicilia viene effettuata una operazione complessa e delicata che ha consentito il trasporto via mare senza intaccare la struttura originaria dell’imbarcazione.

Una fase della pulizia del relitto Marausa 2 (foto regione siciliana)

Il relitto Marausa 2 assicurato alla gabbia progettata dalla Soprintendenza dl Mare e pronto per essere portato in superficie (foto regione siciliana)
Dopo la prima fase di scavo e documentazione, a cui sono seguite le operazioni di recupero del carico, è iniziata la procedura di messa in sicurezza e protezione del relitto effettuata con tessuto e reti metalliche appositamente modellate, per consentire il trasporto via mare dal luogo di ritrovamento fino al porto di Marsala. La gabbia, realizzata con tubi metallici e supporti a snodo in ferro e legno, è stata costruita sul posto e ha consentito di sollevare il relitto nella sua interezza, senza modificarne la struttura originaria. Il relitto è stato portato in superficie grazie a palloni di sollevamento e cassoni che hanno consentito di spostare la struttura al largo della costa di Marausa.

Il relitto Marausa 2 agganciato e trainato dall’imbarcazione “El Merendero” del Blue Tek Diving di Marettimo (foto regione siciliana)

Il relitto Marausa 2 ormeggiato al porto di Marsala (foto regione siciliana)
La nave è stata quindi assicurata all’imbarcazione “El Merendero” del Blue Tek Diving di Marettimo che ha trainato la nave romana fino al porto di Marsala. Un tragitto impegnativo, scortato dai mezzi della Capitaneria di Porto di Trapani e di Marsala, durato circa 10 ore e seguito costantemente da imbarcazioni di appoggio con i subacquei che hanno monitorato la struttura durante tutta la traversata.

L’alaggio del relitto Marausa 2 al cantiere “Capriccio Mare” di Marsala (foto regione siciliana)

Lo spostamento del relitto Marausa 2 attraverso Marsala con un trasporto eccezionale (foto regione siciliana)

L’arrivo al museo Baglio Anselmi di Marsala del relitto Marausa 2 (foto regione siciliana)
Lo scafo è stato depositato al cantiere “Capriccio Mare” di Marsala che ha provveduto alle operazioni di alaggio e di spostamento con un trasporto eccezionale che ha attraversato la città di Marsala fino al museo Baglio Anselmi di Marsala; qui il relitto è stato collocato in una vasca per il primo trattamento di desalinizzazione e le successive fasi di consolidamento e restauro del legno. Continua a leggere…
Levanzo (Tp). Nuovi ritrovamenti archeologici nei fondali, sito della Battaglia delle Egadi: recuperati altri due rostri in bronzo. Sono l’Egadi 26 e l’Egadi 27. E poi 15 elmi, 20 paragnatidi, una spada e, per la prima volta, 7 monete d’argento

E sono 27! Parliamo dei rostri recuperati nei fondali di Levanzo (Trapani), sito della Battaglia delle Egadi. Sono passati quasi 20 anni, da quel lontano 2004, quando la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri confermò al compianto Sebastiano Tusa che il luogo di rinvenimento, a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo, doveva essere proprio il teatro dello storico scontro navale delle Egadi tra la flotta cartaginese e quella romana che nel 241 a.C. segnò la fine alla prima guerra punica (vedi Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani | archeologiavocidalpassato).

“I fondali delle Egadi”, dichiara l’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato, “si confermano ancora una volta uno scrigno prezioso di informazioni per comprendere lo scontro navale tra romani e cartaginesi. La scoperta di Sebastiano Tusa continua ancora oggi a ricevere conferme sempre più importanti, avvalorando l’intuizione dell’archeologo prematuramente scomparso nel 2019 che aveva consentito l’individuazione del teatro della battaglia che sancì il dominio dei Romani sul Mediterraneo”.

La campagna di ricerche che si sta svolgendo in questi giorni – come comunica la soprintendenza del Mare – ha consentito il recupero di due rostri in bronzo denominati “Egadi 26” e “Egadi 27”. Sono stati individuati su un fondale di circa 80 metri e recuperati con l’ausilio della nave da ricerca “Hercules” della fondazione statunitense RPM Nautical Foundation che negli anni ha permesso, grazie alle sofisticate strumentazioni presenti a bordo, l’individuazione e il recupero di numerosi reperti riguardanti l’importante battaglia svoltasi il 10 marzo del 241 a.C.


