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#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: nel quarto incontro il direttore del museo Egizio descrive il papiro di Iuefankh, con il Libro dei Morti, dal suo arrivo a Torino con la collezione Drovetti allo studio del Lepsius. Focus sulla scena della “pesatura del cuore”

Le “Passeggiate del direttore”, pensate nell’impegno lanciato dal Mibact #iorestoacasa, sono giunte alla quarta puntata. Il direttore del museo Egizio di Torino, dopo aver conosciuto gli esiti della missione in Egitto di Bernardino Drovetti, stavolta si sofferma su “Il Libro dei Morti di Iuefankh”, un papiro di oltre 19 metri, che fa parte della collezione Drovetti e oggi rappresenta uno dei pezzi più importanti conservati a Torino. “Quando nel 1824 il papiro giunse a Torino con la collezione Drovetti”, ricorda Greco, “Jean François Champollion, che due anniprima, nel 1822, per primo aveva decifrato i geroglifici, si precipitò subito nella capitale sabauda per vedere il papiro, dispiaciuto in cuor suo che non fosse arrivato in Francia. E litigò subito con Cordero di San Quintino, primo direttore dell’Egizio di Torino, perché avrebbe voluto che il papiro fosse tagliato in riquadri da conservare sotto vetro. Il direttore la vinse e oggi possiamo ammirare il papiro di Iuefankh disteso in tutta la sua lunghezza”. Chi studiò per primo questo papiro e capì che si trattava di una serie di formule che servivano a concedere al defunto, quasi un passaporto dell’Aldilà, di passare una serie di ostacoli per poter giungere ai Campi di Iaru e a proseguire la vita nell’Aldilà, fu Karl Richard Lepsius autore di “Das Todtenbuch der Aegypter nach dem Hieroglyphischen Papyrus in Turin” (Il Libro dei Morti degli egizi secondo il papiro di Torino). “Fu il Lepsius che chiamò per primo questo testo il Libro dei Morti, in realtà gli antichi egizi lo chiamavano Uscire il giorno. E da quel momento questo papiro legherà Torino e il museo Egizio all’egittologia internazionale”. Lepsius venne a Torino, vide il papiro di Iuefankh. Capì che si tratta di una serie di formule unitarie che costituiscono quello che oggi noi chiamiamo Libro dei Morti. Lui lo chiamò Libro dei Morti, e ne fece una suddivisione in 165 capitoli, studio fondamentale ancora oggi con l’aggiunta di alcuni capitoli identificati in seguito.

L’esposizione del Papiro di Iuefankh con il Libro dei Morti al museo Egizio di Torino (foto Egizio)

La scena della pesatura del cuore illustrata sul Papiro di Iuefankh (foto Egizio)

Sul Libro dei Morti famosa è la scena della Psicostasia “La pesatura dell’anima” (o del cuore), di fondamentale valenza per la religione antica egizia. “Tutte le formule magiche contenute nel libro sono finalizzate proprio a questo momento quando il defunto si trova al cospetto di Osiride”. Il defunto saluta la dea Maat, la dea della giustizia. “Al centro della scena c’è una bilancia: su un lato c’è il cuore del defunto, sull’altro la dea Maat sormontata da una piuma, perché lei è leggera come una piuma. Se il cuore sarà più leggero il defunto potrà continuare il suo viaggio verso i Campi di Iaru; se sarà più pesante lo attende una creatura mostruosa, la Grande Divoratrice, muso di coccodrillo, parte anteriore di leone, e posteriore di ippopotamo (cioè tre tra gli animali più pericolosi per gli egizi), che è pronta a mangiare il cuore, impedendo al defunto di proseguire verso l’aldilà. Il giudice supremo è Osiride”. Il giudizio tutto avviene sotto gli occhi scrupolosi di Toth, dio della scrittura, che annota tutto sulla sua tavola scrittoria, quasi con funzione di segretario verbalizzante, alla presenza di 42 divinità che costituiscono in qualche modo il tribunale, presieduto da Osiride, che valuta il comportamento del defunto. “Il Libro dei Morti serve proprio a questo: a dare le risposte giuste e opportune per quando il defunto si troverà davanti al giudizio di Osiride nell’Aldilà”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: Christian Greco parla dell’Epoca dei Consoli, e l’egittomania scoppiata dopo la spedizione di Napoleone. La collezione Drovetti entra al museo Egizio, consacrando Torino capitale dell’Egittologia internazionale

