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Archeologia in lutto. Si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi

Il prof. Lorenzo Quilici è morto a 88 anni (foto parco archeologico appia antica)

Archeologia in lutto. Il 13 agosto 2026 si è spento a 88 anni il prof. di Lorenzo Quilici, “insigne archeologo e maestro della topografia antica”, lo ricorda il ministro della Cultura Alessandro Giuli. “Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua vita alla ricerca, contribuendo in maniera determinante agli studi archeologici e alla conoscenza dell’Italia antica. A Simone Quilici, Direttore del Parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bene giungano le mie sentite condoglianze”. Era nato il 1° gennaio 1938. Unanime il cordoglio di enti culturali, studiosi e allievi.

Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica, ha insegnato dal 1990 al 2010 nell’università di Bologna, dove è stato direttore dell’Istituto di Archeologia e coordinatore del dottorato in Topografia antica. Numerosi i progetti dei quali è stato responsabile scientifico, direttore di ricerca e coordinatore nazionale (progetti di rilevante interesse nazionale del ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica; progetto finalizzato Beni culturali del Consiglio nazionale delle Ricerche), volti allo studio e ricostruzione diacronica della forma del territorio e alla redazione di Carte archeologiche. Ricercatore del Consiglio nazionale delle Ricerche dal 1969 al 1990, ha svolto la propria attività prima nell’Istituto per gli Studi egeo anatolici, poi nel Centro di studio per l’Archeologia etrusco-italica. Ha condotto ricerche e studi storici, di topografia antica, di urbanistica e analisi di monumenti soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, nonché in Turchia e nell’isola di Cipro, in un arco cronologico che va dall’età del Bronzo al Rinascimento, ma precipuamente focalizzati al mondo italico e romano. Ha diretto scavi a Roma e nel Lazio, in Etruria, nel Molise, in Basilicata, in Calabria, a Cipro. Ha diretto e condotto studi, programmazioni e pianificato attività di restauro, tutela e valorizzazione di monumenti, di parchi archeologici, tra i quali in particolare quello della via Appia nella Valle di S. Andrea, tra Itri e Fondi. Ha organizzato o collaborato a numerose mostre e convegni, con ministeri e soprintendenze archeologiche, Regioni, Comunità Montane, Comuni, Istituzioni di urbanistica e di attività culturali.

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA. Il parco archeologico dell’Appia Antica ricorda Lorenzo Quilici. Topografo dell’Italia antica, professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante tematico di Topografia antica, nel 2020 insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Alla via Appia Lorenzo Quilici ha dedicato una parte essenziale del proprio lavoro. I suoi studi sul tracciato della Regina Viarum restano lo strumento di riferimento per chiunque se ne occupi: una base di conoscenza su cui si fondano ancora oggi la tutela, la ricerca e il racconto di questa strada. La sua vicinanza al Parco non è stata soltanto scientifica. Ha firmato un contributo nel catalogo di Patrimonium Appiae. Depositi emersi, la prima grande esposizione archeologica promossa dal Parco, e ha collaborato alla realizzazione della mostra immersiva Via Appia. La strada che ci ha insegnato a viaggiare, accompagnando con rigore e generosità il lavoro di chi oggi custodisce questi luoghi. Un abbraccio affettuoso a Stefania “Stefanella” Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, anche lei amica dell’Appia.

PARCO ARCHEOLOGICO DEL COLOSSEO. Il parco archeologico del Colosseo esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici, figura di primo piano dell’archeologia italiana e studioso che ha dedicato la propria attività alla conoscenza della topografia antica, della viabilità, degli insediamenti e della formazione storica dei territori. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, dove ha insegnato dal 1990 al 2010, Quilici aveva alle spalle una lunga esperienza di ricerca maturata anche presso il CNR. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei territori, le ricognizioni, il rilievo, l’indagine archeologica e una costante attenzione alle relazioni fra città, infrastrutture, paesaggio e ambiente. È soprattutto in questa capacità di leggere il territorio come documento storico che risiede uno dei tratti più importanti della sua eredità scientifica. A questa prospettiva ha contribuito in modo significativo anche il suo impegno nella ricerca territoriale e nella costruzione della documentazione archeologica. Le numerose indagini condotte insieme a Stefania Quilici Gigli hanno interessato diversi territori dell’Italia antica, dal Lazio alla Campania e all’Italia meridionale, affrontando temi che spaziano dalla viabilità alla pianificazione urbana, dalle fortificazioni ai santuari, dall’organizzazione delle campagne alla trasformazione del paesaggio. Fondamentale è stata inoltre la sua attività editoriale. Nel 1992 Lorenzo Quilici fondò e diresse l’Atlante tematico di Topografia antica, affiancato da Stefania Quilici Gigli: una collana divenuta negli anni un importante punto di riferimento per gli studi sulla forma delle città e dei territori dell’Italia antica. Accanto alla vasta produzione scientifica resta dunque il lascito di un metodo e, soprattutto, di uno sguardo capace di superare il singolo monumento per restituire all’archeologia la dimensione del territorio, delle relazioni e delle trasformazioni che lo hanno prodotto. Al nostro direttore Simone Quilici, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini nel lungo percorso umano e scientifico giunga la partecipazione del PArCo al dolore per la sua scomparsa.

PARCO DEGLI ACQUEDOTTI. Apprendiamo con dispiacere della scomparsa del prof. Lorenzo Quilici, uno dei maestri della topografia antica italiana e uno dei grandi studiosi del Suburbio romano e della Campagna Romana. Per il Parco degli Acquedotti il suo nome ha un significato particolare. Quilici ha studiato e documentato a lungo questo settore della città e molti dei luoghi che fanno parte della storia del nostro Parco. Nel 1974 pubblicò La Campagna Romana come suburbio di Roma antica e nel 1978 La Via Latina da Roma a Castel Savelli, ancora oggi un’opera fondamentale per conoscere la Via Latina e il territorio che attraversava. Nelle sue pagine ritroviamo Tor Fiscale, Campo Barbarico, le Vignacce, Roma Vecchia, gli acquedotti, le ville e i numerosi monumenti funerari della Via Latina. Ma ritroviamo anche una Campagna Romana molto diversa da quella attuale. Quilici ebbe infatti la possibilità di vedere, fotografare, rilevare e descrivere strutture che negli anni successivi furono trasformate o andarono definitivamente perdute. Per questo una parte della sua documentazione costituisce ormai una testimonianza insostituibile del paesaggio archeologico del nostro territorio. Due anni fa, in occasione del suo 86mo compleanno, avevamo voluto ricordarlo proprio attraverso La Via Latina da Roma a Castel Savelli. Avevamo pubblicato la fotografia di un sepolcro laterizio a due piani, tagliato dalla costruzione della ferrovia e oggi scomparso. Scrivevamo allora che le testimonianze lasciate dal Prof. Quilici sui monumenti del Parco erano «un tesoro immenso per riuscire a capire la ricchezza del territorio in cui ci troviamo». Oggi quelle parole acquistano per noi un significato ancora maggiore. Professore all’università di Bologna, fondatore e direttore dell’Atlante Tematico di Topografia Antica, Quilici ha dedicato la propria vita allo studio delle città, delle strade e dei territori dell’Italia antica. Fondamentali sono stati anche i suoi studi sulla Via Appia, ai quali devono ancora fare riferimento quanti si occupano della Regina Viarum. Nel 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo aveva insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Una lunga vita di studio e di ricerca condivisa con la Prof.ssa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di lavoro, alla quale, insieme alla famiglia, agli allievi e a quanti gli sono stati vicini, rivolgiamo le nostre più sentite condoglianze. Il Parco degli Acquedotti perde uno dei suoi grandi studiosi. Grazie, Professore, per quello che ci ha lasciato.

CONFEDERAZIONE ITALIANA ARCHEOLOGI Con la scomparsa di Lorenzo Quilici, l’archeologia italiana e la topografia antica perdono uno dei loro interpreti più rigorosi, appassionati e illuminati. Prima ricercatore al CNR, poi professore ordinario di Topografia antica all’università di Bologna, Lorenzo Quilici è stato uno studioso instancabile. Non si contano i centri dell’Italia antica debitori del suo lavoro, così come vanno ricordati il suo profondo interesse per le vie consolari, a partire dalla sua amata Appia, gli studi minuziosi sul Latium Vetus, su Geronium e Cipro oltre a quelli dedicati alle monumentali fortificazioni in opera poligonale dell’Italia centrale. Con l’ideazione dell’Atlante Tematico di Topografia Antica e Orizzonti, condivise con la moglie e compagna di vita Stefania Quilici Gigli, ha consegnato a generazioni di studiosi degli strumenti scientifici imprescindibili. Ci piace ricordare che, secondo lui, non esiste «rischio archeologico»: semmai esiste la «fortuna archeologica» di scoprire un nuovo sito. Lorenzo lascia un ricordo indelebile e generazioni di studenti che si sono appassionati al mondo antico grazie a lui. Era un vero luminare, eppure la sua straordinaria caratura scientifica non metteva mai in ombra la gentilezza, la passione e quella simpatia che trasparivano in ogni gesto. Un uomo di rara umanità.

