Archivio tag | Sara Campagnari

Com’era organizzata una mansio romana? Come ci si viveva? La risposta dall’eccezionale scoperta a Castelfranco Emilia nella mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia , la romana Forum Gallorum (foto Sabap-Bo)

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

La recente scoperta di una mansio romana lungo la via Emilia, a Castelfranco Emilia in direzione Modena, con diverse fasi strutturali a partire dall’epoca repubblicana e molti reperti di inestimabile valore storico ha fornito l’occasione per riscoprire il territorio castelfranchese anticamente posto fra le colonie di Mutina e Bononia e riqualificare alcuni servizi offerti dal museo civico Archeologico “A.C. Simonini”. A questa importante scoperta è dedicata la mostra curata da Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia”, aperta fino al 10 giugno 2019 al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/24/una-sosta-lungo-la-via-emilia-tra-selve-e-paludi-apre-a-castelfranco-emilia-la-mostra-sulla-mansio-di-forum-gallorum-eccezionale-recente-scoperta-lungo-la-via-emilia-rimasta-in-vita-per/). La mostra è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Castelfranco Emilia in collaborazione con università di Bologna, università di Modena e Reggio Emilia, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e associazione culturale museale Forum Gallorum. Il catalogo scientifico “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” a cura di Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri contiene la pubblicazione integrale dello scavo e del materiale rinvenuto. L’importante ritrovamento è avvenuto nell’estate 2017 quando gli scavi effettuati dalla soprintendenza nell’ambito delle procedure di verifica preventiva dell’interesse archeologico in due lotti adiacenti situati alla periferia ovest di Castelfranco Emilia hanno intercettato un edificio affacciato sul tracciato dell’attuale via Emilia (all’intersezione con via Valletta), sostanzialmente coincidente con quello di epoca romana, e le infrastrutture ad esso correlate (canali e condotta in laterizi). Il prosieguo degli scavi, terminati nel dicembre 2018, ha evidenziato l’ampia planimetria di questo edificio che raggiunge la massima espansione nella seconda metà del I sec. d.C. (più di mille metri quadrati) e che per l’articolazione degli ambienti, la relazione con la consolare, le opere di drenaggio e la datazione è stata identificata con un’antica stazione di sosta, una mansio. Lo scopo della mostra e degli studi correlati è di fornire una base documentaria che possa costituire un utile spunto di riflessione nel quadro per certi versi ancora lacunoso degli studi sulle strutture di epoca romana a servizio della viabilità. A tale scopo sono particolarmente significativi i confronti con le antefisse da santuario e le lucerne recuperate nella Mutatio Ponte Secies di Cittanova e la testina di celta in terracotta proveniente dalla probabile mansio dell’area del Compito a San Giovanni sul Rubicone. La mostra archeologica espone nelle tre sale di Palazzo Piella 163 reperti che affiancano la collezione permanente del Museo “A.C. Simonini”. Accanto alla tradizionale esposizione del museo, grazie alle tecnologie multimediali, si è voluto promuovere ulteriormente la conoscenza del patrimonio e delle risorse potenzialmente correlate.

La posizione della mansio di Castelfranco Emilia lungo la Via Emilia (foto Sabap-bo)

L’edificio rimase in vita per circa sei secoli, dall’inizio del II sec .a.C. al V sec. d.C., e venne rifatto in media ogni cento anni senza mutare nella sostanza la configurazione degli ambienti. “La pianta rimase essenzialmente rettangolare e centripeta”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “e la conservazione delle partizioni interne, corrispondenti alle diverse destinazioni d’uso, testimonia il perfetto adeguamento dell’edificio alle esigenze che avevano portato alla sua costruzione. Quello che invece cambia costantemente è la configurazione e la posizione delle infrastrutture poste tra l’edificio e la via Emilia, che vengono spostate, allargate e strutturate diversamente pur continuando a mantenere la funzione di drenaggio della carreggiata. La peculiare posizione dell’edificio, a stretto contatto con la consolare e a circa 2,5 km dal fiume Panaro, e la specifica organizzazione degli ambienti – piccole stanze per il riposo disposte attorno a uno spazio aperto, con aree di servizio e alloggiamenti per gli animali – richiamano immediatamente, seppure con importanti differenze, il complesso della mutatio ponte Secies individuato a ovest di Mutina, a Cittanova (del cui studio da parte di Donato Labate si dà conto nel catalogo scientifico della mostra), e ne propongono l’identificazione in una mansio, edificata probabilmente in contemporanea con il primo impianto della via Emilia di Lepido. L’edificio è ubicato al di fuori o ai margini occidentali dell’abitato di Forum Gallorum, a poca distanza dall’area di necropoli di Madonna degli Angeli, e come confermano le fonti – disponibili dall’età imperiale – le stazioni di sosta relative alla vehiculatio, il servizio di trasporto statale, si trovavano sempre in posizione extraurbana e adiacente la strada. A differenza di quanto riscontrato per la mutatio di Cittanova e numerosi altri luoghi di sosta correlati al cursus publicus, la mansio di Forum Gallorum non presenta una relazione diretta con aree destinate al culto, né all’interno dell’edificio né in zone limitrofe. Va però ricordata a non troppa distanza la testimonianza certa di aree di culto in relazione ai fontanili a sud della via Emilia presenti nell’area di Prato dei Monti, a est dell’attuale centro abitato, e la suggestiva presenza a sud-ovest della mansio di un’area di risorgive, i fontanili di Sant’Anna. Quello che appare certo è che, fin dalle fasi di età repubblicana, questo tratto di via Emilia sia stato oggetto di un’attenzione particolare per quanto riguardava il drenaggio delle acque che scorrevano in abbondanza nel territorio, come attesta il grande canale della larghezza di oltre 4 metri realizzato nella fase di primo impianto del II sec. a.C.”.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum

“Un altro dato interessante – continuano gli archeologi – riguarda il tenore di vita degli abitanti della mansio e degli ospiti temporanei che, a dispetto dell’apparente semplicità delle strutture rinvenute, doveva essere di tutto rispetto, come attesta in particolare la qualità della suppellettile da mensa che annovera, oltre alle numerose classi ceramiche attestate, una buona quantità di vasellame in vetro, particolarmente concentrato tra l’età augustea e il II sec. d.C., e un raro esemplare coppa in ceramica invetriata. Ulteriore elemento a conferma della funzione di luogo di sosta bene inserito in un vivace contesto commerciale è il cospicuo quantitativo di anfore presenti sia nell’edificio che nel territorio di Forum Gallorum sin dalle prime fasi repubblicane. La presenza di una mansio a Forum Gallorum è sicuramente confermata dalla Tabula Peutingeriana che costituisce, con l’Anonimo Ravennate, la principale testimonianza dell’esistenza del vicus, posto in un importante snodo itinerario, la cui funzione permane evidentemente anche in epoca medievale”.

Lucerne fittili romane in mostra a Castelfranco Emilia

L’edificio romano. FASE 1. In un momento iniziale del II secolo a.C. viene impiantato un fabbricato di forma quadrangolare e dell’estensione di almeno 719 mq, separato dalla via Emilia tramite un ampio canale largo oltre 4 metri, a servizio della via Emilia. I corpi di fabbrica che lo compongono si affacciano su un cortile interno pavimentato in ciottoli. Il sito indagato si trova circa 400 metri a sud-est dell’abitato etrusco del Forte Urbano che alla metà del IV sec. a.C. risulta già destrutturato. Provengono da siti circostanti significative attestazioni di ceramica di tradizione non locale, attribuibile alla cultura ligure o celto-ligure, in molti casi in continuità con le fasi repubblicane, almeno per tutto il II sec. a.C. La prima opera di drenaggio, chiaramente riferibile al tracciato della via Emilia, è costituita da un ampio canale scavato a brevissima distanza dall’edificio, a nord della consolare. Sulla base dei materiali dei riempimenti è possibile ipotizzare una datazione del canale alla fase più antica della consolare, dunque all’epoca dei primi interventi dovuti a Marco Emilio Lepido.

