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Pompei. La Casa di Orione nella Regio V era di un gromatico. Secondo il parco archeologico di Pompei e il Politecnico di Milano i mosaici scoperti mostrano analogia con le illustrazioni dei codici dei gromatici romani

Pianta della Casa di Orione scoperta nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

L’arte degli agrimensori romani emerge dai pavimenti rinvenuti nei nuovi scavi a Pompei. Gli enigmatici mosaici recentemente rivenuti nella Casa di Orione (altrimenti nota come casa di Giove) nella Regio V hanno attirato l’attenzione di Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme a Luisa Ferro e Giulio Magli della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano, ha proposto una nuova interpretazione nel recente articolo “Gromatics illustrations from newly discovered pavements in Pompeii” per la Cornell University: questi mosaici avrebbero una chiara analogia con le illustrazioni dei codici dei gromatici romani, tecnici altamente specializzati che si occupavano della misurazione della terra e del tracciamento delle linee per la fondazione delle città, utilizzando uno speciale strumento topografico chiamato, appunto, groma. Il rinvenimento è avvenuto nel corso dei nuovi scavi della Regio V, nella casa chiamata “di Orione”, dai bei mosaici che ne decorano due stanze, presentati nel libro del direttore Osanna “Pompei. Il tempo Ritrovato” Ediz. Rizzoli (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/11/24/lunedi-speciale-a-pompei-riapre-via-del-vesuvio-con-la-recente-scoperta-della-casa-di-leda-e-il-cigno-e-la-casa-degli-amorini-dorati-e-per-la-prima-volta-il-pubblico-ammirera-le-terme-centrali-in/).

Gli ambienti della Casa di Orione nella Regio V di Pompei con i disegni dei cerchi simili a quelli dei codici dei gromatici romani (foto parco archeologico di Pompei)

La scoperta fa pensare che il proprietario dell’edificio fosse un gromatico. Nello specifico, la prima di queste immagini è un quadrato inscritto in un cerchio tagliato da due linee perpendicolari, una delle quali coincide con l’asse longitudinale dell’atrio della casa e appare come una sorta di rosa dei venti che identifica una divisione regolare del cerchio in otto settori equidistanti: l’immagine è sorprendentemente simile a quella usata nel codice medievale per illustrare il modo in cui i Gromatici dividevano lo spazio. La seconda immagine, invece, mostra un cerchio con una croce ortogonale incisa al suo interno, collegata da cinque punti disposti come una sorta di piccolo cerchio a una linea retta con una base: essa appare come la rappresentazione di un Groma.

La ricostruzione di una groma per la mostra “Homo Faber” all’antiquarium di Boscoreale (foto parco archeologico di Pompei)

Le competenze tecniche degli agrimensori romani – i tecnici incaricati delle centuriazioni (divisione delle terre) e di altri sondaggi come la pianificazione delle città e degli acquedotti – sono leggendarie. Ad esempio, progetti di centuriazioni estremamente precisi sono ancora visibili oggi in Italia e in altri paesi del Mediterraneo. Il loro lavoro aveva anche connessioni religiose e simboliche legate alla fondazione di città e alla tradizione etrusca.

Il rilievo di Popidius Nicostratus con la raffigurazione di attrezzi agrimensori all’Antiquarium di Boscoreale (foto parco archeologico di Pompei)

Questi tecnici erano chiamati Gromatici per il loro principale strumento di lavoro, chiamato Groma. Quest’ultima si basava su una croce fatta di quattro bracci perpendicolari, ciascuno dei quali portava corde con pesi identici, che fungevano da filo a piombo. L’Agrimensore poteva allineare con estrema precisione due linee a piombo molto sottili opposte con pali di riferimento tenuti a varie distanze da assistenti o fissati nel terreno, allo stesso modo in cui le paline (pali rossi e bianchi) vengono utilizzate nella moderna rilevazione del teodolite.

