Archivio tag | scavi borbonici

Notte dei Ricercatori (on line). Il museo Archeologico nazionale di Napoli presenta il restyling del Giardino della Vanella (da giugno 2021 aperto gratuitamente al pubblico) e gli studi diagnostici della Quadriga di Ercolano

napoli_logo-mannIl Giardino della Vanella, cuore verde del museo Archeologico nazionale di Napoli, sarà uno dei temi approfonditi dal Mann nella Notte dei Ricercatori, venerdì 27 e sabato 28 novembre 2020, che quest’anno sarà solo on line sui canali social. Scopo della programmazione social, infatti, sarà mostrare progetti ed idee che, con studio e competenza, stanno ridando luce ai tesori del Mann. Il claim dei post sulle pagine Facebook ed Instagram dell’Archeologico adottato dal Mann per la Notte dei Ricercatori è un pensiero dello scrittore austriaco Robert Musil: “Non è vero che il ricercatore insegue la verità; è la verità che insegue il ricercatore”.

Simulazione del prospetto del Giardino della Vanella al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Si partirà venerdì 27 novembre 2020, alle 20, con un approfondimento dedicato al restyling del terzo cuore verde dell’Archeologico, il Giardino della Vanella, che sarà aperto a tutti i cittadini, senza ticket di ingresso, a partire da giugno 2021. Il progetto di allestimento, curato dall’arch. Silvia Neri, sarà presentato con un’ “anteprima”: tramite le simulazioni condivise online, si avrà un’overview sull’assetto futuro dello spazio. Il Giardino, completamente rinnovato, manterrà intatti i suoi elementi principali: il Mausoleo di Caivano, la peschiera voluta da Maiuri, i muretti in mattoni di inizio Novecento. Così, si potrà nuovamente ammirare il Mausoleo di Caivano: lo straordinario monumento funerario del I sec. d.C., riscoperto nella cittadina del napoletano nel 1923 e “trasportato” al museo Archeologico nazionale di Napoli, è chiuso da decenni; i delicati e preziosi affreschi contenuti al suo interno, dopo il restauro, saranno “restituiti” ai visitatori, anche con un sistema di presentazione digitale per chi non potrà percorrere i gradini di accesso agli ambienti chiusi.

Simulazione della planimetria rivisitata del Giardino della Vanella al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Eppure il Giardino della Vanella sarà non soltanto uno scrigno di tesori, ma anche uno spettacolo “a cielo aperto”: al centro dell’area, infatti, sarà recuperata la peschiera voluta da Amedeo Maiuri nella prima Sezione Tecnologica, allestita al Museo negli anni Trenta del Novecento. La peschiera è la riproduzione in scala ridotta di un modello romano, presente in una villa di Formia: la struttura serviva, nell’antichità, per allevare pesci, quindi era una vasca di tipo prettamente tecnico. Il progetto di recupero, voluto dal Mann, lascerà la peschiera nella medesima posizione in cui era stata creata, considerandola “parte esterna” della rinnovata Sezione Tecnologica: suggestivi giochi d’acqua si inseriranno in un armonico contesto, disegnato con il verde per accrescere il fascino del percorso di visita. ​Saranno circa trenta, infatti, le tipologie di alberi, arbusti e piante erbacee del Giardino: sarà predominante la candida Rosa Iceberg, che ben si armonizzerà con i colori della facciata del Braccio Nuovo; per gli eventi pomeridiani e serali, la Vanella sarà illuminata con luce calda, diffusa da lampade in acciaio corten. Dopo una proiezione nel prossimo futuro, il Mann dedicherà anche un post (sabato 28, alle 12) agli studi che, negli scorsi anni, hanno guidato il restyling dei Giardini delle Camelie e delle Fontane.

