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Altino (Ve). Visita accompagnata allo scavo attualmente in corso nell’area archeologica del quartiere residenziale augusteo con la direttrice Marianna Bressan e Massimo Dadà della Sabap

Iniziati a marzo 2022 gli scavi nella zona residenziale dell’area archeologica di Altino (Ve) (foto drm-veneto)

Dopo le comunicazioni, la visione diretta degli scavi in corso. Succede ad Altino (Ve) nell’area archeologica dove da qualche settimana sono iniziate nuove ricerche archeologiche. L’annuncio della direzione del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino è allettante: “Volete scoprire tutte le novità dagli scavi in corso nell’area del quartiere residenziale augusteo di Altino? Vi aspettiamo a “Scavi Aperti”!”. Appuntamento nel pomeriggio di mercoledì 27 aprile 2022 al museo Archeologico nazionale. Alle 15.30, è prevista una visita accompagnata allo scavo attualmente in corso presso l’area archeologica del quartiere residenziale augusteo di Altino. Guideranno la visita la direttrice Marianna Bressan e Massimo Dadà della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. Non è necessario prenotare.

Altino (Ve). Sotto i mosaici emergono lacerti di pavimenti in cementizio, tipo “terrazzo alla veneziana”: gli scavi in corso riportano alla luce lo strato più antico della città romana. E mercoledì al via “Scavi aperti”

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Scavi in corso nel quartiere augusteo di Altino (Ve): sotto i mosaici lacerti di pavimento in cementizio, la fase più antica della città romana (foto drm-veneto)

A guardarli da lontano sembrerebbero proprio dei “terrazzi alla veneziana”. Siamo nell’area archeologica di Altino (Ve) dove da marzo sono iniziate le ricerche archeologiche per saperne di più sulla storia della “Venezia prima di Venezia”. Gli ampi lacerti di pavimenti in cementizio fanno capolino sotto i mosaici attualmente esposti e ben conservati (come quelli della Casa della Pantera) e raccontano una storia ancora più antica, di un quartiere residenziale antecedente a quello esposto e che nessuno ha più visto dagli anni ’60. “Prima messa in luce, poi di nuovo interrata”, racconta Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino, “la pavimentazione è riemersa durante i lavori di scavo cominciati un mese fa ad Altino, in particolare nell’area archeologica del quartiere residenziale augusteo”. Gli scavi, che rappresentano una delle azioni del Grande Progetto Beni Culturali con il quale il ministero della Cultura ha finanziato le attività necessarie a trasformare Altino in un parco archeologico, sono stati affidati alla ditta PETRA di Padova con la direzione lavori di Massimo Dadà della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna.

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Veduta aerea dell’area archeologica di Altino tagliata in due dalla strada provinciale (foto drm – veneto)

Le pavimentazioni, però, non sono l’unica “novità”. “Nella zona dei nuovi cantieri (aperti, questi sì, ex novo), che si sviluppano nell’area archeologica in direzione del Museo, sono riaffiorate alcune strutture murarie, una delle quali potrebbe essere la prosecuzione della banchina già scoperta in passato lungo il canale Sioncello, attivo in quest’area fino al I secolo a. C. e interrato alla fine dello stesso secolo per ampliare i quartieri abitativi della città. È presto per tirare delle conclusioni definitive”, continua Bressan. “Gli esperti sono al lavoro, ma dopo un mese di scavi abbiamo già diverse ipotesi sulle quali lavorare. Aspettiamo intanto tutta la cittadinanza alla scoperta degli scavi che permetterà loro di vedere cosa nasconde il sottosuolo di Altino”. Mercoledì 27 aprile 2022 sarà infatti possibile per tutti gli interessati vedere gli scavi dal vivo, nel corso dell’iniziativa “Scavi aperti”. L’appuntamento per tutti è alle 15.30 al Museo; da lì partirà la visita allo scavo in corso e a condurla saranno proprio la direttrice del Museo, Marianna Bressan, e il direttore dei lavori, Massimo Dadà della Soprintendenza.

Parco archeologico di Altino: presentato il progetto finanziato dal Mic che fonde museo e area archeologica in un unico percorso più fruibile al pubblico per raccontare la storia di un luogo e del suo paesaggio speciale. Due anni per realizzarlo

La torretta al centro del museo Archeologico nazionale di Altino: da lì si potrà cogliere con uno sguardo tutta l’estensione del realizzando parco archeologico di Altino (foto drm – veneto)

All’inizio fu il museo di Altino. Poi vennero il museo nazionale e l’area archeologica di Altino. Ora (o meglio, a breve) è il parco archeologico di Altino: perché la “Venezia prima di Venezia” ha tutte le carte in regola per diventare il primo parco archeologico del Veneto, dal patrimonio culturale e paesaggistico a una grande visione per il futuro del polo museale altinate, dal progetto al finanziamento del Mic (sostanzioso, ma sicuramente fondamentale per iniziare), dalla posizione strategica ai margini della laguna veneta al coinvolgimento degli enti e le associazioni territoriali. Manca solo la firma del ministro Dario Franceschini. Ma nessuno si nasconde che, dopo anni di lungaggini (solo per arrivare al nuovo museo ci sono voluti vent’anni! Vedi Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) prende forma: venerdì 12 si inaugura il nuovo edificio, e per un giorno si visitano gli spazi che apriranno nel giugno 2015 | archeologiavocidalpassato), questa volta sembra fatta.

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I partecipanti alla presentazione del progetto del parco archeologico di Altino: da sinistra, Marco Sartori, Elisabetta Baldan, Simone Venturini, Claudio Grosso, Daniele Ferrara, Marianna Bressan, e Paola Bonifacio (foto graziano tavan)

Ne è convinta Marianna Bressan, vulcanica direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, che martedì 1° febbraio 2022 ha presentato la visione (perché si è pensato proprio in grande) del parco archeologico, affiancata da altrettanto entusiasti e convinti “compagni di viaggio”: Daniele Ferrara, direttore regionale Musei del Veneto; Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e laguna; Claudio Grosso, sindaco di Quarto D’Altino; Simone Venturini, assessore al Turismo del Comune di Venezia; Paola Bonifacio, manager dei Musei Civici di Treviso; Elisabetta Baldan, architetto, e Marco Sartori, ingegnere, dello Studio di architettura ddba di Treviso.

