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XVII Festival del cinema archeologico di Agrigento: al film “La meravigliosa avventura” il premio del pubblico, al film “Reopening Colosseum” il premio della giuria

Il Festival del cinema archeologico di Agrigento nella suggestiva del Tempio di Giunone nella Valle dei Templi (foto parco valle dei templi)

La “meravigliosa avventura” dell’archeologo trentino Paolo Orsi ha vinto il premio del pubblico ad Agrigento, nella XVII edizione del Festival del cinema archeologico,  svoltasi dal 15 al 17 luglio 2021 nella suggestiva cornice del Tempio di Giunone. Il film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” è stato prodotto nel 2019/2020 in occasione dei 30 anni della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico dedicata a Orsi dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con Filmwork di Trento, in collaborazione con SAT e Museo Storico del Trentino, e con il sostegno di Fondazione Caritro, Itas Mutua e Gruppo Cassa Centrale.

Il premio della giuria del Festival agrigentino, organizzato in collaborazione con la Fondazione Museo Civico di Rovereto, è andato al film “Reopening Colosseum”, di Luca Lancise e Davide Morabito, prodotto dal parco archeologico del Colosseo (vedi “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”: evento clou della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I protagonisti hanno spiegato quei tre mesi vissuti nel silenzio a curare il gigante fragile, e come è nato il progetto di narrare questa avventura unica. Poi le immagini hanno rapito il pubblico | archeologiavocidalpassato).

La 30.ma rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto è stata dedicata all’archeologo roveretano nel 160.mo dalla nascita. Premiere del film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” (foto fmcr)

La figura del celebre archeologo originario della Città della Quercia, il cui lavoro si concentrò in Calabria e Sicilia, con le straordinarie scoperte conquistate in anni di lavoro puntuale, rigoroso, instancabile, è ripercorsa nel film dal regista Andrea Andreotti attraverso molte voci, mostrando anche il lato umano di Orsi, magistralmente interpretato dall’archeologo lagarino Carlo Andrea Postinger (vedi Rovereto celebra il suo archeologo più illustre, Paolo Orsi nel 160.mo della nascita. Alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico premiere del docufilm “Paolo Orsi. La Meravigliosa Avventura” di Andrea Andreotti con l’archeologo Carlo Andrea Postinger nei panni del grande studioso roveretano | archeologiavocidalpassato).

La sceneggiatura del film su Orsi è stata in parte realizzata attingendo ai documenti dell’Epistolario Paolo Orsi – Archivio Fondazione Museo Civico di Rovereto, e il documentario diventa occasione per valorizzare il ricco patrimonio di lettere e scritti personali recentemente acquisito dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto dagli eredi Orsi, archivio che gli archeologi del Museo stanno studiando e che è tuttora in parte inedito, e che sarà pubblicato nella sua interezza grazie a un progetto sostenuto dalla Fondazione Caritro.

Al Web Marketing Festival di Rimini il PArCo ha presentato il video “La piattaforma WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo”: il GIS per monitorare e documentare il degrado dei pavimenti musivi e marmorei del Foro Romano e del Palatino

Il parco archeologico del Colosseo ha partecipato al Web Marketing Festival “We Make Future”, il Festival dell’Innovazione Sociale e Digitale, che si è tenuto a Rimini dal 15 al 17 luglio 2021, presente allo stand dell’Istituto centrale per la Digitalizzazione del Patrimonio culturale – Digital Library, in collaborazione con il Segretariato generale del ministero della Cultura (MiC). Seguendo la mission di coordinare, valorizzare e promuovere i processi di digitalizzazione del patrimonio culturale, la Digital Library ha presentato al pubblico, insieme ai protagonisti delle iniziative, alcune delle migliori esperienze di utilizzo delle tecnologie digitali da parte degli Istituti del MiC. Tra queste il video informativo del parco archeologico del Colosseo “La piattaforma WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo” sull’utilizzo del Sistema Informativo Geografico per monitorare e documentare l’indice di danno e degrado delle superfici pavimentali musive e marmoree del Foro Romano e del Palatino.

Il WebGis delle superfici pavimentali, musive e marmoree del Parco archeologico del Colosseo. “Nel 2018”, spiega Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo e del progetto WebGis, “il parco archeologico del Colosseo ha avviato un progetto di monitoraggio e manutenzione programmata di tutte le superfici pavimentali, musive e marmoree, conservate al Foro romano e al Palatino. È un patrimonio di circa 200 unità pavimentali che sono conservate sia all’aperto sia all’interno degli edifici. Questa loro diversa collocazione fa sì che la risposta ai cambiamenti climatici ma anche all’usura dal calpestio del pubblico, abbia determinato diversi livelli conservativi e diversi livelli di degrado. Da un punto di vista tecnico, queste superfici pavimentali presentano varie tecniche di rivestimento: dal cementizio al tessellato all’opus sectile marmoreo. Quindi ciascuno di questi ha risposto e sta rispondendo a quelle che sono le variazioni climatiche – come dicevo – ma anche altri fattori in maniera diversa. Per poter conservare e trasmettere al futuro questo patrimonio, sia dal punto di vista della sua conservazione ma anche della sua valorizzazione, abbiamo avviato questo programma su base triennale che sta portando dei risultati molto soddisfacenti. È un programma che prevede innanzitutto delle attività ispettive quotidiane che vengono effettuate dalla ditta appaltatrice su tutte le superfici considerate e che di volta in volta, a seconda del livello conservativo, di degrado, di situazione di allarme che la ditta riscontra, può diventare un intervento di manutenzione ordinaria, che è quello a cui noi ovviamente puntiamo a lungo termine, o un intervento di manutenzione straordinaria se invece si tratta di intervenire possiamo dire quasi in emergenza. Per poter fare tutto questo, tenere sotto controllo questa grandissima mole di dati, che sono innanzitutto dati di archivio relativi agli interventi pregressi, che sono i dati archeologici, dati conservativi appunto, i dati delle attività quotidiane, abbiamo creato quasi da subito un sistema informativo, un GIS che supporta l’attività di cantiere giornalmente”. E continua: “L’aspetto principale di questo progetto è che è un progetto multidisciplinare, un progetto che coinvolge diverse professionalità, l’archeologo, l’architetto, l’informatico e ovviamente i restauratori. È uno staff che si è consolidato nel corso di questi tre anni e che vede da parte del PArCo la presenza di chi vi parla Federica Rinaldi come responsabile unico del progetto, direttore dei lavori Mària Bartoli con Alessandro Lugari, la collaborazione esterna dell’archeologa Francesca Sposito, la presenza dell’archeologo sul campo Francesca Boldrini del parco archeologico del Colosseo, e i diversi professionisti dall’informatico Ascanio Di Andrea agli architetti Mario Leante per quanto riguarda la sicurezza e Monica Cecchini. Tutte figure che come all’interno di una grande orchestra svolgono per competenza le loro attività con lo scopo di arrivare alla conservazione, alla cura e a un’adeguata valorizzazione del patrimonio musivo del PArCo”.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel dodicesimo appuntamento, il viaggio parte dagli Horti Farnesiani, sul Palatino, e giunge a Caprarola (Vt), sulle tracce dei Farnese

