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Il ministero per gli Affari esteri con Unesco Italia lancia nel mondo “Archeo3D’Italia”, nuova video-piattaforma on line dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, realizzata con Altair4 Multimedia: mappa interattiva, video e ricostruzioni 3D

altair-multimedia_logoQuattordici siti Unesco, custodi di altrettante eccellenze archeologiche italiane, sono raccontati da Archeo3D’Italia, la nuova video-piattaforma dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, in rapporto con il loro contesto naturale, storico e culturale, promossa dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, in collaborazione con la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO attraverso le ambasciate e gli istituti di cultura. La piattaforma è stata realizzata in collaborazione con Altair4 multimedia, realtà realizzata nella ricostruzione 3D di siti dell’antichità: regia, Alessandro Furlan; curatore, prof. Vincent Jolivet; virtual 3D, Pietro Galifi, Stefano Moretti; post produzione, Luigi Giannattasio; raccolta dati scientifici, Maria Grazia Nini.

Una carta storica dell’Italia con i 14 siti archeologici inseriti nella lista Unesco del Patrimonio mondiale dell’Umanità (foto archeo3ditalia)

Attraverso una mappa interattiva e un video documentario, la piattaforma offre al pubblico internazionale la possibilità di scoprire più da vicino: Roma Antica (Fori e Colosseo); Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro); Pompei (Foro e Teatri); Ercolano; Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus); Aquileia (complesso della Basilica patriarcale); Barumini (su Nuraxi); Brescia (Capitolium Romano); Città di Verona (Arena); Necropoli Etrusche di Cerveteri; Villa Adriana di Tivoli; Paestum; Siracusa; Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). A ogni luogo sono dedicati videoclip in computer grafica 3D, che mostrano alzati e restituzioni virtuali degli scavi visitati, fruibili in italiano e in inglese. Un modo innovativo e divertente per conoscere l’assetto originario di questi affascinanti luoghi, le diverse fasi della loro evoluzione e le relazioni con il contesto naturale, storico e culturale in cui sono inseriti. Buona visione su  archeo3ditalia.it

italia_siti-unesco_logoUn portale per scoprire i Siti archeologici italiani Patrimonio mondiale Unesco. Le relazioni e gli scambi culturali internazionali sono profondamente radicati nella storia e rappresentano uno degli strumenti principali per favorire il dialogo, la comprensione e la pace tra i popoli. Le testimonianze archeologiche, storiche, artistiche e naturali rappresentano un palinsesto esteso e variegato su scala mondiale, come ben riflesso nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. L’Italia riconosce grande importanza a questo patrimonio impegnandosi nella sua tutela, conservazione e valorizzazione sia a livello nazionale che globale. Il nostro paese è uno dei principali sostenitori della cooperazione culturale multilaterale e un attivo organizzatore di missioni archeologiche, etnoantropologiche e di conservazione in tutto il mondo contribuendo a un sostanziale miglioramento delle relazioni tra gli Stati.

Il Colosseo nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma Antica (Fori e Colosseo). Il centro storico di Roma è stato riconosciuto, sin dal 1980, Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Delimitato dal perimetro delle Mura Aureliane, sovrapposizione di testimonianze di quasi tre millenni, è espressione del patrimonio storico, artistico e culturale del mondo occidentale europeo. Fondata da Romolo nel 753 a.C., secondo la tradizione, e definitivamente caduta come capitale dell’Impero romano nel 476, Roma è nata all’incrocio della strada che collegava le saline costiere con l’interno della penisola, con quella che metteva in relazione l’Etruria con la Campania. Molto presto, sulla riva sinistra del Tevere, si svilupparono luoghi di scambio cosmopoliti. Nel VI sec. a.C., con la dinastia etrusca dei Tarquini, il centro civico della città si struttura intorno al Foro grazie a un’audace opera di bonifica di terreni finora paludosi. La fine delle guerre puniche, nel 146 a.C., porta ad uno sviluppo veloce della città. La potenza della Repubblica viene celebrata dalla costruzione templi, basiliche, archi di trionfo, monumenti commemorativi, in gran parte concentrati nella zona del Foro. Molto presto, la crescita della città rese necessaria la costruzione di nuovi spazi pubblici. Si svilupparono così, durante poco più di due secoli, cinque nuovi fori, quello di Cesare, di Augusto, di Vespasiano, di Domiziano/Nerva e di Traiano, volti ad esaltare la dinastia allora al potere. Fino alla caduta dell’Impero, numerosi imperatori cercarono di attrarsi il favore del popolo romano facendo costruire edifici di spettacolo – circo, stadio, teatro, anfiteatro, odeon… -, monumenti commemorativi – archi, colonne, ninfei… -, nonché grandi complessi termali.