Due anni per realizzare il progetto: il termine ultimo è giugno 2024. Cosa vedremo alla fine dei lavori? Si camminerà tra i resti della città sepolta, scoprendone i reperti, ma anche le antiche costruzioni. Ci saranno i mosaici conservati, ma anche la casa in cui probabilmente erano collocati. E mentre si passeggerà accanto al basolato della strada originaria si scopriranno i dintorni, ricostruiti con pannelli iconografici e immagini. Sarà un museo all’aperto, che unirà dunque la parte attualmente contenuta nel museo Archeologico con quella degli scavi, in un unico percorso più fruibile al pubblico che racconterà la storia di un luogo e del suo paesaggio in tutti i suoi aspetti. “Il progetto mira a far comprendere ai visitatori che le aree museali e quelle archeologiche si trovano proprio qui per la presenza di un’antica città sepolta, seppur non visibile”, interviene Marianna Bressan: “racconteremo un “unico mondo” che conterrà storia, arte, paesaggio e territorio e che sarà dunque in grado di mostrare a 360 gradi la storia di questi luoghi. Nel progetto inoltre verrà studiato anche il miglioramento dell’accessibilità per tutti”. Finanziato dal ministero della Cultura con 1milione e 700mila euro, il progetto del parco archeologico potrà contare su 1,5 milioni di euro. Più di due terzi (circa 1,2 milioni di euro) andranno in lavori veri e propri a partire dal rifacimento dei percorsi, degli impianti, dei magazzini, degli allestimenti, passando per l’adeguamento degli edifici e gli ulteriori scavi archeologici. Il restante (300mila euro) servirà per i servizi a partire dagli studi di indirizzo per il modello di sviluppo culturale e turistico, passando per il restauro, gli allestimenti, le traduzioni, la grafica e la comunicazione cui si aggiungeranno i progetti (dei lavori, dell’accessibilità).

Veduta aerea dell’area archeologica di Altino tagliata in due dalla strada provinciale (foto drm – veneto)

Cosa cambierà nel rapporto con il territorio e col sistema paesaggio? Il parco archeologico, rispetto a museo e area archeologica concepiti singolarmente, permetterà di mettere a sistema archeologia (dunque valore culturale) e paesaggio nella proposta di valorizzazione del territorio. Il parco archeologico sarà anche un importante fattore di rilancio per il territorio in chiave turistica: raggiungibile via acqua da Venezia e via terra attraverso un circuito di piste pedonali e ciclabili immerse nella natura, rappresenterà la meta ideale per un turismo lento e sostenibile.

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Il sistema di accesso al parco archeologico di Altino nel progetto dello Studio di Architettura ddba

“La creazione di nuovi flussi turistico-culturali nella Laguna Veneta è una priorità per le pubbliche amministrazioni, poiché ciò contribuisce alla tutela del patrimonio archeologico, storico e artistico presente nei centri urbani e disseminato nel contesto”, spiega Daniele Ferrara. “Occorre lavorare in condivisione tra pubblico e privato per orientare i residenti e i visitatori, italiani e stranieri, verso proposte culturali permanenti coincidenti appunto con percorsi di conoscenza e godimento dei tanti aspetti che l’ambito lagunare offre. È necessario far riscoprire una dimensione di fruizione lenta che avvicini con interesse e piacere a quel ‘museo diffuso’ di cui l’Italia è ricca e di cui la Laguna Veneta è uno degli esempi più alti e significativi”. Il progetto del parco nazionale di Altino nasce inoltre anche da una proficua e stretta collaborazione tra Direzione Regionale Musei e Soprintendenza, a partire dal vincolo archeologico posto su tutta l’area urbana nel 2019. “Abbiamo condotto diverse indagini tra 2020 e 2021”, ricorda Emanuela Carpani, “finanziate dal Ministero e dirette dal nostro funzionario archeologo Massimo Dadà. Queste ricerche ci hanno fatto meglio comprendere la conservazione delle strutture antiche. I risultati fino ad ora raggiunti verranno resi noti a breve in collaborazione con l’Istituto Centrale per l’Archeologia”.

La pista ciclabile. Tra gli elementi maggiormente caratterizzanti della zona nell’ottica della fruibilità di un turismo lento e sostenibile vi è indubbiamente quello delle piste ciclabili nel Parco del fiume Sile, che si estende per 11 territori comunali distribuiti nelle province di Padova, Treviso e Venezia. “È nel nostro DNA puntare, potenziare e rinforzare il cicloturismo nel territorio comunale offrendo al turista la possibilità di apprezzarne il paesaggio ambientale e gli aspetti storico archeologici”, interviene Claudio Grosso. “In particolare questa possibilità verrà data attraverso il completamento di un circuito che comprende il tratto di Greenway che dal capoluogo arriva al museo di Altino attraverso la nuova ciclabile sul Siloncello e ritorna al centro di Quarto d’Altino attraverso il percorso della memoria e la via Claudia Augusta. Si tratta di un’idea di ampio respiro che è finalizzata anche a supportare i nuovi interventi previsti per il parco archeologico”.

“Oggi è un momento molto importante perché tracciamo il percorso di evoluzione di questo straordinario museo”, dichiara Venturini, assessore al Turismo del Comune di Venezia. “Un unico itinerario unirà la componente paesaggistica con la ‘città sepolta’, che in parte vedrà la luce grazie ai nuovi scavi, e con la componente museale, dove già oggi sono esposti preziosi reperti che permettono di ricostruire la storia del porto che si sviluppò prima di Venezia. Si tratta di un progetto importante che completa l’offerta culturale del nostro territorio permettendo di conoscere una storia ancora da riscoprire pienamente. Conoscere le nostre radici significa conoscere anche chi siamo e chi saremo. Questo parco archeologico costituirà una novità assoluta per il Veneziano in grado di affascinare, nei prossimi anni, famiglie, studiosi e scolaresche. Un progetto ambizioso che arricchisce ancora di più l’offerta culturale del nostro territorio, coniugandosi con la bellezza del paesaggio”.

Vediamo meglio cosa prevede il progetto realizzato dallo Studio di Architettura ddba di Treviso, e illustrato dall’architetto Elisabetta Baldan e dall’ingegnere Marco Sartori. “Il primo cambiamento fondamentale prevede non più solo l’esistenza del Museo e dell’Area archeologica intesi come elementi separati, ma la nascita di un parco archeologico perimetrato”.

La strada romana basolata (che rea l’antico decumano) introduce oggi all’area archeologica del quartiere augusteo (foto drm-veneto)
Rendering del nuovo accesso al parco archeologico di Altino nel progetto dello Studio di Architettura ddba

Innanzitutto ci sarà una continuità tra la prima area archeologica e AltinoLab (la vecchia sede del museo Archeologico di Altino) al quale si accederà direttamente aprendo un passaggio sul giardino. Verrà migliorato anche il collegamento tra AltinoLab e la seconda area archeologica (della porta-approdo). Le due zone sono adiacenti, ma oggi separate da siepi e recinzioni, tanto che, per recarsi dall’uno all’altra, è necessario portarsi sulla strada provinciale, in quel punto peraltro stretta e priva di marciapiede. In questa seconda zona non sono presenti resti archeologici a vista e dunque verrà proposta una passeggiata prevalentemente naturalistico-ambientale, durante la quale si porteranno i visitatori a “percepire” la relazione con la città sepolta, realmente presente anche se non visibile proprio sotto i loro piedi.