In particolare, in quest’ultima campagna, i subacquei hanno recuperato 15 elmi del tipo Montefortino, 20 paragnatidi (le protezioni per le guance e il viso dei soldati a corredo degli elmi), una spada, un centinaio di monete in bronzo e, per la prima volta in oltre vent’anni di ricerche, 7 monete in argento. Tutti i reperti sono stati trasferiti presso il laboratorio di primo intervento allestito presso l’ex Stabilimento Florio di Favignana e sono già al vaglio degli archeologi della soprintendenza del Mare. Le attività di ricerca nel tratto di mare tra Levanzo e Favignana sono condotte da un team formato dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, dalla statunitense RPM Nautical Foundation e dalla SDSS The Society for Documentation of Submerged Sites.

Sono 26 i rostri ritrovati con ricerche archeologiche subacquee a partire dai primi anni del Duemila. Micidiali armi di distruzione che, applicati sulla prua delle navi da guerra, consentivano lo speronamento delle navi nemiche e il conseguente affondamento. Negli ultimi 20 anni sono stati individuati anche 30 elmi del tipo Montefortino, appartenuti ai soldati romani, 2 spade, alcune monete e un considerevole numero di anfore. Da alcuni anni, alle ricerche puramente strumentali condotte in collaborazione con la RPM, sono state affiancate le ricerche con l’impiego dei subacquei altofondalisti della SDSS che hanno consentito, grazie alla specializzazione nelle ricerche in acque profonde, l’individuazione e il recupero di importanti reperti.
Palermo. Al museo Archeologico regionale “A. Salinas” presentazione del libro “La Terra dei Giganti. Studi di Archeologia e Storia in memoria di Giovanni Mannino” (Angelo Mazzotta editore) a cura di Alfonso Lo Cascio e Antonino Filippi
Martedì 16 maggio 2023, alle 17.30, al museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo, sarà presentato il libro “La Terra dei Giganti. Studi di Archeologia e Storia in memoria di Giovanni Mannino” (Angelo Mazzotta editore) a cura di Alfonso Lo Cascio, giornalista pubblicista, e Antonino Filippi, archeologo, segue progetto di dottorato di ricerca sulla Protostoria siciliana all’università di Roma “Tor Vergata”. L’opera presenta il contributo di 19 studiosi: Giuseppina Battaglia, Alberto Cazzella, Massimo Cultraro, Franco D’Angelo, Rosanna De Simone, Sara Di Salvo, Antonino Filippi, Rossella Giglio Cerniglia, Caterina Greco, Domenico Laudicina, Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Lo Iacono, Marcello A. Mannino, Ferdinando Maurici, Giulia Recchia, Alberto Scuderi, Francesca Spatafora, Sebastiano Tusa, Stefano Vassallo. Dopo i saluti della direttrice Caterina Greco, intervengono Ferdinando Maurici, soprintendente del Mare, e Francesca Spatafora, già direttrice del museo Archeologico regionale “Salinas”. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Copertina del libro “La Terra dei Giganti. Studi di Archeologia e Storia in memoria di Giovanni Mannino” (Angelo Mazzotta editore) a cura di Alfonso Lo Cascio e Antonino Filippi
La Terra dei Giganti. Le dinamiche storiche e archeologiche che hanno interessato la Sicilia e l’Isola di Malta dalla Preistoria al Medioevo sono il tema dei contributi che arricchiscono questo volume, scritto da specialisti del settore, con approfondimenti sulle più recenti scoperte, frutto di scavi, indagini nel territorio e nei magazzini dei musei siciliani. Si scopre così che le nostre conoscenze sulle antiche culture testimoniate nell’Isola si legano strettamente all’attività di ricerca di un uomo, Giovanni Mannino, che per oltre mezzo secolo è stato uno dei protagonisti della cultura siciliana e al quale, come dimostra la sua lunga bibliografia, molto dobbiamo sulle attuali conoscenze in diverse discipline, dall’Archeologia alla Speleologia.
Mazara del Vallo (Tp). Scoperte tre ancore romane nel fondale antistante la città: costituiranno un punto di interesse per un nuovo itinerario culturale sommerso