Scansione 3D di una statuetta della Quadriga di Ercolano (foto Mann)

Un’incursione nei nuovi allestimenti delle collezioni del Museo concluderà questo itinerario social dedicato alla ricerca: sabato 28 novembre 2020 (alle 20) saranno postate alcune immagini fornite dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo-ISMed CNR di Napoli dedicate alle attività di diagnostica sulla Quadriga di Ercolano. Il gruppo scultoreo in bronzo (età imperiale), che sarà inserito (giugno 2021) nel nuovo allestimento della  Sezione Campania Romana, era collocato nel Foro della città vesuviana. Durante gli scavi in età borbonica, l’opera fu estratta in frammenti: ricostruito un cavallo (il celebre “cavallo Mazzocchi”), il resto del gruppo deve essere sottoposto a restauro, dopo la ricerca realizzata grazie alle più innovative metodologie di rilevamento digitale dei singoli pezzi ed alle possibilità offerte dalla grafica 3D. Per questa fase diagnostica, il Mann ha stipulato un accordo con l’ISMed-CNR.​

“Lapilli sotto la cenere”: con l’undicesima clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta alla scoperta degli scavi borbonici della villa dei Papiri

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

Villa dei Papiri è uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano, ne abbiamo già parlato. Fu oggetto di scavo in epoca borbonica e moderna. Con l’ottava clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano”, serie di video che permette la visita digitale integrando quella reale ed ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche ad esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili, il direttore Francesco Sirano ci ha accompagnato alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/20/lapilli-sotto-la-cenere-con-lottava-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-moderni-della-villa-dei-papiri/). Con questa undicesima clip il direttore Francesco Sirano torna a esplorare la Villa dei Papiri attraverso i tunnel borbonici e la pianta settecentesca redatta dall’ingegnere Karl Weber per conoscere la storia eccezionale della scoperta dell’edificio.

La gran parte della Villa dei Papiri fu esplorata nel periodo borbonico tra il 1750 e il 1765. “Questi scavi avvenivano in galleria – ricorda Sirano – con una tecnica molto simile a quella utilizzata nelle miniere. Infatti a dirigerli erano ingegneri dell’esercito che si occupavano proprio delle mine che servivano sia per ricerca di materiale sia per minare – per esempio – le fortificazioni dei nemici durante gli assedi. Si facevano dei pozzi verticali e dai pozzi verticali poi si realizzavano dei cunicoli orizzontali che in mancanza di punti di riferimento seguivano le strutture, i muri e, come si può vedere, tunnel che sono stati utilizzati per esplorare sia il limite degli ambienti che si affacciano sul porticato, gli  ambienti legati all’atrio, sia il porticato stesso che si affacciava con la vista sul mare. Questi tunnel – continua Sirano – ponevano tantissimi problemi non solo perché durante gli scavi si incontravano ancora spesso delle esalazioni venefiche con perdite di operai, di solito galeotti ai lavori forzati e utilizzati per questi scavi. Ma anche molti degli ingegneri che dirigevano gli scavi si ammalarono, come Roque Joaquín de Alcubierre che ebbe un problema agli occhi, Karl Weber che addirittura morì a seguito di una malattia contratta proprio durante questo lavoro. Vi erano anche molti problemi statici. Infatti questi tunnel tendevano a crollare. Quindi molto spesso bisognava costruire dei pilastri per sostenerli oppure si riempivano di nuovo di terra. Un modo per evitare di trasportarla in superficie con un grande dispendio di energie. Su questo problema mano a mano che gli scavi avanzavano si generò una disputa tra alcuni ingegneri, come Alcubierre che voleva appunto richiudere i tunnel per ragioni di sicurezza ma anche per impedire a chiunque di andare poi a esplorare per sottrarre altri materiali alla proprietà reale, mentre Weber cominciava ad avere – lo vediamo nei suoi scritti – una sensibilità per rendere questi tunnel visitabili per far sì che i turisti che cominciavano già ad arrivare potessero godere di questi tunnel. La cosa interessante è che nonostante questi fossero scavi in galleria, attraverso la tecnica trigonometrica delle strumentazioni molto rudimentali si riusciva a creare delle piante estremamente precise. Quando all’inizio degli anni 2000 furono realizzati i primi rilievi digitali si vide che gli scarti corrispondevano a pochi decine di centimetri che, in considerazione degli ampi spazi, è davvero un dato eccezionale”.