#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: nella terza puntata, “L’Epoca dei Consoli”, Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino ci racconta quel particolare periodo a cavallo dei due secoli (fine Settecento-inizio Ottocento) aperto con la spedizione di Napoleone in Egitto che risveglia l’interesse dell’Europa per l’Egitto, una vera e propria egittomania, e che porterà a Torino la collezione Drovetti, consacrando per sempre la capitale sabauda capitale dell’Egittologia internazionale.

La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

La stele di Rosetta conservata al British museum di Londra

“Siamo nel 1798”, spiega Greco. “Napoleone organizza una spedizione in Egitto di valenza economico-militare. La Francia voleva limitare l’influenza dell’Inghilterra nel Mediterraneo creando un avamposto in Egitto così da fermare i traffici che arrivavano dalle colonie dell’Oriente e il loro ingresso nel Mediterraneo. Di qui la spedizione. Ma Napoleone si fa accompagnare da 167 studiosi ai quali affida il compito di documentare tutto ciò che vedono in Egitto: ovviamente le antichità, che possono documentare quando le spedizioni militari si fermano. Ma anche la modernità dell’Egitto, la flora e la fauna. Tutto ciò – continua il direttore – confluirà in un’opera monumentale “Description de l’Égypte”, il cui primo volume verrà pubblicato nel 1809, che scatenerà in Europa una specie di egittomania. La spedizione militare di Napoleone non finisce bene. Nel 1801 i francesi nella battaglia di Abukir perdono il dominio sull’Egitto e gli inglesi si fanno consegnare le antichità che hanno raccolto, tra cui la famosa stele di Rosetta, che infatti oggi possiamo vedere al British Museum e non al Louvre. Gli inglesi vorrebbero farsi consegnare anche tutte le loro annotazioni. Ma i francesi si rifiutano dicendo che preferiscono buttare tutto nel Nilo piuttosto che consegnarle agli inglesi. Per fortuna le annotazioni non vennero distrutte, e si arriverà alla “Description de l’Égypte” e alla conseguente profonda trasformazione dell’Europa”.

Bernardino Drovetti

È questa la cosiddetta “Epoca dei Consoli”. In Europa c’è la voglia di riscoprire questo Paese di cui si era sentito parlare, di cui parlavano i classici, a partire da Omero. “A fronte a questa richiesta”, ricorda Greco, “tutti i diplomatici che lavorano in Egitto sono chiamati a sviluppare un’attività lavorativa parallela a quella del diplomatico ma molto più remunerativa: raccogliere antichità e venderla al mercato antiquario. Tra loro c’è anche Bernardino Drovetti, nativo di Barbania, fuori Torino, ma che era già stato console generale di Francia, almeno fino al congresso di Vienna, poi molto legato a Mohammed Ali che governava l’Egitto per l’impero Ottomano. Drovetti riesce a farsi dare un firmano con il permesso di scavare in vari luoghi dell’Egitto per raccogliere antichità. Alla fine ne raccoglierà più di cinquemila che vorrebbe vendere al mercato antiquario. Ha contatti con la Russia, con la Francia, ma alla fine riesce a convincere il Regno di Sardegna a comprare queste antichità. La vendita è laboriosa, finalmente nel 1823 il re Carlo Felice di Savoia decide di comprare questa collezione per una cifra impressionante: 400mila lire piemontesi. Così più di 5mila antichità arrivano a Torino e renderanno per sempre questa città la capitale dell’egittologia internazionale”.

