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Roma. Il parco archeologico del Colosseo sigla un accordo di collaborazione con Coldiretti e Unaprol per la manutenzione degli olivi del parco e la produzione di olio extravergine. Presentate le prime bottiglie di evo Palatinum

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo, mostra le prime bottiglie dell’olio extravergine Palatinum, prodotto con le olive del PArCo (foto PArCo)

Negli ultimi mesi lo staff del parco archeologico del Colosseo ha lavorato a moltissimi progetti per essere davvero pronto a ripartire quando le condizioni lo avrebbero permesso. Quanto era stato sperato finalmente si è concretizzato e proprio da fine maggio prende il via la collaborazione formativa e educativa del PArCo con Coldiretti e Unaprol-Consorzio olivicolo italiano. L’accordo è presentato in un video, girato tra la fine del 2020 e questi ultimi giorni, che racconta bene le attività portate avanti finora, strettamente connesse al percorso dedicato agli alberi di olivo presenti nel PArCo. Una su tutte, quella dedicata a studenti e studentesse che, accompagnati da guide archeologiche del PArCo, potranno visitare le principali aree in cui sono presenti gli olivi e seguire anche una speciale lezione tutta dedicata all’olio, a cura della Fondazione Evoo School.

“Abbiamo sottoscritto questo protocollo che punta alla manutenzione, all’assistenza, delle circa 200 piante dentro il parco archeologico del Colosseo”, spiega David Granieri, presidente Coldiretti Lazio, “convinti che in questo contesto si possa costruire una coscienza del consumatore dove in un ambiente così speciale e così unico può anche imparare parte della cultura agroalimentare italiana”. Il PArCo – ricorda il direttore Alfonsina Russo, “porta avanti nel suo programma strategico, oltre alla cura del patrimonio monumentale, la cura del verde, del paesaggio che costituisce il contesto nel quale i monumenti sono inseriti. Questo binomio tra verde-paesaggio e cultura-monumenti archeologici si coniuga in quest’azione che il parco archeologico ha messo in atto con Coldiretti ed è importante per noi perché l’ulivo rappresenta una pianta sacra legata anche al mito. È una pianta sacra alla dea Minerva. E in questo modo raccontiamo anche quello che la pianta rappresenta per quest’area archeologica. Credo che questa sia un’attività sperimentale che possa fungere da modello per altre aree archeologiche italiane”. Nicola Di Noia, direttore generale Unaprol: “Stiamo dando nuova vita a questi alberi facendo in modo di raccogliere le olive e ottenerne un olio di assoluta qualità e unicità perché questo è un luogo unico dove i turisti potranno non solo ammirare queste opere straordinarie millenarie, ma potranno in qualche modo avvicinarsi anche alla cultura di questo prodotto che è l’olio extravergine di oliva e delle olive da tavola che in Italia da più di duemila anni si produce, che anche i romani producevano anticamente”. E Sara Paraluppi, direttore Coldiretti Lazio: “Questa è una bellissima giornata di sole in cui nel cuore di Roma, nel parco archeologico del Colosseo, abbiamo iniziato la raccolta delle olive. È un momento importante perché è un’occasione per un percorso di collaborazione stretta con l’arte di una città storica per eccellenza in tutto il mondo in cui oltre alla visita ai monumenti possiamo pensare di poter far gustare quelle che sono le eccellenze di un territorio in cui l’olio sicuramente la fa da padrona”. L’annata 2020 è confezionata in splendide bottiglie, con un’etichetta molto elegante che riproduce, come disegni e come colori, una pittura parietale di una delle domus che sono presenti sul Palatino, la cosiddetta Casa dei Grifi. “Ci auguriamo – conclude Alfonsina Russo – si possano realizzare all’interno del parco archeologico del Colosseo con Coldiretti dei laboratori aperti alle famiglie ai giovani ai bambini. Credo che sia molto importante anche l’educazione, la trasmissione di quella che è la filiera di produzione dell’olio. Quindi dalla pianta all’olio stesso”.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quinto appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare a piazza Navona alla scoperta degli stadi dell’imperatore Domiziano: da quello accanto alla Domus Flavia a quello in Campo Marzio, oggi sotto la famosa piazza di Roma

Il cosiddetto stadio Palatino annesso alla Domus Flavia sul Palatino (foto PArCo)

Quinto appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, precisamente sul lato orientale della Domus Flavia dal cosiddetto stadio Palatino, per giungere, dopo una passeggiata di tre chilometri in piazza Navona nei cui sotterranei si scoprono i resti dello stadio di Domiziano.

Il lato orientale dello Stadio Palatino. Verso destra è ben visibile l’emiciclo, tradizionalmente noto come tribuna imperiale, ma forse utilizzato come ninfeo. Sulla sinistra, in corrispondenza dei pini, si trova il piano di calpestio corrispondente al piano superiore della Domus Flavia-Augustana e dell’attuale percorso di visita: oggi come un tempo i livelli della residenza imperiale sono sfalsati ed è possibile ammirare lo Stadio dall’alto con tutta la sua grandiosità (foto PArCo)

Sul lato orientale della Domus Flavia, la residenza imperiale per eccellenza, costruita dall’ultimo imperatore della dinastia Flavia, Domiziano, ma posto ad un livello inferiore, si trova il cosiddetto Stadio Palatino. “Si tratta di una imponente costruzione”, spiegano gli archeologi del PArCo, “lunga ben 161 metri e larga 48, che ancora oggi conserva la pianta rettangolare allungata tipica degli stadi. Su uno dei lati lunghi si può ancora ammirare la struttura di una grande esedra, probabilmente un ninfeo o triclinio; solo le basi dei pilastri restano, invece, del sontuoso portico che doveva circondarlo almeno su tre lati, e che doveva essere arricchito, come tutto l’edificio, da numerose statue e gruppi scultorei, la maggior parte dei quali sono oggi esposti nel museo Palatino (vedi https://parcocolosseo.it/area/musei/museo-palatino/)”.

Veduta verso Sud dello stadio Palatino. La pianta dello Stadio è molto simile a quella del Circo di Caligola che si trovava nella villa di Agrippina in Vaticano (foto PArCo)

“Nonostante la struttura architettonica e la presenza di un lato curvo, tipica degli stadi”, continuano gli esperti del PArCo, “l’utilizzo del termine ‘stadio’ non è forse del tutto corretto nel caso del Palatino; non sappiamo infatti con certezza quale fosse l’uso di questo splendido edificio: è probabile che si trattasse in realtà di un sontuoso giardino annesso al palazzo, utilizzato come luogo di svago dalla famiglia e dalla corte imperiale, e probabilmente anche come maneggio. L’ipotesi sembra essere confermata da Plinio il Giovane secondo il quale alcune ricche residenze erano dotate di ippodromi privati, ossia di giardini a forma di circo”.

Stadio Palatino, zona meridionale. I pochi resti visibili somiglianti ad un recinto ovale risalgono probabilmente all’epoca di Teodorico (foto PArCo)

È comunque possibile – secondo gli archeologi – che questo “stadio” venisse utilizzato anche come una sorta di palestra per lo svolgimento di esercizi ginnico-atletici. Lo stadio era il luogo d’eccellenza dove praticare gli sport della tradizione atletica greca, che Domiziano amava particolarmente, e che voleva diffondere tra i romani in contrapposizione agli sport più violenti.

