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Morsi, speroni, staffe, e poi dipinti, incisioni e libri antichi della collezione Giannelli raccontano “Il Cavallo: 4000 anni di storia” nella mostra alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera): rarissimi reperti di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale

L’eccezionale parata di morsi antichi della collezione Giannelli

Il manifesto della mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“

Quella della collezione Giannelli è una straordinaria parata di morsi di cavallo, una delle più importanti al mondo, con esemplari unici o comunque rarissimi di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale, con alcuni pezzi che risalgono addirittura al 1400 a.C.  Le serie che riuniscono i morsi italici e quelli dell’antico Luristan (regione montagnosa degli Zagros, in Iran), presenti nella collezione, sono considerate ineguagliabili per la loro rarità e loro bellezza. Dal 6 maggio al 19 agosto 2018 si possono ammirare alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera) nella mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“ a cura da Alessandra Brambilla e Claudio Giannelli. Non solo morsi, speroni e staffe, in mostra. La millenaria frequentazione uomo-cavallo è documentata anche attraverso dipinti, incisioni e libri antichi. Non manca nemmeno un raro cavallo a dondolo di epoca settecentesca, appartenuto a un rampollo di nobilissimo lignaggio. Il sottotitolo dell’esposizione sottolinea come siano “appena” 4000 gli anni che hanno visto il fiero quadrupede diventare “Equus frenatus” (“cavallo imbrigliato”), ovvero un cavallo regolato nei suoi movimenti e nella sua andatura attraverso il morso. Quattromila anni possono sembrare molti ma sono un battito di ciglia se rapportati ai 4 milioni e più di anni di storia del genere Equus, che ha dato origine a tutti i cavalli contemporanei, agli asini e alle zebre. Risale a circa 700mila anni fa il genoma del più antico cavallo che sia stato finora sequenziato. Si tratta di un Equus lambei, le cui ossa sono state rinvenute nel terreno perennemente ghiacciato del territorio canadese dello Yukon. Tra i 40 e i 50mila anni fa, si colloca la comparsa del cavallo domestico (Equus caballus) di oggi si contano circa 400 razze diverse, con specialità di ogni tipo, dal traino alla corsa. Ancora più recentemente, appunto all’incirca 6000 anni fa, i nomadi delle steppe asiatiche addomesticarono probabilmente i primi cavalli. E da quel momento, il rapporto tra l’uomo e l’animale si è fatto intenso, persino simbiotico.

Morso in bronzo a forma di cavalli proveniente dal Luristan (Iran), del I millennio a.C., pezzo eccezionale della collezione Giannelli

Il percorso della mostra inizia proprio con i manufatti degli Sciti, una di quelle popolazioni che si muoveva nelle steppe asiatiche, per proseguire con gli eccezionali morsi provenienti dal Luristan, regione montuosa dell’attuale nord-ovest iraniano. Quindi il viaggio continua attraverso i secoli e le civiltà: etruschi, greci, romani, per arrivare al Rinascimento e ai giorni nostri. Sino a decenni recenti, ma ancora oggi in alcune parti del pianeta, il cavallo è stato ed è il “motore” vivente delle attività agricole, dei trasporti, delle guerre. Da 4000 anni è l’ammirato compagno dell’uomo nello sport e nelle parate. Simbolo del prestigio che in tutte le civiltà e società ha ammantato il cavaliere e, per riflesso, la sua cavalcatura.

Frontale a lamelle in bronzo di età romana: prometopidion (maschera per muso di cavallo) con psalion solidale, una sorta di cavezza metallica che impediva al cavallo di sfuggire all’azione del morso aprendo la bocca

Il morso, oltre che simbolo di potere, è stato spesso un mezzo estetico di ostentazione della ricchezza, una chiave di identificazione e riconoscimento sociale ed anche oggetto rituale. Ogni civiltà, ogni epoca, ogni terra ha contribuito all’elaborazione del morso. Nel corso dei secoli i fabbri hanno prodotto degli oggetti a volte simili, ma in numerosi casi i manufatti così creati hanno assunto fogge anche molto diverse. Artigiani-artisti, i fabbri hanno accompagnato la storia dell’equitazione producendo oggetti che vanno ben al di là della semplice funzione di strumento di comunicazione tra il cavaliere ed il suo cavallo. Ponendosi come veri e propri capolavori d’arte.

