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Torino. Conferenza on line di Heba Abd el Gawad, Corinna Rossi e Irene Morfini su “Transforming the Egyptian Museum in Cairo: an Egyptian European Partnership” per presentare il progetto di riallestimento del museo Egizio de Il Cairo: il museo Egizio di Torino, alla guida di un consorzio di musei europei, cura la galleria dell’Antico Regno

L’imminente apertura del Grand Egyptian Museum e di altri musei regionali in Egitto, ha portato a una redistribuzione degli oggetti che ha interessato il vecchio allestimento del museo di piazza Tahrir. Questa situazione ha rappresentato un’occasione per pensare al futuro del museo e per individuare le direzioni di sviluppo adeguate in modo coordinato. Giovedì 27 gennaio 2022, alle 18, nuovo appuntamento on line con le conferenze del ciclo “Museo e Ricerca. Scavi, Archivi, Reperti” del museo Egizio di Torino. Heba Abd el Gawad, Corinna Rossi e Irene Morfini con la conferenza “Transforming the Egyptian Museum in Cairo: an Egyptian European Partnership” ci guidano alla scoperta del progetto di riallestimento del museo Egizio de Il Cairo. Introduce Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino. La conferenza in inglese si tiene ONLINE sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Progetto “Transforming Egyptian Museum in Cairo”

Il progetto “Transforming the Egyptian Museum in Cairo” ha visto il museo Egizio di Torino guidare un consorzio di musei europei, tra cui l’Ägyptische Papyrussamlung di Berlino, il British Museum, il Louvre e il Rijksmuseum van Oudheden di Leida per disegnare un masterplan complessivo a supporto della riorganizzazione dell’iconico museo egizio de Il Cairo. Per testare e applicare i criteri scelti, ad ogni museo partecipante al progetto è stata assegnata una galleria da riallestire parzialmente e il museo Egizio di Torino si è focalizzato sulla sezione dell’Antico Regno. Heba Abd el Gawad, Irene Morfini e Corinna Rossi presenteranno il lavoro che sta per essere completato, le sfide che questo progetto ha dovuto affrontare, i criteri che sono stati individuati per suggerire il progetto di riallestimento, e i risultati preliminari della conservazione effettuata su alcuni oggetti selezionati.

Heba Abd el Gawad

Heba Abd el Gawad è egittologa e curatrice del museo Egizio di Torino

Heba Abd el Gawad è egittologa e curatrice/coordinatrice del progetto “Transforming the Egyptian Museum in Cairo” per il museo Egizio di Torino. Precedentemente ha co-curato il progetto di mostra “Beyond Beauty: Transforming the Body in Ancient Egypt”, nel 2016, al Two Temple Place; ha curato il progetto Assiut al Dipartimento Egitto e Sudan del British Museum ed è ricercatrice del museo Egizio de Il Cairo, per il Dipartimento Greco e Romano del British Museum relativamente al progetto Naukratis. Recentemente è stata curatrice ospite per la mostra “Listen to her! Turning up the Volume on Egypt’s Ordinary Women” al Petrie Museum of Egyptian and Sudanese Archaeology. Nel 2021 è stata selezionata come una delle 21 donne egiziane più influenti per il suo lavoro sulle comunità riguardo il patrimonio culturale.

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L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Corinna Rossi è professore associato di Egittologia al Politecnico di Milano. Si è laureata in architettura a Napoli (Italia) e si è specializzata in Egittologia a Cambridge (UK), dove ha conseguito un MPhil e un PhD e poi è diventata Junior Research Fellow al Churchill College. Il suo principale argomento di ricerca è il rapporto tra architettura e matematica nell’antico Egitto. Ha co-finanziato e co-diretto il North Kharga Oasis Survey insieme a Salima Ikram ed è attualmente direttore della missione archeologica italiana a Umm al-Dabadib (Oasi di Kharga). È membro del team della missione italo-olandese a Saqqara del museo Egizio e del Rijksmuseum van Oudheden oltre che membro della missione congiunta IFAO/Museo Egizio a Deir al-Medina. È direttrice del progetto LIFE (Living In a Fringe Environment) incentrato sul sito archeologico di Umm al-Dabadib con base al Politecnico di Milano in partnership con l’università di Napoli Federico II.

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Irene Morfini, egittologa, fa parte del CAMNES (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies)

Irene Morfini è egittologa e archeologa. Nata a Lucca, si è laureata in Egittologia sia all’università di Pisa (Italia) che all’università di Leiden (Paesi Bassi). Nel 2019 ha conseguito il dottorato di ricerca all’università di Leiden sotto la supervisione del dr. Demarée con una tesi sugli atti amministrativi del villaggio di Deir el-Medina. Ha partecipato a numerosi scavi in ​​Italia dal 2000 e in Egitto dal 2007, prima nella Tomba di Harwa (Luxor) e poi a Saqqara. Dal 2013 è condirettore del Min Project a Luxor, lavorando nella tomba di Min. Dal 2011 è vicepresidente dell’associazione delle Canarie di Egittologia svolgendo attività di ricerca, studio e diffusione delle conoscenze nel campo del patrimonio archeologico, storico e scientifico dell’antico Egitto, sviluppando progetti culturali in Egitto, Cuba e Ghana. Dal 2017 fa parte dello staff del CAMNES (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies) che ha organizzato nel 2019 il congresso internazionale Rethinking Osiris. Dal 2019 lavora sul campo per il progetto finanziato dall’UE “Transforming the Egyptian Museum al Cairo”, prima per il museo nazionale delle Antichità di Leida e poi per il museo Egizio.

“Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”: al Mudec di Milano una mostra racconta il sovrano della XVIII dinastia con i diari di scavo di Victor Loret “riscoperti” dall’università di Milano a cento anni dal ritrovamento da parte dell’egittologo francese della tomba nella valle dei Re

Al Mudec di Milano la mostra “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”

Egitto, Valle dei Re, marzo 1898: l’archeologo francese Victor Loret, da un anno direttore generale delle Antichità egiziane, scopre la tomba di Amenofi II, figlio del grande Thutmosi III e della sposa minore Merira Hatshepsut (da non confondere con la matrigna dello stesso Thutmosi III), divenuto faraone della XVIII dinastia nel 1427 a.C. a soli 18 anni. Loret nei suoi diari di scavo annota tutto con grande precisione: una volta entrato, racconta Francis Janot in occasione della mostra “I Faraoni” nel 2002 a Palazzo Grassi a Venezia, gli scavi proseguirono giorno e notte in un crescendo di tensione febbrile; l’avanzamento era ostacolato dalla grande quantità di detriti soprattutto calcarei che ostruivano il passaggio. Giunto finalmente in un’immensa sala, alla luce delle candele Loret scorse un feretro aperto. E annotò: “Vuoto? Non oso pensare il contrario, giacché non sono mai stati trovati faraoni nella necropoli (…). Raggiungo il sepolcro con difficoltà, attento a non calpestare nulla. All’esterno leggo ovunque il nome e il prenome di Amenofi II. Mi sporgo sopra il bordo, avvicino una candela. Vittoria! Sul fondo vedo un sarcofago con un mazzo di fiori rivolto verso la testa e una corona di foglie sui piedi”. Loret aveva scoperto la prima tomba mai trovata prima con la mummia del faraone ancora dentro il sarcofago (la seconda e ultima sarà, 25 anni dopo, quella di Tutankhamon).  Nonostante la tomba fosse stata selvaggiamente spogliata in antico, gli antichi profanatori – ancora per motivi inspiegabili – non infierirono sulla mummia di Amenofi alla ricerca di amuleti in oro e altri oggetti preziosi lasciati sul corpo del defunto. Così Loret trovò la mummia come era stata deposta 3500 anni prima. E lì rimase fino al 1928, quando fu traslata al museo Egizio del Cairo.

1898: l’egittologo francese Victor Loret nella tomba del faraone Amenofi II (foto archivio Università di Milano)

Nonostante il faraone Amenofi II sia descritto dalle fonti come il sovrano perfetto, perché è bello, è un atleta straordinario,  e consolida i confini del regno ereditato dal padre Thutmosi III fino all’Eufrate, in Asia, e alla quarta cataratta, in Africa, la scoperta della sua tomba non accende i riflettori su di lui. Perché? Proprio negli anni in cui Loret scava nella Valle dei Re, l’Egitto diventa protettorato britannico. Così l’archeologo francese, messo da parte e costretto a lasciare l’Egitto, decide di tenere per sé la scoperta. Deve passare più di un secolo perché si torni a parlare di Loret e di Amenofi II. Nel 1999 l’università Statale di Milano compra dagli eredi l’archivio dell’egittologo francese che pubblica nel 2004. È allora che si scopre che all’interno della raccolta sono conservati i diari di scavo di Victor Loret, dati per persi o mai esistiti: con il loro minuzioso corredo di annotazioni, fotografie, piante e disegni aprono dunque a un secolo di distanza praterie e scenari d’approfondimento che la comunità scientifica milanese, e non solo, ha vagliato attraverso approfondite ricerche.

Al Mudec preziosi reperti dalle più importanti collezioni egizie del mondo

Da questa storia avventurosa nasce la mostra, aperta al museo delle Culture (Mudec) di Milano fino al 7 gennaio,  “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”, dove le carte manoscritte di Loret sono mostrate in pubblico per la prima volta in un percorso filologico che li associa ai molti dei reperti rinvenuti dallo stesso Loret e frutto di prestiti eccezionali dal museo del Cairo, e da quelli di Leida, Firenze e Vienna. La mostra quindi racconta al pubblico una doppia “riscoperta”: quella della figura storica del faraone Amenofi II, spesso ingiustamente oscurata dalla fama del padre Thutmosi III; e la “riscoperta” archeologica del grande ritrovamento nella Valle dei Re della tomba di Amenofi II. “Egitto. La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II” è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24ORE Cultura – Gruppo 24ORE, che ne è anche il produttore, in collaborazione con l’università di Milano. Sono entrambi egittologi della Statale infatti i due curatori, Patrizia Piacentini, titolare della cattedra di Egittologia, e Christian Orsenigo, che con il coordinamento dell’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia (SCA-Società Cooperativa Archeologica) hanno ideato un percorso che coniuga approfondimento scientifico ed emozione. Sia la tematica che i reperti esposti, infatti, permettono un approccio che predilige l’attrattiva sul grande pubblico e offrono contemporaneamente spunti di ricerca e possibilità di approfondimento agli studiosi così come ai molti appassionati della materia. Interessante il video con la presentazione della mostra: guardalo.

