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“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 27.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nella famosa Galleria dei Re del museo Egizio di Torino alla scoperta di alcune delle meravigliose statue della collezione

Col 27.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Faraoni: dei e re”, Christian Greco ci porta nella cosiddetta Galleria dei Re, uno degli ambienti più famosi del museo Egizio di Torino, alla scoperta di alcune delle meravigliose statue lì esposte. Una delle statue più importanti conservate al museo Egizio di Torino, e davvero una delle più conosciute al mondo, mostra un giovane Ramses II: indossa la corona di combattimento khepresh, una tunica plissettata che gli avvolge il corpo, e tiene in mano lo scettro. “È interessante notare”, spiega Greco, “come i suoi piedi con i sandali schiaccino i nemici dell’Egitto. Ci sono i nove archi che rappresentano i nemici dell’Egitto, schiacciati dal sovrano che siede in trono. Ai lati del trono riconosciamo il sema tawi, l’unione del Basso e dell’Alto Egitto, quindi il sovrano dell’Alto e Basso Egitto sconfigge e domina i nemici. Del resto si vede nella parte frontale del piedistallo che questi nemici sono legati e dominati assolutamente dal potere regale del faraone”.

La magica atmosfera dello statuario nella Galleria dei Re del museo Egizio di Torino

Vicino alla statua di Ramses II c’è una statua molto importante, ma che spesso viene ignorata dai visitatori del museo Egizio di Torino, forse perché ritenuta una statua minore. Si tratta di una diade ovvero di una statua di due persone: c’è Horemheb, giuntoci acefalo, con la moglie Mutnedjemed. “Perché è importante questa statua?”, si chiede il direttore. “È importante per quello che sfugge perché non si vede, ovvero per il testo che è conservato in 26 righe nella parte posteriore della statua. Questo testo ci narra di un momento importantissimo nella storia dell’antico Egitto. Il momento in cui viene a finire quella che si definisce l’eresia di Amarna”. Durante il periodo di Amarna, Amenofi IV, che cambia il nome in Akhenaten, trasferisce la sua capitale da Tebe ad Akhetaten (l’odierno tell el-Amarna), e avvia una profonda rivoluzione religiosa. Dice che il pantheon degli antichi dei non deve più essere adorato ma che vi è una divinità che adesso deve essere adorata e questa divinità è l’aton, il disco solare. “Sappiamo che dopo la morte di Akhenaten”, continua Greco, “c’è il regno di Smenkhara, quindi il regno del sovrano bambino Tutankhamon che muore a 18 anni, al quale succederà Ay un generale che regnerà solo per cinque anni, e poi Horemheb. “Horemheb porta avanti l’opera di restaurazione, va in tutte le città e riapre i templi e cerca di ristabilire l’antico culto perché l’Egitto torni a essere prospero. E proprio questo testo ci parla della situazione in cui si trova l’Egitto, l’Egitto che non è più florido perché gli dei non gli sono più benevolenti. Ed ecco quindi come sia necessario ristabilire il culto di tutti gli dei, ritornare all’ortodossia perché il nome dell’Egitto sia di nuovo grande e l’Egitto venga adorato in tutto il mondo”.

La colossale statua di Seti II domina la Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Sempre nella Galleria dei Re colpisce la statua di Seti II, la statua più grande presente al museo Egizio: è lunga 5,16 metri. Ha una statua assolutamente gemella che si trova al Louvre. Questa statua, assieme alla sua gemella, sono state trovate nella parte Nord della prima corte del tempio di Karnak. Quando oggi si va a visitare il tempio di Karnak si passa attraverso la porta monumentale, il cosiddetto primo pilone, costruito da Nectanebo I, e sulla nostra sinistra vi è una cappella fatta costruire da Seti II, e nella parte anteriore vi erano appunto due statue entrambe alte 5,16 metri. “Il nome di Seti II era scritto dove ora c’è un buco. Si legge ancora “ptah”, parte del nome Merenptah, ma il nome Seth è stato scavato, tolto quasi in un segno di damnatio memoriae. Seth era legato con tutto ciò che veniva definito come male, come non ordine, colui che dominava il deserto. Cosa dice il testo? Dice che il sovrano delle due terre è amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre. La stessa formula viene ripetuta su ambo i lati”. Ma come è arrivata a Torino questa statua? “È arrivata a Genova e poi è stata trasportata su fusti di cannoni fino a Torino”, racconta Greco. “Una volta arrivata qui non c’era una sala che la potesse ospitare e fu lasciata fuori, coperta con della paglia per preservarla dalle intemperie dell’inverno. E quando Jean François Champollion, il padre dell’egittologia, che arriva qui per studiare la collezione, vide questa statua fuori, scrisse un pamphlet in cui lui stesso si impersonifica in Seti II. E Seti II scrive al Re di Sardegna e gli dice “io re dei re mi trovo ora prigioniero in una stalla piemontese, cerca di trovare un luogo adeguato alla mia statura di gran re”.

La statua di Thutmosi III nella Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

