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Archeologia in lutto. Si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi

Il prof. Lorenzo Quilici è morto a 88 anni (foto parco archeologico appia antica)

Archeologia in lutto. Il 13 agosto 2026 si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, “insigne archeologo e maestro della topografia antica”, lo ricorda il ministro della Cultura Alessandro Giuli. “Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua vita alla ricerca, contribuendo in maniera determinante agli studi archeologici e alla conoscenza dell’Italia antica. A Simone Quilici, Direttore del Parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene giungano le mie sentite condoglianze”. Era nato il 1° gennaio 1938. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi.

Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica, ha insegnato dal 1990 al 2010 nell’università di Bologna, dove è stato direttore dell’Istituto di Archeologia e coordinatore del dottorato in Topografia antica. Numerosi i progetti dei quali è stato responsabile scientifico, direttore di ricerca e coordinatore nazionale (progetti di rilevante interesse nazionale del ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica; progetto finalizzato Beni culturali del Consiglio nazionale delle Ricerche), volti allo studio e ricostruzione diacronica della forma del territorio e alla redazione di Carte archeologiche. Ricercatore del Consiglio nazionale delle Ricerche dal 1969 al 1990, ha svolto la propria attività prima nell’Istituto per gli Studi egeo anatolici, poi nel Centro di studio per l’Archeologia etrusco-italica. Ha condotto ricerche e studi storici, di topografia antica, di urbanistica e analisi di monumenti soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, nonché in Turchia e nell’isola di Cipro, in un arco cronologico che va dall’età del Bronzo al Rinascimento, ma precipuamente focalizzati al mondo italico e romano. Ha diretto scavi a Roma e nel Lazio, in Etruria, nel Molise, in Basilicata, in Calabria, a Cipro. Ha diretto e condotto studi, programmazioni e pianificato attività di restauro, tutela e valorizzazione di monumenti, di parchi archeologici, tra i quali in particolare quello della via Appia nella Valle di S. Andrea, tra Itri e Fondi. Ha organizzato o collaborato a numerose mostre e convegni, con ministeri e soprintendenze archeologiche, Regioni, Comunità Montane, Comuni, Istituzioni di urbanistica e di attività culturali.

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA. Il parco archeologico dell’Appia Antica ricorda Lorenzo Quilici. Topografo dell’Italia antica, professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante tematico di Topografia antica, nel 2020 insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Alla via Appia Lorenzo Quilici ha dedicato una parte essenziale del proprio lavoro. I suoi studi sul tracciato della Regina Viarum restano lo strumento di riferimento per chiunque se ne occupi: una base di conoscenza su cui si fondano ancora oggi la tutela, la ricerca e il racconto di questa strada. La sua vicinanza al Parco non è stata soltanto scientifica. Ha firmato un contributo nel catalogo di Patrimonium Appiae. Depositi emersi, la prima grande esposizione archeologica promossa dal Parco, e ha collaborato alla realizzazione della mostra immersiva Via Appia. La strada che ci ha insegnato a viaggiare, accompagnando con rigore e generosità il lavoro di chi oggi custodisce questi luoghi. Un abbraccio affettuoso a Stefania “Stefanella” Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, anche lei amica dell’Appia.

PARCO ARCHEOLOGICO DEL COLOSSEO. Il parco archeologico del Colosseo esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici, figura di primo piano dell’archeologia italiana e studioso che ha dedicato la propria attività alla conoscenza della topografia antica, della viabilità, degli insediamenti e della formazione storica dei territori. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, dove ha insegnato dal 1990 al 2010, Quilici aveva alle spalle una lunga esperienza di ricerca maturata anche presso il CNR. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei territori, le ricognizioni, il rilievo, l’indagine archeologica e una costante attenzione alle relazioni fra città, infrastrutture, paesaggio e ambiente. È soprattutto in questa capacità di leggere il territorio come documento storico che risiede uno dei tratti più importanti della sua eredità scientifica. A questa prospettiva ha contribuito in modo significativo anche il suo impegno nella ricerca territoriale e nella costruzione della documentazione archeologica. Le numerose indagini condotte insieme a Stefania Quilici Gigli hanno interessato diversi territori dell’Italia antica, dal Lazio alla Campania e all’Italia meridionale, affrontando temi che spaziano dalla viabilità alla pianificazione urbana, dalle fortificazioni ai santuari, dall’organizzazione delle campagne alla trasformazione del paesaggio. Fondamentale è stata inoltre la sua attività editoriale. Nel 1992 Lorenzo Quilici fondò e diresse l’Atlante tematico di Topografia antica, affiancato da Stefania Quilici Gigli: una collana divenuta negli anni un importante punto di riferimento per gli studi sulla forma delle città e dei territori dell’Italia antica. Accanto alla vasta produzione scientifica resta dunque il lascito di un metodo e, soprattutto, di uno sguardo capace di superare il singolo monumento per restituire all’archeologia la dimensione del territorio, delle relazioni e delle trasformazioni che lo hanno prodotto. Al nostro direttore Simone Quilici, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini nel lungo percorso umano e scientifico giunga la partecipazione del PArCo al dolore per la sua scomparsa.

PARCO DEGLI ACQUEDOTTI. Apprendiamo con dispiacere della scomparsa del prof. Lorenzo Quilici, uno dei maestri della topografia antica italiana e uno dei grandi studiosi del Suburbio romano e della Campagna Romana. Per il Parco degli Acquedotti il suo nome ha un significato particolare. Quilici ha studiato e documentato a lungo questo settore della città e molti dei luoghi che fanno parte della storia del nostro Parco. Nel 1974 pubblicò La Campagna Romana come suburbio di Roma antica e nel 1978 La Via Latina da Roma a Castel Savelli, ancora oggi un’opera fondamentale per conoscere la Via Latina e il territorio che attraversava. Nelle sue pagine ritroviamo Tor Fiscale, Campo Barbarico, le Vignacce, Roma Vecchia, gli acquedotti, le ville e i numerosi monumenti funerari della Via Latina. Ma ritroviamo anche una Campagna Romana molto diversa da quella attuale. Quilici ebbe infatti la possibilità di vedere, fotografare, rilevare e descrivere strutture che negli anni successivi furono trasformate o andarono definitivamente perdute. Per questo una parte della sua documentazione costituisce ormai una testimonianza insostituibile del paesaggio archeologico del nostro territorio. Due anni fa, in occasione del suo 86mo compleanno, avevamo voluto ricordarlo proprio attraverso La Via Latina da Roma a Castel Savelli. Avevamo pubblicato la fotografia di un sepolcro laterizio a due piani, tagliato dalla costruzione della ferrovia e oggi scomparso. Scrivevamo allora che le testimonianze lasciate dal Prof. Quilici sui monumenti del Parco erano «un tesoro immenso per riuscire a capire la ricchezza del territorio in cui ci troviamo». Oggi quelle parole acquistano per noi un significato ancora maggiore. Professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante Tematico di Topografia Antica, Quilici ha dedicato la propria vita allo studio delle città, delle strade e dei territori dell’Italia antica. Fondamentali sono stati anche i suoi studi sulla Via Appia, ai quali devono ancora fare riferimento quanti si occupano della Regina Viarum. Nel 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo aveva insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Una lunga vita di studio e di ricerca condivisa con la Prof.ssa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di lavoro, alla quale, insieme alla famiglia, agli allievi e a quanti gli sono stati vicini, rivolgiamo le nostre più sentite condoglianze. Il Parco degli Acquedotti perde uno dei suoi grandi studiosi. Grazie, Professore, per quello che ci ha lasciato.