Il visto si stampi dei direttori Lorenzo e Stefania Quilici all’Atlante Tematico di Topografia Antica N. 34, 2024 (foto l’erma di bretschneider)

L’ERMA DI BRETSCHNEIDER. Tutta L’Erma è profondamente addolorata per la scomparsa di Lorenzo Quilici, archeologo e tra i massimi studiosi della topografia antica italiana degli ultimi cinquant’anni. Professore di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la vita alla ricostruzione dei paesaggi e delle città del mondo romano, fondando insieme a Stefania Quilici Gigli la rivista Atlante Tematico di Topografia Antica, da lui diretta fin dal 1990 e pubblicata da L’Erma di Bretschneider. Condividiamo un ricordo personale del nostro editore Roberto Marcucci: “La prima volta che ho visto e conosciuto Lorenzo Quilici e Stefania Gigli (forse non ancora sposati) è stata nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Etruschi. Ero lì per incontrare Massimo Pallottino. Era intorno al 1990, forse prima. Entrando, li ho visti entrambi vicini e assorti nell’esaminare alcuni documenti. Dal loro atteggiamento ho colto una forte vicinanza e un interesse comune. Nel 1990 abbiamo iniziato a collaborare con la collana/rivista Atlante Tematico di Topografia Antica e i Supplementi ATTA. Una collaborazione professionale sempre amichevole e coinvolgente. Lorenzo è stato per molti anni anche membro della Giuria Scientifica del Premio L’Erma di Bretschneider, seguendo con rigore e generosità il lavoro dei giovani ricercatori e mettendo sempre la sua esperienza al servizio di chi iniziava. Ricordo con affetto le cene a casa sua e di Stefania, nella loro bella casa con giardino, sempre piacevolmente coinvolgenti e interessanti. Lorenzo amava mangiare e bere con gli amici, e poi, nel periodo natalizio, con orgoglio ci mostrava il suo presepe, tutto lavorato e costruito a mano: bellissimo, con una varietà di personaggi e paesaggi. Se ne va uno studioso straordinario. Ma io perdo soprattutto un amico. Mi mancherà l’amico. Un abbraccio forte a Stefania, in questo momento di dolore”.

MUSEO NAZIONALE ROMANO. Anche il museo nazionale Romano ricorda Lorenzo Quilici e si stringe nel cordoglio attorno alla famiglia, in particolare alla moglie, la Professoressa Stefanella Quilici Gigli, e al nipote Simone Quilici. Per molti anni ricercatore al CNR e in seguito professore ordinario di Topografia dell’Italia antica presso l’università di Bologna, dove è stato anche Direttore dell’Istituto di Archeologia, Lorenzo Quilici è stato tra i massimi studiosi della topografia antica italiana. La sua attività scientifica, le sue ricerche e il suo insegnamento hanno lasciato un segno indelebile nello studio e nella conoscenza del territorio e hanno contribuito alla formazione di generazioni di archeologi. Di lui ricorderemo sempre il rigore scientifico ma anche la simpatia e la gentilezza.

MUSEI ITALIANI. Ci ha lasciato oggi a Roma il prof. Lorenzo Quilici, tra i più autorevoli archeologi italiani e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, ha dedicato la sua attività alla conoscenza dell’Italia antica attraverso lo studio dei territori, della viabilità, delle città e dei paesaggi, con particolare attenzione alla Via Appia e all’Italia centro-meridionale. Professore all’università di Bologna e già ricercatore del CNR, ha lasciato una vastissima produzione scientifica e un metodo di ricerca fondato sulla conoscenza diretta dei luoghi, sul rigore dell’analisi e sull’attenzione alla tutela del patrimonio. Alla prof.ssa Stefanella Quilici Gigli, a Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, alla famiglia e a quanti gli sono stati vicini giunge il cordoglio della comunità dei Musei italiani.

L’archeologo Lorenzo Quilici (foto drm-basilicata)

DIREZIONE REGIONALE MUSEI NAZIONALI DELLA BASILICATA. I Musei nazionali di Matera – direzione regionale Musei nazionali di Basilicata partecipano commossi al dolore per la perdita del professore Lorenzo Quilici. Archeologo e insigne studioso, maestro indiscusso della Topografia dell’Italia antica, fu ricercatore del CNR e poi professore ordinario all’Alma Mater Studiorum – università di Bologna. Fin dagli anni ’60 si occupò di studi e ricerche in Basilicata, regione che aveva particolarmente a cuore, attraverso indagini e ricognizioni sul territorio che hanno portato all’edizione del volume “Siris-Heraklea” nella collana della Forma Italiae. A cavallo tra gli anni ’90 e 2000 coordinò e diresse, insieme alla sua compagna di vita e di studi, Stefania Quilici Gigli, il progetto “Carta archeologica della Valle del Sinni”, edito all’interno della collana da lui ideata “Atlante Tematico di Topografia Antica”. Numerosi i suoi progetti di ricerca in Basilicata, come quello a Valsinni – Monte Coppola, sempre finalizzati a ricostruire l’assetto del territorio nelle diverse epoche. Rilevanti anche i suoi lavori volti alla valorizzazione della Via Appia, per la cui tutela cui ha dedicato un profondo impegno non solo scientifico. L’insegnamento alla tutela del paesaggio archeologico e alla lettura delle tracce antiche nelle persistenze attuali resta vivo nei suoi numerosissimi allievi. Un abbraccio a Stefanella Quilici Gigli e ai familiari.

Ricordo del prof. Lorenzo Quilici della Sabap per la città metropolitana di Bari

SOPRINTENDENZA APAB PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI BARI. Oggi l’archeologia italiana perde Lorenzo Quilici, maestro della topografia antica, che ha insegnato a generazioni di archeologi a leggere le tracce del passato nella complessità dei territori e dei paesaggi. All’Appia dedicò una parte fondamentale della sua ricerca, definendone la costruzione “un’impresa di Civiltà”. Nel suo sguardo la strada non era mai soltanto un tracciato, ma una trama di città, insediamenti, monumenti e paesaggi, legati dal cammino degli uomini. Scriveva che l’Appia “venne a percorrere tutta l’Italia antica, allacciando il mare Tirreno all’opposto mare”. In quelle parole ritroviamo anche la nostra Puglia: una terra attraversata dalla 𝘙𝘦𝘨𝘪𝘯𝘢 𝘝𝘪𝘢𝘳𝘶𝘮 fino a Brindisi, dove il lungo viaggio dell’Appia incontrava l’Adriatico e l’orizzonte si allargava al Mediterraneo, ai suoi approdi e alle culture che per secoli lo hanno attraversato e unito. Ci resta impresso il suo modo di guardare il territorio: leggere le tracce, riconoscere le relazioni, comprendere nel paesaggio il lungo intreccio tra uomini, luoghi e culture. Un orizzonte di ricerca che continuerà ad accompagnare chi quei territori li studia, li tutela e li racconta. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia.

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA. Il Parco si unisce nel cordoglio per la scomparsa di Lorenzo Quilici. “Non ho davvero parole per esprimere tutta la mia tristezza e il mio dolore per la perdita di Lorenzo Quilici”, scrive il direttore del Parco, Alessandro D’Alessio. “Semplicemente, con lui scompare una parte enorme e insostituibile della nostra Disciplina. Smisurato, profondissimo e parimenti umano il suo lascito. A Stefanella le mie e nostre più sincere, sentite e addolorate condoglianze”.