Parure da parata in bronzo dorato a mercurio (Francia, XVIII sec.)

In mostra, accanto ai morsi, sono esposte altre “eccellenze” della collezione Giannelli, naturalmente tutte incentrate intorno al cavallo. Dai primi testi rinascimentali dei grandi maestri (Grisone, Pignatelli, Fiaschi, Ferraro, ecc.) all’Encyclopédie, con le illustrazioni riservate all’equitazione. Insieme a dipinti, incisioni, disegni, sculture. Ma anche particolari e rari accessori quali ipposandali e falere d’epoca romana, staffe in legno scolpito sud-americane, campanelline da cavallo in bronzo mesopotamiche e molto altro ancora.
Tutto a testimonianza di una forte passione e di uno sconfinato amore per il cavallo e di un artigianato che sa farsi grande arte.

“L’epopea dei re Traci”: per la prima volta i favolosi tesori dell’antica Tracia, patria di Orfeo e di molti re ricordati da Omero, nella mostra allestita al Louvre di Parigi con le recenti scoperte in Bulgaria sul regno degli Odrisi

Nella mostra al Louvre per la prima volta esposti i tesori dei re dell'Antica Tracia, il regno di Odrisi

Nella mostra al Louvre per la prima volta esposti i tesori dei re dell’Antica Tracia, il regno di Odrisi

È un viaggio alla scoperta di una terra ancora inesplorata, anche se nel cuore dell’Europa, quello proposto dalla mostra “L’epopea dei re Traci. Scoperte archeologiche in Bulgaria” aperta fino al 20 luglio al museo del Louvre di Parigi, in quattro sale dell’ala Richelieu: 1628 reperti provenienti da 17 musei bulgari e una ventina prestati dal museo del Louvre, dal British di Londra, dal Prado di Madrid e dai musei archeologici di Napoli e Bari, scelti da un nutrito gruppo di curatori: Jean-Luc Martinez, coordinatore, con i francesi Alexandre Baralis, Néguine Mathieux; e con i bulgari: Totko Stoyanov, Miléna Tonkova. Per la prima volta sono presentati al pubblico gli importanti corredi tombali, spesso inediti, che permettono un confronto con i coevi reperti rinvenuti nelle città-stato greche della costa. “L’antica Tracia è ancora oggi associata principalmente al mito di Orfeo e ai re traci, come Rheso e Tereo, noti dalla mitologia greca”, spiegano i curatori. “Eppure questa regione è ben altro. Qui ha visto la nascita un potente regno, quello degli Odrisi, che ha avuto un ruolo chiave nei conflitti regionali che infiammarono l’Europa sud-orientale a partire dal V secolo a.C. in poi. Il regno degli Odrisi, influenzato dai numerosi scambi con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti, forgiò la propria identità su un’aristocrazia guerriera e turbolenta, che i recenti scavi archeologici stanno riportando alla luce attraverso eccezionali tombe che trasmettono la ricchezza economica, sociale, culturale e artigianale degli Odrisi”. La mostra “L’epopea dei Re Traci” si propone di far scoprire la realtà e la complessità di questo regno. Per offrire una lettura storica della Tracia dal V al III secolo a.C., la mostra ha scelto come chiave di lettura la nascita e l’affermazione degli Odrisi. In una regione segnata dalla pluralità di centri politici e sociali, questa dinastia sviluppò una propria identità peculiare, e la mostra la presenta “nel contesto globale e contemporaneo del mondo antico”. “Noi possediamo veri e propri capolavori. Siamo un popolo erede di  diverse culture. Dovremmo essere fieri del nostro patrimonio ed esserne più orgogliosi”, ha sottolineato all’inaugurazione il ministro della Cultura Vejdi Rashidov.