La “tabula lusoria”, ricavata da un frammento di laterizio, trovata nello scavo della mansio di Castelfranco Emilia (foto Sabap-Bo)

L’edificio romano. FASE 2. Si datano dalla metà del I secolo a.C. il primo rifacimento dell’edificio, ora dell’estensione accertata di 833,60 mq, e la sostituzione del canale della via Emilia con una condotta in laterizio. Vengono mantenuti sostanzialmente immutati e sfruttati come fondazioni i perimetrali dei corpi di fabbrica precedenti, ad eccezione della parte settentrionale che vede l’inserimento di una nuova area cortiliva alla quale si collega un vano aperto verso l’esterno. “La migliore leggibilità della suddivisione in ambienti – spiegano gli esperti della soprintendenza – ci consente di avanzare alcune ipotesi verosimili sulla funzionalità delle diverse aree della mansio. Ad eccezione dei cortili, tutti gli ambienti presentano pavimentazioni in battuto, non sono stati rinvenuti elementi di rivestimento pavimentale e parietale, e gli alzati sembrano essere in materiale deperibile, telai lignei rivestiti in argilla cruda impostati su assi o travi. L’edificio era dunque connotato da una forte essenzialità degli ambienti, probabilmente motivata dalla spiccata vocazione essenzialmente logistica. La presenza di due vani scala, consente di ipotizzare almeno per un corpo di fabbrica la presenza di un piano soprelevato mentre attorno a un cortile doveva correre un ballatoio in legno. I vani posti sul retro, che si differenziano per le notevoli dimensioni e l’orientamento leggermente obliquo, avevano probabilmente funzione di servizio e, tenendo conto delle loro ampie dimensioni, se ne ipotizza un probabile utilizzo quali depositi o recinti coperti. La parte riservata alle attività quotidiane era costituita da un corpo di fabbrica organizzato in una serie di piccoli vani dove preparare i pasti: da qui provengono una notevole quantità di frammenti di vasellame da cucina e da mensa e in uno di questi è stato individuato un focolare in mattoni. Un vano di maggiori dimensioni sembra invece aver ospitato molteplici attività quotidiane, fra le quali sicuramente anche il consumo del cibo, come attestano i frammenti di lucerne, i pesi da telaio verticale e un quadrans in piombo per le attività di pesatura rinvenuti in questa zona. Forse questo ambiente, vicino alla cucina e dunque ben riscaldato, ospitava anche i momenti di svago di chi transitava nell’edificio: parrebbero indiziarlo il rinvenimento di due pedine da gioco e di una sorta di tabula lusoria ricavata da un frammento laterizio”.

Rilievo romano con un carro con passeggeri vicino a una mansio (foto Graziano Tavan)

Per le particolari dimensioni, gli ambienti del corpo di fabbrica occidentale sono compatibili con l‘identificazione in stanze per la notte, probabilmente riscaldate all’interno da bracieri dal momento che non sono state trovate tracce di punti di fuoco sui battuti pavimentali; la capacità ricettiva veniva raddoppiata dalla presenza di un piano superiore. Il corpo di fabbrica affacciato sulla via Emilia presenta ambienti ben distinti di cui uno, quello a ovest, più grande degli altri, era probabilmente un vano di servizio e dispensa (nella fase successiva saranno inserite nel pavimento due anfore). Qui è stata rinvenuta una porzione di mola manualis (macina manuale) e di un frammento di cote. Per gli altri cinque piccoli ambienti (sei nella fase successiva) caratterizzati da dimensioni modulari e ridotte, vista la loro collocazione sul fronte sud, è stata proposta un’identificazione in stalle per il ricovero temporaneo degli animali da trasporto che sostavano nella mansio. “Secondo le fonti latine, in particolare Catone, Varrone e Columella, le aree più adatte alla stabulazione dovevano essere orientate a sud ed essere ubicate in luoghi caldi e vicino alla cucina; inoltre, nel caso dell’equile (la stalla per i cavalli), era consigliabile la presenza di praesepia (cioè di recinzioni per tenere gli animali separati) oltre a una buona e costante pulizia delle stalle. Nel caso della mansio di Castelfranco l’incrocio dei dati materiali con queste indicazioni dalle fonti parrebbe avvalorare la possibile ubicazione dell’equile sul fronte sud. Per confermare ulteriormente questa ipotesi, si è proceduto con le analisi chimiche e faunistiche sui campioni di terreno prelevati dai battuti pavimentali degli ambienti ipoteticamente adibiti a stalle e – per confronto – dagli altri vani dell’edificio, nonché dalle immediate adiacenze della mansio; in particolare, si sono cercati accumuli di fosforo indicativi della presenza continuativa di animali e di esseri umani. La notevole concentrazione di fosfati rilevata in tutti i campioni è compatibile con la presenza generica di aree di stabulazione e con la presenza di equini riscontrata nello studio dei resti faunistici”.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

L’edificio romano. FASE 3. In questa fase, che inizia con la seconda metà del I sec. d.C., l’edificio raggiunge la massima estensione (mq 1076,70), mediante l’aggiunta a Est di un cortile recintato e di un nuovo corpo di fabbrica tripartito, sporgente verso un ampio spiazzo inghiaiato realizzato dopo la defunzionalizzazione e il tombamento della condotta in laterizio. Più a Sud viene aperto un nuovo canale a servizio della via Emilia. FASI 4a e 4b. Dopo la metà del II sec. d.C. intervengono solo alcune modeste ma significative variazioni alla struttura, come un vano adibito a un’imprecisata funzione produttiva e piccoli interventi di manutenzione che paiono indicare una mutata attenzione nei confronti dell’edificio; in ogni caso, a partire dal V secolo, il complesso è già in disuso e oggetto di uno smantellamento sistematico che si conclude al massimo entro la prima metà del VI secolo.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La rioccupazione tardo medievale. In un momento non precisabile dell’età medievale il sito viene nuovamente occupato in maniera stabile. Le poche evidenze archeologiche individuate restituiscono le forme di un edificio di dimensioni più ridotte rispetto all’età romana (almeno mq 125,21), parallelo alla via Emilia di cui segue l’orientamento, con almeno due partizioni interne e a sud e un ampio ambiente interpretabile come portico. Rimangono certi lo stretto rapporto con la strada, della quale sono stati individuati lacerti del piano inghiaiato, e la presenza di un canale parallelo al ciglio nord della stessa. “Nonostante la parzialità delle tracce materiali -comunque sufficienti a definire la nuova struttura come dotata di un certo impegno strutturale e a collocarne la demolizione entro il XIV secolo- è possibile tentare alcune ipotesi relative alla sua funzionalità a partire da alcune considerazioni. La presenza dell’ampio vano porticato rivolto verso la via Emilia, unita alle ampie dimensioni dell’ambiente adiacente a Nord, fanno pensare a una funzione di accoglienza confrontabile con il non lontano ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto, fondato entro il 1162 ed emanazione indiretta dell’abbazia di Nonantola lungo il tracciato della strada che collegava Nonantola con il Tirreno costeggiando la valle del Panaro. La strada fu voluta del re longobardo Astolfo per ripristinare le comunicazioni fra la Toscana e la pianura padana centrale e garantirne non solo un’adeguata attività di assistenza ai viaggiatori ma anche un efficace controllo su terre di recente conquista. L’edificio medievale individuato in via Valletta si colloca in prossimità di tale tracciato o nelle sue immediate vicinanze, lungo la Via Emilia e a poca distanza dal punto in cui il Torbido la attraversa, presenta caratteristiche planimetriche coerenti con quelle delle strutture ospitaliere e nasce sopra un edificio di età romana pensato per l’ospitalità. Perché non pensare che possa avere ereditato la funzionalità romana per portarla fino alle soglie dell’età moderna?”.

“Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”: apre a Castelfranco Emilia la mostra sulla mansio di Forum Gallorum, eccezionale recente scoperta lungo la via Emilia, rimasta in vita per quasi 600 anni dal II sec. a.C. al V d.C.