Veduta generale degli Horti Farnesiani sul Palatino (foto PArCo)

Dodicesimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, più precisamente dagli Horti Farnesiani, per giungere a Caprarola (Vt), a circa 60 km da Roma, sulle tracce dei Farnese.

I giardini al centro degli Horti Farnesiani sul Palatino (foto PArCo)

Il versante settentrionale del Palatino è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi del Parco: “Questo alto bastione, che si affaccia sul Foro Romano con splendide vedute”, spiegano gli archeologi del PArCo, “conserva, sopra le imponenti sostruzioni della Domus Tiberiana, quel che resta degli Horti Farnesiani, gli straordinari giardini voluti dai Farnese nel cuore della Roma antica, per simboleggiare il ruolo centrale che la famiglia, salita al soglio pontificio con Paolo III, vuole assumere nella storia di Roma. A ideare gli Horti, con tenace volontà, fu il cardinale Alessandro, nipote del Papa, che a partire dal 1537 acquista una serie di piccoli appezzamenti sulla sommità dal Palatino”.

Pianta dell’epoca degli Horti Farnesiani (foto PArCo)

“Il progetto, perseguito dopo di lui da altri membri della famiglia”, continuano gli archeologi del PArCo, “porterà alla creazione di una grande proprietà articolata in serie di terrazze, collegate tra loro da scalinate e viali alberati, che dalla base del colle, recintata da un muro di accesso, salivano fin sulla sommità, collegando tra loro gli edifici disseminati nel verde: i portali di accesso, la Palazzina (ora scomparsa) a metà dal pendio, la Casina del Belvedere, le Uccelliere, ed i ninfei: il Ninfeo degli Specchi ed il più tardo Ninfeo della Pioggia”.

I giardini oggi negli Horti Farnesiani sul Palatino (foto PArCo)

“Organizzati in aiuole geometriche con alberi da frutto, olmi e allori, agrumi e magnolie, arricchiti da architetture di legno intrecciato a formare pergolati e cupole, i giardini erano anche “popolati” da statue antiche, incrementate dai continui scavi. Nel 1628 gli Horti erano nel loro massimo splendore quando ospitarono la festa di matrimonio tra Odoardo, duca di Parma e Piacenza, e Margherita De’ Medici. Ma il declino dei giardini ebbe inizio già poco dopo, con il trasferimento a Parma della corte: trascurati, poi affittati a mezzadri come terreno agricolo per ricavarne utili, gli Horti scomparvero infine quasi del tutto, smantellati nel corso degli scavi archeologici del XIX secolo; ma quello che rimane basta a farci immaginare il loro originario splendore”.

Veduta aerea del Palazzo Farnese a Caprarola (Vt) (foto PArCo)
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Una vecchia foto del Palazzo Farnese a Caprarola (foto PArCo)

“Il cardinale Alessandro, ideatore degli Horti, ebbe un ruolo fondamentale anche nella costruzione di un altro “gioiello” Farnesiano: il Palazzo Farnese a Caprarola, nella Tuscia, territorio di origine dei Farnese, che proprio in quegli anni veniva organizzato nel Ducato di Castro. Riprendendo il progetto già iniziato da Antonio da Sangallo”, ricordano gli archeologi del PArCo, “Alessandro creò una residenza sontuosa, affidando, nel 1559, i lavori a Jacopo Barozzi da Vignola, che previde anche il riassetto urbanistico del borgo di Caprarola e le sistemazioni esterne di collegamento con il Palazzo; alla sua morte, nel 1573, l’edificio, celebratissimo in tutte le epoche e considerato il suo capolavoro, era pressoché completato”.

