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Palestrina (Roma). Durante la realizzazione di un marciapiede lungo la Sr 155 di Fiuggi scoperto un tratto di strada basolata romana perfettamente conservata a 1 metro e mezzo di profondità

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Il tratto di strada romana basolata rinvenuta lungo la Sr 155 di Fiuggi in località Muracciola a Palestrina (Roma) durante il lavori di realizzazione di un marciapiede (foto sabap-rm-ri)

Rinvenuto un tratto di strada basolata a Palestrina (Rm). Durante la realizzazione di un marciapiede lungo la S.R. 155 di Fiuggi (via Prenestina Nuova) in località Muracciola, nell’ambito dei lavori svolti dal Dipartimento Tecnico Area 5 Lavori pubblici della Città di Palestrina, è stato messo in luce un tratto di basolato di una strada romana. Lo scavo è stato eseguito sotto la direzione scientifica del funzionario archeologo Gabriella Serio della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti.

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Il tratto di strada romana basolata rinvenuta lungo la Sr 155 di Fiuggi in località Muracciola a Palestrina (Roma) durante il lavori di realizzazione di un marciapiede (foto sabap-rm-ri)

Perfettamente conservata alla profondità di – 1,50 m dall’odierno piano stradale, è stato portato alla luce un tratto di lunghezza pari a circa 50 m e una larghezza di circa 4 m che proseguiva parallelo all’attuale asse stradale lungo il versante settentrionale. Il tracciato antico è sopravvissuto ai pesanti interventi connessi alla costruzione della rete ferroviaria Roma-Fiuggi, i cui binari insistevano sulla pavimentazione stradale antica.

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Le grandi pietre poligonali basaltiche disposte a creare la conformazione “schiena d’asino” del tratto di strada romana scoperta a Palestrina (Roma) (foto sabap-rm-ri)

La strada è composta da grandi pietre poligonali basaltiche disposte regolarmente a formare la caratteristica conformazione “a schiena d’asino”; entrambi i limiti della carreggiata presentavano lunghi tratti di crepidini. In diversi punti del sedime stradale sono stati individuati i segni del continuo passaggio di carri. Un percorso pedonale proseguiva a ridosso della crepidine settentrionale. Il segmento rinvenuto rappresenta il proseguimento dei tratti attualmente visibili lungo la S.R. 155 di Fiuggi, appartenenti a un’antica arteria che collegava la città di Praeneste alla via Labicana, la cui frequentazione continuò fino alla metà del XIX secolo d.C., come rappresentato in alcune fonti cartografiche dell’epoca.

“100 opere tornano a casa”. Grazie al progetto del Mic, la Cista Prenestina o Borgiana e le due coppe in argento con foglie d’acanto da Falerii Novi hanno lasciato i depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli con destinazione, rispettivamente, Palestrina (museo Archeologico nazionale) e Civita Castellana (Forte Sangallo e museo Archeologico dell’Agro Falisco)

Le due coppe in argento dorato lasciano i depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli con destinazione Civita Castellana (foto valentina cosentino)

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La Cista Prenestina pronta per l’imballaggio al Mann (foto valentina cosentino)


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Al Mann casse pronte con la Cista Prenestina e le coppe in argento da Falerii Novi per la nuova destinazione (foto valentina cosentino)

Provengono tutte dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli: la Cista Prenestina o Borgiana e le due coppe in argento con foglie d’acanto. Hanno lasciato l’altro giorno il Mann con destinazione, rispettivamente, il museo Archeologico nazionale di Palestrina e il Forte Sangallo e museo Archeologico dell’Agro Falisco di Civita Castellana, nell’ambito del progetto del ministero della Cultura “100 opere tornano a casa”, voluto dal ministro Dario Franceschini per promuovere e valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali. “Questo progetto – dichiara il ministro Franceschini – restituisce nuova vita a opere d’arte di fatto poco visibili, di artisti più o meno conosciuti, e promuove i musei più piccoli, periferici e meno frequentati. Nell’intero sistema museale dello Stato sono esposte circa 480mila opere, il resto – circa 4 milioni – è custodito nei depositi, da cui proviene la totalità dei dipinti e dei reperti coinvolti in questa iniziativa. Queste cento opere sono soltanto le prime di un progetto a lungo termine che mira a valorizzare l’immenso patrimonio culturale di proprietà dello Stato. Un obiettivo che sarà raggiunto anche attraverso un forte investimento nella digitalizzazione e nella definizione di nuove modalità di fruizione prevedendo nuove collaborazioni come la realizzazione di una serie di documentari insieme alla RAI, che ha anche il merito di rafforzare il legame tra il territorio e l’opera d’arte. Le opere verranno concesse in prestito decennale, continuamente rinnovabile, ai musei di destinazione”.