Piazza Navona occupa l’area centrale dell’antico Stadio di Domiziano e conserva perfettamente la forma rettangolare allungata. Gli edifici circostanti si poggiano sulle gradinate dello Stadio stesso, che utilizzano come fondazione (foto PArCo)

“Forse per questo l’imperatore, oltre allo Stadio Palatino, riservato solo alla corte imperiale”, suggeriscono gli archeologi del PArCo, “costruì anche un grande stadio pubblico nel Campo Marzio, nel luogo ora occupato da una della più belle piazze di Roma: piazza Navona. Già nel nome della piazza (forse da “Campus in Agoni”, poi “in Agona”) troviamo un riferimento all’uso cui era adibita l’area in antico: gli agoni infatti erano gare di atletica e lotta che si tenevano all’interno degli stadi. Giochi popolari in Grecia, a Roma non riscuotevano altrettanto successo”.

Piazza Navona. Stadio di Domiziano, scalinata dell’ambulacro esterno di accesso al corridoio intermedio del piano superiore (foto PArCo)

Fu solo dopo l’incendio nel Campo Marzio dell’anno 80 d.C. che Domiziano poté edificare il primo stadio in muratura della città. La pianta dell’edificio (265×106 metri), con i lati lunghi paralleli e i lati corti uno curvo e l’altro obliquo, era simile a quella dei circhi, ma la diversa natura dei giochi che vi si svolgevano richiedeva dimensioni più ridotte e l’assenza della spina centrale.

Piazza Navona. Ben visibili sui muri in laterizio i fori che testimoniano l’installazione di scale per accedere ai vari ordini dello Stadio. È facile distinguere anche i diversi materiali utilizzati: la parte esterna in travertino che costituiva la facciata, ed il laterizio per gli ambienti più interni e/o di servizio (foto PArCo)

“La facciata esterna era costituita da una doppia serie di arcate su pilastri (l’inferiore d’ordine ionico, il superiore corinzio)”, spiegano ancora gli archeologi del PArCo, “mentre numerosi gruppi marmorei e statue singole dovevano popolare i fornici superiori e le nicchie delle aule del piano terreno. Nel Medioevo ininterrotta fu la continuità d’uso dell’area: le strutture dello stadio vennero occupate da abitazioni, mentre lo spazio dell’arena ospitò il Carnevale Romano e fu poi luogo di mercato. Nel Seicento, infine, con la chiesa barocca di Sant’Agnese in Agone e le tre fontane dei Fiumi, del Nettuno e del Moro, la piazza acquisirà la configurazione attuale”. Per informazioni sulle modalità di visita all’area archeologica dello Stadio di Domiziano inviare un’email a info@stadiodomiziano.com.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line di due libri sui musei e la cultura digitale: “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano e “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo

Il settimo e ultimo appuntamento della rassegna “Dialoghi in Curia”, a cura del Parco archeologico del Colosseo, è interamente dedicato ai musei e alla cultura digitale. Giovedì 27 maggio 2021, alle 11, in diretta on line dalla Curia Iulia nel Foro Romano, presentazione dei volumi “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano (Carocci editore) e “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo (Editrice bibliografica). A discutere di queste nuove dinamiche di comunicazione interverranno Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino; Federica Rinaldi, responsabile archeologo del Colosseo e del Servizio Comunicazione del PArCo, e il direttore del PArCo Alfonsina Russo. Christian Greco – ricordiamolo – direttore del museo Egizio di Torino dal 2014, è stato docente universitario del corso “Archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan” all’università di Leida. Come direttore del museo Egizio, Christian Greco ha guidato e diretto il progetto di ri-funzionalizzazione, il rinnovo dell’allestimento e del percorso espositivo, concluso il 31 marzo 2015, portando alla trasformazione dell’Egizio, da museo antiquario a museo archeologico aperto e centro di ricerca in grado di interagire su vari piani con il suo pubblico proponendo corsi, lezioni, eventi e incontri. Per seguire la conferenza collegarsi giovedì 27 maggio alle 11 all’indirizzo https://www.facebook.com/parcocolosseo; la conferenza sarà trasmessa nel primo post disponibile sulla pagina (non è necessario avere un account Facebook. L’evento sarà disponibile anche su YouTube e come podcast su Spotify (dopo il 30 maggio su ​https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC).

La copertina del libro “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano (Carocci editore)
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Nicolette Mandarano, storica dell’arte

Musei e media digitali (Carocci editore). L’autrice Nicolette Mandarano si interroga su quali siano i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore in un momento storico (il volume è uscito nel 2019) in cui l’accelerazione imposta dalla pandemia per il “posizionamento in rete” non aveva ancora prodotto molti dei risultati che con l’occasione si intendono rileggere. L’autrice con un linguaggio pacato e molto accessibile ripercorre brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione e indaga il contesto in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative.

La copertina del libro “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo (Editrice Bibliografica)
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Maria Elena Colombo, esperta in museologia e sul digitale

Musei e cultura digitale (Editrice Bibliografica). Solo un anno dopo, all’inizio della pandemia (marzo 2020), Maria Elena Colombo si trova nella condizione di dover inserire nel suo volume “Musei e cultura digitale” (Editrice Bibliografica) un post scriptum interamente dedicato ai musei e alla dimensione digitale in Italia al tempo del coronavirus. Il post scriptum rafforza l’impianto rigoroso del volume di Maria Elena Colombo che raccoglie inediti spunti e voci per interrogarsi sulla relazione ormai decennale tra musei e cultura digitale, cogliendone stereotipi, resistenze, illuminazioni e opportunità. Il volume ha le sue premesse nelle interviste condotte dall’autrice negli ultimi tre anni a professionisti del digitale nei musei di tutto il mondo e pubblicate su “Artribune”.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quarto appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare al parco archeologico dell’Appia Antica alla scoperta delle proprietà dei monaci benedettini: da Santa Maria Nova al Foro (nota come basilica di S. Francesca Romana) alla tenuta lungo la via Appia

La chiesa di Santa Maria Nova al Foro Romano: campanile romanico, abside e chiostro del XII-XIII sec., facciata di inizio Seicento (foto PArCo)

Quarto appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, precisamente dal monastero di Santa Maria Nova al Foro romano, conosciuto anche come Basilica di Santa Francesca Romana, per giungere alla tenuta di Santa Maria Nova lungo la via Appia.

Santa Maria Nova al Foro romano e, a destra, l’arco di Tito (foto PArCo)

Siamo a ridosso della Via Sacra, sul Palatino e più precisamente nel monastero di Santa Maria Nova costruito a partire dall’847 nel luogo dell’antico oratorio dei Santi Pietro e Paolo. “L’appellativo fu preso dalla chiesa – già esistente – di Santa Maria nel Foro che, da questo momento, diventerà Santa Maria Antiqua perché distrutta a causa di un terremoto”, spiegano gli archeologi del PArCo.

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Basilica di Santa Francesca Romana, particolare della facciata vista dalla via Sacra (foto PArCo)

“Oggi il complesso, stratificato e ricco di storie, è conosciuto anche come Basilica di Santa Francesca Romana, poiché dal 1440 ospita la tomba della santa che proprio in questa chiesa si era offerta come oblata. Santa Francesca, da sempre ben voluta dai romani, assunse presto l’appellativo di Romana ed è particolarmente importante in questo periodo storico che stiamo attraversando perché considerata protettrice delle pestilenze. Non a caso, il restauro condotto sul soffitto ligneo seicentesco disegnato da C. Lambardi (vedi 9 marzo 2021: a un anno dall’inizio del lockdown e nel giorno di Santa Francesca Romana, protettrice dalle pestilenze, riaperta al culto la basilica di Santa Francesca Romana al Foro romano, dopo un delicato intervento di restauro al soffitto ligneo seicentesco promosso dal parco archeologico del Colosseo e dal Fondo Edifici per il Culto. Presentato il volume “Il restauro della Speranza” | archeologiavocidalpassato) si è concluso il 9 marzo 2021, giorno in cui si festeggia la Santa, come segno di buon auspicio”.