La scala monumentale con fontana del Palazzo Farnese a Caprarola (Vt) (foto PArCo)
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Giochi d’acqua nei giardini di Palazzo Farnese a Caprarola (Vt) (foto PArCo)

“A monte del Palazzo si sviluppavano i giardini, anche in questo caso organizzati su diversi livelli, secondo il gusto dell’epoca. I Giardini Bassi, o Segreti, ornati da fontane e organizzati in aiuole compartimentate, mantengono le caratteristiche del giardino rinascimentale, di forma quadrata, recinto da alte mura, allestito da sempreverdi. Il Giardino Grande è invece una costruzione immersa nei boschi, raggiungibile da un sentiero fiancheggiato da filari di abeti. Realizzato in fasi successive, venne poi sviluppato e adattato a nuove esigenze nel corso del tempo. La posizione panoramica e la realizzazione dell’acquedotto consentirono la creazione di un “giardino d’acqua”, sul modello della vicina villa Lante a Bagnaia. In un percorso dal basso verso l’alto si dispiega con simmetria centrale disegnando tre blocchi tematici: un teatro d’acqua, un giardino di bossi detto Giardino delle Cariatidi, ed il Giardino dei Fiori, con vasche degradanti un tempo ornate da fioriture”.

I giardini di Palazzo Farnese a Caprarola (Vt) (foto PArCo)

Modalità di visita del Palazzo Farnese a Caprarola. Orario di visita: dal martedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30 (ultimo ingresso alle 18.45). Il parco chiude un’ora prima del tramonto. La domenica il parco è chiuso, sono visitabili i Giardini Bassi. Chiusura: lunedì, 1° gennaio, 25 dicembre salvo aperture straordinarie su progetto MiC come da DM 330 30/06/2016, Criteri per l’apertura al pubblico, la vigilanza e la sicurezza dei musei e dei luoghi della cultura statali. Biglietto: intero 5 euro, agevolato 2 euro (dai 18 ai 25 anni), fatte salve le agevolazioni previste dal regolamento di ingresso ai luoghi della cultura italiani, consultabili nel sito web del MiC. È consentito l’ingresso a gruppi di 10 persone, oltre la guida, e a gruppi di 20 persone, oltre la guida, solo se munite di sistemi di radioguida (whisper). Biglietto: intero 5 euro, agevolato 2 euro (dai 18 ai 25 anni), fatte salve le agevolazioni previste dal regolamento di ingresso ai luoghi della cultura italiani, consultabili nel sito web del MiC.

Roma. Il sabato al via “La Luna al Colosseo” visite guidate incentrate sulla scoperta dei sotterranei. E nei mercoledì di luglio “Tramonti al Foro” alla Casa delle Vestali

“La Luna al Colosseo”: al sabato sera visite guidate all’anfiteatro flavio (foto PArCo)

Riparte il ciclo di visite guidate “La Luna sul Colosseo” con un’edizione completamente rinnovata e, per la prima volta, sarà possibile visitare la Casa delle Vestali nel Foro Romano rischiarata dalle luci del tramonto. Queste le iniziative estive promosse dal parco archeologico del Colosseo, a partire da questa settimana.

La Luna al Colosseo: per il 2021 visite guidate con focus sui sotterranei/ipogei appena aperti al pubblico (foto PArCo

“La Luna sul Colosseo 2021 – I Sotterranei”, il sabato dalle 20 alle 24. Da sabato 17 luglio 2021, e fino al 30 ottobre 2021, si riprende con “La Luna sul Colosseo”, in collaborazione con Electa, a partire dalle 20.10 e per gruppi di massimo 20 persone. Appuntamento annuale di grande successo che sa costantemente rinnovarsi, per questa edizione “La Luna sul Colosseo” incentra il percorso sulla scoperta dei sotterranei. Il nuovo e suggestivo itinerario è reso possibile dal recente restauro dell’intera superficie degli spazi che ospitavano belve, gladiatori e apparati scenici. PRENOTAZIONI: https://www.coopculture.it/events.cfm?id=177. Durante l’itinerario si dipana il racconto della topografia della valle dove è stato costruito il Colosseo mentre, attraversando l’area dei sotterranei, si scoprono i materiali con cui è stato costruito l’anfiteatro che hanno permesso di superare lo scorrere del tempo, le funzionalità e le regole che lo rendevano una straordinaria macchina dello spettacolo. Il percorso prosegue lungo il corridoio perimetrale al piano dell’arena passando di fronte all’Edicola della Via Crucis ricostruita con i frammenti ottocenteschi originari e si conclude sul piano stesso dell’arena, con uno straordinario affaccio sugli ipogei e con uno sguardo a 360° sull’immensità degli spalti, che accoglievano più di 60mila spettatori, disegnati nella notte dalle luci e dalle ombre delle cavità dei fornici.

“Tramonti al Foro”: aperture serali al mercoledì della Casa delle Vestali (foto PArCo)

“Tramonti al Foro”, mercoledì 14, 21 e 28 luglio 2021, ore 19.15-20.45.  Inedita e da non perdere è l’apertura serale della Casa delle Vestali. Da mercoledì 14 luglio 2021 a partire dalle 19.20 per gruppi di massimo 20 persone, e per i restanti mercoledì di luglio (21 e 28), entrando al Foro Romano dall’Arco di Tito e percorrendo la via Sacra si giunge alla Casa delle Vestali sotto i colori dell’imbrunire. PRENOTAZIONI: https://www.coopculture.it/events.cfm?id=1802. Anche questa eccezionale apertura è possibile grazie alla conclusione di lavori di conservazione con l’allestimento degli ambienti della casa delle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città. Gli spazi adesso visitabili – tra cui spicca la stanza della macina in pietra lavica, interpretata subito dopo la scoperta come la stanza in cui le sacerdotesse di Vesta realizzavano la mola salsa, una focaccia sacra per i culti legati ai riti cui officiavano – circondano il cortile del complesso dove si erge il tempio circolare che custodiva il fuoco sacro.