La Cista Prenestina o Borgiana (bronzo, fine IV-inizio III sec. a.C.) da Praeneste: dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli al museo Archeologico nazionale di Palestrina (foto giorgio albano / mann)

palestrina_archeologico_ritorno-cista-borgiana_locandinaLa Cista Borgiana torna a Palestrina dopo 2000 anni. Grazie al progetto del ministero della Cultura “100 opere tornano a casa” è tornata l’altro giorno a Palestrina, al museo Archeologico nazionale, dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli la Cista Borgiana, accolta dal sindaco di Palestrina Mario Moretti, la direttrice del museo Marina Cogotti, e dal direttore Regionale Musei del Lazio Stefano Petrocchi. La cista va ad arricchire la Sala delle Necropoli al secondo piano del Palazzo Colonna Barberini, sede del museo Archeologico nazionale di Palestrina.

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Particolare dell’impugnatura della Cista Borgiana da Praeneste (foto giorgio albano / mann)

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Particolare dell’impugnatura della Cista Borgiana da Praeneste (foto giorgio albano / mann)

L’opera, rinvenuta nel corso del Settecento nel territorio di Palestrina, l’antica Praeneste, appartenne per un periodo a Ennio Quirino Visconti, prima di entrare a far parte della collezione del cardinale Stefano Borgia. Con la vendita della collezione da parte del nipote Camillo, seguita alla scomparsa del Borgia, la cista confluì insieme ad una parte della collezione nel Real Museo Borbonico, l’attuale museo Archeologico di Napoli.

La Cista Prenestina o Borgiana (bronzo, fine IV-inizio III sec. a.C.) da Praeneste: dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli al museo Archeologico nazionale di Palestrina (foto giorgio albano / mann)

Dopo oltre duemila anni questa preziosa cista torna quindi nel territorio per il quale era stata creata, destinata ad accompagnare, insieme alle suppellettili che certamente conteneva, l’ultimo viaggio di una sconosciuta donna prenestina, in una delle necropoli presenti nel territorio. Un percorso comune a tante opere prodotte per la ricca Praeneste, andate nel tempo ad arricchire le collezioni di musei in ogni parte del mondo, e che in questo caso ritorna invece nel contesto di provenienza.

Dettaglio della coppa in argento dorato con foglie d’acanto di produzione orientale (II sec. a.C.) e rinvenuta a Falerii Novi: dai depositi del Mann è ora al museo Archeologico nazionale dell’Agro Falisco al Forte Sangallo di Civita Castellana (foto mic)

civita-castellana_archeologico-agro-falisco_cento-opere_locandinaLe due coppe in argento dorato di Falerii Novi, provenienti dai depositi del Mann, sono arrivate l’altro giorno al museo Archeologico nazionale dell’Agro Falisco al Forte Sangallo di Civita Castellana, accolte da Sara De Angelis, direttrice del museo Archeologico dell’Agro Falisco, e da Luca Giampieri, sindaco di Civita Castellana. La presentazione ufficiale delle opere si terrà nella sala conferenze del museo Archeologico dell’Agro Falisco al Forte Sangallo di Civita castellana l’11 marzo 2022, alle 11.30.

