Esclusivo. A pochi giorni dall’avvio della campagna 2024 al sito preromano di San Basilio ad Ariano nel Polesine (Ro) l’archeologa Silvia Paltineri anticipa gli obiettivi delle nuove ricerche e fa il punto sulle scoperte fin qui acquisite nel centro del delta, primo grande approdo dei greci e luogo di incontro con Etruschi padani e Veneti tra VI e V sec. a.C.

Ad Ariano nel Polesine (Ro) è tutto pronto per avviare la campagna di scavo 2024 del’università di Padova nel sito preromano di San Basilio (foto unipd)
Manca pochissimo alla ripartenza degli scavi di San Basilio 2024. Lunedì 29 aprile riapre lo scavo del sito etrusco diretto da Silvia Paltineri dell’università di Padova. È proprio l’archeologa del dipartimento dei Beni culturali dell’ateneo patavino ad anticipare ad archeologiavocidalpassato.com gli obiettivi della campagna 2024 e a fare il punto sulle indagini fin qui condotte che confermano l’importanza del sito di San Basilio che rappresenta il primo grande approdo a vocazione internazionale frequentato dai navigatori greci, che fra VI e V secolo a.C. trovarono nel Delta del Po e, più in generale, nell’Alto Adriatico, un luogo di incontro ideale con gli Etruschi padani e con i Veneti.

San Basilio preromana: team della campagna di scavo 2023 (foto unipd)

San Basilio preromana: team della campagna di scavo 2022 (foto unipd)

San Basilio preromana: team della campagna di scavo 2021 (foto unipd)
“La campagna del 2024 dell’università di Padova nel sito di San Basilio”, spiega Paltineri, “riguarda in particolare l’insediamento preromano, un insediamento che inizia la sua vita intorno al 600 a.C. che è una data chiave per tutta l’Italia settentrionale perché è un momento nel quale nell’area del delta del Po le comunità locali si aprono ai commerci con il Mediterraneo. E San Basilio rappresenta il primo grande approdo a vocazione internazionale frequentato dai navigatori greci. Nell’area del Delta erano già stanziati gli Etruschi, principalmente di area padana, i quali, data la posizione geografica del Polesine, erano in strettissimo contatto con i vicini Veneti.

La posizione del sito di San Basilio ad Ariano nel Polesine con la linea di costa antica (foto unipd)
Più antico di Adria e di Spina. “Il sito di San Basilio – continua -, un po’ come Adria e come Spina soprattutto, siti più noti ma rispetto ai quali San Basilio rimane comunque importante, proprio perché è il più antico, ha una vocazione internazionale fin dall’inizio della sua storia. Intorno al 600 a.C. questo centro, che si trovava in una zona retro-costiera lungo un cordone di dune, quindi protetto dal mare aperto però affacciato sul mare stesso, diventa un crocevia di scambi, ben testimoniato dagli scavi che stiamo conducendo nell’insediamento preromano a partire dal 2019 con campagne di indagine stratigrafica, precedute da una ricognizione che nel 2018 ho condotto insieme alla collega Giovanna Gambacurta dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Negli anni questo progetto di indagine si è ulteriormente articolato, grazie a una stretta sinergia con il museo Archeologico nazionale di Adria, guidato da Alberta Facchi, alla Soprintendenza competente nella persona di Giovanna Falezza e grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che fin dal 2018 ha creduto in questa progettualità e attualmente ha investito in un ampio progetto culturale che si è allargato alla fase romana del sito di San Basilio, attualmente in corso di scavo da parte dei colleghi del mio dipartimento Jacopo Bonetto e Caterina Previato.

Villaggio protostorico di Frattesina (Ro): l’area di scavo interessata dalla campagna 2023 (foto graziano tavan)

Una delle aree di scavo della campagna 2023 del sito protostorico di Villamarzana (Ro) (foto graziano tavan)
Ma non solo. “Il Polesine è al momento al centro di importanti indagini archeologiche riguardanti fasi più antiche. Queste ricerche, grazie al finanziamento di Cariparo, sono attive nei siti di Frattesina di Fratta Polesine e di Villamarzana, dove attualmente sono impegnati il CPSSAE, l’università Sapienza di Roma e sempre l’università di Padova con le ricerche condotte da Michele Cupitò.