Il regno degli Odrisi si reggeva su una aristocrazia ricca che aveva contatti con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti

Il regno degli Odrisi si reggeva su una aristocrazia ricca che aveva contatti con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti

Patria di Orfeo e di molti re leggendari citati da Omero, la Tracia dunque è una regione per alcuni versi ancora sconosciuta che a poco a poco, grazie alle scoperte archeologiche, svela il suo splendore. Situato al confine tra il mondo greco e l’impero persiano, il regno degli Odrisi emerge come una nuova potenza regionale durante il periodo classico. Numerose tombe di re e nobili, portate alla luce negli ultimi decenni, rendono testimonianza, con i loro reperti in ceramica, bronzo e oro, della ricchezza della Tracia. “Questa zona tra il mar Nero e il l’Egeo prosperava grazie ai numerosi scambi che intratteneva con le civiltà che la circondavano. Fonte di ispirazione del mondo mitologico greco, la Tracia ha rappresentato un orizzonte geografico e immaginario, che si è riflesso nelle opere pittoriche, classiche e moderne, nonché in manoscritti medievali che illustrano la trasmissione e l’elaborazione di questi miti”.

L'eccezionale testa-ritratto di re Seute III scoperta nel 2004: è uno dei pezzi più preziosi in mostra

L’eccezionale testa-ritratto di re Seute III scoperta nel 2004: è uno dei pezzi più preziosi in mostra

Il regno degli Odrisi è presentato attraverso i ricchi corredi funebri degli aristocratici traci rinvenuti nelle necropoli di Duvanli, Kaloianovo-Chernozem e Malomirovo-Zlatinitsa, che illustrano la formazione del regno, il suo potere economico e quello dei suoi governanti. La parte centrale della mostra è dedicata a quella che è ritenuta la tomba del sovrano dei traci Seute III, nella necropoli Kosmatka nei pressi di Shipka: è questo il clou dell’esposizione parigina che presenta come mai era stato fatto prima i tesori della tomba reale di Seute III tra cui la splendida testa in bronzo. La folta barba e i lunghi ricci scolpiti nel bronzo, lo sguardo dritto davanti a sé, qualche ruga d’espressione sui lati: è il volto di Seute III, che regnò sui Traci dal 331 al 300 a.C. dalla città di Seutopoli, ancora sommersa in fondo al lago Koprinka. Fu il più longevo dei re di Tracia. La testa bronzea del sovrano, rinvenuta nella sua sepoltura a Kuzanlak nel 2004, è uno dei prestiti eccezionali del Museo e Istituto di archeologia di Sofia al Louvre per la mostra “L’epopea dei re Traci”. Con la testa-ritratto in bronzo del re Seute III, fanno parte del tesoro della sua tomba reale una corona d’oro, una coppa d’oro, le decorazioni per bardature di cavalli, casco, utensili con dediche a Seute e la spada di ferro intarsiata con ornamenti d’oro.

Un prezioso rhyton in oro tra i tesori dell'Antica Tracia in mostra a Parigi

Un prezioso rhyton in oro tra i tesori dell’Antica Tracia in mostra a Parigi

Il famosissimo tesoro d'oro di Panagyurishte fu scoperto nel 1949 nella Bulgaria nord-occidentale

Il famosissimo tesoro d’oro di Panagyurishte fu scoperto nel 1949 nella Bulgaria nord-occidentale