La collina della Velia col Tempio di Venere e Roma, e, dietro, la chiesa di Santa Maria Nova col campanile medioevale (foto PArCo)

“La chiesa oggi presenta l’aspetto conferitole dai lavori seicenteschi”, continuano gli esperti del PArCo: “l’intervento di maggior pregio è la struttura sepolcrale che accoglie le spoglie della Santa, affidata a Gian Lorenzo Bernini tra il 1638 e 1649. Il pavimento invece risale al 1952 ma, in alcuni punti, conserva frammenti cosmateschi. Il complesso sorge sulle scale del tempio di Venere e Roma, tempio romano fatto costruire per volontà di Adriano a partire dal 121 d.C. e completato nel 140 d.C., sotto Antonino Pio”.

Il Casale di Santa Maria Nova sull’Appia antica visto dall’alto. In primo piano sono visibili gli edifici riportati alla luce durante gli scavi archeologici effettuati negli ultimi anni, che occupavano l’area in età imperiale, nel II secolo d.C. Sono stati identificati: ambienti residenziali, di servizio e un settore termale finemente decorato, che conserva anche mosaici con scene di spettacoli gladiatori e circensi (foto parco appia antica)

Ma cosa lega un monastero costruito sul Palatino ed un casale della campagna romana, sulla via Appia? I proprietari: i monaci olivetani benedettini di Santa Maria Nova. “Già officianti della chiesa collocata sul Palatino, che gestiscono ancora oggi, possedevano infatti, già dal XIV secolo, un vasto terreno sulla Via Appia”, ricordano gli archeologi del PArCo, “che da questo momento prenderà il nome di Santa Maria Nova. Il terreno, che era adibito a seminativo e pascolo, si trovava nell’area dell’antica Villa romana appartenuta ai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, membri di una famiglia senatoria e consoli nel 151 d.C. Nel 182-183 d.C. l’imperatore Commodo li aveva accusati di aver ordito una congiura contro di lui, facendoli uccidere ed impadronendosi della loro residenza”.

Via Appia Antica, nucleo del Casale di Santa Maria Nova: ben visibile la torre difensiva costruita su un edificio più antico, probabilmente una cisterna a due piani (foto parco appia antica)

“Il nucleo del Casale, fulcro della tenuta, venne costruito tra la fine del medioevo e l’età moderna, riutilizzando i resti di un edificio romano del II secolo d.C., forse una cisterna a due piani, su cui era stata realizzata, in età tardoantica, una torre difensiva. Tra il XV secolo e il XVI secolo l’edificio prende le forme attuali: a questa fase risale l’elegante abside aggettante al primo piano, forse una garitta difensiva, oppure una piccola cappella edificata dai monaci della Congregazione Benedettina di Santa Maria del Monte Oliveto”.

Via Appia Antica, Casale di Santa Maria Nova; particolare dei mosaici venuti alla luce nel settore termale grazie agli scavi archeologici condotti negli ultimi anni (foto parco appia antica)

“I monaci olivetani – continuano – manterranno la proprietà fino al 1873 quando fu messa all’asta e poi aggiudicata a Isidoro Marfori. Su due gradini della scala di accesso al primo piano, realizzati con elementi di recupero, si vede ancora il loro stemma. Nel 1876 fu realizzato un piccolo casaletto a uso stalla, su resti di strutture romane. In seguito la tenuta appartenne ai conti Marcello e al produttore cinematografico Evan Ewan Kimble, fu trasformata in dimora di lusso e usata come set cinematografico. Acquisita nel 2006 dallo Stato Italiano è stata oggetto di interventi di restauro e recupero funzionale che hanno consentito di aprirla al pubblico dal giugno del 2018”.

Villa dei Quinitli, una delle più belle ville edificate lungo la via Appia (foto parco appia antica)

“L’area di Santa Maria Nova”, informano gli archeologi del PArCo, “fa parte del percorso di visita della Villa dei Quintili all’interno del parco archeologico dell’Appia Antica con accesso da via Appia Antica 251 oppure da via Appia Nuova. Il Casale attualmente ospita la mostra fotografica, documentaria e multimediale “L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi” di Paolo Rumiz e compagni. Aperto dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19 con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura”.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line di due libri sullo storytelling digitale: “I musei e le forme dello storytelling digitale” di Elisa Bonacini e “L’arte del coinvolgimento” di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone

Il sesto appuntamento della rassegna “Dialoghi in Curia”, ciclo di presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, è interamente dedicato al tema dello storytelling digitale e all’arte del coinvolgimento con la presentazione di due volumi, “I musei e le forme dello storytelling digitale” di Elisa Bonacini (Aracne editrice) e “L’arte del coinvolgimento” di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone (Hoepli – La Grande Libreria online), che saranno oggetto di riflessioni, alla luce anche dell’accelerazione imposta dalla pandemia che ha interessato l’ultimo anno. Appuntamento on line dalla Curia Iulia giovedì 20 maggio alle 16.30. A discutere di come si possa “coinvolgere” il pubblico nei musei e quali siano le nuove frontiere del digitale interverranno, insieme al direttore del PArCo Alfonsina Russo, Ludovico Solima (università della Campania “Luigi Vanvitelli”) e Stefano Borghini (PArCo). Per seguire la conferenza: collegarsi giovedì 20 maggio 2021, alle 16.30, all’indirizzo https://www.facebook.com/parcocolosseo; la conferenza sarà trasmessa nel primo post disponibile sulla pagina (non è necessario avere un account Facebook) e sarà disponibile anche sul canale YouTube; dopo il 22 maggio il video sarà disponibile qui: https://parcocolosseo.it/evento/dialoghi-in-curia-lo-storytelling-digitale-e-larte-del-coinvolgimento/; dopo il 22 Maggio l’audio sarà disponibile qui: ​https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC.

La copertina del libro “I musei e le forme dello storytelling digitale” di Elisa Bonacini

“I Musei e le forme dello storytelling digitale”, edito nel giugno 2020, in piena pandemia, è l’ultima fatica di Elisa Bonacini, archeologa specializzata nella comunicazione culturale con le nuove tecnologie e coordinatrice regionale per la Sicilia dell’evento annuale Invasioni Digitali. Nel volume l’autrice illustra le molteplici esperienze adottate nei musei e nel mondo culturale nel campo dello storytelling digitale, analizzandone 14 tipologie: orale, scritto, video, visuale, animato, interattivo, immersivo, social media storytelling, partecipativo, generativo, geo-storytelling, multimedia mobile storytelling, crossmediale e transmediale.

La copertina del libro “L’arte del coinvolgimento” di Fabio Viola e Vincenzo Idone Cassone

“L’Arte del coinvolgimento”, edito nel 2017, è il volume di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi al mondo della gamification. Fabio Viola, fondatore di TuoMuseo, Designer culturale e direttore scientifico Area Gaming della Scuola Internazionale di Comics di Firenze, ritenuto uno dei più influenti “gamification designer” al mondo, e Vincenzo Idone Cassone, docente di Sociosemiotica del design allo IAAD (Istituto d’arte applicata e design di Torino) hanno anticipato la nuova frontiera del concetto di coinvolgimento (engagement), individuando nei videogiochi una delle primarie forme di intrattenimento. Gli autori esplorano l’intersezione tra game design, scienza comportamentale e innovazione per fornire chiavi di azione utili a implementare le meccaniche e dinamiche di engagement nei contesti più vari: finanza, salute, educazione, lavoro, shopping, progettazione urbana e altro ancora.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel terzo appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare virtualmente a Prima Porta alla scoperta delle proprietà di Livia Drusilla: la casa di città e la villa in campagna

La Casa di Livia sul Palatino (foto PArCo)

Terzo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri) e il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater) il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Palatino, precisamente dalla Casa (di città) di Livia Drusilla, terza e ultima carismatica moglie di Augusto, e seguendo la via Flaminia si arriva idealmente a Prima Porta, dove sorgeva la sua villa in campagna.