Rendering dello spazio riorganizzato davanti all’Altino Lab nel progetto dello Studio di Architettura ddba

Parte integrante del percorso sarà il passaggio accanto ad una parte del campo, ora in uso agrario ad un’azienda agricola che lo coltiva con grani antichi, nel rispetto dell’agricoltura naturale e dei resti archeologici. Allo stesso tempo, AltinoLab svilupperà in 2 modi diversi rispetto al passato la sua duplice natura di spazio aperto al pubblico e di lavoro e studio. La “torretta”, parte integrante del corpo edilizio di nuova costruzione del Museo sarà il luogo fisico sul quale puntare per cominciare il racconto topografico della città sepolta: il terrazzo sopraelevato permetterà infatti di cogliere il paesaggio nel modo migliore possibile.

La planimetria delle area archeologiche di Altino sui due lati della strada provinciale nel progetto del parco archeologico di Altino (studio di architettura ddba)

Sotto la superficie della campagna altinate si trovano infatti i resti di una città millenaria, prima veneta e poi romana, emporio e crocevia di culture dal VIII sec. a.C. al VII sec. d.C. La città sepolta è da anni materia di ricerca archeologica. Il progetto prevede anche uno scavo estensivo nella più promettente tra le due aree archeologiche visitabili, l’area del quartiere residenziale augusteo. L’obiettivo è che gli ulteriori scavi intercettino nuove strutture da lasciare a vista per estendere la fruizione attuale degli spazi. Quelle attuali, inoltre, verranno rivoluzionate con un ripensamento degli apparati didattici.

Veduta aerea del complesso del nuovo museo Archeologico di Altino: è apprezzabile la vicinanza dell’approdo aperto sulla laguna (forto drm-veneto)

L’accessibilità Il Museo è già privo di barriere architettoniche e ad AltinoLab sono presenti pannelli tradotti in alfabeto Braille per le persone con disabilità visive. Il nuovo progetto renderà strutture e contenuti egualmente accessibili a tutte e tutti, con un’attenzione particolare a ogni possibile disabilità o barriera di comprensione, anche linguistica (i testi per il momento sono disponibili soltanto in italiano). Il 3D e le comunicazioni ad alta tecnologia Le applicazioni per la comunicazione saranno tradizionali, come la pannellistica informativa e le didascalie statiche, ma verranno progettate anche svolte innovative, che esploreranno le possibilità che le diverse tecnologie applicate ai beni culturali offrono oggi (come ad esempio la realtà immersiva in 3D).

Altino. Nasce il parco Archeologico che unisce il museo nazionale e l’area archeologica in una lunga “passeggiata immersiva” nella storia, in un’ottica di turismo lento e sostenibile. Martedì la presentazione del progetto

Suggestiva immagine del museo Archeologico nazionale di Altino ai margini della laguna di Venezia (foto drm-veneto)

A dicembre 2021, alla presentazione di “Stratigrafie sonore”, installazione sonora e visiva degli artisti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, che arricchisce la mostra “Antenati, Altinati” e dà voce agli antichi altinati sepolti lungo le vie consolari che entravano in Altino (vedi Altino (Ve). Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale, presenta “Stratigrafie sonore”, installazione sonora e visiva degli artisti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, che arricchisce la mostra “Antenati, Altinati” e dà voce agli antichi altinati sepolti lungo le vie consolari che entravano in Altino | archeologiavocidalpassato),

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Marianna Bressan, direttrice del museo e area archeologica di Altino, nella mostra “Antenati altinati” (foto graziano tavan)

Marianna Bressan direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino lo aveva accennato, per scaramanzia, più come un buon auspicio per il 2022 che per un processo amministrativo-istituzionale in via ormai di definizione: la nascita del parco archeologico di Altino per unire il museo e l’intera area archeologica, e dare vita a una lunga passeggiata immersiva nella storia. L’auspicio è diventato realtà. Il progetto verrà presentato da Daniele Ferrara, direttore regionale Musei Veneto e da Marianna Bressan, direttrice del museo di Altino, martedì 1° febbraio 2022, alle 11, al museo Archeologico nazionale di Altino. Saranno presenti anche Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna; Claudio Grosso, sindaco di Quarto D’Altino; Simone Venturini, assessore al Turismo del Comune di Venezia; Paola Bonifacio, manager dei Musei Civici di Treviso in rappresentanza del Comune di Treviso e lo Studio di Architettura ddba.

Un tratto di strada romana basolata nell’area archeologica di Altino (foto drm-veneto)
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Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

“Sculture funerarie e mosaici accanto alle ricostruzioni dei luoghi che li ospitavano, immersi nella natura circostante e percorsi naturalistici in un’ottica di turismo lento e sostenibile”, spiega Marianna Bressan. “Si camminerà tra i resti della città sepolta, scoprendone i reperti ma anche le antiche costruzioni. Ci saranno i mosaici conservati ma anche la casa in cui probabilmente erano collocati. E mentre si passeggerà accanto al basolato della strada originaria si scopriranno i dintorni, ricostruiti con pannelli iconografici e immagini”. Finanziato dal ministero della Cultura con 1milione e700mila euro il parco archeologico di Altino muove ora i primi passi. Sarà un “museo all’aperto”, che unirà dunque la parte attualmente contenuta nel museo Archeologico nazionale con quella degli scavi, in un unico percorso più fruibile al pubblico che racconterà la storia di un luogo e del suo paesaggio in tutti i suoi aspetti.

Venezia. L’università Ca’ Foscari indaga la villa romana di Lio Piccolo, residenza di pregio (I sec. d.C.) connessa allo sfruttamento delle risorse locali. Al via i primi rilievi subacquei con l’archeologo Carlo Beltrame. Scavo terrestre a settembre. Studio sull’antico litorale e il paleo-ambiente

Villa romana di Lio Piccolo (laguna di Venezia): scavi subacquei in corso con la direzione di Carlo Beltrame (foto unive)