Al via al Tempio di Giunone nel parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento la XVII edizione del Festival del Cinema Archeologico ad Agrigento, in collaborazione con la Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: tre serate con sei film e un incontro sui patrimoni da tutelare in tempi di lockdown

La locandina della XVII edizione del Festival del cinema archeologico di Agrigento

Avete segnato le date in calendario del Festival del cinema archeologico? Il 15 luglio si comincia! Dal 15 al 17 luglio 2021 il Festival del Cinema Archeologico ad Agrigento, giunto alla XVII edizione, ritorna nella suggestiva location del Tempio di Giunone. L’importante rassegna, organizzata dal parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, è realizzata con la collaborazione della Rassegna Internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, e propone quest’anno una tematica che, partendo dalla grandi civiltà del mondo, arriva fino in Italia nell’antica Roma, a Pompei e sulle orme di un archeologo a cavallo tra le Alpi e il mare siciliano. Ogni sera due proiezioni al Tempio di Giunone alle 21 e sabato 17 luglio 2021 uno speciale incontro per parlare di “Patrimoni da tutelare ai tempi del lockdown” alle 20. Come ogni anno a due delle proiezioni in programma verranno assegnati due premi, quello della giuria e quello per il film più gradito dal pubblico, che potrà votare con le schede apposite durante la partecipazione al Festival. L’ingresso va prenotato chiamando il Box Office Agrigento 092220500 o inviando una mail a cinemaarcheologico@gmail.com.

La location del Festival del Cinema archeologico di Agrigento presso il tempio di Giunone nella Valle dei Templi (foto parco valle dei templi)

I documentari provengono dall’Archivio cinematografico della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. L’organizzazione del festival è del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, diretto da Roberto Sciarratta, col coordinamento scientifico a cura di Maria Concetta Parello. Selezione film e programma a cura di Barbara Maurina (Fondazione Museo Civico di Rovereto); presentazione a cura di Alessandra Cattoi e Maurizio Battisti (Fondazione Museo Civico di Rovereto). Coordinamento edizioni italiane e traduzioni a cura di Claudia Beretta (Fondazione Museo Civico di Rovereto). Edizioni video Sirio Film Trento.

Frame del film “Le peuple des Dunes – Il popolo delle dune” di David Geoffroy

Prima giornata giovedì 15 luglio, ore 21, dedicata alle Grandi civiltà. Apre il film “Le peuple des Dunes – Il popolo delle dune” di David Geoffroy (Francia, 2018, 52’). Su una spiaggia normanna è stata fatta una scoperta sorprendente: le ricerche portano alla luce le tracce di un popolo celtico che sembra diverso da quello del resto della Gallia. Tante sono le domande a cui si cerca una risposta nel film di David Geoffrey. Lottando contro l’inevitabile progressivo deterioramento delle labili testimonianze del passato, gli archeologi cercano di ricostruire la vita di un antico popolo normanno e i suoi stretti legami con il territorio dell’attuale Inghilterra.

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Frame del film “First civilizations: Cities – Prime civiltà: le città” di Robin Dashwood

Segue il film “First civilizations: Cities – Prime civiltà: le città” di Robin Dashwood (Regno Unito, 2018, 52’). Il Medioriente, sito dei primi villaggi e delle prime città del mondo, dalle colline della Turchia alle pianure dell’Iraq. Questi luoghi furono crogioli di invenzione e innovazione, che hanno messo il turbo al ritmo del progresso. La seconda proiezione ci porta alla scoperta della culla della civiltà.

Frame del film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” di Andrea Andreotti

Seconda giornata venerdì 16 luglio, ore 21, dedicata all’Archeologia italiana ieri e oggi. Apre il film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” di Andrea Andreotti (Italia, 2019, 67’). La proiezione ci porta alla scoperta di Paolo Orsi, uno dei principali protagonisti dell’archeologia italiana nel Mediterraneo a cavallo fra XIX e XX secolo. Attraverso un’intervista impossibile tra passato e presente, il film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” indaga il contesto in cui questa grande personalità di archeologo prese forma e ripercorre le principali tappe della sua straordinaria avventura di ricerche e scoperte fra le montagne del Trentino prima, nei territori della Sicilia e della Magna Grecia poi.

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Frame del film “Pecunia non olet – L’odore dei soldi nell’antica Pompei” di Nicola Barile

Segue il film “Pecunia non olet – L’odore dei soldi nell’antica Pompei” di Nicola Barile (Italia, 2018, 40’). Le attività produttive nell’antica Pompei generavano odori ormai perduti. Può il lavoro degli archeologi restituirci i profumi, gradevoli e sgradevoli, che i profumieri, i conciatori, i panettieri e i produttori di garum producevano ogni giorno? Il film di Nicola Barile è un viaggio nell’archeologia moderna e nelle strade di Pompei.

Federica Rinaldi e Roberta Sciarratta protagonisti del dialogo su “Patrimoni da tutelare ai tempi del lockdown”

Terza giornata sabato 17 luglio, ore 20, “Patrimoni da tutelare ai tempi del lockdown”: dialogo tra Federica Rinaldi, funzionario archeologo del Parco Archeologico del Colosseo e responsabile dell’Anfiteatro Flavio, e Roberto Sciarratta, direttore del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi. Presenta Maurizio Battisti, archeologo della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Non solo film al Festival del Cinema Archeologico. Prima delle due proiezioni finali, ci sarà un incontro con due ospiti d’eccezione per parlare delle difficoltà lavorative incontrate in questo ultimo anno e mezzo da chi i patrimoni archeologici italiani li vive ogni giorno.

