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Paestum dedica un’intera giornata ai temi del volontariato, della donazione, della sicurezza stradale e dello sport: davanti al Tempio di Nettuno esibizione degli atleti delle Fiamme Oro della Polizia di Stato nella lotta, sport molto popolare anche nell’antica Poseidonia. Apertura straordinaria serale del Santuario Meridionale

La lotta fu uno sport molto popolare a Paestum così come in tutta l’antichità. Non a caso si trovano lottatori dipinti su vasi, scolpiti, ritratti su monete, e, soprattutto celebrati nella poesia e nella letteratura. La pratica atletica della lotta, come altre discipline sportive, aveva un carattere sacrale ed era fondamentale nell’educazione della mente e del corpo. Il rispetto delle regole d’ingaggio e la cura fisica sono i due pilastri del corretto esercizio della lotta. Proprio la lotta sarà protagonista domenica 29 agosto 2021  a Paestum che dedica un’intera giornata ai temi del volontariato, della donazione, della sicurezza stradale e dello sport. Inizierà al mattino con una raccolta sangue nel piazzale del Museo e proseguirà nel pomeriggio con un convegno nella Basilica Paleocristiana per poi concludersi, in serata, nell’area archeologica davanti al tempio di Nettuno con gli atleti delle Fiamme Oro della Polizia di Stato che si esibiranno nella lotta greco-romana e stile libero. Apertura straordinaria serale dell’area archeologica (solo Santuario Meridionale) dalle 20 alle 23 (ultimo ingresso 22.15). Costo biglietto di ingresso Paestum by night: 5 euro intero, 2 euro ridotto tra i 18 e i 25 anni, biglietto gratuito fino a 18 anni. Ecco il programma dettagliato. Dalle 8 alle 12 appuntamento nel piazzale del Museo per la raccolta sangue con l’autoemoteca del centro trasfusionale dell’Ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. L’iniziativa è stata fortemente voluta dall’associazione DonatoriNati della Polizia di Stato in collaborazione con le associazioni “Giovanni Palatucci” e “Amici di Paestum”. L’associazione Donatori e Volontari Personale Polizia di Stato, che conta 14mila iscritti ed è presente in 13 regioni d’Italia, è stata costituita nel luglio del 2003 per iniziativa di un gruppo di appartenenti alla Polizia di Stato con lo scopo di promuovere e sensibilizzare la cultura della donazione di sangue. Alle 10 saranno presenti all’iniziativa il questore di Salerno Maurizio Ficarra, il prefetto Francesco Russo, il consigliere di amministrazione del parco archeologico di Paestum e Velia Alfonso Andria e il sindaco della Città di Capaccio Paestum Franco Alfieri. Dalle 17.30 nella Basilica Paleocristiana si terrà un convegno dedicato alla sicurezza stradale dal titolo “…PER NON DIMENTICARE”. Saranno presenti al convegno il presidente nazionale DonatoriNati Claudio Saltari, il vice presidente nazionale associazione “Giovanni Palatucci” e responsabile nazionale eventi DonatoriNati Antonio Pagano, il consigliere di amministrazione del parco archeologico di Paestum e Velia Giovanni Garofalo e il dr. Vincenzo Busillo, neurologo e dirigente U.O.C. presso l’ospedale di Eboli. Alle 19.30 si terrà una Messa concelebrata da don Johny Kaitharath e da don Giuseppe Greco, cappellano della Polizia di Stato, in memoria di Sandro Battipaglia, figlio del presidente dell’associazione DonatoriNati Salerno, Vincenzo Battipaglia, morto 16 anni fa in un incidente stradale. Alle 21 davanti al Tempio di Nettuno si terrà l’esibizione degli atleti delle Fiamme Oro della Polizia di Stato, che si sono recentemente distinti alle Olimpiadi di Tokyo. Le Fiamme Oro, gruppo sportivo della Polizia di Stato sono nate nel 1954 con la convenzione del ministero dell’Interno e il CONI. Lo scopo istituzionale del gruppo è quello di promuovere anche tra i giovani, nei centri giovanili, l’attività sportiva a livello agonistico per accrescere il patrimonio nazionale. in quest’ottica le Fiamme Oro si dedicano alla preparazione di atleti di alto profilo in 43 discipline sportive che vengono praticate in 9 centri nazionali e 28 centri giovanili con oltre tremila tesserati. Saranno presenti alla serata Giovanni Garofalo, consigliere di amministrazione del parco archeologico di Paestum e Velia, il sindaco della Città di Capaccio Paestum Franco Alfieri, il presidente nazionale associazione Palatucci e responsabile nazionale eventi DonatoriNati Antonio Pagano, il presidente nazionale associazione DonatoriNati Claudio Saltari, il vice questore Maria Petrone capo della segreteria del Sottosegretario allo Sport Valentina Vezzali, il commissario P.S. Luca Colusso dirigente del Centro Nazionale Fiamme Oro. Sarà presente l’atleta delle Fiamme Oro Medaglia d’oro alle olimpiadi di Pechino del 2008 Andrea MINGUZZI ed il direttore tecnico Fiamme Oro Marco Arfe’. Durante tutta la giornata sarà possibile ammirare lungo via Magna Grecia la Lamborghini e altre auto d’epoca della Polizia di Stato.

Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (Venezia) la “mummia di Asti” prende un nome e un volto: è la “Signora delle ninfee”. Un giallo svelato con tecniche alla Csi. “Ma la ricerca scientifica non si ferma: sarcofago e mummia custodiscono ancora molti segreti”, conferma la curatrice Donatella Avanzo

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, la “Signora delle Ninfee”, protagonista a Jesolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Promotori e ospiti all’anteprima della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Per più di un secolo è stata nota semplicemente come la “mummia di Asti”. Dal 26 dicembre 2017, quando nello Spazio Aquileia a Jesolo (Venezia), sarà inaugurata la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, di cui il prezioso reperto del museo civico archeologico di Asti è sicuramente uno dei protagonisti, la chiameremo la “Signora delle Ninfee”. E non è un vezzo di Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, ma l’esito di una ricerca scientifica multidisciplinare (attivata proprio in vista della mostra di Jesolo) che per certi aspetti ricorda più una trama di indagine alla Csi che il diario di una missione egittologica. La mummia e il sarcofago che la conteneva “hanno parlato”, rivelando poco a poco agli studiosi la loro storia e la loro identità, che oggi possiamo leggere come in un film nella sezione 8 della mostra jesolana. “Ma non ci hanno detto tutto”, ammette l’egittologa Avanzo. “Sia il sarcofago che la mummia celano gelosamente ancora alcuni segreti che, alla fine della mostra, nell’autunno 2018, impegneranno a lungo gli esperti di molte discipline. Solo per farvi un esempio: siamo sicuri che tutto il sarcofago sia da ascrivere tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII? Da alcune tracce riscontrate, il coperchio potrebbe essere molto più antico, e riutilizzato 3mila anni fa. E ancora: accanto ai monili e amuleti rivelati dalla Tac, posti sul corpo della mummia, cosa è quella placca metallica di una decina di centimetri di cui non riusciamo ancora a capire la natura?”.  Rivelazioni e misteri, come nella migliore tradizione non solo dell’egittologia. E allora si capisce perché basterebbe da sola la sezione dedicata alla mummia di Asti a giustificare una visita alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” allo Spazio Aquileia di Jesolo fino al 15 settembre 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/17/egitto-dei-faraoni-uomini-jesolo-si-prepara-a-ospitare-per-quasi-un-anno-una-grande-mostra-ideata-dagli-egittologi-ciampini-e-roccati-e-curata-da-donatella-avanzo-con-reperti-dai/) .

Il conte Leonetto Ottolenghi, ritratto da Paolo Arri, conservato alla fondazione Palazzo Mazzetti di Asti

L’egittologa Sabina Malgora

La Tac alla mummia contenuta nel sarcofago di Ankhpakhered, realizzata al Fatebenefratelli di Milano

Il regalo di un mecenate. Come si diceva, da più di un secolo si parla della “mummia di Asti”. La collezione egizia del museo civico Archeologico di Asti, si deve, quasi totalmente, alla munificenza del banchiere ebreo, il conte Leonetto Ottolenghi (1846 – 1904) e dalla donazione Fantaguzzi. La raccolta egizia è composta da circa un centinaio di oggetti, quali un frammento di tabella dell’Antico Regno, due mummie, con i sarcofagi, uno a nome di Ankhpakhered, il bel canopo di Tadiher, amuleti, ushabti e statuette di divinità. La “mummia di Asti” faceva dunque parte dei reperti arrivati nel 1903 al museo di Asti, grazie alla donazione dei discendenti della famiglia Maggiora Vergano. Della mummia si sapeva poco o niente al di là di scarne note di cronache: proprietà della famiglia Ottolenghi che lo acquistò nell’Ottocento e da nove anni custodita dal museo astigiano. Più informazioni c’erano invece per l’altra mummia, quella conservata nel secondo sarcofago della collezione Ottolenghi riccamente effigiato con i gerofiglici che ricordano Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min, vissuto tra la XXII e XXIII dinastia, databile tra il 945 e il 715 a.C. Nel 2009 la mummia contenuta fu affidata all’ospedale Fatebenefratelli di Milano per il check-up completo nell’ambito del progetto Ankhpakhered Mummy. I risultati erano giunti dopo due anni di studi e indagine medica. “È stato complicato anche fare l’endoscopia”, avevano spiegato gli esperti, “per l’enorme presenza nella pancia di bende raggomitolate e sistemate negli spazi vuoti degli elementi scheletrici per fare da riempimento. Sicuramente la mummificazione dell’uomo è avvenuta molti mesi dopo la morte, quando era già scheletro”. Ma alla fine, grazie agli studi del centro ricerche Mummy Project, la mummia aveva un nome e soprattutto un volto. “Si tratta di un uomo che è morto a 40 anni non per eventi di natura traumatica ma probabilmente o di vecchiaia o per un infezione al sangue”, aveva ricostruito Sabina Malgora, egittologa e co-direttore insieme a Luca Bernardo di Mummy Project. “Decisiva l’endoscopia anche per la datazione certa della mummia, fra il 400 e il 100 a.C.”. L’uomo si chiamava Wehem-ef-ankh, e proveniva dalla città di Akhim. “Il sarcofago che la conteneva”, ha raccontato Malgora, “ed è questa la storia singolare, deve essere stato trafugato dalla famiglia di Wehem per dargli onorata sepoltura. D’altronde qualche dubbio lo avevamo avuto già due anni fa, quando abbiamo iniziato il complesso studio per svelare il mistero”.

