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Roma. Prime tre dirette dal cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le archeologhe Francesca Rinaldi ed Elisa Cella del Parco archeologico del Colosseo: la topografia del monumento e l’apparato figurativo dall’attico ai tondi adrianei al fregio costantiniano

L’arco di Costantino a Roma tra il Colosseo e il colle Palatino (foto PArCo)

In occasione dei recenti lavori di manutenzione straordinaria in corso sul lato Nord dell’Arco di Costantino, il Parco archeologico del Colosseo riprende le dirette dal cantiere sulle proprie pagine Facebook. Dedicato dal Senato e dal popolo romano dopo la vittoriosa battaglia del Ponte Milvio sul rivale Massenzio e inaugurato nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore (dieci anni di regno), l’arco sarà nei prossimi mesi oggetto di un intervento di manutenzione che consiste nella verifica dello stato di conservazione, nella rimozione delle piante infestanti e nella pulitura delle superfici.

Prima parte: l’attico. Con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella che introducono il ciclo di dirette dedicato a questo restauro si sale sui ponteggi del cantiere di restauro dell’Arco di Costantino a visitare l’attico: a quasi 20 metri di altezza ci troviamo accanto alle maestose statue dei Daci che decorano l’attico, 4 per ognuno dei due fronti. Tema di oggi è la topografia del monumento, l’apparato figurativo che si snoda per 21 metri di altezza: l’arco di Costantino è il più grande e imponente tra quelli che celebrano a Roma le gesta di imperatori vittoriosi. “Guardando la planimetria”, spiegano le due archeologhe, “vediamo che l’arco di Costantino veniva a collocarsi a uno dei quattro vertici della Roma quadrata nel punto di congiunzione tra la Regio II, la Regio III, la Regio IV e la Regio VII. L’arco – come sappiamo – fu dedicato dal Senato e dal Popolo romano in occasione della battaglia dell’imperatore Costantino a Ponte Milvio contro Massenzio, nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore Costantino. La grande iscrizione recita proprio la dedica del Senato e del Popolo romano all’imperatore Costantino. Ma c’è una particolarità che ha sempre interessato gli studiosi, ovvero questa ispirazione della divinità. Si legge bene INSTINCTV DIVINITATIS, “per impulso, sollecitazione divina”. Ma di quale divinità si parla? La domanda è lecita visto il contributo di Costantino alla possibilità di culto della religione cristiana. E quindi c’è chi ha voluto vedere in questa affermazione una velata anticipazione di quella che sarebbe stata una reale apertura a questa religione. In realtà va detto che non abbiamo elementi per corroborare questa visione. Al contrario, il programma figurativo ricorda spesso immagini di sacrificio a divinità pagane, come il Sole e la Luna nelle figure di Apollo e Diana, che si trovano sui lati Est e Ovest dell’arco, proprio nei medaglioni realizzati in età costantiniana. I fori che rimangono sul solco dell’iscrizione confermano l’alloggiamento delle lettere in bronzo che permettevano di leggere anche a 20 metri di distanza questa iscrizione monumentale. Tutto il programma figurativo dell’arco di Costantino nasce dal recupero di marmi e rilievi di epoca precedente e segue con molta attenzione la distribuzione di queste immagini a seconda che le scene siano in contesti di battaglia o di sottomissioni di barbari rispetto invece a contesti molto più adatti all’ambiente cittadino come le orationes, le scene di distribuzione di donativi. L’arco nasce come un recupero, un reimpiego di materiali, marmi e rilievi di epoche precedenti: Traiano (i Daci), Adriano (i tondi), Marco Aurelio (i rilievi ai lati della grande iscrizione) e Costantino (plinti delle colonne e grande fregio storico che abbraccia tutti e quattro i lati del monumento con il racconto della partenza da Milano, dell’assedio di Verona, della battaglia di Ponte Milvio, l’ingresso a Roma e la grande scena di oratione sulla piazza del Foro). Le grandi statue dei Daci sono poste in linea con le colonne che affiancano i fornici, creando un vero e proprio ritmo delle facciate quadripartite nel senso della lunghezza. La policromia era assicurata dal gran numero di marmi usati (giallo antico delle colonne, cipollino delle basi, pavonazzetto dei Daci, che però hanno testa e mani di materiali diversi). E c’è anche il porfido rosso.  I rilievi di Marco Aurelio provengono da un edificio che lo celebrava come imperatore: hanno uno stile ben diverso da quello dell’epoca traianea. E a loro volta sono diversi dai successivi di età adrianea. Su questo arco abbiamo in qualche modo un’enciclopedia del rilievo storico romano muovendoci nei vari livelli del monumento”.

Seconda parte: i tondi adrianei. Prosegue la visita al cantiere dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Ci troviamo a circa 10 metri di altezza per guardare da molto vicino i celebri tondi dell’epoca di Adriano, modificati e riutilizzati nel nuovo monumento. In particolare, ci soffermiamo sui volti rimodellati a somiglianza di Costantino, con il nimbo a connotarne la maestà imperiale. “Ci siamo salutati poco fa parlando della policromia, del trionfo di marmi colorati di natura diversa che adornano o fanno parte costituente di questo arco”, riprendono il discorso le archeologhe del PArCo. “Due livelli più in basso dell’iscrizione monumentale e i Daci, si vedono le colonne rudentate in giallo numidico e, tra i due tondi, un frammento di porfido rosso che in origine andava a inquadrare e quindi a far meglio risaltare i due tondi di età adrianea ascrivibili a un monumento che non è ancora stato ben identificato. L’arco di Costantino non è solo un museo all’aperto per il rilievo storico, ma pone anche tantissime domande alle quali archeologi e restauratori cercano di dare risposta grazie agli interventi in atto. I tondi adrianei sono otto in tutto, quattro sul lato Sud e quattro sul lato Nord. Presentano due tipi di raffigurazioni: la scena di caccia e la scena di sacrificio.  Da una parte l’imperatore nella sua condizione eroica raffigurato nel momento dell’uccisione del cinghiale o del leone, dall’altro l’imperatore che mostra la propria pietas nei confronti delle divinità, divinità ancora una volta campestri come Silvano o Diana, o divinità più urbane come è il caso di Apollo o Ercole. Sul lato Nord, la prima coppia di tondi ha da un lato la scena di caccia al cinghiale e dall’altro la scena di pietas nei confronti di Apollo. I volti sono rilavorati. In quello dell’imperatore Costantino o del collega di governo l’imperatore Licinio. Avvicinandosi ai personaggi si vede un’incisione, un’aureola, che conferma quella che era ormai un’acclarata divinizzazione dell’imperatore. Sono passati secoli rispetto al modo di rappresentare – appunto all’inizio dell’impero – il capo come primus inter pares. All’epoca di Costantino ormai è chiaro che c’è un aspetto divino che viene esaltato. Questa semplicissima incisione è il segno di un’ideologia ben chiara e condivisa. L’altra coppia di tondi, sempre sul lato Nord: in uno la scena di caccia con a terra il leone, che ha la testa schiacciata sotto i piedi; nell’altro la scena di pietas nei confronti di Ercole. Qui il porfido rosso si è conservato molto di più e l’effetto cromatico col marmo bianco è molto più evidente. Passando sul fianco Ovest, si apprezza quella che è la resa della plastica costantiniana. Qui c’è un tondo di età costantiniana che presenta Diana nelle vesti della Luna nell’atto di immergersi nell’Oceano, contrapposta ad Apollo-Sole che si vede sul fianco Est, e corrisponde nel livello sottostante all’ingresso di Costantino a Roma. Tra i tondi adrianei e questo costantiniano ci sono trecento anni, ma il programma figurativo dell’arco è riuscito ad armonizzarli”.