Primi rilievi sulla parte sommersa della villa romana avviati in questi giorni dall’archeologo subacqueo Carlo Beltrame, professore di Archeologia marittima, per verificare la possibilità di comprendere meglio le strutture visibili sul lato del canale Rigà, nell’ambito di un progetto di ricerche archeologiche, anche subacquee, che mette in sinergia il Comune di Cavallino-Treporti e l’università Ca’ Foscari di Venezia. Partono così gli studi e la ricerca archeologica per consentire la scoperta del passato di Lio Piccolo, il borgo immerso nella laguna di Venezia, patrimonio dell’UNESCO, per restituire al presente i reperti e le strutture pertinenti la villa romana del borgo. Il Comune di Cavallino-Treporti ha deciso di conoscere meglio l’estensione e l’articolazione di questa struttura e, in collaborazione con il dipartimento di Studi umanistici di Ca’ Foscari, ha avviato un progetto di ricerca sul sito della villa stessa, al fine di comprendere quanto si conservi ancora di questo antico insediamento. Una di queste ville costiere è già stata al centro della narrazione archeologica della mostra 2019 “Vivere d’Acqua, archeologie tra Altino e Lio Piccolo”. “Approfondire il passato e la cultura di questo luogo per Cavallino-Treporti è di fondamentale importanza perché Lio Piccolo raccoglie in sé moltissima storia. Quella della ricerca con l’università è uno dei punti focali per partire anche con un grande progetto di tutela, salvaguardia e riqualificazione di questo sito. Dopo anni essere riusciti ad avviare le ricerche archeologiche per noi è una grande soddisfazione e un nuovo punto di partenza per tracciare il percorso delle nostre origini”, afferma l’assessore comunale alla cultura Alberto Ballarin. “Lio Piccolo diventerà quindi un’aula a cielo aperto: in questi giorni infatti sono coinvolti studenti e ricercatori brevettati che hanno qui un’occasione unica di formazione in un ambiente di lavoro a bassissima visibilità e che potranno confrontare la metodica di ricerca sott’acqua con quella a terra, applicata sullo stesso monumento. Contestualmente agli scavi saranno organizzate visite guidate su prenotazione, per coinvolgere in queste attività anche i residenti e gli ospiti di Cavallino-Treporti, in un percorso esperienziale storico-culturale”.

Veduta panoramica di Lio Piccolo e la Laguna di Venezia (foto unive)

“La villa romana di Lio Piccolo è un sito archeologico di grande interesse scoperto da Ernesto Canal. Scopo della nostra missione”, afferma Beltrame, “è verificare le indicazioni di Canal, eseguire i rilievi delle strutture sommerse e procedere a dei saggi di scavo per conoscere la potenza del deposito stratigrafico e cercare di interpretare meglio questo sito e di dare una datazione più precisa”. Spiega Diego Calaon, professore di Topografia antica a Ca’ Foscari e direttore degli scavi assieme alla collega Daniela Cottica, professoressa di Archeologia classica: “Gli eccezionali rinvenimenti di frammenti di decorazione architettonica, affreschi e reperti pertinenti alla villa romana di Lio Piccolo ci restituiscono il quadro di una residenza di un certo pregio, probabilmente connessa allo sfruttamento delle risorse locali, databile al I secolo d.C. e in uso per alcune generazioni”.

Lo scavo terrestre stratigrafico sarà effettuato nel mese di settembre 2021. Scavi archeologici realizzati in concessione del ministero della Cultura – direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che uniranno le informazioni già acquisite nel passato per aggiornarle con nuove indagini, per conoscere nel dettaglio la qualità della cultura materiale del sito, gli aspetti decorativi e lo stato di conservazione delle strutture pertinenti la villa romana di Lio Piccolo. Tutte le attività di indagine archeologica saranno eseguite in regime di concessione e vedranno il supporto attivo e l’alta sorveglianza dei funzionari archeologi della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il comune di Venezia e Laguna. Il progetto prevede anche uno studio dettagliato dell’antico litorale di Lio Piccolo e del paleo-ambiente circostante, con particolare interesse per la ricostruzione del profilo vegetazionale e per lo studio dell’interazione uomo-ambiente. Le indagini bio-ambientali e geomorfologiche saranno eseguite anche in collaborazione con docenti e ricercatori delle università di Pisa, Bologna, Aix-Marseille e con il centro Agricoltura Ambiente “Giorgio Nicoli”. Un ulteriore obiettivo di progetto sarà poi inserire la villa romana di Lio Piccolo all’interno del contesto lagunare più ampio, approfondendo i rapporti fra la villa ed il centro urbano di riferimento, la vicinissima Altino.

Altino (Ve). Le indagini geofisiche dell’università Ca’ Foscari hanno svelato il porto diffuso della città romana nel I sec. d.C.

Altino: immagine aerea della laguna Nord (foto di A. Cipolato)

Le nuove indagini geofisiche dell’università Ca’ Foscari di Venezia hanno svelato il porto diffuso di Altino. La ricerca senza scavo sta infatti permettendo di ricostruire nitidamente l’aspetto del porto urbano mentre indagini subacquee stanno permettendo di interpretare strutture di età romana della laguna nord appartenenti ad un sistema di porto diffuso. “Che Altino dovesse essere dotata di un porto”, spiegano all’ateneo veneziano, “lo si dava per scontato anche in considerazione del ruolo commerciale della città romana, ruolo ben testimoniato dagli autori antichi ma soprattutto dalle evidenze materiali rinvenute negli scavi. Per Altino infatti, snodo commerciale di traffici che provenivano dal nord, attraverso la via Claudia Augusta, e dall’entroterra padano e, in entrata, dalle vie marittime, passava sicuramente legname, olio e vino, ma la città stessa era famosa per la produzione di beni da esportare come la lana. La ricostruzione del suo sistema portuale però è storia recente e deve molto alle impressionanti immagini da foto aeree e satellitari e alle indagini geofisiche”.

Altino: la traccia di una darsena a “elle” individuata in una foto satellitare da Paolo Mozzi, geologo dell’università di Padova

Un’equipe coordinata da Carlo Beltrame, docente di Archeologia marittima a Ca’ Foscari, sta infatti seguendo la traccia scoperta da Paolo Mozzi, geologo dell’Università di Padova che condivide il progetto, su una fotografia satellitare, pubblicata nel 2009 nella rivista Science, che mostra una sorta di grande darsena ad elle, di  quasi un ettaro, ad ovest del centro urbano di Altino, quel centro urbano peraltro svelato in maniera stupefacente, e nella sua interezza, dalle stesse immagini prese dall’alto. La darsena è perfettamente inserita nella maglia ortogonale degli isolati della città, secondo un progetto urbanistico ben chiaro, ed è collegata per mezzo di uno stretto canale, delimitato da pali, all’attuale Canale Siloncello. Grazie alla collaborazione della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna e della disponibilità della proprietà del terreno, attualmente a coltivo, il progetto ha già visto l’acquisizione di informazioni per mezzo di raccolte di superfice, di carotaggi, di analisi radiometriche di strutture lignee e di indagini geomagnetiche. Queste ultime, in particolare, han permesso di ottenere un’immagine piuttosto nitida dell’area portuale svelando anche numerosi edifici collocati attorno alla darsena di cui non si aveva conoscenza e che non si vedevano dalle foto aeree.

Il rendering dell’ipotetico porto di Altino proposto da Elisa Costa dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Le indagini subacquee e terrestri condotte nel corso dell’estate con rilievi fotogrammetrici, indagini geoelettriche, carotaggi e campionamenti, stanno permettendo di verificare datazioni, collocate generalmente nel I sec. d.C.. In acqua sono state indagate strutture già segnalate in passato nel canale di San Felice, il “Torrione romano”, e a Ca’ Ballarin con l’intento di reinterpretarle e affinare le datazioni che si confermano comunque di età imperiale romana. Questi siti già noti erano presumibilmente posizionati lungo un percorso di navigazione interna in una direttiva che dal mare portava al porto della città antica. Le indagini fatte permettono di  ricostruire le quote dei piani di uso di età romana, offrendo peraltro dati di grande interesse anche per gli studi sulla subsidenza lagunare.