Illustrazioni dai testi medievali dei gromatici (foto parco archeologico di Pompei)

Finora l’unico esemplare mai ritrovato di questo strumento proveniva dagli scavi di Pompei mentre le immagini che illustrano il lavoro dei Gromatici vennero trasmesse soltanto dal codice medievale, risalente a molti secoli dopo che l’arte degli Agrimensores non era più praticata. Così sembra che ancora una volta Pompei sia il luogo in cui possano emergere nuove informazioni su questi antichi architetti.

Lunedì speciale a Pompei: riapre via del Vesuvio con la recente scoperta della Casa di Leda e il cigno, e la casa degli Amorini dorati. E per la prima volta il pubblico ammirerà le Terme centrali. In questa occasione anteprima del libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” che racconta i recenti scavi attraverso lo sguardo del direttore del parco archeologico Massimo Osanna

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

La copertina di Massimo Osanna libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” (ed. Rizzoli)

“Come ogni città viva Pompei è un sistema di relazioni, un fluire incessante di cambiamenti, un laboratorio di sperimentazioni, di emozioni, di conoscenza”, scrive Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, nel suo libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” (ed. Rizzoli) che verrà presentato in anteprima stampa lunedì 25 novembre 2019, alle 11, nella sala convegni di San Paolino all’interno del parco archeologico di Pompei. E poi, due presentazioni per il pubblico, lunedì 25 novembre 2019, alle 18, al teatro di Costanzo Mattiello, in via Sacra 37, a Pompei (Na) e martedì 26 novembre 2019, alle 17.30, al teatro Mercadante, in piazza Municipio, a Napoli. Il volume sarà in distribuzione nelle librerie dal 26 novembre. Affreschi, dipinti, mosaici. E ancora domus, taverne, tombe. Il direttore del Parco Archeologico di Pompei ci guida nel più grande museo a cRegio ielo aperto del mondo, in un percorso avvincente tra le nuove scoperte.

La domus degli Amorini Dorati a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Le Terme centrali di Pompei aprono al pubblico (foto parco archeologico Pompei)

Lunedì 25 novembre 2019 è un giorno speciale per Pompei. Proprio in occasione della presentazione del libro che racconta i recenti scavi attraverso lo sguardo del direttore del parco archeologico, riaprono via del Vesuvio con la casa di Leda e il cigno, e le terme centrali, per la prima volta visibili al pubblico. La riapertura, alle 11, di via del Vesuvio arriva al termine degli interventi di messa in sicurezza dei fronti di scavo che stanno interessando i 3 chilometri di perimetro che costeggia l’area non scavata dell’antica città, nell’ambito del Grande Progetto Pompei. La restituzione alla fruizione della strada e degli edifici che vi si affacciano, permetterà al pubblico di ammirare, per la prima volta la domus di Leda e il cigno (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/19/pompei-a-luci-rosse-dalla-camera-da-letto-della-casa-di-via-del-vesuvio-leccezionale-sensuale-affresco-con-leda-moglie-del-re-di-sparta-ingravidata-da-zeus-trasformatosi-in-cigno-e-l/, https://archeologiavocidalpassato.com/2019/02/14/pompei-nuova-eccezionale-scoperta-nella-regio-v-liberata-tutta-la-stanza-con-leda-e-il-cigno-unalcova-raffinata-e-sensuale-e-nellatrio-trovato-un-affresco-di-narciso-am/) rinvenuta nel corso degli scavi alla Regio V e, a seguito dei recenti restauri, il complesso delle Terme Centrali, mai finora accessibile (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/04/25/pompei-aveva-cercato-di-salvarsi-dalleruzione-del-vesuvio-nelle-terme-centrali-invano-dopo-duemila-anni-trovato-lo-scheletro-di-un-bambino-giovane-vittima-delleruzione-ritrovame/). Riapre al pubblico anche la Casa degli Amorini Dorati al termine degli interventi di manutenzione.