Terza parte: il fregio costantiniano. Ultima tappa (per oggi) della visita al cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Osserviamo da vicino i fregi di epoca costantiniana sui lati Nord e Ovest del monumento. Al primo livello del lato Nord c’è la conclusione vittoriosa dell’imperatore Costantino sul rivale Massenzio. “Questo monumento – riprendono Federica Rinaldi ed Elisa Cella – non celebra una vittoria contro un nemico barbaro ma contro un altro imperatore. E questo, anche dal punto di vista dell’ideologia, è un aspetto che non possiamo non considerare. Sul lato Nord c’è una scena di adlocutio, cioè di orazione dell’imperatore nei confronti dei propri sudditi. Si capisce dove è ambientata questa scena perché si possono riconoscere alcuni monumenti alle spalle dei personaggi: a sinistra le arcate della basilica Iulia, l’arco di Tiberio, le basi dei Decennalia e le tre arcate del grande arco di Settimio Severo, che è stato fonte di ispirazione per l’arco di Costantino. Quindi siamo sulla tribuna dei rostra nel Foro romano. Qui il rilievo storico è ormai fortemente tardoantico. Le figure sono statiche, fisse. Si è persa quell’armonia o accenno al movimento che è tipico del classicismo, che caratterizzava anche e soprattutto i rilievi di Marco Aurelio. La differenza è lampante. C’è però un altro elemento interessante che riguarda da una parte le dimensioni dei personaggi che sono raffigurati e dall’altra la prospettiva che di fatto viene a mancare. La rappresentazione è frontale. Addirittura l’imperatore al centro della rappresentazione ha ai lati, a destra e a sinistra, quei personaggi che nella realtà sono davanti a lui, di fronte alla tribuna dei rostra. Ne esce una rappresentazione quasi coloristica di quello che era il Foro all’epoca di Costantino. Nella seconda parte del fregio, al di là del fornice centrale, c’è la scena del Congiarium, quando cioè l’imperatore nella sua munificenza distribuisce donativi alla popolazione. In questo fregio sono state individuate ben cinque diverse dimensioni, cinque diverse altezze a seconda del rango e del ruolo che i personaggi raffigurati, dal popolo che riceve donativi all’imperatore stesso, rivestono. Ed è evidente che anche questa è una concezione all’opposto rispetto alla rappresentazione naturalistica. C’è un messaggio molto chiaro: una rappresentazione gerarchica dei personaggi che diventerà un leit motiv dell’arte tardoantica che ci accompagnerà poi nell’Alto Medioevo. Quelle del lato Nord sono le ultime due puntate del lungo racconto della guerra contro Massenzio. Il fregio inizia sul lato corto Ovest con la partenza di Costantino da Milano. Questo è il momento in cui inizia la riunificazione dell’impero, in cui Costantino determinato ma ancora inconsapevole di quelle che saranno le sue sorti comincia  a confrontarsi con Massenzio”.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo celebra la giornata del Mare promuovendo il progetto “La rotta di Enea”, itinerario culturale che segue il viaggio del mitico eroe da Troia al Lazio. Annunciati convegno sul Tempio di Vesta e una mostra sul Palladio. E nel 2022 convegno su “Le città di Troia, Cartagine e Roma tra mito e storia”

La copertina del libro “Enea. L’ultimo dei Troiani. Il primo dei Romani” (Salerno Editrice)
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Giornata nazionale del Mare 2021

Oggi, 11 aprile 2021, è la Giornata nazionale del Mare, istituita in Italia nel 2018. Il parco archeologico del Colosseo celebra la Giornata nazionale del Mare sull’onda grande progetto “La rotta di Enea”, promosso dall’associazione Rotta di Enea (www.aeneasroute.org ), al quale il PArCo partecipa sin dalle fasi di avvio. Il progetto coinvolge un ampio network di istituzioni internazionali presenti nel bacino del Mediterraneo, unite da un itinerario culturale che segue il viaggio del mitico eroe, fuggitivo da Troia in fiamme e poi fondatore della città di Lavinium, mentre il figlio Ascanio fonderà sui Colli Albani Alba Longa e dalla sua stirpe nascerà Romolo, fondatore di Roma e suo primo re. Di questo e molto altro ha parlato recentemente in Curia Iulia Mario Lentano (Università di Siena) a proposito del suo volume “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani”, edito da Salerno editrice. Chi non ha avuto la possibilità di seguire l’incontro, è disponibile il podcast Dialoghi in Curia | Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani – Parco archeologico del Colosseo | Podcast on Spotify.

Ara Pacis (Roma): Enea, con il capo velato, compie un sacrificio agli dei appena giunto a Lavinium; di fronte a lui il figlio Ascanio, in alto a sinistra il tempio dei Penati portati da Troia (foto da http://www.aeneasroute.org)
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Il logo dell’associazione Rotta di Enea

“Un progetto nel nome del mito di Enea”, spiega Giovanni Cafiero, presidente dell’associazione Rotta di Enea, “è un patto tra generazioni per non abbandonare il vecchio Anchise, ma allo stesso tempo per pre-occuparsi del futuro di Ascanio, un progetto di ripresa da un lungo periodo di smarrimento, che ruota intorno a un progetto umanistico comune. Uno smarrimento che ha portato a gravi crisi economiche e ambientali preesistenti, ma apparse più evidenti alla luce dell’emergenza pandemica. La Rotta di Enea costituisce un nuovo itinerario marittimo a tema archeologico, culturale e paesaggistico, che rappresenta – attraverso il mito di Enea e il racconto virgiliano dell’Eneide – la fusione del patrimonio culturale mediterraneo di cui la Roma antica fu erede e che sistematizzò attraverso istituzioni e leggi comuni che hanno costituito il riferimento per tutta l’Europa”.