Il posizionamento delle tre aree di scavo effettuati a San Basilio negli anni 1983-1987 (da Salzani, Vitali, 2002)
Prime indagini della soprintendenza negli anni ’80 del Novecento. “Quando abbiamo scelto di aprire saggi di scavo nell’insediamento preromano – ricorda Paltineri – in un certo senso non lavoravamo al buio, perché nell’area c’erano ricerche pregresse degli anni ’80 del secolo scorso condotte dalla soprintendenza Archeologica del Veneto sotto la direzione di Maurizia De Min prima, e di Luciano Salzani e di Daniele Vitali dell’università di Bologna poi.

San Basilio (Ariano nel Polesine): scavi 1983 e 1987-1989, l’insediamento preromano (VI-V secolo a.C.) frequentato da Etruschi, Greci e Veneti, con le palificate lignee eccezionalmente conservate (foto unipd)
E queste indagini avevano già messo in luce un insediamento che presentava alcune evidenze eccezionali, tavolati e pali lignei ben conservati, e materiali di diversa provenienza e connotati culturalmente in maniera diversa, tra cui ceramica di produzione locale, cioè ceramica etrusca di produzione padana, ceramica greca di importazione – corinzia, ionica e soprattutto attica a figure nere -, e poi anche ceramica veneta decorata a fasce rosse e nere. Dunque queste erano un po’ le basi di partenza di un’indagine che attualmente ci vede impegnati e che anche quest’anno ci vedrà tornare sul campo proprio a partire da lunedì 29 aprile 2024. E per un mese saremo a San Basilio per proseguire le nostre ricerche.

Lo scavo dell’università di Padova nel sito preromano di San Basilio (Ariano nel Polesine) visto da drone. Le frecce indicano l’andamento dell’antico canale ancora ben visibile (foto unipd)
Affacciato su un antico canale. “Cosa abbiamo fatto finora? Abbiamo aperto due trincee di scavo: una più grande di circa 15 x 15 metri, e una più piccola di 10 x 4 metri. In un punto strategico dell’area dell’insediamento preromano, un punto importante in quanto affacciato su un antico canale di cui rimane ancora una traccia evidente se si osservano le foto aeree, sia quelle degli anni Ottanta sia quelle effettuate grazie ai sorvoli con il drone condotti in collaborazione con il mio collega Jacopo Turchetto.

San Basilio (Ariano nel Polesine): Battuto pavimentale in cocciopesto, con canalette basali per sostenere l’alzato in graticcio e buche di palo (foto unipd)
Edificio in graticcio con pavimentazione in cocciopesto. “Le evidenze che abbiamo rintracciato sul terreno – spiega l’archeologa – rispettavano l’orientamento del cordone e del canale. Abbiamo infatti rinvenuto resti di pavimentazioni costituite da uno straordinario battuto di cocciopesto che è stato anche analizzato dal collega Michele Secco, e questo battuto presentava canalette di fondazioni per le travi basali che sostenevano l’alzato e buche di palo, quindi un’edilizia deperibile, in graticcio, analogamente a quello che accade per esempio nel vicino sito di Spina. E l’orientamento di queste strutture asseconda la natura del luogo: quindi è ortogonale rispetto al canale e rispetto all’andamento della pendenza della duna.

Frammento di ceramica greca da cucina ritrovato nel sito preromano di San Basilio nella campagna di scavo dell’università di Padova (foto unipd)
C’era una comunità di greci. “Orientato NW-SE, questo edificio di cui appunto abbiamo rinvenuto le tracce, restituisce materiali di grande interesse, in parte si tratta di produzioni già note, quindi ceramica etrusca di produzione padana, ceramica greca di importazione, ceramica veneta, però abbiamo avuto anche alcune sorprese. Per esempio abbiamo trovato la ceramica greca da cucina, cosa che accade ad esempio nel vicino sito di Spina. Questo rinvenimento testimonia che a San Basilio i Greci non arrivavano solamente come commercianti, come mercanti, ma con buona probabilità vi era nel sito una presenza greca, dal momento che la ceramica da cucina è un indicatore importante di certe abitudini alimentari.