La mostra espone reperti provenienti dalle più importanti collezioni egizie mondiali: dal museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum van Oudheden di Leida, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna al museo Archeologico nazionale di Firenze. Da questi musei e da collezioni private provengono statue, stele, armi, oggetti della vita quotidiana, corredi funerari e mummie. Fondamentale la collaborazione con l’università di Milano, che ha prestato i documenti originali di scavo della tomba del faraone custoditi nei suoi preziosi Archivi di Egittologia, e la collaborazione con la rete dei musei civici milanesi, sempre molto attiva: in particolare il museo del Castello Sforzesco nel periodo autunno-inverno 2017 presta a questa mostra alcuni reperti della collezione egizia, in occasione della chiusura temporanea delle proprie sale per ristrutturazione. Ha inoltre importanza fondamentale l’apparato multimediale e scenografico presente nelle sale della mostra, con vere e proprie esperienze immersive che evocano le calde e antiche atmosfere nilotiche dei paesaggi egiziani del II millennio a.C., dando all’esposizione un taglio unico, nel segno distintivo delle mostre MUDEC.

Il cuore della mostra è la figura del faraone Amenofi II con la ricostruzione in scala 1:1 della sala a pilastri della sua tomba: guarda il video. Un’esperienza immersiva che accompagna il pubblico invitandolo a entrare, attraverso un focus sulle credenze funerarie e la mummificazione, nella camera funeraria per ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’Aldilà, come ad esempio la stupenda barca sacra, in legno dipinto, proveniente dalla anticamera della Tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “La struttura della tomba è complessa e le sue dimensioni imponenti”, spiegano gli egittologi. “Una doppia successione di scala e corridoio conduce alla sala del pozzo che sbocca nel vestibolo a due pilastri. Dal vestibolo una terza scala e un terzo corridoio portano a una grande sala rettangolare sostenuta da sei pilastri (sui quali era raffigurato il re al cospetto di diverse divinità), che si prolunga a Sud, al di là dell’ultima coppia di pilastri, nella camera sepolcrale con il sarcofago. Le pareti della stanza a sei pilastri sono decorate con i testi completi del Libro dell’Amduat e con le illustrazioni corrispondenti, come se si trattasse di un grande papiro murale”. L’archeologo Loret portò alla luce non solo la mummia del faraone, ma anche quelle di alcuni celebri sovrani del Nuovo Regno, tra cui Thutmosi IV, Amenofi III, Sethi II, Ramses IV, Ramses V e Ramses VI, mummie che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera funeraria, con lo scopo di sottrarle alle offese dei profanatori di tombe. Tra gli altri corpi ritrovati da Loret nella tomba, anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon.

la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo

L’antica civiltà del Nilo nel II millennio a.C.  viene presentata nelle altre sezioni della mostra. La vita quotidiana, con gli usi e i costumi delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi II, è illustrata attraverso gioielli e armi, oggetti legati alla moda e alla cura del corpo, che mostrano il livello tecnologico e sociale raggiunto in questo periodo della storia egizia. Il tema delle credenze funerarie fornisce spunti di riflessione in merito alla lunga e complessa durata di questa straordinaria civiltà antica. Simbolo della mostra è la testa di statua di Thutmosi III, padre di Amenofi II, proveniente dal Khunsthistorisches Museum di Vienna, che, sottolineano gli egittologi, riassume al meglio l’evoluzione stilistica nella ritrattistica regale. Tra i reperti da segnalare la Pantera in legno bitumato proveniente dalla tomba di Amenofi II e conservata al museo Egizio del Cairo. “L’animale accompagnava il sovrano nel suo viaggio ultraterreno con passo tranquillo e aggraziato”, interviene l’egittologa Massimiliana Pozzi Battaglia di Sca. “La scultura rende compiutamente l’idea di quanto gli antichi egizi, pur investendo di tanti significati la rappresentazione di una pantera, osservassero la natura e la capissero. I dettagli anatomici dell’animale non lasciano dubbi, nonostante la colorazione simbolico-mitologica, quanto all’identificazione della Panthera-pardus”. Anche Loret si dedicò al riconoscimento delle specie animali nelle rappresentazioni egizie. Lo confermano i documenti “riscoperti” nel suo Archivio, tra cui appunti – esposti in mostra – con le riproduzioni dello studio sui pesci: una vera e propria tavola delle specie ittiche presenti nei geroglifici e iscrizioni. E poi acquerelli che con buona mano riproducono specie di rettili e uccelli cari agli antichi abitanti dell’Egitto.