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Dai segreti della Grande Piramide a quelli della Tomba di Tutankhamon: la 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto apre nel segno dell’Antico Egitto

I misteri della Grande Piramide al centro del film di Florence Tran alla Rassegna internazionale del cinema di Rovereto

Il nuovo logo della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Cosa nasconde la tomba di Tutankhamon, scoperta nel 1922 nella valle dei Re da Howard Carter? La risposta alla 29.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto che apre martedì 2 ottobre 2018 nel segno dell’Antico Egitto, grande protagonista del pomeriggio al teatro Zandonai. Alle 15, si inizia con la proiezione del film “La storia dimenticata degli Swahili” (Francia, 2017, 26’), girato in Tanzania, cui seguono due interessanti produzioni italiane, una su un’innovativa tecnica di restauro, dal titolo “Risvegli – il restauro dei Beni culturali nascosti” (Italia, 2017, 23’), e l’altra “La rosa dello sciamano” (Italia, 2018, 3’), che presenta un breve cartoon sulle incisioni rupestri della Val Camonica. Quindi il sipario si apre sull’Egitto con il documentario francese “Misteriose scoperte nella grande piramide” che introduce il tema del successivo incontro, e cioè la ricerca della missione archeologica autorizzata nel 2017, per la prima volta dopo trent’anni – all’interno della grande piramide di Giza per scoprire con le più moderne tecnologie spazi segreti ancora inesplorati. Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85’) parla infatti della grande Piramide di Giza, l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute, dove alla fine del 2017 un team multidisciplinare di scienziati – autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni – mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide.

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

Il prof. Francesco Porcelli del Politecnico di Torino

Dai segreti della Grande Piramide a quelli della tomba di Tutankhamon. Alle 17.45 infatti Francesco Porcelli, professore del politecnico di Torino, intratterrà il pubblico su “Archeo-fisica del terzo millennio: il progetto Luxor Valle dei Re”, insieme a Marco Cattaneo direttore di National Geographic, media partner della manifestazione, e Mattia Mancini, archeologo e blogger. Seguirà nella sala bar del teatro un aperitivo con i protagonisti della conversazione, dove si potranno porre domande agli esperti in un ambiente informale. Il prof. Porcelli segue tematiche dell’Antico Egitto dal 2007, quando è stato nominato Attaché Scientifico presso l’ambasciata italiana in Egitto, posizione che ha ricoperto fino al 2015. Rientrato al Politecnico di Torino nel luglio 2015, ha iniziato una nuova linea di ricerca sulle Tecnologie Applicate ai Beni Culturali. Tra i risultati principali conseguiti in questo settore, ha fatto parte del team che ha dimostrato, sulla base di misure di fluorescenza a raggi-X, l’origine meteoritica della lama di ferro della spada di Tutankhamon. Nel 2017 ha ricevuto l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di condurre il terzo radar scan della Tomba di Tutankhamon, al fine di dirimere una controversia riguardo la presunta presenza di camere nascoste dietro le pareti della camera funeraria, da alcuni ipotizzate come la dimora della regina Nefertiti. Il terzo radar scan è inserito nell’ambito di un più ampio progetto, intitolato “La mappatura geofisica completa della Valle dei Re”. Tema oggetto della conversazione alla rassegna del cinema archeologico di Rovereto.

La locandina del film “Peau d’ane” di Jacques Demy

La rassegna e le scuole. Il programma al teatro Zandonai di Rovereto si apre alle 9.30 di martedì 2 ottobre 2018 con una mattinata che vede protagonista la scuola – ma anche aperta al pubblico – sull’interessante tema del linguaggio del documentario, e in particolar modo del documentario archeologico, oltre che sulla complessità della traduzione in italiano dei film in rassegna. Dopo una breve introduzione del progetto svolto dai ragazzi del liceo Maffei di Riva del Garda che si sono cimentati nella traduzione dei film, sarà proiettato il bellissimo film su cui gli studenti hanno lavorato “Peau d’Ane. Sottopelle. La favola in superficie” un documentario che torna sul set del famosissimo film “pelle d’asino” di Jacques Demy con Catherine Deneauve e lo indaga come in un vero scavo archeologico per recuperare le tracce originali del set.