I ceppi di ancore romane rinvenuti sui fondali marini davanti a Mazara del Vallo (Tp) (foto regione siciliana)
Rinvenute sui fondali davanti a Mazara del Vallo tre ancore di epoca romana che non saranno rimosse, ma andranno a costituire un punto di interesse per un nuovo itinerario culturale sommerso. Un’operazione congiunta tra soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, Guardia Costiera di Mazara del Vallo e 3° Nucleo Subacquei della Guardia Costiera di Messina, ha portato al rinvenimento di tre ancore romane nel fondale antistante la città di Mazara del Vallo (Tp). L’individuazione è avvenuta grazie alla segnalazione da parte di un subacqueo mazarese, Walter Marino e dai subacquei della Lega Navale di Mazara, nel corso di una immersione ricreativa. La tempestiva segnalazione al Comandante della Capitaneria di Porto di Mazara del Vallo, C.F. (CP) Enrico Arena, ha attivato le procedure di verifica del sito.

Il team che ha partecipato all’operazione congiunta tra soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, Guardia Costiera di Mazara del Vallo e 3° Nucleo Subacquei della Guardia Costiera di Messina (foto regione siciliana)
Nel corso dell’immersione, effettuata dai sommozzatori del Nucleo Subacqueo della Soprintendenza del Mare e del 3° Nucleo Subacquei della Guardia Costiera, sono stati documentati e rilevati due grandi ceppi d’ancora in piombo, di epoca romana, e un’ancora in ferro in corso di identificazione. Il rilievo 3D effettuato nel corso dell’immersione, consentirà di eseguire i primi approfondimenti sulla consistenza del ritrovamento. “Nei giorni scorsi”, dichiara il Comandante della Capitaneria di porto di Mazara del Vallo, Enrico Arena, “è stato raggiunto un rilevante obiettivo di tutela dei beni archeologici presenti nelle acque di nostra giurisdizione, reso possibile dal tempestivo intervento di Capitaneria di Porto e soprintendenza del Mare, con la fattiva partecipazione di una locale associazione di diving e con la preziosa collaborazione del 3° Nucleo Subacquei della Guardia Costiera, componente specialistica del Corpo sempre più impegnata in campagne di scoperta e di valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso”.

Mazara del Vallo (Tp): l’ancora in ferro in corso di identificazione (foto regione siciliana)
“Ancora una volta – dichiara il soprintendente del Mare Ferdinando Maurici – la sinergia tra la Capitaneria di Porto e la Soprintendenza del Mare con l’attiva partecipazione dei segnalatori, ha consentito la scoperta di un sito archeologico che presenta, alla luce delle informazioni fino ad ora acquisite, le potenzialità per rivelarsi un futuro itinerario culturale sommerso fruibile da appassionati subacquei e turisti. È questa un’opportunità per un territorio che tanto ha già dato all’archeologia subacquea siciliana e che presenta buone prospettive di sviluppo con un turismo subacqueo culturale”.
A Casa Sanfilippo, sede del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, martedì 16 aprile 2024, alle 10, presentazione del libro “Tra Terra e Acqua: Antiquarium del Mare” in memoria di Daniele Valenti, funzionario della soprintendenza e tecnico subacqueo, a cura di Domenica Gullì, promossa dalla soprintendenza ai Beni culturali di Agrigento e dal parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, sotto il patrocinio della Soprintendenza del Mare. Alla presentazione, interverranno Roberto Sciarratta, direttore del parco Valle dei Templi; Vincenzo Rinaldi, soprintendente di Agrigento; e Ferdinando Maurici, soprintendente del Mare. Uno dei momenti clou della manifestazione sarà la lectio magistralis di Stefano Medas, docente all’università di Bologna, che parlerà di “La navigazione antica. Elementi storici, archeologici ed eredità nella tradizione nautica”. La presentazione del volume sarà curata da Maria Concetta Parello, archeologa del parco Valle dei Templi. L’evento è aperto a tutti.


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