CONFEDERAZIONE ITALIANA ARCHEOLOGI Con la scomparsa di Lorenzo Quilici, l’archeologia italiana e la topografia antica perdono uno dei loro interpreti più rigorosi, appassionati e illuminati. Prima ricercatore al CNR, poi professore ordinario di Topografia antica all’università di Bologna, Lorenzo Quilici è stato uno studioso instancabile. Non si contano i centri dell’Italia antica debitori del suo lavoro, così come vanno ricordati il suo profondo interesse per le vie consolari, a partire dalla sua amata Appia, gli studi minuziosi sul Latium Vetus, su Geronium e Cipro oltre a quelli dedicati alle monumentali fortificazioni in opera poligonale dell’Italia centrale. Con l’ideazione dell’Atlante Tematico di Topografia Antica e Orizzonti, condivise con la moglie e compagna di vita Stefania Quilici Gigli, ha consegnato a generazioni di studiosi degli strumenti scientifici imprescindibili. Ci piace ricordare che, secondo lui, non esiste «rischio archeologico»: semmai esiste la «fortuna archeologica» di scoprire un nuovo sito. Lorenzo lascia un ricordo indelebile e generazioni di studenti che si sono appassionati al mondo antico grazie a lui. Era un vero luminare, eppure la sua straordinaria caratura scientifica non metteva mai in ombra la gentilezza, la passione e quella simpatia che trasparivano in ogni gesto. Un uomo di rara umanità.

Il visto si stampi dei direttori Lorenzo e Stefania Quilici all’Atlante Tematico di Topografia Antica N. 34, 2024 (foto l’erma di bretschneider)

L’ERMA DI BRETSCHNEIDER. Tutta L’Erma è profondamente addolorata per la scomparsa di Lorenzo Quilici, archeologo e tra i massimi studiosi della topografia antica italiana degli ultimi cinquant’anni. Professore di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la vita alla ricostruzione dei paesaggi e delle città del mondo romano, fondando insieme a Stefania Quilici Gigli la rivista Atlante Tematico di Topografia Antica, da lui diretta fin dal 1990 e pubblicata da L’Erma di Bretschneider. Condividiamo un ricordo personale del nostro editore Roberto Marcucci: “La prima volta che ho visto e conosciuto Lorenzo Quilici e Stefania Gigli (forse non ancora sposati) è stata nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Etruschi. Ero lì per incontrare Massimo Pallottino. Era intorno al 1990, forse prima. Entrando, li ho visti entrambi vicini e assorti nell’esaminare alcuni documenti. Dal loro atteggiamento ho colto una forte vicinanza e un interesse comune. Nel 1990 abbiamo iniziato a collaborare con la collana/rivista Atlante Tematico di Topografia Antica e i Supplementi ATTA. Una collaborazione professionale sempre amichevole e coinvolgente. Lorenzo è stato per molti anni anche membro della Giuria Scientifica del Premio L’Erma di Bretschneider, seguendo con rigore e generosità il lavoro dei giovani ricercatori e mettendo sempre la sua esperienza al servizio di chi iniziava. Ricordo con affetto le cene a casa sua e di Stefania, nella loro bella casa con giardino, sempre piacevolmente coinvolgenti e interessanti. Lorenzo amava mangiare e bere con gli amici, e poi, nel periodo natalizio, con orgoglio ci mostrava il suo presepe, tutto lavorato e costruito a mano: bellissimo, con una varietà di personaggi e paesaggi. Se ne va uno studioso straordinario. Ma io perdo soprattutto un amico. Mi mancherà l’amico. Un abbraccio forte a Stefania, in questo momento di dolore”.

MUSEO NAZIONALE ROMANO. Anche il museo nazionale Romano ricorda Lorenzo Quilici e si stringe nel cordoglio attorno alla famiglia, in particolare alla moglie, la Professoressa Stefanella Quilici Gigli, e al nipote Simone Quilici. Per molti anni ricercatore al CNR e in seguito professore ordinario di Topografia dell’Italia antica presso l’università di Bologna, dove è stato anche Direttore dell’Istituto di Archeologia, Lorenzo Quilici è stato tra i massimi studiosi della topografia antica italiana. La sua attività scientifica, le sue ricerche e il suo insegnamento hanno lasciato un segno indelebile nello studio e nella conoscenza del territorio e hanno contribuito alla formazione di generazioni di archeologi. Di lui ricorderemo sempre il rigore scientifico ma anche la simpatia e la gentilezza.

MUSEI ITALIANI. Ci ha lasciato oggi a Roma il prof. Lorenzo Quilici, tra i più autorevoli archeologi italiani e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua attività alla conoscenza dell’Italia antica attraverso lo studio dei territori, della viabilità, delle città e dei paesaggi, con particolare attenzione alla Via Appia e all’Italia centro-meridionale. Professore all’università di Bologna e già ricercatore del CNR, ha lasciato una vastissima produzione scientifica e un metodo di ricerca fondato sulla conoscenza diretta dei luoghi, sul rigore dell’analisi e sull’attenzione alla tutela del patrimonio. Alla prof.ssa Stefanella Quilici Gigli, a Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini giunge il cordoglio della comunità dei Musei italiani.

L’archeologo Lorenzo Quilici (foto drm-basilicata)

DIREZIONE REGIONALE MUSEI NAZIONALI DELLA BASILICATA. I Musei nazionali di Matera – direzione regionale Musei nazionali di Basilicata partecipano commossi al dolore per la perdita del professore Lorenzo Quilici. Archeologo e insigne studioso, maestro indiscusso della Topografia dell’Italia antica, fu ricercatore del CNR e poi professore ordinario all’Alma Mater Studiorum – università di Bologna. Fin dagli anni ’60 si occupò di studi e ricerche in Basilicata, regione che aveva particolarmente a cuore, attraverso indagini e ricognizioni sul territorio che hanno portato all’edizione del volume “Siris-Heraklea” nella collana della Forma Italiae. A cavallo tra gli anni ’90 e 2000 coordinò e diresse, insieme alla sua compagna di vita e di studi, Stefania Quilici Gigli, il progetto “Carta archeologica della Valle del Sinni”, edito all’interno della collana da lui ideata “Atlante Tematico di Topografia Antica”. Numerosi i suoi progetti di ricerca in Basilicata, come quello a Valsinni – Monte Coppola, sempre finalizzati a ricostruire l’assetto del territorio nelle diverse epoche. Rilevanti anche i suoi lavori volti alla valorizzazione della Via Appia, per la cui tutela cui ha dedicato un profondo impegno non solo scientifico. L’insegnamento alla tutela del paesaggio archeologico e alla lettura delle tracce antiche nelle persistenze attuali resta vivo nei suoi numerosissimi allievi. Un abbraccio a Stefanella Quilici Gigli e ai familiari.

Ricordo del prof. Lorenzo Quilici della Sabap per la città metropolitana di Bari

SOPRINTENDENZA APAB PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI BARI. Oggi l’archeologia italiana perde Lorenzo Quilici, maestro della topografia antica, che ha insegnato a generazioni di archeologi a leggere le tracce del passato nella complessità dei territori e dei paesaggi. All’Appia dedicò una parte fondamentale della sua ricerca, definendone la costruzione “un’impresa di Civiltà”. Nel suo sguardo la strada non era mai soltanto un tracciato, ma una trama di città, insediamenti, monumenti e paesaggi, legati dal cammino degli uomini. Scriveva che l’Appia “venne a percorrere tutta l’Italia antica, allacciando il mare Tirreno all’opposto mare”. In quelle parole ritroviamo anche la nostra Puglia: una terra attraversata dalla 𝘙𝘦𝘨𝘪𝘯𝘢 𝘝𝘪𝘢𝘳𝘶𝘮 fino a Brindisi, dove il lungo viaggio dell’Appia incontrava l’Adriatico e l’orizzonte si allargava al Mediterraneo, ai suoi approdi e alle culture che per secoli lo hanno attraversato e unito. Ci resta impresso il suo modo di guardare il territorio: leggere le tracce, riconoscere le relazioni, comprendere nel paesaggio il lungo intreccio tra uomini, luoghi e culture. Un orizzonte di ricerca che continuerà ad accompagnare chi quei territori li studia, li tutela e li racconta. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia.