Il prof. Lorenzo Quilici, maestro della Topografia antica (foto archeologia aerea)

ARCHEOLOGIA AEREA / PROGETTO VIA TRAIANA / LABTAF UNISALENTO / AQUINUM. “Stamattina ci ha lasciato Lorenzo Quilici, uno dei grandi Maestri dell’Archeologia e della Topografia antica italiana”, scrive Giuseppe Ceraudo. “È difficile per me ricordarlo soltanto attraverso i suoi tanti meriti scientifici, perché appartiene profondamente anche alla mia storia personale e alla mia formazione di archeologo e topografo. Lorenzo Quilici ha rappresentato per oltre mezzo secolo una delle espressioni più alte di quella Scuola romana di Topografia antica nella quale anch’io ho avuto la fortuna di formarmi e della quale ho sempre sentito forte l’eredità e il senso di appartenenza. Ha dedicato la sua vita allo studio della città, del territorio, della viabilità e dell’architettura del mondo antico. Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo conservano il segno delle sue ricerche. I suoi libri, le riviste e le collane che ha fondato, i tanti progetti che ha promosso hanno contribuito in maniera determinante alla crescita della nostra disciplina e hanno formato generazioni di archeologi. Ma ciò che oggi sento soprattutto il bisogno di ricordare è il Maestro. Rigoroso ed essenziale, elegante nei modi come nella scrittura, sapeva unire alla grande autorevolezza scientifica una rara liberalità intellettuale. Non aveva bisogno di far pesare il proprio sapere: lo metteva a disposizione. Amava il confronto, era curioso delle nuove ricerche, ascoltava, discuteva e soprattutto sapeva dare spazio agli altri e ai più giovani. È una qualità che ho sempre profondamente apprezzato in lui e che considero uno dei suoi insegnamenti più preziosi. In Lorenzo ho sempre riconosciuto una concezione dell’archeologia nella quale mi sono sentito profondamente a casa: quella di una disciplina che parte dal terreno, dalla conoscenza diretta dei luoghi e dalla capacità di leggere il paesaggio nella sua complessità; un’archeologia nella quale ricerca, tutela e valorizzazione non possono essere separate, perché appartengono alla medesima responsabilità nei confronti del patrimonio e della collettività. Per questo la sua scomparsa mi addolora profondamente. Con Lorenzo se ne va un protagonista dell’archeologia italiana e uno degli ultimi grandi rappresentanti di una stagione straordinaria della Topografia antica. Ma per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di condividere con lui studi, incontri, discussioni e momenti di vita accademica, se ne va soprattutto un Caposcuola e un punto di riferimento. Rimangono i suoi libri e le sue ricerche. Rimangono le riviste, le collane e i progetti che ha creato. Rimane una scuola di studi alla quale ha dato moltissimo. E rimane, soprattutto, ciò che ha trasmesso alle tante generazioni di archeologi che hanno avuto il privilegio di incontrarlo lungo il proprio cammino. In questo momento così doloroso il mio pensiero e il mio affetto vanno a Stefanella, a Simone e a tutta la sua famiglia. Grazie Professor Quilici. Grazie Lorenzo, per quello che ci hai insegnato e per essere stato Maestro”.

Il prof. Lorenzo Quilici si è spento a 88 anni (foto ic-vepp)

ISTITUTO CENTRALE PER LA VALORIZZAZIONE ECONOMICA E LA PROMOZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE (IC-VEPP). Qualche ora fa ci ha lasciato il professor Lorenzo Quilici, decano dell’archeologia italiana e maestro per generazioni di archeologi classici. Allievo di Ferdinando Castagnoli, ha dedicato la sua vita alla topografia e all’architettura del mondo antico, lasciando opere scientifiche fondamentali e contribuendo in modo considerevole al progresso delle scienze archeologiche con la fondazione di riviste e collane. Elegante ed essenziale nei modi, ha rappresentato il meglio della Scuola romana di topografia tra la metà del secolo scorso e i primi decenni di quello attuale, promuovendo sempre, con innata liberalità, lo scambio, il confronto e la collaborazione intergenerazionale tra colleghi italiani e stranieri. Resta fondamentale il suo costante impegno civile per la tutela e la divulgazione, nello spirito disinteressato ed esemplare del servitore dello Stato. Da molti suoi lavori su Roma, il Lazio, la Campania e tanti altri luoghi d’Italia e del Mediterraneo, sono nati progetti di conoscenza, tutela e valorizzazione, che ancora testimoniano la perenne vitalità dei suoi insegnamenti. Il ministero della Cultura e il dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale si stringono attorno alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al nipote Simone Quilici e a tutta la famiglia. Grazie professore, per esserci stato Maestro”.

SOPRINTENDENZA ABAP PER LA CITTÀ METROPOLITANA DI VENEZIA. La Soprintendenza apprende con profondo dispiacere la notizia della scomparsa di Lorenzo Quilici, uno dei grandi maestri della topografia antica italiana. Professore ordinario di Topografia dell’Italia antica all’università di Bologna, ha dedicato la sua vita allo studio delle città, delle strade e dei paesaggi del mondo romano. Attraverso le ricerche sul campo, le pubblicazioni e l’insegnamento ha formato generazioni di archeologhe e archeologi, trasmettendo un modo rigoroso e insieme concreto di leggere il territorio. Alla straordinaria autorevolezza scientifica univa una grande umanità, qualità preziosa e mai scontata nelle figure di così alto profilo accademico. Per tutti noi che oggi studiamo e tuteliamo le antiche vie di comunicazione nel territorio tra Padova, Altino e Concordia, il suo lavoro continua a essere un riferimento imprescindibile. Non possiamo osservare i tracciati della viabilità romana, i ponti, i rilevati e i segni spesso fragili che ancora sopravvivono nel paesaggio senza ricordare i suoi insegnamenti. Con Lorenzo Quilici l’archeologia italiana perde un grande studioso e un maestro. Rimane la sua lezione: guardare il territorio con attenzione, ricomporne le tracce e trasformare la conoscenza in uno strumento concreto di tutela. La Soprintendenza si unisce al cordoglio del mondo dell’archeologia ed esprime la propria vicinanza alla famiglia, ai suoi allievi e a quanti hanno condiviso con lui il percorso umano e scientifico.

Il prof. Lorenzo Quilici (foto sabap caserta-benevento)

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER LE PROVINCE DI CASERTA E BENEVENTO. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento apprende con profondo cordoglio la scomparsa del professor Lorenzo Quilici, insigne archeologo e maestro della topografia antica. Studioso rigoroso e appassionato, Lorenzo Quilici ha lasciato un segno profondo nella ricerca archeologica italiana e nella conoscenza dei territori antichi. Il suo lungo percorso scientifico ha incontrato da vicino anche la Campania settentrionale e la Terra di Lavoro, attraverso gli studi dedicati a Cales, a Capua e alla Via Appia e il costante dialogo con l’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Un rapporto con il nostro territorio costruito attraverso la ricerca, l’insegnamento e la condivisione della conoscenza, che costituisce oggi una parte importante della sua eredità scientifica. Alla professoressa Stefania Quilici Gigli, compagna di vita e di ricerca, a Simone Quilici e a tutta la famiglia, il soprintendente e il personale della soprintendenza esprimono la più sentita vicinanza e le sincere condoglianze. Il suo insegnamento e il suo metodo continueranno a vivere negli studi e nei paesaggi che ha contribuito a conoscere e a raccontare.

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER L’ETRURIA MERIDIONALE. Ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico e del nostro Ministero per la scomparsa di Lorenzo Quilici, pilastro della Topografia antica e dello studio a tutto tondo dei territori. La sua attività scientifica si è sviluppata attraverso lo studio diretto dei luoghi, le ricognizioni, il rilievo, la ricerca archeologica, l’editoria e una costante attenzione alle relazioni fra città e paesaggio. Alla Tuscia e l’agro falisco, insieme a Stefania Quilici Gigli, ha apportato un approccio pionieristico con contributi alla viabilità secondaria, alle infrastrutture, all’analisi del rapporto tra opere dell’uomo e contesto. Di lui resta un grande patrimonio d’eredità, soprattutto nel metodo, capace di abbandonare l’analisi del singolo fenomeno per abbracciare una conoscenza ampia e interconnessa.

PARCHI ARCHEOLOGICI DI CROTONE E SIBARI. Se n’è andato il prof. Lorenzo Quilici, maestro di topografia antica per generazioni di archeologi. Ricordiamo i suoi studi su Kroton e sulla piana di Sibari, che hanno posto le basi scientifiche della ricerca contemporanea. Lo ricordiamo, grati per tutto quel che ci ha insegnato.

Roberto Pietraggi. Anche Lorenzo Quilici ci ha lasciato. La sua vita è stata spesa alla ricerca della verità, per ricostruire la storia dei nostri Antichi Antenati. Non è stata, dunque, vissuta invano. Condoglianze a Stefanella, ai familiari, agli amici e a tutti quelli che lo hanno conosciuto e che lo ricordano con stima, con rispetto, con affetto.

Giuseppina Renda. Sono affranta… caro professore

Francesca Romana Paolillo. Nel ricordo profondamente grato del professor Lorenzo Quilici, maestro e studioso insigne, punto di riferimento imprescindibile nella formazione di tanti di noi, esprimo la mia più sincera vicinanza alla professoressa Stefanella Quilici Gigli, al Direttore Simone Quilici e a tutta la famiglia.

Valentino Nizzo. Ho amato questo libro al punto da volerne avere due copie, da leggere col sottofondo del meraviglioso sceneggiato RAI coevo sull’Eneide. Ho ammirato sempre il suo approccio e la straordinaria capacità di farsi promotore con l’amata Stefanella di imprese che avrebbero spaventato chiunque, salvo forse qualche antichista tedesco dell’Ottocento. L’ho solo sfiorato qualche volta. Con l’emozione di vedersi materializzare un mito per molti della mia generazione. Temo che gli studenti di oggi non abbiano riferimenti di analogo livello.

Rita Paris. Lorenzo Quilici non c’è più. Le stelle cadenti dell’ultima estate se lo sono portato via. Ci mancherà molto ma ci lascia anche una grande eredità.