Terza giornata sabato 17 luglio, ore 21, dedicata all’Antica Roma. Apre il film “Reopening Colosseum – Il Colosseo in Quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito (Italia, 2020, 51’). Nei grandi spazi del Colosseo, inaccessibile per l’emergenza Covid-19, una piccola grande famiglia di uomini e donne continua a prendersi cura di un gigante fragile, che per loro è una seconda casa. Insieme affrontano la sfida più difficile, costruire un nuovo modo di visitare uno dei monumenti più celebri al mondo, per riaprirlo al pubblico e garantire il suo futuro.

Chiude il festival il film “Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma” di Guido Fuganti (Italia, 2020, 21’). Il thermopolium di Ostia Antica e la Fossa di Traiano furono dei posti chiave nel commercio trasmarino all’inizio del II secolo d.C. Questi luoghi ci consentono di scoprire le dinamiche che regolavano il commercio marittimo nel Mediterraneo e di conoscere tecniche costruttive, armamenti navali e infrastrutture portuali del mondo romano. Il film di Guido Fuganti è un racconto storico in cui personaggi e ambientazioni realistiche si alternano a ricostruzioni e animazioni tridimensionali.

Pozzuoli. All’Anfiteatro Flavio al via la rassegna di incontri “Anfiteatri Contemporanei. Dialoghi dentro e intorno al monumento”: il direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei Fabio Pagano dialoga con i responsabili di musei e parchi archeologici

Nell’ambito del nuovo percorso espositivo “Proiezioni”, inaugurato all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli il 20 maggio scorso e visitabile fino al 26 settembre prossimo, parte la rassegna di incontri “Anfiteatri Contemporanei. Dialoghi dentro e intorno al monumento”. Il direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei Fabio Pagano dialogherà con i direttori e le direttrici di musei e parchi archeologici che tutelano alcune delle arene romane più belle e importanti al mondo. “Proiezioni” è un percorso espositivo e multimediale organizzato in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli, in stretta connessione con la mostra “Gladiatori”. L’esibizione propone un racconto dei luoghi fondato sulla fusione delle suggestioni e delle informazioni veicolate da media diversi e complementari: forme scolpite del marmo, riproduzioni digitali, evocazioni sonore. (vedi Pozzuoli. All’Anfiteatro flavio il parco archeologico dei Campi Flegrei ha aperto il nuovo percorso espositivo “Proiezioni”, in stretta connessione con la mostra “Gladiatori” al museo Archeologico nazionale di Napoli: tra le arcate tornano le sculture originarie, nei sotterranei i gladiatori diventano suggestioni sonore e visive | archeologiavocidalpassato). Questo il calendario degli eventi: 15 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Gabriel Zuchtriegel, direttore generale del parco archeologico di Pompei; 22 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Federica Rinaldi, archeologa del parco archeologico del Colosseo; 29 luglio 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli; 9 settembre 2021, ore 18: Fabio Pagano dialoga con Marta Ragozzino, direttrice regionale Musei Campania e Ida Gennarelli, direttrice del museo Archeologico dell’antica Capua, del Mitreo e dell’anfiteatro Campano. Gli incontri si terranno alle 18 nei sotterranei dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli a cui, tenendo conto dell’emergenza epidemiologica in corso, si accederà con ingresso contingentato. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

Chiusa al Colosseo la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. Per l’occasione il parco archeologico del Colosseo ha presentato un video-racconto che ripercorre sezioni e opere esposte

Locandina della mostra al Colosseo “Pompei 79 d.C. Una storia romana” prorogata al 27 giugno 2021

Domenica 27 giugno 2021 si è chiusa al Colosseo la grande mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”, ideata e curata da Mario Torelli, grande archeologo recentemente scomparso. La mostra, curata nel progetto di allestimento e nella grafica da Maurizio di Puolo, è stata promossa dal Parco archeologico del Colosseo con l’organizzazione di Electa editore, e si è avvalsa della collaborazione scientifica del parco archeologico di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli. Per l’occasione il parco archeologico di Pompei ha presentato un video racconto, realizzato da Mario Cristofaro, che ripercorre tutte le sezioni e le opere attraverso le quali si è provato a restituire in maniera compiuta il complesso dialogo che lega le due realtà più famose dell’archeologia italiana, Roma e Pompei: vedi qui il video Facebook

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nell’undicesimo appuntamento, il viaggio parte dalla Basilica di Massenzio, sulla Velia, e giunge sulla via Appia seguendo le orme dell’imperatore

Basilica di Massenzio: particolare della volta a botte con lacunari di forma ottagonale (foto PArCo)

Undicesimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dalla Velia, nelle immediate vicinanze del Foro Romano, più precisamente dalla Basilica di Massenzio, per giungere, seguendo le orme dell’imperatore, sulla via Appia.

L’area occupata dalla Basilica di Massenzio vista dal Palatino; è visibile la navata settentrionale, l’unica oggi conservata (foto PArCo)

Dopo aver visitato monumenti pubblici, ricche abitazioni private e chiese antiche il parco archeologico del Colosseo oggi ci porta in uno dei più grandiosi edifici della Roma imperiale: la Basilica di Massenzio. “Iniziata dall’imperatore Massenzio all’inizio del IV sec d.C.”, raccontano gli archeologi del PArCo, “la Basilica fu costruita sul luogo precedentemente occupato dagli Horrea Piperataria, realizzati durante l’età flavia, che furono magazzini del pepe e delle spezie ma anche delle droghe e medicine: sappiamo infatti che in quest’area si concentravano gli studi di famosi medici come Galeno e Arcagato”.