Lo scavo nel 2017 della mansio lungo la via Emilia a Castelfranco Emilia (la romana Forum Gallorum)

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

È rimasta in vita per circa seicento anni, dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C.: è la mansio scoperta di recente lungo la via Emilia, a Ovest dell’abitato di Castelfranco Emilia, la romana Forum Gallorum. Ad essa è dedicata la mostra curata da Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” che prenderà il via al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” sabato 13 aprile 2019: l’inaugurazione sarà alle 17.30. La mostra, che rimarrà aperta fino al 10 giugno 2019, è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Castelfranco Emilia in collaborazione con università di Bologna, università di Modena e Reggio Emilia, IBC Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e associazione culturale museale Forum Gallorum. Il catalogo scientifico “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” a cura di Sara Campagnari, Francesca Foroni e Diana Neri contiene la pubblicazione integrale dello scavo e del materiale rinvenuto. È il volume 12 della Dea, Documenti ed Evidenze di Archeologia, collana della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Oltre a mappe e installazioni multimediali, la mostra espone 163 reperti che danno conto di come, a dispetto della apparente semplicità delle strutture rinvenute, il tenore di vita degli abitanti della mansio e degli ospiti temporanei fosse di tutto rispetto: suppellettile da mensa di elevata qualità, vasellame in vetro e un raro esemplare coppa in ceramica invetriata. Ulteriore elemento a conferma di un luogo di sosta bene inserito nel vivace contesto commerciale è il cospicuo quantitativo di anfore presenti nell’edificio, così come nel territorio di Forum Gallorum, sin dalle prime fasi repubblicane.

Aerofotogrammetria della mansio di Castelfranco Emilia e moneta proveniente dallo scavo nelal locandina di presentazione della mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi”

La mostra “Una sosta lungo la via Emilia, tra selve e paludi. La mansio di Forum Gallorum a Castelfranco Emilia” sarà presentata in anteprima giovedì 28 marzo 2019, alle 20.30, nella sala “Gabriella Degli Esposti” della Biblioteca Comunale in piazza della Liberazione a Castelfranco Emilia (Mo). Interverranno Sara Campagnari e Valentina Manzelli, archeologhe della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Diana Neri, direttrice del Museo Civico Archeologico “A. C. Simonini” di Castelfranco Emilia; Roberta Michelini, archeologa. La peculiare posizione del ritrovamento, in stretto rapporto con la strada e a circa 2,5 km. dal fiume Panaro, e la specifica organizzazione degli ambienti – piccole stanze per il riposo attorno ad uno spazio aperto, adatto ad alloggiare carri e animali – hanno indotto gli archeologi a identificare l’edificio con una mansio, o più genericamente una stazione di posta, analogamente al complesso Mutatio Ponte Secies precedentemente individuato a Cittanova, a ovest di Mutina. “La mansio di Castelfranco Emilia – spiegano in soprintendenza – presenta diverse fasi strutturali (a partire dall’epoca repubblicana) e ha restituito molti reperti di inestimabile valore storico, fornendo l’occasione per riscoprire e valorizzazione il territorio castelfranchese anticamente posto fra le colonie di Mutina e Bononia”. La serata è realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale Forum Gallorum.

Il tracciato della via Emilia, strada consolare romana, da Ariminum a Placentia

Per costruire un impero ci vogliono strade su cui spostare uomini, eserciti, merci; per governarlo bisogna attrezzarle con stazioni di sosta dove ufficiali, dignitari, portatori di ordini e dispacci possano riposare, rifocillarsi, accudire gli animali da trasporto, riparare i veicoli danneggiati e ripartire con la massima rapidità. Lo sapevano bene i Romani che punteggiarono la fitta rete stradale con un cospicuo numero di mansiones o mutationes (mansio, dal verbo manere, fermarsi, rimanere. Era detta così la stazione di sosta situata lungo le strade romane, messa a disposizione di dignitari, ufficiali o chiunque viaggiasse per ragioni di stato), aree di sosta a servizi differenziati –una sorta di moderni autogrill- ben note ai viaggiatori grazie a una serie di strumenti paragonabili alle odierne carte Michelin. Una di queste mansiones è stata recentemente trovata alla periferia occidentale di Castelfranco Emilia.

Frammenti di oggetti in vetro provenienti dallo scavo della mansio di Castelfranco Emilia

L’esposizione offre l’occasione non solo per presentare una scoperta eccezionale per le diverse fasi strutturali e i tanti reperti di grande valore storico rinvenuti ma anche per aprire una finestra sul mondo delle strutture a servizio della viabilità di epoca romana, per molti versi ancora poco studiato. La mansio rinvenuta a Castelfranco Emilia è un caso da manuale: stazione di sosta affacciata su una strada consolare, ubicata a poca distanza ma comunque fuori dal centro abitato di Forum Gallorum (posizione tipica delle stazioni di sosta relative alla vehiculatio, il servizio di trasporto statale), non troppo lontana dal fiume Panaro. Un edificio complesso formato da più corpi di fabbrica con diverse destinazioni d’uso, costruito attorno a un grande cortile scoperto su cui si affacciavano i diversi ambienti, le stalle, i depositi, i locali di servizio, le camere spesso dotate di focolari autonomi e un’area di cucina comune. Gli archeologi hanno ricostruito l’intera sequenza insediativa di questa mansio usata ininterrottamente dall’inizio del II sec. a.C. al V sec. d.C., che mostra una significativa ristrutturazione in età augustea – in concomitanza con la riorganizzazione del cursus publicus operata da Ottaviano Augusto- e che raggiunge la massima estensione (mq 1076,70) nella seconda metà del I sec. d.C. con l’aggiunta di un cortile e un nuovo corpo di fabbrica. Gli scavi ci dicono che l’edificio veniva rifatto in media ogni cento anni senza però mutare la configurazione degli ambienti, segno evidente che la mansio era perfettamente adeguata alle esigenze che avevano portato alla sua costruzione. Quello che invece cambiava sempre era la configurazione e posizione delle infrastrutture poste tra l’edificio e la via Emilia, canali e condotte necessarie al drenaggio della carreggiata che venivano continuamente spostate, allargate e strutturate.

Dettaglio della Tabula Peuntingeriana con la via Emilia e il vicus di Forum Gallorum

La presenza di una mansio a Forum Gallorum è confermata dalla Tabula Peutingeriana che, con l’Anonimo Ravennate, costituisce la principale testimonianza dell’esistenza del vicus, posto in un importante snodo itinerario e che permane anche in epoca medievale. Le fonti letterarie ci forniscono un ulteriore indizio a favore dell’esistenza di una struttura ricettiva già bene organizzata nel I sec. a.C. Nel passo di Appiano sulla battaglia di Forum Gallorum si narra che Antonio, dopo avere combattuto contro il console Irzio, si fosse ritirato vicino al campo di battaglia “senza alcun trinceramento”. “Vista la natura impervia dei luoghi e il momento del conflitto (la primavera del 43 a.C.)”, si chiedono gli archeologi, “non è possibile che Antonio abbia trovato una sistemazione per la notte in un edificio già qualificato da tempo come stazione di sosta ben strutturata e in posizione funzionale a una rapida mobilità? E non potrebbe derivare dalla vittoria del giovane Ottaviano su Antonio la denominazione di Victoriolae con cui sembra registrata sull’Itinerarium Burdigalense?”. Con la fine dell’Impero Romano il complesso cade in disuso e diventa oggetto di uno smantellamento sistematico. Qualcosa però rinasce in un momento imprecisato del tardo Medioevo quando il sito è nuovamente occupato in maniera stabile da un edificio di dimensioni più ridotte: la sua struttura farebbe pensare a una funzione di accoglienza, confrontabile con il non lontano ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto, fondato entro il 1162 e legato all’Abbazia di Nonantola. “Perché allora non pensare che possa avere ereditato la funzionalità romana per portarla fino alle soglie dell’età moderna, assolvendo la propria vocazione all’ospitalità non per ragioni politiche ma di fede?”.