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA. Il Parco si unisce nel cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici. “Non ho davvero parole per esprimere tutta la mia tristezza e il mio dolore per la perdita di Lorenzo Quilici”, scrive il direttore del Parco, Alessandro D’Alessio. “Semplicemente, con lui scompare una parte enorme e insostituibile della nostra Disciplina. Smisurato, profondissimo e parimenti umano il suo lascito. A Stefanella le mie e nostre più sincere, sentite e addolorate condoglianze”.

Il prof. Lorenzo Quilici, maestro della Topografia antica (foto archeologia aerea)

ARCHEOLOGIA AEREA / PROGETTO VIA TRAIANA / LABTAF UNISALENTO / AQUINUM. “Stamattina ci ha lasciato Lorenzo Quilici, uno dei grandi Maestri dell’Archeologia e della Topografia antica italiana”, scrive Giuseppe Ceraudo. “È difficile per me ricordarlo soltanto attraverso i suoi tanti meriti scientifici, perché appartiene profondamente anche alla mia storia personale e alla mia formazione di archeologo e topografo. Lorenzo Quilici ha rappresentato per oltre mezzo secolo una delle espressioni più alte di quella Scuola romana di Topografia antica nella quale anch’io ho avuto la fortuna di formarmi e della quale ho sempre sentito forte l’eredità e il senso di appartenenza. Ha dedicato la sua vita allo studio della città, del territorio, della viabilità e dell’architettura del mondo antico. Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo conservano il segno delle sue ricerche. I suoi libri, le riviste e le collane che ha fondato, i tanti progetti che ha promosso hanno contribuito in maniera determinante alla crescita della nostra disciplina e hanno formato generazioni di archeologi. Ma ciò che oggi sento soprattutto il bisogno di ricordare è il Maestro. Rigoroso ed essenziale, elegante nei modi come nella scrittura, sapeva unire alla grande autorevolezza scientifica una rara liberalità intellettuale. Non aveva bisogno di far pesare il proprio sapere: lo metteva a disposizione. Amava il confronto, era curioso delle nuove ricerche, ascoltava, discuteva e soprattutto sapeva dare spazio agli altri e ai più giovani. È una qualità che ho sempre profondamente apprezzato in lui e che considero uno dei suoi insegnamenti più preziosi. In Lorenzo ho sempre riconosciuto una concezione dell’archeologia nella quale mi sono sentito profondamente a casa: quella di una disciplina che parte dal terreno, dalla conoscenza diretta dei luoghi e dalla capacità di leggere il paesaggio nella sua complessità; un’archeologia nella quale ricerca, tutela e valorizzazione non possono essere separate, perché appartengono alla medesima responsabilità nei confronti del patrimonio e della collettività. Per questo la sua scomparsa mi addolora profondamente. Con Lorenzo se ne va un protagonista dell’archeologia italiana e uno degli ultimi grandi rappresentanti di una stagione straordinaria della Topografia antica. Ma per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere con lui studi, incontri, discussioni e momenti di vita accademica, se ne va soprattutto un Caposcuola e un punto di riferimento. Rimangono i suoi libri e le sue ricerche. Rimangono le riviste, le collane e i progetti che ha creato. Rimane una scuola di studi alla quale ha dato moltissimo. E rimane, soprattutto, ciò che ha trasmesso alle tante generazioni di archeologi che hanno avuto il privilegio di incontrarlo lungo il proprio cammino. In questo momento così doloroso il mio pensiero e il mio affetto vanno a Stefanella, a Simone e a tutta la sua famiglia. Grazie Professor Quilici. Grazie Lorenzo, per quello che ci hai insegnato e per essere stato Maestro”.

Il prof. Lorenzo Quilici si è spento a 88 anni (foto ic-vepp)

ISTITUTO CENTRALE PER LA VALORIZZAZIONE ECONOMICA E LA PROMOZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE (IC-VEPP). Qualche ora fa ci ha lasciato il professor Lorenzo Quilici, decano dell’archeologia italiana e maestro per generazioni di archeologi classici. Allievo di Ferdinando Castagnoli, ha dedicato la sua vita alla topografia e all’architettura del mondo antico, lasciando opere scientifiche fondamentali e contribuendo in modo considerevole al progresso delle scienze archeologiche con la fondazione di riviste e collane. Elegante ed essenziale nei modi, ha rappresentato il meglio della Scuola romana di topografia tra la metà del secolo scorso e i primi decenni di quello attuale, promuovendo sempre, con innata liberalità, lo scambio, il confronto e la collaborazione intergenerazionale tra colleghi italiani e stranieri. Resta fondamentale il suo costante impegno civile per la tutela e la divulgazione, nello spirito disinteressato ed esemplare del servitore dello Stato. Da molti suoi lavori su Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo, sono nati progetti di conoscenza, tutela e valorizzazione, che ancora testimoniano la perenne vitalità dei suoi insegnamenti. Il ministero della Cultura e il dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale si stringono attorno alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al nipote Simone Quilici e a tutta la famiglia. Grazie professore, per esserci stato Maestro”.

SOPRINTENDENZA ABAP PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI VENEZIA. La Soprintendenza apprende con profondo dispiacere la notizia della scomparsa di Lorenzo Quilici, uno dei grandi maestri della topografia antica italiana. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la sua vita allo studio delle città, delle strade e dei paesaggi del mondo romano. Attraverso le ricerche sul campo, le pubblicazioni e l’insegnamento ha formato generazioni di archeologhe e archeologi, trasmettendo un modo rigoroso e insieme concreto di leggere il territorio. Alla straordinaria autorevolezza scientifica univa una grande umanità, qualità preziosa e mai scontata nelle figure di così alto profilo accademico. Per tutti noi che oggi studiamo e tuteliamo le antiche vie di comunicazione nel territorio tra Padova, Altino e Concordia, il suo lavoro continua a essere un riferimento imprescindibile. Non possiamo osservare i tracciati della viabilità romana, i ponti, i rilevati e i segni spesso fragili che ancora sopravvivono nel paesaggio senza ricordare i suoi insegnamenti. Con Lorenzo Quilici l’archeologia italiana perde un grande studioso e un maestro. Rimane la sua lezione: guardare il territorio con attenzione, ricomporne le tracce e trasformare la conoscenza in uno strumento concreto di tutela. La Soprintendenza si unisce al cordoglio del mondo dell’archeologia ed esprime la propria vicinanza alla famiglia, ai suoi allievi e a quanti hanno condiviso con lui il percorso umano e scientifico.

Il prof. Lorenzo Quilici (foto sabap caserta-benevento)

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER LE PROVINCE DI CASERTA E BENEVENTO. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento apprende con profondo cordoglio la scomparsa del professor Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, Lorenzo Quilici ha lasciato un segno profondo nella ricerca archeologica italiana e nella conoscenza dei territori antichi. Il suo lungo percorso scientifico ha incontrato da vicino anche la Campania settentrionale e la Terra di Lavoro, attraverso gli studi dedicati a Cales, a Capua e alla Via Appia e il costante dialogo con l’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Un rapporto con il nostro territorio costruito attraverso la ricerca, l’insegnamento e la condivisione della conoscenza, che costituisce oggi una parte importante della sua eredità scientifica. Alla professoressa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, a Simone Quilici e a tutta la famiglia, il soprintendente e il personale della soprintendenza esprimono la più sentita vicinanza e le sincere condoglianze. Il suo insegnamento e il suo metodo continueranno a vivere negli studi e nei paesaggi che ha contribuito a conoscere e a raccontare.