Coppa in argento dorato di produzione orientale (II sec. a.C.) da Falerii Novi: ora al museo Archeologico nazionale dell’Agro falisco al Forte Sangallo di Civita Castellana (foto mic)
Coppa in argento dorato di produzione orientale (II sec. a.C.) da Falerii Novi: ora al museo Archeologico nazionale dell’Agro falisco al Forte Sangallo di Civita Castellana (foto mic)

Le coppe in argento, come si evince dalla documentazione di archivio, furono rinvenute nel 1811 nel territorio dell’attuale Civita Castellana presso l’abitato di Falerii Novi insieme ad altri recipienti in argento. La deposizione di questo piccolo tesoretto deve essere avvenuta dopo il 241 a.C., anno della fondazione della città; così come proposto dal prof. Filippo Coarelli, le coppe facevano probabilmente parte del bottino di una delle guerre asiatiche del II sec. a.C., verosimilmente realizzate nella città di Pergamo, in Asia Minore. Le coppe verranno esposte all’interno del percorso museale, allestito negli appartamenti papali del Forte Sangallo, insieme ai materiali qui conservati e visibili provenienti dallo stesso sito.

Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: nei venerdì di ottobre apertura straordinaria di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante

Il nuovo allestimento delle tombe principesche di Palestrina a villa Poniatowski (foto etru)

La “prova generale” durante le Giornate europee del Patrimonio il 24 e 25 settembre 2021 al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: l’apertura al pubblico di Villa Poniatowski con il nuovo allestimento delle tombe Barberini e Bernardini di Palestrina, due tra i più importanti corredi principeschi del periodo Orientalizzante, risalenti all’inizio del VII secolo a.C., di nuovo esposti dopo otto anni chiusi alle visite. Villa Poniatowski riapre straordinariamente al pubblico tutti i venerdì di ottobre 2021, dalle 10 alle 14 e dalle 15 alle 18. Ingresso contingentato per motivi di sicurezza a cura del personale in servizio. Il biglietto si acquista nella sede di Villa Giulia e dà accesso a tutte le collezioni e alle mostre temporanee in corso.

Gli straordinari corredi delle tombe principesche di Palestrina esposti a villa Poniatowski (foto etru)

Ciascun corredo è composto da decine di oggetti di inestimabile valore e da alcuni capolavori assoluti dell’oreficeria, della bronzistica e della scultura in avorio di questo periodo. Materiali provenienti dal vicino Oriente e dall’Egitto figuravano insieme a gioielli e vasellame di produzione etrusca, rendendo i “principi” che li indossavano e li utilizzavano simili ai monarchi più influenti del Mediterraneo orientale. Questa è una peculiarità del periodo Orientalizzante ed è manifestata ad altissimo livello dalle due sepolture prenestine che, pur provenendo da un’area culturale di influenza latina, beneficiavano del controllo delle vie di transito e delle risorse ad esse connesse per rappresentarsi al massimo livello di sfarzo possibile come e anche in modo più esuberante dei loro vicini Etruschi sull’opposta sponda del fiume Tevere. Il progetto dell’attuale allestimento è dell’architetto Andrea Mandara con la collaborazione di Claudia Pescatori (Studio di Architettura, Roma), il progetto grafico è di Francesca Pavese, l’organizzazione generale di Electa; il progetto scientifico è stato curato da Antonietta Simonelli, funzionario archeologo del museo di Villa Giulia e curatore della sezione museale di Villa Poniatowski, con la supervisione del direttore Valentino Nizzo. L’allestimento è stato realizzato dal personale del Museo coordinato dalla funzionaria restauratrice Miriam Lamonaca supportata dalla collega Irene Cristofari.

La vetrina a villa Poniatowski con il corredo della tomba Barberini di Palestrina (foto etru)

La Tomba Barberini. Nel 1855 nel fondo della Colombella, che insisteva sull’area di necropoli dell’antica Praeneste (attuale Palestrina), viene riportata alla luce la Tomba Barberini, fondamentale testimonianza del periodo Orientalizzante nel Latium vetus e, più in generale, uno dei contesti più rappresentativi di una fase storica e artistica profondamente influenzata dai contatti tra Oriente e Occidente, mediati, tra gli altri, dai Greci e dai Fenici. Insieme con altre centinaia di oggetti di scavo, il contesto della Tomba Barberini, attraverso l’omonima collezione della celebre nobile famiglia romana, viene acquisito dallo Stato italiano nel 1908 per 350mila lire e, grazie all’interessamento dell’allora direttore Angelo Maria Colini, viene destinato al museo di Villa Giulia, nato nel 1889 e subito divenuto un punto di riferimento nel panorama museografico romano.