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: terzo incontro del ciclo Archeo 40, sui tesori scoperti a Spilamberto (Mo) in 40 anni di scavi archeologici: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni

Il torrione di Spilamberto (Mo), sede del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

La locandina del ciclo di incontri Archeo 40 a Spilamberto

Simonetta Munari, assessore alla Cultura di Spilamberto (foto Daniele Pietropinto)

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: mercoledì 16 gennaio 2019, alle 20.30, allo Spazio Eventi “L. Famigli” di Spilamberto (Mo), incontro con gli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna) e Donato Labate, terzo del ciclo di sei conferenze “ARCHEO 40, i Tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” promosse dal Comune di Spilamberto in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passano in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che sono illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019. “Quarant’anni non sono nemmeno un battito di ciglia rappresentabile nell’arco della storia dell’uomo”, interviene Simonetta Munari, assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, “ma per il nostro territorio questi anni rappresentano il tempo della scoperta dell’archaios / antico e il lungo discorso d’amore e passione che ne è scaturito. Per celebrare, ma soprattutto per proiettare nel futuro delle nuove generazioni questo tema, abbiamo ideato il progetto “Archeo 40” che accanto alle iniziative di studio pone esperienze, laboratori e rievocazioni per far sentire questi tesori sempre più vivi e nostri”.

Una sala del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto (Mo)

Celestino Cavedoni (foto Rivista Italiana di Numismatica)

Arsenio Crespellani, archeologo e numismatico

Anche se a Spilamberto gli esordi della moderna ricerca archeologica risalgono alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rinvenimenti e recuperi nel territorio comunale sono segnalati sin dalla prima metà dell’Ottocento, ad opera principalmente di Celestino Cavedoni e di Arsenio Crespellani. Tuttavia è con le scoperte nel 1977 e gli scavi (a partire dal 1978) nell’alveo del fiume Panaro che ha avuto origine una puntuale, ininterrotta stagione di indagini sul campo con lo sviluppo di numerosi studi. In quest’ambito, con l’inaugurazione nel 1979 della mostra “Archeologia nel fiume Panaro” e prima con il reperimento di locali comunali adibiti a deposito, si sono poste le basi per la nascita dell’Antiquarium di Spilamberto (1997), frutto della collaborazione tra l’allora soprintendenza Archeologica, il Comune di Spilamberto, volontari del Gruppo Naturalisti, enti di ricerca e cittadinanza, con lo scopo di conservare e rendere fruibili a un più vasto pubblico i risultati delle ricerche in corso. Nel 2018 sono ricorsi quindi i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche sul territorio. In questi decenni sono emersi reperti dalla preistoria alle terramare, dal periodo romano alla presenza di Celti e Longobardi, fino al periodo alto medievale con l’ospitale per i pellegrini. Il Comune di Spilamberto per festeggiare questo importante traguardo ha deciso di organizzare una serie di attività e conferenze: quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Pugnale in osso dalla necropoli eneolitica sul Panaro (foto Sistemonet)

Monica Miari, archeologa della soprintendenza

Punte di freccia in selce conservate al museo Archeologico di Spilamberto

Mercoledì 14 novembre 2018, dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, l’archeologa della soprintendenza Monica Miari ha parlato de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nell’alveo del fiume Panaro, nei territori di Spilamberto e di S. Cesario”, spiega Munari, “sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici. È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della Cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C.). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo Gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Le asce in bronzo (1650 – 1150 a.C.) trovate nel ripostiglio di Lovara a Savignano sul Panaro

Andrea Cardarelli dell’università La Sapienza di Roma

Si è proseguito lunedì 3 dicembre 2018 con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, docente di Preistoria e Protostoria all’università Sapienza di Roma. “Il territorio di Spilamberto”, ricorda Cardarelli, “è noto per una straordinaria ricchezza di rinvenimenti archeologici attribuibili all’età neolitica e del Rame ma è ben rappresentata anche la successiva fase dell’età del Bronzo. Già nelle fasi dell’antica età del Bronzo (circa 2200 – 1650 a.C.) vi sono numerose attestazioni attribuibili a villaggi che si collocavano lungo l’asse del fiume Panaro, i quali presentano caratteristiche precipue rispetto agli aspetti maggiormente noti della Lombardia e dell’area del Garda. Si tratta di un popolamento ancora piuttosto sparso e poco indagato, che tuttavia doveva avere una certa importanza a giudicare da alcuni rinvenimenti eccezionali, come ad esempio il vicino ripostiglio di asce in bronzo di Savignano sul Panaro, uno dei più grandi contesti archeologici di questo tipo trovati in Italia. Successivamente, durante l’età del bronzo medio e recente (1650 -1150 a.C.) – continua -, il territorio di Spilamberto è partecipe dello sviluppo delle Terramare, uno dei più rilevanti fenomeni storici e culturali dell’età del Bronzo Italiana ed Europea. Diverse sono le attestazioni di terramare presenti nell’area spilambertese e nelle zone limitrofe. Di particolare importanza è la recente scoperta di una grande terramara, in gran parte sepolta e pertanto molto ben conservata, venuta in luce durante i lavori di escavazione delle cave di Ponte del Rio – via Macchioni. Gli scavi condotti a più riprese in questo sito negli ultimi dieci anni hanno evidenziato importantissimi resti di case, recinti e reperti di grande rilevanza, come oggetti in bronzo e in ambra. Integrando i dati noti per il territorio di Spilamberto con quelli della regione si cercherà di fornire un quadro aggiornato della grande epopea delle terramare dalle origini alla crisi”.

Pozzo romano parzialmente ricostruito nel museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

L’archeologo Donato Labate

Scavo della villa rustica romana a Ponte del Rio a Spilambergo (foto Massimo Trentin)

Armilla in bronzo del III sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Quindi mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. In questo millennio sono state condotte nel territorio di Spilamberto regolari campagne di scavo che hanno restituito strutture insediative, infrastrutture e necropoli ascrivibili sia all’età del Ferro che all’età romana, in un’area già ricca di numerose altre testimonianze archeologiche. “Per la prima età del Ferro”, intervengono Campagnari e Labate, “le testimonianze sono esigue ma piuttosto significative in relazione alla frequentazione di epoca villanoviana gravitante sull’asse del Panaro. Per la fase di VI e V sec. a.C. i rinvenimenti delineano un assetto territoriale costituito da piccoli nuclei insediativi, collegati alla frequentazione della valle del torrente Guerro tramite una rete di vie di percorrenza traversali, marcate dalla presenza di piccole aree di culto, come testimoniano due bronzetti votivi rinvenuti da Arsenio Crespellani nel 1881. In particolare nell’area della cave di via Macchioni sono stati indagati due pozzi dell’età del ferro – da mettere in relazione con la presenza di un insediamento etrusco- e alcune sepolture celtiche di cui una appartenuta a un guerriero tumulato con una spada e una lancia da parata traforata. Risale all’ultima fase del periodo celtico l’impianto di una fattoria abitata senza soluzione di continuità dalla fine del III sec. a.C. fino al periodo tardo antico. A questa fattoria sono riferibili cinque pozzi, un silos, una fornace, una necropoli con 32 tombe collocata in prossimità di un cardine e un piccolo cimitero tardo antico con altre 31 tombe collocate vicino al rustico. Nella stessa cava è venuta in luce la porzione di una villa urbano-rustica di età romana con una fornace e un’altra necropoli con 46 sepolture. In un’altra cava di via Macchioni è stato integralmente indagato un complesso produttivo, con una grande fornace di età repubblicana, collocato in un’area destinata alla lavorazione e deposito dei prodotti fittili. In località Ergastolo è stata infine indagata una grande buca per la decantazione dell’argilla, utilizzata per la produzione di ceramica e laterizi, di pertinenza di un vicus i cui resti sono stati smaltiti all’interno della grande depressione; a questo insediamento sono riferibili anche alcune antefisse ed ex voto da mettere in relazione con la presenza di un’area sacra. Nella stessa località sono stati trovati negli anni ’80 del secolo scorso i resti di una villa urbano-rustica di età romana i cui materiali sono esposti nell’Antiquarium di Spilamberto”.