L’antica area del colle Vaticano con l’inserimento del complesso della Basilica di san Pietro nella ricostruzione 3D realizzata dal Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma – Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro). Cuore della cristianità cattolica, l’enclave della Città del Vaticano, nel 1980 insieme al centro storico di Roma, è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sulla riva destra del Tevere, la XIV regione di Roma, Transtiberim, non fece mai veramente parte del centro della città. Nella seconda metà del III sec., il quartiere più vicino all’isola Tiberina fu incluso nel perimetro delle mura di Aureliano, fino alla sommità del Gianicolo, sia per scopi strategici che per proteggere i mulini alimentati dall’acqua dello speco dell’acqua Traiana. Dall’età tardo-repubblicana, questa parte del Trastevere si popolò sempre più densamente di artigiani e di lavoratori del vicino porto, con un’importante componente di stranieri, in particolare ebrei e siriani, che vi celebravano i propri culti. Più a Nord, al di là della porta Settimiana, si estendevano parchi con ricche ville, come quella della Farnesina, forse appartenuta ad Agrippa. La zona del Vaticano, attraversata da strade costeggiate di tombe – tra le quali, alla sua estremità orientale, il mausoleo di Adriano -, era occupata da grandi giardini, tra cui quelli di proprietà di Agrippina e di Domizia, rispettivamente nonna e zia di Nerone. La costruzione della basilica di San Pietro cambiò drasticamente l’uso e la fisionomia di questa regione di Roma.

Il Foro romano e il Campidoglio di Pompei nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Pompei (Foro e Teatri). Pompei ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. La sua riscoperta e i relativi scavi, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce il sito, che nel 1997 è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Pompei era in origine un sito osco di cui Etruschi e Greci si contesero il controllo, prima di essere conquistato dai Sanniti nell’ultimo quarto del V sec., poi dai Romani all’inizio del III sec., prima di diventare Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum nell’80 a.C. Quando fu scossa da un potente terremoto, nel 62 d.C., la città contava circa 25mila abitanti; gli effetti del sisma furono così devastanti che gli edifici e le case non erano ancora completamente ricostruiti quando avvenne l’eruzione del 79 d.C. Per quattro giorni, il vulcano seppellì il sito sotto uno strato di circa tre metri di lapilli e di pietra pomice, il cui peso provocò il crollo delle costruzioni, complicando così considerevolmente il lavoro di quelli che iniziarono subito a saccheggiarne le rovine, e ben più tardi quello degli archeologi stessi. Sono noti, in seguito, due grandi risvegli del vulcano nell’Antichità, nel 203 e nel 472. Il sito costituisce oggi il più completo esempio conservato di una città romana, con i suoi monumenti pubblici, le sue case e le sue ville spesso sfarzosamente decorate, nelle quali sono stati rinvenuti in situ innumerevoli oggetti della vita quotidiana, eccezionalmente conservati.

La terrazza col monumento a Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto mae-mic)

1997 – Ercolano. Ercolano (Herculaneum) ha origine dal XII secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di materiali vulcanici. Gli scavi della città, iniziati nel 1710, hanno riportato alla luce il sito, che è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1997. Fondata dagli Oschi o dagli Etruschi, Herculaneum fu successivamente conquistata dai Greci, dai Sanniti, e infine dai Romani, nel 89 a.C., diventando lo stesso anno un municipio, e rapidamente un soggiorno residenziale privilegiato dell’aristocrazia romana. Niente permette oggi di comprendere, in una zona la cui la topografia è stata completamente modificata dalle eruzioni vulcaniche, la fisionomia originaria di questo sito che occupava un promontorio situato sulla strada litoranea, ai piedi del Vesuvio. Già colpita dal terremoto del 62 d.C., la città fu sommersa nel 79 d.C. da una valanga di fango la cui solidificazione ha assicurato la conservazione eccezionale dei materiali deperibili che vi si trovavano: legno, papiro, fibre vegetali ecc. Si pensava, fino ad una data recente, che i suoi abitanti, avvisati meglio rispetto ai loro vicini Pompeiani, avessero lasciato la città prima dell’eruzione del vulcano. Invece, gli scavi realizzati alla fine del XX secolo hanno rivelato la presenza di centinaia di corpi lungo la riva: quegli abitanti che, troppo tardi, avevano cercato di fuggire dalla città, si trovarono di fronte ad un mare in tempesta e perirono asfissiati nei grandi depositi che fiancheggiavano la spiaggia.

Il tempio di Giove nella vale dei Templi ad Agrigento nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus). La Valle dei Templi corrisponde all’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Dal 1997 l’intera zona è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi è uno dei siti archeologici più estesi del Mediterraneo. Fondata nel 582 a.C. da coloni rodi e cretesi della vicina Gela, su un sito già occupato da Greci nel VII sec. a.C., Agrigento (Akragas) fu prevalentemente governata da una successione di tiranni: dopo Falaride, vissuto nella prima metà del VI sec., la cui crudeltà rimase proverbiale, Terone, sotto il quale, alleati ai Siracusani, gli Agrigentini vinsero la battaglia contro i Cartaginesi ad Imera, nel 480, e suo figlio Trasideo il quale, rompendo l’alleanza con Siracusa, portò alla fine della sua dinastia, nel 471 a.C. Nel 406 a.C., un nuovo conflitto con Cartagine si concluse, dopo un lungo assedio, con la presa e la distruzione parziale della città, che ritrovò la sua libertà solo grazie al generale corinzio Timoleonte, nel 340 a.C. Contesa tra Cartaginesi e Romani, Agrigento fu definitivamente conquistata dai Romani nel 210 a.C. Fiorente da questa data, e fino alla caduta dell’Impero romano, la città si spopolò gradualmente fino al VII secolo: si riduceva allora ad un villaggio raggruppato sulla collina di Girgenti (sede della città attuale), che fu conquistato dagli Arabi, nel 829, e successivamente dai Normanni, nel 1086.