C’è un’altra statua meravigliosa che è conservata all’interno del museo Egizio: è la statua di Thutmosi III, un altro grande sovrano guerriero. Ramses II – sappiano – resta sul trono 67 anni, espande i confini dell’Egitto, impone il suo nome su tantissimi monumenti dell’antico Egitto: forse quello più famoso è il tempio di Abu Simbel dove ci sono quattro statue colossali che rappresentano Ramses II. “Ma prima di lui vi era stato un altro sovrano guerriero molto importante, Thutmosi III, che espande i confini dell’impero egizio, arrivando nel Levante, fino al confine con la Turchia. A Torino lo vediamo rappresentato con le tipiche fattezze faraoniche: busto slanciato, idealizzato, tipico dei faraoni; in testa la corona nemes, con al centro l’ureo, o il cobra, simbolo di regalità. Tra le gambe ha una coda, la coda di toro, perché uno dei suoi epiteti è “ka nekhet”, ovvero “toro potente”, toro forte, colui che con la sua potenza riesce a dominare l’Egitto, riesce a garantire maat e a rendere sicuro l’Egitto. Ai lati i suoi nomi, il sovrano dell’alto e basso Egitto con il nome del sovrano. E poi di nuovo, come nella statua di Seti II, “amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre e signore del cielo”. E poi “dotato di vita per sempre”. E qui la stessa cosa, ma prima del cartiglio c’è l’epiteto “sa Ra”, “figlio del dio sole”. Epiteto che si trova nelle statue e negli epiteti regali a partire dalla IV dinastia. E come nella statua di Ramses II, di nuovo i piedi del sovrano che schiacciano i nemici dell’Egitto e di nuovo la rappresentazione dei nove archi dei nemici dell’Egitto. Per quanto concerne poi la storia della collezione vi è un altro aspetto interessante ovvero il nome di Rifaud, che è definito scultore al servizio di monsieur Drovetti. Jean Jacques Rifaud era uno degli agenti di cui Drovetti si serviva per andare in giro per Tebe a trovare statue che poi entrarono a far parte della collezione arrivata nel 1824 qui a Torino”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 26.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere la sepoltura di Petamenofi di età adrianea proveniente dalla tomba della famiglia Soter che ha riutilizzato una tomba di età ramesside. I corredi di età romana sono sparsi in tutta Europa: obiettivo dell’Egizio ricomporlo in una grande mostra nel 2021

C’è una tomba al museo Egizio di Torino che ben racconta l’ibridazione della cultura egizia con la cultura greca nella fase greco-romana dell’Antico Egitto: è la tomba della famiglia Soter, una parte del cui corredo è arrivato anche al museo torinese. Ce ne parla Christian Greco nel 26.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Petamenofi e l’Egitto Romano”. La narrazione parte dalla TT32, la tomba tebana 32 del periodo ramesside appartenuta a Djehutymes, intendente al tempio di Amon, e alla moglie Aset, dei quali sono esposti al museo Egizio due coperchi di sarcofagi, in granito rosa. “Più di 1300 anni dopo, all’età di Traiano e Adriano”, racconta Greco, “la tomba viene riutilizzata dalla famiglia di Soter che la riserva a tutti i componenti della famiglia. Oggi il corredo delle sepolture dei componenti della famiglia Soter è sparso in tutta Europa. Soter e il corredo di Soter si trova al British Museum; i loro figli si trovano al Louvre di Parigi; un’altra loro figlia, Sensao, si trova al museo nazionale delle Antichità di Leiden; e proprio Sensao è la zia di Petamenofi che è conservato al museo Egizio di Torino. I fratelli e i cugini di Petamenofi sono al Neues Museum di Berlino. Proprio data l’importanza di tutto ciò, il museo Egizio di Torino sta lavorando, nella fattispecie la nostra curatrice Susanne Töpfer, alla ricomposizione di questo corredo per una mostra che dovremmo aprire nel 2021”.

Il sarcofago a pilastrini di Petamenofi (età adrianea) conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Nella sepoltura di Petamenofi ritroviamo elementi antico-egizi che vengono recuperati. “Innanzitutto il sarcofago”, fa notare Greco. “La forma, che abbiamo imparato a conoscere, quella che vedevamo nei sarcofagi all’inizio della storia egizia, è a cassa con un coperchio bombato e con dei pilastri. In una delle puntate precedenti il sarcofago a pilastrini di Hori (VII sec. a.C.) è stato definito un cosmogramma. Ma qui la decorazione è completamente diversa. C’è una colonna di testo al centro in geroglifico, che ci riporta alla tradizione. Poi però nella lunetta c’è anche un testo scritto in greco, la lingua che si parlava, la lingua della burocrazia. In quel momento era il greco la lingua dell’impero romano d’oriente. E per vedere come la tradizione sia ancora vivente è interessante guardare la raffigurazione che si trova sulla parte inferiore della cassa, che con elementi nuovi ripropone però iconografie antico-egizie. C’è un geroglifico sopra, una piccola giara, che si legge “nw”, “nwt”, e quindi è la raffigurazione della dea Nut. E al contempo è interessante osservare la mummia. Si continua a mummificare i morti, quindi questo mondo greco-romano guarda con grande interesse alla tradizione millenaria dell’antico Egitto. I greci -l’abbiamo già sottolineato – guardavano sempre con grande attenzione all’antico Egitto come luogo di una storia millenaria, di tradizioni che si erano sedimentate, e un luogo di grande cultura e di grandi conoscenze. Addirittura Platone, nel libro decimo della Politeia, scaccia l’arte dalla città ideale, ad eccezione di quella egizia che invece deve essere mantenuta”.

La mummia di Petamenofi (età adrianea) conservata al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

“Quindi la mummificazione c’è ancora: la preservazione del corpo, perché il corpo deve essere wejat, deve essere conservato, il defunto deve essere assimilato a Osiride; la presenza poi della dea Nut, che abbiamo già visto nel sarcofago di Hori, veniva acclamata ricordando il capitolo 368 del Libro dei morti. Ma la mummia ha anche nuove caratteristiche. Non solo gli intrecci ci permettono di datare la mummia all’età di Adriano, siamo dunque in piena età imperiale, ma è anche interessante notare la posizione della testa. Il mento è schiacciato contro il petto e la testa sembra rialzata. Questo è un elemento tipico delle mummie di età romana. Infatti la testa si alza, il corpo si risveglia e il defunto non è più in quel torpore della morte, ma si solleva e comincia quindi la resurrezione. Eco quindi il simbolo, l’elemento, di resurrezione, l’augurio di resurrezione tipico dell’età romana che riscontriamo in queste mummie”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 25.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nel nuovo Egitto, quello successivo alla conquista di Alessandro Magno: con l’epoca greco-romana è l’Egitto di Cleopatra e dei Tolomei