Bottiglia in ceramica del VII sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Fibula a S da Spilamberto (foto Sabap-Bo)

Maria Grazia Maioli (foto da http://www.caffeletterario.it)

Il 12 febbraio 2019 Maria Grazia Maioli, archeologa emerita della soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nei momenti difficili”, sottolinea Maioli, “si è sempre cercato di salvare il salvabile. E se questo è vero in tutte le epoche, in epoca tardo imperiale, in periodo di incursioni, si cercava di nascondere non solo gli oggetti di maggior valore ma tutto quanto sarebbe stato necessario in vista di un auspicato ritorno dopo la fuga. La paura degli invasori ha portato alla nascita dei “tesori”, a volte non recuperati e ritrovati solo dopo secoli. Nelle nostre zone si tendeva ad usare come nascondigli soprattutto i pozzi ma non solo”. La conversazione di Maria Grazia Maioli intende illustrare come e perché sono stati nascosti questi oggetti e soprattutto come mai, in determinate condizioni, poteva essere considerato prezioso anche un oggetto di uso comune come un semplice vaso da cucina.

Scavi nel 2003 della necropoli longobarda a Ponte del Rio di Spilambergo

Fibula cameo, tra i tesori scoperti a Spilambergo (foto Sabap-Bo)

Paolo Devingo dell’università di Torino

Invece mercoledì 13 marzo 2019 il docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. L’incontro con De Vingo vuole mettere in luce la possibilità che i rapporti tra Romani e popolazioni gote si siano svolti in una prospettiva fortemente continuista tra il prima e il dopo, utilizzando come spartiacque la data del 476. Lo studio dei materiali della villa rustica individuata nella cava di via Macchioni a Spilamberto, posteriori al V secolo, sembrerebbero confermare questa possibilità lasciando intravvedere come le popolazioni gote si siano inserite nella penisola italiana in contesti produttivi dei quali conoscevano in modo abbastanza preciso i meccanismi di funzionamento. Questa ipotesi, se confermata dal completamento del lavoro di studio attualmente in corso, potrebbe rendere possibile uno slittamento al 554 come data finale del mondo romano come noi lo abbiamo sempre concepito, seguito dalla breve occupazione bizantina fino alla conquista longobarda nel 568 che aprirebbe di fatto la fase altomedievale della penisola italiana.

Veduta zenitale dello scavo dell’Ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto (foto Donato Labate)

Il ciclo di incontri si chiude mercoledì 17 aprile 2019 con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. Fino alla fine del Novecento non c’era traccia dell’antica chiesa di San Bartolomeo, con annesso Ospitale, già citata in un atto del 1162. Si sapeva solo che era a sud di Spilamberto. “Gli scavi condotti tra il 2007 e il 2008”, ricorda Labate, “in località San Pellegrino hanno individuato una chiesa con annesso cimitero e altre strutture e infrastrutture rurali di età basso medievale riferibili ai resti dell’antico Ospitale che, a giudicare dai reperti rinvenuti, fu frequentato dall’XI al XIV secolo. Di grande interesse sono le tombe di due pellegrini giacobiti, riconoscibili dalla conchiglia con cui adornavano il proprio abbigliamento, di cui una esposta nell’Antiquarium di Spilamberto. L’Ospitale, fondato dall’Abbazia di Nonantola, era collegato alla viabilità con la Toscana (strada frequentata dai pellegrini) e legato alle prime fasi di vita di Spilamberto, dal tempo del Marchese Bonifacio alla fondazione del Castello ad opera dei Modenesi nel 1210. Resterà operativo fino al XIV secolo quando l’insediamento religioso sarà abbandonato con la fondazione del un nuovo Ospitale di Santa Maria degli Angioli all’interno dell’abitato di Spilamberto”.

Carpi, la storia di Palazzo Castelvecchio raccontato con i risultati degli scavi archeologici della soprintendenza

Scavi all’interno di Palazzo Castelvecchio a Carpi (Mo)

Una vecchia immagine di Palazzo Castelvecchio a Carpi

“Storia ed evoluzione di Palazzo Castelvecchio, dai Pio ai giorni nostri” è il tema dell’incontro pubblico promosso giovedì 11 ottobre 2018, dalle 17 alle 20, al Castello dei Pio di Carpi, da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dal Comune di Carpi per presentare a cittadini e turisti gli esiti delle indagini archeologiche effettuate nel Palazzo Castelvecchio. L’iniziativa fa parte di EnERgie Diffuse, settimana di promozione della cultura organizzata dalla Regione Emilia-Romagna. Dopo i saluti istituzionali (alle 17) del vicesindaco di Carpi Simone Morelli, e della soprintendente Cristina Ambrosini, la direttrice dei Musei di Palazzo dei Pio, Manuela Rossi, illustrerà la temperie storico artistica nella quale si inseriscono le vicende del Palazzo in relazione alla famiglia dei Pio. Seguono gli interventi dell’archeologa della soprintendenza Sara Campagnari, che ha diretto lo scavo, che illustrerà gli importanti rinvenimenti che consentiranno di precisare le conoscenze sul tessuto insediativo carpigiano in epoca medievale e rinascimentale. L’incontro fornirà anche l’occasione per parlare dell’evoluzione del palazzo sotto il profilo storico-architettonico grazie al contributo dell’architetto della soprintendenza Emanuela Storchi. Infine, alle 19, visita guidata al Palazzo dei Pio, per conoscere la fase più antica dell’edificio, e alla Chiesa della Sagra, a cura dei Musei di Palazzo dei Pio, e concomitante attività didattica per i bambini.

“Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio”: da villaggio perduto a bene vincolato. A Reggio Emilia seduta di studio sul sito di Novi di Modena

Disegno con la ricostruzione del primo castrum di Santo Stefano (X – XIII secolo)

Da villaggio perduto a bene vincolato. Le carte d’archivio nell’alto Medioevo lo ricordano come Vicus Longus e poi, a partire dal Mille, Santo Stefano, cioè come la pieve reggiana cui era soggetto. La millenaria storia del castrum medievale di Santo Stefano, a Novi di Modena, è la protagonista della seduta di studio, dal titolo “Il Castrum di Santo Stefano a Novi di Modena e il Vescovo di Reggio” che la sezione di Reggio Emilia della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi terrà venerdì 8 giugno 2018 alle 16.30 nella sala conferenze della Cassa Padana, in via Emilia Santo Stefano 25-27, a Reggio Emilia. Le relazioni di Sara Campagnari, archeologa della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, illustreranno le antiche vicende del castrum fatto costruire dal vescovo di Reggio, inquadrandolo nel fenomeno dell’incastellamento del territorio emiliano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/23/nella-campagna-tra-novi-di-modena-e-concordia-del-secchia-in-25-anni-di-ricerche-scoperto-e-salvato-dal-passaggio-di-unautostrada-un-castrum-villaggio-rurale-e-castello-altomedievale-ora-a/).

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Frequentata fin dall’epoca romana, l’area dove sorgeva il villaggio fa parte di un dosso fluviale generato da un paleoalveo del torrente Crostolo, posta oggi al confine tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia. Nelle fonti documentarie il villaggio è ricordato già a partire dall’841, in età carolingia. Su richiesta di Pietro, vescovo di Reggio (900 – 915) e proprietario di vari beni a Vicolongo, il re italico Berengario I concesse nel 911 il permesso di erigervi un castrum. Dopo la costruzione delle strutture difensive, il sito doveva mostrarsi come un piccolo gruppo di edifici protetti da un fossato, un terrapieno e una palizzata lignea. Nel 1287 il castrum – divenuto ormai un fortilizio signorile munito anche di torre, come suggeriscono i resti architettonici ritrovati – fu occupato e devastato da milizie mantovane e veronesi. Il castello fu però ricostruito, facendo ancora parlare di sé nei decenni successivi fino alla definitiva demolizione nella seconda metà del XIV secolo.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Il secolare oblio del castrum di Novi di Modena è stato interrotto da un lungo e complesso processo di ricerca sfociato nella recente emissione del vincolo archeologico. Ripetute ricognizioni di superficie, iniziate 27 anni fa, e sondaggi più approfonditi, propiziati nel 2011 dal progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana, hanno non solo recuperato decine di reperti ceramici, metallici, numismatici, laterizi e lapidei, ma individuato in un areale di circa un ettaro, perfettamente visibile anche dalle foto aeree, un sito ad altissima potenzialità archeologica che sarà oggetto di future e approfondite ricerche.