Il prof. Lorenzo Quilici con Francesco Rinaldi (foto profilo FB francesco rinaldi)

Francesco Rinaldi. Trent’anni fa ho avuto la fortuna di conoscere il professore Lorenzo Quilici, incontro che ha influito non poco sulla mia vita. Partecipai da studente d’archeologia “aggregato” poiché non ero né studente dell’università di Bologna, né di Santa Maria Capua Vetere, ma un valsinnese, studente dell’università della Basilicata, che partecipava alla realizzazione della Carta Archeologica della Valle del Sinni. Fu un’esperienza bellissima dove alla formazione di un giovane studente in una vera e propria missione archeologica si aggiunse la conoscenza di tante bellissime persone e di mia moglie. L’amato professore Quilici non perdeva occasione di raccontare pubblicamente, solo come lui sapeva fare, che uno dei risultati della Carta archeologica, oltre ai 10 volumi, era anche il mio matrimonio. Mi mancherà la sua ironia, la sua capacità di inventare storie, le nostre lunghe ricognizioni per la Valle del Sinni dove, dalla sua borsa di cuoio, estraeva il taccuino e la matita e, come un grande pittore paesaggista, schizzava ciò che vedeva, oppure tirava fuori un biscotto per i cani randagi o addirittura prendeva una vecchia camicia e realizzava uno spaventapasseri. Quando ero ragazzo e mi avvicinavo all’archeologia i vecchi pastori e contadini lucani mi raccontavano di un ragazzo che negli anni sessanta andava in giro per i monti a cercare “antiche città”; quel ragazzo era il professore Quilici che di lì a poco pubblicava, nel 1967, Siris-Heraclea, un volume illuminante su uno dei territori più importanti della Basilicata. Insieme a Dinu Adamesteanu penso che il professore sia stato uno degli archeologi più importanti per l’archeologia non solo lucana e un topografo come non se ne vedranno più. Grazie Professore.

Paolo Liverani. Tristissima notizia, ha segnato profondamente gli studi topografici, se ne va un pezzo della nostra storia, non è facile rimanere all’altezza. Senza contare la straordinaria carica umana.

Il prof. Lorenzo Quilici con Paolo Storchi (foto profilo FB paolo storchi)

Paolo Storchi. È difficile esprimere il senso di smarrimento che ti assale quando perdi il tuo Maestro e l’Autore. È ancora più forte quando questi è Lorenzo Quilici: un luminare è dire poco, eppure incredibilmente umano. Ha ammaliato non so quanti studenti con il suo sapere sconfinato, che dispensava fra una diapositiva e l’altra, alternando descrizioni raffinatissime di ponti e viadotti romani a episodi della sua vita, alle incredibili avventure a Cipro, o all’ interpretazione di riti ancestrali con fave che volavano fuori dalle aule insieme a formule latine arcaiche. Fra i pochi giorni davvero memorabili della vita, io annovero sempre quel pomeriggio di luglio 2007 in cui andai a visitare l’Appia alle gole di Itri. Dopo i racconti del prof riguardo quella strada così perfetta, sulla natura rigogliosa della zona, con ancora nelle orecchie le storie dei briganti che infestavano il territorio e del demonio costruttore di ponti… come potevo non andarci? Ebbene, appena arrivato, vidi sull’Appia antica un signore chino con il metro a stecca in mano che misurava i basoli nel caldo infernale. Era proprio lui! Un caso incredibile. Un segno quasi, pensavo. C’è un risvolto ancora più buffo in questa storia, ma quello lo serbo per me, e lo racconterò solo davanti a una birra. Ricorderò sempre le gite a Roma, quando a oltre settant’anni pareva un uomo bionico e noi poveri ventenni arrancavamo… O quella carpetta rossa nell’armadio davanti al suo ufficio che riportava la dicitura “DOCUMENTI SEGRETISSIMI” (In realtà erano le dispense, ma voleva usare la psicologia inversa per incuriosire tutti!). Una persona meravigliosa. Mi raccontò che Castagnoli gli diceva che d’estate poteva tranquillamente andare al mare: tanto era certo che persino sul lettino avrebbe continuato a pensare alla Topografia Antica. “E tu sei come me!”, mi disse. Credo che ci sia molto di lui nel modo in cui scrivo e in come sono diventato. Gli sarò sempre debitore. Tutti i miei colloqui pre-tesi si concludevano con la formula “Cerchi, cerchi. Scriva, scriva!”. Ne ho fatto un mantra. E adesso mi ci butto, che è meglio non pensare. Da oggi viviamo tutti in un mondo un po’ più triste.

Claudio Calastri. Mentre passeggio per le vie assolate di Benevento fotografando spolia di età romana nei muri della città medievale e rinascimentale, mi raggiunge la notizia della morte di Lorenzo Quilici. Il pensiero va a trent’anni esatti fa, l’estate della mia tesi, di cui Quilici fu correlatore. In quei mesi imparai a fondere insieme l’approccio “padano” alla topografia antica, quello del mio relatore Pier Luigi Dall’Aglio, con quello “centro-italico” di Quilici. La mia storia di ricerca post lauream mi ha di fatto portato ad approfondire e fare mio il secondo, plasmando il mio sguardo e la mia visione delle tracce dell’antico fra i monti della Basilicata, nella valle del Sinni, e in Campania, con Stefanella Gigli. Scompare un maestro, un gentleman, un grande archeologo. Porto nel cuore i paesaggi della Lucania esplorati con lui, in un’indimenticabile stagione di formazione umana e scientifica, e abbraccio con affetto Stefanella Gigli.

Roma. Al Tempio di Venere e Roma al via la quinta edizione della rassegna “QUO VADIS? Al cinema nel cuore di Roma”, promossa da CSC – Cineteca Nazionale e Parco archeologico del Colosseo, intitolata “Morire dal ridere. Classici dell’orrore tra paura e parodia”. Ecco il programma

Dal 7 al 16 luglio 2026 torna nel Tempio di Venere e Roma la rassegna “QUO VADIS? Al cinema nel cuore di Roma”, promossa da CSC – Cineteca Nazionale e Parco archeologico del Colosseo. La quinta edizione – intitolata “Morire dal ridere. Classici dell’orrore tra paura e parodia” – attraversa alcune delle immagini più potenti e immortali del cinema dell’orrore, tra ombre espressioniste, castelli avvolti nella nebbia, scienziati folli e creature ai margini dell’umanità. Dai capolavori fondativi del muto e dell’Universal alle riletture d’autore e alle irresistibili parodie che ne hanno reinventato l’immaginario, il percorso propone un viaggio nella paura come forma artistica, spettacolare e profondamente cinematografica. Il vampiro scheletrico e perturbante di Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, la creatura tragica di Frankenstein (1931) di James Whale e il mondo dolente e scandaloso di Freaks (1932) di Tod Browning hanno definito per sempre l’estetica dell’orrore sul grande schermo, trasformando il mostruoso in uno specchio delle nostre paure più profonde. Accanto a questi classici, la rassegna mette in dialogo, come attraverso una sorta di lente anamorfica, il gusto del macabro con l’ironia e la reinvenzione: da Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks, straordinario omaggio comico al cinema horror della Universal, a Per favore non mordermi sul collo! (1966) di Roman Polanski, dove il vampiro diventa materia di satira elegante e surreale. Il mito di Dracula ritorna poi nella dimensione visionaria e romantica di Nosferatu, il principe della notte (1979) di Werner Herzog, remake d’autore che trasforma l’orrore in una meditazione malinconica sulla solitudine e sulla morte. Il percorso si apre inoltre al gotico europeo e italiano con Tre passi nel delirio (1968) di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini, libero omaggio a Edgar Allan Poe, e con L’orribile segreto del dottor Hichcock (1962) di Riccardo Freda, esempio raffinato e morboso del gotico italiano degli anni Sessanta. A chiudere idealmente questo itinerario nel perturbante sarà Opera (1987) di Dario Argento, vertice visionario del thriller horror italiano, dove lo sguardo stesso diventa strumento di ossessione e violenza. Il maestro Dario Argento sarà presente ad introdurre il film nella serata di martedì 14 luglio 2026. Seguirà, il 16 luglio 2026, la proiezione del film La caduta di Troia (1911) di Giovanni Pastrone e Luigi Romano Borgnetto, musicato dal vivo da Maud Nelissen, compositrice e pianista olandese che ha completamente dedicato sé stessa alla creazione di musiche per film muti. Il film si inserisce nel percorso della grande mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”, in programma da giugno a novembre 2026 presso il Parco archeologico del Colosseo. La mostra nasce dalla collaborazione tra Italia e Turchia siglata nel 2025 dai Ministri della Cultura dei due Paesi, Alessandro Giuli e Mehmet Nuri Ersoy, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo e la cooperazione culturale nel Mediterraneo. Il progetto espositivo è stato elaborato dal Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura, guidato da Alfonsina Russo, e rappresenta una significativa azione di diplomazia culturale nell’ambito delle linee di intervento del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo. Attraverso il racconto delle radici comuni delle civiltà mediterranee, il progetto valorizza il patrimonio storico e archeologico come strumento di dialogo, sviluppo sostenibile e crescita socioeconomica. La mostra è curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Bülent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem e Rüstem Aslan. Ingresso libero, con accesso da Piazza del Colosseo a partire dalle 20.