Fermaglio in oro, a sbalzo e granulazione, dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Presentando la Collezione nel Bollettino d’Arte del 1909 Alessandro Della Seta nota come nello scavo della Tomba Barberini non si fosse prestata alcuna attenzione al contesto e che una ricostruzione del corredo era stata possibile solo a posteriori mettendo insieme le prime notizie sul rinvenimento, individuando affinità stilistiche tra gruppi di oggetti e ricorrendo al confronto con le associazioni già riscontrate nella Tomba Bernardini (675-650 a.C.). E infatti nel nuovo allestimento, appena inaugurato a settembre 2021, il posizionamento del corredo della Tomba Barberini segue per analogia quello dell’altra tomba prenestina. Intorno alla sagoma del defunto trovano posto gli ornamenti personali in oro, come la meravigliosa piastra decorata con piccole figure di animali reali e fantastici eseguiti a sbalzo e a granulazione, lo spillone dalla testa d’argento a forma di bocciolo di fiore e la fibula a “drago”.

Trono in lamina di bronzo decorata a sbalzo dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina conservato a villa Poniatowski (foto etru)
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Coppa (kotyle) di bronzo a doppia parete dal corredo della Tomba Barberini di Palestrina esposta a villa Poniatowski (foto etru)

Tra gli oggetti d’avorio già Della Seta dava grande rilievo, accanto ai calici su alto piede, al corno musicale (?) decorato con incisioni e incrostazioni di ambra e ai tre sorprendenti avambracci lavorati a intaglio con fregi di animali e terminanti a forma di mano, interpretati come manici di specchi o di ventagli. L’altissimo rango sociale del personaggio, a cui doveva essere appartenuto il corredo, è evidenziato dalla ricca dotazione di oggetti per il banchetto sia in bronzo, come il cratere con teste di grifo su alto sostegno, le brocche e le coppe, sia in argento dorato, come le coppe a due manici (kotylai) e la coppa “fenicia”; ma ancor di più ne sottolineano la funzione regale e sacerdotale nell’ambito della comunità di riferimento il trono di lamina di bronzo e gli oggetti legati alla cottura delle carni e alla celebrazione di sacrifici, come l’ascia, il coltello, i bacini, le patere baccellate, il carrello per offerte.

La fibula prenestina, in oro, con la più antica testimonianza della lingua latina

La Tomba Bernardini, scoperta nel febbraio del 1876, prende il nome dai fratelli che ne finanziarono lo scavo nel territorio dell’antica Praeneste (attuale Palestrina). Il suo corredo, originariamente esposto nel museo Kircheriano e poi in quello preistorico-etnografico “Luigi Pigorini”, venne infine dal 1960 trasferito nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove oggi è conservato nell’adiacente Villa Poniatowski. L’unico oggetto rimasto nella sezione preistorica dell’odierno museo delle Civiltà, erede del “Pigorini”, è la celebre fibula prenestina, con la più antica iscrizione latina fino ad oggi nota. Considerata fino a pochi anni fa un falso e oggi finalmente riabilitata dalla critica grazie ad approfondite indagini archeometriche, la fibula era riemersa diversi anni dopo la scavo della Tomba Bernardini, in circostanze sospette che avevano fatto dubitare della sua autenticità e della sua appartenenza al celebre corredo prenestino, cui invece diverse testimonianze la attribuivano.

Piastra d’oro decorata con file di leoni, cavalli, chimere e sfingi dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

La tomba era a pseudocamera consistente in una fossa rettangolare irregolare (m 5,45×3,82/3,92) orientata E-O e profonda ca 1,70 m; le pareti erano rivestite da filari di blocchi di tufo con copertura a lastroni di calcare e travertino; sul fondo vi era un incavo lungo circa 2 metri presso il lato Sud. La disposizione del corredo è nota grazie al sopralluogo effettuato dopo la scoperta dal celebre archeologo tedesco Wolfgang Helbig e alla pubblicazione che ne seguì. Gli ornamenti personali in oro e in argento, come la piastra, la fibula, i fermagli, le frange, da immaginarsi sul petto e sulle spalle quale parte integrante dell’abbigliamento, si concentravano nella zona Est dell’incavo, confermando sia il luogo della deposizione del corpo, già suggerito dal ritrovamento di ossa umane, poi gettate via, che il suo orientamento.