Palatino, Casa di Livia: la fistula (tubatura in piombo) di adduzione dell’acqua su cui si legge la scritta IVLIAE AVG(ustae), rinvenuta nel corso degli scavi ottocenteschi ed ora esposta nel tablino della casa (foto PArCo)

La Casa di Livia sul Palatino. Iuliae Augustae: queste parole scritte su una tubatura di piombo rinvenuta durante gli scavi ottocenteschi hanno permesso di attribuire a Livia, terza e ultima moglie di Augusto, una ricca domus situata sulla sommità Palatino. “Costruita all’inizio del I sec a.C., quando il colle era disseminato di abitazioni private dell’aristocrazia senatoria”, spiegano gli archeologi del PArCo, “la casa fu ristrutturata intorno al 30 a.C. e decorata con gli affreschi ancora oggi in parte conservati; in quell’occasione fu probabilmente trasformata in un appartamento riservato a Livia all’interno del complesso abitativo augusteo”.

Palatino, Casa di Livia: un particolare della pittura del tablino. Tra architetture fantastiche ed elaborate (notare il calice di foglie che decora la colonna scanalata in primo piano) si apre un quadretto con una scena domestica, due donne ed un amorino in un interno; sfingi, candelabri e figure alate arricchiscono le ulteriormente la scena (foto PArCo)

“A colpirci, oltre alle semplici e raffinate pavimentazioni a mosaico bianco-nero, è la decorazione dipinta di secondo stile pompeiano: nel tablino, ambiente di ricevimento che si affaccia sull’atrio, ammiriamo un podio sormontato da colonne, tra cui si aprono vedute immaginarie. Tra le scene mitologiche si riconoscono Polifemo e Galatea e la ninfa Io sorvegliata da Argo. Ai lati dei quadri centrali aperture spaziano su paesaggi immaginari e architetture fantastiche, arricchite da sfingi, figure alate e candelabri”.

Palatino, Casa di Livia: le pitture dell’ala destra. Le colonne del portico sorreggono una ricca ghirlanda vegetale, ornata con frutta e nastri rossi. Sopra le ghirlande si nota il “fregio giallo” con scenette di carattere “egittizzante”, come voleva la moda dell’epoca (foto PArCo)

“Nell’ala destra la decorazione – continuano – invece è organizzata intorno a un portico aggettante: tra le colonne sono dipinti festoni vegetali ornati con bende e oggetti di culto. In alto corre un singolare fregio monocromo su fondo giallo, con rappresentazioni di vita reale alternate a scene di ambiente egizio, rese in modo “impressionistico” con rapide pennellate”.

Villa di Livia a Prima Porta. Una delle pareti lunghe dell’ambiente, in cui si riconoscono bene la staccionata in vimini e la balaustra in marmo che ripartiscono il giardino. Tra le due è piantato un albero di pino, mentre tutti gli altri arbusti si dispongono in secondo piano (foto PArCo)

La Villa di Livia a Prima Porta. “Ma Livia, discendente di una delle più note famiglie della Roma repubblicana”, ricordano ancora gli archeologi del PArCo, “famiglia che vantava tra i suoi membri consoli e generali, ed ex moglie di un esponente dell’illustre gens Claudia, aveva certamente molte altre proprietà. Tra queste c’era, come sappiamo dagli storici antichi, una villa sulla Via Flaminia, detta ad gallinas albas (alle galline bianche) a causa di un prodigio che vi si era verificato: un’aquila aveva lasciato cadere in grembo a Livia una gallina bianca che aveva nel becco un ramo di alloro. Su consiglio degli aruspici la gallina venne allevata, e intorno alla villa fu piantato un bosco di allori, da cui si coglievano i rami utilizzati nei trionfi”.

Villa di Livia a Prima Porta, ambiente ipogeo (ora al museo nazionale Romano Palazzo Massimo alle Terme): in questo particolare possiamo ammirare una rosa canina, con i fiori rosa e rossi che occhieggiano al di sopra di una staccionata di legno (foto mnr-palazzo massimo)

“Questa villa è stata identificata, grazie a numerosi indizi, con un complesso antico scavato presso Prima Porta, che conservava un ambiente sotterraneo con straordinarie pitture di giardino, oggi al museo nazionale Romano a Palazzo Massimo. Tale è il realismo di queste pitture – assicurano al PArCo -, che abbiamo l’illusione di trovarci davvero in un giardino disseminato di fiori e di arbusti: riconosciamo allori, rose, margherite, papaveri, cespi di camomilla, cotogni, melograni, mirti, oleandri, pini domestici, abeti, querce, lecci; tra gli uccelli lo zimbello ed il merlo. La raffigurazione degli elementi in scale diverse e le cime degli alberi piegate dal vento rendono ancora più realistica la rappresentazione”.

Villa di Livia a Prima Porta, ambiente ipogeo (ora al museo nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme). Un particolare della pittura di giardino: al centro si riconosce un oleandro, affiancato a destra da un albero di agrumi; alla sinistra i rami e le bacche di un lauro ceraso (foto mnr-palazzo massimo)

“Questa straordinaria decorazione, realizzata più o meno negli stessi anni delle pitture del Palatino, è il primo esempio noto di pittura di giardino, un genere che avrà grande fortuna nel mondo romano, non solo nelle abitazioni ma anche, in forme diverse, nella pittura funeraria: in essa il giardino – concludono – diventa infatti simbolo del piacere di vivere, che neanche nella morte i romani rinunciano a celebrare”. Orari di ingresso e informazioni sulla visita nelle quattro sedi del museo nazionale Romano sono disponibili sul sito ufficiale https://museonazionaleromano.beniculturali.it/.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line del libro di Marisa Ranieri Panetta “Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari” con Marco Damilano, Simona Marchini e Alfonsina Russo

roma_PArCo_dialoghi-in-curia_marisa-ranieri-panetta_locandinaPer il quinto appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia”, ciclo promosso dal parco archeologico del Colosseo e dedicato alla presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, giovedì 13 maggio 2021 alla Curia Iulia è la volta di “Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari” (Salerno Editrice). L’archeologa e saggista Marisa Ranieri Panetta sviluppa il tema del potere esercitato da mogli e madri dei Cesari, entrando nella vita pubblica e privata delle donne più influenti nella Roma imperiale. Interverranno il giornalista e saggista Marco Damilano, la gallerista e attrice Simona Marchini e il direttore del PArCo Alfonsina Russo. L’incontro di giovedì 13 maggio 2021 sarà in diretta on line alle 16.30 all’indirizzo https://www.facebook.com/parcocolosseo; la conferenza sarà trasmessa nel primo post disponibile sulla pagina (non è necessario avere un account Facebook). Dopo il 15 maggio 2021 il video sarà disponibile qui: https://parcocolosseo.it/evento/dialoghi-in-curia-marisa-ranieri-panetta-le-donne-che-fecero-impero; dopo il 15 maggio 2021 l’audio sarà disponibile qui: ​https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC.

Marisa-Ranieri_Panetta

L’archeologa e saggista Marisa Ranieri Panetta

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari. Modelli di riferimento per le donne romane, oggetto di critica da parte degli antichi storici, protagoniste nel centro del potere: sono le mogli e le madri che hanno affiancato coniugi e figli sul trono, influenzando scelte politiche, innovazioni sociali e culturali. Sono esistenze attraversate da complotti, guerre, apici di gloria e tragedie familiari – dal I sec. a.C. al III d.C. I profili biografici di Cleopatra, Livia, Agrippina Minore, Plotina, Giulia Domna e le sue nipoti descrivono anche le trasformazioni urbanistiche di Roma, i cambiamenti nell’arte e nelle mode. Gli uomini di cui condivisero il destino furono i detentori del massimo potere fino all’avvento dell’anarchia militare: da Giulio Cesare e Augusto ad Alessandro Severo. Li potremo conoscere meglio attraverso le donne che furono loro accanto, come interpreti di ruoli pubblici e pedine indispensabili per la propaganda e la successione.