Nel 332 a.C., con l’esercito di Alessandro Magno che conquista la terra dei faraoni, l’Egitto entra in una nuova fase che affronta il 25.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Christian Greco ci spiega “Cleopatra e l’Egitto dei Tolomei”. Al museo Egizio di Torino c’è un reperto molto interessante che introduce questa nuova fase: è un elmo macedone, probabilmente appartenuto a uno dei soldati che erano al seguito di Alessandro Magno nella conquista del Paese. “Questo elmo a pilos”, spiega Greco, “ha un’iscrizione sulla parte frontale in cui leggiamo “Alexandrou tou Nikanoros”, ovvero “di Alessandro, il figlio di Nikanore” dove il nome con il patronimico indica appunto il soldato a cui questo elmo apparteneva”. Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno entra in Egitto, conquista il Paese, va all’Oasi di Siwa e si fa dichiarare figlio del dio Amon. “E lui stesso si farà raffigurare poi come vero faraone, nella cappella della barca al tempio di Luxor dove, come un vero faraone, fa l’offerta al dio Amon. Sappiamo che nella conquista di Alessandro Magno di quello che allora era il mondo conosciuto, la conquista procede a tappe forzate, ma Alessandro morirà nel 323 a.C. Coloro che poi avranno il potere in Egitto saranno i diadokoi, i suoi successori, e nella fattispecie la famiglia dei Tolomei”.

Tolomeo II Filadelfo nelle fattezze di faraone e in quelle ellenistiche: teste conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo Egitto è ben rappresentato da due teste di Tolomeo II Filadelfo, quello che rimane di due statue. “È interessante perché vediamo le modalità in cui esse potevano essere rappresentate”, fa notare Greco: “Da una parte la testa del faraone con la corona nemes con l’ureo al centro, quindi qui Tolomeo II si mostra come il vero faraone d’Egitto. Il faraone – ricordiamolo – dalla IV dinastia è “sa Ra”, figlio del dio Sole, è l’intermediario tra gli dei e gli uomini, è colui che è responsabile del mantenimento del maat, dell’ordine sulla terra. Nell’altra testa invece sempre Tolomeo Filadelfo è rappresentato con fattezze ellenistiche: sono le due culture che diventano ibride e che si influenzano l’una con l’altra”.

Particolare del busto della principessa tolemaica (Cleopatra?) al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La principessa tolomaica: è la famosa Cleopatra? Vicino alle due teste di Tolomeo Filadelfo, vi è un busto di una principessa del quale si è molto parlato negli ultimi anni. “Nella didascalia”, sottolinea Greco, “scriviamo semplicemente “regina tolemaica” senza sbilanciarci. Perché? Perché alcuni ritengono che essa possa essere identificata come Cleopatra VII, la famosa Cleopatra, l’ultima regina tolemaica, colei che ebbe una relazione con Cesare e, dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., con Marco Antonio. Colei che con Marco Antonio aveva un disegno importante di egemonia del Mediterraneo, disegno che venne a finire con la battaglia di Azio del 31 a.C. e la vittoria di Ottaviano. Momento che segna definitivamente la fine di qualsiasi forma di indipendenza dell’Egitto. Perché l’attribuzione è controversa? Si gioca tutto sul copricapo dove vediamo sembrano essere raffigurati tre urei. In realtà non siamo sicuri che si tratti di tre urei o di tre cobra perché forse quello centrale potrebbe essere stato la parte iniziale del volto di un avvoltoio. Infatti vediamo che ai lati della parrucca ci sono le piume di un avvoltoio. Ebbene, se fossero tre urei probabilmente questa statua potrebbe essere identificata con Cleopatra VII, o Cleopatra I o Arsinoe II. Quelle principesse e regine tolemaiche che avevano portato territori aggiuntivi all’Egitto stesso. Però su questo non siamo certi e vi è anche un altro elemento che pone alcuni dubbi: la resa del busto, con una veste molto attillata che invece sembrerebbe dare come indicazione cronologica l’inizio del regno dei Tolomei e non la fine. Però anche su questo elemento non c’è unanimità: una statua identificata come Cleopatra, conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo, presenta una veste molto aderente, molto simile a quella che vediamo a Torino. Allora studi aggiuntivi sono necessari per capire se qui davanti a noi abbiamo Cleopatra VII o un’altra regina tolemaica. In ogni caso di sicuro abbiamo una rappresentante di questi diadokoi, di questi successori di Alessandro Magno che dominano nel Paese”.

Il direttore Christian Greco indica la figura di Cleopatra sulla stele cosiddetta di Callimaco (foto museo Egizio)

Un altro elemento interessante che ci attesta questo periodo è la cosiddetta stele di Callimaco, in cui da una parte è rappresentata Cleopatra VII, e dall’altra parte una rappresentazione di Cesarione, il figlio che lei ebbe con Cesare: Cleopatra fa un’offerta a Ra-Horakhti, mentre Cesarione fa un’offerta ad Amon. “Ebbene anche questo è un pezzo molto interessante. La superficie della stele non è omogenea: una parte è levigata invece una parte arretra. Che cosa è successo? Semplicemente questa era una stele più antica che è stata poi riutilizzata. È stata ridecorata dove sono state aggiunte le raffigurazioni di Cesarione e di Cleopatra, e dove è stata abbassata la superficie è stato aggiunto un testo in greco e in demotico. C’è dunque un’iscrizione bilingue e al contempo però c’è anche un’iscrizione geroglifica che si riferisce alle offerte votive che vengono fatte agli dei e che sono di un’età precedente. Ecco un tipo di esempio di come un oggetto possa raccontarci diverse storie, di come racchiude in sé la sua biografia che ci parla anche di un’evoluzione cronologica. Ci parla di un Egitto faraonico che entra in una nuova fase, in quella fase che noi chiamiamo greco-romana, interessantissima perché ci sono vari elementi di ibridazione con quella che è la cultura dominante, che è la cultura greca, e di cui l’Egitto diventerà uno dei centri propulsori, perché sarà proprio Alessandria, la nuova capitale, a diffondere la cultura greca in tutto il mondo”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 24.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco fa un approfondimento sulle mummie degli animali, manifestazione animale del dio, deposte come ex voto. E poi parla dell’enoteismo e delle divinità poliadiche