Finale angolare di carro di bronzo con figurine applicate dal corredo della Tomba Bernardini di Palestrina (foto etru)

Sull’orlo della fossa verso Sud trovavano posto le armi (lance di ferro, spada d’argento e spada di ferro), mentre nella parte opposta vi erano i finali di bronzo, pertinenti con ogni probabilità a un carro. Sulla parete Sud erano appesi i tre scudi, mentre lungo quella Est vennero ritrovati il grande calderone di bronzo a protomi di grifo, con all’interno una coppa di bronzo e il suo sostegno. Tutti questi oggetti raccolti nella zona Est della tomba, a cui si possono unire le due falere d’argento rivestite di lamina d’oro, pertinenti la bardatura di un cavallo, sono segni distintivi del ruolo sociale del defunto quale principe guerriero.

Piccolo calderone d’argento dorato decorato con sei teste di serpente dal corredo della Tomba Bernardini esposto a Villa Poniatowski (foto etru)
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Lebete d’argento con coperchio a colino, attingitoio e coppa dal corredo della Tomba Bernardini esposti a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa di vetro blu dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

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Coppa “fenicia” d’argento dorato con fregi di tori e cavalli dal corredo della Tomba Bernardini esposta a Villa Poniatowski (foto etru)

Nella zona Ovest della tomba trovano posto, invece, gli oggetti da ricondursi al banchetto e all’offerta, rappresentativi della condizione socio-economica del defunto, come la coppa (kotyle) d’oro, il calderone a teste di serpenti, le coppe “fenicie” in argento dorato, il lebete con coperchio a colino e attingitoio d’argento, la coppa di vetro blu, gli avori per il rivestimento di scatole o mobili, tra cui risalta il frammento con scena nilotica, il tripode con statuette maschili e cani affacciati sull’orlo; rientrano in questa tipologia di oggetti anche le coppe d’argento appartenenti a un servizio potorio destinato al consumo del vino insieme con la grattugia, mentre il calderone di bronzo con gli spiedi e gli alari sono da collegarsi alla cottura e alla distribuzione delle carni, appannaggio esclusivo degli esponenti dell’aristocrazia. Per tecniche esecutive, tipologica e decorazioni gli oggetti del corredo trovano stringenti confronti con materiali provenienti da Fenicia, Siria, ma anche Grecia insulare e orientale, rappresentando nel loro complesso uno degli esempi più significativi dell’Orientalizzante Antico nell’Italia centrale, dove a oggetti di importazione se ne affiancano altri fabbricati in Italia da artigiani immigrati, che propongono ai nuovi signori un repertorio figurativo diffuso nelle corti del Vicino Oriente segno di prestigio e regalità. La cronologia dei materiali oscilla tra la fine dell’VIII e il secondo quarto del VII secolo a. C. e, grazie a oggetti datanti come la kotyle d’oro, la tomba può essere riferita al 675- 660 a.C.

Nella Palestra Grande agli scavi la mostra “Pompei e gli Etruschi”: 800 reperti provenienti da musei italiani e europei. 1^ parte: excursus sulle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei

La locandina della mostra “Pompei e gli Etruschi” alla Palestra Grande di Pompei fino al 2 maggio 2019

Da sinistra, Paolo Giulierini, Massimo Osanna e Stéphane Verger (foto Graziano Tavan)

Ancora pochi giorni e il lungo ponte tra Pasqua e il 1° maggio volga al termine. E col periodo festivo finisce anche la grande mostra “Pompei e gli Etruschi” aperta alla Palestra Grande degli scavi di Pompei, fino al 2 maggio 2019. Chi ha tempo ne approfitti. A cura del già direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, la mostra è promossa dal parco archeologico di Pompei, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, il Polo museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, questa nuova esposizione affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca – in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terracotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

Offerte dal santuario extraurbano di Fondo Iozzino a Pompei (foto Graziano Tavan)

Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”.); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina). Le dinamiche degli incontri di culture, le integrazioni tra gruppi sociali, lo spazio mediterraneo come luogo e teatro di culture fluide e identità recintate costituiscono il filo conduttore delle mostre della Palestra Grande di Pompei, a partire da quelle che hanno riguardato l’Egitto, la Grecia e ora l’Etruria.