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER L’ETRURIA MERIDIONALE. Ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico e del nostro Ministero per la scomparsa di Lorenzo Quilici, pilastro della Topografia antica e dello studio a tutto tondo dei territori. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei luoghi, le ricognizioni, il rilievo, la ricerca archeologica, l’editoria e una costante attenzione alle relazioni fra città e paesaggio. Alla Tuscia e l’agro falisco, insieme a Stefania Quilici Gigli, ha apportato un approccio pionieristico con contributi alla viabilità secondaria, alle infrastrutture, all’analisi del rapporto tra opere dell’uomo e contesto. Di lui resta un grande patrimonio d’eredità, soprattutto nel metodo, capace di abbandonare l’analisi del singolo fenomeno per abbracciare una conoscenza ampia e interconnessa.

PARCHI ARCHEOLOGICI DI CROTONE E SIBARI. Se n’è andato il prof. Lorenzo Quilici, maestro di topografia antica per generazioni di archeologi. Ricordiamo i suoi studi su Kroton e sulla piana di Sibari, che hanno posto le basi scientifiche della ricerca contemporanea. Lo ricordiamo, grati per tutto quel che ci ha insegnato.

Roberto Pietraggi. Anche Lorenzo Quilici ci ha lasciato. La sua vita è stata spesa alla ricerca della verità, per ricostruire la storia dei nostri Antichi Antenati. Non è stata, dunque, vissuta invano. Condoglianze a Stefanella, ai familiari, agli amici e a tutti quelli che lo hanno conosciuto e che lo ricordano con stima, con rispetto, con affetto.

Giuseppina Renda. Sono affranta… caro professore

Francesca Romana Paolillo. Nel ricordo profondamente grato del professor Lorenzo Quilici, maestro e studioso insigne, punto di riferimento imprescindibile nella formazione di tanti di noi, esprimo la mia più sincera vicinanza alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al Direttore Simone Quilici e a tutta la famiglia.

Valentino Nizzo. Ho amato questo libro al punto da volerne avere due copie, da leggere col sottofondo del meraviglioso sceneggiato RAI coevo sull’Eneide. Ho ammirato sempre il suo approccio e la straordinaria capacità di farsi promotore con l’amata Stefanella di imprese che avrebbero spaventato chiunque, salvo forse qualche antichista tedesco dell’Ottocento. L’ho solo sfiorato qualche volta. Con l’emozione di vedersi materializzare un mito per molti della mia generazione. Temo che gli studenti di oggi non abbiano riferimenti di analogo livello.

Rita Paris. Lorenzo Quilici non c’è più. Le stelle cadenti dell’ultima estate se lo sono portato via. Ci mancherà molto ma ci lascia anche una grande eredità.

Il prof. Lorenzo Quilici con Francesco Rinaldi (foto profilo FB francesco rinaldi)

Francesco Rinaldi. Trent’anni fa ho avuto la fortuna di conoscere il professore Lorenzo Quilici, incontro che ha influito non poco sulla mia vita. Partecipai da studente d’archeologia “aggregato” poiché non ero né studente dell’università di Bologna, né di Santa Maria Capua Vetere, ma un valsinnese, studente dell’università della Basilicata, che partecipava alla realizzazione della Carta Archeologica della Valle del Sinni. Fu un’esperienza bellissima dove alla formazione di un giovane studente in una vera e propria missione archeologica si aggiunse la conoscenza di tante bellissime persone e di mia moglie. L’amato professore Quilici non perdeva occasione di raccontare pubblicamente, solo come lui sapeva fare, che uno dei risultati della Carta archeologica, oltre ai 10 volumi, era anche il mio matrimonio. Mi mancherà la sua ironia, la sua capacità di inventare storie, le nostre lunghe ricognizioni per la Valle del Sinni dove, dalla sua borsa di cuoio, estraeva il taccuino e la matita e, come un grande pittore paesaggista, schizzava ciò che vedeva, oppure tirava fuori un biscotto per i cani randagi o addirittura prendeva una vecchia camicia e realizzava uno spaventapasseri. Quando ero ragazzo e mi avvicinavo all’archeologia i vecchi pastori e contadini lucani mi raccontavano di un ragazzo che negli anni sessanta andava in giro per i monti a cercare “antiche città”; quel ragazzo era il professore Quilici che di lì a poco pubblicava, nel 1967, Siris-Heraclea, un volume illuminante su uno dei territori più importanti della Basilicata. Insieme a Dinu Adamesteanu penso che il professore sia stato uno degli archeologi più importanti per l’archeologia non solo lucana e un topografo come non se ne vedranno più. Grazie Professore.

Paolo Liverani. Tristissima notizia, ha segnato profondamente gli studi topografici, se ne va un pezzo della nostra storia, non è facile rimanere all’altezza. Senza contare la straordinaria carica umana.

Il prof. Lorenzo Quilici con Paolo Storchi (foto profilo FB paolo storchi)

Paolo Storchi. È difficile esprimere il senso di smarrimento che ti assale quando perdi il tuo Maestro e l’Autore. È ancora più forte quando questi è Lorenzo Quilici: un luminare è dire poco, eppure incredibilmente umano. Ha ammaliato non so quanti studenti con il suo sapere sconfinato, che dispensava fra una diapositiva e l’altra, alternando descrizioni raffinatissime di ponti e viadotti romani a episodi della sua vita, alle incredibili avventure a Cipro, o all’ interpretazione di riti ancestrali con fave che volavano fuori dalle aule insieme a formule latine arcaiche. Fra i pochi giorni davvero memorabili della vita, io annovero sempre quel pomeriggio di luglio 2007 in cui andai a visitare l’Appia alle gole di Itri. Dopo i racconti del prof riguardo quella strada così perfetta, sulla natura rigogliosa della zona, con ancora nelle orecchie le storie dei briganti che infestavano il territorio e del demonio costruttore di ponti… come potevo non andarci? Ebbene, appena arrivato, vidi sull’Appia antica un signore chino con il metro a stecca in mano che misurava i basoli nel caldo infernale. Era proprio lui! Un caso incredibile. Un segno quasi, pensavo. C’è un risvolto ancora più buffo in questa storia, ma quello lo serbo per me, e lo racconterò solo davanti a una birra. Ricorderò sempre le gite a Roma, quando a oltre settant’anni pareva un uomo bionico e noi poveri ventenni arrancavamo… O quella carpetta rossa nell’armadio davanti al suo ufficio che riportava la dicitura “DOCUMENTI SEGRETISSIMI” (In realtà erano le dispense, ma voleva usare la psicologia inversa per incuriosire tutti!). Una persona meravigliosa. Mi raccontò che Castagnoli gli diceva che d’estate poteva tranquillamente andare al mare: tanto era certo che persino sul lettino avrebbe continuato a pensare alla Topografia Antica. “E tu sei come me!”, mi disse. Credo che ci sia molto di lui nel modo in cui scrivo e in come sono diventato. Gli sarò sempre debitore. Tutti i miei colloqui pre-tesi si concludevano con la formula “Cerchi, cerchi. Scriva, scriva!”. Ne ho fatto un mantra. E adesso mi ci butto, che è meglio non pensare. Da oggi viviamo tutti in un mondo un po’ più triste.

Claudio Calastri. Mentre passeggio per le vie assolate di Benevento fotografando spolia di età romana nei muri della città medievale e rinascimentale, mi raggiunge la notizia della morte di Lorenzo Quilici. Il pensiero va a trent’anni esatti fa, l’estate della mia tesi, di cui Quilici fu correlatore. In quei mesi imparai a fondere insieme l’approccio “padano” alla topografia antica, quello del mio relatore Pier Luigi Dall’Aglio, con quello “centro-italico” di Quilici. La mia storia di ricerca post lauream mi ha di fatto portato ad approfondire e fare mio il secondo, plasmando il mio sguardo e la mia visione delle tracce dell’antico fra i monti della Basilicata, nella valle del Sinni, e in Campania, con Stefanella Gigli. Scompare un maestro, un gentleman, un grande archeologo. Porto nel cuore i paesaggi della Lucania esplorati con lui, in un’indimenticabile stagione di formazione umana e scientifica, e abbraccio con affetto Stefanella Gigli.