Agli scavi archeologici nel Modenese nel 2017 è dedicata la seduta di studio della deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi: focus sull’insediamento neolitico di Corletto, le strutture altomedievali di Formigine e la mansio di Forum Gallorum

L’Aedes Muratoriana a Modena

Dall’insediamento in località Corletto alla cittadella altomedievale di Formigine alla mansio romana di Forum Gallorum, sono solo alcune, le principali, tra le ultime novità e ricerche in campo archeologico nel territorio modenese cui è dedicata la seduta di studio del 26 maggio 2018 della deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi, con relatori Sara Campagnari e Donato Labate, archeologi della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Appuntamento dunque sabato 26 maggio 2018, alle 16, all’Aedes Muratoriana, in via Pomposa a Modena con “Gli scavi archeologici nel Modenese nel 2017”, ingresso libero. Campagnari e Labate illustreranno gli scavi archeologici realizzati nell’ambito della città di Modena e della sua provincia nel corso del 2017, seguiti dalla soprintendenza.

Sepolture a inumazione databili al Neolitico scoperte in località Corletto (frazione di Modena tra Marzaglia e Baggiovara)

Tra gli scavi del 2017 va segnalata, per il particolare interesse, la scoperta in località Corletto (frazione di Modena tra Marzaglia e Baggiovara) di un insediamento di età Neolitica che continua a restituire resti di strutture abitative, infrastrutture (tre pozzi) e tombe, portate alla luce in seguito ai controlli eseguiti dalla Soprintendenza in aree soggette ad attività estrattive. Nelle cave di Corletto sono anche emerse alcune tombe alla cappuccina messe in relaziona alla presenza di un rustico di età tardo antica scoperto nelle vicinanze.
Gli scavi effettuati nel 2017 nella provincia di Modena derivano in massima parte dalle indagini archeologiche preliminari contemplate nella pianificazione comunale, come a Formigine, dove sono state messe in luce sia le strutture dell’ospitale costruito in prossimità della chiesa di Colombaro, sia altre strutture come una calcara, una strada e un piccolo cimitero.

Sepolture medievali rinvenute a Formigine nell’area della chiesa di Colombaro

Le recenti indagini archeologiche a Formigine hanno infatti svelato la fisionomia di un grande monastero risalente al XII secolo e quindi contemporaneo alla Pieve romanica di San Giacomo Maggiore, che era luogo di sosta per i pellegrini in viaggio per Roma. Durante le ultime fasi di scavo sono state anche messe alla luce sei sepolture ubicate in un’area che all’epoca presumibilmente fungeva da sagrato. Si tratta, con ogni probabilità, di abitanti del luogo. I corpi erano collocati in una semplice fossa terragna e la disposizione di tutti i defunti segue l’orientamento canonico est-ovest con la testa ad ovest e il volto che guardava verso oriente, simbolo della rinascita nel mondo ultraterreno. Nessun elemento era posto a corredo: l’anima, nella cultura cristiana, doveva presentarsi completamente spoglia davanti a Dio. Solo nel caso della sepoltura di un bambino, è stata trovata una moneta, elemento essenziale per la datazione dei resti.

Statuette fittili provenienti da Prato dei Monti in mostra a Castelfranco Emilia

Alla procedura di verifica preventiva dell’interesse archeologico si deve inoltre l’importante scoperta di una mansio, una stazione di posta di epoca romana a Castelfranco Emilia, la quale, oltre ad integrare i pochi dati di scavo attualmente a disposizione sull’antico centro di Forum Gallorum, rappresenta un raro caso di studio di una struttura messa a disposizione del cursus publicus, ovvero il servizio di posta di epoca romana, riorganizzato dall’imperatore Augusto. Fra il II e il I secolo a.C. il fertile territorio agricolo di Castelfranco Emilia, compreso nella colonia di Mutina (l’odierna Modena), viene suddiviso in lotti da assegnare ai coloni romani e inserito nelle maglie della centuriazione, lungo la via Emilia realizzata nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido. Proprio a Marco Emilio Lepido e alla sua politica di pacificazione si deve probabilmente la nascita – a partire dal 173 a.C. – di Forum Gallorum (oggi identificata nell’odierna Castelfranco Emilia), un centro caratterizzato dall’integrazione con i coloni italici di genti dell’antico substrato etrusco-padano, celti e liguri sopravvissuti alle sanguinose guerre con Roma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/10/06/a-castelfranco-emilia-nel-rinnovato-museo-archeologico-simonini-apre-la-mostra-alle-soglie-della-romanizzazione-storia-e-archeologia-di-forum-gallorum-viaggio-in/).

Nella campagna tra Novi di Modena e Concordia del Secchia in 25 anni di ricerche scoperto e salvato dal passaggio di un’autostrada un castrum: villaggio rurale e castello altomedievale. Ora a Novi la mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo” presenta i risultati delle ricerche e i preziosi reperti ritrovati

Il castrum di Vicolongo a Novi di Modena rilevato dalla fotografia aerea

La locandina della mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo”

Il titolo in latino della mostra che apre sabato 24 febbraio 2018 alle 16.30 nella sala EXPO Polo Artistico Culturale di Novi di Modena forse è un po’ troppo accademico, “In loco ubi dicitur Vicolongo”. Subito chiarito dal sottotitolo “L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena”. Ma quella frase (“Nel luogo chiamato Vicolongo”) non è un vezzo culturale. Riprende una formula molto diffusa negli atti notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi: “in loco ubi dicitur”. Ma il toponimo rimane quasi sempre un luogo sulla carta. Non è il caso di Novi di Modena dove, grazie alla caparbietà del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Studi Bassa Modenese e del Gruppo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è stato non solo ritrovato Vicolongo, ma si è anche riusciti a ricostruirne la storia: da villaggio rurale a castello. La mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena” racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio. Venticinque anni di ricerche storiche e archeologiche e un importante intervento di tutela spalancano le porte del castrum di Santo Stefano: proprio lì, infatti, doveva passare l’autostrada Cispadana cancellando per sempre questo tesoro. Ma stavolta hanno vinto le motivazioni degli archeologi, e il tracciato dell’autostrada è stato spostato.

Via Santo Stefano di Novi dove è stato individuato il villaggio rurale tardo antico e il castello altomedievale

“L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia”, ricordano gli archeologi, “è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima un vicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum”. Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti. Allestita fino al 25 aprile 2018 nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari, della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese. L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di circa 250 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche.

Denaro imperiale del XII secolo: una delle tante monete recuperate a Novi di Modena

Le fonti scritte ubicano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio vengono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878. Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento -che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo- cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni. Il castrum risulta distrutto nel 1287 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387. Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i manufatti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti. La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Frammento di scodella in ceramica graffita bizantina (foto Mauro Librenti)

La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo. Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata. Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica. L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall’area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo. Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.

La planimetria del castrum di Santo Stefano a Novi di Modena

Le indagini archeologiche preliminari hanno previsto la realizzazione di sei trincee di 30 metri in lunghezza per 3 metri di larghezza, ubicate all’estremità nord-occidentale dell’insediamento. I risultati, pur estremamente parziali, hanno consentito l’individuazione di tre periodi riferibili alla vita del castrum. Alla profondità di circa m 1,50 dal piano di campagna è stato individuato un suolo di età altomedievale con andamento orizzontale, riferibile alla frequentazione del piano di campagna, come attesta una serie di tracce strutturali: questo strato era coperto ed intaccato dalle stratigrafie riferibili dagli interventi della successiva fase di incastellamento. Sigillati dai terrapieni, sono stati rinvenuti una piccola fornace, quattro buche di palo con andamento semicircolare e numerosi livelli di frequentazione costituiti da un’alternanza di limi ricchi di carbone. Della fornace si conservava solo la camera di combustione in concotto a pianta sub circolare; la struttura presentava l’imboccatura del praefurnium verso est e una piccola fossa antistante a pianta subovale. I materiali recuperati dal suolo sono prevalentemente ceramica da fuoco e pietra ollare.