Applique in bronzo a forma di felino ritrovata nel sito preromano di San Basilio nella campagna di scavo dell’università di Padova (foto unipd)
Applique in bronzo a forma di felino. “E poi tra le altre sorprese – sottolinea Paltineri – vi è il rinvenimento di alcuni bronzetti configurati a forma di felino, a forma di quadrupede, produzioni di pregio che circolavano nel Mediterraneo occidentale in epoca tardo arcaica. Si rinvengono materiali analoghi in tutta l’Etruria ma anche nel Mediterraneo occidentale fino alla penisola iberica. Sono applique che con buona probabilità si trovavano sugli orli di patere bronzee, e che non sono in realtà una novità assoluta in Polesine, perché si conoscono anche esemplari da Adria

Un vecchio documento che mostra il disegno del colino ritrovato a Pezzoli di Ceregnano (Ro) con un’applique uguale a quella rinvenuta a San Basilio (foto unipd)
e si sa di un vecchissimo rinvenimento, del ‘700 addirittura, da un contesto, di cui i materiali sono perduti, che è quello di Pezzoli di Ceregnano, sito nel quale erano stati rinvenuti materiali di provenienza funeraria tra i quali un infundibulum, cioè un colino, che aveva appunto una di queste applique, identica a quelle che abbiamo trovato noi. Il nostro rinvenimento di bronzetti è da riferire ad attività di rifusione. Quindi quando questi oggetti avevano perso la loro funzione primaria. Però rimane un rinvenimento importante.

Panoramica delle cderamiche di importazione e di produzione locale rinvenute nello scavo nel sito preromano di San Basilio dall’università di Padova (foto unipd)
Dai buccheri alle ceramiche etrusco-padane decorate alla veneta. “Tra gli altri rinvenimenti significativi – continua – va segnalata ceramica meso-corinzia che data l’attivazione del sito almeno intorno al 590 a.C. e poi abbiamo bucchero attestato in notevole quantità, anche con forme che incominciano a comparire nella seconda metà del VII secolo e che poi hanno una evoluzione tipologica fino ai primi decenni del VI. Il fatto di aver trovato queste forme a San Basilio è importante, perché il range di nascita e morte del tipo ci consente di fissare il sicuro avvio del sito intorno al 600. E questo è un dato nuovo perché, rispetto ai rinvenimenti degli anni ’80 del secolo scorso, noi possiamo rialzare di un ventennio-un venticinquennio l’attivazione di San Basilio preromana, appunto a questa data chiave, al 600. Poi abbiamo rilevato altri aspetti molto interessanti nella tipologia dei materiali: per esempio, abbiamo forme che sono tipicamente etrusco-padane ma che presentano la decorazione veneta a fasce rosso nere. E questo è un fenomeno di ibridazione tipologica molto significativo, e che ha sicuramente a che fare con i gusti e le abitudini della committenza locale”.

Un’attività dell’università di Padova nella campagna di scavo nel sito preromano di San Basilio (foto unipd)
“Queste indagini – conclude Paltineri – sono possibili – e voglio ricordarlo – grazie all’entusiasmo e all’impegno di tutti gli studenti, gli specializzandi e i dottorandi che ogni anno lavorano con noi nel sito”.
Zevio (Vr). Incontro dell’università del Tempo libero su “Storia dei ritrovamenti archeologici degli ultimi 40 anni nel territorio di Zevio” con due esperti: Luciano Salzani e Alberto Manicardi. Protagonista la Tomba del Carro scoperta a Lazisetta

Particolare del ricco corredo funebre della Tomba del Carro di Santa Maria di Zevio (Vr) (foto sap)
Alla fine del percorso dell’Età del Ferro nel museo Archeologico nazionale di Verona è esposto il ricco corredo della Tomba del Carro di Zevio, la numero 7 delle 181 ritrovate nella necropoli di Lazisetta di Santa Maria di Zevio (II sec. a.C. – I sec. d.C.). Si tratta della tomba di un bambino di 5-7 anni le cui ceneri furono deposte insieme a un sontuoso carro da parata e a un ampio corredo tipico dei guerrieri adulti. L’attento studio dei contesti ha permesso agli archeologi di ricostruire – con una installazione multimediale – il rituale con cui questo giovane “principe” fu sepolto.

L’area di scavo della necropoli celtica a Santa Maria di Zevio (Vr) (foto sap)

Ricostruzione del carro funebre della Tomba del bambino di Lazisetta di Santa Maria di Zevio (Vr) (foto sap)
Proprio la scoperta a Lazisetta, nei pressi di Pontoncello, della sepoltura di un bambino appartenente ad una ricca famiglia celtica che ha portato alla luce i resti di un carro funebre oltre a un ricchissimo corredo funerario, sarà uno dei temi forti dell’incontro “Storia dei ritrovamenti archeologici degli ultimi 40 anni nel territorio di Zevio” promosso dall’Università del tempo libero.
Appuntamento lunedì 6 marzo 2023, alle 15, nella sala conferenze del Centro civico culturale di Zevio, in piazza Santa Toscana. Interverranno due tra i massimi esperti del settore: Luciano Salzani, già ispettore della soprintendenza Archeologica di Verona e Alberto Manicardi, esperto archeologo della SAP, che ha operato a lungo nel territorio di Zevio. Ma non solo. Il territorio di Zevio, per la presenza di una fertile pianura e del fiume Adige, è sempre stato abitato fin dai tempi antichi e i numerosi ritrovamenti archeologici di necropoli del periodo celtico-romano ne sono una testimonianza.