Francescop Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, mostra la pianta della Villa dei Papiri realizzata da Karl Weber nel 1758 (foto paerco)

La pianta della Villa dei Papiri fu redatta da Karl Weber nel 1758. E oggi l’originale è conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli, mentre una copia è al parco archeologico di Ercolano. “Si tratta di un documento eccezionale perché testimonia di un vero e proprio cambio di passo nel modo in cui si facevano gli scavi borbonici”, spiega Sirano. “Infatti Weber progetta secondo una precisa strategia sia lo scavo che la sua documentazione. Al numero 9 e al numero 10 sono segnati i famosi pozzi dei Ciceri che erano i pozzi da cui è cominciata l’esplorazione della Villa dei Papiri. Tra le prime scoperte il mosaico circolare che si trovava a decorare il Belvedere della villa, che dava verso il mare. Weber stabilisce una grotta principale – la gruta derecha – un tunnel principale,  che è più largo e più alto di tutti gli altri, che va in senso più o meno Nord-Sud e attraversa per l’intera lunghezza la Villa dei Papiri. Tutti i cunicoli successivi di verifica e di controllo delle dimensioni dei vari spazi oppure l’esplorazione dei singoli ambienti della villa sono fatti a partire e attestandosi su questa gruta derecha”.

Pavimento a meandro nella zona del peristilio quadrato della Villa dei Papiri a Ercolano (foto paerco

Appena entrati si incontra un bellissimo pavimento con un disegno a meandro. Si attraversa la cornice. “Siamo nella zona del peristilio quadrato”, descrive Sirano, “il peristilio minore della Villa dei Papiri. Siamo ora all’altezza del lato Nord del peristilio quadrato. C’è la cunetta dove scorreva l’acqua quando pioveva e veniva raccolta: qui si deve immaginare alla sinistra il giardino, l’area aperta che veniva circondata dal peristilio di cui si vedono ancora le basi delle colonne. Andando avanti si arriva fino al punto in cui parte un cunicolo che è stato chiuso in un secondo momento: dall’altro lato si trova il tablinum, cioè l’ufficio del padrone di casa dove furono recuperate statue molto importanti e anche una cassa con all’interno una parte dei papiri che danno il nome alla villa. Sul lato occidentale del peristilio quadrato, ci troviamo all’interno di uno dei cosiddetti orniglios che Weber faceva per allargare i tunnel e capire meglio alcune situazioni architettoniche o controllare delle ipotesi circa l’articolazione degli ambienti. Si vedono altre basi di colonne del peristilio e soprattutto un bellissimo pavimento che delimita tutto intorno il giro delle colonne a cornice del piccolo giardino quadrato. All’angolo dove gira il peristilio verso Sud si incontra un tunnel secondario che è stato chiuso dopo l’esplorazione e i rilievi con particolare cura. Sono stati utilizzati pietre e frammenti di laterizio, crollati da qualche muro, per chiudere e rendere stabili le pareti di questi tunnel”.

“Lapilli sotto la cenere”: la sesta clip del parco archeologico di Ercolano ci fa scoprire la Basilica di Ercolano, ripercorrendo gli antichi cunicoli borbonici