Dal film “Panormos” di Gerhard Lampe

In serata, a partire dalle 20.45, protagonista il film “Gutemberg, l’avventura della stampa” (Francia/Austria, 2016, 86’), coproduzione franco-austriaca splendidamente realizzata, che ripercorre, attraverso testimonianze di esperti e inserti di fiction, la storia di una delle invenzioni che ha rivoluzionato il modo di comunicare dell’umanità. A seguire, un interessante documentario tedesco, “Panormos” (Germania, 2017, 44), su una necropoli del VII-VI secolo a.C., ritrovata presso un sito ancora poco conosciuto sulla penisola di Mileto nell’ambito di un progetto di ricerca dell’università di Halle Wittemberg in collaborazione con il Museo di Mileto e l’istituto archeologico tedesco. L’ingresso a tutte le attività è gratuito.

Antico Egitto. Il pugnale di ferro di Tutankhamon è di origine extraterrestre. Le analisi prodotte da un team italo-egiziano: il “ferro del cielo” (come ricordano i papiri) contiene nichel e cobalto in concentrazioni tipiche dei meteoriti

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

La famosa maschera di Tutankhamon e il pugnale in ferro trovato avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino

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Il prof. Francesco Porcelli

Il pugnale di ferro di Tutankhamon ha origini extraterrestri. A metter fine alla discussione tra gli studiosi che va avanti fin dal suo rinvenimento, avvolto tra le bende della mummia del faraone bambino, nel 1925, è stata la scoperta, pubblicata dalla rivista “Meteoritics and Planetary Science”, portata a termine da un team di ricercatori internazionali – il Politecnico di Milano, l’università di Pisa, il Cnr, il Politecnico di Torino, il museo Egizio del Cairo e l’università di Fayoum, oltre che la ditta XGLab- che ha documentato l’origine meteoritica del ferro della lama del pugnale appartenuto a Tutankhamon. E pensare che la risposta ce l’avevano data proprio gli stessi antichi egizi. Su un papiro dell’antico Egitto vi era scritto che il pugnale era fatto con “ferro del cielo”. L’ipotesi ha appassionato generazioni di studiosi di storia egizia. C e n’erano alcuni che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi»., spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro. Per questo il ritrovamento del pugnale di ferro insieme a un altro d’oro nella mummia di Tutankhamon aprì un dibattito”. Stupiva la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora: il pugnale, lungo circa 15 centimetri, e un manico in oro lavorato, con incastonate piccole pietre multicolori, dai lapislazzuli alle corniole, non era per nulla arrugginito. “Dopo oltre 3mila anni”, scrive lo studioso Fabio Garuti, “nessun segno di ossidazione sul pugnale, e neppure oggi, dopo quasi 100 anni dal ritrovamento”.

Kamil crater, scoperto nel 2010 nel deserto egiziano, esito dell'impatto di un meteorite

Kamil crater, scoperto nel 2010 nel deserto egiziano, esito dell’impatto di un meteorite

La svolta avviene nel 2010 con la scoperta, annunciata dalla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese. “Quando fu scoperto il cratere”, ricorda Porcelli, “parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia di Tut, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti”. Porcelli, per otto anni, fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo, mise insieme il progetto di studio, finanziato dal ministero degli esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano, e portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il museo del Cairo e l’università di Fayyum.

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole

Il pugnale di ferro di Tutankhamon con manico in oro lavorato, piccole pietre multicolori incastonate, dai lapislazzuli alle corniole

I professori Massimo D'Orazio e Luigi Folco

I professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco

Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio. L’analisi chimica non invasiva ha rivelato che la lama di ferro del pugnale, esposto al Museo Egizio del Cairo, contiene nichel (10%) e cobalto (0.6%) in concentrazioni osservate tipicamente nelle meteoriti metalliche. “L’elevata qualità della manifattura della lama del pugnale, in confronto con altri semplici artefatti realizzati con ferro meteoritico, suggerisce una notevole padronanza nella lavorazione del ferro già all’ epoca di Tutankhamon”. La ricerca conferma, ancora una volta, come nell’Antico Egitto fosse largamente usato il ferro di origine meteorica usato soprattutto per la realizzazione di oggetti di particolare pregio. Alla ricerca hanno partecipato i professori Massimo D’Orazio e Luigi Folco, del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: i due coordinano il gruppo di ricerca pisano per lo studio delle rocce extraterrestri che vengono catturate dal campo gravitazionale. Quel «ferro del cielo» può essere raccolto ancor oggi da chi abbia voglia di fare spedizioni nei deserti egiziani, dal Sinai al cosiddetto «orientale», compreso tra il corso del Nilo ed il mar Rosso, da sempre particolarmente ricco di minerali.