Mappa della rotta di Enea da Troia alle coste del Lazio (foto associazione Rotta di Enea)

Le tappe del viaggio di Enea. “Leggere l’Eneide – spiega l’associazione Rotta di Enea -vuol dire scoprire le radici mitiche della nostra storia nata intorno al Mediterraneo, culla di civiltà e luogo di incontro fra culture, quasi il liquido amniotico della nostra Europa. La Rotta di Enea, attraverso un itinerario fatto di secoli e di molte soste nel Mediterraneo, è un percorso fisico, attraverso le località toccate dall’eroe troiano in fuga dalla sua città in fiamme in cerca di un nuovo inizio in una terra sconosciuta. È un viaggio ideale, perché parla della storia dell’uomo, sempre pronto a viaggiare, per scelta o per necessità, e a cercare casa dove regnano pace e prosperità, portando con sé affetti e saperi. È una rotta culturale, perché racconta attraverso l’archeologia, la natura, la letteratura, una storia avvincente nella quale tutti possiamo riconoscerci. Il viaggio tocca cinque paesi diversi, ventuno località diverse, tra le quali ben cinque siti Unesco, ma anche molti altri luoghi straordinari ed affascinanti, tutti da scoprire”.

Smontaggio dei ponteggi del cantiere di restauro del Tempio di Vesta (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo intende promuovere il patrimonio archeologico e culturale dei paesi coinvolti affacciati sul Mediterraneo, organizzando (dopo la riapertura) una serie di attività ed eventi che ne raccontano storia e leggende, natura e paesaggi. “Il 9 giugno 2021”, spiegano al PArCo, “abbiamo intenzione di proporre un convegno su “Il Tempio di Vesta – Archeologia, Architettura e Restauro” in occasione della conclusione delle attività di manutenzione straordinaria condotte sul monumento tra il 2020 e l’inizio del 2021. Verranno analizzati i diversi aspetti connessi all’evidenza archeologica e i differenti approcci alla conservazione e restauro di inizio Novecento”.

La testa di Atena, il cosiddetto Palladio, conservata al museo Palatino (foto PArCo)

Tra i progetti in cantiere una mostra sul Palladio, la statua in legno (xoanon) di Pallade Atena che aveva il potere di proteggere l’intera città. Ulisse e Diomede la sottrassero ai troiani ed Enea la portò a Roma, dove fu conservata nel Tempio di Vesta nel Foro Romano per secoli. In questa occasione verrà esposto anche il famoso Palladio del museo Palatino. “Si tratta di una testa in marmo greco insulare, proveniente molto probabilmente dall’area del Colle Palatino”, spiegano gli archeologi del PArCo, “che appartiene ad una statua di Atena armata di dimensioni minori rispetto al naturale (circa 1 metro di altezza). La testa è caratterizzata da un elmo liscio che lascia in vista la capigliatura. L’occhio a mandorla, di taglio ionico con sopracciglio allungato, e le ciocche di capelli ondulate ad incorniciare la fronte datano l’originale al periodo tardo arcaico o alla prima età severa (480-450 a.C.). La raffigurazione di Atena armata, di dimensioni ridotte, prende il nome di Palladio, statuetta sacra che aveva il potere di proteggere un’intera città e che, secondo una tradizione, era stata portato a Roma da Enea ed era conservata nel tempio di Vesta nel Foro Romano”. Per il prossimo anno sono in programma altri eventi. Tra questi, una conferenza internazionale su “Le città di Troia, Cartagine e Roma tra mito e storia”, un momento di confronto e di analisi delle più recenti informazioni archeologiche.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line del libro di Mario Lentano “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani” con i professori Maurizio Bettini e Stefano Ferrucci

Per il terzo appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia”, ciclo promosso dal parco archeologico del Colosseo e dedicato alla presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, giovedì 8 aprile 2021 alla Curia Iulia è la volta di “Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani” di Mario Lentano (Salerno Editrice) di Mario Lentano, docente di Letteratura latina all’università di Siena. Ne parlano Maurizio Bettini (università di Siena) e Stefano Ferrucci (università di Siena). L’incontro di giovedì 8 Aprile 2021 sarà in diretta on line alle 16.30 sulle pagine Facebook del parco archeologico del Colosseo. Seguirà la pubblicazione del podcast dell’incontro. Il calendario sempre aggiornato delle presentazioni, delle dirette di approfondimento e di tutte le attività online è sempre consultabile su https://parcocolosseo.it/parco-online/

La copertina del libro “Enea. L’ultimo dei Troiani. Il primo dei Romani” (Salerno Editrice)
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Il prof. Mario Lentano (università di Siena)

Mario Lentano, docente di Letteratura latina all’università di Siena, affronta per la prima volta questa figura centrale del nostro panorama culturale, e così attuale nel contesto del Foro Romano, in chiave biografica, raccontando la sua vita come quella di un personaggio storico, dal concepimento fino alla nascita, l’infanzia e giovinezza, l’età matura, ma soprattutto la morte e apoteosi, se tale fu. Il mito di Enea, protagonista dell’Eneide, è uno dei racconti che hanno fatto la storia della cultura europea negli ultimi duemila anni, influenzando in modo determinante l’immaginario collettivo e alimentando innumerevoli riscritture, rivisitazioni, interpretazioni iconografiche e teatrali. Fonti letterarie, testi storiografici e raffigurazioni su reperti antichi in marmo o su terracotta sono interrogati per ricostruire la parabola dell’eroe che i Romani consideravano come il proprio capostipite, il remoto antenato dei gemelli Romolo e Remo, e che per questo tramite è diventato uno dei padri dell’Occidente. Un’avvincente scrittura narrativa, il tono accattivante e l’eliminazione delle note, supplite da una generosa bibliografia finale, rendono questa vita di Enea un libro accessibile a chiunque ami il mito antico e sia curioso di conoscerne un protagonista di primo piano, lo stesso che ha incontrato, da ragazzo, sui banchi di scuola.