Vasetti dal tempio di Apollo di Pompei (foto Graziano Tavan)

Piccola visita guidata per chi non può visitare la mostra (Sala introduttiva) Siamo intorno al 600 a.C. “I primi secoli della storia di Pompei sono poco noti”, spiegano i curatori, “perché gli strati più antichi della città sono stati ricoperti e in gran parte distrutti dalla città sannita dei secoli III e II a.C. e da quella romana sepolta nel 79 d.C. Oggi si ritiene unanimemente che quella prima città, il cui nome è ignoto, sia stata fondata intorno al 600 a.C. da alcuni Etruschi giunti dall’Etruria interna (la regione situata a nord di Roma, tra la costa tirrenica e i fiumi Tevere e Arno). In precedenza anche altri Etruschi si erano stabiliti in Campania. Già 300 anni prima, durante l’epoca villanoviana, alcuni gruppi giunti dall’Etruria meridionale avevano fondato due importanti città nelle zone agricole più ricche della regione: Capua nella pianura campana e Pontecagnano nella piana del Sele”. All’epoca la Campania era occupata da popolazioni locali italiche, che coabitarono con i nuovi arrivati. Non formavano un’entità etnica omogenea, ma erano divise in piccole comunità che coltivavano le pianure intorno al Vesuvio e le prime alture dell’entroterra. La regione era idealmente situata sugli itinerari marittimi lungo la costa tirrenica. Per questo motivo, i Greci giunti nella seconda metà dell’VIII secolo dall’isola di Eubea, a Nord di Atene, fondarono la colonia di Pithecusae sull’isola di Ischia e la potente città di Cuma nei Campi Flegrei. Alla fine dell’VIII secolo, la Campania era quindi occupata da un insieme di comunità che si differenziavano dal punto di vista etnico e culturale. Vi si parlava una moltitudine di lingue suddivise in tre grandi gruppi: una lingua locale italica, l’osco, e due lingue straniere, l’etrusco e il greco. Le relazioni che queste comunità intrattenevano tra loro favorirono rapidamente la formazione di culture ibride e di lingue diversificate, ma furono anche all’origine di incessanti conflitti armati provocati dalla esasperata rivalità per il possesso della terra e il controllo del mare.

Ruota in legno dal sito dell’età del Ferro di Longola di Poggiomarino (foto Graziano Tavan)

Gli Etruschi in Campania prima di Pompei: c. 900 – c. 750 a.C. (Sala 1) Nell’Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) la Campania era una regione ricca e produttiva. L’insediamento indigeno di Longola, nella valle del Sarno, che prosperava grazie ad abbondanti risorse agricole (comprese quelle vinicole) e alla pastorizia, sviluppò quindi anche un’attività artigianale diversificata: lavorazioni in legno e in osso, metallurgia del bronzo e intaglio dell’ambra importata dal Nord Europa. Il villaggio era in contatto con le comunità etrusche e greche stabilitesi nella pianura campana e intratteneva relazioni di scambio anche con regioni più lontane, come l’Italia del sud e la costa adriatica. Vi si praticavano riti religiosi in ambito domestico, come attestano i numerosi vasi in miniatura e le figurine in terracotta e bronzo. Intorno al 900 a.C., i primi etruschi si stabilirono nella pianura campana e nella piana del Sele mentre altri gruppi villanoviani fondavano Felsina (Bologna). In entrambi i casi si può senz’altro parlare di una vera e propria colonizzazione per appropriazione delle terre in aree particolarmente fertili. Le prime urne cinerarie villanoviane rappresentano infatti i defunti come guerrieri muniti di elmo e armati.