Altino. Il 2021 al museo nazionale e area archeologica porta non solo il nuovo logo, ma anche il finanziamento di 1,7 milioni di euro del Mibact per la sua valorizzazione tra i punti di interesse di riferimento della scena mediterranea antica

Il nuovo logo del museo nazionale e area archeologica di Altino (Ve)

“Anno nuovo, logo nuovo”: ma il 2021 al museo nazionale e area archeologica di Altino porta anche un sostanzioso finanziamento del ministero per i Beni e le Attività culturali e il Turismo stanziato a fine dicembre: “Gioia pura! Siamo fortissimi”, il commento a caldo della direzione affidato ai social. “Grazie al ministro Dario Franceschini, allo staff del Mibact che ha creduto in noi, alla nostra direzione regionale Musei Veneto, alla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Venezia e Laguna che collabora con noi quotidianamente… e soprattutto grazie a noi! Ora lavoreremo fortissimo per rendere Altino ancora di più la perla archeologica della Laguna di Venezia”.

Annunciato a fine anno 2020 con gli auguri dello staff del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino, è arrivato. Il nuovo logo del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino è stato realizzato da Mirko Visentin. Il video di presentazione è stato realizzato da Samir Sayed Abdellatef (animazione e l’editing del video) e da Giacomo Vidoni (editing audio), Accademia di Belle Arti di Venezia.

Il museo nazionale e area archeologica di Altino pronti ad accogliere di nuovo i visitatori in sicurezza (foto Mibact)

Altino è tra i comuni medi e piccoli privilegiati dai nuovi investimenti del Mibact: 25 milioni di euro per 10 nuovi progetti, diffusi su 9 regioni, del piano strategico “Grandi Progetti Beni Culturali” varato dal ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, che ha ricevuto il parere favorevole della conferenza unificata Stato-Regioni dopo il passaggio in Consiglio Superiore dei beni Culturali.  “Dieci nuovi interventi”, dichiara Franceschini, “che coprono un’area geografica più ampia e diffusa, comprendendo nuove realtà strategiche e contribuendo al recupero di realtà straordinarie del patrimonio culturale nazionale. Si tratta di progetti e cantieri che interessano l’intero territorio nazionale e che, ad eccezione dell’intervento romano, sono localizzati in modo prevalente nei piccoli e medi comuni prediligendo quel patrimonio diffuso che è la vera ricchezza del nostro Paese”. Il finanziamento di 1,7 milioni di euro – si legge nella comunicazione del ministero – permetterà di valorizzare il museo nazionale e l’area archeologica di Altino nel comune di Quarto d’Altino (Ve), situato ai margini settentrionali della Laguna di Venezia: un’area ricca di interesse ma quasi sconosciuta ai grandi flussi turistici. L’intervento riposiziona correttamente il sito tra i punti di interesse di riferimento della scena mediterranea antica e riattiva il tessuto sociale ed economico di un contesto minore e in sofferenza occupazionale della campagna veneziana, per favorirne la rapida ripresa al termine dell’emergenza pandemica.

Scoperto un grande edificio absidato di età romana: è l’importante rinvenimento della quarta campagna di scavo del progetto “Alla ricerca di Altino” dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Le tracce dell’edificio absidato emerse dal rilievo fotografico aereo in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

Quelle tracce ben visibili dalle foto aeree avevano attirato l’attenzione degli archeologi del progetto “Alla ricerca di Altino” del dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari, sotto la guida del prof. Luigi Sperti. Ed è lì, in località Ghiacciaia ad Altino (Ve), che si è deciso di aprire la nuova area di scavo. Sono stati premiati: è stato riportato alla luce un grande edificio absidato di età romana, dotato di possenti fondazioni. È l’ultimo importante rinvenimento del sito archeologico di Altino, risultato della quarta campagna di scavo che si è svolta durante l’estate 2020. Le indagini hanno visto la partecipazione di una trentina di studenti e si sono concentrate in due aree, localizzate in uno dei settori residenziali dell’antica città romana.

Un frammento di intonaco policromo, dipinto con motivi figurativi di carattere geometrico e vegetale, dall’area di scavo in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

Si tratta di una struttura indagata solo in parte, probabilmente un edificio pubblico, ma è già evidente la sua ricchezza: tra i reperti emersi dal terreno spiccano infatti numerosissimi frammenti di intonaco policromo, dipinto con motivi figurativi di carattere geometrico e vegetale, oltre a lastre di marmo colorato, provenienti da diverse cave dell’Italia, della Grecia, dell’Asia Minore e dell’Africa settentrionale. La qualità del rivestimento sia parietale che pavimentale fa pensare ad un edificio con funzione pubblica di un certo rilievo, anche se non ne è ancora stata chiaramente determinata la funzione. L’indagine proseguirà il prossimo anno, per mettere in luce la struttura in tutta la sua estensione e per definire se si tratti di un edificio pubblico o privato. Proprio in quest’area infatti, era emerso nel 2012, nel corso della prima campagna di ricognizione di superficie effettuata dal team di Archeologia Classica, un frammento di calcare d’Aurisina con l’iscrizione VIR, probabilmente di carattere onorario.

Veduta aerea dell’edificio absidato di età romana scoperto in località Ghiacciaia di Altino (foto Ca’ Foscari)

“Quello che si cerca di indagare in questa campagna è la città di Altino, la città dei vivi, più di quella dei morti, quello che è molto noto ad Altino, sono principalmente le necropoli che sono state l’oggetto di tante ricerche in passato. A noi interessa in questo progetto”, ci spiega Silvia Cipriano, direttrice dei lavori sul campo, “il centro urbano di Altino, gli edifici privati e pubblici, che sono conservati in maniera molto residuale perché Altino, in età tardoantica, è diventata una cava di materiali per la costruzione di Venezia. I resti sono stati largamente intaccati dalle attività agricole da fine Ottocento, dunque, quello che è conservato è molto frammentario”.

Al progetto di scavo “Alla ricerca di Altino” partecipano alcuni studenti dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto Ca’ Foscari)

Parallelamente sono proseguite le ricerche già avviate nel 2018 in un’area vicina, in cui sono stati identificati diversi ambienti riferibili ad una domus, caratterizzata da un pavimento in cementizio, visto nel corso della campagna 2016-2017, databile all’età tardorepubblicana. L’obiettivo è quello di riscostruire la planimetria delle ricche dimore altinati, delle quali non si conosce ancora molto. Particolare novità è costituita dal ritrovamento di una trincea riferibile alle Prima Guerra Mondiale, quando è nota nell’area di Altino l’attività di addestramento delle truppe. La campagna di scavo, durata due mesi, si è svolta seguendo tutte le procedure di sicurezza in merito alla situazione sanitaria. L’attenzione per questi protocolli, la possibilità di lavorare all’aria aperta e l’organizzazione del lavoro hanno reso possibile un’attività che, quest’anno, poche università italiane hanno potuto realizzare.