#iorestoacasa: la seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore” del museo Egizio di Torino ci fa conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

La seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore”, nel rispetto delle disposizioni governative che hanno portato alla chiusura del museo e all’iniziativa #iorestoacasa, ci porta a conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto. Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, parte dalla figura di Vitaliano Donati, professore di Botanica alla regia università di Torino, che nel 1759 viene mandato dal re Carlo Emanuele III in Egitto alla ricerca di antichità in grado di spiegare le peculiarità della Mensa Isiaca (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/19/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-ufficializza-le-passeggiate-con-il-direttore-christian-greco-ogni-giovedi-e-sabato-su-yuotube-si-inizia-con-legitto-e-i-s/). Da questa missione arrivano a Torino (dove Donati non farà più rientro, perché muore su una nave diretta a Calcutta) circa seicento oggetti, alcuni ancora oggi oggetto di studio, tra i quali sicuramente c’erano tre statue monumentali: quella di Ramses II (vista nella prima Passeggiata), quella di Sekhmet, e quella della dea Iside ritrovata a Copto. Il museo Egizio conserva ben 21 statue della dea Sekhmet.

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

Quella trovata da Vitaliano Donati è una Sekhmet assisa che proviene dal cosiddetto Tempio di Milioni di Anni di Amenofi III. Questo tempio è noto a tutti gli appassionati di Egittologia, ma con un altro nome: il tempio dei colossi di Memnon, che era un principe etiope, ricordato da Omero, che muore durante la guerra di Troia. “Che ruolo ha Memnon con l’Egitto?”, si chiede Greco. “Assolutamente nessuno. Infatti quel nome venne dato a quei colossi durante l’età greco-romana per un particolare fenomeno: queste statue monumentali al mattino, quando arrivava la prima luce dell’alba, emettevano un sibilo dovuto all’alterazione della pietra per l’escursione termica tra la notte e il giorno. Gli antichi pensavano che fosse la dea Eos, la dea dell’Aurora, che lamentava la morte del figlio, Memnon. Quindi è un mito greco applicato a una statua egizia che tuttora dà il nome a uno dei siti più importanti che si visita quando si va a Tebe”. All’interno di quel tempio il faraone Amenofi III fece erigere una serie di leonesse, simbolo della dea Sekhmet che significa “la Potente”.

La statua della dea Sekhmet, proveniente dal tempio funerario di Amenifi III, parte del nucleo di antichità egizie recuperato da Vitaliano Donati (foto museo Egizio)

“La dea Sekhmet ci riporta ad alcuni miti cosmogonici iniziali dell’Antico Egitto. Ci raccontano che il dio Ra invia il suo occhio per punire il genere umano, e questo occhio prende la forma di leone, che inizia a uccidere gli uomini che non sono riconoscenti nei confronti degli dei. Ma il dio Sole (Ra) si rende conto che così facendo il genere umano potrebbe estinguersi. La dea Sekhmet, la leonessa, dea solare legata quindi al dio Sole/Ra, è diventata molto assetata di sangue umano e quindi uccide gli uomini per berlo. “Il dio Ra per placarla decide di ingannarla: le fa bere – secondo alcune fonti – della birra colorata di rosso, secondo altri del vino, che Sekhmet beve avidamente pensando sia sangue. Così si ubriaca e si addormenta, e in questo modo si placa. Ma perché la sua forza potrebbe tornare, specie in estate quando la temperatura si alza: è allora che Sekhmet potrebbe ancora spargere pestilenze, malattie, guerre. Per questo è importante placarla. E Amenofi III fa qualcosa di meraviglioso: fa erigere una statua della dea Sekhmet, alcune sedute altre in piedi, per ogni giorno dell’anno, e fa sviluppare un rituale per rendere mansueta la Sekhmet: ogni giorno si portano offerte davanti a una statua, cosicché la dea non infierisca più sul genere umano”.