IL PROGRAMMA. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli italiani; i film italiani in versione originale con sottotitoli inglesi. Si ringraziano: Cinecittà, Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Park Circus, RTI, Viggo srl

Martedì 7 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Nosferatu, eine Symphonie des Grauens di Friedrich Wilhelm Murnau (Nosferatu il vampiro, 1922, 94’).

Mercoledì 8 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire The Fearless Vampire Killers di Roman Polanski (Per favore, non mordermi sul collo!, 1966, 107’).

Giovedì 9 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire L’orribile segreto del dr. Hichcock di Riccardo Freda (1962, 88’).

Venerdì 10 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Histoires extraordinaires di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini (Tre passi nel delirio, 1968, 121’).

Sabato 11 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Nosferatu: Phantom der Nacht di Werner Herzog (Nosferatu, il principe della notte, 1979, 107’).

Domenica 12 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Young Frankenstein di Mel Brooks (Frankenstein Junior, 1974, 105’).

Lunedì 13 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Frankenstein di James Whale (1931, 71’).

Martedì 14 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film con Dario Argento. A seguire Opera di Dario Argento (1987,107’).

Mercoledì 15 luglio 2026, alle 20.45, presentazione del film. A seguire Freaks di Tod Browning (1932, 64’).

Giovedì 16 luglio 2026, alle 20.45. Incontro moderato da Maria Assunta Pimpinelli con Carlo Chatrian, Alessandro Marotto e Luca Mazzei. A seguire La caduta di Troia di Giovanni Pastrone e Luigi Romano Borgnetto (1911, 33’).

Gli incontri saranno moderati da Fulvio Baglivi.

Ingresso libero fino a esaurimento posti – prenotazione consigliata su https://parcocolosseo.eventbrite.com/. Biglietti disponibili 7 giorni prima della data della proiezione alle 11 e la mattina stessa nel giorno della proiezione alle 11. Accesso da piazza del Colosseo dalle 20. I film saranno introdotti da esperti alle 20.45. La prenotazione decade alle 21: da quel momento i posti non occupati saranno assegnati al pubblico in attesa. Le proiezioni inizieranno alle 21.15. Tutti i film sono in versione originale con sottotitoli in italiano (o inglese per i film in v.o. italiana)

Roma. Al Colosseo la mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”: oltre 300 reperti dai principali musei italiani e da Troia che per la prima volta approfondiscono i nessi storici e mitologici che legano le due città, tra le principali della grande e plurale civiltà gravitante sul Mediterraneo antico

Locandina della la mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo dal 12 giugno al 18 ottobre 2026

Dalla tavoletta in argilla da Hattusa che cita la leggendaria città di (W)Ilios dei poemi omerici alle oreficerie in filigrana e granulazione rinvenute a Troia da Heinrich Schliemann, dai corredi della necropoli di Santa Palomba a Roma al rilievo di fontana con cinghialessa allattante i cuccioli da Palestrina, dall’urna in bronzo con iscrizione rinvenuta nel tumulo di Dardano nella Troade ai rilievi in marmo da Afrodisia con miti iliadici, dal sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria con episodi dell’Iliade al mosaico di Teti dall’acropoli di Xanthos. Sono alcuni dei 300 reperti esposti nella mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” che dal 12 giugno al 18 ottobre 2026il parco archeologico del Colosseo ospita nell’Anfiteatro Flavio, una prima assoluta nel panorama espositivo internazionale che nasce dalla felice collaborazione culturale tra Italia e Türkiye. Mai prima d’ora, infatti, è stato dedicato un evento espositivo sui nessi storici e mitologici che legano le due città, tra le principali della grande e plurale civiltà gravitante sul Mediterraneo antico. Promossa dal dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del ministero della Cultura italiano e dalla direzione generale dei Beni culturali e dei Musei del ministero della Cultura e del Turismo turco nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo, la mostra rappresenta un’importante iniziativa di diplomazia culturale finalizzata a consolidare i rapporti tra i due Paesi, valorizzando il patrimonio storico e archeologico quale strumento di dialogo, sviluppo sostenibile e crescita sociale, civile ed economica. La mostra, curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Massimo Cultraro, Bulent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem, Rüstem Aslan, offre al grande pubblico un racconto organico e scientificamente aggiornato delle vicende culturali e storiche di Troia e Roma, riannodando idealmente i fili del mito, della leggenda e della realtà storica in una narrazione unitaria che abbraccia circa tre millenni di civiltà anatolica e italica.

L’ingresso della mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo (foto simona murrone / PArCo)
Tavoletta in argilla incisa in caratteri cuneiformi rinvenuta nel sito di Hattuša con il trattato tra il re Mutawalli II e il sovrano Alaksandu di Walusa (foto PArCo)

Il percorso è introdotto, già al primo ordine del Colosseo, da una replica monumentale del Cavallo di Troia, mentre nello spazio espositivo vero e proprio, allestito al secondo ordine del Colosseo, sono presentati oltre 300 reperti, provenienti da alcuni dei principali musei italiani e da Troia: in particolare, sono più di duecento le opere in prestito da diciannove musei turchi e, tra queste, il nucleo più significativo comprende reperti mai esposti prima in Italia. I visitatori potranno ammirare pertanto eccezionali testimonianze riferibili alle due civiltà, a partire dalla straordinaria tavoletta in argilla incisa in caratteri cuneiformi rinvenuta nel sito archeologico dell’antica capitale ittita Hattuša, che registra il trattato formale tra il re Mutawalli II e il sovrano Alaksandu di Walusa, offrendo la prova che collega la leggendaria città di (W)Ilios dei poemi omerici con la Wilusa menzionata dai testi ittiti e, quindi, alla realtà storica della tarda età del bronzo. All’orizzonte tra Neolitico Recente ed Eneolitico rimanda la statuetta di Dea Madre in marmo rinvenuta nella necropoli di Porto Ferro (Alghero). Si datano tra il 2500 il 2250 a.C. le oreficerie in filigrana e granulazione rinvenute a Troia da Heinrich Schliemann.

Rilievo in marmo da Afrodisia con raffigurazioni di miti iliadici, proveniente dal tempio dedicato al culto di Augusto e della famiglia imperiale (foto PArCo)

Sono in mostra anche alcuni corredi della necropoli di Santa Palomba a Roma, identificata dagli studiosi come il luogo di sepoltura delle aristocrazie latine dell’Età del Ferro, mentre proviene da Castro (Lecce) la statuetta in bronzo di Atena Iliaca, la cui cronologia si colloca tra fine V e IV secolo a.C., ed alcuni oggetti preziosi appartenenti al tesoro della dea. Il rilievo di fontana con cinghialessa allattante i cuccioli da Palestrina testimonia il mito dell’età dell’oro e del ritorno alle origini troiano-romulee promosso da Augusto. Risale al IV secolo a.C. l’urna sempre in bronzo con iscrizione rinvenuta nel tumulo di Dardano nella Troade. Eccezionale poi è la presenza di alcuni rilievi in marmo da Afrodisia, capolavori dell’arte romana imperiale con raffigurazioni di miti iliadici, provenienti dal tempio dedicato al culto di Augusto e della famiglia imperiale.

Allestimento della mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo (foto simona murrone / PArCo)

È esposto il sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria, recuperato nel 1997 in seguito a uno scavo clandestino, che costituisce un notevole esempio di “sarcofago asiatico a colonne” e sul quale sono scolpiti tre episodi dell’Iliade; un’iscrizione indica che venne prodotto tra il 212 e il 225 d.C. Sempre dalla Türkiye, da un complesso termale dell’acropoli di Xanthos, capitale della Licia, proviene il mosaico di Teti databile tra il III e il IV secolo d.C. Questi insieme a numerosi altri reperti sono esposti in un percorso che si sviluppa lungo un doppio binario, letterario e archeologico, restituendo una lettura critica e comparata delle fonti oggi disponibili. Attraverso il racconto di figure emblematiche quali Paride, Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo, la mostra propone un viaggio critico e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la perdurante attualità di miti e storie che continuano a costituire un ponte tra passato e presente.

Mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”: i ministri Mehmet Nuri Ersoy e Alessandro Giuli (foto mic)

“Con questa mostra”, si legge nella presentazione al catalogo del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “il ministero della Cultura italiano e il ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Türkiye intendono far conoscere al vasto pubblico internazionale del Parco archeologico del Colosseo le vicende straordinarie di queste due città e dei loro antichissimi legami, in un racconto che intreccia storia, archeologia e mito. Oltre a illustrare con rigore scientifico i nudi fatti per come la ricerca contemporanea è in grado di ricostruirli, l’esposizione valorizza anche il pensiero mitistorico, secondo l’accezione di Andrea Carandini, come ermeneutica della realtà storica in grado di ricomprendere le leggende e la religione nell’organizzazione della società del tempo, nella prospettiva di consapevole appartenenza a una comune civiltà mediterranea”. “Realizzata grazie alla collaborazione tra il ministero della Cultura italiano e il ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Türkiye”, scrive nella presentazione al catalogo il ministro Mehmet Nuri Ersoy, “la mostra ci invita a rileggere Troia, la Guerra di Troia e i legami politici, culturali e mitologici stabiliti tra Roma e l’Anatolia. L’esposizione va ben oltre il racconto di una singola guerra o leggenda: esplora gli scambi politici e culturali avvenuti nel Mediterraneo orientale alla fine del II millennio a.C. e riflette su come questi abbiano continuato a risuonare fino ai giorni nostri, promuovendo al contempo un rinnovato dialogo tra le due aree geografiche”.

Allestimento della mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo (foto simona murrone / PArCo)

“La mostra presenta al pubblico”, osserva nella premessa al catalogo Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale del MiC, “i primi risultati del progetto di valorizzazione delle comuni radici storiche tra Italia e Türkiye promosso dal Ministero della Cultura tramite il Dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale in collaborazione con la Direzione Generale del Patrimonio Culturale dei Musei della Repubblica di Türkiye. Il progetto, elaborato dal Dipartimento nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato, prevede la realizzazione di una serie attività di ricerca, disseminazione e valorizzazione, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione scientifica tra Italia e Türkiye, promuovere a livello internazionale la conoscenza dei rispettivi patrimoni culturali e favorire modelli di sviluppo basati su un turismo sostenibile e di qualità”. “Con questa rilevante iniziativa di diplomazia culturale”, si legge invece nel testo di premessa al catalogo di Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo – il PArCo porta agli occhi del mondo la narrazione di un mito fondativo cruciale per la storia dell’umanità, restituendo al contempo le evidenze archeologiche di una civiltà generatrice. Il tutto in una esposizione che dà al racconto una dimensione concreta, capace di correlare la costruzione mitologica con il luogo che la ha ispirata”. “La mostra”, scrivono i curatori nella introduzione al catalogo, “vuole essere uno strumento meditato di ricerca, disseminazione e valorizzazione di una parte identitaria del patrimonio culturale di Italia e Türkiye, col quale i due Paesi condividono e mettono a disposizione della comunità scientifica e del pubblico internazionale una visione umanistica fatta di studio, innovazione, dialogo e reciproca amicizia”.

Allestimento della mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo (foto simona murrone / PArCo)
Mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico” al Colosseo: Aphrodite heykelcigi da Cannakale (foto PArCo)
Mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico”: ritratto di Augusto da Cannakale (foto PArCo)

La mostra si apre al secondo ordine del Colosseo con una prima ampia sezione dedicata alla ricostruzione storica, archeologica e topografica del sito di Troia, attraverso un significativo nucleo di reperti provenienti dai musei turchi. Tale sezione offre, inoltre, una panoramica inedita sul mondo ittita e sulle diverse realtà culturali dell’Anatolia del III e II millennio a.C. La seconda sezione è dedicata alla Guerra di Troia, narrata a partire dal punto di vista dei Troiani, con particolare attenzione ai protagonisti e agli eventi principali del conflitto. Ampio spazio è riservato alla figura di Omero e al tema della tradizione epica, analizzata nei suoi risvolti filologici, storici e antropologici. La sezione si conclude con la caduta della città, la Ilioupersis, e l’avvio della diaspora che vede protagonista Enea. La terza sezione approfondisce il viaggio di Enea, ricostruito sulla base delle tradizioni letterarie – da Stesicoro a Virgilio – e della documentazione archeologica, con particolare enfasi sui contesti italiani tramite la valorizzazione di siti dell’Italia meridionale, della Sicilia e del Lazio legati al passaggio dell’eroe troiano. La sezione propone anche un quadro ricostruttivo del Lazio tra il XII e il IX secolo a.C., offrendo strumenti interpretativi per una contestualizzazione storica del mito. La quarta sezione è dedicata al mito di Romolo e alla fondazione di Roma, attraverso l’analisi delle principali tradizioni e la presentazione di reperti e testimonianze figurative di grande rilevanza. Viene ricostruito il quadro della Roma arcaica e approfondito il processo attraverso il quale i Romani elaborarono la propria origine troiana, elemento centrale nella costruzione dell’identità politica e ideologica della città. La sezione si conclude con un focus sull’età augustea, su Virgilio e sulla canonizzazione della saga eneadica.

Ponti dal 25 aprile al ponte del 1° maggio (con #domenicalmuseo): 1,4 milioni i visitatori registrati in musei, parchi archeologici e altri luoghi della cultura statali (+9% rispetto al 2025). Sul podio della classifica assoluta al primo posto il Colosseo (con 46.598 + 79.245: 125.843 ingressi), seguito dal Foro Romano e Palatino (37.707 + 63.823: 101.530 ingressi) e dall’area archeologica di Pompei (29.185 + 54.172: 83.357 ingressi)

Straordinaria partecipazione nei luoghi della cultura statali dal 25 aprile al ponte del 1° maggio 2026. Quasi 1,4 milioni i visitatori registrati in musei, parchi archeologici e siti culturali su tutto il territorio nazionale. Il risultato evidenzia come i weekend festivi rappresentino un’occasione privilegiata di accesso al patrimonio culturale, favorendo una fruizione diffusa e partecipata, anche grazie alle aperture straordinarie e alle iniziative promosse su scala nazionale. Il dato conferma il forte interesse per l’offerta culturale italiana e l’efficacia delle iniziative di valorizzazione e promozione, in conformità con le linee strategiche indicate dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli. In particolare, il 25 aprile 2026 si sono registrati 320.879 ingressi; il 1° maggio 2026, 249.431; e la “Domenica al museo” del 3 maggio 2026 ha fatto segnare 372.790 ingressi. Complessivamente, il 25 e 26 aprile 2026 si contano 542.986 visitatori. Nel ponte del 1° maggio (1–3 maggio 2026) gli accessi sono stati 870.241. Nella classifica assoluta al primo posto il Colosseo (con 46.598 + 79.245: 125.843 ingressi), seguito dal Foro Romano e Palatino (37.707 + 63.823: 101.530 ingressi) e dall’area archeologica di Pompei (29.185 + 54.172: 83.357 ingressi) che torna sul podio.

Al parco archeologico di Erciolano più di 16mila visitatori nei ponti del 25 aprile e 1° maggio 2026 (foto paerco)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici per il fine settimana del 25 aprile. Colosseo. Anfiteatro Flavio 46.598 ingressi; Foro Romano e Palatino 37.707; area archeologica di Pompei 29.185; Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 26.363; museo Archeologico nazionale di Napoli 6.185; parco archeologico di Ercolano 6.055; museo e area archeologica di Paestum 5.580; Terme di Caracalla 4.993; Villa Adriana 4.910; area archeologica di Ostia antica 3.683; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 2.553; Terme di Diocleziano 2.416; museo Archeologico nazionale di Taranto 2.201; Complesso monumentale della Pilotta 1.993; museo Archeologico di Venezia 1.936; Villa della Regina 1.799; necropoli dei Monterozzi e museo Archeologico nazionale di Tarquinia 1. 654; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” e Castello svevo di Melfi 1.640; necropoli della Banditaccia e museo nazionale Archeologico Cerite a Cerveteri 1.581; Palazzo Massimo 1.486; Museo di Palazzo Grimani 1.480; parco archeologico di Siponto 1.172; Palazzo Altemps 1.168; museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” e parco archeologico di Venosa 1.059; anfiteatro campano – Santa Maria Capua Vetere 1.040.

Grande affluenza di visitatori al Colosseo e al Foro romano (foto graziano tavan)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici per il fine settimana del 1° maggio. Colosseo. Anfiteatro Flavio 79.245; Foro Romano e Palatino 63.823; area archeologica di Pompei 54.172; Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 41.044; museo e area archeologica di Paestum 10.818; parco archeologico di Ercolano 10.485; museo Archeologico nazionale di Napoli 9.572; Terme di Caracalla 8.696; Villa Adriana 7.589; Grotte di Catullo e museo Archeologico di Sirmione 7.351; area archeologica di Ostia antica 6.907; museo Archeologico di Venezia 5.632; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 5.269; Terme di Diocleziano 4.674; necropoli dei Monterozzi e museo Archeologico nazionale di Tarquinia 3.381; museo dell’arte salvata 3.329; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” e Castello svevo di Melfi 3.286; Villa della Regina 3.112; Palazzo Massimo 2.804; museo Archeologico nazionale di Taranto 2.596; Palazzo Altemps 2.315; museo Archeologico nazionale di Sperlonga e Villa di Tiberio 2.236; necropoli della Banditaccia e museo nazionale Archeologico Cerite a Cerveteri 2.127; museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” e parco archeologico di Venosa 2.051; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia 1.637; museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia 1.502; Museo di Palazzo Grimani 1.487; museo Archeologico nazionale di Aquileia 1.353; parco archeologico di Cuma 1.352; mausoleo di Cecilia Metella e Chiesa di San Nicola 1.313; area archeologica del Teatro romano di Benevento 1.260; Anfiteatro e Teatro Romano di Lecce 1.249; Ostia antica – Castello Giulio II 1.197; Anfiteatro Flavio di Pozzuoli 1.182; Villa dei Quintili e Santa Maria Nova 1.031.