Copertina del libro “La necropoli gallica e romana di S. Maria di Zevio (Verona)” di Luciano Salzani
Tra l’altro, non dimentichiamo che proprio Luciano Salzani, nel 1996, aveva pubblicato per la Sap, il libro “La necropoli gallica e romana di S. Maria di Zevio (Verona)” in cui vengono presentati gli scavi delle necropoli galliche e romane attorno a S. Maria di Zevio, primo risultato assai riuscito di un lungo lavoro svolto in costante collaborazione tra la soprintendenza Archeologica del Veneto, l’Archeoclub di S. Maria di Zevio e il Comune di Zevio. Il risultato scientifico, che vede l’edizione sistematica di centosessantotto tombe ad incinerazione databili tra il II sec. a.C. e la prima età imperiale, è indubbiamente di grandissimo rilievo, perché rappresenta un caso esemplare della progressiva integrazione di una comunità cenomane (a quanto risulterebbe dalle iscrizioni) nel mondo romano.
Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: nuove scoperte dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure. Il punto in un servizio su Archeologia Viva di luglio/agosto 2020

L’antico molo con i buchi dei pali delle bricole dell’antica Equilo scoperti a Jesolo nella campagna di scavo 2020 dell’università Ca’ Foscari diretta da Sauro Gelichi (foto unive)
Un molo, bricole e una piroga: sono i nuovi ritrovamenti dello scavo di Equilo-Jesolo a ridosso del Canale di San Mauro, che confermano la vocazione tipica di questo territorio lagunare. Una campagna di scavo ricca di soddisfazioni quella che Ca’ Foscari, sotto la direzione del prof. Sauro Gelichi, sta proseguendo nella località “Le Mure” di Jesolo, grazie anche all’amministrazione comunale che ha investito permettendo ai ricercatori di gettare nuova luce sulla storia della città. I risultati della campagna 2020 aggiungono un nuovo tassello alla ricca e complessa storia di questo territorio nel corso del Medioevo, che l’équipe di archeologia medievale del dipartimento di Studi umanistici di Ca’ Foscari aveva cominciato a svelare nel 2011 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/01/17/le-origini-di-jesolo-lequilo-altomedievale-riemergono-dagli-scavi-delluniversita-di-venezia-in-localita-le-mure/). Proprio sulle ricerche archeologiche di Jesolo / Equilo tra tarda antichità e Medioevo un ampio servizio curato da Sauro Gelichi, Alessandra Cianciosi e Silvia Cadamuro, sulla rivista “Archeologia Viva” di luglio-agosto 2020 (n° 202) fa il punto sui risultati raggiunti.