Oltre che su ricchi e significativi complessi funebri, per la prima volta l’accento cade anche sulla cultura urbana. In mostra al Louvre sono presentati i due principali centri della terra degli Odrisi: la città di Vetren conosciuta come Emporion Pistiros, centro commerciale e artigianale, abitato da Traci e Greci, e Seutopoli, la capitale di Seute III, un esempio di ricezione della architettura ellenistica nella pianificazione urbana in Tracia. Un posto speciale è dedicato anche alle città greche sulla costa del mar Nero, parte integrante del territorio e della cultura della Tracia. Sono presentati diversi artefatti provenienti dalle necropoli di Odessos (Varna), Mesambria (Nessebar) e Apollonia (Sozopol). Sculture, terracotte, vasi greci, gioielli in oro, finiture d’avorio su sarcofagi racconteranno la vita multiforme delle colonie greche ed i loro rapporti con l’entroterra trace.
Un’altra sezione importante, infine, focalizza le idee religiose e le pratiche rituali dei traci, rappresentate sui vasi del tesoro di Rogozen e sulle decorazioni del tesoro di Letnitza. Sarà esposto anche il famosissimo tesoro d’oro di Panagyurishte, rinvenuto dai tre fratelli bulgari Pavel, Petko e Michail Deikovs l’8 dicembre 1949, nei pressi della cittadina di Panagyurishte, nella Bulgaria nord-occidentale. Il tesoro è uno dei massimi esempi di oreficeria tracia. Probabilmente venne sepolto all’arrivo dei Celti, nei primi decenni del III secolo a.C. Il tesoro consiste di sette rhyton (bicchieri a protome di animale), un’anfora e una phiale tutti in oro a 23 carati, per un totale di 6,164 kg. Probabilmente vennero eseguiti da artisti traci nei pressi di Lampsaco, dal momento che sulla phiale c’è una misura usata in quella città, e risalirebbero al IV-III secolo a.C. La lavorazione è una combinazione di stile greco e tracio, e fu molto probabilmente una commissione, in quanto i greci non facevano uso di rhyton con simili caratteristiche, bensì i traci. Vista la fattura, probabilmente appartennero ad un re odrisio, forse a Seute III.

Ligabue e Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro” nelle steppe centro-asiatiche degli Sciti-Saka. In Kazakhstan la terza missione archeologica congiunta

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell'università Ca' Foscari sulle tracce degli "uomini d'oro"

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro”

 

Ligabue e Ca’ Foscari in Kazakhstan sulle tracce degli “uomini d’oro”. È partita in questi giorni la terza campagna archeologica del Centro studi ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari di Venezia lungo la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan, condotta appunto dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e dall’università Ca’ Foscari di Venezia con la collaborazione del Centro Studi e Ricerche della storia e archeologia Begazy-Tasmola di Almaty. Prendono parte alla spedizione, per il Centro Studi Ligabue, l’archeologa Elena Barinova, che guida la missione assieme al professore kazako Armand Beisenov; e, per l’università di Ca’ Foscari, Lorenzo Crescioli (con borsa di studio cofinanziata) e il laureando in archeologia Nicola Fior.

La missione congiunta Ligabue-ca' Fiscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La missione Ligabue-Ca’ Foscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La Valle dei Sette Fiumi fu abitata nell’età del Ferro da popolazioni di origine indoeuropea chiamate Sciti (dallo storico greco Erodoto del V sec. a.C.) o Saka: queste popolazioni nomadi – da molti definite degli “uomini d’oro” o dei “cavalieri del silenzio” –  non hanno lasciato tracce delle loro abitazioni, ma sono diventate famose per i loro tumuli reali (“kurgan”) che dominano le valli tra le catene di alta montagna.