Roma. Quinto appuntamento con “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”: la giovane cantante romana Claire Audrin col singolo D-Dance un-plugged in una passeggiata lungo il sentiero meridionale del Palatino, un percorso verde e in piena fioritura primaverile, con l’archeologo Andrea Schiappelli e la speaker Carolina Di Domenico

Claire Audrin protagonista del quinto appuntamento con Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica (foto PArCo)

Quinto appuntamento, come annunciato, di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” con Claire Audrin, vincitrice di Lazio Sound 2020, iniziativa della Regione Lazio a supporto dei giovani talenti musicali, insieme alla speaker Carolina Di Domenico e all’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli, lungo il sentiero meridionale del Palatino, un percorso verde e in piena fioritura primaverile. “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” è un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video Pop Up Live Session; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo).

L’ospite di Star Walks, Claire Audrin, è una giovane cantante romana vincitrice assoluta di LAZIOSound Scouting 2020 con il singolo D-Dance, brano che viene eseguito in versione unplugged nella live session alle pendici nord-ovest del colle Palatino​. Di qui, la passeggiata insieme alla speaker Carolina Di Domenico – che fa l’intervista – e all’archeologo Andrea Schiappelli – che illustra le bellezze toccate – prosegue lungo il sentiero meridionale alla base dell’altura, un percorso verde e in piena fioritura primaverile sotteso -in perfetta sequenza cronologica- tra le capanne delle origini alle arcate del III sec. d.C. “È un percorso di grande suggestione – spiega Schiappelli – perché è il percorso più verde del parco, immerso in una vegetazione ancora spontanea, che abbiamo rispettato. Questo percorso primaverile sembra ispirato dalla musica di Audrin, che abbiamo sentito e ci ha fatto dire secondo noi questo percorso verde è perfetto per Claire”. Il percorso raggiunge una radura, a pochi metri, più in basso, dalle prime capanne di Romolo, il primo villaggio dell’età del Ferro. “Dopo secoli, Augusto ha voluto costruire la sua casa di rappresentanza, anche con una parte privata. E l’ha voluta proprio costruire accanto alla capanna di Romolo che veniva conservata come monumento nazionale da molto tempo”. Si arriva poi davanti al Paedagogium, la scuola di alta formazione per la servitù dei palazzi imperiali. Praticamente una sorta di college in cui gli schiavi, già selezionati, venivano formati per lavorare nei palazzi che si trovano sopra il colle. Sugli intonaci che rivestivano le pareti delle stanze gli archeologi hanno trovato diverse scritte, diversi graffiti fatti dagli schiavi stessi. “Il più importante, il più famoso di tutti – ricorda Schiappelli – è quello riprodotto su un pannello all’esterno del monumento, mentre l’originale è conservato al museo Palatino. Si vede una persona in tunica, con la testa d’asino, crocifissa, e un altro personaggio in piedi e sempre in tunica che lo apostrofa. Probabilmente questo schiavo di un’altra religione, forse un pagano, sta beffeggiando Alexàmenos che adora il suo dio”. In questi bellissimi prati il PArCo organizza delle cacce al tesoro con i bambini, alla base dei palazzi imperiali che sono una delle grandi manifestazioni del genio dell’architettura romana. Alla fine del percorso alle pendici meridionali sono state piantate delle essenze che hanno dei poteri di assorbimento sia del particolato, dello smog, sia quando saranno più grandi anche acustico. “Quindi una barriera ecologica a protezione di questo versante del Parco”.

Roma. Prorogata la grande mostra al Colosseo “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Un video per una visita “guidata” nell’allestimento al secondo ordine dell’anfiteatro flavio

Locandina della mostra al Colosseo “Pompei 79 d.C. Una storia romana” prorogata al 27 giugno 2021

Avevate in mente di visitare la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” allestita dal 9 febbraio 2021 al secondo ordine del Colosseo e non ce l’avete fatta? Siete ancora in tempo. Perché la mostra, che doveva chiudere oggi, 9 maggio 2021, è stata prorogata fino al 27 giugno 2021. Lo ha annunciato la direzione del parco archeologico del Colosseo. La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.15 (ultimo ingresso alle 18.15) al secondo ordine del Colosseo. La visita è compresa nel biglietto “24h – Colosseo, Foro Romano, Palatino”.

Allestimento della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” nel II ordine del Colosseo (foto Alessia Cacciarelli)

“Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Una storia mai tentata prima del lungo rapporto tra Roma e Pompei, che prova a restituire in maniera compiuta il complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, dalla Seconda guerra sannitica (fine del IV sec. a.C.) all’eruzione del 79 d.C. Un racconto dall’alto valore scientifico, basato sulla ricostruzione delle relazioni sociali e culturali rintracciabili in particolare attraverso la ricerca archeologica. La mostra, curata nel progetto di allestimento e nella grafica da Maurizio di Puolo, è promossa dal Parco archeologico del Colosseo con l’organizzazione di Electa e si è avvalsa della collaborazione scientifica del Parco archeologico di Pompei e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’esposizione è stata ideata e curata da Mario Torelli, il grande archeologo recentemente scomparso. La mostra vuole essere anche l’occasione per ricordare la sua lunga attività di studioso del mondo antico a tutto campo, intellettuale impegnato e padre fondatore della nuova scuola archeologica italiana. La mostra, con i suoi quasi 100 reperti, arricchita da video e proiezioni virtuali, è suddivisa in tre grandi sezioni – la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine –, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C., fino all’evento distruttivo del 79 d.C. che segna l’oblio del centro vesuviano mentre Roma si avvia a divenire una metropoli senza precedenti. In attesa di organizzare una visita al Colosseo, godetevi questo bellissimo video di Mario Cristofaro, che una vera e propria visita guidata per immagini ed emozioni alla mostra al Colosseo.

Socii populi romani – La fase dell’alleanza. L’incontro fra Roma e Pompei inizia a margine della Seconda guerra sannitica, condotta contro le popolazioni italiche abitanti l’area della dorsale appenninica centrale e meridionale. Il lungo conflitto alla fine del IV secolo a.C. sancisce l’egemonia romana sull’Italia centrale, gettando le basi per la futura politica mediterranea della Repubblica. Nel 310 a.C. i Romani tentano senza successo un’incursione nel territorio della lega nucerina (dal nome della capitale della confederazione, Nocera in Campania), all’interno della quale Pompei gioca il ruolo di sbocco portuale. Due anni dopo la confederazione viene sconfitta e stipula con Roma un trattato di alleanza (foedus), che inserisce stabilmente le comunità sannitiche della valle del Sarno nell’orbita della nuova potenza. Per il piccolo centro di Pompei inizia così un processo storico di grande portata: la città cresce alla periferia del crescente sistema di Roma, omologandosi progressivamente ai modelli offerti dal centro del potere e dalle sue colonie. A beneficiarne è l’intera società pompeiana e in particolare la sua antica aristocrazia, fedele alleata al fianco dei Romani nelle guerre di conquista, che tra il III e il II secolo a.C. generano un enorme afflusso di risorse verso la Penisola. La città vesuviana fiorisce come mai prima e celebra la fortunata alleanza decorando i suoi monumenti con gli esempi della propria virtù guerriera, mentre il console Lucio Mummio dedica nell’antico santuario di Apollo una parte degli ingenti bottini prodotti dalla conquista della Grecia (146 a.C.). Ma il secolare, sottile equilibrio fra la repubblica romana e i suoi alleati si incrina nel giro di un paio di generazioni. Nel 90 a.C. anche Pompei è coinvolta nella Guerra sociale, la sanguinosa guerra fra Roma e i suoi partner italici (socii), che segnerà il tramonto della fase dell’alleanza.