Roma. Allo Spazio Gangemi presentazione del libro “Lettere d’amore dalla via Appia” curato da Rita Paris

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Copertina del libro “Lettere d’amore dalla via Appia” a cura di Rita Paris (Gangemi editore)

Giovedì 23 gennaio 2025, alle 16.30, nella sala mostre & convegni di Spazio Gangemi, in via Giulia 142 a Roma, presentazione del libro “Lettere d’amore dalla via Appia” curato da Rita Paris ed edito da Gangemi Editori che ripercorre la storia del misterioso carteggio d’amore custodito a lungo dall’Appia Antica e oggi esposto nel Casale di Santa Maria Nova. Le lettere, ritrovate fortuitamente nel 1999 all’interno di tubuli di piombo ai piedi del cosiddetto Sepolcro Dorico, ci hanno consegnato un racconto emozionante: la storia d’amore tra Ugo e Letizia, un rapporto appassionato e clandestino affidato alla memoria dell’Appia alla fine degli anni ’20 (vedi Libri sotto l’albero. È uscito il libro “Lettere d’amore dalla Via Appia” di Rita Paris (Gangemi editore), che ha integralmente trascritto il contenuto dell’intero carteggio | archeologiavocidalpassato). Nel corso dell’evento verrà trattata la storia del curioso rinvenimento e dello studio storico che ne è seguito. Interverranno: Mariarosaria Barbera, già dirigente Mibact e della soprintendenza Archeologica di Roma; Simone Quilici, direttore del parco archeologico dell’Appia Antica; e Rita Paris, curatrice del volume.

Libri sotto l’albero. È uscito il libro “Lettere d’amore dalla Via Appia” di Rita Paris (Gangemi editore), che ha integralmente trascritto il contenuto dell’intero carteggio

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Copertina del libro “Lettere d’amore dalla Via Appia” di Rita Paris (Gangemi editore)

È uscito il libro “Lettere d’amore dalla Via Appia” di Rita Paris (Gangemi editore), che ha integralmente trascritto il contenuto dell’intero carteggio, accompagnandolo con accurate ricerche d’archivio e utili inquadramenti storici. “Se potesse misurare la dolce commozione, l’incanto, la bellezza dell’istante in cui le mie mani stringono i suoi scritti, in cui il mio cuore si prepara, con indicibile ansia, ad ascoltare le sue più desiderate parole…” Le lettere sono state trovate sulla Via Appia nel corso di lavori di scavo e restauro di uno dei monumenti funerari che fiancheggiano la strada, secondo le sistemazioni realizzate durante il governo pontificio. Si tratta di una storia d’amore sublime vissuta con sentimento intenso e tormentato, tra il 1926 e il 1928, che possiamo ricostruire attraverso le lettere del personaggio maschile, perfettamente conservate. La cura del protagonista per questo scambio epistolare e soprattutto la scelta del posto a cui consegnarne la conservazione, aggiungono un interesse speciale a questi documenti poiché la Via Appia è stata percepita come luogo dell’anima a cui affidare qualcosa di molto caro con la certezza che non sarebbe stato perso per sempre. Le lettere sono state trascritte con cura e le ricerche negli archivi hanno fornito elementi concreti alla conoscenza della storia. Non si tratta di un romanzo, ma di un racconto onesto, rispettoso e doveroso nei confronti della attenzione suscitata da questa scoperta e, forse, anche del personaggio.

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L’archeologa Rita Paris (foto parco appia antica)

Rita Paris, archeologa, presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, è stata direttore del parco archeologico dell’Appia Antica da marzo 2017 a dicembre 2018. Ha curato scavi, restauri, nuove acquisizioni per il recupero del patrimonio culturale dell’Appia e ha aperto al pubblico monumenti e siti tra i quali la Villa dei Quintili. Ha diretto la sede del museo nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, curando nuovi allestimenti e mostre temporanee. Curatrice di cataloghi, monografie e articoli, in particolare sulle collezioni del museo e monumenti e scoperte dell’Appia, ha partecipato a conferenze e convegni in Italia e all’estero su diversi temi e sulla tutela archeologica.

Roma. Per il ciclo di conferenze “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio Culturale” dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte (INASA) presentazione del libro “Archeologia e potere. L’altra faccia della propaganda. Dialoghi intorno alla catastrofe pompeiana (2014-2020 d.C.)” a cura di Helga Di Giuseppe

roma_inasa_the-clash_libro-archeologia-e-potere_presentazione_locandinaAll’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’arte (INASA) di Roma nuovo incontro del ciclo “The Clash 2024”, discussioni sul Patrimonio culturale. Appuntamento martedì 21 maggio 2024, alle 16.30, nella sede dell’INASA, in piazza San Marco 49 a Roma, per la presentazione del libro “Archeologia e potere. L’altra faccia della propaganda. Dialoghi intorno alla catastrofe pompeiana (2014-2020 d.C.)” a cura di Helga Di Giuseppe. Gino Famiglietti e Maria Luisa Nava dialogano con gli autori Margherita Corrado, Manlio Lilli, Carlo Pavolini, Luigi Malnati, Rita Paris, Carmelina Ariosto, Alessio De Cristofaro, Mariella Vitale, Gemma Guerrini, Marco Di Branco, Filippo Coarelli, Marina De Franceschini, Helga Di Giuseppe. Modera Massimo Pomponi. L’incontro può essere seguito in streaming sulla piattaforma Zoom al link https://us02web.zoom.us/j/82005228436… ID riunione: 820 0522 8436 Codice d’accesso: 729513.

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Copertina del libro “Archeologia e potere” a cura di Helga Di Giuseppe

Archeologia e potere. “Un’immersione perigliosa nella Grande Bellezza tra commedia dell’arte, cavalieri sanza armatura, sanza paura, sanza calzari, sanza denari, resistenze, sconfitte, messe al bando, codici bavaglio, estorsioni, cacciate dal paradiso, pizze e altre prossimità, propaganda mediatica e politica, albizucche e zucocche, sonni che generano mostre. Vi condurremo in un vero e proprio girone dantesco dei beni culturali, ricco di sorprese e colpi di scena. Il pianto e il riso sono assicurati … ancora una volta!”.

 

Roma. Per il ciclo di conferenze “The Clash. Libri e discussioni sul Patrimonio Culturale” dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte (INASA) presentazione del libro “Quale valorizzazione” di Carlo Pavolini (Robin)

roma_inasa_libro-quale-valorizzazione_di-pavolini_locandinaAll’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’arte (INASA) di Roma nuovo incontro del ciclo “The Clash 2024”, discussioni sul Patrimonio culturale. Appuntamento martedì 19 marzo 2024, alle 16.30, nella sede dell’INASA, in piazza San Marco 49 a Roma, per la presentazione del libro “Quale valorizzazione” di Carlo Pavolini. Intervengono Alessio De Cristofaro, Luigi Malnati, Daniele Manacorda, Rita Paris. L’incontro può essere seguito in streaming sulla piattaforma Zoom al link https://us02web.zoom.us/j/87402006597….

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Copertina del libro “Quale valorizzazione” di Carlo Pavolini (Robin)

Quale valorizzazione. Durante il decennio passato, il patrimonio archeologico, artistico e monumentale italiano è stato investito da radicali trasformazioni sia dal punto di vista dell’assetto amministrativo-organizzativo, sia per quanto riguarda l’approccio culturale con cui la politica affronta i temi legati alla nostra eredità storica. Questo libro, analizzando situazioni ed episodi attuali, mira a comprendere se l’Italia odierna sia davvero interessata a valorizzare il nostro patrimonio con l’obiettivo di accrescere lo spirito critico e le conoscenze di italiani e non; oppure se la promozione della cultura nazionale abbia come unico scopo quello di monetizzare il bene.