Archeologia pubblica: piccoli gruppi di visitatori visitano l’area di scavo di Altino (foto Ca’ Foscari)

“È stato possibile anche portare avanti il progetto di Archeologia Pubblica già intrapreso negli anni scorsi”, aggiunge Eleonora Del Pozzo che si occupa dei rilievi, “aprendo lo scavo a piccoli gruppi di visitatori, nel rispetto delle norme di prevenzione e contrasto del contagio da Coronavirus, per un totale di 160 persone circa. Particolarmente significativa è stata la collaborazione con il museo nazionale e l’area archeologica di Altino e con l’associazione Studio D, con i quali sono stati realizzati percorsi combinati museo + scavo, molto apprezzati dal pubblico”. È inoltre proseguita la collaborazione con docenti e tecnici dello IUAV di Venezia, che hanno fornito il loro supporto per i rilievi delle strutture rinvenute nel corso dello scavo, utilizzando le strumentazioni e le metodologie più avanzate. Importante novità di quest’anno, infine, è stato l’avvio di una convezione tra Ca’ Foscari e l’Istituto Veneto per i Beni Culturali, sotto la direzione della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, grazie alla quale sono stati consolidati e restaurati alcuni tra i reperti più significativi rinvenuti durante le ricerche in Ghiacciaia. La ricerca è svolta in regime di concessione da parte del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo.

Le origini di Jesolo, l’Equilo tardoantica-altomedievale: nuove scoperte dagli scavi dell’università di Venezia in località le Mure. Il punto in un servizio su Archeologia Viva di luglio/agosto 2020

L’antico molo con i buchi dei pali delle bricole dell’antica Equilo scoperti a Jesolo nella campagna di scavo 2020 dell’università Ca’ Foscari diretta da Sauro Gelichi (foto unive)

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Un molo, bricole e una piroga: sono i nuovi ritrovamenti dello scavo di Equilo-Jesolo a ridosso del Canale di San Mauro, che confermano la vocazione tipica di questo territorio lagunare. Una campagna di scavo ricca di soddisfazioni quella che Ca’ Foscari, sotto la direzione del prof. Sauro Gelichi, sta proseguendo nella località “Le Mure” di Jesolo, grazie anche all’amministrazione comunale che ha investito permettendo ai ricercatori di gettare nuova luce sulla storia della città. I risultati della campagna 2020 aggiungono un nuovo tassello alla ricca e complessa storia di questo territorio nel corso del Medioevo, che l’équipe di archeologia medievale del dipartimento di Studi umanistici di Ca’ Foscari aveva cominciato a svelare nel 2011 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2014/01/17/le-origini-di-jesolo-lequilo-altomedievale-riemergono-dagli-scavi-delluniversita-di-venezia-in-localita-le-mure/). Proprio sulle ricerche archeologiche di Jesolo / Equilo tra tarda antichità e Medioevo un ampio servizio curato da Sauro Gelichi, Alessandra Cianciosi e Silvia Cadamuro, sulla rivista “Archeologia Viva” di luglio-agosto 2020 (n° 202) fa il punto sui risultati raggiunti.

Così appariva la cattedrale di Santa Maria Assunta nella campagna alla periferia di Jesolo agli inizi del Novecento (la foto è anteriore al 1903). Come si può vedere si tratta di una costruzione grandiosa, paragonabile alla basilica di San Marco in Venezia (foto unive)

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

“Il progetto archeologico su Jesolo”, spiega il prof. Sauro Gelichi, direttore dello scavo e del Centro Interuniversitario per la Storia e l’Archeologia dell’Alto Medioevo, “che il nostro ateneo sta portando avanti in accordo e cooperazione con l’amministrazione comunale e con la soprintendenza, si sta configurando come uno dei più organici e promettenti avviati in regione negli ultimi anni. I risultati scientifici conseguiti hanno rivelato un sito del più alto interesse storico ed archeologico: il passato di Equilo sta facendo emergere una storia ricca di implicazioni politiche, sociali, culturali, funzionale a comprendere meglio le vicende di tutta l’area lagunare veneziana e delle zone contermini. Una storia che si intreccia con quella dell’antica Altino e, poi, della vicina Cittanova e della più lontana, ma sempre presente, storia di Venezia. La ricerca archeologica ha messo in luce straordinarie ed inedite narrazioni ma anche realtà materiali di notevole consistenza e valore, come ad esempio i dimenticati resti del cosiddetto monastero di San Mauro. Così si rende sempre più necessario avviare un processo di restauro e valorizzazione (a cui l’Università sta lavorando in accordo con l’amministrazione e la soprintendenza), che recuperi al meglio tutte queste testimonianze (le nuove ma anche le vecchie messe in luce negli scavi della cattedrale), per recuperarle e riproporle, opportunamente tradotte, in un percorso di conoscenza e di riappropriazione collettiva. Un percorso che dovrebbe avere diversi punti ‘forti’ (accanto ai ruderi della cattedrale, i resti del monastero di San Mauro e la Torre di Caligo) e che, assieme ad uno spazio idoneo dove esporre i reperti mobili e opportune ricostruzioni e ambientazioni digitali, sia in grado di affascinare ed istruire i cittadini ma anche le migliaia di turisti che affollano, d’estate, le spiagge di questa bellissima cittadina”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

L’abitato dell’antica Jesolo sorgeva su un’isola, l’insula Equilus, oggi terraferma per effetto delle piene del Piave e delle bonifiche. Basta percorrere i pochi chilometri che separano i famosi lidi dal centro storico – affacciato questo sulla Piave Vecchia e sulla Paluda (l’estremità nord-orientale della laguna di Venezia) – e osare oltre dove finisce la città verso la campagna, per imbattersi nei ruderi ancora notevoli di un monumento un tempo grandioso: la chiesa cattedrale di Equilo, costruita molto probabilmente nel XII secolo. Quei ruderi martoriati sono lì a ricordarci un passato che la stessa comunità di Jesolo stenta a riconoscere, reciso com’è dal Medioevo in avanti. La Jesolo attuale è appunto l’erede dell’antica Equilo, insediamento ricordato in uno sparuto gruppo di documenti scritti medievali e abbandonato a partire dal XIII secolo. In casi come questo solo l’archeologia può tentare di riannodare i fili con la storia, dandole un senso e una profondità.