Statuetta in avorio della dea indiana Lakshmi (I sec. a.C. – I sec. d.C.) da Pompei, Casa della Statuetta Indiana, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Mercatura – Il commercio. La fase dell’alleanza e della formazione del dominio mediterraneo di Roma rappresenta una svolta epocale nel sistema di scambi del mondo antico. Grazie al suo porto, Pompei è coinvolta nella progressiva crescita di una rete commerciale sempre più legata alla navigazione a lunga distanza e all’intraprendenza degli armatori e dei commercianti italici (navicularii e negotiatores): uomini nuovi animati dalle straordinarie possibilità di arricchimento aperte dall’età della conquista. L’area vesuviana gioca un ruolo di primo piano nell’enorme flusso di risorse che a partire dalla fine del III secolo a.C. invade l’Italia: famiglie di mercanti campani e pompeiani sono ben attestate nei principali snodi portuali del Mediterraneo. Da Carthago Nova (Cartagena), terminale nell’estremo Occidente del ricco distretto minerario spagnolo, al porto franco di Delo, collettore commerciale nel cuore dell’Egeo delle sterminate masse di schiavi generate dalle guerre in Oriente. Il traffico degli schiavi finisce per ammassare in Italia un’incredibile forza-lavoro, che sarà alla base di un vero e proprio boom della produzione agraria, incentrato su un nuovo modello di villa produttiva. Anche Pompei, con le sue fertili terre vulcaniche, partecipa all’assalto dato dal vino e dell’olio italici ai nuovi mercati. Sull’onda della nuova mobilità mediterranea e della relativa crescita economica, tra il II e il I secolo a.C. Roma e le città della Penisola mutano quindi volto, a partire dal cuore della vita urbana: il foro. Come nel centro del potere, anche a Pompei le vecchie botteghe si addensano in un nuovo spazio specializzato nel commercio alimentare, il macellum, mentre per gli affari e gli incontri la città si dota di un edificio innovativo che imita i modelli orientali: la basilica. Più in generale è comunque una trasformazione dei consumi profonda, che incide stabilmente nella vita, nelle abitudini e sin nei gusti più minuti della società romana e pompeiana.

La “balista” usata nell’assedio delle città (foto PArCo)

Obsidio – L’assedio di Pompei. La secolare alleanza fra Roma e Pompei non impedisce al centro vesuviano di investire parte delle nuove risorse per l’ammodernamento delle vecchie mura. Verso la fine del II secolo a.C. la città decide infatti di dotarsi di un sistema difensivo al passo coi tempi, aggiornato alle nuove esigenze estetiche di matrice ellenistica e in grado di reggere alle più moderne tecniche d’assedio. Monumentalizzare i propri margini significa per la città celebrare il suo nuovo status, raggiunto in quel breve lasso di tempo definito a giusto titolo il “secolo d’oro” di Pompei. Non sappiamo invece se dietro la decisione ci fu anche il sentore di quello che stava per accadere: nel 91 a.C. scoppia infatti la Guerra sociale, il terribile conflitto fra Roma e i suoi alleati italici che di lì a poco avrebbe insanguinato il cuore della Penisola con scontri di rara ferocia. Pompei partecipa alla rivolta e ai primi del 90 a.C. viene posta sotto assedio dalle legioni di Silla, il futuro dittatore di Roma. In questo aspro frangente della sua storia, la città vesuviana non ha mancato di restituirci uno straordinario spaccato di microstoria: nei punti nevralgici del sistema difensivo vengono infatti dipinte a caratteri cubitali le istruzioni per gli assediati (dette “eítuns”). Iscrizioni che nella loro secchezza riescono a farci rivivere gli attimi concitati di un assedio. Sappiamo inoltre che la città subì numerosi danni, sia lungo la linea difensiva sia all’interno delle abitazioni a ridosso dei punti più battuti dalle catapulte, come testimoniano le tracce di proiettili sulle mura e le pesanti palle di pietra rinvenute in gran numero nelle case. L’assedio fu lungo e la città finì per capitolare solo alla fine dell’89 a.C. Una sconfitta che per Pompei significò di fatto la fine della sua secolare autonomia.

Uno dei preziosi mosaici provenienti dalla casa del Fauno a Pompei e conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Luxuria – Il lusso a Roma e nelle città alleate. L’espansione militare ed economica di Roma nel Mediterraneo si riflette in una violenta trasformazione culturale, tanto nel centro del potere quanto nelle città alleate della Penisola. Gli stessi intellettuali romani individuano nel 146 a.C. la data simbolo di questo mutamento: l’anno delle distruzioni di Cartagine e Corinto viene additata come la cresta di quell’ondata di raffinato benessere che avrebbe sommerso i conquistatori, conquistandoli a loro volta con la cultura dell’ostentazione propria delle terre sottratte ai regni ellenistici, la luxuria. Modelli indiscussi di questo nuovo stile di vita le metropoli dei regni nati dalla disgregazione dell’impero di Alessandro Magno, con le loro favolose corti: Antiochia, Pergamo, Alessandria. Ma la nuova moda diventa ben presto una questione politica, osteggiata dalle aristocrazie conservatrici di Roma e dal malcontento popolare: l’approvazione sociale del lusso è confinata alla sola dimensione pubblica (magnificentia). I generali vittoriosi fanno quindi a gara per guadagnarsi il consenso elettorale investendo gli ingenti bottini nell’abbellimento dell’Urbe e soprattutto dei suoi templi, adeguando Roma allo splendore delle metropoli orientali. Un maggiore spazio di manovra per la nuova cultura dei pubblici svaghi (terme, teatri) e per lo sfoggio privato del lusso si ritrova invece nella provincia, per la quale Pompei offre l’esempio più noto. Nasce la villa di piacere (Villa dei Misteri), mentre alcune case dell’élite pompeiana sembrano fare a gara con le regge ellenistiche (Casa del Fauno). Giardini porticati, terme domestiche, opere d’arte e decori preziosi: spazi per gli intimi piaceri di Afrodite e Dioniso ma anche per gli affari e gli incontri. Una luxuria, quella sperimentata tra II e I secolo a.C. in questa periferia sospesa fra il potere romano e il gusto ellenistico, a cui si deve il mito del “secolo d’oro” di Pompei.

Statuetta in bronzo di Lare dal museo d’Antichità “J.J. Winckelmann” di Trieste (foto Comune di Trieste / Civico Museo d’Antichità “J.J.) Winckelmann”

Mos – Il ruolo e i limiti della tradizione. Al centro della mentalità e spesso del dibattito pubblico dei Romani c’era il mos maiorum, il ‘costume degli antenati’, ovvero la forza identitaria della tradizione. Nella riflessione collettiva su cosa intendere come mos, si era andata consolidando la vulgata di un passato frugale e severo, un’austerità dei costumi sempre vagheggiata come il segreto del successo romano. Non sorprende dunque che il boom economico scatenato dalle conquiste mediterranee porti la questione del rispetto del mos all’ordine del giorno, specie nel centro del potere. Qui la fazione conservatrice, che si riconosce in figure come Catone, condannerà il nuovo stile di vita venuto dall’Oriente come luxuria asiatica, ossia come un qualcosa di profondamente estraneo a Roma. La questione del mos fungerà così da freno al lusso privato, finendo per convogliare il grosso delle nuove risorse sull’architettura religiosa, secondo la tradizione consolidata della publica magnificentia. Non sappiamo se anche a Pompei esistesse un partito conservatore forte come a Roma. Certo tra il II e il I secolo a.C. tanto nell’Urbe quanto nelle città alleate gli spazi sacri vengono interessati da ricostruzioni o fondazioni ex novo che vedono gareggiare i rispettivi committenti all’insegna di una marcata apertura alle novità ellenistiche. La rinnovata centralità dei culti cittadini gioca altresì un importante ruolo di coesione sociale, contribuendo a cementare le comunità messe a dura prova dagli stravolgimenti di un mondo in rapida trasformazione. La forza del culto domestico assicura al contempo la continuità della tradizione fin nella più piccola cellula del corpo civile. Anche nelle ville e nelle case pompeiane maggiormente segnate dalla nuova luxuria permane alla base il culto degli antenati. Il ricordo dei defunti non risente ancora del nuovo stile di vita, come prova l’assenza in questa fase di particolari status symbol nelle più antiche necropoli di Roma e Pompei. La città dei morti mantiene così la sua forza frenante sull’invidia sociale.