La statua della dea Iside da Copto recuperata da Vitaliano Donati per il museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La terza statua importante che Vitaliano Donati porta dall’Egitto è quella di Iside proveniente da Copto. Presenta tutti gli elementi tipici della XVIII dinastia, dalla fronte ribassata al naso ricurvo agli occhi a mandorla alle labbra carnose. In mano tiene lo scettro che indica la stabilità. Grazie a Vitaliano Donati, il museo Egizio nel 1759, quarant’anni prima della spedizione napoleonica in Egitto, poteva già contare su un nucleo di seicento antichità egizie, tra le quali le tre statue monumentali – appena descritte – tutte appartenenti al Nuovo Regno: la statua di Ramses II (1250 a.C.), la statua di Sekhmet (dell’epoca di Amenofi III, XVIII dinastia), e la statua di Iside (datata alla XVIII dinastia), che rappresenta il volto della regina Tiy, moglie di Amenofi III, nonna di Tutankhamon.

#iorestoacasa: il museo Egizio di Torino ufficializza le “Passeggiate” con il direttore Christian Greco: ogni giovedì e sabato su Yuotube. Si inizia con “L’Egitto e i Savoia”: ecco perché Torino è legata indissolubilmente alla civiltà dei faraoni

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

Le “Passeggiate” col direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, già le conosciamo. Nelle ultime settimane, tra la prima chiusura provvisoria del museo e la chiusura per decreto nell’emergenza coronavirus, il direttore era già arrivato nelle case di tutti gli appassionati facendo conoscere alcuni reperti della ricca collezione di Torino (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/17/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-e-chiuso-cosi-il-direttore-christian-greco-porta-il-museo-nelle-case-degli-appassionati-con-passeggiate-che-focalizzano-su-reperti-esposti-n/). Ma ora sono ufficiali. Da oggi, giovedì 19 marzo 2020, sono su Youtube le “passeggiate del Direttore”. La prima puntata di una nuova produzione video del Museo Egizio in cui Christian Greco porta su Youtube il format delle sue visite guidate alla collezione. Una delle visite speciali più apprezzate del museo Egizio e rappresentato dalle “passeggiate del Direttore”, un appuntamento mensile per un gruppo di 30 persone che, su prenotazione, possono visitare la collezione guidati dal direttore Christian Greco che, ogni volta, sceglie a sorpresa un differente approfondimento tematico. Dinanzi alla momentanea e forzata chiusura delle sue sale, il museo Egizio apre a tutti questa ambita opportunità riproponendo la formula in versione digitale: da oggi sarà sufficiente collegarsi online per scoprire i reperti dell’antico Egitto in compagnia del Direttore attraverso una serie di video fruibili dal proprio device. Prima di questa “ufficializzazione”, lo scorso week end sono uscite due brevi “Passeggiate”. Vediamole.

In questa “Passeggiata” il direttore Greco ci porta a conoscere i papiri di Deir el Medina con alcuni testi documentali molto importanti per il museo Egizio. Tra questi, uno dei più famosi è il cosiddetto “papiro dello sciopero”: siamo nell’anno 29 del regno di Ramses III e i lavoratori il giorno 10 della stagione dell’inondazione si rifiutano di lavorare perché sono già passati 18 giorni senza aver ricevuto né pani, né vettovaglie, né unguenti (la paga era in natura). Così lasciano la valle dei Re, dove stavano lavorando, e si rifugiano al tempio funerario di Thutmosi III perché lo si faccia sapere al faraone. Proprio da questi papiri vien fuori la vita e l’organizzazione del villaggio di Deir el Medina in tutti i suoi aspetti.

La “Passeggiata” di questa sera il direttore Greco descrive il sarcofago di Hor, che si trova alla fine della Galleria dei Sarcofagi. È il cosiddetto sarcofago “a pilastrini”, una tipologia che si diffonde a partire dall’VIII sec. a.C., riprendendo una tipologia conosciuta già dagli albori della storia egizia. Questo sarcofago presenta un “cosmogramma” con tutte quelle azioni che devono essere intraprese per garantire la sopravvivenza del defunto nell’Aldilà.