La mummia di Asti, oggi la “Signora delle Ninfee”, sottoposta a tac all’ospedale Cardinal Massaia di Asti

Da sinistra, davanti alla mummia di Asti, Gianfranco Imerito, assessore alla cultura di Asti; Enrico Longo, responsabile Cultour Active; Donatella Avanzo, curatrice (foto Graziano Tavan)

Altra mummia, altre sorprese. Il progetto “Mummia di Asti”, in prospettiva per la mostra di Jesolo, parte nell’autunno 2017. È la stessa Donatella Avanzo, direttore del progetto scientifico, a ricordare alla presentazione in anteprima della mostra al Pala Arrex di Jesolo, il piccolo esercito multidisciplinare di esperti coinvolti. Grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto e con il reparto di radiodiagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una Tac sulla mummia che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. La ricostruzione del volto e di parte del corpo della mummia astigiana è stata effettuata grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia di Stato, con il contributo del Reparto di Radiodiagnostica dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti, al fine di conoscere lo stato di conservazione, stabilirne l’età e poter effettuare in modo scientifico la ricostruzione. I nomi scorrono come nei titoli di coda di un film: Rosa Boano, ricercatrice in Antropologia fisica dell’università di Torino; Ida Grossi, direttore generale Asl di Asti; Federico Cesarani, primario di Radiodiagnostica ospedale di Asti; Leonardo Capitolo, dirigente medico, e Angela Grasso,  specializzanda, di Radiodiagnostica università di Torino 2; Massimo Scognamiglio e Gabriella Borgogno, tecnici sanitari di Radiologia medica asl di Asti; Guglielmo Ramieri, professore di Chirurgia Maxillo-facciale dell’università di Torino; Mario Raso, specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva dell’istituto nazionale Tumori di Milano; Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino; Valter Capussotto, sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino; Michele Guaschino, scultore; Martina Zambotti, accademia Belle arti per la modellazione al laboratorio Guaschino; Francesco Sculco, artigiano restauratore; Aldo Maschio e Ionel Vitalie, onoranze funebri di Asti; Gian Luigi Nicola, direttore, e Anna Rosa Nicola, restauratrice, del laboratorio di restauro Nicola di Aramengo d’Asti; Silvana Cincotti, egittologa.

A Jesolo esposti affiancati i sarcofagi di Firenze e di Asti (foto Graziano Tavan)

La curatrice Donatella Avanzo con l’assessore di Asti Gianfranco Imerito guardano i sarcofagi di Asti e Firenze (foto Graziano Tavan)

Da Tebe a Jesolo (via Asti e Firenze). Al mondo sono solo quattro i sarcofagi conosciuti accomunati da una caratteristica piuttosto rara: la decorazione di fiori sulle bande laterali dell’acconciatura. Uno è conservato al museo Egizio del Cairo; uno al museo Egizio di Firenze; uno al museo Archeologico di Asti; il quarto, ancora inedito, al Detroit Institute of Art. Di questi quattro, ben due sono esposti nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” di Jesolo. “Sono tutti sarcofagi femminili, e in quello di Firenze si notano anche i seni resi sotto le bande dell’acconciatura”, spiega Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze. “I sarcofagi Asti e Firenze furono acquisiti entrambi con una mummia all’interno; ma, mentre quella di Asti è di genere femminile e presumibilmente la proprietaria stessa del sarcofago, a Firenze si è scoperto che la mummia è invece di un uomo, perciò sarà stata aggiunta al sarcofago, come spesso si è dovuto constatare, per un senso di completezza e per aumentare il prezzo”. Vedere accostati vicini, in mostra, i sarcofagi di Asti e di Firenze, databili tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII (circa 950-870 a.C.), si possono meglio apprezzare le notevoli corrispondenze che potrebbe far pensare a un laboratorio comune, attivo a Tebe. “Sono davvero parecchi i paralleli che si possono mettere in evidenza tra i due sarcofagi”, sottolinea Rosati, lanciando un’ipotesi suggestiva: “Chissà mai che a Jesolo non si siano di nuovo trovati accanto due oggetti che magari lo erano stati poco meno di 3mila anni fa, tra le mani di ebanisti e pittori tebani, e che poi hanno visto passare secoli e secoli: uno, quello arrivato ad Asti, ha assolto la sua funzione, ha conservato fino a oggi la sua proprietaria; l’altro probabilmente sì, e poi qualcuno, quando erano passati  circa 28 secoli, ha pensato bene di ravvivarne la decorazione”.

(1 – continua)