Busto in bronzo di Artemide-Diana saettante (II sec. a.C.) dal tempio di Apollo di Pompei e conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann / Francesco Esposito MEF – Roberto Della Noce)

Religio – Gli dei a Roma e a Pompei. Guardare agli spazi del sacro è il modo migliore per comprendere quel complesso dialogo culturale fra modello romano, ellenismo mediterraneo e tradizione locale sannitica che anima la Pompei dei decenni a cavallo tra II e I secolo a.C. Tanto qui quanto a Roma, l’età della conquista avvia un grandioso processo di trasformazione su scala monumentale dell’originaria geografia religiosa. Nel giro di pochi anni la città vesuviana muta volto e come nel caso dei commerci lo fa a partire dal suo centro vitale: il foro. Qui gli antichi templi di Giove e Apollo vengono ricostruiti secondo il nuovo gusto di matrice ellenistica, che prevede spazi porticati impreziositi da opere d’arte di manifattura greca, secondo un modello che si va imponendo su tutt’altra scala anche nell’Urbe. Così rinnovati, gli antichi templi della città sannitica mantengono al contempo il loro ruolo di collante sociale e garante identitario. È questo il caso in particolare dell’area sacra attorno al Foro Triangolare, oggetto anch’essa di profonde trasformazioni alla fine del II secolo a.C. Con la crescita della città, quest’area sembra altresì rafforzare il suo tradizionale ruolo di controllo sui “riti di passaggio” all’età adulta dei giovani (uomini e donne) e dunque la sua funzione di garante della continuità generazionale e sociale. L’area del Foro Triangolare attrae inoltre in questa fase nuove divinità di origine orientale, che l’espansione mediterranea di Roma muove di riflesso verso la Penisola. Culti introdotti con i traffici dei mercanti italici e pompeiani, legati al porto della città e alle risorse del suo territorio: il mare, le fertili terre, le saline. Alla vita economica di Pompei è specialmente connesso il tessuto sacro del territorio circostante, con i culti di Ercole, Liber, Cerere e della più nota fra le sue divinità, la Venere Pompeiana, protettrice dei naviganti e venerata anche per questo nel cuore dalla città, in un tempio affacciato verso il golfo.

Il dromos di ingresso all’anfiteatro di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Colonia civium romanorum – La fase della colonia. La fine della Guerra sociale, con la concessione della cittadinanza romana agli ex alleati, non risolve l’instabilità politica della Penisola. Nel centro del potere scoppia una feroce guerra civile fra sostenitori di Mario e sostenitori di Silla. Pompei si schiera con il partito perdente e subisce quindi la dura repressione della fazione di Silla, che nell’80 a.C. fonda una colonia di suoi veterani nella città vesuviana ribattezzata, in onore del vincitore, Cornelia Veneria Pompeianorum. La deduzione della colonia significa l’abolizione delle antiche istituzioni locali ma anche uno stravolgimento culturale, con l’imposizione ufficiale del latino al posto della lingua osca e la cancellazione delle memorie del passato. L’istallazione di un grosso contingente di coloni è al contempo un rivolgimento socioeconomico: si tratta di migliaia di nuovi cittadini, che godono di privilegi e di un assetto patrimoniale costruito a spese delle antiche famiglie locali. Espropriazioni di fertili terre, lussuose ville e case, in cui gli ex soldati si insediano aggiornandone i decori (II Stile) e facendosi ritrarre secondo la moda in auge a Roma. La presenza dei nuovi arrivati si coglie soprattutto dai segni di cambiamento nei luoghi della tradizione: nella riqualificazione dello spazio sacro, figlia di un nuovo patto tra la comunità e i suoi dei, e nel rinnovamento della città dei morti, ora caratterizzate dalle appariscenti tombe dei coloni più in vista. Alla luce di questi stravolgimenti si capiscono bene le difficoltà di integrazione che travagliano i primi anni della colonia. Anche al fine di comporre queste tensioni, gli investimenti pubblici si concentrano nei luoghi di svago e socializzazione, come le terme, il teatro coperto e l’anfiteatro. Qui in particolare si svolgevano quei giochi gladiatori tanto apprezzati sia dall’antica popolazione sannita sia dalle nuove famiglie romane, accomunate dalla passione e dall’orgoglio per il monumento simbolo della nuova Pompei.

La statua di Eumachia apre la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” (foto PArCo)

Augustus pater patriae – Pompei e la Roma augustea. A mettere fine alla lunga instabilità della tarda repubblica è Augusto, che riorganizza il rapporto tra il centro del potere e la sua periferia su nuove basi. Nel 2 a.C. il fondatore dell’impero assume l’eccezionale titolo di “padre della patria” (pater patriae), richiamando tutti i cittadini agli ancestrali doveri che nel diritto romano legavano i figli al padre. Il rinnovato nesso fra Roma e i suoi territori nella persona del principe si cementa allora attorno a un nuovo strumento di consenso: il culto imperiale. Chiamata come tutte le colonie a riprodurre in piccolo la madrepatria, Pompei partecipa pienamente a questo processo secondo i modelli politici dettati dal centro del potere, che prevedono l’omaggio dinastico di tutti i ceti sociali componenti il rigido sistema per classi che caratterizza la società romana. La restaurazione dei costumi imposta da Augusto si presenta agli occhi dei cittadini dell’impero attraverso una nuova arte per un nuovo potere. A Pompei come a Roma il linguaggio artistico augusteo è caratterizzato dal rigore classicistico, che penetra fin negli spazi della vita privata con un nuovo gusto decorativo (III Stile). Ad assicurare l’attuazione del programma augusteo in centri periferici come Pompei è l’aristocrazia locale (domi nobiles), via via stabilizzatasi dopo la nascita della colonia sull’esempio della nobiltà romana. Una élite composita il cui patrimonio, fondato sulle ricche proprietà agricole del territorio, è speso in gran parte con funzione sociale nella realizzazione di grandi feste per la cittadinanza e di svariati monumenti (evergetismo). La classe dirigente di Pompei fatica a staccarsi dalle splendide ville affacciate sul golfo e, a differenza dei parigrado italici, non riuscirà ad accedere al senato di Roma. Come nel resto d’Italia invece, dopo la morte di Augusto anche nella città vesuviana inizierà ad affacciarsi sulla scena pubblica una classe di nuovi ricchi dalle umili origini (liberti).