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, illustra gli scavi nell’area mai indagata della Regio V (foto parco archeologico Pompei)

Gli straordinari ritrovamenti frutto dei nuovi scavi, tra cui quello della vasta area del “cuneo” – posto tra la casa delle Nozze d’argento e il vicolo di Marco Lucrezio Frontone – sono stati raccontati nel loro aspetto storico scientifico, ma anche più romantico legato all’emozione delle scoperte stesse, nel libro del direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, che ne ha curato gli scavi. Massimo Osanna è professore ordinario di Archeologia classica all’università di Napoli Federico II. Ha insegnato nell’università della Basilicata, a Matera, dove ha diretto la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici; è stato visiting professor in prestigiosi atenei europei e ha promosso scavi e ricerche in Italia meridionale, Grecia, Francia. Dal 2014 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale di Pompei; dal 2016 è direttore generale del Parco Archeologico, riconfermato per un altro mandato nel 2019.

Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna mostra l’affrresco dei gladiatori scoperto nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Quanto restava della Schola Armatorarum dopo il crollo del 2010 (foto coordinamento Uil beni culturali)

Il Grande Progetto Pompei deve essere ultimato entro il dicembre 2019

È l’alba del novembre 2010. Poco prima che aprano i cancelli ed entrino i visitatori, a Pompei collassa uno degli edifici più celebri, la Schola Armaturarum. La notizia fa il giro del mondo, i giornali italiani e internazionali denunciano a gran voce lo stato di incuria in cui versa il fiore all’occhiello del patrimonio archeologico del nostro Paese. Sono passati quasi dieci anni da allora. Anni intensi e di duro lavoro, che hanno permesso, grazie soprattutto all’avvio del Grande Progetto Pompei, di mettere in sicurezza la maggior parte delle rovine, di riprendere le indagini e gli interventi di scavo, di valorizzare al meglio quello che Chateaubriand definiva “il più meraviglioso museo della Terra”. Massimo Osanna, oggi al secondo mandato da direttore generale del Parco Archeologico, è – insieme a una nutrita squadra di collaboratori – uno dei protagonisti della “resurrezione”, ed è lui a guidarci in queste pagine tra le nuove scoperte realizzate negli ultimi anni. Affreschi, come la celebre immagine di Leda e il cigno rinvenuta nel 2018; splendidi mosaici come nella Casa di Orione, ricchissime domus rimaste sepolte fino a oggi, e ancora pitture, graffiti, architetture che vengono qui presentati per la prima volta in forma estesa al grande pubblico. Al contempo, Osanna ci restituisce “il presente di duemila anni fa”, illustrando con registro divulgativo ma approccio scientifico dove e come vivevano gli uomini e le donne travolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., cittadini di una città che non è mai morta davvero. Una biografia dei pompeiani che passa anche per gli oggetti (monete, gioielli, vasi, amuleti) e per le abitudini (dai ludus con i gladiatori e le bestie alla dieta), fino al momento fatale in cui il vulcano irrompe e immobilizza il fluire della vita. Un libro non solo per specialisti, corredato da immagini inedite, capace di farci “ritrovare” il tempo di Pompei, un eterno quotidiano – per molti versi così simile al nostro – conservato nei secoli sotto una spessa coltre di ceneri e lapilli.

“Così abbiamo salvato Pompei”: alla XXII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico il team del parco archeologico ha ripercorso le tappe per mettere in sicurezza il sito

Il Grande Progetto Pompei deve essere ultimato entro il dicembre 2019

Il direttore del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, con il direttore del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta

La XXII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico si tiene a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019

“Così abbiamo salvato Pompei”. Dal direttore generale del Grande Progetto, il generale Mauro Cipolletta, al direttore generale del parco archeologico di Pompei Massimo Osanna, agli architetti e agli ingegneri che hanno coordinato ogni segmento del lavoro, l’intero team interdisciplinare che ha messo in sicurezza il sito archeologico di Pompei, ha raccontato alla XXII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico i lavori svolti dal 2017 per oltre 60 milioni già spesi nei cantieri già chiusi. L’intervento si è reso particolarmente necessario in seguito al crollo della Schola Armaturarum del 6 novembre 2010, all’aggiornamento della Carta del rischio del 2011, alla presa d’atto della situazione di dissesto idrogeologico diffuso dopo le consistenti piogge nel 2014, e tenuto conto dell’apporto disastroso delle oltre 160 bombe sganciate sul sito o nei suoi pressi durante la seconda guerra mondiale e dei terremoti.