Nella sesta clip dei Lapilli sotto la cenere del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano in compagnia dell’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo ci accompagna alla scoperta della Basilica di Ercolano, ripercorrendo gli antichi cunicoli borbonici che mostrano in ogni angolo le meraviglie dell’antico edificio. Secondo le più recenti ricerche il foro di Ercolano si dovrebbe trovare proprio qui alle nostre spalle, all’incrocio tra il cardo terzo e il decumano massimo. Indagando sui resti di un arco che è caduto in crollo sul terzo cardo, attraverso cunicoli, è stata scoperta la Basilica. “La Basilica – ricorda Sirano – era un edificio molto simile alla nostra Borsa valori ma che aveva anche delle funzioni legate alla discussione di cause per lo più di tipo civile nel cosiddetto tribunal. Il nome deriva proprio dalla basilichè aulè: cioè la sala del re che era una delle principali sale dei palazzi dei monarchi ellenistici. A questo modello si ispirarono gli edifici romani”. L’interno della basilica era costituito da una grande sala che aveva colonne su tutti i lati. Sul fondo del lato Sud della basilica c’era una sorta di piccolo sacello, un ambiente nel quale si trovavano statue di imperatori qui venerati come delle divinità. Andando attraverso i cunicoli borbonici si può esplorare quello che si trovava alle spalle del muro di fondo della basilica. “Un piccolo cunicolo borbonico”, interviene Camardo, “costeggia il perimetro di questo sacello che era sul lato di fondo della basilica, e permette però di ricostruire quasi completamente quello che era l’apparato decorativo di questa stanza. In basso si vede che per oltre un metro di altezza vi erano delle lastre di marmo che sono state staccate in epoca borbonica. Subito sopra inizia la parete affrescata per la quale i Borbone hanno tagliato un piccolo quadro, si vede molto bene il distacco. Probabilmente questo è uno dei quadri che oggi sono conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli dove appunto confluivano tutti questi materiali. Invece nella parte di fondo della stanza c’è ancora un quadretto, conservato nella posizione originaria perché era lesionato nella parte centrale, e quindi nel Settecento decisero di non staccarlo. La stanza era illuminata probabilmente da una finestra che si trovava più in alto. Questo lo possiamo affermare per la presenza in alto dei resti di una grata di legno intrecciata, come quelle che nelle case di Ercolano si trovano appunto a chiusura delle finestre. Si vedono emergere appena appena gli elementi in legno dalla massa di materiale vulcanico che ancora riempie la parte alta della stanza”.

Ricostruzione assonometrica della basilica di Ercolano (foto Paerco)

L’interno della basilica di Ercolano si raggiunge con un cunicolo borbonico realizzato alla metà del XVIII secolo. Uno corre lungo il lato meridionale della basilica. “Esplorando questi cunicoli”, continua Camardo, “abbiamo potuto determinare con certezza le dimensioni di questa grande sala. Si tratta di un’aula di 16 metri di larghezza per oltre 30 metri di lunghezza: quindi un grande rettangolo con delle colonne addossate lungo tutte le pareti. Presso queste colonne abbiamo rinvenuto anche numerose basi di statue che attestano anche la ricchezza dell’apparato decorativo della stessa basilica. In epoca borbonica sappiamo che furono recuperate cinque statue dalla stessa basilica. E tre appartenevano a Marco Nonio Balbo, la madre e il padre, quindi erano una vera e propria Galleria Balba come veniva chiamata in epoca borbonica. Quindi in basilica si celebrava anche la famiglia di Marco Nonio Balbo che era stato proprio il personaggio che aveva donato alla città questo edificio. E infatti la basilica è stata costruita intorno al 20 a.C., quindi quasi un secolo prima dell’eruzione; e poi ha subito modifiche dal punto di vista architettonico. E anche le pitture della stessa basilica – ne abbiamo le prove – sono state quasi tutte rifatte nel corso dei decenni. Il dato interessante è che noi all’interno dei cunicoli abbiamo potuto riscontrare la presenza di almeno otto basi di statue, il che significa praticamente che, oltre alle cinque statue recuperate in epoca borbonica, nella parte di fango vulcanico sicuramente ci sono altre statue da recuperare  nel giorno in cui si riuscirà a scavare completamente a cielo aperto questo edificio”. Le colonne erano realizzate con mattoni di terracotta ed erano rivestite di stucco che imitava il marmo. Quanto erano alte le colonne? “L’edificio era altissimo: era alto circa 15 metri”, conclude Camardo. “Noi lo sappiamo grazie a una porzione della facciata che è crollata sul terzo cardo. Quindi abbiamo proprio potuto rinvenire le diverse parti dell’alzato conservate. Sappiamo che c’erano queste colonne con capitello ionico, poi un alto fregio dove erano dipinte alcune scene dalle fatiche minori di Ercole, e infine un secondo ordine di colonne con capitello corinzio sul quale poggiava il tetto a capriate che era rivestito con tegole”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 19.ma clip il direttore Sirano ci porta nella Casa dello Scheletro dove si ammira un prezioso larario recentemente restaurato