Passeggiata dantesca nel Parco archeologico del Colosseo: il pubblico è accompagnato on line per dodici puntate a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta. Si inizia col Dantedì

In occasione del secondo Dantedì – giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri – il parco archeologico del Colosseo accoglie l’invito del ministero della Cultura e, nel 700.mo anniversario della morte del Sommo Poeta, propone una passeggiata che ripercorre la storia del PArCo attraverso le terzine dantesche che hanno narrato alcune delle vicende della storia di Roma, dalle origini alla fine dell’impero. Foro Romano, Palatino e Fori imperiali conservano oggi le testimonianze tangibili e monumentali dell’esistenza di personaggi storici a cui Dante ha dato voce nelle cantiche della Divina Commedia, assieme alle divinità pagane venerate nei templi dell’area archeologica centrale. Il pubblico verrà guidato a riscoprire, leggendo le terzine dantesche, le vicende di Enea e del Palladio, il pastore Caco, l’evoluzione del potere attraverso Cesare, il princeps Augusto e Giustiniano, l’umiltà di Traiano davanti a una vedova, fino ad arrivare all’essenza della fede e alla figura di San Pietro, e alle tante divinità tutelari che da sempre hanno popolato il Pantheon romano. Ad accompagnare il pubblico ci saranno le voci narranti di attori che hanno generosamente dato la loro disponibilità a prendere parte all’iniziativa, ideata e curata dalle funzionarie archeologhe Elisa Cella e Federica Rinaldi. Ad aprire il percorso sarà Massimo Ghini, seguito da Giandomenico Cupaiuolo, Giuseppe Cederna e Rosa Diletta Rossi. Le loro voci accompagneranno per dodici puntate il pubblico, portandolo a riconoscere i luoghi del PArCo attraverso le parole del sommo poeta di Firenze. Primo appuntamento (doppio) con le passeggiate dantesche giovedì 25 marzo 2021, alle 21.04, online sugli account social del PArCo: “Introduzione | Paradiso, Canto II, 1-9” con Massimo Ghini, e “Caco, il pastore | Inferno, Canto XXV, 16-33” e con Giuseppe Cederna; 1° aprile 2021, “Enea | Inferno, Canto II, 10-36” con Giandomenico Cupaiuolo; 8 aprile 2021, “Catone l’Uticense | Purgatorio, Canto I, 28-93” con Giuseppe Cederna; 15 aprile 2021, “Cesare | Paradiso, Canto VI, 34-72” con Giandomenico Cupaiuolo; 22 aprile 2021, “Virgilio | Inferno, Canto I, 61-75” con Giandomenico Cupaiuolo; 29 aprile 2021, “Orazio, Ovidio e Lucano | Inferno, Canto IV, 73-102” con Rosa Diletta Rossi; 6 maggio 2021, “Traiano | Purgatorio, Canto X, 70-93” con Giuseppe Cederna; 13 maggio 2021, “Giustiniano | Paradiso, Canto VI, 1-27” con Massimo Ghini; 20 maggio 2021, “Apollo | Paradiso, Canto I, 13-36” con Rosa Diletta Rossi; 27 maggio 2021, “Venere | Paradiso, Canto VIII, 1-39” con Rosa Diletta Rossi; 3 giugno 2021, “San Pietro | Paradiso, Canto XXIV, 52-75” con Massimo Ghini.

Roma. Gli Auditoria di Adriano: un’area archeologica a piazza Venezia. In diretta sui canali social del PArCo il racconto delle ricerche e la valorizzazione del sito con la stazione della Linea C della Metropolitana

Pannelli didascalici in piazza Venezia a Roma illustrano gli Auditoria di Adriano (foto PArCo)

Le indagini per la realizzazione della Linea C della Metropolitana di Roma tra il 2007 e il 2011 riportarono in luce in piazza Madonna di Loreto un’ampia porzione di un imponente edificio pubblico costruito durante l’impero di Adriano (117-138 d.C.), funzionale alla divulgazione culturale, alla pubblica lettura di opere letterarie e in prosa, all’insegnamento della retorica, ma anche all’esercizio dell’attività giudiziaria, oggi noto come Auditoria di Adriano, e inserito nel perimetro delle aree di competenza del Parco archeologico del Colosseo. Il complesso palinsesto stratigrafico di questa area sarà inserito e valorizzato nella nuova stazione della metropolitana C “Piazza Venezia”, e sarà posto in collegamento sotterraneo con l’adiacente Foro di Traiano, oltre che con il complesso del Vittoriano, dando così origine ad una visita “immersiva ma reale” nel sottosuolo di Roma. Gli Auditoria di Adriano saranno raccontati mercoledì 24 marzo 2021 alle 11.30 con una diretta sulle pagine Facebook del PArCo.

Gli Auditoria di Adriano tornati alla luce durante i lavori per la Linea C della metropolitana di Roma (foto PArCo)

L’edificio, separato dal Foro di Traiano da una strada curvilinea, si articolava su due livelli svettando sulla antica via Flaminia – il cui percorso è ricalcato dall’attuale via del Corso – individuata nell’attuale piazza Venezia a una profondità di circa due metri. Il piano terra, conservato solo in parte, si articolava con tre grandi aule, caratterizzate da decorazioni pavimentali e parietali in marmi policromi e dotate di gradonate affrontate ai lati di un corridoio centrale, disposte a raggiera lungo la strada curvilinea. Il corridoio centrale era destinato all’oratore che si rivolgeva al pubblico disposto con subsellia (sedili) sui gradoni per presentare il suo lavoro e accogliere il parere dell’auditorium. Due delle aule sono emerse nel corso dei recenti scavi; parte della terza aula fu individuata agli inizi del Novecento durante la costruzione del Palazzo delle Assicurazioni Generali. Il complesso ha mantenuto una certa continuità fino al VI sec. d.C. quando, all’interno delle aule ormai private dei rivestimenti marmorei, si insedia un’officina metallurgica destinata alla lavorazione delle leghe di rame, riconosciuta per la presenza di scorie di lavorazione e lingotti, oltre che per le fosse di alloggiamento di piccole fornaci scavate nel pavimento e lungo le gradonate. Tra il XII e il XIII secolo, a seguito del violento terremoto dell’847 d.C., al di sopra dei crolli della sala centrale sorse un impianto destinato alla produzione della calce. Infine alla fine del XVI secolo sorse in quest’area l’Ospedale dei Fornari, realizzato dall’omonima Confraternita, cui si deve anche la costruzione della vicina chiesa di Santa Maria di Loreto.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line del libro di Massimo Osanna “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte“ con i professori Fabrizio Pesando e Carlo Rescigno

Per il secondo appuntamento del ciclo “Dialoghi in Curia”, ciclo promosso dal parco archeologico del Colosseo e dedicato alla presentazione di libri che spaziano dall’archeologia, alle figure femminili che hanno fatto la storia dell’Impero, alle nuove frontiere della comunicazione digitale dopo la pandemia, giovedì 25 marzo 2021 alla Curia Iulia è la volta di “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte“ (Rizzoli, 2019), il volume di Massimo Osanna, direttore generale uscente del parco archeologico di Pompei e oggi direttore generale dei Musei italiani. Appuntamento on line alle 11.30 sui canali social del PArCo. Ne parlano Fabrizio Pesando (università “L’Orientale” di Napoli) e Carlo Rescigno (università della Campania “Luigi Vanvitelli).