Massimo Osanna con Mauro Cipolletta alla presentazione degli scavi nella Regio V di Pompei

Mappa dell’area mai indagata della Regio V di Pompei: è il cosiddetto cuneo

I lavori, cominciati nel 2017, dovrebbero arrivare a conclusione nel 2020. La parola d’ordine è comunicazione, ultimo anello di una catena di azioni come anamnesi, diagnosi, terapia, che partono dalla ricerca. Ciò ha posto in essere un approccio multidisciplinare che ha permesso di tornare a scavare con tecniche moderne e tecnologia avanzata, per esempio nella Regio Quinta, lasciata dalla fine dell’800 semi-scavata. Una trentina di restauri sono ancora in corso.

L’affresco dei gladiatori è stato rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

L’altra novità è che il lavoro è quotidiano, viene programmato e poi documentato. Ciò significa che in futuro non dovrà essere decifrato dall’apparato murario. I tecnici presenti, gli architetti Annamaria Mauro, Gianluca Vitagliano, Bruno De Nigris e Arianna Spinosa, gli archeologi Marialaura Iadanza e Alberta Martellone, l’ingegnere Vincenzo Calvanese, sono stati in grado di presentare i risultati ottenuti. Le linee di ricerca e quindi la filosofia del progetto, hanno considerato il problema complesso, ma non complicato, formato da una serie di problemi.

Pompei: nuova eccezionale scoperta nel cantiere della Regio V. Nel sottoscala di una bottega con alloggio (forse con prostitute) riemerge l’affresco realistico di due gladiatori: uno, soccombendo, chiede la grazia

L’affresco con i due gladiatori scoperto nel cantiere della Regio V a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Il sangue sgorga abbondante dalle ferite del gladiatore (foto parco archeologico di Pompei)

Il sangue sprizza copioso dalle ferite lasciate dai fendenti. I due gladiatori sono giunti all’epilogo del combattimento. L’uno, ritto, sembra pronto a sferrare il colpo finale e godersi l’ovazione del pubblico. L’altro, colto nel momento in cui sta rovinando a terra, ha ancora la forza di alzare la mano per chiedere la grazia. È quanto si può vedere nell’ultima, eccezionale scoperta: un affresco con due gladiatori al termine del combattimento, l’uno vince l’altro soccombe, rinvenuto a Pompei nell’area di cantiere della Regio V, nell’ambito dei lavori di messa in sicurezza e rimodulazione dei fronti di scavo, previsti dal Grande Progetto Pompei. “Il sito archeologico di Pompei, fino a qualche anno fa, era conosciuto nel mondo per la sua immagine negativa: i crolli, gli scioperi e le file dei turisti sotto il sole”, sottolinea il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. “Oggi è una storia di riscatto e di milioni di turisti in più. Oggi è un sito accogliente, ma soprattutto è un luogo in cui si è tornati a far ricerca, attraverso nuovi scavi. La scoperta di questo affresco dimostra che davvero Pompei è una miniera inesauribile di ricerca e di conoscenza per gli archeologi di oggi e del futuro”.

L’affresco dei gladiatori è stato rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Mirmillone: gladiatore con spada corta (gladium), scudo ed elmo a tesa larga, visiera e pennacchi (foto parco archeologico di Pompei)

L’affresco di notevoli dimensioni (circa 1,12 mt x 1,5 mt), rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapezoidale, una scelta obbligata dallo spazio lasciato libero dal sottoscala, forse di una bottega, dove è stato collocato. Proprio al di sopra della pittura si intravede l’impronta della scala lignea. Molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute.
Su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, si compone la scena di lotta tra i due gladiatori, un “Mirmillone” e un “Trace”, due tipologie di lottatori distinti da armature differenti e classici avversari nelle lotte gladiatorie. Quello sulla sinistra è un “Mirmillone” della categoria degli “Scutati”: impugna l’arma di offesa, il gladium (corta spada romana), e un grande scudo rettangolare (scutum) e veste un elmo a tesa larga dotato di visiera con pennacchi, il cimiero. L’altro, in posizione soccombente, è un “Trace”, gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra. È rappresentato con elmo (galea), a tesa larga ed ampia visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero.