Un meraviglioso larario recentemente restaurato e un struttura molto particolare sono le caratteristiche principali della Casa dello Scheletro, raccontate dalla nostra guida d’eccezione nell’ultima clip, la 19.ma, dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano. Un tappeto di tessere marmoree ci accompagna all’interno della Casa dello Scheletro. Fu scavata nel 1831 e fu chiamata con questo nome perché era molto raro a quell’epoca ritrovare degli scheletri. Il rinvenimento di un ercolanese che non era riuscito a fuggire fece scalpore e diede il nome alla casa. “La dimora come la troviamo”, spiega Sirano, “è esito di una serie di vicende che hanno fatto sì che la conservazione di questa parte dell’atrio non sia molto buona, perché appunto molti materiali furono recuperati e riutilizzati durante gli scavi borbonici. Il pavimento originario era di marmo”. La Casa dello Scheletro è molto complessa perché nasce dall’unione di due, o tre addirittura, abitazioni più piccoline con una serie di ambienti che si aprono intorno all’atrio dove scale conducevano al piano di sopra. “Infatti vediamo i resti del secondo piano che accompagnava l’intera superficie della casa, quindi raddoppiandola. Se ci infiliamo verso le zone più interne della casa andiamo a incontrare alcuni ambienti residenziali che dovevano essere aree più appartate e che non erano prive di ambienti che servivano per attività domestiche, come queste vasche che dovevano far parte evidentemente di attività che si svolgevano all’interno della casa. Mentre, attraverso un’anticamera, ci si trova di fronte a due ambienti, uno dei quali era chiaramente un cubiculo, dove c’è proprio la presenza del basamento per inserire un letto, col suo pavimento di mosaico bianconero e, interessantissima, la firma dello scultore Canar, uno dei protagonisti degli scavi e dei restauri borbonici”.

L’atrio della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

La decorazione di IV stile dell’oecus della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Sull’atrio apriva anche il tablino, l’ufficio del padrone di casa. E qui notiamo la presenza del negativo delle tessere di marmo che decoravano il pavimento e sono state strappate al momento della scoperta tranne alcuni frammenti che vediamo conservati fatti di ardesia e di altri marmi preziosi. Su questo tablino si apre una grande finestra dalla quale si può dare un primo scorcio sulla oecus,  cioè questo grande ambiente di rappresentanza, una sorta di sala delle feste, che costituiva l’ambiente principale di questa casa. Aveva sul fondo una parete curva absidata e il pavimento era formato da marmi bianchi, neri e da altri marmi colorati: in particolare notiamo la presenza del giallo antico. Attraverso uno stretto corridoio si va nell’oecus, e alla nostra destra si apre un ambiente di disimpegno utilizzato anche per collocare dei letti probabilmente, perché vediamo come il tessuto del pavimento, sempre di marmo, marmi preziosi (qui c’è un’antologia dei marmi del Mediterraneo), cambia la sua forma e lì si poteva incassare un lettino. E dall’altro lato si apre il vero e proprio ambiente dove si poteva soggiornare. Attraverso questa suite quindi di ambienti tutti sontuosi arriviamo al grande oecus, il salone delle feste, con una splendida decorazione di IV stile alle pareti”.