Riforma Franceschini: nominati i dieci nuovi direttori di musei e parchi archeologici. Sono italiani, archeologi e storici dell’arte, con esperienza internazionale

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Archeologi e storici dell’arte chiamati per la Riforma Franceschini dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, con Lorenzo Casini (ordinario di diritto amministrativo della Scuola IMT Alti studi di Lucca), Keith Christiansen (storico dell’arte e curatore capo del Department of Eurepean Paintings del Metropolitan Museum of Art di New York), Claudia Ferrazzi (consigliere di Amministrazione del Louvre-Lens) e Michel Gras (archeologo e direttore di ricerca del Centre national de la recherche scientifique di Parigi): con la selezione internazionale per i direttori dei 10 grandi musei e parchi archeologici italiani si è infatti conclusa la seconda fase della riforma, che ha interessato il museo Nazionale romano, il complesso monumentale della Pilotta a Parma, il museo della Civiltà di Roma, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il museo storico e il parco del Castello di Miramare a Trieste, il parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli, il parco archeologico dell’Appia antica a Roma, il parco archeologico di Ercolano a Napoli, il parco archeologico di Ostia antica a Roma, Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli. Due dei 10 nuovi direttori rientrano in Italia dopo un’esperienza professionale all’estero: si tratta di Andreina Contessa, scelta per il Castello di Miramare di Trieste, che arriva dal Nahon Museum of Italian Jewish Art di Gerusalemme, e Simone Verde scelto per dirigere la Pilotta a Parma, che viene dal Louvre di Abu Dhabi. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Mibact. “Con queste 10 nomine di grande levatura scientifica”, interviene il ministro Franceschini, “sono state riconosciute le eccellenze italiane, con particolare riferimento all’archeologia e alla storia dell’arte. La commissione ha fatto un grande lavoro e ha offerto al direttore generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilità di scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono italiani con elevata professionalità nella direzione del patrimonio culturale, con alcuni che tornano nel nostro Paese dopo importanti esperienze all’estero”. Il ministro ha scelto il direttore del museo nazionale Romano, mentre il dg Soragni ha scelto i direttori degli altri 9 musei e parchi archeologici. Vediamo le dieci schede.

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

MUSEO NAZIONALE ROMANO (ROMA): Daniela Porro, storica dell’arte. Entrata nel 1985 al Mibact dove dal 2009 è dirigente storico dell’arte. Dal 2012 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale per il Patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Roma. Dal 2015 è segretario regionale del Lazio. È considerata tra i dirigenti più esperti nel settore museale.

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

COMPLESSO MONUMENTALE DELLA PILOTTA (PARMA): Simone Verde, storico dell’arte. Dal 2014 è responsabile della ricerca scientifica e della produzione editoriale del Louvre-Abu Dhabi negli Emirati Arabi, dove ha anche coordinato l’equipe scientifica dell’Agence France-Muséums. Curatore di mostre e docente, è autore di noti saggi nel settore del patrimonio culturale.

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

MUSEO DELLE CIVILTÀ (ROMA): Filippo Maria Gambari, archeologo. Dirigente dal 2009 del Mibact dove è entrato nel 1979. Soprintendente per i beni archeologici dell’Emilia Romagna dal 2010 al 2014, della Lombardia dal 2014 al 2016, e poi della Sardegna. Archeologo con una vasta esperienza sul campo e dall’alto profilo scientifico.

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA (ROMA): Valentino Nizzo, archeologo. Dottore di ricerca in Archeologia, dal 2010 funzionario archeologo della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna. Ha all’attivo numerose attività di scavo e ricognizione archeologica antecedenti all’ingresso nel Mibact. Autore di diverse pubblicazioni.

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

MUSEO STORICO E PARCO DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TRIESTE): Andreina Contessa, storica dell’arte e curatrice museale. Dal 2009 è direttore del Nahon Museum of Italian Jewish Art a Gerusalemme. Dal 1994 ha insegnato storia dell’arte in Europa e negli Stati Uniti. Autrice di numerose pubblicazioni, ha curato diverse mostre, realizzando direttamente anche documentari e altri prodotti multimediali.

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

PARCO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI: Adele Campanelli, archeologo. Dirigente archeologo Mibact dove è entrata nel 1980. Soprintendente per i Beni archeologici delle Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta dal 2010 al 2014. Dal 2015 al 2016 è stata soprintendente Archeologia della Campania e, poi, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio dal 2016. Vanta una lunga esperienza sia nella tutela del territorio, sia nella gestione e nella direzione di istituti e luoghi della cultura.

Rita Paris, neo direttore del parco dell'Appia antica

Rita Paris, neo direttore del parco dell’Appia antica

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA: Rita Paris, archeologo. Funzionaria del Mibact dal 1983. Responsabile dei monumenti e delle aree archeologiche dell’Appia antica dal 1996, cura, dal 2006, anche l’Archivio Cederna. È studiosa molto apprezzata in Italia e all’estero.

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

PARCO ARCHEOLOGICO DI ERCOLANO: Francesco Sirano, archeologo. Funzionario Mibact dal 1999, ha maturato importanti esperienze nella gestione e nella tutela delle aree archeologiche della Campania. Autore di numerose pubblicazioni, è abilitato all’insegnamento come professore universitario in Italia e in Francia.

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA: Fabrizio Delussu, archeologo. Direttore e curatore del museo Archeologico di Dorgali, in Sardegna, dal 2012 al 2016. Docente e ricercatore all’università di Sassari dal 1998, vanta una decennale esperienza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, con specifico riguardo alla archeologia.

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

VILLA ADRIANA E VILLA D’ESTE (TIVOLI): Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte. È stato direttore artistico di ArtVerona e di BJCEM 2015, la biennale di giovani creativi dell’Europa (Milano 2015). Ha all’attivo numerosi progetti curatoriali e numerose pubblicazioni su riviste di settore.

Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del "Gladiatore che uccide il leone" in un'incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del “Gladiatore che uccide il leone” in un’incisione della seicentesca Collezione Giustiniani

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Palazzo Massimo a Roma, sede del museo nazionale Romano

Per la prima volta dopo 50 anni tornano insieme due dei tre pezzi del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971: sono la testa del leone, preso, ma ruggente. E il busto dell’atleta pronto a colpirlo a morte. Testa di leone e busto dell’atleta sono le star indiscusse della mostra “Archaelogy and Me – Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea”, aperta al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma fino al 23 aprile 2017. Che cos’è l’archeologia? Come viene percepita dai cittadini europei? Quale ruolo ha nella società contemporanea? Sono le domande alle quali risponde la mostra a cura di Maria Pia Guermandi e Rita Paris, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area centrale di Roma e dal museo nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna, con l’organizzazione di Electa.

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il torso di Mitra-Gladiatore restituito dal Paul Getty Museum, ora in mostra a Roma

Il gruppo del “Gladiatore che uccide un leone”, ritratto in una delle incisioni volute dal marchese Vincenzo Giustianiani nel 1631 per illustrare la sua collezione di antichità, era in realtà una composizione creata all’epoca intorno al frammento di un Mitra tauroctono di età romana. Rubato dalla Villa di Bassano Romano, il torso è stato restituito dal Getty Museum nel ’99 grazie al nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri dopo una lunga vicenda, ben riassunta sul sito “Archaelogy and me”, che dimostra come “l’archeologia non sia solo scavo, ma anche studio, conoscenza, collaborazione e tanta pazienza. E talora, come nel caso del “torso di Mitra”, l’archeologia un caso  da risolvere!”. “Siamo al 1984”, raccontano gli esperti di Archaeology and me, “quando alcune foto di dettaglio del solo busto della statua apparvero in un articolo sui restauri del Paul Getty Museum di Malibu, in California. Non venivano forniti né una foto per intero della statua né indicazioni sulla provenienza! Ancora una volta fu un archeologo a riconoscere il pezzo: il tedesco Rainer Vollkommer, studioso dell’iconografia del dio Mitra. Evidentemente il torso del “Gladiatore-Mitra” era uscito illegalmente dal nostro Paese per essere venduto sul mercato antiquario. Grazie al reparto operativo del comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale nel 1999 l’opera ritornò in Italia e venne collocato a Ostia, accanto all’originale come avrebbe voluto Giovanni Becatti”.