 

Ponte di Pasqua e Pasquetta (con #domenicalmuseo): 750mila ingressi in musei, parchi archeologici e altri luoghi della cultura statali (+9% rispetto al 2025). Sul podio della classifica assoluta al primo posto il Colosseo (con 81.841 ingressi), seguito dal Foro Romano e Palatino (68.136 ingressi) e dall’area archeologica di Pompei (52.812 ingressi)

Sono stati circa 750mila gli ingressi registrati nei musei, nei parchi archeologici e negli altri luoghi della cultura statali nel fine settimana di Pasqua e Pasquetta 2026. Nei tre giorni di aperture – sabato 4, domenica 5 e lunedì 6 aprile 2026 – si contano 57mila visitatori in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un incremento complessivo di circa il 9%.  Nella classifica assoluta al primo posto il Colosseo (con 81.841 ingressi), seguito dal Foro Romano e Palatino (68.136 ingressi) e dall’area archeologica di Pompei (52.812 ingressi) che torna sul podio.

Visitatori al parco archeologico di Ercolano nel ponte di Pasqua 2026 (foto paerco)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici. Colosseo. Anfiteatro Flavio 81.841; Foro Romano e Palatino 68.136; area archeologica di Pompei 52.812; Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 49.393; parco archeologico di Ercolano 8.479; museo e area archeologica di Paestum 7.987; museo Archeologico nazionale di Napoli 7.928; Terme di Caracalla 7.028; Grotte di Catullo e Museo archeologico di Sirmione 6.651; Villa Adriana 6.253; area archeologica di Ostia antica 4.995; museo Archeologico di Venezia 4.419; Terme di Diocleziano 3.305; necropoli dei Monterozzi e museo Archeologico nazionale di Tarquinia 3.042; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 3.026; Palazzo Massimo 1.928; necropoli della Banditaccia e museo nazionale Archeologico Cerite a Cerveteri 1.711; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” e Castello svevo di Melfi 1.579; museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” e parco archeologico di Venosa 1.572; Palazzo Altemps 1.547; anfiteatro e teatro romano di Lecce 1.454; mausoleo di Cecilia Metella e chiesa di San Nicola 1.284; museo d’Arte Orientale Venezia 1.283; museo Archeologico nazionale di Sperlonga e villa di Tiberio 1.271; museo Archeologico nazionale di Aquileia 1.262; Castello Scaligero di Sirmione 1.120; musei nazionali di Cagliari 1.105; museo di Palazzo Grimani 1.097; Basilica di Sant’Apollinare in Classe 1.044; Castello Giulio II 1.041; Villa dei Quintili e Santa Maria Nova 1.036.

Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il vigneto di Vigna Barberini sul Colle Palatino nel cuore antico di Roma: ne ha parlato Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, con l’architetto paesaggista del PArCo Gabriella Strano, e Giovanna Trisorio e Nazzareno Milita di Cincinnato Vini di Cori

Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, presenta a tourismA 2026 “Il vigneto di Vigna Barberini” (foto graziano tavan)

È forse il luogo più tranquillo del Palatino, una terrazza erbosa, dal suggestivo affaccio sul Colosseo, dominata dai conventi di San Bonaventura e San Sebastiano, i rumori del traffico cittadino arrivano attutiti: è la Vigna Barberini così denominata dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà. Qui il parco archeologico del Colosseo, alcuni anni fa, nell’ambito del più ampio progetto #PArCoGreen, è stato piantato un piccolo vigneto, grazie alla sponsorizzazione tecnica dell’Azienda Vitivinicola Cincinnato, mettendo a dimora barbatelle della varietà Bellone, un antichissimo vitigno autoctono che lo storico Plinio il Vecchio chiamava “uva pantastica”, coltivato ancora oggi nei territori intorno a Roma. Dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2026/03/06/firenze-al-convegno-archeovinum-di-tourisma-2026-il-caso-aquileia-cristiano-tiussi-fondazione-aquileia-spiega-lo-stretto-rapporto-tra-archeologia-e-vino-che-oggi-si-concretizza-non-solo-con-la-vi/) il viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, nel convegno ArcheoVinum promosso dall’università di Bari in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, ci porta proprio nel cuore di Roma antica, il colle Palatino dove c’è il “vigneto di  Vigna Barberini”. Sabato 28 febbraio 2026 ne hanno parlato Simone Quilici, direttore del parco archeologico del Colosseo, e l’architetto paesaggista del PArCo Gabriella Strano, con Giovanna Trisorio e Nazzareno Milita di Cincinnato Vini di Cori. archeologiavocidalpassato.com ha incontrato il direttore Simone Quilici.

“Il parco del Colosseo, a dispetto del suo nome, così caratterizzato dal grande monumento, la sua imponenza, la sua monumentalità”, spiega il direttore Simone Quilici ad archeologiavocidalpassato.com, “è in realtà un luogo dove convivono armoniosamente natura e archeologia che trovano nel paesaggio la sua sintesi. Il paesaggio del parco è rappresentato in gran parte dalla presenza del colle del Palatino, uno dei grandi colli di Roma, luogo delle origini della città, luogo dei palazzi imperiali, luogo dell’origine dei giardini di epoca moderna, gli Horti farnesiani del Cinquecento, ma poi è anche un luogo dove nasce il concetto di parco pubblico a Roma con il napoleonico Jardin du Capitole. In questo luogo, tra Medioevo ed epoca moderna, si sviluppano vigne e orti che caratterizzavano tutta la fascia che era rimasta inabitata con la contrazione di Roma dopo la caduta dell’impero romano. E tra queste vigne c’è Vigna Barberini che sta proprio sul Palatino.

La Vigna Barberini sul colle Palatino a Roma (foto PArCo)

“Quindi – continua Quilici – è sorta l’idea da parte dell’architetto paesaggista Gabriella Strano che lavora al parco del Colosseo di ripristinare alcune di queste vigne in un luogo che era agricolo, cercando di dare una continuità a questo paesaggio storico. Ed è stata coinvolta la cooperativa agricola Cincinnato di Cori che ha reimpiantato a vigna Barberini alcuni vigneti di questo vitigno autoctono che è il Bellone, un vitigno laziale. E quindi grazie a questa attività noi progressivamente stiamo cominciando a produrre vino in piccole quantità perché nessuno vuole trasformare il Palatino in un’azienda agricola, però abbiamo l’occasione di produrre vino che si va ad aggiungere alla produzione di olio e di miele che già va avanti da qualche anno”.

 

#domenicalmuseo. Nella prima domenica di marzo nel podio della classifica assoluta tra il primo posto del Colosseo (15.876 ingressi) e il terzo di Foro Romano e Palatino (13.114 ingressi), come a febbraio, si inserisce al secondo posto la Reggia di Caserta con 13.671 ingressi

Sono stati 260mila gli ingressi domenica 1° marzo 2026, giornata di apertura gratuita in occasione della #domenicalmuseo di marzo, l’iniziativa del ministero della Cultura che prevede l’accesso libero nei luoghi della cultura statali nella prima domenica del mese. A marzo il podio della classifica assoluta è uguale a quella del mese precedente per il primo posto con il Colosseo (15.876 ingressi) e per il terzo con il Foro Romano-Colosseo (ingressi 13.114), mentre al secondo posto si inserisce la Reggia di Caserta (ingressi 13.671) che fa scalare il Pantheon al quarto posto.