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La copertina di Massimo Osanna libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” (ed. Rizzoli)

Il volume, attraverso le parole di Osanna, illustra “vita, misteri e segreti raccontati in venti nuove scoperte” esito delle recenti campagne di scavo che hanno accompagnato negli ultimi anni la rinascita del sito grazie ai restauri e all’apertura al pubblico di nuove aree. Affreschi, come la celebre immagine di Leda e il cigno rinvenuta nel 2018; splendidi mosaici come nella Casa di Orione, ricchissime domus rimaste sepolte fino a oggi, e ancora pitture, graffiti, architetture che vengono qui presentati per la prima volta in forma estesa al grande pubblico. Al contempo, Osanna ci restituisce “il presente di duemila anni fa”, illustrando con registro divulgativo ma approccio scientifico dove e come vivevano gli uomini e le donne travolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., cittadini di una città che non è mai morta davvero. Una biografia dei pompeiani che passa anche per gli oggetti (monete, gioielli, vasi, amuleti) e per le abitudini (dai ludus con i gladiatori e le bestie alla dieta), fino al momento fatale in cui il vulcano irrompe e immobilizza il fluire della vita. Un libro non solo per specialisti, corredato da immagini inedite, capace di farci “ritrovare” il tempo di Pompei, un eterno quotidiano – per molti versi così simile al nostro – conservato nei secoli sotto una spessa coltre di ceneri e lapilli.

Roma. Restauro del tempio di Venere e Roma al Foro Romano: al mercoledì diretta dal cantiere con archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo

Il cantiere di restauro del Tempio di Venere e Roma al Foro Romano visto dal Colosseo (foto PArCo)

Due cantieri affacciati sulla piazza dell’Anfiteatro più grande al mondo si guardano: racchiudono altri due primati dell’antichità, l’arco trionfale di Costantino e il tempio più grande dell’antica Roma, quello di Adriano dedicato a Venere e Roma, ampiamente restaurato da Massenzio, rivale di Costantino. Da qualche mese il tempio è oggetto di un intervento di restauro, esito della sponsorizzazione tecnica di Fendi. A partire da mercoledì 17 marzo 2021, alle 11.30, in diretta sulle pagine social del PArCo, ne parleranno i diretti protagonisti, approfondendo gli aspetti della partnership con la maison romana di moda, la storia del tempio progettato dall’imperatore filelleno, il restauro delle volte cassettonate, e la sua valorizzazione che ne permetterà, con l’abbattimento delle barriere architettoniche, di essere ricompreso all’interno di un percorso di visita che ne restituirà la lettura integrale. In attesa il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio virtuale nella “nuvola di punti” che restituisce tridimensionalmente tutto il complesso, con le due celle contrapposte di Venere e Roma.

Giornata nazionale del Paesaggio. Il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani. Sul Palatino piantata l’uva pantastica, un antico vitigno confermato dalle fonti

Esplosione di fiori nel parco archeologico del Colosseo, una grande area verde nel cuore di Roma (foto PArCo)

Nella Giornata nazionale del Paesaggio il parco archeologico del Colosseo presenta il “Parco Green”, il lato verde del Parco, per valorizzare al massimo l’eccezionale ambiente naturale che ci è stato affidato e per dare un contributo allo sviluppo dell’economia sostenibile nei suoi diversi aspetti. Il parco archeologico del Colosseo non è solo un sito archeologico, ma anche una grande area verde che si estende per più di 40 ettari (considerando solo il territorio del Foro Romano e del Palatino) nel cuore della città di Roma. Un “parco naturale” in cui la vegetazione spontanea, tipica dell’area mediterranea, convive con i grandi alberi piantati negli ultimi secoli, allo scopo di far rivivere lo spirito dei giardini imperiali e dei rinascimentali Horti Farnesiani che, in fasi successive, hanno abbellito la sommità dell’antico colle. Quest’area verde è stata scelta come habitat da una nutrita fauna di piccoli mammiferi, rettili, insetti e uccelli.

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Il logo del progetto PArCo Green

Il progetto prende spunto dal concetto molto ampio di “Green Economy” o “Economia Verde” e comprende molte iniziative differenti, accomunate dallo scopo di ridurre l’impatto ambientale, quindi di diminuire l’inquinamento, di conservare l’ecosistema e la biodiversità, promuovendo un modo di vivere maggiormente “in accordo” con il nostro ambiente naturale, utilizzandone le risorse in maniera corretta e senza danneggiarlo. Le nostre attività spaziano dal riciclo dei rifiuti e dei materiali alla realizzazione di progetti pilota di restauro ecosostenibile; dalla raccolta delle piante e dei frutti spontanei del Parco alla messa a dimora di essenze antiche e rinascimentali legate alla storia del nostro sito, e ancora molto altro. In collaborazione con il Servizio Educazione Didattica e Formazione abbiamo inoltre realizzato progetti di educazione alla green economy, rivolti ai nostri visitatori di tutte le età… e oggi più che mai anche ai nostri visitatori virtuali.

La Vigna Barberini sul colle Palatino a Roma (foto PArCo)

Un vitigno antico: l’uva pantastica a Vigna Barberini. La ricerca storica e archeologica sui vini di eccellenza nell’antica Roma ha portato alla conoscenza di un antichissimo vitigno autoctono che Plinio chiama “uva pantastica”, da cui deriva il vino Bellone, coltivato nella provincia di Roma e in quella di Latina. La coltivazione della vite è sempre stata di rilevante importanza per tutte le civiltà che si sono susseguite nel corso della storia ed ebbe un ruolo molto importante anche nel corso della civiltà romana. I Romani furono eccellenti viticoltori: sono state infatti ritrovate tracce archeologiche di trincee della coltivazione della vite, per lo più a filari, spesso anche ad alberello per la vite così detta “maritata”.

Vigneti sul colle Palatino in un’antica mappa (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo conserva ancora nella sua toponomastica delle aree chiamate “vigna”, nel senso più esteso del termine, ovvero orti, e nelle indagini archeologiche e nelle carte storiche la presenza dei vigneti è ben documentata. Da qui l’idea di impiantare una piccola vigna, in un ambito del Colle Palatino denominato appunto “Vigna Barberini”, dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà. Attualmente una piccola area della terrazza accoglie già delle piante da frutto, il fico sacro delle origini e altre tra le più antiche specie. I lavori sono in procinto di aver inizio dato il periodo favorevole nella nostra zona climatica, per l’impianto del vigneto.