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa di leone del gruppo Giustiniani: era esposta a Villa di Capo del Bove sulla via Appia

La testa del leone è stata invece rinvenuta ad aprile scorso nel sito archeologico di Capo di Bove sulla Via Appia, in una villa privata acquistata dalla soprintendenza e oggi aperta al pubblico. “Per una strana coincidenza della sorte”, ci raccontano ancora gli archeologi di Archaeology and Me, “la testa, rubata nel 1966, era già rientrata a far parte delle collezioni dello Stato: era esposta nella Villa di Capo di Bove, al Parco Archeologico dell’Appia Antica! È possibile che la testa fosse stata acquistata sul mercato antiquario dal vecchio proprietario della villa, prima che la proprietà fosse venduta alla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 2002. E ora, grazie al sapiente lavoro dei Carabinieri del Nucleo Tutela il pezzo è stato riconosciuto e, in occasione della mostra “Archaeology&ME”, è finalmente possibile rivedere riuniti due “protagonisti” di questa lunga storia!”.

Dopo otto anni di mostre in giro per il mondo, torna a casa al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma il Pugilatore, o Pugile a riposo, scultura in bronzo capolavoro dell’arte greca

Le delicate fasi di sballaggio del Pugilatore al suo ritorno a Palazzo Massimo a Roma

Le delicate fasi di sballaggio del Pugilatore al suo ritorno a Palazzo Massimo a Roma

L'incontro del pugile olimpionico Nino Benvenuti con la statua del Pugilatore

L’incontro del pugile olimpionico Nino Benvenuti con la statua del Pugilatore

Otto anni di viaggi ed esposizioni per il mondo, ma ora è finalmente tornato a casa. Definitivamente. Il Pugilatore, capolavoro assoluto dell’arte greca, è di nuovo nella sua sede di Palazzo Massimo a Roma dopo essere stato nel 2008 a Berlino, nel 2013 a New York e a Francoforte, e nel 2015 a Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/03/13/mostra-kolossal-a-firenze-potere-e-pathos-bronzi-del-mondo-ellenistico-capolavori-per-la-prima-volta-insieme-poi-andranno-a-los-angeles-e-washington/) e Los Angeles, star della mostra “Power and Pathos: Bronze Sculpture of the Hellenistic World” al Getty Museum dove è stata visitata da oltre 170mila persone. Ad accoglierlo nella sala del museo nazionale Romano, il soprintendente Francesco Prosperetti, il direttore del museo Rita Paris e il pugile Nino Benvenuti (campione olimpico e campione mondiale dei pesi medi) il quale, dopo essersi inginocchiato di fronte a quello che è uno dei rarissimi bronzi dell’antichità pervenutici, si è detto ”estasiato ed emozionato”. Durante la delicata fase di sballaggio ecco emergere per primo il volto, l’espressione stupita e interrogante, che lo ha reso famoso nel mondo, poi dalla cassa che lo ha protetto nel viaggio di ritorno da Los Angeles esce anche il corpo possente liberato dalle imbracature usate per tenerlo fermo. I tecnici della società Montenovi (addetta al movimentazione del capolavoro) abilmente rimuovono i piani di legno che hanno tenuto bloccato il bronzo ellenistico durante gli spostamenti, seguiti attraverso sensori capaci di riportare continuamente ai restauratori della soprintendenza i dati delle condizioni microclimatiche o delle inclinazioni eventuali della cassa. Del resto, a proteggerlo ulteriormente, nei tre mesi di esposizione al Getty Museum, c’era una base antisismica, mentre anche lì venivano rispettate tutte le procedure di salvaguardia. Un capolavoro comunque in buone condizioni, restaurato da Olimpia Colicicchi negli anni ’80 e sottoposto a un intervento di manutenzione nel 2005. L’attrazione della statua, spiegato Prosperetti, “deriva non solo dalla sua bellezza, ma da quest’aura di mistero che lo circonda. Il mistero che avvolge i Bronzi di Riace è stato sempre un motivo di grandissimo interesse per il pubblico. Questo non è successo per il Pugilatore, ma le circostanze del ritrovamento e la mancanza di notizie ne fanno veramente un mistero”.

Il Pugile a riposo, capolavoro dell'arte greca, fu rinvenuto alle pendici del Quirinale nel 1885

Il Pugile a riposo, capolavoro dell’arte greca, fu rinvenuto alle pendici del Quirinale nel 1885

La statua bronzea del Pugile in riposo, conosciuta anche come Pugile delle Terme o Pugile del Quirinale, scultura greca alta 128 cm, datata alla seconda metà del IV secolo a.C. e attribuita a Lisippo o alla sua immediata cerchia, fu rinvenuta nel 1885 a Roma alle pendici del Quirinale nell’area del convento di San Silvestro, insieme al cosiddetto Principe ellenistico, altro bronzo però non faceva parte dello stesso gruppo, probabilmente sculture che abbellivano le Terme di Costantino. L’opera, realizzata con la tecnica della fusione a cera persa e con il metodo indiretto, è un insieme di otto segmenti. Le labbra, le ferite e le cicatrici del volto erano fuse separatamente in una lega più scura o in rame massiccio. Separatamente erano fuse anche le dita centrali dei piedi (un aspetto tecnico già riscontrato nei bronzi di Riace) per permettere una più accurata modellazione degli spazi interdigitali. Lo stesso si dica per la calotta cranica che doveva permettere l’inserimento degli occhi policromi dall’interno.

Particolare delle mani fasciate del Pugilatore, i cosiddetti cesti

Particolare delle mani fasciate del Pugilatore, i cosiddetti cesti

La scultura rappresenta un pugile seduto, colto probabilmente in un momento di riposo dopo un incontro; le mani sono protette dai cesti (dal latino: caestus), grossi e complessi guantoni introdotti nella pratica pugilistica dal IV secolo a.C.: le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche. “La forze di quest’opera”, spiegano gli storici dell’arte antica, “sta nel contrasto fra la quiete e il contenimento geometrico espressi dalle braccia appoggiate sulle gambe, e l’improvviso scatto della testa che si volta verso destra aprendo all’estetica lisippea del kairos”. Gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue colate dalle ferite nell’atto del volgersi della testa.

Sul volto del Pugilatire sono resi con grande maestria la barba e la pettinatura

Sul volto del Pugilatire sono resi con grande maestria la barba e la pettinatura

Il corpo è muscoloso, reso con un trattamento non dissimile da quello riscontrabile nell’Eracle a riposo della versione Pitti-Farnese (Ercole Farnese); il viso, di cui si notano la cura della barba e della pettinatura, è di un uomo maturo e presenta i segni del tempo e dei numerosi incontri passati. Le tumefazioni sulle orecchie, in particolare, anche oggi riscontrabili negli atleti dediti alla lotta greco-romana o al Judo senza pregiudicarne le funzioni uditive, rimarcando le innumerevoli lotte passate sembrano indicare in una sordità traumatica la ragione di quel volgersi repentino e teso della testa, in contrasto con la spossatezza del corpo contribuendo all’impatto realistico dell’opera. Alcune estremità della statua si presentano leggermente più lucide a causa dello sfregamento di antichi ammiratori, ciò dimostra quanto l’opera fosse tenuta in considerazione. L’enfasi sulle ferite da combattimento ha portato a identificare il pugile con quel Mys di Taranto che vinse per la prima volta nel 336 a Olimpia al termine di una carriera coronata da sconfitte.