Dettaglio dei pavimenti musivi della Villa del Casale a Piazza Armerina (foto mae-mic)

1997 – Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). La Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, è l’esempio supremo di villa di lusso romana tardo-imperiale, famosa per la ricchezza e la qualità dei suoi mosaici (IV secolo d.C.), che vengono riconosciuti come i mosaici romani più belli ancora in situ. Dal 1997 fa parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dopo la fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., e la conquista di Siracusa, nel 211 a.C. l’insieme della Sicilia, a lungo contesa tra popolazioni autoctone, Greci e Cartaginesi, diventò provincia romana, uno statuto ulteriormente confermato da Diocleziano, nel 284, nel quadro della sua riforma amministrativa delle province. Straordinariamente ricca di fertili terreni agricoli, l’isola, sfruttata dai Romani tramite una rete di immensi latifondi, funse da importante granaio di Roma dalla fine della Repubblica in poi. A lungo depressa da questo sistema di sfruttamento, l’isola conobbe un nuovo periodo di prosperità all’inizio del IV sec., grazie alla sua posizione strategica sulle rotte commerciali mediterranee. Essa fu soggetta, da allora, ad una successione di conquiste da parte dei Vandali nel 440, dei Bizantini nel 535, degli Arabi nell’827, fino a quella dei Normanni, avvenuta nel 1086.

Il nuraghe Su Nuraxi a Barumini (foto mae-mic)

1997 – Barumini – Su Nuraxi. Il sito di Su Nuraxi a Barumini, in Sardegna, rappresenta il più famoso esempio di complessi difensivi dell’Età del Bronzo, caratteristici dell’isola, conosciuti come nuraghi. Costruito nel secondo millennio a.C. fu occupato fino al terzo secolo d.C. Dal 1997 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sito a Ovest di Barumini, nella parte meridionale interna della Sardegna, il villaggio protostorico di Su Nuraxi è uno dei più rappresentativi della cultura nuragica tipica dell’isola tirrenica. I nuraghi, i cui primi esemplari compaiono nella prima età del Bronzo, nel XVII sec. sono torri che avevano la funzione di sorveglianza delle coltivazioni e dei greggi, di difesa della popolazione contro assalti nemici, e forse di osservazione astronomica. I siti nuragici, la cui datazione viene ancora largamente dibattuta, erano collegati tra di loro all’interno di un sistema che interessava l’intera isola: si stima che vi si trovava un nuraghe circa ogni 3 kmq. La civiltà nuragica è stata divisa in cinque fasi cronologiche che vedono, a partire da una struttura di clan, l’affermazione progressiva delle aristocrazie locali, compiuta nei IX-VI sec. a.C. Ben lungi dall’essere isolata, la civiltà nuragica intratteneva rapporti politici, economici e culturali con le principali civiltà mediterranee coeve.

Il complesso e gli annessi della basilica patriarcale di Aquileia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1998 – Aquileia (complesso della Basilica patriarcale). Aquileia, fondata nel 181 a.C. dai Romani, è stata una delle città più grandi e più ricche dell’Impero Romano. La città antica, ancora in gran parte sepolta, è il più completo esempio di una città dell’antica Roma nell’area del Mediterraneo, ed è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1998. A Sud della provincia di Udine, Aquileia, connessa con il mare Adriatico da una fitta rete di canali, fu fondata come colonia latina nel 181 a.C. Grazie alla sua posizione strategica e al commercio dell’ambra e del vetro, la città conobbe uno sviluppo rapido e diventò, in età augustea, capitale della X Regione, Venetia et Histria. Nei primi secoli dell’Impero, Aquileia giocò un ruolo fondamentale nelle operazioni militari condotte verso il Danubio. Dopo la promulgazione dell’editto di Milano da parte di Costantino, nel 313, la città fu sede di un vescovado che promosse la diffusione del cristianesimo verso il centro dell’Europa. Dopo la sua distruzione da parte di Attila, nel 452, Aquileia, ricostruita, fu assunta alla dignità di patriarcato nel 554, e visitata da Carlo Magno dopo la sua incoronazione a Roma, nel 800. Il patriarcato, che controllava un immenso territorio, fu abolito solo nel 1751.

L’area templare di Paestum con la cd Basilica e il cd Tempio di Nettuno nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

1998 – Paestum. Paestum è un’antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, e poi Paestum dai Romani che la conquistarono. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura. Nel 1998 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco con il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ed i siti archeologici di Velia, e la Certosa di Padula. Sulla riva del Tirreno dove Giasone, con i suoi Argonauti, avrebbe edificato il santuario di Hera, alla foce del Sele, i Sibariti fondarono, verso il 600 a.C., una colonia dedicata a Poseidone, in mezzo ai terreni agricoli estremamente fertili della pianura del Sele. Poseidonia raggiunse il suo massimo splendore tra il 560 e il 440 a.C. All’inizio del V sec. a.C., i Lucani presero il controllo della città, fondendosi progressivamente con i Greci, contribuendo così alla creazione di una cultura profondamente originale. La città conservò la sua indipendenza fino alla conquista romana, nel 273 a.C., quando vi fu insediata una colonia di diritto latino; la sua prosperità nel corso della fine della Repubblica romana è testimoniata dall’edilizia pubblica e privata rivelata dagli scavi. La città era rimasta sufficientemente importante nel V sec. per diventare sede vescovile. Tuttavia, l’impaludamento progressivo dell’insediamento, che vi rendeva l’aria cattiva, e le incursioni dei pirati Saraceni, spinsero i suoi abitanti ad abbandonare definitivamente il sito nel corso del X sec.