“Le mummie animali e il visir Gemenefherbak” sono il tema affrontato da Christian Greco nel 24.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Un elemento interessante del culto in Antico Egitto è quello delle mummie animali. Esse fanno parte di quel culto che gli egizi rivolgevano agli dei, anzi alla manifestazione che determinati dei potevano avere in forma animale. Esistono diverse tipologie di mummie. In giare di argilla ci sono mummie di un uccello, l’ibis. Ma si trovano anche mummie di serpente, di pesci, di toro, di falco, di babbuino. “Ci sono quindi quasi tutte le tipologie di animali che possono essere messe in connessione con la manifestazione del dio alle quali si poteva dare una mummia. Una mummia come ex voto”, spiega Greco. Perché qual è la funzione delle mummie animali? “Le mummie animali potevano essere preparate come cibo per l’aldilà, e in quel caso hanno un aspetto relativamente diverso. Al museo Egizio di Torino sono conservate mummie preparate come cibo. Gli uccelli, per esempio, vengono spennati, l’oca viene preparata e messa in un contenitore di modo che il defunto possa essere assicurato di cibo nell’aldilà. Ci sono anche i casi, ma sono molto limitati, di animali domestici che venivano poi mummificati e sepolti insieme al proprietario”.

Esempi di mummie animali conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Ma la stragrande maggioranza delle mummie animali sono ex voto: si portava una mummia che aveva le stesse sembianze della manifestazione animale del dio come ex voto perché il dio potesse essere benevolente e potesse dare tutti i favori che il fedele richiedeva. “Ma quando parliamo di dio e di dei nell’antico Egitto, cosa intendiamo?”, si chiede Greco. “È un sistema molto complesso, un sistema che si può definire un sistema politeistico, ma che già studiosi negli anni Ottanta del secolo scorso un sistema enoteistico”. Al museo Egizio di Torino una cartina dell’Egitto con il Nilo mostra una serie di divinità collegate al luogo in cui principalmente erano adorate. Ad Abido, per esempio, è associato il dio Osiride. “Ma Osiride era una divinità nazionale. Certo, però Osiride nasce innanzitutto da una divinità locale che si chiamava Khenti-mentju, il primo degli Occidentali. Tra l’altro Khenti-mentju è anche uno degli epiteti di Osiride. Osiride è il primo degli Occidentali perché Osiride è colui che è morto e poi è resuscitato. I morti si trovano in Occidente perché l’Occidente è il luogo in cui il sole tramonta e comincia a viaggiare nell’aldilà per le 12 ore della notte. Ma allora cosa significa che una divinità è legata a una città? Ritorno al termine enoteismo: possiamo dire che per quanto concerne lo sviluppo cronologico della religione nell’antico Egitto non parliamo di monoteismo, ovvero di dio unico, ma parliamo di enoteismo, di dio 1, cioè in ogni città vi è una particolare divinità che era importante. Quindi ad Abido ad esempio era molto importante Osiride che si riconnetteva al culto tradizionale di Khenti-mentju prima che questa diventasse una divinità nazionale. Ebbene, gli abitanti di Abido pregavano essenzialmente Osiride come una divinità poliadica e a questa divinità facevano convenire tutte le loro richieste”. E continua: “Se consideriamo le varie forme o kheperu che gli dei possono assumere, forme che in greco si chiamano epistaseis, manifestazioni, capiamo un altro concetto fondamentale: le divinità dell’antico Egitto abitavano in Egitto. L’Egitto era la “ta meri”, la terra amata dagli dei. Il prof. Assmann ha detto che mai una religione è stata così immanente come la religione antico-egizia, e che la prima separazione tra gli uomini e gli dei avviene in Grecia quando gli dei vanno ad abitare nell’Olimpo. Allora se il divino pervade completamente il mondo, pervade l’ecumene, il divino si manifesta in vari modi e quindi divino diventa il Nilo con il dio Hapi, diventano divine l’acqua e l’atmosfera con il dio Shu. Tutto in sostanza è divino. Il mondo è abitato dagli dei. Il divino poi si manifesta in vari modi, però stiamo anche attenti che queste kheperu, manifestazioni, a volte sono semplicemente caratteristiche del divino. Vediamo nella barca solare nell’Amduat che il dio sole è accompagnato da Sia ed Heka, ovvero da eloquenza e magia, che sono due caratteri stessi del divino. Allora forse per sintetizzare possiamo dire che tutto il mondo dell’antico Egitto è pervaso dal divino, che l’Egitto aveva davvero una religione assolutamente immanente, ma che al contempo le divinità poliadiche, ovvero le divinità che avevano un certo ruolo all’interno della città, per quella città sono quelle più importanti. Ed ecco quindi che ad Abido Osiride aveva un ruolo particolare, ma come lo aveva Ptah a Menfi, e Amon-Ra a Tebe”.

Il meraviglioso sarcofago in pietra del visir Gemenefherbak conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Questo ricollegarsi alle divinità, al ruolo che esse hanno nella vita dell’antico Egitto, ma anche nella vita dopo la morte, lo ritroviamo anche nei sarcofagi. Come nel meraviglioso esemplare in pietra del sarcofago di Gemenefherbak. “È un esempio meraviglioso di uno stile che diventa quasi minimalista. E se leggiamo alcune parole del testo iniziale, ritroviamo l’elemento dell’offerta funeraria che il sovrano e Osiride devono dare. E ritroviamo Osiride che è Khenti-imentet, il primo degli Occidentali, colui che è risorto dal regno dei morti e continua nell’aldilà. Ed è il “necer aa”, il dio grande. Osiride e il sovrano devono fare in modo di dare un’offerta di voce, un’offerta magica, fatta di pane e di birra. Ecco il potere reificante della parola: se si scrivono le offerte di cui il defunto ha bisogno, queste offerte in qualche modo potranno essere garantite al defunto che ci si augura possa navigare, possa arrivare fino ai campi di Iaru, i campi elisi dove potrà continuare a svolgere la sua vita in eterno”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 23.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco fa un approfondimento sull’evoluzione dell’arte funeraria nell’Antico Egitto