Il cortile con la decorazione a giardino nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“L’oecus riceveva aria e luce attraverso un piccolo cortile che aveva sulla sommità una grata di metallo ancora oggi conservata. Questa serviva a proteggere da eventuali intrusi, forse volatili, forse anche qualche ladro che voleva entrare in casa. Sulla parete abbiamo il decoro che conosciamo molto bene di giardino, un giardino complesso che presenta una parte più coltivata e una parte più selvaggia al di là dello steccato con una serie di arredi e soprattutto uccelli e piante che in parte riconosciamo come il corbezzolo”.

Il larario con la maschera gorgonica nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

“Al centro abbiamo questo piccolo larario che è una vera e propria gemma per questa casa. Ai suoi piedi ci doveva essere un piccolo bacino d’acqua e in questo ambiente, quindi fresco d’estate, troneggiava il larario che ha la forma di un piccolo tempietto completamente decorato da tessere di marmo e da tessere di mosaico di varia natura, dove il colore azzurro ed era uno dei materiali più preziosi che costava di più sul mercato, è ampiamente utilizzato, così come le conchiglie, che abbiamo imparato a conoscere in tanti altri piccoli ninfei della zona di Ercolano e dell’area vesuviano in generale. Molto interessante è sul fondo di questo larario la presenza di una sorta di maschera gorgonica, questa una Gorgone buona che sorge da un cespo di acanto una pianta tipica del Mediterraneo, molto amata nell’arte greca e romana e che questa volta non portava i segni della terrificante Gorgone del mito greco, ma è una Gorgone che oramai portava anche questa gioia, fermava i momenti belli che qui dovevano svolgersi”.

Il cortile Nord con ninfeo nella Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il ninfeo della Casa dello Scheletro a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Le zone di rappresentanza della casa non si limitavano solo al lato Sud ma anche nel lato Nord. “Qui troviamo un cortile più grande del precedente che aveva un vero e proprio ninfeo in miniatura. Un ninfeo che presenta delle panchine completamente decorate di marmo. Sul fondo una nicchia di forma curva, curvilinea, absidata, e il tutto completamente rivestito con tessere di mosaico, tessere di pasta vitrea, sul fondo di una finta rocaille: sono dei piccoli frammenti di lava che viene utilizzata proprio per evocare le mitiche grotte, le grotte delle Ninfe. Sulla parte sommitale dei pannelli che ci ricordano le metope di un tempietto sono stati in parte strappati e portati al seguito degli scavi borbonici al museo nazionale di Napoli, e qui sono riprodotti in copia, al centro; e in parte sono invece rimasti in situ: sul lato sinistro e sul lato destro due personaggi del corteggio di Dioniso che portano una capra e una cerva verso il sacrificio. A chi? Al dio Dioniso che si trova al centro della scena e che era il dio che proteggeva i banchetti, i piaceri della vita che trovavano la loro celebrazione in questa casa nel grande coenatio con il suo pavimento a mosaico bianconero ancora perfettamente conservato e che doveva avere una uguale magnifica decorazione alle pareti di cui si conservano solamente pochi frammenti sempre a causa della lunga vicenda di ritrovamenti e conservazione di questa casa”.

Ercolano. A ottobre e novembre le visite guidate al teatro antico anche il sabato. Esperienza unica, 20 metri sotto la lava, attraverso le gallerie borboniche percorse dai viaggiatori del Grand Tour del Sette-Ottocento

Il teatro antico di Ercolano fu il primo monumento scoperto dagli scavi borbonici: era il 1738 (foto Paerco)

