Archivio tag | progetto EgittoVeneto

“Le Mummie a Rovigo”: per la prima volta in mostra a Palazzo Roncale la collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini che 140 anni fa portò all’Accademia dei Concordi oltre 500 pezzi. Il restauro delle due mummie, Meryt e Baby, dopo gli esami diagnostici, sarà aperto al pubblico

Stele lignea della collezione egizia Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In Veneto c’è una collezione con più di 500 reperti egizi comprese due mummie. È la collezione Valsè Pantellini, la più importante e consistente della regione, terra di Giovanni Battista Belzoni e di figure come il rodigino Giovanni Miani, esploratore delle sorgenti del Nilo. Ma ai più questa collezione è sconosciuta, come il luogo in cui è conservata: l’Accademia dei Concordi a Rovigo che dal 13 aprile al 1° luglio 2018 presenterà per la prima volta al grande pubblico la collezione egizia nella mostra “Mummie a Rovigo” nel prestigioso palazzo sanmicheliano Roncale, dove le star saranno ovviamente le due mummie, cui sono stati attribuiti due nomignoli, “Meryt” e “Baby”.

Frammento della collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi a Rovigo

L’imprenditore rodigino Giuseppe Valsè Pantellini

Centoquarant’anni fa, tra il 1878 e il 1879, arrivarono a Rovigo 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, provenienti da Alessandria d’Egitto, frutto di una fortunata coincidenza, oltre che della volontà dei responsabili dell’Accademia di arricchire le collezioni della loro istituzione. Il rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, aveva trovato rifugio al Cairo dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventò presto, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunse presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero. In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini venne scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse a Valsé Pantellini per cercare di realizzare un museo egizio nella sua città natale, Rovigo. Pantellini accolse l’invito e, tra il 1878 e il 1879, inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. In Accademia, alla donazione Valsè Pantellini se ne sono poi aggiunte altre di minore consistenza: un numero imprecisato di reperti dal Basso Egitto da parte di Lodovico Bassani, sette frammenti di statuette donate dall’ingegner Eugenio Piva nel 1893 e sette reperti appartenuti alla famiglia Silvestri.

La mummia di donna, detta “Meryt”, fu sbendata al suo arrivo a Rovigo

Le due mummie, una di giovane donna (“Meryt”) e l’altra di un ragazzo (“Baby”), reperti di punta della donazione Valsè Pantellini, vennero conservate in una teca nella posizione che avevano al loro arrivo dall’Egitto: “Baby” adagiato su “Meryt”, quasi come se la donna, anche nell’Oltretomba, volesse proteggere il cucciolo d’uomo. All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati. È “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul  petto. A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti. Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In previsione della mostra le due mummie saranno per la prima volta separate per poter essere sottoposte a una precisa campagna diagnostica che prevede la loro la datazione col metodo del carbonio C14, la tomografia computerizzata (TAC), la scansione con laser scanner 3D. Il prelievo dei campioni sarà effettuato negli ambienti dell’Accademia da personale specializzato; subito dopo le mummie saranno trasferite all’ospedale rodigino di Santa Maria della Misericordia, per la TAC. L’importanza dell’operazione è evidente ed errori non sono concessi. Perciò per gli interventi sulle due mummie sono stati mobilitati i maggiori specialisti. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto (Claudia Gambino, Giulia Deotto e Martino Gottardo), con il coordinamento di Emanuele Ciampini (università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (università di Padova), che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’università di Padova e l’università Ca’ Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio. L’operazione “Mummie di Rovigo” è stata integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Alla ricostruzione tridimensionale dei corpi provvederanno gli specialisti dell’ateneo patavino. Mentre sui tessuti delle bende che avvolgono il corpo e su quelli che lo accompagnano, andrà fatta una campagna diagnostica che comprenda la datazione al carbonio e che sarà eseguita dal laboratorio di riferimento del museo Egizio di Torino. Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di  Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.

La mummia di bambino, detta “Baby”, ancora con le bende originali

Alla conclusione di questi esami, sarà avviato il restauro di Meryt e Baby. L’intervento è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante: in particolare ad inizio del 2017 ha curato il restauro aperto della Mummia di Usai presso i Musei Civici di Bologna, riscuotendo un importante successo di pubblico e critica. Per scelta di Accademia dei Concordi e di Fondazione Cariparo, che per questo importante evento si sono avvalse della collaborazione tecnica di Arcadia Arte, il restauro sarà aperto al pubblico e avverrà in Palazzo Roncale dove diverrà il fulcro attivo di una esposizione che presenterà ai visitatori l’intera Collezione Egizia rodigina. La visita alla mostra “Le Mummie a Rovigo” diventa quindi una esperienza davvero unica alla scoperta di una città e di un territorio dalle mille sorprese culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Rovigo Convention & Visitors Bureau, in occasione dell’evento, promuove IDEEweekend per scoprire quel patrimonio artistico culturale presente nella città di Rovigo e nel Delta del Po, dove storia e natura, tradizione e innovazione sono espressione della ricchezza delle piccole destinazioni turistiche italiane.