Basilica di Massenzio, navata settentrionale: il nicchione centrale, opposto al nuovo ingresso, fu dotato di un’ abside sul fondo, coperta da una semi-cupola e con le pareti arricchite da nicchie destinate ad ospitare statue su due ordini. Sul fondo dell’abside era realizzato un podio in muratura destinato ad ospitare il tribunal dei giudici (foto PArCo)

Della Basilica di Massenzio oggi si conserva solo la navata settentrionale, ma è sufficiente per avere un’idea della maestosità dell’edificio originario, che copriva un’area di 100×65 metri e raggiungeva 35 metri di altezza. “La copertura centrale”, spiegano gli archeologi del PArCo, “doveva essere costituita da tre immense volte a crociera rette da colonne in marmo proconnesio (l’unica superstite fu collocata nella piazza di Santa Maria Maggiore per volontà di Papa Paolo V nel 1613). Dopo la morte di Massenzio la Basilica fu completata da Costantino, e i frammenti di una statua colossale di Costantino, oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, furono ritrovati all’interno dell’edificio nel 1478. La sola testa della statua, che probabilmente in origine raffigurava Massenzio e che fu poi rilavorata, ha un’altezza di 2,60 metri”.

Basilica di Massenzio, pianta e ricostruzione prospettica. Nel progetto originario l’ingresso era sul lato est, ed avveniva tramite uno stretto portico dal quale si penetrava nella basilica attraverso tre aperture. Le modifiche realizzate alla fine del IV sec d.C. trasformano l’asse della basilica in nord-sud (foto PArCo)

“La basilica fu sede di istituzioni importanti”, continuano gli archeologi del PArCo, “e diventò quasi l’organo unitario di tutta l’amministrazione della città. La posizione elevata, sulla Velia (e non nel Foro come le precedenti basiliche), si lega a quella della Prefettura urbana che in età tardo-antica occupava l’area retrostante alla basilica stessa. Le trasformazioni di fine IV sec d.C., come la costruzione della nuova abside settentrionale, testimoniano indirettamente anche il cambiamento che ci fu nelle procedure amministrative: i processi non erano più pubblici ma riservati ormai solo ai senatori; era quindi sorta l’esigenza di avere aule appartate, dove potevano riunirsi pochi partecipanti”.

Il Circo di Massenzio sulla Via Appia: visibili le torri e i carceres in secondo piano (foto PArCo)

“Massenzio”, ricordano gli archeologi del PArCo, “fu straordinario committente di questa opera per uso pubblico nel centro della Roma antica ma, come tutti i suoi predecessori, per godere di un po’ di tranquillità fuori città fece costruire una splendida residenza privata in un’area suburbana, tra il II e il III miglio della via Appia. Il complesso era costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico”.

Residenza di Massenzio sulla via Appia. Sullo sfondo, verso sinistra, lo stadio e le due torri; in primo piano, sulla destra, il mausoleo dinastico a pianta circolare circondato da un quadriportico, coperto in origine da volte a crociera. Al posto del pronao d’ingresso del mausoleo è oggi la palazzina Torlonia, visibile all’estrema destra (foto PArCo)

Il palazzo, dai cui resti svetta l’abside dell’Aula Palatina, sorgeva su un’altura già occupata nel II sec. a.C. da una villa rustica, poi trasformata nel II secolo d. C. dal retore greco Erode Attico, che la inglobò nel Pago Triopio.

Il Circo di Massenzio sulla via Appia. Ancora visibile la spina, lunga m 296 (1000 piedi romani), che divideva la pista in due corsie ed era ornata da vasche e sculture (foto PArCo)

“Il monumento più noto del complesso”, spiegano gli archeologi del PArCo, “è il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche. Esso si sviluppa per una lunghezza di m 512, con una spina (m 296) centrale ornata da vasche e sculture; al centro si ergeva l’obelisco in granito trasportato nel 1650 in piazza Navona per decorare la Fontana dei Fiumi di Bernini”.

Via Appia, mausoleo dinastico di Massenzio: il recinto visto dall’esterno (foto PArCo)

Il mausoleo dinastico, di forma circolare, è noto come “Tomba di Romolo” dal nome del figlio dell’imperatore morto tragicamente nel 309 d.C. “Chiuso in un quadriportico coperto in origine da volte a crociera”, descrivono gli archeologi del PArCo, “il sepolcro è a pianta circolare ed era preceduto da un accesso monumentale. Della costruzione, che si sviluppava su due livelli, si conserva solo la cripta mentre al posto del pronao d’ingresso è oggi la palazzina Torlonia, trasformazione di un precedente casale agricolo settecentesco. Agli inizi dell’Ottocento l’area venne infatti acquisita dalla famiglia Torlonia e annessa alla vasta tenuta della Caffarella; nel 1825 ebbero inizio gli scavi sistematici del complesso”.

Interno del mausoleo dinastico di Massenzio sulla via Appia. La costruzione in origine si sviluppava su due livelli, ma oggi si conserva solo la cripta. Sui suoi resti è stato costruito un casale agricolo settecentesco poi ristrutturato dalla famiglia Torlonia (foto PArCo)

Informazioni per la visita: sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali – Villa di Massenzio, via Appia Antica 153. Ingresso gratuito dal martedì alla domenica (ore 10-16); la biglietteria chiude mezz’ora prima. Chiuso il lunedì, 1° gennaio, 1° maggio e 25 dicembre. Informazioni su www.villadimassenzio.it e allo 060608.

Roma. Dal 6 luglio il percorso di visita al Foro Romano si arricchisce del settore SE dell’Atrium Vestae, la Casa delle Vestali, con un nuovo allestimento museale

Un suggestivo scorcio della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

Con il nuovo allestimento museale per gli ambienti occupati dalle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città e di altri riti connessi con il culto domestico, si ampliano gli spazi espositivi e si arricchisce il percorso di visita del PArCo nel Foro Romano. Dal 6 luglio 2021, dopo nuove indagini archeologiche e accurati interventi di restauro conservativo, torna a rivivere il complesso della Casa delle Vestali: diventa finalmente accessibile un nuovo percorso di visita che consentirà la fruizione del settore sud-orientale dell’Atrium Vestae, da tempo chiuso al pubblico.