Una suggestiva immagine della sala che ospita il Pugilatore a Palazzo Massimo a Roma

Una suggestiva immagine della sala che ospita il Pugilatore a Palazzo Massimo a Roma

“Giocare in termini di comunicazione sulla grande attrattiva proposta da pezzi di questa importanza”, prosegue il soprintendente Prosperetti, “è fondamentale in una prospettiva in cui i beni culturali devono diventare la molla di un rinnovamento di questa città”. Più in generale, riferendosi al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo, Prosperetti sottolinea che “merita un ripensamento perché lo straordinario valore dei pezzi che sono stati portati qui dentro merita un ambiente più al passo con i tempi. Stiamo studiando un progetto, ne parleremo quando sarà pronto”.

Piramide Cestia: entro dicembre ultimati i restauri pagati da mecenate giapponese. Il ministro: un esempio per le nostre aziende (che ora possono usufruire dell’Art Bonus)

Il magnate giapponese Yuzo Yagi davanti alla Piramide Cestia "incartata" per i restauri

Il magnate giapponese Yuzo Yagi davanti alla Piramide Cestia “incartata” per i restauri

Una veduta aerea della Piramide di Caio Cestio vicino a Porta San Paolo a Roma

Una veduta aerea della Piramide di Caio Cestio vicino a Porta San Paolo a Roma

dicembre sarà ultimato il restauro della Piramide di Caio Cestio a Roma, vicino a Porta San Paolo, nota anche come Piramide Cestia: il cantiere chiuderà in anticipo di cinque mesi per il primo lotto e di tre mesi per il secondo. Un risultato eccezionale che ha stupito prima di tutto il finanziatore dei restauri, Yuzo Yagi, un mecenate nipponico – magnate della moda giapponese – che ha voluto contribuire con una donazione di due milioni di euro alla soprintendenza speciale archeologica di Roma per il recupero della tomba di Caio Cestio, i cui marmi di Carrara stanno tornando agli antichi splendori grazie ai lavori di pulitura, stuccatura e messa in stabilità. “Il restauro sta andando molto bene”, commenta soddisfatto dall’alto dei ponteggi dove si è arrampicato qualche giorno fa nel suo terzo sopralluogo al cantiere accompagnato dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, dalla soprintendente Mariarosaria Barbera e dalla direttrice Rita Paris. “Gli architetti e gli archeologi che stanno lavorando sono molto seri, anche se, con mia sorpresa – aggiunge ridendo – sono italiani”. Una battuta dietro la quale si nasconde in realtà un certo stupore: “Faccio affari con gli italiani da quarant’anni e sono molto creativi, ma non proprio puntuali, ecco. Se fissi la scadenza al 10 settembre, loro in genere consegnano il 10 ottobre”. Evidentemente questa volta la virtù ha superato il vizio e Yagi già pensa all’inaugurazione: “Faremo la cerimonia l’estate prossima, attorno a giugno-luglio, con amici americani ed europei”.

La Piramide fu voluta come tomba da Caio Cestio e realizzata tra il 18 e il 12 a.C.

La Piramide fu voluta come tomba da Caio Cestio e realizzata tra il 18 e il 12 a.C.

La Piramide Cestia è l’unico monumento superstite di una serie presente a Roma nel I sec. a.C., quando l’edilizia funeraria fu interessata dalla moda sorta a Roma dopo la conquista dell’Egitto nel 31 a.C. Caio Cestio, uomo politico romano, membro del collegio sacerdotale degli epuloni, dispose nel testamento che la costruzione del proprio sepolcro, in forma di piramide, avvenisse in 330 giorni. La tomba fu innalzata lungo la Via Ostiense, nel periodo tra il 18 e il 12 a.C., cioè tra l’anno di promulgazione della legge contro l’ostentazione del lusso che impedì di porre all’interno della cella alcuni pregiati arazzi, e quello della morte di Agrippa, genero di Augusto, menzionato tra i beneficiari del testamento. La piramide fu successivamente inglobata nella cinta muraria costruita tra il 272 e il 279 su iniziativa dell’imperatore Aureliano.

La Piramide Cestia è alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 metri di lato

La Piramide Cestia è alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 metri di lato

La tomba, nel cuore della piramide, è decorata a fresco: fu violata nel medioevo

La tomba, nel cuore della piramide, è decorata a fresco: fu violata nel medioevo

“La struttura, alta 36,40 metri con una base quadrata di 29,50 m di lato”, spiega la direttrice Rita Paris -, è composta da un nucleo di opera cementizia con cortina di mattoni; il rivestimento esterno è costituito da lastre in marmo lunense. La camera sepolcrale, di circa 23 mq, con volta a botte, fu murata al momento della sepoltura, secondo l’usanza egiziana. Al Medioevo risale probabilmente la prima violazione della tomba, attraverso un cunicolo scavato sul lato settentrionale, che ha determinato la perdita dell’urna cineraria e di porzioni notevoli della decorazione. Le pareti – continua – sono decorate a fresco secondo uno schema decorativo a pannelli, all’interno dei quali si distinguono, su fondo chiaro, figure di ninfe alternate a vasi lustrali. In alto, agli angoli della volta, quattro Vittorie alate recano nelle mani una corona e un nastro; al centro in origine doveva essere una scena di apoteosi raffigurante il titolare del sepolcro”.

Il restauro della Piramide Cestia sarà ultimato entro dicembre con tre mesi di anticipo

Il restauro della Piramide Cestia sarà ultimato entro dicembre con tre mesi di anticipo

Il ministro Franceschini col mecenate Yagi sulle impalcature del cantiere di restauro

Il ministro Franceschini col mecenate Yagi sulle impalcature del cantiere di restauro

Il restauro della cella sepolcrale è stato realizzato dalla soprintendenza Archeologica di Roma nel 2001. E ora si sta procedendo al restauro della struttura della piramide grazie all’aiuto di Yagi. “Siamo qui – dice il ministro nel sopralluogo col mecenate – per testimoniare la nostra gratitudine a Yagi che ha voluto dare una somma così importante, prima 1 milione di euro e poi un altro milione di euro, per restaurare un bene che appartiene all’umanità intera. Questo, infatti, mi ha sottolineato appena arrivato Yagi – racconta – e cioè che questo bene appartiene al mondo, come i siti Unesco appartengono all’umanità. Difficile dire, infatti, che appartengano allo Stato, al Comune o ad un privato che li possiede pro tempore. È davvero importante che ci sia stato un atto di mecenatismo puro che ci consente di recuperare la piramide, con un cantiere in cui si sono incontrate tutte le eccellenze italiane e che è riuscito a finire il primo lotto con cinque mesi di anticipo e che con tutta probabilità terminerà il secondo lotto in anticipo di tre mesi sul cronoprogramma”. Yuzo Yagi è un privato “che guarda con grande amore all’Italia e al suo straordinario patrimonio storico e monumentale. Credo debba servire da esempio per molte imprese italiane che hanno sempre manifestato la volontà di fare donazioni e liberalità per il recupero del nostro patrimonio, lamentando però il fatto che non ci fossero incentivi fiscali. Ora però ce ne sono di formidabili – conclude Franceschini – e valgono per le imprese che hanno sede in Italia. Incentivi del 65% che ci mettono davanti a tutti i Paesi europei. Gli alibi, quindi, sono finiti”. Altre donazioni in vista da parte del magnate della moda giapponese? “Sì, perché no? Non escludo di investire in altri beni italiani in futuro”, risponde Yagi. “Per ora non ho pensato a nulla in particolare. In Italia ci sono molte ‘sleeping beauty’, bellezze dormienti, sepolte sotto la polvere. Non lo escludo”.