Padova alla scoperta dell’Antico Egitto: a Palazzo Zuckermann ricostruita la tomba affrescata di Pashedu, uno degli artisti che sotto Ramses II lavorò alle tombe reali di Tebe Ovest. Fu scoperta nel villaggio operaio di Deir el Medina

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

La tomba affrescata di Pashedu, scoperta nel 1834 a Deir el Medina sulla sponda occidentale di Tebe

L'ingresso della tomba di Pashedu, l'artista al servizio dei faraoni

L’ingresso della tomba di Pashedu, l’artista al servizio dei faraoni

Deir el Medina, il villaggio degli operai dei faraoni, sulla sponda ovest di Tebe (Luxor), dove vivevano gli artigiani e gli artisti che lavoravano nelle tombe reali della XVIII, XIX e XX dinastia (quelle che oggi costituiscono la valle dei Re e delle Regine) fu portato alla luce nel 1905 dal grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli, quello – per intenderci – che l’anno prima aveva scoperto la straordinaria tomba di Nefertari. Ma già settant’anni prima, nel 1834, un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano aveva individuato, proprio a Deir el Medina, la tomba affrescata di uno dei suoi speciali abitanti, Pashedu, artigiano e artista sotto il faraone Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, ora è possibile ammirarla a Padova, a Palazzo Zuckermann, dove fino al 19 giugno 2016 è aperta la mostra “Padova alla scoperta dell’antico Egitto” con la ricostruzione a grandezza naturale della celebre tomba egizia di Pashedu, che significa Salvatore.

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Un dettaglio degli affreschi della tomba di Pashedu a Deir el Medina

Pashedu (la cui tomba è oggi nota come la numero 3 di Deir el Medina) visse sotto i regni dei faraoni Seti I e Ramses II col titolo di “Servo nel luogo della verità ad ovest di Thebes”, il che significa che ha lavorato allo scavo e alla decorazione delle vicine tombe reali. Figlio di Menna e di Huy, Pashedu ebbe He had five sons and daughters with his wife, called cinque figli (tra maschi e femmine) dalla moglie Nedjem-Behdet. Uno dei figli, Menna, sicuramente prese il nome del nonno. Iscrizioni sepolcrali sembrano dimostrare che anche un certo Kaha era uno dei figli di Pashedu.

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La tomba di Pashedu ricostruita da Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza

La ricostruzione a Padova della tomba di Pashedu, presentata da Cultour Active, è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del Museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. A Padova, nella collezione del museo Archeologico, si conserva invece un ushabti (statuina che riproduceva il defunto e che doveva lavorare per lui nell’aldilà nei campi di Osiride) che proviene da Deir El Medina, il villaggio in cui visse e fu sepolto Pashedu, e che trova corrispondenza in un analogo ushabti ora conservato al museo Egizio di Torino. “Anche la collezione egizia del museo patavino offre quindi sorprendenti spunti di approfondimento”, spiegano gli organizzatori. “Questa ricostruzione”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, Matteo Cavatton, “si configura per la città come una nuova opportunità per approfondire la conoscenza della civiltà egizia. Non va infatti dimenticato che il rapporto tra Padova e l’Egitto, ha origini lontane: Padova è patria del grande Belzoni (1778-1823), l’esploratore cui sono indissolubilmente legate la scoperta dell’Egitto faraonico e la nascita dell’egittologia. La ricostruzione della tomba di Pashedu restituisce uno spaccato sulla cultura dell’antico Egitto, che si integra con quanto esposto nelle sale dei musei civici di piazza Eremitani: il museo Archeologico ospita infatti una collezione significativa, costituita da circa 180 reperti, tra cui spiccano proprio quelli legati alla figura dell’illustre padovano Giovanni Battista Belzoni”.

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

Un dettaglio della tomba di Pashedu ricostruita a Palazzo Zuckermann a Padova

L’esposizione della tomba di Pashedu – ricordano a Cultour Active – è corredata da una serie di pannelli fondamentali per contestualizzare la sepoltura e ad approfondire i legami tra Padova e l’antico Egitto. Testi e ricerca iconografica sono dell’egittologa Claudia Gambino (università di Padova), del Team Egitto Veneto. Grazie al Progetto EgittoVeneto in questi ultimi anni è stato infatti riportato nella giusta luce un ricchissimo patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei musei del territorio regionale, incluso quello patavino. Per tutta la durata della mostra, il pubblico sarà inoltre coinvolto con attività educative, laboratori e degustazioni speciali – il format di Cultour Active “Tast the Past ®” l’archeodegustazione di prodotti moderni per conoscere il passato – sia durante sia nei fine settimana.