Ottobre e novembre 2019: raddoppiano nel fine settimana le visite al percorso sotterraneo del teatro antico di Ercolano. Nell’ambito del Piano di Valorizzazione 2019 del MiBACT il Parco Archeologico di Ercolano fa sapere che dal primo fine settimana di ottobre (5-6 ottobre 2019) e fino al 16-17 novembre 2019, il teatro antico sarà visitabile il sabato e la domenica con tre turni di visita che permettono un accesso esclusivo a gruppi formati da non più di 15 persone per volta, accompagnati dal personale del Parco adeguatamente preparato per rendere questa esperienza davvero unica e quasi personale. Il Teatro Antico di Ercolano ha ospitato in questi mesi centinaia di visitatori che hanno potuto approfittare di una vera e propria esperienza di esplorazione. “Grazie al Piano di Valorizzazione promosso dal nostro Ministero”, interviene il direttore del Parco, Francesco Sirano, “ampliamo l’offerta di fruizione del Parco e consentiamo a un maggior numero di persone di accedere ad un monumento che è una pietra miliare dell’archeologia del mondo romano, per troppi anni negato al pubblico, lungo un sentiero sotterraneo che ci trasporta indietro nei secoli e ci rende protagonisti di una scoperta che si rinnova ogni volta sotto i nostri occhi stupefatti. Davvero da non perdere!”.

Visite guidate al teatro antico di Ercolano (foto Paerco)

Dopo l’apertura in via sperimentale a giugno del 2018 e poi stabilmente da marzo 2019, il percorso sotterraneo alla scoperta del teatro dell’antica Ercolano rappresenta un’occasione unica in Italia per visitare un monumento romano in eccezionale stato di conservazione e secondo un itinerario che ripete quello utilizzato sin dai primi viaggiatori dal 1739 in poi. Il monumento è ancora oggi accessibile attraverso le scale realizzate in età borbonica, scendendo a più di 20 metri sotto il materiale eruttivo. Un percorso già apprezzato sinora da centinaia di visitatori entusiasti che si sono letteralmente trasformati in esploratori con caschi, mantelline e torce fornite dal Parco.

Ritratto di Marco Nonio Balbo, proconsole, benefattore di Ercolano (foto Paerco)

Gli ospiti sono accolti negli ambienti che nel 1700 e nel 1800 rappresentavano il vero e unico ingresso agli Scavi di Ercolano. Il plastico ricostruttivo del teatro risalente al 1804 aiuta a comprendere sin da subito a quale grande avventura archeologica si sta per prendere parte. Un’imperdibile avventura in un luogo di rara suggestione alla scoperta di questo edificio da spettacolo risalente all’età dell’imperatore Augusto sulle tracce dei visitatori che nei secoli hanno attraversato alla luce delle fiaccole i pozzi e le gallerie creati dagli ingegneri dell’esercito borbonico. Queste gallerie ancora oggi stupiscono per l’accuratezza e la maestosità. Sepolto dall’eruzione del 79 d.C. e restituito ai visitatori dopo circa 20 anni dalla sua chiusura, il teatro fu il primo monumento ad essere scoperto (1738) nei siti vesuviani colpiti da quel famoso cataclisma. Fin dalla sua scoperta, suscitò grande interesse, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, da parte dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa e diventò una tappa del Grand Tour. Il teatro è legato a filo doppio alla storia della moderna Resina, oggi Ercolano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato come rifugio ed entrò nelle storia e nei racconti dei cittadini.

L’Antico Teatro di Ercolano scoperto dai Borboni sotto 20 metri di lava (foto parco archeologico Ercolano)

L’apertura del Teatro è prevista quindi: il sabato (a partire dal 5 ottobre e fino al 16 novembre 2019) e la domenica con tre turni di visita, alle 10, alle 11 e alle 12; anche con un turno in lingua inglese. I biglietti, al costo di 10 euro (ridotto di 2 euro per i ragazzi tra 18 e 25 anni) sono acquistabili on line, sul sito https://www.ticketone.it, con commissione di 1,5 euro, oppure alla biglietteria del Parco senza alcun costo aggiuntivo. Accesso riservato ai maggiorenni e soggetto a limitazioni per utenti con difficoltà motorie e non deambulanti, ovvero con patologie influenzabili dal contesto di visita; non adatto a claustrofobici. Prima dell’acquisto dei biglietti consultare il numero 081.7777008.