Roma. Presentato in Curia Iulia da Emanuele Papi e Paola Quaranta il nuovo libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma”, un racconto mitico, sacrale, rituale e storico che svela il significato più profondo del luogo dove Roma è stata fondata

Il plastico delle capanne del Germalus realizzato nel 1950 dall’architetto Alberto Davico, e conservato al museo Palatino (foto PArCo)

Un racconto mitico, sacrale, rituale e storico che svela il significato più profondo del luogo dove Roma è stata fondata. Ecco il nuovissimo libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” (Laterza, 2021) presentato giovedì 11 marzo 2021 in Curia Iulia nel Foro Romano nell’ambito dei “Dialoghi in Curia” promossi dal Parco archeologico del Colosseo. Il volume indaga l’essenza mitica e storico-archeologica del monte Germalus sul Palatino, con una ricerca nuova e sistematica: dal ritrovamento dell’altare e del penetrale di Pales ai nuovi studi sui templi di altri culti femminili e sulle capanne prima dei capi locali, poi del primo re; dal riesame del palazzo di Augusto alla riconsiderazione delle diverse fondazioni dell’abitato sul Tevere. Sono intervenuti Emanuele Papi direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, e Paola Quaranta funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo, responsabile dell’area del Palatino. Sulle pagine social del PArCo il resoconto dell’interessante incontro.

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La copertina del libro di Andrea Carandini e Paolo Carafa “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” (Laterza, 2021)

I misteri delle origini di Roma si annidano nei 31 ettari del Palatino che si affacciano sul Tevere, lì dove un tempo si ergeva il monte Germalus: prima villaggio dei Velienses, poi centro ‘proto-urbano’ del Septimontium e infine urbs Roma. Tre abitati forse tutti fondati tra il 1050 e il 750 a.C., nel giorno di un capodanno pastorale anteriore alla città fissato al 21 aprile. Metà di questo monte è rimasta un luogo di culti e di memorie, l’unico risparmiato dai palazzi dei principi; l’altra metà è stata occupata dal primo palazzo di Augusto, che ha rifondato la città nella casa-santuario da cui governava l’impero come principe e pontefice massimo. “Dal mostro al principe. Alle origini di Roma” indaga l’essenza mitica e storico-archeologica del monte Germalus, con una ricerca nuova e sistematica: dal ritrovamento dell’altare e del penetrale di Pales ai nuovi studi sui templi di altri culti femminili e sulle capanne prima dei capi locali, poi del primo re; dal riesame del palazzo di Augusto, che ne propone una ricostruzione nuova sotto numerosi aspetti, alla riconsiderazione delle diverse fondazioni dell’abitato sul Tevere.

9 marzo 2021: a un anno dall’inizio del lockdown e nel giorno di Santa Francesca Romana, protettrice dalle pestilenze, riaperta al culto la basilica di Santa Francesca Romana al Foro romano, dopo un delicato intervento di restauro al soffitto ligneo seicentesco promosso dal parco archeologico del Colosseo e dal Fondo Edifici per il Culto. Presentato il volume “Il restauro della Speranza”

In primo piano, nel Foro romano, la basilica di Santa Francesca Romana, a un passo dall’arco di Tito (foto PArCo)

9 marzo: una data importante, soprattutto per i romani. Il calendario festeggia Santa Francesca Romana, co-patrona di Roma, protettrice dalle epidemie. Proprio il 9 marzo 2020 l’Italia si fermò per il lockdown. Il 9 marzo 2021, a un anno di distanza da quel giorno in cui si bloccò ogni attività, chiudendo anche e soprattutto i luoghi della cultura, il Parco archeologico del Colosseo  con il Fondo Edifici per il Culto e la Comunità Benedettina Olivetana hanno annunciato la riapertura al culto della Basilica di Santa Francesca Romana, dopo un delicato intervento di restauro al soffitto ligneo seicentesco. Un’occasione “storica” accompagnata da una preziosa pubblicazione di studi “Santa Francesca Romana. Cronache di un restauro nel segno della Speranza“, curato da Alfonsina Russo, Cristina Collettini e Alessandro Lugari (Gangemi editore), che raccoglie l’esperienza vissuta negli ultimi mesi a contatto con lo straordinario patrimonio storico artistico della basilica dedicata alla Santa, co-patrona di Roma​, protettrice delle automobili, morta il 9 marzo 1440. “Francesca – va ricordato – mise a rischio la sua stessa vita per soccorrere e curare i malati dalla peste che all’epoca ammorbava Roma e che le aveva ucciso anche i figli Evangelista e Agnese, ed è considerata per tale ragione protettrice dalle pestilenze e carestie”.

Il timpano che corona la facciata della basilica di Santa Francesca Romana nel Foro romano (foto PArCo)

La basilica di Santa Francesca Romana come la vediamo oggi – spiegano al parco archeologico del Colosseo – è la trasformazione barocca della chiesa paleocristiana di Santa Maria Nova fatta erigere da Leone IV nell’847 per assegnarle il titolo cardinalizio che era della chiesa di Santa Maria Antiqua distrutta da un terremoto. La chiesa e l’annesso monastero si innestano sul podio del tempio romano di Venere e Roma nel foro romano, il più grande dell’antichità fatto erigere da Adriano nel 135. Il soffitto seicentesco a cassettoni lignei della chiesa è uno dei più complessi e affascinanti tra quelli del centro storico di Roma. Realizzato su progetto di Carlo Lambardi secondo l’iconografia proposta dal Cardinale Emilio Sfrondati, presenta una ripartizione in lacunari fortemente decorata nella cui fascia centrale spiccano tre gruppi scultorei lignei: quello verso l’altare rappresenta Santa Francesca Romana con l’angelo, quello centrale la Vergine con le Sante Agnese e Cecilia, quello in prossimità dell’altare San Benedetto. All’ordine dei Benedettini infatti appartengono i monaci della congregazione di Monte Oliveto Maggiore che dal XIV secolo risiedono in questo complesso passato in proprietà al Ministero dell’Interno-Fondo Edifici di Culto.