Visitatori al museo Archeologico nazionale di Aquileia nei riaperti depositi arricchiti dalla mostra “Gli dei ritornano” (foto graziano tavan)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici. Colosseo. Anfiteatro Flavio 15.876 ingressi; Foro Romano e Palatino 13.114; Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 11.957; area archeologica di Pompei 11.833; museo Archeologico nazionale di Napoli 5.030; Terme di Caracalla 3.383; museo e area archeologica di Paestum 3.235; Terme di Diocleziano 3.157; parco archeologico di Ercolano 2.899; Villa Adriana 2.578; museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria 2.194; museo Archeologico di Venezia 2.160; Palazzo Massimo 2.097; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia 1.968; Palazzo Altemps 1.853; museo Archeologico nazionale di Aquileia 1.563; museo Archeologico nazionale di Taranto 1.071; museo delle Civiltà 1.022; museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia 853; Mausoleo di Cecilia Metella e Chiesa di San Nicola 785; museo Archeologico nazionale di Firenze 571; Villa dei Quintili e Santa Maria Nova 554; Scavi archeologici di Stabiae – Villa Arianna e Villa San Marco 551; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” e Castello svevo di Melfi 528; musei nazionali di Cagliari 513; anfiteatro e teatro romano di Lecce 513; Villa di Poppea-Oplontis 509; area archeologica del Teatro romano di Benevento 500; parco archeologico delle Terme di Baia 456; museo Archeologico nazionale di Pontecagnano e parco archeologico di Pontecagnano 437; museo Archeologico nazionale di Sperlonga e Villa di Tiberio 408; museo Archeologico nazionale “Mario Torelli” e parco archeologico di Venosa 362; museo Archeologico nazionale “Giuseppe Andreassi” e parco archeologico di Egnazia 328; Antiquarium di Lucrezia Romana 305.

 

Roma. PArCo e MNR insieme per agevolazione biglietti: da marzo 2026 accordo dei direttori Simone Quilici e Federica Rinaldi per l’acquisto di titoli di ingresso convenzionati per i visitatori del parco archeologico del Colosseo e del museo nazionale Romano

A partire da marzo 2026 i possessori di un biglietto di ingresso per il museo nazionale Romano potranno acquistare il biglietto Ridotto Amici PArCo al costo di 14 euro mentre ai visitatori del parco archeologico del Colosseo sarà garantita la possibilità di acquistare il biglietto Musei in Rete del MNR (Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Crypta Balbi chiusa temporaneamente) al costo di 10 euro. Questo il primo dei risultati di un accordo biennale di valorizzazione siglato dal direttore del parco archeologico del Colosseo, Simone Quilici, e dal direttore del museo nazionale Romano, Federica Rinaldi, che vede i due istituti museali impegnati a instaurare rapporti di reciproca collaborazione in attività di ricerca, formazione e promozione del patrimonio culturale.

Simone Quilici, nuovo direttore del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)

“Con questa importante iniziativa”, dichiara il direttore del PArCo, Simone Quilici, “si inaugura una politica di rafforzamento della rete museale a Roma che mira a valorizzare gli istituti depositari di testimonianze archeologiche provenienti dai siti del Palatino, del Foro Romano, del Colosseo e della Domus Aurea, in un’ottica di promozione condivisa di un patrimonio culturale unico al mondo. Il museo nazionale Romano è il primo dei musei statali della Capitale che aderisce a questa convenzione del PArCo già attiva con il museo Ebraico di Roma e con Villa Farnesina, avviando così un percorso virtuoso verso l’ampliamento dell’offerta ai visitatori capace di portare a una distribuzione più equilibrata dei flussi turistici”.

Federica Rinaldi al suo insediamento alla direzione del museo nazionale Romano (foto mnr)

“Questo accordo non solo rappresenta un passo concreto verso una visione integrata e moderna della valorizzazione del patrimonio culturale della Capitale”, commenta la direttrice del MNR, Federica Rinaldi, “ma nasce dalla consapevolezza che la straordinaria ricchezza archeologica e storico-artistica di Roma può e deve essere raccontata in modo integrato. Favorire l’accesso con condizioni agevolate significa incentivare un’esperienza di visita più completa, capace di mettere in relazione i grandi complessi monumentali all’aperto con le collezioni museali che ne custodiscono, approfondiscono e contestualizzano la storia. Mettere in rete i luoghi del PArCo con le sedi del museo nazionale Romano significa infine proporre una narrazione unitaria della civiltà romana: dai luoghi simbolo del potere e della vita pubblica ai reperti, alle opere e ai contesti che ne raccontano la dimensione quotidiana, artistica e sociale. Questa iniziativa – conclude – conferma come la collaborazione istituzionale sia la chiave per rendere il patrimonio sempre più accessibile, sostenibile e partecipato. È un segnale positivo, che va nella direzione di una cultura inclusiva e capace di creare valore condiviso per cittadini, studiosi e visitatori di tutto il mondo”.

 

Firenze. A tourismA il convegno ArcheoVinum, viaggio eno-archeologico dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia, passando per Veneto, Toscana, Lazio e Campania, tra ville romane, mosaici e antichi vigneti. Il prof. Giuliano Volpe (UniBa), promotore e curatore, lo presenta in anteprima ad “archeologiavocidalpassato.com”

Un viaggio eno-archeologico dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia, passando per Veneto, Toscana, Lazio e Campania… A proporlo è ArcheoVinum, l’atteso convegno promosso dall’università di Bari nell’ambito di tourismA – Salone Archeologia e Turismo Culturale – sabato 28 febbraio 2026, dalle 9 alle 13, all’auditorium del Palazzo dei Congressi a Firenze, con ingresso libero e gratuito. A presentarlo in anteprima ad archeologiavocidalpassato.com è proprio il suo promotore e curatore, il prof. Giuliano Volpe (università di Bari).

“Il tema del vino è sempre stato presente in archeologia”, spiega il prof. Volpe ad archeologiavocidalpassato.com, “perché il vino ha fatto parte dei commerci nell’antichità nel Mediterraneo, dei culti, ma qui a tourismA si parlerà di vino e archeologia in maniera diversa, perché vogliamo parlare della produzione oggi del vino, ma del vino ispirato da siti archeologici. E quindi di una produzione che, in qualche modo, punta anche alla valorizzazione del sito archeologico e, al contrario, attraverso l’archeologia cerca di dare più spessore storico e culturale al prodotto enologico. Quindi un’alleanza tra archeologia e vino, tra archeologi e imprese agricole, imprese enologiche, per poter sviluppare nuove forme di turismo culturale eno-archeologico. E proporremo qui a tourismA questa rete. È un itinerario eno-archeologico che va dal Friuli fino alla Puglia, ma già con possibilità di estenderlo poi in Sardegna e in Sicilia. Insomma una novità importante. Ci sarà anche la possibilità di degustare alcuni vini legati a siti archeologici o prodotti secondo tecniche antiche con archeologia sperimentale”.

Foro Boario a Pompei: vigneti con vista Vesuvio (foto parco archeologico pompei)

Tra ville romane, mosaici e antichi vigneti. Le tappe di questo viaggio sono rappresentate da alcuni dei parchi archeologici più importanti, come Aquileia, il Colosseo-Palatino a Roma e Pompei, o siti di straordinario interesse come l’antica città di Satricum nel Lazio o i siti etruschi e romani della Maremma o le ville romane di Negrar in Valpolicella, di Aiano in Toscana, di San Marco all’Elba, di Faragola ad Ascoli Satriano in Puglia. Ad Aquileia, sul colle Palatino a Roma e a Pompei sono stati impiantati vigneti nelle stesse aree archeologiche e si è costruita una stretta collaborazione tra i parchi e le aziende agricole, che nel caso di Pompei si è tradotta nell’interessante adozione della formula del Partenariato Pubblico Privato. In altri casi si stanno sperimentando tecniche enologiche ispirate al mondo antico, come all’Elba o in Maremma. Altrove alcune aziende hanno trovato l’ispirazione per la denominazione di propri vini e l’etichetta delle bottiglie in siti archeologici. Il caso della villa romana di Negrar in Valpolicella è esemplare: due aziende sono direttamente coinvolte, in terreni di loro proprietà, nelle attività di ricerca, tutela e valorizzazione di una villa romana che era dotata non solo di spazi residenziali con pregevoli mosaici, ma anche di grandi impianti per la produzione del vino.

 

Padova. A Palazzo Maldura, in presenza e online, il seminario “Il Colosseo: dallo scavo archeologico allo studio degli elevati alla modellazione HBIM: conoscenza per la tutela e la valorizzazione”

Martedì 3 febbraio 2026, dalle 14 alle 16, nel Salone di Palazzo Maldura in piazzetta G. Folena 1 a Padova, il seminario “Il Colosseo, dallo scavo archeologico, allo studio degli elevati, alla modellazione HBIM: conoscenza per la tutela e la valorizzazione”, organizzata nell’ambito dell’insegnamento di “Studio e valorizzazione dei contesti di età romana” (prof.ssa Maria Stella Busana) per la Scuola di specializzazione in Beni archeologici e del dottorato di ricerca in Storia, critica e conservazione dei Beni culturali del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova. Sarà possibile seguire l’incontro anche da remoto al link: https://unipd.zoom.us/j/2792828587. Intervengono Federica Rinaldi (direttrice del museo nazionale Romano), Barbara Nazzaro (architetto, responsabile tecnico del Colosseo, parco archeologico del Colosseo); Angelica Pujia (restauratrice, responsabile Ufficio Restauro, parco archeologico del Colosseo); Fabiano Fumagalli (architetto, collaboratore parco archeologico del Colosseo); Dario Rose (archeologo, collaboratore parco archeologico del Colosseo).