Il cortile della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano

Il settore SE della Casa delle Vestali e l’allestimento museale. La Casa delle Vestali, o Atrium Vestae, venne messa in luce da Rodolfo Lanciani nel corso degli scavi eseguiti negli anni 1882-1884. “In particolare”, ricordano gli archeologi del PArCo, “gli ambienti, ora aperti al pubblico, sono stati rinvenuti in seguito alla rimozione del grande muro di recinzione degli Orti Farnesiani e degli strati di interro, caratterizzati da uno spessore anche di venti metri rispetto al piano di calpestio antico. Subito dopo la scoperta ebbero inizio i lavori di sistemazione delle strutture e dei reperti lapidei rinvenuti, parte dei quali, successivamente esposti nell’Antiquarium forense, sono ora allestiti negli ambienti del settore SE, dopo un accurato intervento di recupero conservativo durato dal 2013 al 2020”.

La pianta della Casa delle Vestali nel Foro Romano (foto PArCo)

“Le recenti indagini archeologiche hanno consentito di acquisire nuovi dati sulle vicende che hanno interessato il complesso architettonico”, spiegano gli archeologi del PArCo. “Il rinvenimento del suolo naturale subito sotto i piani pavimentali imperiali conferma che il lato Est dell’Atrium a Sud dell’antica Via Nova, prima delle ristrutturazioni neroniane conseguenti all’incendio del 64 d.C., doveva essere verosimilmente occupato dal bosco sacro, il Lucus Vestae. Alla fase neroniana-flavia si possono ascrivere alcune strutture murarie rinvenute nel corso delle indagini più recenti nel settore SE, sia in corrispondenza del cd. mezzanino sia al piano terra e che sono state successivamente inglobate nelle strutture traianee databili intorno al 110-113 d.C. Nella fase traianea gli ambienti posti al pianterreno (A-E) dovevano avere funzioni residenziali e di rappresentanza.  Sostanzialmente fino almeno al IV secolo d.C. il piano inferiore restò pressoché immutato”.

Ambiente D della Casa delle Vestali al Foro Romano: frammenti di catillus e di due metae pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica (foto PArCo)

“Fin dal rinvenimento, l’ambiente D è stato interpretato come pistrinum, ovvero mulino, data la forma circolare e il ritrovamento (probabilmente all’interno o nei pressi) di alcuni elementi frammentari pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica: due frammenti di catillus e due metae frammentarie di diverso diametro”, raccontano gli archeologi del PArCo. “Nonostante l’opinione comunemente condivisa in letteratura, che viene in genere associata ad una delle funzioni svolte dalle Vestali, ossia la preparazione della mola salsa, composta da farina di farro e sale, alcune considerazioni di tipo tecnico-costruttivo sembrano escludere la correlazione di questa struttura con l’installazione di un mulino. Probabilmente si deve ai primi anni del XX secolo l’allestimento della meta al centro della struttura circolare”.

Una statua di vestale nel Foro Romano (foto PArCo)

La mola salsa. Secondo le fonti le tre Vestali Massime un giorno su due, durante il periodo dal 7 al 14 maggio, mettevano le spighe di farro, far, in cesti da mietitori; quindi procedevano alla tostatura, alla frantumazione e alla molitura delle spighe. Aggiungendo sale cotto e sale grezzo ai Lupercalia (15 febbraio), ai Vestalia (9 giugno) e alle Idi di settembre (13 settembre), le Vestali facevano la mola salsa, sparsa su tutti gli animali condotti al sacrificio pubblico e su ogni offerta fatta agli dei. Da questo rito preliminare del sacrificio proviene il termine immolare, letteralmente cospargere di mola.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel decimo appuntamento, il viaggio parte dal Santa Maria Antiqua al Foro Romano, simbolo della cristianizzazione di Roma, e giunge a Santa Maria Maggiore nell’antica città di Ninfa (Lt)

La chiesa di Santa Maria Antiqua nel Foro Romano (foto PArCo)

Decimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dal Foro Romano, più precisamente da uno dei luoghi simbolo della cristianizzazione di Roma, Santa Maria Antiqua (“antiqua” perché nel IX sec. d.C. un terremoto la distrusse e fu quindi sostituita dalla “nova” chiesa monumentale, non lontano dall’Anfiteatro Flavio), per giungere a Santa Maria Maggiore nell’antica città di Ninfa, nel Comune di Cisterna di Latina.

Santa Maria Antiqua nel Foro Romano: la parete absidale destra, cd. ‘parete-palinsesto’, composta in totale da sette strati di intonaco, databili dal V-VI all’VIII secolo d.C. (foto PArCo)
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Acquerello del 1702 allegato al “Diario di Francesco Valesio” (da De Grüneisen 1911) raffigurante la parete absidale di Santa Maria Antiqua: si vede la parete oggi conosciuta come parete-palinsesto mostrava un solo strato di pitture, probabilmente l’ultimo realizzato al tempo di Giovanni VII (705-707 d.C.) (foto da: Santa Maria Antiqua al Foro Romano, cento anni dopo. Atti del colloquio internazionale, Roma 5-6 maggio 2000 Campisano editore, 2004)

Santa Maria Antiqua fu costruita alla metà del VI sec d.C. sfruttando strutture esistenti di età imperiale; la chiesa è preziosa soprattutto per il suo complesso di pitture, databili tra il VI e il IX sec d.C. Considerata un manifesto dell’ellenismo di Bisanzio, la decorazione pittorica permette di comprendere l’evoluzione della pittura tra la tarda antichità e il medioevo. Tutto questo è testimoniato, in particolar modo, dalla parete palinsesto, a destra dell’abside, che conserva tracce di diversi strati di pitture sovrapposti.