Il cantiere di restauro del controsoffitto ligneo della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

L’intervento di messa in sicurezza e restauro del sottotetto e del controsoffitto a lacunari è stato avviato nell’estate 2020 dopo la segnalazione di alcuni frammenti pittorici caduti a terra. Le infiltrazioni d’acqua degli anni passati avevano imbibito le strutture lignee compromettendo gli apparati decorativi e il sistema di tenuta. Solo dopo aver assicurato la tenuta della struttura e ripristinato la coesione delle orditure, i restauratori hanno eseguito il restauro delle superfici decorate e dei gruppi scultorei provvedendo alla riadesione della pellicola pittorica e delle dorature in foglia d’oro, colmando le mancanze, riallineando cromaticamente le lacune, nel pieno rispetto dei principi del restauro modernamente inteso: riconoscibilità, reversibilità, minimo intervento, autenticità. In occasione di questa ricorrenza tanto simbolica quanto drammatica (9 marzo 2020-9 marzo 2021), il parco archeologico del Colosseo ha proposto il video-racconto del restauro, realizzato da Mario Cristofaro, nella speranza di una ripartenza e rinascita per tutti.

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Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo, nella basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Si sta concludendo l’intervento di restauro sul soffitto cassettonato della chiesa di Santa Francesca Romana”, spiega Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “Questo intervento è frutto di una felice collaborazione del PArCo e del Fondo Edifici di Culto che prontamente non appena è stata rappresentata la criticità del soffitto è intervenuto con un finanziamento. Si può dire che è un intervento che ha visto la sinergia di tante persone: devo ringraziare tutta l’équipe intervenuta nel restauro, magistralmente condotta dall’architetto Cristina Collettini e anche dal nostro restauratore Alessandro Lugari. L’impegno da parte di tutti è stato proprio quello di concludere i lavori per riaprire finalmente la chiesa il 9 marzo 2021, il giorno di Santa Francesca Romana. E devo ringraziare anche i Padri Olivetani che hanno in tutti i modi agevolato questo intervento finalizzato a riaprire la chiesa il 9 marzo 2021: riaprire la basilica di Santa Francesca Romana il 9 marzo 2021 a distanza di un anno dal lockdown rappresenta un segno di speranza per una ripresa di tutte le attività in Italia e soprattutto per i luoghi della cultura. Tutto il lavoro è racchiuso nel libro “Santa Francesca Romana. Cronache di un restauro nel segno della Speranza”. Tutto l’impegno, la passione e la disponibilità di tecnici, del nostro personale del parco archeologico del Colosseo, del personale del Fondo Edifici di Culto, dei monaci Olivetani è racchiuso in queste pagine. Spero che sia l’occasione per conoscere la passione di quanti lavorano nel mondo della conservazione dei beni culturali e del restauro, ma è anche un modo per conoscere questo luogo straordinario che è la basilica di Santa Francesca Romana”.

Santa Francesca Romana e l’angelo: marmo ottocentesco di Giosuè Meli (foto PArCo)
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Dom Benedetto Maria Toglia, priore di Santa Maria Nova (foto PArCo)

Benvenuto virtuale a tutti da parte della comunità dei monaci benedettini di Monte Oliveto Maggiore che custodiscono questo luogo, la basilica di Santa Francesca Romana, oramai da più di sette secoli. “Siamo qui in questo luogo dove la tradizione cristiana vuole che Simon Mago abbia sfidato il principe degli apostoli”, spiega il priore dom Benedetto Maria Toglia. “E vi rinnoviamo il nostro benvenuto perché nella nostra regola San Benedetto dice che quando l’ospite bussa alle porte del monastero è Cristo stesso che si presenta. E voi oggi nostri ospiti in questo immenso cantiere siete i benvenuti perché giungete qui nel nome di Gesù Cristo. Il 9 marzo 2020 veniva chiusa tutta l’Italia e sappiamo tutti bene il perché. Oltre all’evento della pandemia ci sono stati eventi fisici che hanno contribuito alla chiusura di questo sacro tempio. Finalmente “Nel segno della Speranza”, come è intitolata la pubblicazione diffusa il 9 marzo 2021 quale segno grandioso di speranza, questo luogo che è casa di Dio sarà restituito al culto. E lo faremo proprio nella solennità di Santa Francesca Romana, co-patrona di Roma, patrona delle vedove, protettrice degli automobilisti. Quella celebrazione sarà non soltanto una celebrazione di ringraziamento, ma sarà soprattutto una celebrazione di intercessione per chiedere alla più romana delle Sante la fine della pandemia. La sua casa ritornerà a essere casa di tutti, e questo solo grazie a tante persone che si sono spese per dare splendore ma soprattutto sicurezza a questa casa di Dio. Grazie alla direzione del parco archeologico del Colosseo, grazie al Fondo edifici di Culto, grazie a ogni singola persona che ci ha sostenuto e attinto alla preghiera dei monaci perché intercedessero per loro presso la loro Santa. L’augurio più bello che io possa fare anche in nome di Santa Francesca Romana è che nella speranza sorga un’alba nuova. Grazie”.

Il prezioso mosaico absidale della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)
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Cristina Collettini, architetto del PArCo, direttore dei lavori alla basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Siamo nella chiesa di Santa Francesca Romana, la santa che protegge dalle pestilenze, una delle sante più amate dal popolo romano”, interviene Cristina Collettini, architetto del PArCo, direttore dei lavori. “È una delle chiese con uno dei più bei soffitti del Seicento. Quest’estate dei frammenti a terra di pittura ci hanno fatto capire che c’era qualche problema al soffitto a cassettoni e quindi abbiamo iniziato la verifica e ci siamo resi conto che in realtà c’erano problemi strutturali ben più gravi di quelli che avevamo inizialmente immaginato. E abbiamo quindi iniziato dei lavori di messa in sicurezza del soffitto e poi di restauro di tutti gli apparati scultorei e delle superfici decorate. Il cantiere ancora in corso è stato uno dei più affascinanti e anche più difficili da dirigere. Abbiamo dovuto lavorare in simbiosi, restauratori e maestranze edili. Le maestranze che lavoravano al sottotetto, i restauratori al di sotto del soffitto a cassettoni. Dovevamo cercare di ancorare alla struttura portante del tetto tutti i gruppi scultorei e tutte le fasce di definizione dei lacunari, e dovevamo farlo con dei metodi meno invasivi possibili. Abbiamo utilizzato dei materiali di uso comune, tipo il teflon, abbiamo utilizzato delle bandelle di acciaio, oltre che ai classici elementi di chiodatura e alle colle. E c’è stata una forte collaborazione tra i restauratori che dal basso ancoravano gli elementi scultorei e dall’alto le maestranze edili che riuscivano ad ancorarle sulla struttura lignea, sulle capriate lignee del soffitto. In questo cantiere c’è stato il continuo confronto tra la direzione lavori e le maestranze e i restauratori. Infatti la scelta iniziale di utilizzare i fili in teflon poi non si è rivelata utile, e quindi abbiamo dovuto modificare le nostre scelte. Ma lo facevamo quotidianamente. Ogni volta cerchiamo di individuare una soluzione migliore. Alla fine per ancorare i gruppi scultorei, abbiamo scoperto che la soluzione migliore era quella di utilizzare i classici fili da pesca utilizzati per la pesca ai tonni. Tutti i principi cardine del restauro critico, del restauro modernamente inteso, sono stati rispettati in questo cantiere. Abbiamo cercato di rendere distinguibili tutti gli interventi nuovi, appunto con l’utilizzo di materiali moderni, materiali anche di uso comune. Abbiamo cercato però di non dare un impatto eccessivo a livello estetico, cercando di riallineare a livello cromatico gli inserimenti nuovi rispetto agli sfondi. Abbiamo cercato sempre di utilizzare materiali compatibili: quindi il legno, l’acciaio, tutti materiali che non arrecano danni, che hanno caratteristiche fisiche e meccaniche compatibili con i materiali originali e prettamente il legno. Ho chiesto un grande sforzo sia alle maestranze edili sia ai restauratori. Era importante chiudere i lavori entro la fine di febbraio 2021, perché il nostro obiettivo era quello di ridare al pubblico la chiesa il 9 marzo 2021, non solo perché il 9 marzo è il giorno dedicato alla Santa che, ripeto, è la santa protettrice dalle pestilenze, ma anche perché è anche un anno dal primo lockdown, quindi dalla chiusura che abbiamo avuto a causa di un virus”.