Così appariva la cattedrale di Santa Maria Assunta nella campagna alla periferia di Jesolo agli inizi del Novecento (la foto è anteriore al 1903). Come si può vedere si tratta di una costruzione grandiosa, paragonabile alla basilica di San Marco in Venezia (foto unive)
“Il progetto archeologico su Jesolo”, spiega il prof. Sauro Gelichi, direttore dello scavo e del Centro Interuniversitario per la Storia e l’Archeologia dell’Alto Medioevo, “che il nostro ateneo sta portando avanti in accordo e cooperazione con l’amministrazione comunale e con la soprintendenza, si sta configurando come uno dei più organici e promettenti avviati in regione negli ultimi anni. I risultati scientifici conseguiti hanno rivelato un sito del più alto interesse storico ed archeologico: il passato di Equilo sta facendo emergere una storia ricca di implicazioni politiche, sociali, culturali, funzionale a comprendere meglio le vicende di tutta l’area lagunare veneziana e delle zone contermini. Una storia che si intreccia con quella dell’antica Altino e, poi, della vicina Cittanova e della più lontana, ma sempre presente, storia di Venezia. La ricerca archeologica ha messo in luce straordinarie ed inedite narrazioni ma anche realtà materiali di notevole consistenza e valore, come ad esempio i dimenticati resti del cosiddetto monastero di San Mauro. Così si rende sempre più necessario avviare un processo di restauro e valorizzazione (a cui l’Università sta lavorando in accordo con l’amministrazione e la soprintendenza), che recuperi al meglio tutte queste testimonianze (le nuove ma anche le vecchie messe in luce negli scavi della cattedrale), per recuperarle e riproporle, opportunamente tradotte, in un percorso di conoscenza e di riappropriazione collettiva. Un percorso che dovrebbe avere diversi punti ‘forti’ (accanto ai ruderi della cattedrale, i resti del monastero di San Mauro e la Torre di Caligo) e che, assieme ad uno spazio idoneo dove esporre i reperti mobili e opportune ricostruzioni e ambientazioni digitali, sia in grado di affascinare ed istruire i cittadini ma anche le migliaia di turisti che affollano, d’estate, le spiagge di questa bellissima cittadina”.
L’abitato dell’antica Jesolo sorgeva su un’isola, l’insula Equilus, oggi terraferma per effetto delle piene del Piave e delle bonifiche. Basta percorrere i pochi chilometri che separano i famosi lidi dal centro storico – affacciato questo sulla Piave Vecchia e sulla Paluda (l’estremità nord-orientale della laguna di Venezia) – e osare oltre dove finisce la città verso la campagna, per imbattersi nei ruderi ancora notevoli di un monumento un tempo grandioso: la chiesa cattedrale di Equilo, costruita molto probabilmente nel XII secolo. Quei ruderi martoriati sono lì a ricordarci un passato che la stessa comunità di Jesolo stenta a riconoscere, reciso com’è dal Medioevo in avanti. La Jesolo attuale è appunto l’erede dell’antica Equilo, insediamento ricordato in uno sparuto gruppo di documenti scritti medievali e abbandonato a partire dal XIII secolo. In casi come questo solo l’archeologia può tentare di riannodare i fili con la storia, dandole un senso e una profondità.

Scavi in corso nel grande edificio usato come “albergo” nella mansio attiva sull’isola di Equilo fra IV e V secolo. Ognuno degli ambienti che vediamo affiancati in serie serviva per dormire e farsi da mangiare (foto unive)
Per prima cosa è stata progettata una campagna di ricognizioni e analisi geo-archeologiche, con il fine di ricostruire, nei limiti del possibile, l’antica situazione ambientale di quest’area oggi perilagunare in rapporto con le possibili zone abitate. Da ciò è emerso il quadro di un insediamento che doveva svilupparsi su un arcipelago di barene o isolotti separati da canali alla foce dell’estuario della Piave Vecchia. Si trattava, dunque, di una posizione particolarmente favorevole, che spiega anche il motivo della colonizzazione di queste aree all’interno di una laguna separata dal mare da relitti di antichi cordoni costieri. Aree che gli scavi hanno dimostrato essere frequentate almeno dall’epoca medio imperiale (II-III sec. d.C.), quando vi si raccoglieva la conchiglia murex per produrre la porpora, attività probabilmente collegata con l’industria laniera della vicina città romana di Altinum (Altino). Così si spiega anche la fondazione, intorno al IV secolo, di una grande mansio nell’ambito di una rete di collegamenti interna alla laguna. Sono stati gli scavi più recenti a mettere in evidenza questa importantissima lontana fase insediativa e a far emergere strutture collegate con la ricezione e lo stazionamento di persone, animali e merci. Peraltro si tratta di una tra le stazioni di posta meglio conservate e documentate archeologicamente nel nostro Paese. Tuttavia la vita di questa mansio dovette essere piuttosto breve. Gli anni turbolenti del V secolo, coincidenti con lo stesso dissolvimento dell’Impero romano d’Occidente, sono lo spazio storico all’interno del quale possiamo datare l’incendio e l’abbandono delle strutture di questa mansio, che non furono più rioccupate, se non in maniera episodica.
Dopo il rinvenimento della mansio tardo antica, nel 2018 gli archeologi si erano concentrati nell’area di San Mauro, a nord della località “Le Mure”, scavata per la prima volta nel 1954 da G. Longo, assistente della soprintendenza Archeologica di Padova che vi aveva identificato i resti del monastero di San Mauro, citato nelle fonti medievali. I primi lavori di scavo avevano portato al ritrovamento di una piccola chiesa triabsidata, dotata di arredi architettonici tipicamente altomedievali, affiancata da altre strutture murarie più recenti, forse collegate al monastero. Ma in seguito le rovine erano state lasciate in stato di abbandono.