Il gesto dell’adlocutio: il trace ferito implora salvezza con la mano (foto parco archeologico di Pompei)

Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna

“È molto probabile che questo luogo fosse frequentato da gladiatori”, spiega il direttore generale Massimo Osanna. “Siamo nella Regio V, non lontani dalla caserma dei gladiatori da dove, tra l’altro, provengono il numero più alto di iscrizioni graffite riferite a questo mondo. In questo affresco, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali. Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia. In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza; è il gesto di adlocutio, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia. L’ambiente di rinvenimento è solo parzialmente portato in luce – su un lato emerge un’altra piccola porzione di affresco che rivela la presenza di un’altra figura- in quanto lo scavo dello stesso è stato possibile a seguito dell’intervento di rimodulazione dei pendii dei fronti e alla loro messa in sicurezza, che costituisce l’esigenza prioritaria di tutto il cantiere della Regio V”.

Pompei. Lo scavo della Regio V restituisce un’altra eccezionale scoperta: il “tesoretto della fattucchiera”, amuleti, gemme, gioielli femminili, statuine, portafortuna indossati o portati con sé per proteggersi contro la malasorte

Il “tesoretto” di amuleti e gioielli scoperto nella casa del Giardino durante lo scavo della Regio V a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Anche un teschio tra gli amuleti ritrovati nel “tesoretto” della Casa del Guardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Amuleti, gemme, gioielli femminili, statuine, elementi decorativi; c’è anche un piccolo teschio. Sono in faïence, bronzo, osso e ambra: utilizzati per ornamento personale ma anche portafortuna indossati o portati con sé per proteggersi contro la malasorte. È il “tesoretto della fattucchiera” l’ultima eccezionale scoperta, restituitaci dallo scavo della Regio V di Pompei, in uno degli ambienti della casa del Giardino. Custoditi in una cassa in legno, e da poco restaurati e riportati al loro splendore dalle restauratrici del Laboratorio di Restauro del Parco Archeologico di Pompei, si trattava di una parte dei preziosi di famiglia, che forse gli abitanti della casa non riuscirono a portare via prima di tentare la fuga. Considerate le straordinarie condizioni di conservazione e la particolare qualità dei manufatti è stato possibile donar loro una nuova vita mediante un intervento di semplice pulitura e consolidamento con materiali reversibili. Presto i monili saranno esposti, con altri gioielli pompeiani, alla Palestra Grande, in un’esposizione che si propone come seguito di “Vanity”, la mostra da poco conclusasi, e dedicata finora al confronto di stile e manifattura di gioielli dalle Cicladi e da Pompei, oltre che da altri siti campani.

Ambre e vaghi di collana scoperti nella Casa del Giardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

Straordinarie paste vitree incise tra i gioielli e gli amuleti trovati nella Casa del Giardino a Pompei (foto Cesare Abbate / Ansa)

La scoperta, lo scavo. La traccia della cassa in legno che conteneva i reperti, le cui cerniere bronzee si sono ben conservate all’interno del materiale vulcanico, a differenza della parte lignea decompostasi, è stata individuata accanto all’impronta di un’altra cassa o mobile nell’angolo di uno degli ambienti di servizio, probabilmente usato come deposito. Sul fondo dell’impronta sono stati rinvenuti i numerosi oggetti preziosi, tra cui due specchi, diversi vaghi di collana, elementi decorativi in faïence, bronzo, osso e ambra, un unguentario vitreo, amuleti fallici, due frammenti di una spiga di circa 8 cm e una figura umana, entrambi in ambra, probabilmente dal valore apotropaico, e varie gemme (tra le quali una ametista con figura femminile e una corniola con figura di artigiano). Diversi pezzi si contraddistinguono per la qualità pregiata dei materiali, oltre che per la fattura. Tra le paste vitree, straordinarie sono quelle con incise, su una la testa di Dioniso, sull’altra un satiro danzante.