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Harua (foto museo Egizio)

Col 23.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco fa un approfondimento sull’evoluzione dell’arte funeraria nell’Antico Egitto, soffermandosi sui sarcofagi di Harua e Mentuirdis, e su un cosiddetto sarcofago a pilastrini. Durante la XXV-XXVI dinastia si possono trovare sarcofagi con meno decorazione. In quello di Harua, ad esempio, vi è una colonna di testo solo al centro, un collare wsekh e poi non vi è nessun altro tipo di decorazione. “Ma come è possibile tutto ciò?”, si chiede il direttore Christian Greco. “Lo possiamo capire. Un collega norvegese ha scritto un libro molto importante sull’argomento, Anders Bettum, che si chiama “Nesting coffins”. Ovvero per preservare il corpo, per assicurare che il corpo possa essere preservato durante la vigilia della notte. E perché il defunto possa avere tutte le informazioni possibili per giungere nell’aldilà è importante che un sarcofago messo all’interno dell’altro possa avere tutti quei testi di cui ha bisogno. È proprio nell’unità dei vari sarcofagi che il defunto trova tutto ciò di cui ha bisogno”. Anche un altro sarcofago, quello di Menturdis, esposto al museo Egizio accanto a quello di Harua, ha semplicemente una colonna di testo al centro, un collare wsekh, e nessun’altra decorazione. “Vediamo però che nel sarcofago esterno, sui lati, vi sono le divinità canopiche che sono proprio quelle che attendono alla Stundenwachen, ovvero alla vigilia notturna. E se osserviamo poi sul coperchio del sarcofago interno vediamo una bellissima rappresentazione della dea dell’Occidente, Imentet, colei che deve accompagnare il defunto nell’aldilà e fare in modo che possa sopravvivere in eterno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

“Le credenze ovviamente che sono alla base della cultura funeraria dell’Antico Egitto permangono e sono molto solide”, continua Greco, “e forse nessun’altra tipologia di sarcofago ci permette di capirle di più del cosiddetto sarcofago qeresu o sarcofago a pilastrini. Ne abbiamo parlato in una delle prime puntate quando abbiamo visto come i primi sarcofagi erano definiti appunto qereset. E quando abbiamo letto alcune parole del Libro dei Morti di Kha abbiamo visto che il geroglifico qereset viene usato come determinativo per indicare la sepoltura. Questa forma di sarcofago a cassa con il coperchio bombato, con quattro pilastrini ai lati, lo ritroviamo nel VIII sec. a.C. e questa tipologia di sarcofago è stata definita da John Taylor, curatore al British Museum, una specie di cosmogramma. Perché questo sarcofago contiene in nuce tutte le credenze funerarie dell’Antico Egitto, cosicché il defunto possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Andiamo ad analizzarlo iniziando dalla cassa. Nella cassa vediamo ai lati le cosiddette divinità canopiche, coloro che devono preservare durante la Stundenwachen, durante la vigilia notturna, il corpo del defunto. Interessante notare come la cassa sia divisa dal coperchio dal cosiddetto fregio kekeru, fregio che si nota anche all’interno delle strutture architettoniche dell’Antico Egitto. Nelle tombe si trova al di sopra delle pareti, come a dividere le pareti dal soffitto. Il fatto che sia posto qui ci mette subito in allerta, e ci dice che questa tipologia di testi sono i testi che avremmo trovato nelle pareti di una tomba, mentre quello che vi è al di sopra è il soffitto. E infatti proprio questo avviene. Ci sono sulla cassa le divinità canopiche che preservano il copro, e se il corpo è preservato e intatto il defunto può cominciare il suo viaggio ininterrotto assieme al dio sole nella barca solare. Vediamo il dio sole nella sua fattezza diurna che viaggia da Oriente a Occidente, mentre dall’altra parte troviamo il dio sole sempre nella barca, questa volta è la barca notturna del dio sole, e il dio sole viaggia da Occidente a Oriente”.

La lunetta con l’Occidente del sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

La lunetta con l’Oriente del sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

Nella colonna di testo al centro viene ricordato un capitolo importante dei testi delle piramidi, il capitolo 368, dove si invoca la dea Nut come colei che divide il cielo in due e che può proteggere il defunto e renderlo come un dio senza nemici. “Ecco quindi che davvero questo sarcofago ricalca in toto una camera sepolcrale”, sottolinea Greco. “Ci viene alla mente la scena meravigliosa che troviamo nella camera sepolcrale della tomba di Ramses VI ad esempio dove la dea Nut divide la calotta della camera sepolcrale stessa nel libro del giorno e della notte, e dove vi sono delle raffigurazioni immense che fanno vedere il viaggio del dio sole continuo durante le 24 ore del giorno. Ebbene la cassa preserva il corpo, il coperchio ci parla della dea Nut e ci fa vedere il periplo continuo del dio sole. Ma anche le lunette laterali ci danno elementi importanti. A partire da quella dove vediamo due occhi udjat con un segno nefer al centro. Questa composizione viene letta neferet e significa Occidente. È il luogo in cui si trova la tomba di Osiride. Quindi da una parte l’Occidente, e ovviamente nell’altra lunetta vi è l’Oriente. Così la cosmografia è assolutamente completa. Qui l’Oriente è molto chiaro. Si vede il segno dell’orizzonte. Sopra l’orizzonte c’è il disco solare che viene adorato dai due ba orientali. Qui sorge il sole e da lì sul coperchio infatti parte la barca del giorno. Dall’altra parte il sole tramonta e sul coperchio parte la barca della notte. Si vede quindi che questo è ciò che ogni defunto ambisce ad avere. Il corpo è preservato, e se il corpo è preservato, il defunto, la sua anima, può viaggiare assieme al dio sole per sempre e maat viene mantenuta sulla terra. Anche qui è interessante notare come questi testi, il libro del giorno e il libro della notte, che troviamo nella camera sepolcrale di Ramses VI, o nella camera sepolcrale di Ramses IX, erano prerogativa semplicemente regali, e in questo periodo con il venir meno della forza unificante politica centrale anche delle persone private possono ambire ad avere un testo”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 22.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sugli ushabti, svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola

Col 22.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta gli ushabti, presenza fondamentale del corredo funerario, e poi ci svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola. Gli ushabti erano delle statuine funerarie che venivano prodotte in serie. Nel Terzo Periodo Intermedio sono del blu brillante della faience, una pasta invetriata che serviva anche per dare la lucentezza alle statuette stesse che sono di due tipologie: mummiformi o in abiti dei viventi. Ma qual era la loro funzione? “Il defunto – spiega Greco – anche dopo la morte doveva continuare la sua attività nell’aldilà, doveva continuare a lavorare, ed eseguire gli incarichi che gli potevano essere dati da Osiride. Per preservarsi da tutto ciò poteva avere degli aiutanti – gli ushabti – e nella fattispecie, ne poteva avere uno per ogni giorno dell’anno, più un supervisore ogni dieci, quindi un totale di 401 statuette, servitori che nell’aldilà potevano aiutare il defunto a compiere tutte quelle attività che doveva svolgere. Quindi mentre il sarcofago preserva il corpo, gli ushabti aiutano il defunto. Il Libro dei Morti che li accompagna dà questa serie di formule funerarie che devono aiutare il defunto di modo che lui possa arrivare ai campi di Iaru. E possa continuare la sua esistenza e dare davvero ragione alla nuova nascita, alla vita dopo la morte”.

Il coperchio del sarcofago di Khaemwaset e, sulla parete, la foto della missione di Schiaparelli che descrive lo stato della tomba del figlio di Ramses III al momento della scoperta (foto Graziano Tavan)

I segreti della tomba di Khaemwaset, figlio di Ramses III. Al centro della sala dedicata al Terzo Periodo Intermedio c’è un sarcofago in pietra in granito rosa che però appartiene al Nuovo Regno. È infatti il coperchio di un sarcofago del principe ramesside Khaemwaset, figlio di Ramses III. Perché è qui? “Per capirlo – interviene Greco – dobbiamo osservare bene due foto esposte ai lati della galleria. Nella prima si vede la situazione che Schiaparelli e la sua squadra trovarono all’interno della tomba di Khaemwaset. Le pareti hanno decorazioni tipiche dell’età ramesside. E c’è un gran disordine all’interno della sala: serie di sarcofagi e ushabti affastellati l’uno sull’altro. Ci rendiamo immediatamente conto che questa tomba è stata riutilizzata più volte. Dopo Khaemwaset, la tomba è diventata una sepoltura di famiglia. Quindi la tomba è stata violata: vediamo pezzi di mummia, sarcofagi aperti. Probabilmente una penetrazione avvenuta in antico in cui coloro che sono entrati all’interno della tomba hanno tirato fuori le mummie in cerca di materiali preziosi. E finalmente all’inizio del Novecento arriva la Missione Archeologica Italiana in Egitto che trova all’interno della tomba di Khaemwaset delle sepolture di gruppo che appartenevano a due famiglie di coltivatori di loto”. Nella seconda foto si vede la situazione dopo una prima ricognizione e la pulitura della sala. “Le modalità di pulizia si sono concluse e si vede che il sarcofago – continua Greco -, il coperchio del sarcofago di Khaemwaset, è posizionato da solo. Quindi quella la situazione nell’età ramesside, mentre le sepolture della XXV dinastia costituivano una seconda fase, poi vi era stata la violazione della tomba, e infine era arrivata la Missione Archeologica Italiana in Egitto. Ed ecco quindi questo sarcofago al centro della sala ci vuole ridare la contestualizzazione archeologica, ci vuole fare capire come sia avvenuto lo scavo, come fosse la situazione all’interno della tomba di Khaemwaset, e come i sarcofagi della XXV dinastia che erano all’interno siano adesso disposti in queste sale”.

Il sarcofago di Tadiaset al museo Egizio di Torino (foto da http://www.iviaggidiraffaella.blogspot.com)

I sarcofagi della XXV dinastia hanno un aspetto molto diverso dai sarcofagi gialli delle dinastie precedenti, come dimostra il sarcofago di Tadiaset. “Si vede subito che non è un sarcofago giallo, perché non c’è l’orpimento, il pigmento a base di arsenico che dava il colore giallo assieme alla vernice: ma qui la vernice è presente molto poco. Poi non vi sono più indicate le braccia e le mani, e quindi scompare quella definizione di genere che era stata così importante nelle precedenti dinastie. Il testo scritto è organizzato nella colonna principale in cui si legge chiaramente il nome della defunta Tadiaset. Attorno al collo scendono quasi due bretelle, sembra una sciarpa. Questo elemento, che si trova molto spesso soprattutto nei sarcofagi che appartengono ai profeti di Amon in XXI dinastia, si chiama stola. I sarcofagi cosiddetti a stola risalgono alla XXI dinastia. Cosa ci fa in un sarcofago della XXV? In realtà è un elemento iconografico che viene recuperato ma non appartiene alla definizione iconografica di questo periodo. Infatti chiamiamo questo tipo di sarcofagi anche sarcofagi pseudo-stola. Infine, rispetto ai sarcofagi gialli, la decorazione non ha più quell’horror vacui, non vi è la necessità di coprire ogni centimetro quadrato del sarcofago. Ma vi è una decorazione molto più diradata”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 21.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sul sarcofago di Khonsumes, tipico sarcofago maschile del Terzo Periodo Intermedio

