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Firenze. Paleogenomica e archeologia: all’università l’incontro “Neanderthal da Nobel”, che prende spunto dal recente Nobel al paleobiologo Svante Pääbo. Presentazione della mostra virtuale “170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. Neanderthal ed elefanti nella Maremma toscana”

firenze_università_conferenza-neanderthal-da-nobel_locandinaCos’è la paleogenomica? Perché il biologo svedese Svante Pääbo ha vinto il Nobel 2022 della Medicina per lo studio del sequenziamento del genoma dei nostri “antenati”, i Neanderthal? E come può l’archeologia supportare i dati biologici? Per rispondere a queste domande e capire l’apporto fondamentale che la paleogenomica e l’archeologia hanno recato agli studi sull’evoluzione umana, il dipartimento di Biologia dell’università fiorentina e l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (IIPP), hanno ideato l’incontro dal titolo “Neanderthal da Nobel”, in programma martedì 25 ottobre 2022, alle 18.30, a Palazzo Nonfinito, via del Proconsolo, 12 – Aula 1 del dipartimento di Biologia, a Firenze.

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Svante Pääbo, paleobiologo svedese, premio Nobel per la Medicina 2022 (foto Frank Vinken MPG)

David Caramelli, docente di Antropologia molecolare e direttore del Dipartimento di Biologia dell’università di Firenze, introdurrà il pubblico nel mondo della paleogenomica, offrendo un quadro delle potenzialità di questa affascinante materia nel mondo odierno. Lo spunto è offerto dal recente conferimento del premio Nobel per la medicina a Svante Pääbo, (67 anni), ritenuto uno dei fondatori della paleobiologia, studioso che per primo ha applicato la genetica alla paleontologia: “per le scoperte riguardanti i genomi degli ominidi estinti e l’evoluzione umana”, in particolare per aver sequenziato il genoma dell’uomo di Neanderthal. La giuria del Premio Nobel così si è espressa: “Le sue scoperte hanno fornito la base per esplorare ciò che rende noi esseri umani così unici”. Grazie ai suoi studi, infatti, nel 2010 è stato possibile ottenere per la prima volta il sequenziamento del genoma di Neanderthal, e nello stesso anno, uno tra i genomi più sorprendenti che siano stati mai sequenziati: il genoma della “donna di Denisova”. È stato così possibile caratterizzare in dettaglio i frammenti arcaici presenti nei nostri moderni genomi. E con questo, i loro effetti sulla nostra salute e sulla nostra risposta a diverse patologie, come ad esempio l’infezione al SARS COVID 19, le cui risposte immunitarie in noi sapiens potrebbero essere legate ad un’eredità neanderthaliana.

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Il rinvenimento di resti di Elephas antiquus a Poggetti Vecchi (foto unifi-sabap-gr)

Insieme alla paleogenomica, anche l’archeologia ci aiuta a ridefinire l’immagine dei nostri “cugini” neanderthaliani, offrendoci un quadro molto diverso da quello che fino ad ora abbiamo ipotizzato. Basti pensare alla straordinaria scoperta fatta a Poggetti Vecchi (Grosseto) dei più antichi bastoni da scavo in legno mai trovati in Italia, che ci testimoniano le abilità dei neanderthaliani nella fabbricazione e nell’utilizzo di questi strumenti molto particolari.

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In occasione dell’incontro si terrà la presentazione della mostra virtuale “170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. Neanderthal ed elefanti nella Maremma toscana” (vedi artsteps | 170.000 anni fa a Poggetti Vecchi), curata dall’ l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena Grosseto Arezzo e il contributo della Fondazione CR Firenze: sarà possibile entrare virtualmente nello scavo del sito di Poggetti Vecchi, in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo. La mostra è realizzata dall’ Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Con la mostra “170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. Neanderthal ed elefanti nella Maremma toscana, la sfida del clima” l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria presenta l’eccezionale caso studio di Poggetti Vecchi (Grosseto), un sito datato a 170.000 anni fa frequentato da neandertaliani e da elefanti antichi, dove è documentata una moria di questi enormi animali, oggi estinti, probabilmente dovuta all’inasprimento del clima al passaggio verso una glaciazione, ma dove è anche attestata la capacità delle comunità umane di utilizzare al meglio le opportunità offerte dall’ambiente. La mostra si articola come un percorso a ritroso nel tempo, a partire dagli scavi che hanno svelato una nicchia ecologica particolare per la presenza di acque termali, dove uomini e animali hanno trovato rifugio in un periodo di crisi climatica. La mostra è arricchita dalle numerose illustrazioni di Tom Björklund, un artista che si è dedicato in modo particolare a ricostruire uomini e ambienti della Preistoria, rendendo visibile ciò che altrimenti è possibile solo immaginare.