Foto zenitale da drone del complesso religioso di San Mauro sull’isola di Equilo attivo a partire dal IX secolo e per tutto il Medioevo nell’ambito di un’intensa attività di bonifica del territorio a fini agricoli (foto unive)
La campagna di scavo 2018, ha ridato nuova vita a questo sito proseguendo l’indagine dell’intera area di San Mauro per comprendere lo sviluppo dell’abitato di Equilo a nord dell’isola tardoantica (già indagata tra 2013-2016), riportando alla luce le eventuali strutture del complesso religioso, almeno quelle che potevano essersi conservate sotto il peso delle macerie e valutandone lo stato di conservazione. L’indagine del 2018, svolta sempre in collaborazione con il Comune di Jesolo e con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha riportato alla luce l’abside laterale della chiesa confermando, da una parte, i risultati dello scavo svoltosi nel 1954 e raccogliendo, dall’altra, numerosi dati del tutto inediti. È stato possibile infatti individuare e indagare depositi mai scavati in precedenza, sia all’interno che all’esterno dell’edificio e datare la formazione di questa porzione dell’insula Equilo al VII secolo d.C. Inaspettato il rinvenimento di 15 sepolture di adulti e bambini, appartenenti al cimitero annesso alla chiesa, per ora indagato solo parzialmente. Eccezionale è stata la messa in luce delle fondazioni del campanile di cui si era persa memoria, costituite da un esteso basamento in legno e da perimetrali spessi ben 160 cm, costruiti con grandi pietre squadrate.

Particolare di una sepoltura del cimitero di Equilo (VI-VII sec. d.C.). Come unico oggetto di corredo funebre vediamo un pettine in osso a doppia fila di denti, un tipo di manufatto che ricorre spesso nelle tombe altomedievali (foto unive)
La lunga stagione dell’Alto Medioevo. Durante il VI secolo tutta quanta l’area dovette passare nelle disponibilità della Chiesa. A questo periodo viene datato l’edificio religioso con mosaici, a cui abbiamo fatto riferimento prima , che rappresenterebbe il primo segno tangibile della presenza di un vescovo a Equilo, altrimenti documentata dalle fonti scritte solo a partire dal IX secolo. Altro segno di un controllo ecclesiastico dell’area sempre nel VI secolo è poi costituito da un cimitero, composto da inumazioni di nuclei familiari. Siamo giunti così all’Alto Medioevo. Finora gli scavi hanno restituito poche testimonianze di questo periodo, se non le fasi più antiche di una chiesa (IX secolo) che stanno venendo alla luce nell’area del già citato “monastero di San Mauro”. Tuttavia di una comunità equilense abbiamo notizie dirette da fonti scritte che si riferiscono a questo luogo, come quelle che compaiono nel testamento (829) redatto dal duca veneziano Giustiniano Particiaco, oltre che da elementi scultorei, come l’eccezionale frammento di sarcofago di un certo Antoninus tribunus (rappresentante della classe dirigente) e di sua moglie, databile sempre nel IX secolo.

Dallo scavo archeologico di Jesolo / Equilo a un percorso di visita permanente: amministrazione comunale e università Ca’ Foscari studiano il piano di fattibilità (foto unive)
La memoria del passato per gli abitanti e gli ospiti. Una storia così rilevante ha necessità di essere ricostruita, ma anche raccontata. E per farlo devono esistere luoghi e modi adatti. L’amministrazione comunale di Jesolo, di concerto con l’università Ca’ Foscari, sta dunque studiando un piano di fattibilità, non solo per recuperare e restaurare sul posto i resti della cattedrale e del “monastero di San Mauro”, ma anche per creare un percorso di visita che possa degnamente illustrare queste vicende. L’obbiettivo è restituire una fetta di quel passato non solo alla comunità, ma anche a coloro che durante il periodo estivo scelgono Jesolo come luogo di vacanza: un modo per valorizzare con contenuti diversi quella vocazione all’ospitalità che, già dall’età Tardoantica, il luogo dimostrava di possedere.
“VENETI ed ETRUSCHI. Un confine invisibile” è il titolo del convegno dedicato alla Necropoli dell’Età del Ferro della Colombara a Gazzo Veronese. Appuntamento sabato 4 febbraio 2023, alle 10, al museo Archeologico nazionale di Verona. La partecipazione all’evento è gratuita. Per informazioni: tel. 346.5033652 o 






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