Col 21.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta i sarcofagi maschili descrivendo il sarcofago di Khonsumes esposto nella galleria dei Sarcofagi del museo Egizio di Torino. Siamo ancora di fronte a un cosiddetto sarcofago giallo, coperto di decorazioni con l’horror vacui, e la presenza degli stessi elementi dell’unità solare osiriaca: la dea Nut al centro. Sopra la sua testa il simbolo del cielo, solcato da una barca con all’interno uno scarabeo alato con la testa d’ariete, sormontato da un disco solare, e ai due lati la rappresentazione del dio Osiride. Ma perché questo è sicuramente un sarcofago maschile? “Innanzitutto ha una parrucca striata e non decorata a falde larghe orizzontali come un sarcofago femminile, come quello di Tabekenkhonsu”, spiega Greco. “Poi vediamo che invece di avere due mani stese ha due pugni. E non c’è la decorazione di orecchini e né vediamo le rosette sotto le falde della parrucca a indicare i seni. Quindi questo è un sarcofago maschile: siamo all’epoca della XXI dinastia, ed è proprio ora che si vede la distinzione di genere nei sarcofagi. Il sarcofago in questo periodo diventa quell’elemento che raccoglie in sé tutti gli elementi fondamentali per la resurrezione del defunto. E se andiamo a vedere la cassa, vediamo, riconosciamo scene che eravamo abituati a vedere nei rilievi delle tombe tebane. La tomba è rappresentata sormontata da una piramide in mattoni crudi con la parte della cuspide resa in un altro colore perché quella era la parte in pietra dove vi era il pyramidion. La tomba è inserita poi all’interno della necropoli, della montagna tebana, custodita da uno sciacallo. E dalla montagna tebana esce la vacca hathorica, simbolo della dea Hathor, la dea dell’Occidente, custode della necropoli tebana. Anche qui c’è sulla campitura del sarcofago come uno squarcio, di colore diverso dal giallo, per mostrarci l’aldilà. E poi c’è la scena della teogenesi ovvero della dea Nut nuda, simbolo del cielo, ricurva che forma quasi una volta sostenuta da Shu, e a terra invece una divinità maschile verde che è il dio Geb. Dall’unione di Nut e Geb nasceranno le quattro divinità: Iside, Nefti, Osiride e Seth”.

La dea Hathor appare tra i rami del sicomoro: particolare della cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu (foto museo Egizio)

Sulla cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu ci sono alcune scene molto interessanti. “Innanzitutto, la rappresentazione della dea dell’Occidente, Hathor, che appare nell’albero sicomoro e versa, quasi facesse una libagione, dell’acqua al defunto che è qui in adorazione. L’albero si trova di fronte alla tomba, la tomba di nuovo resa con la sua facciata, sormontata dalla piramide e la parte alta, la cuspide, il pyramidion in pietra. E questa raffigurazione ci ricorda anche un inno delle tombe tebane in cui sappiamo che i familiari che fanno visita alla tomba vengono invitati a soffermarsi e a sedersi sotto i rami dell’albero sicomoro; e quando sentiranno il frusciare delle foglie non dovranno pensare che quello è il vento ma le anime dei defunti che vengono lì a sedersi. Di nuovo la tomba – sottolinea Greco – è quell’elemento liminale che permette l’incontro tra i viventi e i defunti. E poi al centro è rappresentata una scena importantissima che abbiamo visto nel papiro di Iuefankh: il capitolo 125 del Libro dei Morti. La defunta Tabekenkhonsu in abiti di viventi si trova all’interno di uno spazio architettonico definito. Dietro di lei vi è una divinità femminile con una testa un po’ strana, che per noi però è molto utile perché quella testa resa in quel modo è un geroglifico e di legge “imentet” e quindi è la dea dell’Occidente, Hathor. Tabekenkhonsu assieme alla dea dell’Occidente entra in questo spazio. Davanti a lei c’è il dio Thot, il dio della scrittura, il dio della sapienza, con in mano la paletta scrittoria, che è lì a scrivere. Perché? Perché questa è una versione molto compatta del capitolo 125 del Libro dei Morti. Non vediamo la scena della psicostasia, però sappiamo che siamo di fronte a Osiride che siede in trono seguito dalla dea Iside. E riconosciamo un altro elemento importante: il mostruoso Ammit, il divoratore, che qui è rappresentato con la testa di coccodrillo, la parte anteriore di leone, la parte posteriore di ippopotamo. È lì pronto a divorare il cuore nel caso risultasse più pesante della piuma. Anche se la scena della psicostasia qui non è resa, sappiamo che abbiamo a che fare con questa. C’è un altro elemento importante: la presenza del dio Horus, colui che deve vendicare il padre dopo che era stato ucciso da Seth. E lo vediamo qui con la corona dell’Alto e del Basso Egitto, quindi è colui che adesso ha saldamente il potere sull’Egitto ed è succeduto al padre Osiride”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 20.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sul sarcofago di Tabekenkhonsu, tipico sarcofago femminile del Terzo Periodo Intermedio

Col 20.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta i sarcofagi femminili descrivendo il sarcofago di Tabekenkhonsu esposto nella galleria dei Sarcofagi del museo Egizio di Torino. “Il nome della defunta – spiega Greco – è scritto su una colonna in geroglifico preceduto dagli appellativi “l’Osiride e la signora della casa”, “cantatrice di Amon-Ra signore degli dei”, seguito da “djed es” “ella dice” con alcune formule funerarie. La fattura di questo sarcofago molto raffinato si vede nella resa dei geroglifici e dei dettagli. Ad assicurarci che si tratta di un sarcofago femminile sono le due mani stese, anche se qui ne rimane solo una. E poi ci sono due orecchini che adornano i lobi delle orecchie. Sul davanti si vede una treccia finemente intrecciata che ci ricorda la parrucca di Merit. La parrucca è in blu egizio: pigmento artificiale ottenuto dalla malachite con l’aggiunta di natron che aveva un processo di doppia ossidazione e che gli egizi chiamavano “fatto come di lapislazzuli”. Il fatto che qui non sia più così brillante è dovuto non solo all’invecchiamento ma anche alla vernice che ne ha alterato la valenza cromatica. Questa capigliatura tipica femminile è decorata con due fasce orizzontali. Molto evidente è anche la resa dei seni. Al di sotto delle falde della parrucca vi sono quelle che sembrano due rosette e indicano i seni. Quindi mani stese, seni, orecchini, tutti elementi tipici femminili”.