Santa Maria Antiqua nel Foro Romano: parete palinsesto, il cosiddetto “Angelo bello”, particolare del secondo strato di pitture (foto PArCo)

“Il primo strato, quindi l’immagine più antica”, spiegano gli archeologi del PArCo, “risale alla prima metà del VI sec d.C. e raffigura Maria regina con Bambino e angelo, dipinta subito dopo la conquista bizantina della città. Del periodo successivo si conserva un’Annunciazione di cui rimane solo il volto della Vergine e la figura del cosiddetto Angelo “bello” realizzato dalla mano di un artista raffinato a testimonianza del breve periodo felice in cui la chiesa divenne palatina (565-578 d.C.). Il terzo strato permette di riconoscere due Santi identificati come Basilio e Giovanni e fu realizzato sicuramente dopo il 649 d.C. Nel quarto ed ultimo strato è riconoscibile parte di uno dei Padri della Chiesa, Gregorio Nazianzeno, raffigurato con San Basilio (705-707 d.C.)”.

Santa Maria Antiqua nel Foro Romano: navata est, particolare. Raffigurazione considerata un manifesto per l’autorevolezza con cui è rappresentato Cristo tra i Padri della Chiesa orientali e occidentali in un pannello posto a mo’ di zoccolo, di fondamenta del ciclo sovrastante con scene dell’Antico Testamento, con un focus sulle vicende di Giuseppe (foto PArCo)
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Santa Maria Antiqua nel Foro Romano: Cappella di Teodoto, particolare della Crocifissione, che testimonia il passaggio dalla pittura con influenze costantinopolitane di ascendenza tardo-ellenistica all’utilizzo di forme e figure rese in maniera semplice ed efficace (foto PArCo)

“Le pareti della chiesa – continuano gli archeologi del PArCo – verranno arricchite man mano da nuovi affreschi; la navata a sinistra dell’ingresso, per esprimere in maniera inequivocabile la fede verso la Chiesa di Roma, fu affrescata con Santi della chiesa greca e latina, con Cristo al centro e in alto scene del Vecchio Testamento (757-767 d.C.). A sinistra del presbiterio ancora oggi si può ammirare la splendida e colorata cappella di Teodoto, databile al 741-782 d.C. dove le immagini sacre rivestono ancora un ruolo fondamentale mentre a Bisanzio erano già state cancellate dall’iconoclastia . A destra del presbiterio, la Cappella dei Santi Medici fa parte della campagna decorativa promossa da Giovanni VII nel 705-707 d.C.”.

La chiesa di S. Maria Maggiore a Ninfa si affaccia su una delle strade principali dell’antica città di Ninfa (foto PArCo)

Ma c’è un’ altra chiesa, con lo stesso nome di Santa Maria e anch’essa con il passare dei secoli in parte crollata, che ha anche un forte legame con Roma e con Bisanzio, e che può ancora oggi svelare molto della sua storia: Santa Maria Maggiore nell’area dell’antica città di Ninfa (Cisterna di Latina). “Siamo più avanti sulla linea del tempo”, fanno presente gli archeologi del PArCo, “ma anche qui ci troviamo di fronte ad un contesto unico e straordinario: S. Maria Maggiore, costruita a partire dal X secolo, era il più importante edificio di culto dell’antica città di Ninfa. Situata in una posizione strategica, in corrispondenza di una delle quattro porte di accesso che si aprivano lungo la cinta muraria, ancora oggi si mostra con la sua imponenza e maestosità tra i ruderi del giardino. Fu proprio in questa chiesa che nel 1159 fu incoronato Papa, con il nome di Alessandro III, il cardinale Rolando Bandinelli che si era rifugiato a Ninfa, fuggendo dall’Imperatore Federico Barbarossa. Quest’ultimo, per vendetta saccheggiò la città con il suo esercito”.

Ninfa, chiesa di Santa Maria Maggiore. Ben visibile il campanile costruito nel Trecento addossato alla facciata, caratterizzato da bifore, cornici e da una decorazione diffusa in molte chiese di Roma (foto PArCo)

Originariamente – ricordano gli archeologi – il corpo della Chiesa era costituito da tre navate scandite da pilastri a sezione quadrata, con un’unica abside affrescata, rivolta verso l’oriente e con un’ampia cripta, le cui tracce sono visibili ancora oggi. “È nel Trecento che viene realizzato il campanile addossato alla facciata, caratterizzato da bifore, cornici e da una decorazione diffusa in molte chiese di Roma. La navata centrale era coperta da un tetto ligneo a due falde, mentre le navate laterali presentavano volte in muratura”.

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Santa Maria Maggiore a Ninfa: le tracce degli affreschi decorativi del catino absidale mostrano una figura, San Pietro, che regge le teste dei principi degli apostoli con accanto un santo domenicano (forse Tommaso d’Aquino) (foto Giardino di Ninfa)

A testimoniare la ricchezza del luogo, sono ancora visibili nel catino dell’abside due affreschi, uno dei quali raffigurante San Pietro, datati al 1160-1170 circa, eseguiti probabilmente in occasione del matrimonio della principessa bizantina Eudocia, di passaggio a Ninfa proprio in quegli anni. Le visite allo splendido Giardino di Ninfa, gestito dalla Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta Onlus, sono organizzate secondo un preciso calendario, disponibile sul sito https://www.giardinodininfa.eu.