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Pompei. Restaurato il grande affresco del giardino della Casa dei Ceii: tornano al loro splendore le scene di caccia, i paesaggi egittizzanti con i Pigmei e la fauna del Delta

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Affresco del giardino della Casa dei Ceii a Pompei: dettaglio dei Pigmei (foto parco archeologico di Pompei)

Torna a splendere nei suoi intensi colori, il grande affresco del giardino della Casa dei Ceii a Pompei al termine di un importante restauro sugli apparati decorativi, diretto da Stefania Giudice, con Luana Toniolo direttore operativo archeologo, e Raffaella Guarino direttore operativo restauratore, e curato dalla RWS di Padova. Come una pellicola sbiadita dal tempo e restaurata, così riprende vita, in tutto il suo fulgore e  vividezza, la grande pittura  che orna la parete di fondo del giardino di questa casa, con la scena di caccia con animali selvatici, assieme alle scene di paesaggi egittizzanti popolati di Pigmei e animali del Delta del Nilo raffigurati sulle pareti laterali. L’intervento è stato realizzato con fondi ordinari del parco archeologico di Pompei.

Interno della Casa dei Ceii a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

La Casa dei Ceii, scavata tra il 1913 e il 1914, rappresenta uno dei rari esempi di dimora antica di età tardo-sannitica (II sec. a.C.). La proprietà della domus è stata attribuita al magistrato Lucius Ceius Secundus, sulla base di un’iscrizione elettorale dipinta sul prospetto esterno della casa. La facciata della domus, con il suo rivestimento a riquadri in stucco bianco e l’alto portale coronato da capitelli cubici, è esemplificativa dell’aspetto severo che doveva avere una casa di livello medio d’età tardo sannitica (II sec. a.C.). Al centro dell’atrio tetrastilo peculiare è la vasca dell’impluvio, realizzata con frammenti di anfore posti di taglio, secondo una tecnica diffusa in Grecia ma che Pompei trova solo un altro confronto nella Casa della Caccia Antica (vedi Pompei. Dal 1° novembre aprono al pubblico la Casa dei Ceii e i Praedia di Giulia Felice, che si aggiungono alle altre importanti dimore che si possono visitare tutti i giorni | archeologiavocidalpassato).

Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei prima del restauro (foto parco archeologico di Pompei)
Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei dopo il restauro (foto parco archeologico di Pompei)
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Nel nuovo allestimento della Casa dei Ceii anche il calco del mobilio (foto parco archeologico di Pompei)

La domus era stata oggetto negli anni passati, nell’ambito del Grande progetto Pompei, di interventi di  riqualificazione, regimentazione delle acque meteoriche e manutenzione delle coperture, resisi necessari a causa di una progressiva perdita di funzionalità delle stesse, che negli anni stava esponendo ad un serio rischio degrado gli ambienti sottostanti, caratterizzati da intonaci decorati e pavimenti di grande pregio. Nella casa era stato riproposto parte dell’allestimento originario della dimora, con la ricollocazione del tavolo in marmo e della vera di pozzo nell’atrio, dove è anche visibile il calco di un armadio e il calco della porta di accesso della casa. Mentre nella cucina è visibile una piccola macina domestica.

Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei: dettaglio della caccia (foto Luigi Spina)

Apparati decorativi. Si trattava di soggetti spesso ricorrenti  nella decorazione dei muri perimetrali dei giardini pompeiani, al fine di ampliare illusionisticamente le dimensioni di tali spazi ed evocare all’interno degli stessi un’atmosfera idilliaca e suggestiva. In questo caso, con ogni probabilità, il tema delle pitture testimoniava anche un legame e un interesse specifico che il proprietario della domus aveva per il mondo egizio e per il culto di Iside, particolarmente diffuso a Pompei negli ultimi anni di vita della città.

“Negli anni a causa della mancanza di una adeguata manutenzione e all’utilizzo di pratiche di restauro non idonee”, spiega Stefania Giudice, “si è assistito a un progressivo degrado dei dipinti e al danneggiamento degli affreschi, soprattutto nelle parti basse dove maggiormente influisce l’umidità. Grazie ad un intervento, molto complesso, si è potuti addivenire ad una pulitura della pellicola pittorica anche mediante l’utilizzo del laser, che ha permesso di ripulire porzioni importanti del dipinto, soprattutto nella parte relativa alla decorazione botanica dell’affresco. Le parti abrase del dipinto sono state recuperate attraverso un ritocco pittorico puntuale. Tutto l’ambiente è stato chiuso per evitare, per il futuro, infiltrazioni di acqua piovana e preservarne adeguatamente l’area”.