Disegno con la ricostruzione del primo castrum di Santo Stefano (X – XIII secolo)

La nascita del castrum (X–XIII secolo) Risale a questo periodo la realizzazione delle fortificazioni con fossati e terrapieni. Nei sondaggi è stato messo in luce il terrapieno più esterno, di circa 30 metri di larghezza, e parzialmente anche il sistema di fossati che lo circondavano. Il terrapieno, livellato e inciso dalle arature, aveva uno spessore massimo di circa un metro ed era costituito da un deposito pluristratificato composto da riporti prevalentemente limo sabbiosi. La formazione dell’argine deve essere avvenuta a più riprese come suggerito dalla presenza, al tetto di alcuni riporti, di buche di palo e concentrazioni di carboni, concotto e laterizi. Oltre ai laterizi erano presenti, tra i materiali di scarico, anche numerose scaglie di pietra -in alcuni casi con tracce di lavorazione- e pochi frammenti di ceramica comune di epoca romana, ceramica da fuoco e frammenti di pietra ollare. Il terrapieno era delimitato da due fossati, uno di grandi dimensioni all’interno, adiacente all’insediamento, e uno di dimensioni minori all’esterno. La parte indagata del fossato interno presentava una larghezza parziale di 10 metri per una profondità massima indagata di 2,6 metri dal piano di campagna. A circa 30 metri di distanza dal fossato principale, separato dal terrapieno, è stato localizzato il secondo fossato della larghezza di circa 6 metri, indagato per una profondità di circa un metro. La lunghezza dei saggi non ha consentito di verificare la presenza di un terzo fossato di delimitazione esterna che risulta visibile dalla foto aerea.

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Da castrum a fortilizio signorile (metà XIII–XIV secolo) L’ultimo periodo di frequentazione riconosciuto nei sondaggi si conclude entro il XIV secolo: è ascrivibile a questa fase l’individuazione di un fossato che incide i terrapieni. Il canale misurava circa 5 metri di larghezza massima per m 1,50 di profondità. Possiamo supporre che il castrum includesse una torre, di cui restano una serie di mattoni di modulo tardomedievale con un lato semicircolare, evidentemente utilizzati per una cornice decorativa sul modello di altre strutture del periodo. Appare dunque verosimile che i fossati del castrum, ormai colmati, siano stati sostituiti da un fossato ellittico molto meno significativo dei precedenti. Questo intervento si colloca in una fase in cui il sito aveva ormai perso i propri caratteri di centro insediativo e anche l’apparato fortificatorio originario che risulta livellato e coperto in parte da livelli alluvionali. Si tratta dell’ultima fase di frequentazione dell’area leggibile, oltre la quale si possono osservare solo depositi alluvionali e terreno arato.

A Castelfranco Emilia nel rinnovato museo Archeologico “Simonini” apre la mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”: viaggio in più di otto secoli di storia del territorio tra Mutina e Bononia lungo la via Emilia con reperti inediti

Statuette fittili provenienti da Prato dei Monti in mostra a Castelfranco Emilia

Il museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia

Il manifesto della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum”

Fra il II e il I secolo a.C. il fertile territorio agricolo di Castelfranco Emilia, compreso nella colonia di Mutina (l’odierna Modena), viene suddiviso in lotti da assegnare ai coloni romani e inserito nelle maglie della centuriazione, rete infrastrutturale di vie e canali che si intersecano ortogonalmente a distanze regolari, tuttora riconoscibile nell’impianto viario, in particolare a nord della via Emilia. Questo importante asse stradale realizzato nel 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido per mettere in comunicazione tutte le città della regione, da Rimini a Piacenza, favorisce la penetrazione della civiltà romana in comprensori, come quello di Castelfranco, abitati da genti di cultura etrusca, celtica e ligure. Proprio a Marco Emilio Lepido e alla sua politica di pacificazione si deve probabilmente la nascita – a partire dal 173 a.C. – di Forum Gallorum (oggi identificata nell’odierna Castelfranco Emilia), un centro caratterizzato dall’integrazione con i coloni italici di genti dell’antico substrato etrusco-padano, celti e liguri sopravvissuti alle sanguinose guerre con Roma. Il nome non deve sorprendere: tanto a lungo le popolazioni galliche avevano combattuto contro Roma per il predominio della pianura Padana che quando in epoca romana si sviluppò fra le colonie di Mutina e Bononia un piccolo centro ai margini della via Aemilia, i vincitori lo chiamarono Forum Gallorum, letteralmente “foro dei Galli”, a indicare il luogo precedentemente popolato dalle tribù celtiche. Proprio la trasformazione del territorio di Castelfranco Emilia, al confine tra Modena e Bologna, dal dominio degli etruschi a quello di Roma sarà al centro della mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum. La nascita e la storia di Forum Gallorum attraverso i contesti archeologici più significativi: per comprendere un territorio e i suoi abitanti”, che apre sabato 7 ottobre 2017, alle 17.30, al museo civico Archeologico “Anton Celeste Simonini” di Castelfranco Emilia (Mo), promossa dal Comune di Castelfranco Emilia e dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in collaborazione con l’istituto per i Beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, il Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e l’università di Bologna, nell’ambito del progetto regionale “2200 anni lungo la via Emilia” promossa dai comuni di Modena, Reggio Emilia, Parma e Bologna per celebrare i 2200 anni dalla fondazione delle due colonie gemelle di Mutina e Parma (avvenuta nel 183 a.C.) e la via consolare che le unisce e attraversa tutta la regione (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/12/la-via-emilia-ecco-il-ricco-calendario-di-grandi-mostre-presentazione-di-ricerche-e-scoperte-archeologiche-ricostruzioni-3d-cyber-archeoologia-ed-eventi-per-celebrare-i-2200-anni-dalla-fondazione/).

Tesoretto monetale (240-200 a.C.) rinvenuto nel podere Pradella Vecchia a Castelfranco Emilia (MO)

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

È un viaggio in più di otto secoli di storia del territorio quello offerto dalla mostra “Alle soglie della romanizzazione: storia e archeologia di Forum Gallorum, che passa in rassegna le evidenze archeologiche del territorio dalla vigilia dell’invasione dei galli nella pianura Padana (inizi IV sec. a.C.) alle prime fasi della romanizzazione, con l’obiettivo di ricostruire le vicende che hanno portato alla nascita e allo sviluppo del centro di Castelfranco Emilia / Forum Gallorum. Un centro di cui parlavano le fonti letterarie e documentarie ma che per secoli ha avuto scarsi sostegni sul piano materiale. Per anni si è dibattuto sull’esatta ubicazione di Forum Gallorum. L’analisi del dato geomorfologico e delle testimonianze archeologiche ad oggi disponibili hanno consentito di proporre come sede del forum sulla via Emilia l’attuale centro storico della città di Castelfranco. Un luogo salito alle cronache nel 43 a.C. per la sanguinosa battaglia condotta contro il cesaricida Decimo Bruto durante la guerra di Modena che vedeva schierate da un lato le legioni di Marco Antonio e dall’altro quelle senatorie dei consoli Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, sostenute dal giovane Ottaviano, il futuro Augusto.