Il teatro Marittimo di Villa Adriana a Tivoli nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1999 – Villa Adriana di Tivoli. Villa Adriana è la sontuosa residenza fatta costruire dall’imperatore Adriano (117-138) con un ricco complesso di edifici, estesi su una vasta area. Nel 1999, Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Già in età repubblicana, i membri dell’aristocrazia romana avevano preso l’abitudine di lasciare la città per soggiornare in giardini suburbani, oppure in ampie residenze situate a poca distanza di Roma, in particolare nella zona dei Colli Albani. Adriano, imperatore di Roma dal 117 fino alla sua morte nel 138, scelse di creare una villa d’ozio sui primi pendii dei Monti Tiburtini, sotto l’antica Tibur (Tivoli), una trentina di chilometri a Est di Roma. Questa straordinaria residenza, che riunisce nello stesso luogo luoghi e monumenti visitati da Adriano nel corso dei suoi viaggi – il Nilo e la città d’ozio di Canopo in Egitto, il Liceo, l’Accademia e la stoa poikilè di Atene, la vallata di Tempe in Tessaglia… – gli consentì anche di dedicarsi pienamente al suo gusto per l’architettura, a lungo contrastato dall’architetto di Traiano, Apollodoro di Damasco, che egli fece prima esiliare, e poi assassinare nel 130. Circa 130 ettari di superficie totale, più di due chilometri di lunghezza, una trentina di edifici principali, chilometri di gallerie di servizio sotterranee…Villa Adriana costituisce un complesso eccezionale, paragonabile ai grandi palazzi reali di cui quello di Versailles costituisce l’archetipo moderno.

L’Arena di Verona nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2000 – Città di Verona (Arena). Ottenuta da Giulio Cesare la cittadinanza romana nel 49 a.C., Verona diventa ben presto municipium romano, potendosi fregiare del titolo di Res Publica Veronesium. Nel 2000 Verona è stata inserita nella Lista dei Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Controllando un guado sull’Adige, punto di passaggio obbligato, da sempre, tra Oriente e Occidente, Verona, già occupata in età preromana, fu una delle principali città dell’area veneta. Colonia di diritto latino nel 89 a.C., poi municipio romano nel 49 a.C., la città fu occupata da Vespasiano nel corso della guerra civile contro Vitellio, nel 69, e più tardi da Massenzio durante quella contro Costantino, nel 312. Successivamente, per la sua posizione strategica, Verona mantenne a lungo la sua importanza, Il monumento antico più famoso di Verona è il suo anfiteatro, dove si tenevano sia giochi gladiatori che spettacoli di caccia. Nonostante il nome, l’anfiteatro non è il semplice collage di due teatri, né il prodotto di una ricerca empirica: uno studio geometrico rigoroso aveva dimostrato la superiorità della pianta ellittica, sia in termini di circolazione che di visione dello spettacolo dato nell’arena, nome che deriva dalla sabbia o rena, che assorbiva il sangue degli uomini e delle bestie.

La necropoli etrusca di Cerveteri nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

2004 – Necropoli Etrusche di Cerveteri. La necropoli di Cerveteri è una delle più monumentali del Mediterraneo e costituisce una rara e preziosa testimonianza del popolo etrusco, che instaurò la prima civilizzazione urbanizzata nel Mediterraneo occidentale, sopravvissuta per circa 700 anni dall’VIII al I secolo a.C. Nel 2004 è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, assieme a quella di Tarquinia. Nella parte meridionale dell’Etruria, la città etrusca di Caere, attuale Cerveteri, si trova 40 km a Nord di Roma. Si tratta di una delle principali città-stato della lega delle dodici città etrusche confederate, che controllava una larga fascia del litorale tirreno. Ancora poco affermata in età villanoviana, tra il IX e il VIII sec. a.C., la città conobbe un’espansione veloce nel VII sec., nel corso del periodo detto “orientalizzante”, grazie ai suoi contatti con i mercanti greci e fenici, che contribuirono a cambiare radicalmente la cultura e l’economia delle popolazioni locali. Queste relazioni si svolgevano in particolare nel porto della città, Pyrgi, dove diversi templi, in particolare quello di Uni/Astarte, presidiavano ai rapporti commerciali tra etruschi e mercanti stranieri. Nel corso di questo periodo, si assiste all’emergere di una classe dirigente di principi, il cui potere declinò progressivamente, dall’inizio del VI sec. a.C. in poi, per portare ad una società più egalitaria. Il legame con la vicina Roma si rafforzò progressivamente dopo il saccheggio dei Galli, nel 390 a.C., nel corso del quale le Vestali avevano trovato rifugio a Caere, ma nuovi scontri tra le due città portarono alla sconfitta della metropoli etrusca, nel 273 a.C., e alla confisca della parte costiera del suo territorio, dove Roma fondò diverse colonie marittime. In età augustea, Caere viene menzionata da Strabone solo come una “piccola città”.