Durante lo scavo della Casa del Giardino nella Regio V a Pompei è stato scoperto un tesoretto di gioielli e amuleti (foto parco archeologico Pompei)

Alcuni oggetti preziosi sono stati rinvenuti anche in una altra stanza della casa, presso l’atrio, dove sono stati documentati i resti scheletrici di donne e bambini, sconvolti da scavi clandestini di età moderna (XVII – XVIII secolo), probabilmente finalizzati proprio al recupero dei preziosi che le vittime portavano con sé. Solo un anello in ferro, ancora al dito della vittima, e un amuleto di faïence sono casualmente sfuggiti a questo saccheggio.

Oggetti di ornamento personale femminili scoperti a Casa del Giardino (foto Cesare Abbate / Ansa)

“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile e sono straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione”, dichiara il direttore generale Massimo Osanna. “Nella stessa casa, abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre la biografia del gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. E chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime. Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano la fortuna, la fertilità e la protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei. Simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione”.

Paestum, XXII Bmta: annunciate le 5 scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 5ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Sono: il più antico relitto intatto del mondo (Mar Nero, Bulgaria); un laboratorio per la mummificazione (Saqqara, Egitto); il più antico pane del mondo (Deserto Nero, Giordania); iscrizione e dimore di pregio (Pompei, Italia); la più antica mano in metallo in Europa (lago di Bienne, Svizzera)

La XXII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico si tiene a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019

Quinta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” alla Bmta 2019

Le “nomination” sono state rese note. Il voto è aperto. La proclamazione del vincitore della 5ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” venerdì 15 novembre 2019 in occasione della XXII Borsa Mediterranea del Turismo archeologico in programma a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019. Le cinque scoperte archeologiche del 2018, candidate alla vittoria della quinta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo; Egitto: a Saqqara a sud del Cairo un antico laboratorio di mummificazione; Giordania: nel Deserto Nero il pane più antico del mondo; Italia: l’iscrizione e le dimore di pregio scoperte a Pompei; Svizzera: la più antica mano in metallo trovata in Europa. L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto – come si diceva – alla quinta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Con questo Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), la Borsa Mediterranea del Turismo archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche. Il direttore della Bmta Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”.

Omar Asaad, figlio di Khaled, consegna l’International Archaeological Discovery Award a Benjamin Clément alla Bmta 2018 (foto Bmta)

Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne, alla presenza di Omar, uno dei figli archeologi di Khaled al-Asaad. Il Premio 2019 sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 17 giugno-30 settembre 2019. Allora cerchiamo di conoscere meglio le cinque scoperte “candidate” al Premio.

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto Rodrigo Pacheco Ruiz)

Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo. A 2 km di profondità nel mar Nero, al largo della costa della Bulgaria, è stata scoperta dal Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), grazie all’insolita composizione chimica dell’acqua del mar Nero e alla mancanza di ossigeno al di sotto dei 180 mt, una nave di legno risalente a 2400 anni fa, con gli elementi strutturali, fra cui l’albero e i banchi per i rematori, mai prima d’ora rinvenuti intatti in navi così antiche, attestandolo come il più antico relitto completo conosciuto trovato in mare (le barche rituali egizie ritrovate negli scavi, come quelle di Cheope, sono però molto più antiche). L’esplorazione durata 3 anni ha portato alla scoperta di più di 60 relitti storici. La nave, lunga circa 23 mt, documentata grazie a un sottomarino a comando remoto (ROV, remotely operated vehicle) dotato di telecamere, appare simile alle navi mercantili raffigurate su antichi vasi greci. Un piccolo frammento del relitto è stato estratto e analizzato con il metodo del radiocarbonio, risultando risalente al V sec. a.C., epoca in cui le città-stato greche intrattenevano frequenti rapporti commerciali fra il Mediterraneo e le loro colonie lungo la costa del mar Nero.