Il sarcofago di Tabekenkhonsu al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Come nel sarcofago di Butehamon c’è un collare a giorno “wsekh” con due teste di falco che rappresentano il dio Horus. “Evidente l’horror vacui con questa decorazione fittissima che deve trasferire al sarcofago tutti gli elementi indispensabili per la sopravvivenza del defunto nell’aldilà. Innanzitutto è interessante osservare nella parte centrale il succedersi di scarabei e dischi solari. Lo scarabeo è il simbolo del dio sole di giorno. Tra l’altro qui lo scarabeo è reso con la testa di ariete. L’ariete è invece la forma del dio sole di notte. Quindi qui le due “keperu”, le due manifestazioni del dio sole sono fuse assieme. Al centro di nuovo la dea Nut, la dea del cielo notturno e immediatamente sopra la testa della dea Nut vediamo il simbolo stellato del cielo stesso, anche questo reso in blu egizio. Una parte della superficie del simbolo del cielo è stata danneggiata permettendoci di cogliere la brillantezza del blu che non è stato alterato dallo strato di vernice. Interessante è la tecnica. Alcune figure come lo scarabeo, il simbolo stesso del cielo, ma anche le ali della dea Nut sono in rilievo. Quindi il blu egizio non veniva usato semplicemente come pigmento ma anche in rilievo quasi a rendere una tridimensionalità all’interno della decorazione stessa. E poi la parte immediatamente sopra il simbolo del cielo, dove al centro c’è lo scarabeo, ci ricorda anche un altro aspetto fondamentale della religione egizia: l’unità solare osiriaca, perché mentre al centro c’è lo scarabeo ai due lati troviamo seduto in trono il dio Osiride. Di nuovo il dio sole e il dio Osiride, che sono questo “necer aa”, questo grande dio, i quali devono fare in modo che non solo il corpo del defunto venga preservato ma che anche egli possa poi raggiungere la barca del dio sole e prendere parte al periplo eterno attorno alla terra assieme a lui”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 19.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere l’Amduat, il viaggio notturno del sole col papiro dell’Amduat e i testi sul sarcofago dello scriba Butehamon

Il 19.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il secondo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra “L’Amduat, il viaggio notturno del Dio Sole” ancora attraverso il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon. L’Amduat è un testo che comincia a trovarsi decorato nelle pareti dei sovrani del Nuovo Regno nella Valle dei Re. E per tutto il Nuovo Regno questo testo riguarderà solo i sovrani. A partire dal Terzo Periodo Intermedio invece lo cominciamo a trovare nei papiri, lo cominciamo a trovare degli excerpta usati nei sarcofagi perché l’unità salda politica del Paese viene meno e quindi anche i privati possono ambire a avere degli excerpta di questo testo. Cosa ci racconta? “Ci racconta il periplo solare del sole durante la notte quando il sole tramonta a Occidente”, spiega Greco. “Gli egizi credevano che il sole viaggiasse per dodici ore nelle profondità della terra per poi risorgere di nuovo ad Oriente al mattino. E questo viaggio non era un viaggio che potesse lasciare il sovrano e il mondo indifferenti perché ogni notte vi era una lotta cosmica tra il dio Sole e Apophis, tra il bene e il male. Apophis tentava di impedire che il dio Sole potesse risorgere. Se questo avesse avuto seguito la vita nella terra sarebbe venuta a finire. Ed ecco quindi in questo papiro che ci narra il viaggio del dio Sole durante la notte, vediamo che il viaggio è scandito da delle pause, ci sono dodici ore nella notte. Ed è anche rappresentato in tre registri diversi. Nel registro principale si vede la barca del dio Sole. Qui il dio Sole si trova con la sua fattezza a testa di ariete, quindi il dio Sole criocefalo, contenuto all’interno del serpente Mehen, che è un serpente protettivo. E il dio Sole è accompagnato da altre persone di equipaggio all’interno della barca. Il suo viaggio continua finché alla fine del viaggio, al mattino, il dio Sole che adesso non ha più la testa di ariete ma ha la forma di scarabeo, arriva all’orizzonte orientale e tramite Shu il disco solare viene spinto sulla terra e il dio resuscita. Ecco quindi che la vita sulla terra può andare avanti ed ecco anche che avviene una separazione tra il dio Sole che torna sulla terra e Osiride che invece rimane nell’aldilà, dopo che durante le ore della notte Osiride e il dio Sole sono stati unificati, sono stati “necer aa”, dio grande”.

La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno di Butehamon al museo Egizio di Torino con il testo dell’Amduat in ieratico (foto museo Egizio)

L’Amduat lo troviamo anche nei sarcofagi. Un esempio è il sarcofago di Butehamon. “La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno e la cosiddetta copertura di mummia sono iscritti da un testo in ieratico, una forma corsiva di scrittura. E questo è il cosiddetto Libro delle Respirazioni e attiene ovviamente al rituale dell’apertura della bocca, che era il momento in cui prima che il defunto fosse messo all’interno della tomba, il sarcofago veniva messo in posizione verticale e veniva chiamato un sacerdote sem, che utilizzando uno strumento nelle sue mani, perpetrava questo rituale dell’apertura della bocca in modo che il defunto potesse tornare a respirare, a vivere, a fruire delle offerte nell’aldilà. Quindi l’Amduat adesso non è più rappresentato in una parete e quindi viene traslato all’interno del coperchio di modo che il defunto abbia tutte quelle informazioni di cui ha bisogno. Per quanto concerne la storia del nostro museo – ricorda Greco -, questo testo ha anche un’importanza fondamentale. Fu oggetto della tesi dottorale di Ernesto Schiaparelli quando andò a studiare a Parigi sotto la guisa di Gaston Maspero, che era segretario generale del Service des Antiquités, ed è colui che poi diede le concessioni di scavo a Ernesto Schiaparelli. Ebbene quando Schiaparelli va a perfezionare le sue conoscenze da egittologo a Parigi nel 1880, studia il Libro dell’Apertura della Bocca e pubblica questo testo che rimane un libro fondamentale per molti anni fino alla pubblicazione di Eberhard Otto”.