Il teatro greco di Siracusa (foto mae-mic)

2005 – Siracusa. Siracusa possiede una storia millenaria: fu annoverata tra le più vaste metropoli dell’età classica, tanto da primeggiare per potenza e ricchezza con Atene. È stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 2005, congiuntamente alle Necropoli Rupestri di Pantalica. Secondo Tucidide, la colonia greca di Siracusa, a sud-ovest della Sicilia, fu fondata sull’isola di Ortigia nel 734 a.C. dal corinzio Archias. Nella prima metà del V sec. a.C., la città, dotata di un ampio porto, sia commerciale che militare, dovette la sua espansione a due tiranni della famiglia dei Dinomenidi, Gelone, che sconfisse i Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C., ed il suo fratello Ierone, vittorioso degli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. Nonostante il ritorno della democrazia dopo la morte di quest’ultimo, la città fu assediata invano da Atene tra il 415 e il 413 a.C. durante la guerra del Peloponneso, e conobbe una nuova fase di tirannia inaugurata nel 405 a.C. da Dionisio I. All’inizio del III sec. a.C., Ierone II scelse di allearsi con i Romani, ma dopo la sua morte, nel 213 a.C., Roma assediò la città che dovette arrendersi dopo due anni, nonostante le ingegnose macchine da guerra concepite da Archimede che perse la vita, come gran parte della popolazione della città, nel corso del saccheggio. In età romana, Siracusa conobbe un’esistenza tranquilla e prospera come capitale del granaio di Roma che era ormai divenuta la Sicilia. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la storia successiva della città è segnata da ondate successive di invasioni ad opera dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Aragonesi, prima della sua incorporazione nel regno delle Due Sicilie, nel 1816, e finalmente nel Regno d’Italia nel 1861.

Il Capitolium di Brescia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2011 – Brescia (Capitolium Romano). Il Foro romano di Brescia era la piazza principale del centro cittadino di Brixia a partire dal I secolo a.C. Questo complesso archeologico monumentale conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del nord Italia, e per questo motivo è stato inserito nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, facente parte del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. Su di un sito già occupato nell’età del Bronzo e del Ferro, Brescia fu fondata all’inizio del IV sec. a.C. come capitale dei Galli Cenomani, al quale deve il suo nome antico, Brixia, che significa «l’altura», in riferimento al colle Cidneo che la domina. Sconfitti nel 197 a.C., i Cenomani diventarono alleati dei Romani, conservando tuttavia parte della loro autonomia e delle loro tradizioni. Municipio di diritto latino nel 89 a.C., la città fu integrata al territorio romano nel 49 a.C. Nel 27 a.C., la Colonia civica Augusta Brixia fu inserita nelle Regio X augustea, Venetia et Histria, diventando così un importante centro religioso e commerciale. Saccheggiata da Attila nel 452, la città fu conquistata dai Bizantini nel 561, e qualche anno dopo dai Longobardi, un popolo di origine germanica che invase l’Italia bizantina nel 568. Sotto il loro dominio, e fino al 774, Brescia conobbe un lungo periodo di prosperità.

L’Auriga di Mozia e la Phiale di Caltavuturo tornano in Sicilia con altri 63 capolavori: “Mai più fuori dall’isola”. Politica di rilancio dei musei siciliani valorizzando le opere “blindate”

L'Auriga di Mozia dopo un anno e mezzo è tornato al museo Whitaker

L’Auriga di Mozia dopo un anno e mezzo è tornato al museo Whitaker

La vacanza-assenza da casa è finita. Tornano in Sicilia l’Auriga di Mozia e la Phiale aurea di Caltavuturo, e con questi due capolavori assoluti dell’arte antica un’altra sessantina di tesori archeologici, dopo aver fatto il giro tra i più importanti musei del mondo, rientrano nelle loro sedi originarie: e da lì non si muoveranno mai più. Sono beni di valore inestimabile che la Regione Sicilia ha deciso di blindare per creare un circuito isolano di eccellenze da ammirare solo se si viene in Sicilia. “Dopo aver fatto bella mostra di sé al Paul Getty Museum di Los Angeles e al Cleveland Museum of Art nel 2013”, annuncia l’assessore regionale ai Beni Culturali Maria Rita Sgarlata, “ed essere state in giro con la mostra ‘Sicily: Art and Invention between Greece and Rome’ (oltre mille visitatori al giorno) tornano i ‘gioielli di famiglia’ per essere opportunamente valorizzati nella loro terra di appartenenza”. E se l’Auriga di Mozia e la Phiale aurea di Caltavuturo custodita nel parco di Himera sono i pezzi più famosi, il tesoro che rientra in Sicilia è ricchissimo: da un cratere attico a maschere teatrali (Vaso del Pittore di Boston) ai rilievi votivi con Demetra e Kore. E ancora medaglioni a rilievo, arule, coppe con emblema, statuette fittili, pissidi e antefisse, brocchette e bronzi.