Bruciaprofumi in bronzo dalla tomba 74 di Montevetrano di Pontecagnano (foto Graziano Tavan)

La Campania si apre sul Mediterraneo: c. 750 – c. 700 a.C. (Sala 2) Nella seconda metà dell’VIII secolo la Campania si aprì verso il Mediterraneo. Le sepolture più importanti riunivano oggetti italici, etruschi e greci, ma anche altri realizzati a nord delle Alpi, sardi, indigeni dell’Italia del sud, fenici e provenienti dal Vicino Oriente. Il numero maggiore di manufatti importati si concentrava nelle preziose parure e nel servizio da banchetto. Come in Etruria, le donne aristocratiche svolgevano un ruolo importante nella gestione delle risorse economiche della casa, nella produzione tessile e nell’adozione di modelli ideologici stranieri. La tomba 74 di Montevetrano, vicino a Pontecagnano, è una delle migliori rappresentazioni delle diverse trasformazioni storiche in atto.

Calderone in bronzo dalla tomba Artiaco 104 di Cuma (foto Graziano Tavan)

Il tempo dei principi tirrenici cosmopoliti: c. 700 – c. 630 a.C. (Sala 3) Intorno al 700 a.C., all’inizio dell’epoca detta “orientalizzante”, i principali centri della costa tirrenica erano controllati da grandi famiglie aristocratiche i cui membri più importanti venivano sepolti in sfarzose tombe principesche, secondo una moda che si era affermata tanto in Etruria (da Vetulonia a Nord, fino a Cerveteri a Sud) quanto in Lazio (a Praeneste) e in Campania (dall’insediamento greco di Cuma alla città etrusca di Pontecagnano). In questo contesto principesco tirrenico orientalizzante, il defunto della tomba Artiaco 104 di Cuma occupa un posto a parte. I suoi resti incinerati sono stati deposti in un calderone in argento, come quelli degli eroi dell’Iliade di Omero: mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale.

Brocca greca di produzione cumana con raffigurazioni di pesci dalla tomba 592 di San Valentino Torio a Sarno (foto Graziano Tavan)

La Campania, una tappa sulle rotte del commercio arcaico: VII-VI secolo a.C. (Sala 4) Nel VII secolo a.C. la domanda crescente di vino, olio e prodotti di lusso da parte delle élite occidentali provocò uno sviluppo del commercio marittimo che perciò si estese a tutto il Mediterraneo. Si moltiplicarono anche i relitti, come quello dell’imbarcazione commerciale dell’Isola del Giglio al largo della Toscana che, provenendo forse dalla costa occidentale dell’Asia Minore, aveva lambito la Campania e da lì avrebbe dovuto raggiungere Massalia (Marsiglia) se non fosse colata a picco prima di lasciare le coste dell’Etruria. In quell’epoca la costa campana si riempì di insediamenti che si trovavano lungo i nuovi itinerari marittimi e prendevano parte al commercio del vino. Sull’isola di Ischia, nel villaggio di Punta Chiarito, si coltivava la vite. Qui arrivavano i prodotti provenienti dalla Grecia, dalla Campania e dall’Etruria in senso stretto.

Olla con protomi di ariete dalla tomba 312 delle necropoli Formaci a Capua (foto Graziano Tavan)

Dalle vecchie famiglie principesche alle nove élite urbane e rurali: c. 630 – c. 550 a.C. (Sala 5) Verso la fine del VII secolo a.C., le poche grandi famiglie aristocratiche continuavano a farsi seppellire secondo i rituali eroici greci e principeschi etruschi. Ma quest’epoca vide prosperare soprattutto un’élite media, che si sviluppò tanto nei grandi centri urbani etruschi come Capua e Pontecagnano quanto nei centri secondari etruschi e italici, come Cales nel nord della Campania o Stabia nella valle del Sarno. La trasformazione sociale e politica favorì lo sviluppo di botteghe che realizzavano in serie ceramiche di qualità ordinaria: il bucchero nero etrusco e la ceramica etrusco-corinzia, imitata a partire dalle produzioni greche da artigiani etruschi di Vulci e Cerveteri stabilitisi nelle città della Campania. Anche i vasi in metallo del banchetto erano produzioni di serie importate da Orvieto, nell’Etruria interna.