Restauri al controsoffitto ligneo della basilica di Santa Francesca Romana (foto PArCo)
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Alessandro Lugari, restauratore del PArCo, responsabile degli interventi a Santa Francesca Romana (foto PArCo)

“Ci troviamo sul ponteggio della navata della chiesa di Santa Francesca Romana a contatto col controsoffitto del Seicento”, spiega Alessandro Lugari, restauratore del PArCo. “Stiamo facendo questo restauro a seguito di un intervento di somma urgenza, allertati dopo che il parroco aveva trovato a terra dei frammenti di vernice e di legno. Quindi abbiamo fatto subito un controllo del sottotetto e poi con un ponteggio mobile abbiamo visto che era il caso di fare un intervento di somma urgenza, di bloccaggio insomma del sistema tetto che è abbastanza complesso: tutta la struttura a capriate coperta dai tavolati delle tegole-coppi su cui è ancorato il controsoffitto ligneo. Su questo poi c’è tutta la decorazione con le statue applicate, e le varie decorazioni sia pittoriche che metalliche: in questo caso solo foglia d’oro. Il lavoro è stato articolato in due fasi: la prima fase, appunto, è stata quella della messa in sicurezza di tutto il sistema. Sono intervenute due ditte, una di restauro che lavorava sulla parte decorata e una ditta edile che lavorava nel sottotetto. Operando insieme abbiamo visto quali erano i problemi nei riquadri grandi, tenuti da queste grandi travature. Si vedono bene le deformazioni che hanno subito queste grandi travature per l’inizio del cedimento della struttura portante sopra. Questo si nota dalle curvature delle travi portanti. Siamo intervenuti sull’apparato decorativo che comunque si sostiene all’apparato portante superiore. E questo lo abbiamo fatto attraverso bandelle, fili d’acciaio, filini in kevlar, a seconda della situazione. Per esempio, sui travi abbiamo messo delle bandelle in acciaio che si collegano ai travetti superiori. Le sculture sono state rinforzate invece che con chiodature, come erano in originale, con dei cavi che sono sempre ancorati sulla struttura portante sopra, e sono cavi in kevlar, quindi materiale molto resistente e molto sottile, che poi è stato accordato cromaticamente col colore della statua in modo che da basso è abbastanza invisibile. Una volta finita la parte strutturale è stata fatta una prima pulitura generale, una depolveratura soft per evitare di danneggiare tutte le parti delle pellicole pittoriche distaccate. E un consolidamento quasi in contemporanea cercando di bloccare tutta la pellicola pittorica o le foglie d’oro e tutte le parti timbrate in oro. Su queste parti superficiali, generalmente sul legno, su cui è difficile ancorare sia lo strato pittorico che le pellicole metalliche, si interviene con un fondo. I fondi sono generalmente con un aggregato fine e una sostanza proteica. In antico si facevano con albume d’uovo o con la colofonia (pece greca), insomma comunque leganti organici. La parte più problematica era l’angolo Nord-Est, perché in questa parte c’erano state delle infiltrazioni d’acqua, risolte nel 2018: alcune infiltrazioni d’acqua hanno creato deformazioni sia alla struttura portante sia al cassettonato. Il legno era particolarmente ammalorato: abbiamo sostituito la parte interna portante rimettendo a vista le parti antiche, consolidate, restaurate e accordate cromaticamente con l’originale. Quindi una volta finito il consolidamento della parte pittorica, siamo intervenuti anche sul consolidamento di tutte le parti aggettanti: le cornici, i dentelli, anche con delle piccole sostituzioni. Alcuni dentelli sono stati sostituiti. Ovviamente dove le lacune erano molto grandi non siamo intervenuti. Una volta fatte le sostituzioni è stato accordato tutto cromaticamente con l’originale. Le parti in oro sono state chiaramente pulite. L’oro ha questo vantaggio che una volta pulito ritorna come in origine. E dove c’erano le lacune dell’oro è stata rimessa la foglia d’oro. Chiaramente tutto questo è stato dettagliatamente documentato con delle tavole tematiche sia tutte le morfologie di degrado sia tutti gli interventi di consolidamento, di dipintura, di stuccatura, di sostituzione degli elementi”.

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Fausto Toscani, restauratore edile, e Paola Picco, restauratrice specializzata in superfici decorate (foto PArCo)

“Stiamo ultimando l’intervento di restauro conservativo del soffitto a cassettoni”, conclude la restauratrice Paola Picco. “Ci siamo occupati sin da questa estate, insieme all’impresa Ettore Palmucci, della messa in sicurezza in prima battuta, perché il soffitto era molto dissestato, con l’inserimento di angolari e di strutture di bandelle che vanno ad ancorare le assi portanti alle travature di cui naturalmente si è occupata l’impresa di edilizia nel sottotetto. Una collaborazione che è riuscita particolarmente felice. Appunto noi restauratori siamo stati sul soffitto ad ancorare statue e tavolati, e naturalmente a occuparci anche del consolidamento di tutta la pellicola pittorica e di tutta la foglia d’oro che è una gran parte della decorazione”.