Maria Rita Sgarlata, assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia

Maria Rita Sgarlata, assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia

I reperti, infatti, torneranno nei vari siti museali di provenienza: il museo archeologico di Agrigento, di Aidone, di Cefalù, il parco archeologico di Himera, il museo archeologico di Gela, Lipari, Palermo, Siracusa, Trapani e Catania. “Perchè è là che questi reperti devono stare”, stigmatizza l’assessore Sgarlata, “e non nei ‘mostrifici’ sganciati da contesti di effettiva qualità in giro per il mondo. Questo non vuole dire chiusura nei confronti degli scambi culturali, piuttosto è una sorta di “fermo biologico” in previsione di riequilibrio del rapporto con i musei stranieri”.A giovarsi degli scambi culturali e di beni d’arte “non devono essere solo gli altri”, aggiunge, “ma anche e soprattutto la Sicilia che troppe volte ha avuto come tornaconto solo un ritorno di immagine. Non si tratta di una pratica oscurantista o protezionista ma di buon senso il cui fine è solo quello di valorizzare, come meritano, i nostri beni. Questi sono i principi della nuova stagione di reciprocità”. Il che vuol dire ora sono i grandi musei del mondo a prestare alla Sicilia i loro capolavori.

Il canale che porta nello Stagnone di Marsala e all'isola di Mozia

Il canale che porta nello Stagnone di Marsala e all’isola di Mozia

IL RITORNO A MOZIA L’Auriga di Mozia ritorna in Sicilia dopo un lungo periodo di assenza, iniziato con la prima tappa a Londra in occasione delle Olimpiadi 2012. Il peregrinare del famoso giovinetto ha portato la statua marmorea anche oltre oceano prima per una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles poi al Cleveland Museum of Art. L’esposizione al Getty ha perlomeno consentito la realizzazione di una sofisticata base antisismica, la cui costruzione è stata inserita nell’accordo siglato nel 2010, destinata ovviamente a preservare la statua nel luogo in cui tornerà ad essere esposta, il museo Whitaker a Mozia. Il lungo viaggio di ritorno dell’Auriga con il resto del tesoro siciliano dagli Stati Uniti all’Italia è stato coperto per nave fino al porto di Genova. Dopo una sosta in un caveau a Milano, il carico col “tesoro” è arrivato nei giorni scorsi a Palermo dove è stato custodito in un magazzino di sicurezza. E quindi smistato nelle singole destinazioni. Il pezzo più pregiato, l’Auriga, con una chiatta è arrivato finalmente a Mozia dove sarà sistemato nel delizioso museo della fondazione Whitaker.

L'Auriga di Mozia scoperto il 26 ottobre 1979, nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu

L’Auriga di Mozia scoperto nel 1979 nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu

DALLA SCOPERTA AL MUSEO Il Giovinetto di Mozia, una statua in marmo del V sec. a.C., èsenza dubbio la principale attrazione dell’isola nello Stagnone di Marsala. La statua fu rinvenuta, quasi per caso, il 26 ottobre 1979, nella zona “K” accanto al santuario di Cappiddazzu, proprio durante l’ultimo giorno di quella campagna di scavi, quando il piccone di un operaio colpì qualcosa di diverso. Gli scavi furono così prolungati di una decina di giorni, il tempo di riportare alla luce questo splendido capolavoro dell’arte greca. La statua raffigura una figura maschile panneggiata, forse un auriga, e fu probabilmente portata nell’isola di Mozia dai Cartaginesi dopo che ebbero saccheggiato Selinunte nel 409 a.C. Molti studiosi pensano potesse raffigurare un giovane alla guida di un cocchio, un auriga, cioè un atleta vincitore nella corsa con il carro, o comunque un atleta vittorioso. Altre ipotesi comunque sono state avanzate: la particolare veste secondo alcuni ricondurrebbe ad un sufeta, magistrato punico, per altri sarebbe invece il dio punico Melqart, corrispondente all’Eracle dei Greci. L’Auriga è stata definita come la statua dei misteri, perché è un reperto greco rinvenuto in una provincia punica (spiegabile, abbiamo visto, come bottino del sacco di Selinunte) e poi perché la sua origine, la sua rappresentazione simbolica, lo stile artistico e il secolo in cui si possa collocare sono avvolti dal mistero. E di ogni ipotesi formulata non c’è stato un riscontro certo anche perché la statua è unica nel suo genere. La provenienza è di certo orientale, ipotesi avvalorata dall’analisi geochimica del materiale che ha rilevato che il marmo contiene dello stronzio, elemento presente esclusivamente nelle cave di Efeso e della Tessaglia, richiesto in gran quantità dalla Magna Grecia che non disponeva di marmo. Secondo la maggior parte degli studiosi, la statua risale al V sec. a.C., più precisamente al periodo compreso tra il 475 e il 450 a.C., ed è realistico ritenere che questo capolavoro fu realizzato in una città greca della Sicilia, Selinunte o Agrigento.