Scavi in corso nel grande edificio usato come “albergo” nella mansio attiva sull’isola di Equilo fra IV e V secolo. Ognuno degli ambienti che vediamo affiancati in serie serviva per dormire e farsi da mangiare (foto unive)

Per prima cosa è stata progettata una campagna di ricognizioni e analisi geo-archeologiche, con il fine di ricostruire, nei limiti del possibile, l’antica situazione ambientale di quest’area oggi perilagunare in rapporto con le possibili zone abitate. Da ciò è emerso il quadro di un insediamento che doveva svilupparsi su un arcipelago di barene o isolotti separati da canali alla foce dell’estuario della Piave Vecchia. Si trattava, dunque, di una posizione particolarmente favorevole, che spiega anche il motivo della colonizzazione di queste aree all’interno di una laguna separata dal mare da relitti di antichi cordoni costieri. Aree che gli scavi hanno dimostrato essere frequentate almeno dall’epoca medio imperiale (II-III sec. d.C.), quando vi si raccoglieva la conchiglia murex per produrre la porpora, attività probabilmente collegata con l’industria laniera della vicina città romana di Altinum (Altino). Così si spiega anche la fondazione, intorno al IV secolo, di una grande mansio nell’ambito di una rete di collegamenti interna alla laguna. Sono stati gli scavi più recenti a mettere in evidenza questa importantissima lontana fase insediativa e a far emergere strutture collegate con la ricezione e lo stazionamento di persone, animali e merci. Peraltro si tratta di una tra le stazioni di posta meglio conservate e documentate archeologicamente nel nostro Paese. Tuttavia la vita di questa mansio dovette essere piuttosto breve. Gli anni turbolenti del V secolo, coincidenti con lo stesso dissolvimento dell’Impero romano d’Occidente, sono lo spazio storico all’interno del quale possiamo datare l’incendio e l’abbandono delle strutture di questa mansio, che non furono più rioccupate, se non in maniera episodica.

Foto aerea delle due zone di scavo a Jesolo/Equilo: le Mure e San Mauro (foto unive)

Dopo il rinvenimento della mansio tardo antica, nel 2018 gli archeologi si erano concentrati nell’area di San Mauro, a nord della località “Le Mure”, scavata per la prima volta nel 1954 da G. Longo, assistente della soprintendenza Archeologica di Padova che vi aveva identificato i resti del monastero di San Mauro, citato nelle fonti medievali. I primi lavori di scavo avevano portato al ritrovamento di una piccola chiesa triabsidata, dotata di arredi architettonici tipicamente altomedievali, affiancata da altre strutture murarie più recenti, forse collegate al monastero. Ma in seguito le rovine erano state lasciate in stato di abbandono.

Foto zenitale da drone del complesso religioso di San Mauro sull’isola di Equilo attivo a partire dal IX secolo e per tutto il Medioevo nell’ambito di un’intensa attività di bonifica del territorio a fini agricoli (foto unive)

La campagna di scavo 2018, ha ridato nuova vita a questo sito proseguendo l’indagine dell’intera area di San Mauro per comprendere lo sviluppo dell’abitato di Equilo a nord dell’isola tardoantica (già indagata tra 2013-2016), riportando alla luce le eventuali strutture del complesso religioso, almeno quelle che potevano essersi conservate sotto il peso delle macerie e valutandone lo stato di conservazione. L’indagine del 2018, svolta sempre in collaborazione con il Comune di Jesolo e con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, ha riportato alla luce l’abside laterale della chiesa confermando, da una parte, i risultati dello scavo svoltosi nel 1954 e raccogliendo, dall’altra, numerosi dati del tutto inediti. È stato possibile infatti individuare e indagare depositi mai scavati in precedenza, sia all’interno che all’esterno dell’edificio e datare la formazione di questa porzione dell’insula Equilo al VII secolo d.C. Inaspettato il rinvenimento di 15 sepolture di adulti e bambini, appartenenti al cimitero annesso alla chiesa, per ora indagato solo parzialmente. Eccezionale è stata la messa in luce delle fondazioni del campanile di cui si era persa memoria, costituite da un esteso basamento in legno e da perimetrali spessi ben 160 cm, costruiti con grandi pietre squadrate.

Particolare di una sepoltura del cimitero di Equilo (VI-VII sec. d.C.). Come unico oggetto di corredo funebre vediamo un pettine in osso a doppia fila di denti, un tipo di manufatto che ricorre spesso nelle tombe altomedievali (foto unive)

La lunga stagione dell’Alto Medioevo. Durante il VI secolo tutta quanta l’area dovette passare nelle disponibilità della Chiesa. A questo periodo viene datato l’edificio religioso con mosaici, a cui abbiamo fatto riferimento prima , che rappresenterebbe il primo segno tangibile della presenza di un vescovo a Equilo, altrimenti documentata dalle fonti scritte solo a partire dal IX secolo. Altro segno di un controllo ecclesiastico dell’area sempre nel VI secolo è poi costituito da un cimitero, composto da inumazioni di nuclei familiari. Siamo giunti così all’Alto Medioevo. Finora gli scavi hanno restituito poche testimonianze di questo periodo, se non le fasi più antiche di una chiesa (IX secolo) che stanno venendo alla luce nell’area del già citato “monastero di San Mauro”. Tuttavia di una comunità equilense abbiamo notizie dirette da fonti scritte che si riferiscono a questo luogo, come quelle che compaiono nel testamento (829) redatto dal duca veneziano Giustiniano Particiaco, oltre che da elementi scultorei, come l’eccezionale frammento di sarcofago di un certo Antoninus tribunus (rappresentante della classe dirigente) e di sua moglie, databile sempre nel IX secolo.

Dallo scavo archeologico di Jesolo / Equilo a un percorso di visita permanente: amministrazione comunale e università Ca’ Foscari studiano il piano di fattibilità (foto unive)

La memoria del passato per gli abitanti e gli ospiti. Una storia così rilevante ha necessità di essere ricostruita, ma anche raccontata. E per farlo devono esistere luoghi e modi adatti. L’amministrazione comunale di Jesolo, di concerto con l’università Ca’ Foscari, sta dunque studiando un piano di fattibilità, non solo per recuperare e restaurare sul posto i resti della cattedrale e del “monastero di San Mauro”, ma anche per creare un percorso di visita che possa degnamente illustrare queste vicende. L’obbiettivo è restituire una fetta di quel passato non solo alla comunità, ma anche a coloro che durante il periodo estivo scelgono Jesolo come luogo di vacanza: un modo per valorizzare con contenuti diversi quella vocazione all’ospitalità che, già dall’età Tardoantica, il luogo dimostrava di possedere.