Al museo civico Archeologico di Orbetello il workshop “Conoscere senza scavare. La storia del territorio attraverso l’archeologia non invasiva: risultati e prospettive”, due giorni di studio in presenza e online con la presentazione dei risultati di tre progetti nelle aree di Orbetello (GR), Altinum (VE) e Sant’Andrea Priu a Bonorva (SS)

È sempre necessario scavare o esistono altri metodi per conoscere un giacimento archeologico? Quale aiuto può dare la cartografia digitale per conoscere e tutelare il patrimonio? E come si combinano le due cose? C’è da tutto questo un vantaggio per le comunità interessate? Da domande simili e da esperienze maturate sul campo scaturisce il workshop “Conoscere senza scavare. La storia del territorio attraverso l’archeologia non invasiva: risultati e prospettive” in programma al museo civico Archeologico nell’ex Polveriera Guzman di Orbetello sabato 12 marzo (ore 9.30-17.30) e domenica 13 marzo 2022 (ore 9.30-13.30), promosso dall’Istituto centrale per l’Archeologia (ICA), nell’ambito della Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio (DG-ABAP), con la collaborazione dell’amministrazione comunale di Orbetello e della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Arezzo Grosseto e Siena (SABAP-SI). Le due giornate di studio si svolgono in presenza nella ex Polveriera Guzman (sede del museo civico Archeologico di Orbetello) e si possono seguire on line sulla pagina Facebook dell’Istituto centrale per l’archeologia (@IstitutoCentraleArcheologia). L’incontro di studi fa parte dei “Discorsi sul metodo”, finora promossi e organizzati dall’ICA in varie sedi istituzionali, con l’obiettivo di approfondire temi legati alla ricerca archeologica e al suo ruolo per la collettività. L’evento di Orbetello, che il Comune ha voluto ospitare, è un esempio di collaborazione e condivisione fra un’Amministrazione comunale e uffici centrali e periferici del ministero della Cultura, in cui la comunità locale non è teatro passivo della ricerca, ma svolge un ruolo attivo in una fase fondamentale qual è la prima presentazione dei risultati raggiunti; da parte loro, l’idea di spostare il workshop “dal centro al territorio” attua il principio secondo cui fine ultimo di qualsiasi ricerca è la sua condivisione con il pubblico, anche dei non addetti ai lavori, così da dare l’opportunità alla cittadinanza di partecipare alla costruzione di un futuro ben saldo, perché basato sulle proprie radici, creando un modello di sinergia che potrà essere riproposto per altri temi scientificamente fondati.

Il programma (vedi getFile.php (beniculturali.it) inizia con la presentazione del “modello Orbetello” e del suo contesto archeologico per proseguire, dopo l’inquadramento disciplinare curato da esperti del settore, con l’illustrazione del piano di interventi, attuato negli anni appena trascorsi su fondi della Direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio, con sperimentazione nei 3 siti campione: il centro storico di Orbetello (GR), quello di Sant’Andrea Priu a Bonorva (SS) e gli scavi di Altinum a Quarto d’Altino (VE). In questi siti, metodi di indagine non distruttiva sono stati applicati per “conoscere senza scavare” contesti differenti sia per caratteristiche del popolamento antico sia per dinamiche dell’insediamento contemporaneo. Ora si testerà l’inserimento di una sintesi dei dati raccolti nel Geoportale nazionale per l’Archeologia, secondo lo standard di descrizione e rappresentazione adottato per questo strumento di cartografia digitale, curato dall’ICA, grazie anche alla costante e proficua collaborazione del Servizio II della stessa DG-ABAP e dell’Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD). A seguire, si mostrano aspetti del contesto generale in cui il piano illustrato si inserisce: il significato delle riserve archeologiche, presente nella Convenzione de La Valletta 1992 ma già teorizzato dalla Commissione Franceschini prima del 1967; il quadro scientifico, normativo e amministrativo entro cui si opera; le ricadute per le comunità coinvolte.

Si continua con relazioni che forniscono parametri sia di metodo sia all’interno dell’azione amministrativa, e particolari esempi di applicazione, come le indagini subacquee. Segue il confronto con la presentazione di alcune esperienze di ricerca e di approcci metodologici da alcuni Paesi europei, come Norvegia, Regno Unito, Germania. Si giunge infine alla presentazione di aspetti legati allo sviluppo del piano: per primo, l’ambito della legalità, affidato al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; quindi l’inserimento delle indagini non invasive nel piano di valorizzazione di aree archeologiche. Conclude i lavori l’esposizione di alcuni significativi interventi operati recentemente direttamente dalla SABAP-SI o comunque nell’ambito delle sue funzioni di tutela del territorio grossetano: lo scavo del sito di Monterotondo Marittimo e il recupero del relitto di Follonica (interventi condotti grazie a finanziamenti della DG ABAP); il progetto di ricollocamento nella sua posizione originaria del Mosaico del Labirinto della villa romana di Giannutri (realizzato grazie alla sponsorizzazione del Rotary Club di Grosseto); gli interventi di carotaggio e geofisici in laguna e nei suoi tomboli, fino al ruolo della carta archeologica nella pianificazione urbanistica a Orbetello.