Il piccolo ma prezioso museo Whitaker a Mozia

Il piccolo ma prezioso museo Whitaker a Mozia

INCIDENTE DIPLOMATICO Il Giovinetto di Mozia ha rischiato di diventare il vessillo di una guerra di campanile. Da una parte, Marsala e il museo Baglio Anselmi dove sono custoditi i resti di una preziosa nave punica. Dall’altra, la Fondazione Whitaker composta da quanti preservano l’eredità del colto collezionista, amante dell’archeologia, al quale si devono tante magnifiche strutture, da Villa Malfitano alla sede della prefettura di Palermo. A Marsala che dista appena cinque chilometri dall’isola avevano tutto pronto per l’esposizione, con soddisfazione di Antonella Milazzo, la deputata regionale del Pd pronta a ringraziare con comunicati ufficiali la scorsa settimana l’assessore Sgarlata per il via libera. Entrambe ignare del putiferio scatenato da Renato Albiero e Fabio Virdi, un cardiochirurgo e un avvocato che, in sintonia con la segretaria generale della Fondazione, Enza Carollo, hanno convocato un minaccioso consiglio di amministrazione. Quanto è bastato per determinare la retromarcia, spiegata dall’assessore Sgarlata: “Non se ne farà niente. Il giovinetto torna a Mozia. Ma non sarebbe stato un dramma se fosse rimasto per qualche settimana, in periodo invernale, in un museo sulla terra ferma…”. Ma a Mozia lo avrebbero considerato un ulteriore “scippo”, come ripetono Albiero e Virdi davanti ai conteggi di Enza Carollo: “Abbiamo perduto 200mila euro all’anno. Chi arriva davanti alle barche per venire a vedere il giovinetto, si informa e non parte per l’isola. La Regione pensava di mandare in giro per il mondo questo gioiello per accendere interesse e fare approdare turisti da Londra o dagli Stati Uniti. La verità è che non ne è arrivato nemmeno uno”. Un dato che ha già portato il governatore Rosario Crocetta a decidere che le opere d’arte dal territorio regionale non dovranno più spostarsi: “Debbono diventare elemento di attrazione perché i turisti vengano ad ammirarle in Sicilia. Meglio fermare tante inutili costose e non produttive trasferte”.

Jerry Podany conservatore del Paul Getty Museum

Jerry Podany conservatore del Paul Getty Museum

AL WHITAKER NUOVO ALLESTIMENTO Basteranno due mesi per allestire al museo Whitaker un nuovo spazio espositivo, finanziato con un contributo della Banca Nuova e fondamentale per valorizzare uno dei pezzi più importanti rinvenuti in Sicilia. È Jerry Podany, Senior Conservator of Antiquities del J. Paul Getty Museum, a illustrare anche il progetto per la nuova base antisismica dell’Auriga di Mozia. “L’attuale configurazione di supporto della scultura – spiega – non è sufficiente a proteggerla dai danni in caso di terremoto di medio livello. Il supporto attuale collegato alla testa non impedirebbe, infatti, il movimento della scultura verso l’alto né sarebbe sufficiente a frenare lo spostamento in direzione laterale”. Per Podany “il fissaggio della scultura ad un piedistallo espositivo sarebbe una soluzione più fattibile e più sicura. Il supporto attuale della base (composto da numerosi pezzi) dovrebbe essere sostituito con un unico blocco di supporto in acciaio”. Alla complessa opera di montaggio della base si assoceranno interventi del Servizio Museografico del Dipartimento Beni Culturali mirati ad assicurare all’Auriga il migliore stato di conservazione, in rapporto al microclima dell’isola. «Accoglieremo l’Auriga più degnamente”, ribadisce dice l’assessore ai Beni culturali Mariarita Sgarlata, “e lo restituiremo alla fruizione dei visitatori a breve in un cornice più adatta e consona al suo immenso valore”.

Antonello Da Messina in mostra al Mart di Rovereto

Antonello Da Messina in mostra al Mart di Rovereto

OPERA BLINDATA, ACCORDI CULTURALI Ma oltre alla nuova veste espositiva c’è anche la volontà di farla restare in Sicilia nei prossimi anni. Dopo il “gran rifiuto” alla richiesta di prestito da parte del British Museum di Londra, l’Auriga sarà blindata. “L’opera è da troppo tempo fuori e la prima tappa fu proprio Londra in occasione delle Olimpiadi del 2012, quindi per adesso stop ai prestiti”. Anche perché rientra nella black list delle 23 beni culturali più preziose. “Le nuove trattative hanno consentito di ottenere due mostre di assoluto rilievo per la nostra isola, totalmente a carico del museo di Cleveland e Mart di Rovereto, che hanno chiesto i prestiti: una su Caravaggio e i caravaggeschi; l’altra su Antonello da Messina”, ribadisce l’assessore ai Beni culturali.

La Phiale di Caltavuturo, capolavoro dell'oreficeria antica (fine IV-inizio III sec. a.C.)

La Phiale di Caltavuturo, capolavoro dell’oreficeria antica (fine IV-inizio III sec. a.C.)