“Syria. The making the future”: i workshop estivi di progettazione architettonica dello Iuav di Venezia dedicati alla ricostruzione della Siria. Il rettore: “Non solo temi archeologici, abitativi e architettonici, ma anche la ricostruzione di un’identità culturale forte”

Effetti della guerra in Siria: la distruzione della moschea umayyade di Aleppo

Ricostruire la Siria. Non solo Palmira. Ecco Wave 2017 “Syria. The making the future”, workshop estivi di progettazione architettonica dell’università Iuav di Venezia, dedicata alla ricostruzione della Siria. Hanno lavorato in 1341 per tre settimane a immaginare e progettare il futuro della Siria. Sono stati guidati da 26 architetti provenienti da tutto il mondo, di generazioni e formazioni molto diverse tra loro, ognuno dei quali è stato chiamato a studiare e analizzare un’area geografica specifica del territorio siriano. Si sono confrontati con esperti nei campi della conservazione del patrimonio, dell’architettura e del progetto urbano, dell’emergenza umanitaria e della cultura mediorientale, molti dei quali provenienti dalla Siria e attivi in rinomati studi internazionali. Al termine delle tre settimane di progettazione sono stati presentati i risultati dell’intenso lavoro degli studenti Iuav e dei 150 studenti stranieri ospiti dei workshop W.A.Ve. “I temi che la Siria ci pone oggi non sono solo archeologici, abitativi, architettonici, ma riguardano la ricostruzione di un’identità culturale molto forte”, afferma Alberto Ferlenga, rettore dello Iuav. “Questa edizione di W.A.Ve. rinnova un’attitudine storica della nostra Scuola, quella del prendersi cura, ed è anche un segno di come l’architettura si stia trasformando, sviluppando una nuova e sempre più intensa attenzione ai temi del mondo. Quello di oggi non è un punto di arrivo, ma è una tappa di un percorso iniziato in Iuav due anni fa con l’Omaggio di Venezia a Palmyra ed è il preludio a un intervento operativo, di ricostruzione, che sarà possibile al termine del conflitto”. Che la ricostruzione non sia solo un tema architettonico, ma anche e soprattutto identitario e sociale è stato anche il pensiero di Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, che ricorda i 12 siti Unesco presenti in Siria: “La parola ricostruzione è una sconfitta per tutti. Vorremmo più coerenza tra l’outstanding value dei siti UNESCO e le loro politiche di difesa e controllo. I workshop di Iuav non offriranno una soluzione, ma un metodo e una nuova consapevolezza. Auguro che W.A.Ve., questo bellissimo acronimo, porti un’onda di creatività, di progettualità, di futuro”.

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

Il mondo della cultura italiana accende dunque un faro sulla ricostruzione in Siria. Lo Iuav di Venezia si presenta come hub di discussione e confronto, avviando, attraverso il programma estivo di architettura W.A.Ve., un processo culturale a supporto della rinascita di questo territorio, una volta terminato il conflitto. Questi sono gli obiettivi di W.A.Ve. 2017, “Syria / The making of the future”, il workshop promosso dall’ateneo veneziano in collaborazione con UN ESCWA, UNESCO e Aga Khan Award for Architecture e sponsorizzato da I-Barbon, che mira a richiamare l’attenzione del mondo globale dell’architettura su un argomento fondamentale ma ancora poco affrontato. “L’intento dell’iniziativa”, spiega Ferlenga, “è di creare un network importante di architetti, esperti locali e globali pronti ad avviare una riflessione sugli strumenti e sui metodi necessari a stabilire una pratica progettuale della ricostruzione di un luogo devastato dalla guerra. Un’opportunità – prosegue il rettore – per riaffermare l’appartenenza della Siria al patrimonio culturale dell’umanità e la responsabilità cosmopolita della sua ricostruzione”.

La presentazione dei progetti realizzati dagli studenti dello Iuav a Wave 2017 “Syria. The making the future”

Veronique Dauge, Head Culture Unit Unesco, sottolinea l’importanza delle iniziative Iuav in favore della Siria, in particolare la Carta della ricostruzione messa a punto dall’Ateneo: “La ricostruzione della Siria implica non solo un intervento nelle città, nei contesti rurali, nei siti archeologici, ma in primo luogo la trasformazione della società”. E Achille Amerio, ultimo ambasciatore italiano in Siria: “Il nostro Paese ha investito in ospedali, agricoltura, energia elettrica, cultura e missioni archeologiche con l’intenzione di creare un indotto che andasse a beneficio delle popolazioni locali. Tutti questi progetti sono stati interrotti. A questo punto bisogna pensare non solo alla ricostruzione, ma anche alla riconciliazione, alla creazione di un nuovo baricentro dell’identità nazionale”. “Pace” è stata la parola chiave dell’intervento di Benno Albrecht, responsabile scientifico del workshop: “Pace come spazio di resistenza umanistica, in cui costruire una nuova cultura architettonica. Iuav si propone come luogo di discussione e di lavoro sulle possibilità che l’architettura ha di lavorare per preservare e ricostruire la pace. Per dirla con le parole di Elio Vittorini all’indomani della seconda guerra mondiale, un luogo dove formare non una cultura che consoli dalle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze”.

“Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر Canto per immagini, parole, suoni”: lo spettacolo dello Iuav

Forte della sua esperienza progettuale, lo Iuav ha messo a punto una Carta di Venezia della ricostruzione in cui sono individuate le azioni necessarie alla rinascita sostenibile dei luoghi distrutti dalla guerra. Negli ultimi anni, in particolare, lo Iuav di Venezia ha promosso numerose iniziative a favore delle città della Siria: lo spettacolo teatrale “Omaggio di Venezia a Palmyra” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/03/omaggio-di-venezia-a-palmira-lo-iuav-propone-un-canto-per-immagini-parole-suoni-dedicata-alla-sposa-del-deserto-violentata-dallisis-e-al-suo-custode-dir/) ha portato alla riscoperta delle radici comuni delle due realtà; le conferenze “Urbicide Syria” a Venezia e “Urbicide Iraq Palestine Syria Yemen” a Beirut, hanno coinvolto i maggiori esperti nel campo della ricostruzione; la mostra “Sketch for Syria” è nata da una call internazionale di disegni che ha collezionato più di 150 proposte di architetti da tutto il mondo sulla ricostruzione del paese. Tra le iniziative che confermano l’impegno di Iuav nella ricostruzione rientrano a pieno titolo i workshop W.A.Ve.: occasioni internazionali di confronto e progettazione per giovani studenti.

Uno scatto della mostra “Territori della ricostruzione”, a corollario di Wave 2017

Scopo finale del workshop W.A.Ve. 2017 è la costituzione del SyriaHub Iuav, un think tank che intende fornire una piattaforma apartitica, aperta e collaborativa per la ricerca, la progettazione, la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo di capacità relative alla futura ricostruzione della Siria. Con lo Iuav di Venezia in campo anche la Bocconi di Milano (Economia), la Sapienza di Roma (Archeologia) e l’Università di Bologna (Giurisprudenza). “Attraverso lo studio multidisciplinare delle attuali condizioni del territorio siriano e lo sviluppo di soluzioni per l’architettura, l’urbanistica e la gestione dell’ambiente costruito”, conclude Ferlenga, “giovani professionisti internazionali e siriani condivideranno una strategia di restauro urbano sostenibile per la ricostruzione. Il rinnovo della tradizione italiana del restauro urbano può contribuire a preservare il patrimonio culturale e a promuovere la riconciliazione sociale futura nelle città e nei paesi devastati dalla guerra”.