“In questo momento sto effettuando il ritocco pittorico sulle parti abrase dell’affresco”, spiega Paola Zoroaster, restauratrice RW, “e lo sto facendo in modo puntuale; dove invece abbiamo fatto una stuccatura di dimensioni maggiori rispetto alle abrasioni, realizzata con una malta naturale composta da calce e parti di pietra, andiamo a fare una ricostruzione cromatica sempre puntinata in modo che la superficie stuccata sia comunque uniforme al resto dell’affresco che, essendo stato precedentemente oggetto di vari interventi e avendo una certa età, è già molto mosso e abraso”.

Il Bolzano Filmfestival 2018 rende omaggio con una rassegna e una mostra fotografica al regista veneziano, e bolzanino d’adozione, Lucio Rosa: protagonisti l’Africa e i suoi popoli e culture più antichi

Il regista veneziano, bolzanino d’adozione, Lucio Rosa, fondatore di Studio Film Tv

Donna Babinga prepara pasto a base di foglie di djabouc (foto Lucio Rosa)

Pitture rupestri di 15mila anni fa in Libia (foto Lucio Rosa)

Il cinema europeo torna a Bolzano con la 32. edizione del Bolzano Film Festival dal 10 al 15 aprile 2018. Cinque categorie di concorso (premio al miglior film, premio al miglior documentario, premio del pubblico al miglior film o documentario, premio della giuria studenti Euregio al miglior film o documentario, premio d’onore alla carriera) per sei giorni di festival. E poi un omaggio particolare a Lucio Rosa, regista veneziano, ma ormai bolzanino d’adozione, che nel 1975 fonda a Bolzano la STUDIO FILM TV, un’azienda di produzione cinematografica e televisiva, che realizza prodotti video sia in elettronica che con la tecnica cinematografica. A Lucio Rosa il Bolzano Film Festival dedica infatti una rassegna speciale (con la proiezione di quattro film, selezione delle sue oltre 150 produzioni tra documentari, reportage fotografici, programmi televisivi, che hanno ottenuto anche numerosi riconoscimenti a livello internazionale), e una mostra fotografica con immagini tratte dai suoi quattro documentari. Ovviamente film e foto sono un focus sull’Africa, di cui Rosa è un profondo conoscitore, tanto da rimanerne “rapito”. “L’uomo è nato in Africa, cioè noi siamo nati in Africa e questo fin da giovane mi ha spinto a cercare, in questo grande Continente, chi siamo”, racconta Lucio Rosa sul sito del Bolzano Filmfestival. “Negli anni Settanta sono stato convocato a Roma da alcune Agenzie della Nazioni Unite, che mi hanno chiesto di fare documentazioni fotografiche e cinematografiche su diversi progetti che loro finanziavano e sulla situazione di alcuni Paesi africani. Sono stato in Etiopia, Niger, Leshoto, Mali, Libia, Egitto, Eritrea, ho fatto poi film etnografici, sui Pigmei del Congo, in Etiopia e in Libia, recentemente. Ho conosciuto l’Africa da dentro, i problemi che la sua gente vive tutti i giorni, raccontato il presente e il passato di questa terra, delle sue genti e culture uniche, alcune delle quali oggi a rischio di estinzione”.

Il regista Lucio Rosa nelle riprese del film “Il segno sulla pietra – Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”

Anche la mostra “Fotografie di un regista”, alla Galleria Fotoforum di via Weggenstein, a Bolzano (apertura martedì 11 aprile 2018, alle 17.30), ha l’Africa nel cuore: e in Africa,a Tripoli, Rosa la mostra la vuole portare quanto prima.  “Sì, Tripoli è nel mio cuore”, conferma il regista veneziano, “amo la Libia da 25 anni, quando ero lì per le prime volte, un amore che poi è diventato un film, che ha ricevuto già 13 riconoscimenti nel mondo: “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”. Il deserto è una cosa magica, c’è chi lo soffre, chi come me lo vive molto bene: trovarsi davanti a pitture rupestri di 15mila anni fa non può che colpirti il cuore. Ho fatto ben 24 film sull’Africa, anche piccoli, piccoli. In due missioni che ho fatto con Anna (la moglie, che lo accompagna nelle sue ricerche e produzioni artistiche, ndr) in Etiopia, ho conosciuto la gente delle tribù della Valle dell’Omo. Tre anni fa ho fatto il mio ultimo lavoro in Etiopia. Ora mi manca un po’ l’Africa, ci sono stato per anni anche due volte l’anno. Ma io non faccio viaggi corti, solo lunghi, devo conoscere in profondità e adesso la situazione lì è un po’ complicata. Per il “Segno sulla pietra” ci sono stato 92 giorni in due momenti, il secondo nel 2005, quando ho potuto filmare il ritorno delle piogge in Libia”.