Un antico laboratorio di mummificazione scoperto nella necropoli di Saqqara in Egitto (foto Reuters / Mohamed Abd-el-Ghany)

Egitto: a Sud del Cairo un laboratorio di mummificazione. La missione archeologica egiziano-tedesca del Supremo Consiglio delle Antichità e dell’università di Tübingen ha rinvenuto a Sud della piramide di Unas, nella necropoli di Saqqara (a 30 km a Sud del Cairo) a 30 metri di profondità, un antico laboratorio di mummificazione (risalente alla XXVI e XXVII dinastia, VI-V sec. a.C.) con 5 sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato, 35 mummie, una bara di legno, un notevole numero di statuette di ushabti e vasi per gli oli. Il lavoro di scavo della missione continua, in quanto bisognerà dissotterrare almeno 55 mummie. La piramide di Unas è l’ultima delle piramidi edificate nella V dinastia. Nonostante le sue piccole dimensioni, è considerata una delle più importanti piramidi egizie, in quanto è la prima struttura in cui sono stati iscritti i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso la resurrezione del defunto tra le stelle imperiture. La scoperta fornirà nuove informazioni sui segreti dell’imbalsamazione degli antichi egizi. Infatti i vasi di ceramica, che contengono ancora i resti di oli e prodotti usati nel processo di imbalsamazione, riportano scritti i nomi dei prodotti sopra i contenitori.

La struttura in pietra nel Deserto Nero della Giordania dove è stato trovato il pane più antico del mondo (foto Alexis Pantos)

Giordania: il pane più antico del mondo. A Shubayqa 1 nel Deserto Nero della Giordania, Nord-Est del Paese, è stato rinvenuto da un gruppo di ricercatori delle università di Copenaghen, di Cambridge e University College di Londra il pane più antico mai ritrovato finora, di circa 14mila anni. Si tratta di una focaccia di pane azzimo carbonizzata. Quindi i nostri antenati impastavano e cucinavano ancor prima del Neolitico, e prima dell’avvento dell’agricoltura, collocata 4mila anni più tardi. Si ipotizza che grazie al consumo del pane le popolazioni iniziarono a coltivare le piante necessarie per realizzarlo, contribuendo alla rivoluzione agricola nel Neolitico. Dalle analisi dei frammenti di pane con il microscopio elettronico è emerso che si tratta di cereali selvatici: antenati dei moderni cereali come l’orzo, il farro e l’avena, che prima di essere cotti sono stati macinati, setacciati e impastati. Secondo i ricercatori sarebbe stato prodotto da una popolazione di cacciatori-raccoglitori perlopiù sedentaria, chiamati Natufiani, e, a causa della difficoltà per la sua realizzazione, il pane era considerato un cibo di lusso e quindi destinato solo a eventi importanti.

L’iscrizione scoperta nella V Regio di Pompei che avvalorerebbe la datazione dell’eruzione a ottobre del 79 d.C. (foto parco archeologico Pompei)

Italia: iscrizione e dimore di pregio scoperte a Pompei. Due dimore di pregio con preziose decorazioni vengono alla luce dalla Regio V di Pompei, grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei: la Casa con giardino con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie e la Casa di Giove con le pitture in primo stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza precedenti. Iscrizioni e ulteriori resti delle vittime aggiungono, inoltre, dettagli alla storia dell’eruzione e della città antica. Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’eruzione fosse a ottobre e non ad agosto: un’ipotesi già avanzata dagli studiosi da tempo (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/pompei-la-scoperta-di-uniscrizione-a-carboncino-nella-casa-con-giardino-sposterebbe-la-datazione-delleruzione-del-vesuvio-del-79-d-c-da-agosto-a-ottobre-lannuncio-durante/). Il grande intervento che sta interessando gli oltre 3 km di fronti, che costeggiano i 22 ettari di area non scavata, ha lo scopo di riprofilare i fronti, rimodulandone la pendenza e mettendoli in sicurezza, al fine di evitare la minacciosa pressione dei terreni sulle strutture già in luce. Gli scavi hanno anche svelato una pittura parietale, che si aggiunge a quelle splendide di Venere e Adone della Casa con giardino e a quelle della Casa di Giove: si tratta del mito di Leda e il cigno, rappresentato in un affresco rinvenuto in un cubicolo (stanza da letto) di una casa di via del Vesuvio. La scena erotica rappresenta il congiungimento tra Giove, trasformatosi in cigno, e Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta. Il ritrovamento è estremamente particolare per la fattura del soggetto “diverso da tutti gli altri fino ad oggi ritrovati in altre case” per l’iconografia decisamente sensuale.