Calco di rilievo con scena di terremoto nel foro di Pompei (foto museo della Civiltà romana)

Terrae motus – Il terremoto del 62/63 d.C. Non tutti sanno che l’immagine di Pompei consegnata alla storia dal Vesuvio è quella di una città faticosamente impegnata a risollevarsi da un violento terremoto. Il 5 febbraio di un anno imprecisato del regno di Nerone (62 o 63 d.C.) Pompei è sconvolta da un sisma tanto violento da svellere le statue del foro e inghiottire un intero gregge di seicento pecore (stando almeno a quanto ci dice Seneca). Nessun edificio ne esce indenne; la stessa ricostruzione sarà travagliata da un lungo sciame sismico e si protrarrà fino all’eruzione del 79 d.C. È possibile immaginare le prime risposte al disastro, anche alla luce di quanto ancora oggi avviene purtroppo nelle tante aree terremotate della Penisola. Una sorta di commissario imperiale viene inviato sul luogo, per coordinare i magistrati locali nelle operazioni di smaltimento delle macerie. La viabilità è riorganizzata sulla base delle esigenze di smistamento dei cumuli di detriti, che ancora oggi si rinvengono fuori dall’abitato o nelle aree meno edificate. Solo dopo questa fase di certo lunga e complessa si poté avviare la messa in sicurezza e la ristrutturazione, forse non prima del regno di Vespasiano (69-79 d.C.). I tanti cantieri dovettero attrarre da fuori moltissima manodopera, alle cui esigenze è probabile che si leghi lo spropositato numero di luoghi per il ristoro (cauponae, thermopolia), il soggiorno (hospitia) e lo svago (lupanaria) che contraddistinguono la Pompei oggi nota ai più. Sembra che la classe dirigente locale abbia fatto fatica a sostenere i restauri di tutti gli edifici pubblici; a parte il foro, è comunque certo che si lavorasse ancora in svariati contesti al momento dell’eruzione. Gli interventi dovettero procedere in ordine sparso, mancando a Pompei quella pianificazione su larga scala che solo il potere imperiale poteva ormai assicurare, come nel caso del coevo incendio di Roma.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. all’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann (foto mann)

Eruptio – L’eruzione del 79 d.C. e la fine di Pompei. Il terremoto del 62/63 d.C. colse Pompei in una fase di evidente declino socioeconomico, aggravandone la situazione. Alla vigilia del sisma d’altronde una celebre rissa, scoppiata nell’area dell’anfiteatro cittadino fra gli abitanti di Pompei e quelli della vicina Nocera, ne aveva già palesato tutto il malessere sociale. Nei diciassette anni che separano il terremoto dall’eruzione del 79 d.C. la città è sottoposta all’ulteriore test da sforzo di una ricostruzione continua e a macchia di leopardo. Tra le molte tracce di una progressiva crisi un unico, vistoso segnale in controtendenza: la realizzazione di un nuovo impianto per il pubblico svago, le Terme Centrali, ancora in costruzione al momento della definitiva distruzione. Ma al di là delle calamità naturali, le difficoltà palesate dalla classe dirigente di Pompei nel far fronte alla ricostruzione riflettono una situazione comune a molti centri italici, duramente colpiti da una crisi economica legata alla crescita dei mercati provinciali, a scapito delle produzioni agricole della Penisola. La parabola discendente delle aristocrazie locali incrocia l’apice dell’ascesa del ceto libertino, portatore di una cultura figurativa più diretta e alternativa al linguaggio aulico (la cosiddetta “arte plebea”), che trova largo spazio nell’ultima fase della vita di Pompei. Un gusto per l’appariscente e il triviale apparenta queste manifestazioni con la moda imperante fra le élite nei decenni centrali del I secolo d.C. A distinguere la committenza più alta è soprattutto la predilezione per materiali preziosi e marmi colorati, sull’esempio dei palazzi imperiali. Un livello che a Pompei scarseggia, a differenza delle più economiche soluzioni ad affresco (IV Stile). Mentre la Roma imperiale è impegnata a sfidare il tempo con le realizzazioni di una metropoli senza precedenti (a partire dall’edificio che ospita questa mostra), la piccola Pompei troverà nell’ambivalente caso di una distruzione conservativa la via per passare alla storia.

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

Roma. Nella quinta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, prima di una miniserie dedicata ai giovani di LazioSound, protagonista Claire Audrin in una live session alle pendici Nord-Ovest del colle Palatino

Claire Audrin, cantante romana, protagonista della quinta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” (foto PArCo)

Dopo The Zen Circus (aprile 2020), Clavdio (maggio 2020), Silvestri (maggio 2020), Måneskin (novembre 2020), in cantiere una mini-serie con giovani artisti per tre nuovi appuntamenti con “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video: Popup Live Sessions; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo). In un periodo come quello che stiamo vivendo, notoriamente di estrema difficoltà per il mondo della musica e in particolare per lo spettacolo dal vivo, la produzione di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” ha deciso di dedicare le ultime tre puntate della serie a tre giovani realtà, affermatesi di recente nel contest LAZIOSound, iniziativa della Regione Lazio a supporto dei giovani talenti musicali. Prima ospite di questa mini-serie nella serie sarà Claire Audrin, giovane cantante romana vincitrice assoluta di LAZIOSound Scouting 2020 con il singolo D-Dance, brano che verrà eseguito in versione unplugged nella live session alle pendici Nord-Ovest del colle Palatino. Di qui, la passeggiata proseguirà lungo il sentiero meridionale alla base dell’altura, un percorso verde e in piena fioritura primaverile sotteso -in perfetta sequenza cronologica- tra le capanne delle origini alle arcate del III sec. d.C. La puntata andrà in onda sul canale YouTube del PArCo sabato 8 maggio 2021, alle 18, per essere rilanciata sui social @parcocolosseo e sui social di Regione Lazio. Le canzoni suonate nella puntata arricchiranno la playlist “StarWalks” del canale Spotify del PArCo.

La cantante Claire Audrin nella passeggiata alle pendici del Palatino con l’archeologo Andrea Schiappelli e la speaker Carolina Di Domenico (foto PArCo)

Tre nomi in ascesa, quindi, saranno protagonisti di altrettante passeggiate accompagnati come di consueto dall’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli durante le quali, grazie alle interviste condotte in itinere dalla speaker Carolina Di Domenico, avremo modo di apprezzare l’entusiasmo e la qualità artistica dei protagonisti, di cui scopriremo anche esperienze, aneddoti, progetti e sensazioni di volti ancora poco noti al grande pubblico. “L’idea di una mini-serie dedicata al racconto di artisti nuovi e in via di affermazione ci è sembrata perfettamente in linea con lo spirito del programma, orientato a mostrare il Parco ai più giovani attraverso gli occhi e le sensazioni dei loro artisti preferiti”, sottolinea il direttore del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, “e così ora al centro della scena avremo proprio tre giovani musicisti emergenti a presentarsi e suonare in questo nostro palcoscenico virtuale e itinerante tra le vestigia di un passato evocativo, che ci auguriamo sia foriero di un futuro artistico luminoso”.

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Claire Audrin protagonista di Star Walks sul Palatino (foto PArCo)

In questo modo, il PArCo ha inteso anche dare un segnale concreto di sostegno comunicativo a iniziative come LAZIOSound, condividendone contenuti e finalità, attraverso le quali istituzioni come la Regione Lazio hanno voluto scommettere e investire sui talenti più giovani, con l’intenzione di rinforzare il mercato musicale indipendente regionale. “Incoraggiare i giovani musicisti nella loro espressione creativa sostenendone il percorso artistico”, interviene il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, “è quello che come Regione abbiamo fatto per aiutare la ripartenza del settore della musica e dello spettacolo dal vivo così fortemente colpito dall’emergenza economica e sanitaria di questi ultimi mesi. Per questo sin dall’inizio della pandemia, ci siamo impegnati per realizzare tante iniziative e creare una rete tra gli operatori del settore della musica con l’obiettivo di valorizzare i giovani talenti del nostro territorio, come LAZIOSound”.