Stele funeraria di Aetrilius Apronianus e familiari rinvenuta nel podere Fornace a Manzolino (Mo) (foto Roberto Macri)

Miliario rinvenuto a Cavazzona nel 1977: menziona gli imperatori Valentiniano I e Valente (foto Roberto Macri)

L’esposizione, che affianca la collezione permanente del museo e rimarrà aperta fino al 12 novembre 2017, si articola in tre sezioni tematiche e cronologiche. La prima espone reperti che raccontano la storia del territorio di Castelfranco e la sua trasformazione a opera dell’uomo, la seconda ospita reperti provenienti dai siti archeologici più rilevanti mentre la terza presenta alcuni contesti sepolcrali e reperti provenienti dalle aree di culto. Tra i reperti più significativi  – segnala la soprintendenza -, statuette fittili e monete provenienti da Prato dei Monti e un miliario che menziona una coppia di imperatori, Valentiniano I e Valente, rinvenuto a Cavazzona nel 1977. Di estrema rilevanza, anche se purtroppo in cattivo stato di conservazione, un raro bronzetto etrusco di divinità maschile proveniente da via Infernetto / via Inferno. Si tratta di un reperto che ha un solo confronto con un altro bronzetto rinvenuto a Cortona e che è stato interpretato come divinità maschile della fertilità (forse rielaborazione locale di Zeus/Iuppiter Ammone) databile, su base stilistica, all’avanzato III-II sec. a.C. Va poi ricordato il ritrovamento, purtroppo sporadico, di fistulae plumbee (in alcuni casi recanti anche bolli) che si ipotizza possano provenire da edifici di un certo pregio, forse ville appartenenti alle élites di Bononia e Mutina che marcavano in tal modo i propri possedimenti nell’agro di Forum Gallorum. Il nome di un probabile possidente nel territorio di Castelfranco Emilia in epoca imperiale è fornito da una fistula aquaria plumbea (di cui non è possibile precisare il luogo esatto di  rinvenimento) recante l’iscrizione a rilievo C MANSVANI PRI[MI?] da interpretare, sottintendendo il sostantivo (aqua), come indicazione del non altrimenti noto proprietario della conduttura e, di conseguenza, anche dell’acqua che vi scorreva e del terreno a cui tale infrastruttura conduceva.

Lucerne fittili romane in mostra a Castelfranco Emilia

Fistula in piombo con iscrizione (foto Roberto Macri)

La mostra, oltre a rappresentare un fortunato momento di valorizzazione di reperti archeologici mai esposti prima d’ora, provenienti dai depositi o frutto di recenti scoperte, costituisce un’occasione di rinnovamento per il museo, che si arricchisce anche di un moderno dispositivo touchscreen, donato dal Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Modena, in grado di coinvolgere maggiormente i visitatori. Affianca l’esposizione il catalogo scientifico curato da Sara Campagnari e Diana Neri che, attraverso l’esame delle fonti letterarie, dei dati archeologici relativi alle ricerche di superficie e agli scavi della Soprintendenza, dei dati geomorfologici e degli studi specifici di alcune classi di testimonianze materiali (monete, iscrizioni, indicatori di produzione, testimonianze della religiosità), tenta di ricomporre un quadro aggiornato e coerente dell’evoluzione di un territorio che, a partire dalle prime fasi della romanizzazione, risulta saldamente inserito nella precisa scelta politica di Marco Emilio Lepido di includere le componenti preesistenti all’interno della compagine romana.

“…comunicare l’archeologia…”: il Gruppo archeologico bolognese presenta il ricco programma del ciclo del IV trimestre 2017 tra medicina etrusca e cucina degli antichi greci, news delle più recenti ricerche archeologiche e il resoconto della situazione del patrimonio archeologico in Vicino Oriente

L’archeologo Nicolò Marchetti a Karkemish: il 14 novembre sarà ospite del Gabo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Dalla medicina etrusca alla tavola degli antichi greci, dai rapporti dei longobardi con le popolazioni locali ai casi di buone azioni al femminile nella Chiesa delle origini, e poi tanta ricerca: l’anfiteatro romano di Bononia, la valle del Samoggia, da Marzabotto a Pompei, fino alle “interviste impossibili” con l’uomo di Neanderthal e al resoconto drammatico sulla situazione del patrimonio archeologico in Vicino Oriente. È un programma particolarmente ricco quello proposto dal nuovo ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” promosso per il IV trimestre del 2017, cioè da ottobre a dicembre, dal Gruppo archeologico bolognese, costituito nel 1991, composto da insegnanti di scuole medie superiori, studenti universitari, archeologi ed appassionati di vario tipo, tutti accomunati dal medesimo interesse per la storia della cultura e dell’arte antica. Il Gabo, che aderisce ai Gruppi archeologici d’Italia, oggi collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto e con il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena. Gli incontri, come da tradizione, si tengono il martedì alle 21, al  Centro Sociale “G.Costa” in via Azzo Gardino 48 a Bologna. E allora vediamo più da vicino il programma proposto dal Gabo.

L’uomo di Neanderthal protagonista delle “Interviste impossibili”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Pavia

Serata inaugurale martedì 17 ottobre 2017, alle 21 al Centro Sociale G.Costa. La prima parte dell’incontro sarà riservata alla presentazione del programma sociale di conferenze, viaggi, eventi culturali. Quindi prima conferenza del ciclo con Silvia Romagnoli, archeologa specializzata in etruscologia e viaggiatrice, che parlerà di “Etrusca medicina: rimedi e cure naturali nell’Italia antica”. Il martedì successivo, 24 ottobre 2017, alle 21 ancora al “G.Costa”, conferenza preparatoria al viaggio a Pavia del 5 novembre per la visita della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/23/pavia-e-pronta-a-tornare-capitale-del-regnum-langobardorum-apre-al-castello-visconteo-la-mostra-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-un-grande-evento-in-cui-per-la-prima-volt/). Erika Vecchietti, archeologa specializzata in archeologia romana, ha scelto un tema intrigante: ““In fila longobarda. Piccola storia di migrazioni, contrasti e integrazioni nell’Italia di VI-VII secolo”. Attenzione, perché col terzo incontro si cambiano giorno, luogo e orario: l’appuntamento, nell’ambito della Festa internazionale della Storia, è infatti domenica 29 ottobre 2017, alle 16.30, al MUV Museo della civiltà villanoviana in via B. Tosarelli 191 a Villanova di Castenaso (Bo). Per la serie “Le interviste impossibili”, Italo Calvino intervista l’Uomo di Neanderthal: con Marco Mengoli nel ruolo dell’Uomo di Neanderthal e Michele Gambetti in quello dell’Intervistatore. Introduce l’evento Federica Fontana, ricercatrice al Dipartimento di Studi Umanistici dell’università di Ferrara.

Scena di banchetto da una pittura vascolare greca: ne parlerà Cristina Servadei

Martedì 31 ottobre 2017, si torna alle 21 al “G.Costa” con Cristina Servadei, archeologa specializzata in archeologia greca, che ci farà fare un viaggio dei gusti e nei sapori del mondo antico con “A tavola con gli antichi. Il cibo degli dei, degli eroi e dei mortali nell’antica Grecia”. La settimana successiva “…comunicare l’archeologia…” fa una pausa per lasciare spazio all’altra tradizionale iniziativa del Gabo “Imagines: obiettivo sul passato”, XV edizione, rassegna del documentario archeologico in cartellone il 10-11-12 novembre 2017 alla Mediateca del Comune di S. Lazzaro di Savena (Bo). Gli incontri riprendono martedì 14 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa” su “Il patrimonio archeologico del Vicino Oriente: una rassegna dei vari tipi di minacce e distruzioni nella culla della civiltà”, preziosa testimonianza di Nicolò Marchetti, docente al dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, dal 2011 direttore della missione archeologica turco-italiana a Karkemish e dal 2016 direttore della missione archeologica italo-irachena per la ricognizione di superficie del settore sud-orientale della regione di Qadissiya (QADIS).

La musealizzazione dell’anfiteatro romano di Bologna

Martedì 21 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa”, si “gioca in casa”: Claudio Calastri, archeologo e coordinatore del settore Archeologia di Ante Quem srl, presenta le “Nuove ricerche sull’anfiteatro romano di Bononia”. Sara Campagnari, funzionario archeologo alla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e ricercatrice all’università di San Marino, completa gli incontri di novembre, martedì 28 novembre 2017, alle 21, al “G.Costa”, illustra le “Nuove testimonianze archeologiche dalla valle del Samoggia. Gli scavi lungo la Nuova Bazzanese”. Martedì 5 dicembre 2017l alle 21, ma stavolta alla mediateca comunale di S. Lazzaro di Savena, chiude il ciclo del IV trimestre 2017, con un incontro in collaborazione con il museo della Preistoria “L. Donini” di S. Lazzaro: i ricercatori Andrea Gaucci ed Enrico Giorgi, assegnisti di ricerca all’università di Bologna – dipartimento Storia Culture Civiltà, con la collaborazione di Simone Garagnani e Michele Silani, si soffermano su “La ricerca in scena: raccontare la città da Marzabotto a Pompei”. Presenta la serata Giuseppe Sassatelli, già docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Bologna.