La più antica mano in bronzo in Europa (risale a 3500 anni fa) scoperta in Svizzera, vicino al lago di Bienne (foto adb / ph, Joner)

Svizzera: la più antica mano in metallo ritrovata in Europa. Vicino al lago di Bienne, nella zona occidentale del Cantone di Berna, è stata rinvenuta, grazie al metal detector in occasione di una bonifica ambientale, la riproduzione di una mano in bronzo, leggermente più piccola del normale di circa ½ kg, che è la più antica rappresentazione in metallo di una parte del corpo umano mai trovata in Europa e risalente a circa 3500 anni fa. Presenta una sorta di polsino in lamina d’oro e una cavità interna che, si pensa, potesse permettere di montarla su un bastone o una statua. La datazione al radiocarbonio di una piccola porzione della colla organica usata per attaccare lo strato di lamina d’oro sul “polso” della scultura ha permesso di verificare che l’oggetto era molto antico, risalente all’età del Bronzo medio, tra il 1500 e il 1400 a.C.. Gli oggetti metallici nelle sepolture dell’età del Bronzo sono rari e ancora più raro l’oro. E quindi la scoperta è unica in Europa e forse anche oltre i confini europei. La cavità interna suggerisce che avrebbe potuto adornare una statua, essere stata montata su un bastone e impugnata come uno scettro o addirittura indossata come una protesi durante un rituale, tutte teorie che potrebbero non avere conferme.

Pompei. Nuova scoperta dallo scavo della Regio V: è emerso un termopolio (tavola calda) con “l’insegna commerciale” e anfore davanti al bancone

Il termopolio, ancora in corso di scavo, emerso dalle ricerche nella Regio V di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate in situ davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Trovata una nuova tavola calda degli antichi abitanti di Pompei. È l’ultima, importante scoperta che viene dallo scavo in corso nella Regio V della città romana rimasta sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Il Termopolio, questo il termine usato dai romani per un locale pubblico molto simile alle nostre tavole calde, è emerso nello slargo che fa da incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, ormai interamente portato in luce nel cantiere di scavo. L’impianto commerciale è parzialmente scavato, in quanto collocato lungo uno dei fronti di scavo, oggetto dell’intervento di messa in sicurezza e consolidamento del Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3km di perimetro dell’area non scavata del sito.

La figura di Nereide su cavallo in ambiente marino rappresentata su un lato del bancone del termopolio della Regio V (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Le decorazioni del bancone raffigurano su un lato, una bella figura di Nereide su cavallo in ambiente marino e dall’altro l’illustrazione, molto probabilmente, dell’attività stessa che si svolgeva nella bottega, quasi come un’insegna commerciale. Il ritrovamento di anfore poste davanti al bancone, al momento dello scavo, rifletteva difatti esattamente l’immagine dipinta. I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassate nel bancone di mescita in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina.

La raffigurazione di anfore davanti al bancone su un lato del bancone del termopolio (foro Parco archeologico di Pompei)

“Per quanto strutture come queste, siano ben note nel panorama pompeiano”, dichiara la direttrice ad interim, Alfonsina Russo, “il rinnovarsi della loro scoperta, con anche gli oggetti che accompagnavano l’attività commerciale e dunque la vita di tutti i giorni, continua a trasmettere emozioni intense che ci riportano a quegli istanti tragici dell’eruzione, che pur ci hanno consegnato testimonianze uniche della civiltà romana”.