Ad annunciare la nuova iniziativa, è stato lo stesso direttore Christian Greco con un trailer. “Da sempre ritengo che il museo Egizio debba essere un patrimonio condiviso e appartenente a tutti”, spiega, “e in questo momento, in cui siamo chiusi al pubblico e costretti a rimanere nelle nostre case, è per noi doveroso renderci comunque accessibili e metterci a disposizione della comunità. Questo è lo spirito e l’obiettivo di questa operazione: un regalo, a chiunque ne abbia voglia, per conoscere insieme a me la nostra collezione, capire la storia dei reperti che qui sono arrivati e che da quasi 200 anni il museo conserva”. Con due puntate settimanali di circa 8 minùti, messe a disposizione sul canale YouTube del museo ogni giovedì e sabato, nel corso dei prossimi mesi di marzo e aprile si andrà così a comporre una narrazione completa delle sale condotta da Christian Greco. Oltre alla nuova iniziativa, sono già numerosi i contenuti fruibili dagli utenti del web per visitare la collezione del museo Egizio da remoto: tra questi, brevi video auto-prodotti da curatori ed egittologi, disponibili su Instagram nella collezione #iorestoacasa, che comprendono piccoli tutorial, lezioni e consigli di lettura; la serie di video “Istantanee dalla collezione”; video dedicati alle analisi scientifiche della mostra “Archeologia Invisibile”, di cui è inoltre disponibile un tour virtuale a cui si può accedere dal sito del Museo. Modalità diverse e concrete con cui il museo apre le porte a tutti – virtualmente – con contenuti divulgativi e accessibili. Tutti i materiali sono disponibili sul canale Youtube del Museo e sui social.

La prima “Passeggiata” ufficiale con il direttore Christian Greco ci porta agli esordi della collezione egizia di Torino spiegando il rapporto dell’Egitto con i Savoia. Il benvenuto lo dà la statua in granito rosa di Ramses II, tra le prime opere giunte al museo, portata nel 1759 insieme ad altre 600 antichità da Vitaliano Donati, inviato dai Savoia in Egitto. Ma l’oggetto che in qualche modo aprì la tradizione egizia a Torino fu la Mensa Isiaca, arrivata nel 1626. La Mensa Isiaca è un pezzo eccezionale, egittizzante, una mensa d’altare del tempio della dea Iside in Campo Marzio a Roma, realizzata in Campania o a Roma nel I sec. d.C., e che testimonia il diffondersi nell’impero di questo culto orientale della dea Iside che garantiva ai suoi seguaci una vita nell’Aldilà. Greco ripercorre le vicende rocambolesche che hanno interessato la Mensa Isiaca, una tavola in bronzo, un materiale prezioso, che è riuscita ad arrivare fino al Rinascimento senza essere fusa, superando anche il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi nel 1527, finendo in casa del cardinal Bembo che l’acquistò da un rigattiere. La Mensa Isiaca passò nelle collezioni Gonzaga, acquistata dal duca Vincenzo I, e intorno al 1626 arrivò a Torino. “La Mensa Isiaca permise ai Savoia di dare un mito alla città di Torino, da pochi decenni divenuta capitale del regno sabaudo, che ne legittimasse il suo ruolo: quale mito migliore di dire che Torino era stata fondata dagli Egizi! C’era il toro Api insito nel nome stesso di Torino, l’arrivo della stessa Mensa Isiaca, il ritrovamento del tempio di Iside nel sito di Industria, antica colonia romana, oggi nel territorio della città metropolitana di Torino, favoriscono questo mito. È da questo momento che la Casa dei Savoia si lega imprescindibilmente all’Egitto e pensare che Torino diventi per sempre la capitale dell’Egittologia internazionale”.