Paesaggio libico con dune di sabbia (foto Lucio Rosa)

In Etiopia, Gondar all’alba (foto Lucio Rosa)

In mostra sono esposte trenta fotografie di Lucio Rosa, articolate in tre sezioni di 10 fotografie scattate durante le riprese per la realizzazione di tre dei 4 documentari che verranno proposti nella rassegna del festival. Racconta Rosa: il primo film è “Babinga”, piccoli uomini della foresta, un vero documento che parla dei Pigmei che vivono, meglio vivevano secondo la loro cultura e tradizioni, nella foresta pluviale della Repubblica Popolare del Congo… ora ci sono ancora i Pigmei, piccoli uomini, ma la loro cultura si è persa… Il secondo film è “I segni sulla pietra”, il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome, che ben conosci. Il terzo film è “Kebra Negast, Gloria dei Re”, girato nel nord dell’Etiopia.

Dal film “Babinga, piccoli uomini della foresta” di Lucio Rosa

Vediamo allora meglio i quattro film di Lucio

Dal film “Il segno sulla pietra” di Lucio Rosa

Rosa in cartellone al Bolzano Filmfestival. Mercoledì 11 aprile 2018, alle 15, si proietta “Babinga, piccoli uomini della foresta” (Italia, 1987, 25’): superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga, piccoli uomini della foresta, sono l‘immagine di quella che probabilmente fu la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia e impraticabile foresta equatoriale africana ha contribuito a proteggere la loro esistenza. Ma le cose stanno cambiando repentinamente. L‘impatto con altre civiltà sta fatalmente distruggendo la loro cultura e le loro tradizioni. A seguire viene proiettato il film “Il segno sulla pietra” (Italia, 2006, 50’): la storia millenaria del Sahara racconta di un alternarsi di fasi climatiche estreme e di vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12.000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud-ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico il loro vissuto quotidiano.

Dal film “Kebra Negast – Gloria dei Re” di Lucio Rosa

Dal film “Mit den Augen eines mittelalterlichen Pilgers” di Lucio Rosa

Venerdì 13 aprile 2018, alle 16.30, gli altri due film della rassegna omaggio a Lucio Rosa. Si inizia con “Kebra Negast – Gloria dei Re” (Italia, 1996, 29’): Gloria dei Re (Kebra Negast) è un antico testo etiope di importanza storica, religiosa e archeologica. La storia antica dell‘Etiopia è legata alla diffusione del Cristianesimo che già dal Quarto secolo si propagò lungo la valle del Nilo sino agli altopiani etiopici e su cui si sono fondati stato, società e civiltà di quello che fu l‘unico regno Cristiano d‘Africa. La sopravvivenza di questo Cristianesimo  arcaico si deve all‘identificazione della Chiesa Etiope con il regno di Axum che dominò parte del Corno d‘Africa per oltre 1000 anni. Il film percorre questa pagina di storia. L’ultimo film in programma è in lingua tedesca. “Mit den Augen eines mittelalterlichen Pilgers” (Italien, 2011, 59’): l‘avventura delle crociate ha avuto una grande incidenza sulla vita religiosa e culturale in tutta Europa. Nacquero innumerevoli itinerari, lunghi anche migliaia di chilometri, che collegavano le città più remote. Queste vie percorse dai pellegrini sono state, per molti secoli, le grandi arterie di comunicazione delle genti d‘Europa. Una delle vie più frequentate percorreva la val Venosta, in Alto Adige, corridoio di transito per i pellegrini che venivano dal nord della Germania, diretti a Venezia, con il suo dominio sui mari monopolio dei viaggi verso la Terra Santa.