 

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il Centro Studi e Ricerche Ligabue ha avviato ricerche archeologiche in Kazakhstan fin dal 1997 in collaborazione con l’istituto “Margulan” di Archeologia dell’Accademia di Scienze del Kazakhstan. I primi anni di attività hanno prodotto alcune scoperte straordinarie come quella della sepoltura del principe dei Saka (cultura centroasiatica del IV-III sec. a.C). Nel 2000, infatti, nella regione dell’Altai (estremo oriente del Paese), il Csrl ha partecipato a un’importante scoperta: una tomba ghiacciata risalente a 25 secoli fa dove sono stati rinvenuti, perfettamente conservati, 12 cavalli, selle ricamate, stoffe preziose ed il legno finemente inciso che facevano parte del corredo funebre con oggetti d’oro e di ferro. Il ritrovamento è stato importante per l’eccezionale stato di conservazione dei corredi dovuto al terreno ghiacciato, il cosiddetto “permafrost”, che ha mantenuto intatti i resti organici del corredo funebre, normalmente decomposti nelle condizioni ordinarie. Questo ha permesso di rinvenire nello scavo della tomba, per esempio, la sella rigida, più antica al mondo. Oggi gran parte di questi ritrovamenti sono esposti nei musei di Almaty ed Astana.

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 l’indagine archeologica si è spostata nella Valle dei Sette Fiumi (area sud orientale del paese) con una prima prospezione geofisica – in collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Università di Trieste.  Sulla base del protocollo d’intesa tra il CSRL, l’università di Ca’ Foscari e quella di Almaty nell’agosto del 2012 è stato realizzato una survey con prospezione di alcuni kurgan (tumuli sepolcrali). Il gruppo di geofisici dell’Università di Trieste ha inviato due esperti che – utilizzando tre differenti strumentazioni di avanzata concezione tecnologica – hanno effettuato importanti rilevamenti su alcuni tumuli della cultura Saka: l’obiettivo era di individuare segnali che avrebbero permesso, nelle auspicabili successive missioni di scavo, di scoprire tombe laterali, di dignitari, non saccheggiate. L’esplorazione in Kazakhstan – nonostante problemi organizzativi dovuti a burocrazia doganale e lunghe distanze – ha permesso di rilevare quattro importanti siti.

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Finalmente, l’anno scorso, 2013, a 16 anni dalle prime missioni di scavo, c’è stato il ritorno in Kazakhstan degli archeologi del Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’Università Ca’ Foscari per la seconda spedizione sulle tracce degli “uomini d’oro”, lungo la Valle dei 7 fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan. Gli scavi condotti nell’estate del 2013 dal Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’ateneo veneziano hanno portato alla luce una tipologia sconosciuta di sepolcro. Il ritrovamento, databile fra il II e il V secolo a.C., restituisce nuove informazioni sulla storia delle civiltà nomadi sciite del Kazakhstan. In questo scavo si è riusciti per la prima volta a documentare un tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka), una forma funebre mai conosciuta prima con questo aspetto. Sono state scoperte anche tracce di palificazioni lignee a costruire una sorta di mausoleo fatto di pali disposti in maniera concentrica e ripetute colate di argilla. La scoperta ha così permesso di individuare una variante della cultura saka. Contemporaneamente, in siti limitrofi, sono stati rinvenuti altri oggetti in oro e bronzo provenienti da corredi funebri di particolare valore. La storia dei nomadi sciti, dunque, continua.

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

E ora siamo alla terza campagna di scavo del Csrl con l’università di Venezia. Proprio Ca’ Foscari – che a supporto dell’archeologia ha creato uno specifico fondo di finanziamento (100mila euro per il 2014) – ha avviato numerose spedizioni in siti che vanno dalla Siria alla Georgia al Montenegro fino alla Grecia e all’Egitto. Rilevanti anche le scoperte effettuate nelle campagne di archeologia subacquea. Il Kazakhstan è considerato una delle più interessanti aree archeologiche centro asiatiche; un territorio che – dal Paleolitico al Neolitico fino al Medioevo – è stato disseminato di sepolture e tombe, le più famose delle quali stanno svelando pagini importanti dei nomadi Sciti-Saka, cultura seminomade che ha avuto il suo apice attorno alla metà del I secolo a.C. Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica; alcune delle quali si ri-trovano anche nei muri di Venezia.