LA PHIALE DI CALTAVUTURO “È considerata un capolavoro dell’oreficeria antica , tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., pregevole per i motivi decorativi e per la tecnica di lavorazione a sbalzo che utilizza la punzonatura, la cesellatura e l’ incisione”, spiegano Alessandra Merra e Valeria Sola, che hanno curato le schede regionali. “La forma della phiale mesomphalos (dal greco antico “coppa, patera umbilicata”) era molto frequente sia nella ceramica che nella oreficeria della Grecia antica. Destinata per lo più alle libagioni e alle offerte per le divinità durante i riti religiosi, talvolta se realizzata in metallo prezioso, confluiva nei tesori dei santuari”. La storia del recupero della phiale è complessa ed affascinante ed emblematica, risultato di laboriose indagini della Magistratura italiana e del Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico. La prima segnalazione della coppa aurea nel 1989 in casa di un collezionista siciliano. Cinque anni dopo fu avviata dalla Procura di Termini Imerese un’indagine su alcune opere d’arte trafugate dal museo della stessa città. “Si appurò che nel 1980 in seguito ad alcuni lavori per la messa in opera di un pilone della rete elettrica era stata rinvenuta una phiale, che clandestinamente fu venduta prima ad un collezionista di Catania e successivamente ad un collezionista di Enna”. Nel 1991 la phiale viene esportata clandestinamente in Svizzera e qui venduta da un antiquario al miliardario statunitense Michel Steinhardt per 1 milione 200mila dollari, che la trasferì a New York. Nel 1995 la procura di Termini Imerese avanzò una richiesta di rogatoria internazionale alla competente autorità giudiziaria di New York, chiedendo la restituzione dell’opera. Venne accertata l’autenticità della phiale sulla base di una perizia archeologica e di analisi di laboratorio. Nel 1999 la coppa fu sequestrata dall’autorità giudiziaria americana e riconsegnata allo Stato italiano.

Il Satiro Danzante, al museo di Marsala, è tra le opere inamovibili

Il Satiro Danzante, al museo di Mazara del Vallo, è tra le opere inamovibili

NUOVA POLITICA CULTURALE: RILANCIO DEI MUSEI Esaurita la stagione dei viaggi all’ estero dei gioielli di famiglia, l’ assessorato ai Beni culturali inaugura una nuova era che prevede la fine dei prestiti delle opere d’ arte e il rilancio dei musei. È questo l’ indotto su cui la Regione punta: creare attorno a una lista di 26 opere “inamovibili” – tra cui le più importanti sono il Giovinetto di Mozia appena riconquistato, la Metope di Selinunte, l’ Ariete in bronzo del Salinas di Palermo, l’ Annunziata di Antonello da Messina, la Phiale aurea di Caltavuturo, la Dea di Morgantina di Aidone, il Satiro Danzante di Mazara del Vallo e il Trionfo della morte di palazzo Abatellis – un circuito museale superqualificato. Il progetto è ambizioso e può contare su un finanziamento di 55 milioni di euro, col programma operativo interregionale 2007-2013. I lavori per rimettere in sesto gli spazi espositivi prevedono illuminazione giorno e notte, percorsi pedonali e sentieri, segnaletica adeguata, aree per la sosta, diffusione sonora, climatizzazione, sistemi di allarme. Insomma, servizi che funzionino a puntino, per attrarre visitatori da un capo all’ altro dell’ Isola i musei all’ altezza. L’accordo è stato firmato nel giugno scorso a Roma dal presidente Rosario Crocetta e il ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia. E l’assessorato ai Beni culturali, sotto la regia dell’ assessore Mariarita Sglarlata, ha redatto il programma di interventi, finalizzati al lancio dei nuovi “Poli Museali di Eccellenza” (a Palermo, Siracusa, Ragusa e Trapani) e dei siti di maggiore attrazione culturale (musei e aree archeologiche). A Palermo, ad esempio, il polo museale che nascerà mette in rete Palazzo Abatellis, Oratorio dei Bianchi, Museo di Palazzo Riso, palazzo Mirto e palazzo Steri. E ci sono anche 658mila euro per gli itinerari subacquei. Il sogno della Regione è che per l’ Expo 2015 i musei siciliani funzionino da calamita. E che nell’ Isola dove si contano più custodi di musei che visitatori, con una spesa di circa 600 milioni a fronte di incassi che superano di poco i 100 milioni, si possa invertire la tendenza. Il primo piano di interventi conta 18 opere per un valore di 21 milioni. I lavori sono tutti in fase di aggiudicazione e si concluderanno entro il 2015. La seconda fase, che utilizzerà le risorse del Pac (piano di azione e coesione) si concentra sui poli museali di Siracusa, Ragusa e Trapani e prevede 11 interventi per un valore di 33 milioni, con fine dei lavori entro il 2017. Tra i maggiori interventi: l’ area archeologica della Neapolis (9 milioni di euro), Segesta (1 milioni e 600 mila euro), Cava d’ Ispica e Parco della Forza (8 milioni di euro) oltre a interventi nei musei Paolo Orsi e Galleria di Palazzo Bellomo di Siracusa, museo Agostino Pepoli e Baglio Anselmi a Trapani. Ma c’ è, infine, un piano che punta sui piccoli musei per incrementare offerta e incassi. L’assessorato lavora al circuito dei siti minori, da affidare in gestione, attraverso i Comuni, ad associazioni no profit: “Dai Comuni abbiamo ricevuto moltissime richieste. Ci apriremo al volontariato. Abbiamo siglato già le prime convenzioni. Vogliamo riportare alla luce siti del tutto chiusi, come la penisola di Thapsos a Siracusa, o finora aperti in modo discontinuo”.